Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/01/2015

Capisaldi 2014

Difficilissimo fare un sunto di quelle che sono state le tendenze sonore (personali ovviamente, del "mercato" m'importa sega...) di un 2014 già lontano, non perché abbia difficoltà a buttar giù un po' di contabilità casalinga, quanto perché la carne al fuoco è stata tantissima e il sottoscritto l'ha gustata in simbiosi costante con la vita e il suo evolvere.

Se il 2013 è stato l'anno di sdoganamento delle mie orecchie e la pietra miliare fu l'album di debutto dei romani Molotoy (impressionante come la Città Eterna abbia monopolizzato gli avvenimenti essenziali della mia vita recente!) il 2014 lo ricorderò senza dubbio per la rivoluzione che ha comportato nei miei ascolti.

In breve: fuori il metal e dentro tutto il resto.

In ossequio a un borghese rispetto nei confronti dei "defunti", parto da chi è divenuto minoritario, ovvero quel che resta del metal.
Resta poco, quasi nulla. Un buon 90% abbondante di quel che ascoltavo fino a 3-4 anni fa non mi trasmette più niente, una condizione di sterilità che a tratti m'imbarazza e spesso rattrista perché ha fatto comunque parte del mio tempo, per molto tempo.
Reso omaggio senza troppi rimpianti a ciò che fu, ad oggi trovo ancora un senso in una manciata ristretta di formazioni: Nuclear Assault (!!!), Sepultura, Coroner, MegadethVoivod, quasi tutti nelle rispettive declinazioni anni '90. Altri nomi ancora li conservo nelle orecchie - molto poco - e nel cuore, ma più per fattore affettivo, a volte folcloristico, che per bruciate piacere d'ascolto; è il caso di Sodom, Benediction e Pantera - a dosi microscopiche.

Chiuso il requiem, vediamo quel che è nato da codeste ceneri.
Anzitutto devo prendere atto che è effettivamente sensato, in merito al metal, associare il termine "fase", perché ammesso di non essere dei lesi con la profondità d'una pozzanghera, che si realizzano con un paio di birre in mano e un po' di brutalità sonora o masturbazione strumentale a buon mercato, il mondo metal, anzi proprio tutto l'hard 'n heavy è limitativo in modo quasi imbarazzante.
Soprattutto se considerato come "movimento" è poverissimo, non essendo ancorato a quasi nulla di quel contingente in cui tutti sbattiamo il muso ogni giorno, e non potrebbe essere diversamente essendo un filone nato e proliferato nella decade dei disimpegno.

In questo senso, avvertita la strutturale ristrettezza del genere, viene quasi naturale guardarsi oltre e finire senza accorgersene a provare simpatia ed interesse per l'hardcore, soprattutto in questi primi lustri di nuovo millennio, che sono l'apice della merda politica-sociale vomitata in faccia ai borghesi da chi animò i palchi underground 30 anni fa, soprattutto nel mondo anglosassone, quando la coppia Tatcher-Reagan destrutturava implacabilmente due decenni di conquiste sociali ed economiche da parte delle classi subalterne. Quindi vai di Black Flag, e di tante serate trascorse a discutere di Dead Kennedys, degli esordi dei Suicidal Tendencies e di mondo limitrofo nostrano coi Negazione in testa.

Da qui a saltare nel calderone del post-punk o new wave che dir si voglia, è un attimo. Complici i consueti scazzi personali figli del sistema, uniti a crisi d'incomunicabilità coi propri simili, sono finito tra le braccia dei Killing Joke prima e dei Joy Division poi, e la percezione della vita non sarebbe più stata la stessa! Qualche mese di questi ascolti ha stravolto la percezione dello spazio-tempo, dilatatasi oltre l'immaginabile. Situazione per altro calzante per i Killing Joke, che in 30 anni di carriera hanno guidato buona parte delle fasi artistiche più pregne restando costantemente sul pezzo e producendo una nutrita quantità d'emuli spesso degni di nota. Come ebbi modo d'affermare lo scorso anno, se vedo i Pink Floyd come il gruppo più avanti degli anni '70, i Killing Joke lo sono certamente stati, a fasi alterne, per i due decenni successivi.

Con cronologica naturalezza giungo agli anni '90, scrivendo del movimento che è diventato il punto di riferimento dei miei ascolti dell'anno passato, candidandosi facilmente a restarlo ben oltre l'anno in corso: mi riferisco a quel brodo di coltura che è stata Seattle tra la fine degli anni '80 e tutta la prima metà dei '90.

Nel mio caso la scintilla nacque da un sempreverde Osso che in periodo di totale panico sentimentale buttò lì Black che innescò una deflagrazione a tutt'oggi non ancora consumatasi. Venne quindi Ten e a seguire lo svisceramento della discografia dei Pearl Jam di cui ho fatto mio tutto quel che pubblicarono dal '90 al '98. I momenti vissuti insieme e grazie all'ascolto di quei 5 album sono qualcosa di strepitoso. Potrei starne a scrivere per una settimana avendo, comunque, la certezza di non produrre mai la forma adatta a trasmettere in modo calzante il trasporto che Vedder e soci hanno portato nella mia anima.

Il modo in cui mi approccio agli ascolti, concentrandomi sull'approfondimento di un artista alla volta, spesso mi porta a considerare il livello emozionale che raggiungo con un determinato album come insuperabile. È capitato con i Pearl Jam di cui non sarei in grado di scegliere con convinzione il disco più rappresentativo - forse Vitalogy, ma con diverse riserve - e parimenti è successo confrontandomi coi loro colleghi di genere.
Passare dai Pearl Jam ai Nirvana, agli Alice in Chains, ai Soundgarden trovando la quadratura d'ogni cerchio nei Temple of The Dog è stata un'escalation costante e inaspettata, un excursus di "botte" praticamente senza fine perché, anche quando tutto questo è diventato parte essenziale del mio "bagaglio", ascoltarli mi segna con la medesima intensità, spesso violenza, della prima volta.
Nemmeno sforzandomi potrei restare indifferente all'urlo sofferente e rabbioso condensato in Nevermind, alla disperazione distruttiva che forgia Facelift, alla violenza figlia del vuoto esistenziale urlata in Badmotorfinger.

Per questi e tanti altri motivi considero il grunge l'ultimo grande movimento che il rock ha conosciuto. Dal basso della mia esperienza in merito, ad oggi non si è palesato null'altro di simile, ed anche volgendo lo sguardo all'orizzonte futuro non si scorge alcuna sagoma...

In ogni caso, i '90, qualcosa di buono l'hanno prodotto anche al di fuori dello stato di Washington. E' il caso del brit pop in cui sono tornato fortuitamente ad imbattermi per merito dei The La's, autori di una chicca in cui s'esaurisce praticamente tutto il genere, ben prima che gli Oasis diventassero un nome di grido.

Tra la botta grunge e il revival del Beatles sound le mie orecchie hanno incontrato anche altre folgorazioni: prima con i Rage Against The Machine che non sono un gruppo ma un manifesto e poi con gli Helmet.
Acquistati entrambi praticamente a scatola chiusa su consiglio del già citato suggeritore, mi fecero scappare di testa per più di un mese rispettivamente con l'omonimo Rage Against The Machine e con Betty. Due album assolutamente ciclopici per feeling, tiro, impatto, esecuzione, nonostante una distanza compositiva e di genere molto marcata, in senso meramente artistico a vantaggio dei RATM per questioni che non credo necessitino di spiegazioni. Sulla scia degli Helmet s'inserirono successivamente i Prong, cui mi sono dedicato in leggero ritardo, ma con soddisfazione esponenziale, complice anche il fatto che affiancano a un groove che offusca i Pantera più blasonati, soluzioni sintetizzate ai limiti del pop che rendono le composizioni più agili e fresche, ascoltare Rude Awakening per credere, un disco prossimo al ventennale che pare uscito l'altro ieri, sarà che clown ci cova...

Tra tanti ascolti nuovi di pacca c'è stato spazio anche per alcuni approfondimenti, come nel caso dei Negrita, tornati tumultuosamente nelle mie orecchie con un Dannato Vivere che legandosi a momenti specifici è divenuto una pietra miliare alla stregua di Ten.
Il botto con cui mi ha accompagnato, ha oltretutto sortito l'effetto di riavvicinarmi a quella porzione di carriera della band - mi riferisco a XXX e soprattutto Reset - che in passato apprezzavo solo parzialmente.

Nel filone dei "proseguo" la parte del leone l'hanno comunque fatta i Pink Floyd, di cui ho esteso la conoscenza dopo l'ubriacatura con la coppia Dark Side of The Moon - Wish You Where Here che monopolizzò la seconda parte del 2013.
Per continuità con i precedenti ascolti, ho ripreso cronologicamente tutta la produzione anni '70 trovando pane per i miei denti praticamente ovunque, in particolare in Animals, che relativamente a quella fase creativa degli inglesi, è la mia uscita preferita, mentre The Wall è quella che complessivamente meno mi entusiasma, colpa di un impianto retorico tra una composizione e l'altra a mio giudizio troppo "ridondante", pur essendo ancora lontano dalle forzature di Final Cut, che ho trovato essere un'uscita davvero trascurabile.
Mi sarei fermato qui se la pubblicazione di The Endless River non mi avesse forzato a dedicarmi all'epoca Gilmour, fino a quel momento scarsamente considerata, salvo stupirmi perché non particolarmente lontana al periodo artisticamente più blasonato del gruppo.
Il 2015 potrebbe essere l'anno in cui chiuderò il cerchio anche con loro, le premesse positive, per ora ci sono...

Ad una rapida occhiata di quanto fin qui scritto mi pare d'aver snocciolato tutto l'essenziale, manca giusto il convitato di pietra, almeno per il metallaro medio come poteva essere il sottoscritto qualche anno fa, l'elettronica, declinata in molte delle sfaccettature che le appartengono: dal pop sintetico all'industrial passando per l'EBM.
Senza menare il can per l'aia, i pezzi da 90 sono presto detti: Godflesh, Fear Factory, Nailbomb, Killing Joke, Nine Inch Nails, Depeche Mode, Die Krupps, Ministry.

Ora, potrei stare qui a dipanare la solita questione di lana caprina per stabilire quale tra i succitati gruppi sia "migliore", ma sarebbe una cazzata perché non si tratta d'identificare chi è più bravo a fare cosa, ma capire che i sintetizzatori e tutto quel che ne è derivato sono stati la quintessenza della musica di massa, il passaggio ineludibile per rappresentare al meglio e senza astrattismi quel che socialmente, e dentro ognuno di noi, hanno prodotto 30 anni di cultura liberista: alienazione, incapacità di rapportarsi coi nostri simili, schifo per la vita - nostra e degli altri - disperazione per la fine di una civiltà che in molti sono stati capaci di prevedere con largo anticipo, ma nessuno si è premurato - o ha avuto i coglioni - di prevenire.

Se il grunge ha ricondotto alle masse queste tematiche rimescolando stilemi espressivi conosciuti (rock e punk), la musica elettronica ha chiuso il cerchio su questa denuncia attraverso sintetizzatori, campionatori e filtri digitali.
Il risultato è un suono che meglio di qualsiasi altro rappresenta e offre sfogo al paradosso d'un vuoto tanto opprimente nella sua inconsistenza come quello che pervade l'uomo moderno, e senza nemmeno il bisogno d'attendere che i postumi della bancarotta di Lehman Brothers si portassero via il futuro di qualche miliardo di persone.
Si tratta di frequenze che battono il gong ad un'umanità che si credeva arrivata e invece scopre con la peggiore violenza d'aver trascorso gli ultimi decenni a pisciare controvento nella cieca convinzione di non bagnarsi i piedi.

Ce ne sarebbe stato a sufficienza per chiuderla qui, ma un overdose chiama l'altra prima che la precedente sia stata smaltita, quindi sullo spegnersi dell'anno torna De André a farsi cantore delle miserie e dei tesori della mia esistenza, forse - il condizionale è d'obbligo con tutto quello che ho passato insieme alle mie orecchie - come nessun altro è stato in grado di fare.
L'album è quello che immortala il tour di Faber accompagnato dalla PFM nel 1979, un disco con cui mi confronto a fasi alterne da quasi un decennio, ma che sono arrivato a comprendere solo al termine di quest'anno, dopo un improvvisata escursione nella Città Eterna, dove l'anima s'è smarrita tra la magnificenza della monumentalità per rinascere nello sguardo di chi, per qualche ora, ha condiviso quello smarrimento insieme a me.

Sono convinto sarà difficile bissare l'intensità di quei mesi ormai distanti, ma al contempo è chiaro che l'infinito, per me, non sarà mai tutto qui, in quanto si paventa superficialmente agli occhi.

08/01/2015

5 minutes alone



Dopo mesi trascorsi a dedicarmi anche al "groove" (quanti bei dischi impunemente scartati quando le mie orecchie erano limitatamente protese al solo marciume) sono finito a rispolverare per l'ennesima volta i Pantera, gruppo per cui non sono mai impazzito in toto, ma che qualche bel momento è stato comunque capace di darmelo.

Quello qui sopra è uno dei brani che ho sempre preferito, con un grosso però: l'eccessiva monoliticità del tutto, che a sentire i fan fu la delizia dell'intera discografia dei texani.

Io la trovo più una croce e rimango dell'idea che un maggior dinamismo compositivo, meno incentrato sulla botta (vedi Prong), avrebbe giovato non poco alla carriera dei Pantera.

03/08/2014

Piove

...E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,...


D'Annunzio non mi è mai piaciuto, perché era un fascista e perché è stato l'avanguardia della scrittura intesa come un affare commerciale, quindi come un contenitore dorato del nulla.

Quando piove o quando ho bisogno di pioggia, tuttavia, questo passo tratto da La pioggia nel pineto mi viene spesso in mente. Forse si tratta dei versi più belli e significativi che l'autore pescarese abbia mai scritto.

16/07/2014

Avere 20 anni (disquisizioni sul libero arbitrio)

Di recente ho intrattenuto uno stimolante scambio di battute in cui, tra le altre cose, s'è consumata una breve disquisizione circa la libertà, declinata nell'accezione del libero arbitrio, di quella facoltà di scelta che candidamente ammanta tutte le democrazie liberali, soprattutto di stampo anglosassone dove la questione si tramuta piuttosto rapidamente nel mito del self made man.

La mia interlocutrice sosteneva che la scelta è una facoltà che ci appartiene oggettivamente, in sostanza un valore universalmente riconosciuto, esigibile ed applicabile.

Io, invece, più laconicamente sostenevo che i margini di scelta sono delimitati dal sistema in cui si vive con buona pace dell'universalità della facoltà di scelta con annessa libertà che ne deriverebbe.

Nemmeno a farlo apposta, in questi giorni sto ascoltando con una certa frequenza i Rage Against the Machine, gruppo che fino a poco tempo fa praticamente schifavo.

Ricordo che nel periodo di massimo furore metal (quando le fette di prosciutto sugli occhi, in merito a certe cose ancora abbondavano) ero solito demolire il gruppo (poco "true" vista l'attitudine rap di De La Rocha) affermando che non si può fare propaganda rivoluzionaria ed essere sotto contratto discografico con la Sony.

Un discorso così banalmente lineare che sarebbe stato sufficiente un interlocutore medio solo vagamente preparato per smontarlo, ma col senno di poi è evidente che la compagnia dei tempi era piuttosto debole su certi argomenti...

Spulciando a tempo perso le note biografiche del gruppo, poi (anzi finalmente!) incappo in un paio d'esternazioni di Morello capaci di chiudere il cerchio del mio dibattito di questi giorni, ma anche delle stronzate con cui banalizzavo il lavoro dei Rage Against the Machine.

In merito alla libertà:
L'America si definisce la patria della libertà, ma la libertà principale che abbiamo è quella di entrare in un ruolo di subordinazione nel lavoro. Quando si esercita una libertà del genere è perso ogni controllo su ciò che si fa, che si produce, e su come è prodotto. Alla fine il prodotto non ti appartiene. L'unica possibilità di evitare sfruttamento e prepotenze è la rinuncia ad una vita normale. Tutto questo conduce alla nostra seconda libertà: quella di morire di fame.
In merito al fare i rivoluzionari con contratto Sony:
Quando si vive in una società capitalista, l'accettare la diffusione dell'informazione passa per reti televisive capitaliste. Noam Chomsky obbietterebbe sui suoi lavori se fossero venduti su Barnes & Noble? No, perché ciò avviene dove le persone comprano i loro libri. Non c'importa di predicare per chi si è convertito. È bello occupare illegalmente case abbandonate guidate da anarchici, ma è bello anche saper raggiungere la gente con un messaggio rivoluzionario, da Granada Hills a Stoccarda.
Che dire... touchet!

PS: le parole di Morello sono tratte dalla scheda del gruppo presente su Wikipedia.

06/01/2014

Capisaldi 2013

Spacchettato l'anno nuovo da quasi una settimana val ben la pena di spendere due parole sul 2013 che è stato una merda sotto troppi punti di vista, fatta eccezione per la musica.
Dunque scriviamone cercando di essere chiari e concisi:

Molotoy - Il debutto a basso costo del quartetto romano è senza dubbio la mia personale rivelazione del 2013. Scoperti totalmente per caso, in un mese scarso sono diventati l'esperienza sonora più intesa che la mia memoria ricordi. Sono stati e sono tutt'ora veicolo di momenti profondissimi, e colonna sonora perfetta per tutte quelle emozioni che si affastellano nella mia testa ogni santo giorno senza soluzione di continuità. Ho già scritto abbondantemente di loro tempo fa quindi è inutile dilungarmi ulteriormente anche perchè son conscio del fatto che non smetterei mai di parlarne tanta è la carna che sta gente è stata capace di mettere al fuoco. Di sicuro c'è che sto disco è un capolavoro e che mi auguro di schiattare in un giorno di primavera, sdraiato su un prato e baciato dal sole pomeridiano mentre nelle orecchie suona Digital Bohemein, di altro non avrò più bisogno!

Killing Joke - Questi sono un po' borderline perché venuti fuori solo a dicembre con la classica uscita di Osso che mi fa "senti un po' sta roba vedrai che ci scappi di testa". Puntuale come la replica di Una poltrona per due il 25 dicembre io ascolto e non ci scappo di testa, finiscono proprie in reparto psichiatrico!!! Una folgorazione devastante mi pervade per questi inglesi e dopo un paio di mesi spesi ad ascoltare incessantemente i sopracitati romani, mi rendo definitivamente conto che la musica coi piedi per terra non è praticamente più affar mio. Per parlare a modo dei Killing Joke probabilmente sarebbe davvero necessario essere lo Scaruffi di turno, tanti sono stati i generi attraversati sempre con maestria eccellente in ben 3 decenni da questa gente. Mi limito quindi a dire che chiunque abbia un minimo di cultura musicale non potrà fare a meno di convenire che i Killing Joke sono la formazione più totale che si sia vista dal 1980 ad oggi, un gruppo che ha anticipato di un lustro (almeno) tutto quello che ha fatto classifica e tendenza nel rock, riuscendo a coniugare come pochissimi altri (solo prima di loro) avanguardismo, groove, orecchiabilità e testi di critica ed impegno civile di totale attualità ancora oggi. Loro sono uno dei rarissimi casi in cui si può parlare di un gruppo che va ascoltato a prescindere.

Pink Floyd - Li ascoltai la prima volta sul finire dei '90 credo, non mi dissero un cazzo e finirono nel dimenticatoio, poi la scorsa estate portò con se la necessità di qualcosa che riempisse quelle squallide giornate di caldo soffocante ed il sempre presente Osso (ancora non ho capito come faccia a calar l'asso con tanto stile!) se ne uscì con un pezzo di gran classe dei Floyd by Gilmour che mi ha tenuto incollato a youtube per un paio di settimane almeno... Da li parte il ripescaggio, nella mia collezione digitale recupero Dark Side of The Moon che piazzo in cuffia per un paio di sere mentre passeggio ed è l'ennesima botta dell'anno! Ricordo benissimo che sulla coppia di chiusura Brain damage/Eclipse andavo sistematicamente in lacrime! Consumato anche il lato oscuro della Luna ho ben pensato d'approcciarmi in modo ragionato agli inglesi; finì quindi in rete dove, una volta tanto, trovai gente che meritasse d'essere letta, capace di fornirmi gli strumenti per trovare il mio approccio al gruppo. A distanza di qualche mese posso dire senza pentimenti che la mia vita era certamente più vuota e arida prima di conoscere i Floyd. Il periodo Waters e Wish You Were Here in particolare mi ha dato e continua a darmi davvero tanto. Sono convinto che questi dischi, nel bene e nel male, mi accompagneranno fino alla tomba.

Vasco - Lo metto a fondo classifica per una mera questione cronologica. Vasco è infatti il primo anello della catena che mi ha condotto a stravolgere i miei ascolti. Anche lui consigliato da Osso (ridaje!!!) nel momento peggiore dell'anno, è stato un autentico pugno allo stomaco, di quelli ben assestati che ti levano il fiato per una decina di secondi e ti lasciano tramortito con tempi di recupero che paiono infiniti. Il brano galeotto fu Vita spericolata (video che per me resta una perla quanto la canzone) ascoltato insistentemente per giorni e giorni fin quasi a farmi sanguinare i timpani. Di Vasco, tanto a casa quanto nel giro metal, ho sempre sentito parlar malissimo, essenzialmente perché drogato (e sti gran cazzi del bigottismo familiare) o perché "falso rocker" (e sti grandissimi cazzi delle fregnacce dei metallari madonna bischera!). Poi viene il giorno in cui per necessità o virtù si prende a guardare le cose da una visuale un po' più libera e Vasco finisce per apparire come il cantautore rock italiano migliore degli anni '80. Lui è stato uno dei pochissimi artisti che ho acquistato a scatola chiusa senza alcun rimorso, anzi, a tutt'oggi la triade Colpa d'Alfredo - Vado al Massimo - Bollicine è fissa nei miei ascolti imprescindibili un po' perché musicalmente validissima, un po' perché nel Vasco di fine '70 primi '80 trovo tantissimo del disagio esistenziale e delle inquietudini spicciole che massacrano l'uomo moderno (me compreso). Chi non è in grado di coglierle, e presumo si tratti della maggioranza di chi ne parla, dovrebbe semplicemente prendere atto d'essere privo di sensibilità.

Depeche Mode - Questi è riduttivo inserirli nei capisaldi perché, tra alti e bassi, sono più di 10 anni che li ascolto con grande soddisfazione. Nel 2013, tuttavia, ho apprezzato come non mai Music for the Masses, che fa il paio con Violator quanto a indice personale di gradimento. Anche in questo caso galeotte furono le discussioni in merito con Osso, come si dice touché!

29/12/2013

Laggente


Laggente è come quella canzone dei Sex Pistols: non sa cosa vuole, ma sa come averlo. Laggente vuole qualcuno che le dia ragione. Come la Thatcher che «siamo qui per combattere insieme», quindi io vi distruggo e voi mi ringraziate. Come Reagan che «distruggeremo l'Unione Sovietica» e fa niente che, a distanza di un paio di decenni, gli storici siano ormai concordi nel definire la fine del blocco socialista come «la più grande catastrofe geopolitica del '900». Laggente chiede, qualcuno esaudisce. Laggente non ha letto i vecchi Urania, e non sa che bisogna stare attenti a ciò che si desidera, perché si rischia di essere accontentati.

Laggente crede che i negri gli scopino la donna e gli portino via il lavoro. Laggente fa finta di non ricordare che, la notte, prende a calci la fidanzata, e poi nega fortemente. Anche a se stessa, soprattutto a se stessa. Laggente non vuole saperne, di andare a raccogliere i pomodori sotto al sole, per pochi spiccioli. Laggente vorrebbe affondare i gommoni al largo di Lampedusa. Laggente quando va all'estero si lamenta perché «all'aeroporto di Londra sono stati così stronzi».

Laggente non paga le tasse ma si lamenta perché le tasse sono troppo alte. Laggente, a dirla un po' vetero, odia l'avanguardia, preferisce la ninnananna di chi giura che distruggerà il mondo, piuttosto che toccare certi privilegi acquisiti. Laggente vuole la rivoluzione, ma si accontenta del nuovo, che domani sarà già vecchio.

Laggente vota o non vota, ma ci rimane sempre di stucco, quando scopre che il potere, in realtà, è solo una versione amplificata del loro più cinico disinteresse. Laggente non vuole che Grillo si allei con il Pd, ma poi non si accorge delle circostanze oggettive, tipo che Berlusconi è tornato al governo, l'ha messo incinta delle larghe intese e poi se n'è andato.

Laggente odia i politici, ma poi si toglie il cappello quando incontra l'onorevole in piazza. Laggente odia le banche, ma poi fa un conto in banca al figlio quando va in prima elementare. Laggente odia l'Europa, ma poi incassa volentieri i soldi di tutti i contributi. Anzi, si incazza se sono pochi, i soldi per il loro corso di cucina ospitato dai locali della Provincia.

Laggente si intende di medicina perché ha visto il Dottor House. Laggente è un grande investigatore perché non si perde una puntata di Squadra Antimafia. Laggente adesso si intende anche di narcotraffico, perché Breaking Bad è una figata. Laggente manco lo voleva, il digitale terrestre.

Laggente vuole che i due marò tornino dall'India, dove sono detenuti in una depandance dell'ambasciata italiana, ma se ne frega del fatto che le carceri italiane siano ormai divenute dei lager, «disumani e degradanti». Laggente vuole che la polizia picchi forte i manifestanti, ma poi la domenica va allo stadio e fa i cori che «la disoccupazione ti ha dato un bel mestiere, mestiere di merda ca-ra-bi-niere!». Laggente applaude la celere in piazza, e la celere si toglie il casco, perché se qualcuno si fosse preoccupato veramente, la celere avrebbe tirato fuori il manganello e avrebbe lasciato il casco in testa. Laggente «è né di destra né di sinistra», quindi tendenzialmente reazionaria. Laggente prende la discussione al bar prima dell'aperitivo e la considera «il polso del Paese». Laggente ama il populismo, ma poi ti accusa di populismo quando glielo rigiri contro.

La colpa è della scuola. Degli insegnanti di lettere che da troppo tempo spacciano gli eroi di una generazione per poeti. Degli insegnanti di storia che «bisogna studiare quello che è successo dopo la seconda guerra mondiale», quindi fare del gossip giudiziario sugli anni '70, e dimenticare quello che è successo nei secoli precedenti. Degli insegnanti di filosofia che «di Hegel tanto non ci ha capito mai un cazzo nessuno» e comunque non serve più nemmeno per provarci con le tipe. Degli insegnanti di scienze, che «democraticamente» illustrano il metodo Stamina come una possibilità e non come una mostruosa truffa. Degli insegnanti di latino e matematica, che dovrebbero far capire come analizzare e dare una logica ai discorsi, ma che si perdono in formulette e declinazioni.

La colpa è dei giornali, che hanno passato gli ultimi decenni a dar notizia di ogni sbadiglio di ogni potente di turno e adesso non vendono più niente. Adesso laggente si informa su siti che si chiamano sapevatelo.it o su pagine tipo «Quello che i potenti non vi farebbero mai leggere» ospitate su un social network che, ormai, ha più potere del parlamento europeo (ma non ci vuole poi molto...).

La colpa è di una classe politica che ha lasciato fare, troppo impegnata a portare via tutto quello che si poteva portare via. Per poi scoprire un giorno che laggente si è rotta le palle.

La colpa è anche mia, che ho ventiquattro anni e credo che già non ci sia più nulla da fare.

Fonte

09/10/2013

Un bosone da Nobel. Vincono Higgs ed Englert per la fisica

Il Nobel per la Fisica è stato assegnato al belga Francois Englert, della Libera Università di Bruxelles, e al britannico Peter W. Higgs, dell'università di Edinburgo. Entrambi, in modo indipendente, hanno previsto l'esistenza della particella grazie alla quale esiste la massa.

Englert, 81 anni, e Higgs, 85 anni, hanno teorizzato l'esistenza del bosone di Higgs in modo indipendente nel 1964. Englert aveva pubblicato il suo articolo insieme all'americano Robert Brout, morto nel maggio 2011, pochi mesi prima dell'annuncio dei dati preliminari sulla scoperta, presentati nel dicembre 2011 al Cern di Ginevra. Vista la scelta di assegnare il premio ai fisici teorici fatta dalla Fondazione Nobel, il terzo dei premiati avrebbe potuto sicuramente essere Brout. Non è stato possibile però premiare anche Brout perchè il regolamento del Nobel non prevede l'assegnazione del premio a ricercatori deceduti.

La teoria è stata confermata nel 2012 grazie agli esperimenti condotti nel Cern di Ginevra Cms e Atlas, guidati all'epoca dagli italiani Guido Tonelli e Fabiola Gianotti, dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn).

Il Cern di Ginevra ha immediatamente trasmesso un tweet di congratulazioni a Englert e Higgs, vincitori del premio Nobel di fisica. ''Congratulazioni dal Cern, esperimento Atlas e esperimento Cms a François Englert e Peter Higgs per il Premio Nobel di Fisica'', recita il breve testo.

*****

Fin qui l'Ansa, che ha dato la notizia.

Da parte nostra possiamo aggiungere solo che forse mai, negli ultimi anni, un Nobel per la fisica era stato così meritato. E che si tratta di una rivincita potente della "teoria" anche in campo scientifico.

L'affermazione va sostanziata meglio, perché nel linguaggio volgare - la tv e i media in genere, e quindi il "senso comune" di tanti imbecilli (anche "di sinistra") - ha da decenni relegato "la teoria" al campo delle belle chiacchiere con poca attinenza con "la realtà".

"Sì, sì, in teoria sarebbe così, ma in realtà va in un altro modo..." Chi non ha avuto a che fare con qualche testa vuota che ripeteva frasi simili a questa? In un paese dove quel che si dice e quel che si fa sono sfere separate con molta cura, è ideologia dominante.

Al contrario "teoria", in campo scientifico (e in Marx in primo luogo), significa capacità di astrarre dal concreto le leggi immanenti (ovvero stabili) del movimento del reale. Leggi che quasi sempre sono "controintuitive" rispetto ai fenomeni percepiti.

Un esempio per aiutarci: la "legge di gravità", da Galileo in poi, recita che ogni tipo di "grave" (corpo fisico) viene attirato da uno più "pesante" (come la Terra) con la stessa velocità indipendentemente da natura, conformazione, peso, struttura del corpo preso in esame. Naturalmente "nella realtà" terrestre vediamo cose assolutamente diverse: un pallino di piombo e una piuma arrivano a terra con tempi assai diversi; per non parlare degli uccelli o dei meccanismi in grado di volare.

Il segreto della teoria scientifica, in altri termini, sta nella capacità di individuare "la legge unitaria" esistente all'interno di movimenti o fenomeni anche opposti, facendo astrazione - appunto - dalle "condizioni a contorno". Nell'esempio appena fatto - la legge di gravità - non si prende in considerazione l'aria; anzi, in sede di esperimento di laboratorio, la si toglie del tutto. Al di fuori dell'atmosfera, insomma, la piuma e il piombo viaggiano alla stessa velocità verso il pianeta che li attrae. In tutto l'universo la legge di gravità funziona nello stesso modo; anche sulla terra, anche in un ambiente fatto di aria o acqua.

Torniamo al Nobel. Molti dei premiati in campo fisico degli ultimi anni, tra cui l'italiano Carlo Rubbia, sono stati o sono grandissimi "costruttori di esperimenti". Gente che sa costruire le macchine per generare l'assenza di "condizioni a contorno" necessarie a dimostrare quel che la teoria accettata (o standard) prevede.

"La teoria", insomma, precede la verifica sperimentale e la rende possibile, mettendo in campo una credibile ipotesi di spiegazione dei fenomeni fisici (o economici, nel caso di Marx). Non "sogno astratto" o "dover essere" moralistico, insomma; ma guida per la ricerca empirica. Perché si trova soltanto quel che viene attivamente cercato (il contrario della "fortuna").

Higgs e Englert, anche per essere riusciti incredibilmente ad arrivare alle stesse conclusioni in modo indipendente (era accaduto anche a Leibniz e Newton per il calcolo infinitesimale, in sede di analisi matematica), dimostrano che solo una potente capacità teorica può creare lo spazio entro cui avanza la ricerca della verità scientifica. Ricerca che naturalmente non termina mai, ma procede per acquisizioni "certe" e "vere" fin quando una nuova e più "comprensiva" teoria non riesce a spiegare anche quei fenomeni "strani" o "inspiegabili" per la teoria precedente.

Fonte

07/10/2013

Miracoli italiani


Pochi minuti fa a cena si parlava di Roma. Tra una portata e l'altra si sciorinavano nomi di palazzi, ville nobiliari, opere d'arte custodite dal tempo nella città eterna.
È stato niminato anche Castel Sant'Angelo una di quelle (tante) meraviglie italiane che ti lasciano senza respiro e poi ti fanno incazzare perché, almeno a me, viene naturale domandarmi come sia possibile che sta roba qui non sia volano inarrestabile per lo sviluppo economico e culturale del paese. Voglio dire uno legge le notizie e trova solo merda, la raffigurazione di un'Italia scalcinata e a pezzi, eppure basterebbe mettere a frutto saperi e scienze volte a perpetrare nel tempo splendori simili per vivere in simbiosi con essi e si avrebbe la quadratura del cerchio per i prossimi due secoli almeno.

Madonna ladra!

06/10/2013

La piuma nella trapunta



La donna nuda su una rivista è come la piuma nella trapunta: la gonfia morbidamente e fa bene alle vendite.

05/10/2013

Due o tre secondi rubati all'eternità


Certi giorni basta il semplice fatto di esistere per essere felici. Ci si sente leggeri, ci si sente talmente ricchi che viene voglia di condividere con qualcuno una gioia troppo grande. Il ricordo di quei momenti è il mio bene più prezioso. Forse perché sono così rari. n centesimo di secondo qui, un altro là, sommati insieme non daranno che due o tre secondi rubati all'eternità.

26/07/2013

Estate 2011

Indugiando sul poggiolo di casa all'inseguimento di un refrigerio inesistente, come un fulmine a ciel sereno (magari sì scatenasse un violento temporale in queste giornate invivibili!) mi è tornata in mente l'estate di due anni fa. Ho ricordato in particolare una notte d'inizio agosto trascorsa in riva del mare più emozionante che abbia mai visto.


Solo più tardi scoprii che quelle acque bagnano uno dei 44 luoghi classificati dal Ministero della Salute come i più inquinati d'Italia... non nascondo che quando ci penso, o quando ricordo le colate di cemento su cui si sono espanse le periferie, ho ancora un moto d'intenso sdegno per una terra splendida così volgarmente violentata.

Lo spettacolo di quella notte fece, comunque, il paio con l'ambiente e le persone che conobbi, alcune delle quali hanno lasciato un segno indelebile nella mia persona insieme ad una buona dose di malinconia per averle perse per strada troppo presto, senza il tempo di viverle come avrei voluto.

Vorrei tornarci adesso su quella spiaggia, con la stessa compagnia.

14/07/2013

Unica


Questa canzone mi piace perché chiama alla mente tutte quelle persone che nella mia vita ho considerato uniche salvo poi vederle dissolversi nell'infinito mare delle esistenze più comuni.
Non ci ho quasi mai azzeccato, soprattutto con le donne, nonostante abbia sempre usato con una certa parsimonia questo aggettivo. Rimembro distintamente due casi, soltanto nel secondo sono ancora convinto che, nonostante tutto, sia valsa la pena pensarlo e condividerlo.

01/01/2013

Antonio Gramsci: “Odio il capodanno”

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un'azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l'ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch'essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell'età moderna. E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l'umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

di Antonio Gramsci
(Avanti, 1 gennaio 1916)

06/07/2011

Ai ferri corti.

In questo periodo, poche cose quagliano per il verso giusto. La musica ahimè non è tra queste. Da settimane, infatti, mi trovo pericolosamente impantanato nell'immobilismo dei medesimi ascolti.
Il problema non è tanto avere nelle orecchie sempre la stessa roba, quanto la totale assenza di piacere nell'ascoltare o cercare qualcosa di nuovo.
A livello di sonorità sono rimasto immobilizzato a metà anni '90 (a dire tanto) quanto a gruppi, poi, va anche peggio visto che non esiste formazione che ascolto di frequente che non abbia almeno 15-20 anni di carriera alle spalle.
Belìn, non so come uscirne...

27/04/2011

Victims Of A Bomb Raid.



"A school was bombed under an air attack
The children are buried under the ruins

Victims Of A Bombraid
Victims Of A Bombraid

People are working to help the children
But the children are dead under the ruins

Victims Of A Bombraid
Victims Of A Bombraid

The children have no part in the war
But still they are victims"

16/04/2011

Paura del Napalm...

"From the sky you see it fall

Nowhere else left to hide

People screaming burn to ash

Fear of dying guess who lost

Pray to live no more hope

Day of doom

Scorching flesh

Radiation

Lost control

Bust to war

Outbreak hate"

"Dal cielo lo vedi cadere

Non c’ è più nessun posto dove potersi nascondere

La gente urla ridotta in cenere

La paura di morire indovina chi ha perso

Prega per vivere non c’ è più speranza

Il giorno del destino

La carne brucia

Radiazione

Perso il controllo

Scoppia la guerra

Esplosione d’odio"

21/06/2010

Il fascino della disperazione



Il libero pensiero di oggi è figlio diretta del convivio che ho consumato in serata.
Oggetto della discussione a conclusione della cena, le lettere d'amore che l'inglese John Keats scrisse nei suoi ultimi anni di vita (la tisi lo stroncò appena ventiseienne nel 1821) all'amante Fanny Brawne. Sì discuteva dello spettro a tutto tondo con cui il poeta mise a nudo i propri sentimenti nei confronti della donna amata, passioni descritte con toni che si dipanano tra il sadismo e la remissione, tra l'istrionico e il grottesco.
La corrispondenza, così morbosamente autentica, di Keats mise a nudo il vero aspetto dell'amore in una società (quella vittoriana di fine '800) incapace di concepire le camaleontiche sfumature d'un sentimento che, vissuto nella sua forma più autentica e devastante, plasma sotto il proprio potere ogni realtà che lo circonda, trovando come unico sfogo alla propria frenesia l'epilogo lugubre.
Non è, infatti, un caso se i poeti romantici maggiormente quotati, e più in generale gli autori che hanno cantato in grande l'amore, abbiano conosciuto il lato più annichilente a volte del solo sentimento, spesso dell'esistenza intera.
Probabilmente, nasce da ciò l'indissolubile quanto attanagliante fascino dell'amore che sì lega alla disperazione, il cui punto d'arrivo può essere solo la morte.
L'incapacità di concepire lo svilupparsi nel tempo di un sentimento tanto bruciante come l'amore, è sia enorme limite, sia grande pregio dell'essere umano.
La musica ha più volte esposto con i propri mezzi queste dissertazioni. Nei generi che ascolto, il tema è sempre stato trattato con una notevole dose di superficialità, anche perché gli anni in cui sì moriva cantando d'amore al posto di farci soldi sono finiti da un pezzo, tuttavia molto di valido è stato fatto. Di seguito un piccolo assaggio.
Buon ascolto.







12/06/2010

La gente non sa parlare di musica

Ieri sera, come di consueto, la giornata ha esalato l’ultimo respiro davanti al “solito” bicchiere (un Baileys vergognosamente annacquato) consumato nel “solito” pub della periferia.
La compagnia era nutrita e notevolmente variegata, forse anche troppo. Complice questo fattore, che porta inevitabilmente al formarsi di gruppi che discutono per i cavoli propri, cui si è aggiunto il mio personale scazzo accumulato nel corso dell’intera settimana, non mi è stato difficile estraniarmi dalla tavolata e perdermi nella canonica riflessione inutile del venerdì.
Come già capitato in passato, ho iniziato a rimuginare sulla pochezza che accompagna in maniera sistematica i discorsi che mi trovo a seguire, più o meno attivamente, quando sono in compagnia. Che sì tratti di politica, tecnologia, lavoro o figa, sì finisce sempre con l'imbastire discussioni molto superficiali e banali (tipiche le battute sul fatto che quelli dai 35 in giù mai vedranno la pensione mentre io mi domando che cazzo d’ironia si debba fare su una sciagura che piomberò in testa anche a me, o le digressioni appassionate sull’ennesima funzionalità del menga scoperta all’interno dello smartphone di turno).
L’ambiente, manco a dirlo, non mi facilita il compito di traghettare il discorso in lidi per me più interessanti, come la musica appunto. Quando la fortunata combinazione sì verifica di solita grazie al passaggio di una canzone che mi fa venir voglia di troncare con violenza la conversazione in corso, anche il mio momento sì perde nel soffritto delle frasi fatte e di un approccio al discorso che, oltre a mettere in luce la totale mancanza di passione viscerale per la materia, diventa vetrina per la propria ignoranza. Quando in radio passa Jump, rimango basito nel constatare che nessuno conosca l’autore del pezzo, per non parlare di come mi cadano le braccia quando sì verifica la medesima situazione con un brano dei Depeche Mode o dei Dire Straits (non due nomi con la notorietà dei Profanatica).
Magari sono menagramo io, ma più passa il tempo più ho l’impressione che l’Italia sia un paese totalmente privo di qualsiasi cultura musicale, soprattutto riguardo alla produzione sonora successiva alla fine dell’epopea classica e lirica. Del resto basta pensare al panorama artistico post seconda guerra mondiale per rendersi conto che l’Italia è rimasta sostanzialmente ferma. Tolti i cantautori (io salvo quelli del periodo “impegnato” gli altri li butterei volentieri in un fosso), il bel paese non è stato in grado di partorire praticamente nulla, eccezion fatta per alcune notevolissime band di rock progressivo che però mai hanno incontrato i favori del mio palato e qualche sporadica formazione metal che ci ha messo comunque poco a sparare tutte le cartucce a propria disposizione.