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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/09/2025

Wish You Were Here, i 50 anni di un rimpianto che si fece meditazione universale

“Vorrei tu fossi qui”. Da cinquant'anni, per gli appassionati di rock, il desiderio espresso in queste quattro parole si accompagna, per associazione mentale, a un riff di chitarra acustica tra i più inconfondibili di sempre. Parole e musica a formare il brano che probabilmente ogni praticante nello studio della sei corde ha inserito per primo, o tra i primi, nel suo repertorio. “Wish You Were Here”, però, non è solo il titolo della famosa canzone che tutti conoscono ma anche dell'album che la contiene, un album altrettanto epocale, pubblicato dai Pink Floyd mezzo secolo fa: il 12 settembre 1975.

Il disco è il nono in studio realizzato dalla band inglese e nella discografia della stessa segue a due anni di distanza il celeberrimo predecessore che risponde al nome di “The Dark Side Of The Moon”, un'opera per certi versi scomoda in quanto impossibile da replicare per portato musicale, estetico e culturale. E infatti David Gilmour, Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright se ne distanzieranno, dando alle stampe un lavoro musicalmente meno immediato rispetto a “Il Lato Oscuro Della Luna” ma non meno ricco e sofisticato, seppur depurato di certe stravaganze sperimentali tipiche anche della loro produzione precedente. E sì che all'inizio l'intento del complesso era quello di realizzare un disco incentrato sui suoni, ma su suoni “strani”, partendo da quelli ottenuti con oggetti di uso quotidiano tipo bicchieri, coltelli e paccottiglia varia. C'era anche un titolo provvisorio per questa ennesima stramberia floydiana, “Household Objects”, ma il progetto venne poi accantonato. Tra i motivi del cambio di rotta, anche l'abbandono di Alan Parsons, l'ingegnere del suono di “The Dark Side Of The Moon”, al quale il ruolo di collaboratore tecnico iniziava a stare stretto tanto che nel giro di pochi mesi inizierà il suo personale percorso discografico sotto le insegne dell'Alan Parsons Project con il concept-album “Tales Of Mystery And Imagination Edgar Allan Poe”.

Dunque quando i quattro, dopo un anno di pausa dal punto di vista delle pubblicazioni (ma non da quello dell'attività live né da quello della composizione, e neppure da quello delle collaborazioni dei singoli componenti su lavori altrui) rientrano in studio a gennaio 1975, non hanno affatto chiara la direzione musicale da intraprendere. Il succitato album col celebre prisma in copertina, e il successo che ne è derivato, li ha completamente svuotati dal punto di vista creativo e delle motivazioni, minando finanche i rapporti personali tra loro. “Quando ‘The Dark Side Of The Moon’ ebbe così tanto successo, fu la fine. Era la fine della strada. Avevamo raggiunto il punto a cui tutti miravamo fin da quando eravamo adolescenti e non c’era davvero più nulla da fare in termini di rock’n’roll”, avrà a dire Waters. Insomma, quando arriva il momento di dare un seguito al bestseller del 1973, i magnifici quattro faticano a riallacciare i fili del discorso. Nemmeno tra di loro in quanto esseri umani, amici e protagonisti di una corsa a tappe esaltante.

L’unica certezza, che poi si rivelerà l’asse portante dell’opera in gestazione, è costituita da un brano già esistente e presentato dal vivo nei mesi precedenti; una suite intitolata “Shine On You Crazy Diamond” dalla lunghezza spropositata, circa 26 minuti, essendo composta da svariati “pezzi” assemblati insieme. In un primo momento si pensa di riservarle l'intera prima facciata, “riempiendo” poi il lato B con due canzoni anch'esse già pronte, “Raving And Drooling” e “Gotta Be Crazy”. Queste ultime, tuttavia, verranno infine messe da parte (figureranno entrambe sul successivo album in studio, “Animals”: la prima come “Sheep”, la seconda come “Dogs”) a beneficio di tre nuove composizioni che comporteranno la divisione della succitata “Shine On You Crazy Diamond” in due tronconi, piazzati uno per lato, rispettivamente in testa e in coda.


Il primo di questi tronconi apre appunto il disco e, come d'incanto, veniamo subito catapultati in un mondo oltre il mondo. La maestosa intro, individuata come Parte 1, su un totale di cinque che coprono complessivamente quasi nove minuti di sola musica prima che irrompa il cantato di Gilmour (che però non ha scritto i testi, essendo la pratica da tempo appannaggio del solo Waters), è qualcosa di magico, suadente. Un crescendo etereo, notturno, post-psichedelico, impossibile da rendere a parole per la sua carica evocativa. Indimenticabile – fin dal primo ascolto – l’intro spaventosa, con le lente e ipnotiche note della Fender Stratocaster di Gilmour che, unite alle tonalità eteree del sintetizzatore di Wright, creano un senso di immensità spaziale, reso ancor più straniante dalla progressione fluida degli accordi in sottofondo, realizzati dai membri del gruppo facendo scorrere le dita sul bordo dei bicchieri di vino. Quindi, il tema di quattro note del brano, noto come "Syd’s Theme”, suonato dalla chitarra elettrica, presto affiancata dalla batteria e dal basso. Da qui in poi è un susseguirsi di evoluzioni sorprendenti, in cui ogni strumento ha il suo spazio e nessun elemento prevarica sull'altro, anche se i riff magistrali di Gilmour si prendono la ribalta. Il basso di Waters si muove con discrezione, mentre Mason fornisce un drumming misurato che supporta la vastità sonora e gli inserti del sassofono di Dick Parry donano al brano una qualità ancora più riflessiva e quasi jazzistica. Pura estasi in musica, immortale.

Con tali premesse, “Wish You Were Here” si presenta tutt'altro che come il disco di una band in crisi, configurandosi anzi come un concept-album sui temi dell'assenza, della purezza e innocenza ormai perdute, della disillusione della band verso la cinica industria discografica e del declino mentale e nervoso, dovuto anche alla propria tossicodipendenza, dell'ex-frontman e principale compositore del gruppo, Syd Barrett, costretto a lasciare la band nel 1968. L'elegia all'amico caduto in disgrazia è rappresentata, oltre che dalla succitata “Shine On You Crazy Diamond”, dalla struggente title track, un vero e proprio inno, una ballata senza tempo, a Barrett dedicata in special modo per mezzo di passaggi eloquenti, ancorché teneri e pregni di rimpianto, come “Remember when you were young/ you shone like the sun” e “You reached for the secret too soon/ you cried for the moon”.

Un’assenza, quella di Syd, che però diventa presenza nel momento in cui l’ex membro del combo si ri-palesa sorprendentemente ai suoi antichi sodali negli studi Abbey Road, dove essi stanno ultimando le incisioni del disco. Un'apparizione simile a quella di un fantasma, stando a quanto racconterà Mason: “Io girellavo tra la sala di regia e lo studio, e notai un tipo grosso e grasso con la testa rasata, che indossava un decrepito impermeabile marrone rossiccio. Portava un sacchetto di plastica di quelli per la spesa e sul volto aveva un’espressione benevola, ma assente. Anche David dopo un po’ mi domandò se sapessi chi fosse; e ancora non riuscii a collocarlo, e me lo dovettero dire. Era Syd. Ero sconvolto dal suo cambiamento fisico. Conservavo ancora l’immagine del personaggio che avevo visto l’ultima volta sette anni prima, quasi quaranta chili di meno, capelli ricci scuri e una personalità esuberante. Ora invece non sembrava il tipo di uomo che avesse amici di sorta. La sua parlata era sconnessa e non del tutto ragionevole, anche se, a essere onesti, non penso che nessuno di noi sia stato particolarmente eloquente. All’improvviso e inaspettatamente, il suo arrivo ci riportò alla mente un’intera parte di vita della band. Tra il resto, provavamo anche un senso di colpa. Avevamo contribuito tutti a ridurre Syd in quello stato, rifiutandolo, sottraendoci alle nostre responsabilità, per insensibilità o egoismo vero e proprio”. Le cronache dell’epoca riportano che Barrett avesse anche ascoltato una versione non finita di “Shine On You Crazy Diamond” senza restarne particolarmente impressionato.

L'ex-leader tornò un paio di volte, aumentando i tormenti e la malinconia dei suoi ex-compagni di band. Non lo videro più: solo una volta Waters lo riconobbe da lontano tra la folla di Harrod's, prima della morte di Barrett nel 2006.

Ma, come detto, parte integrante dell'album è anche il j'accuse contro la “macchina” del music business, che tutto fagocita in nome del profitto. Almeno due tracce - “Welcome To The Machine” e “Have A Cigar” - sono chiaramente ispirate al tema. La prima è un'escursione dagli spiccati echi watersiani in quei terreni apocalittico/distopici che diventeranno ancora più familiari nel monumentale “The Wall”, ma allo stesso tempo è anche uno dei proverbiali, disturbati salti quantici del gruppo in quell'immaginario “cosmico” tanto amato dalla band di “Interstellar Overdrive”, “Astronomy Domine” e “Set The Controls For The Heart Of The Sun” (in tal senso non scherza nemmeno la parte uno della summenzionata opening track, nel cui quinto blocco compare anche il sax suonato da Dick Parry, che i Floyd avevano già avuto modo di apprezzare per le sue memorabili performance in “Money” e “Us And Them”). Inizia con l'apertura di una porta automatica, descritta da Waters come "simbolo di scoperta musicale e di progresso tradito dal mondo della musica, che è più interessato al successo e che si dimostra avido". È un moog sinistro a preannunciarci la profezia distopica per antonomasia: divenire meri ingranaggi di una macchina alienante e spietata che progressivamente ci renderà inetti e svuoterà ogni traccia dei nostri sogni. È ciò che accade anche al giovane cantante protagonista del brano: attraverso il dialogo con un bieco e rude discografico, si consuma il suo destino di marionetta del music business, a scapito della qualità e della passione. Il brano svanisce in un rapido fade out, con i rumori di una festa a simboleggiare "la mancanza di contatti e sentimenti reali tra le persone", sempre secondo le parole dell’autore. Il susseguirsi lento e inesorabile dei sintetizzatori (incluse le vibrazioni del VCS3 in apertura) e la voce quasi "urlata" di Gilmour conferiscono un'atmosfera cupa e futuristica al brano, in cui manca del tutto la batteria. Un caos organizzato che suggella uno dei momenti più sperimentali dell’album prediletto di Gilmour e Wright.

“Have A Cigar” è un episodio più blueseggiante a dire il vero neanche troppo centrato tanto che può essere considerato l'unico passaggio relativamente a vuoto del lotto, benché mirabile risulti l'assolo di Gilmour che funge da valvola di sfogo per l'adrenalina accumulata fin lì dal pezzo. Da segnalare che il brano è cantato da Roy Harper, artista amico di Gilmour, anche lui sotto contratto con Emi e che, per pura coincidenza, in questo periodo si trova in un'altra sala degli Abbey Road per incidere un suo album.

Il tema dell'avidità dell'industria discografica affrontato nel disco è reso plasticamente anche dalla copertina, perché quando si parla di “Wish You Were Here”, e dei Pink Floyd in generale, non si può prescindere dall'aspetto grafico. L'immagine che campeggia sull'album diventerà una delle più iconiche della storia del rock. Due uomini si stringono la mano nel mezzo di un vialetto esterno tra i capannoni di una fabbrica, ma uno dei due, i cui lineamenti sono celati nell'ombra, sta prendendo fuoco. Quell’uomo era Ronnie Rondell Jr., lo stuntman hollywoodiano che si era prestato all'impresa, ideata da Storm Thorgerson e realizzata dal celebre studio grafico londinese Hipgnosis. Proprio pochi giorni fa, Rondell si è spento a 88 anni in una residenza per anziani a Osage Beach, Missouri. Per effettuare quel celebre scatto, effettuato ai Warner Bros Studios di Burbank, Rondell indossava una tuta ignifuga sotto il completo cosparso di gel infiammabile, su cui era stata versata della benzina prima di dare fuoco, con l’effetto del vento a rendere tutto più realistico. Lo stunt fu ripetuto quindici volte, poiché Rondell poteva resistere solo pochi secondi prima che la troupe intervenisse con estintori e coperte. Al quindicesimo tentativo, un’improvvisa variazione del vento colpì il suo volto, bruciandogli un sopracciglio e parte dei baffi. “Direi basta, per oggi ho finito!”, commentò Rondell, consegnando alla storia una delle immagini più celebri del rock.

Tuttavia il lavoro sulle immagini, sempre coordinato dal collettivo Hipgnosis, non si ferma alla sola cover bensì investe anche le parti interne della confezione. Un lavoro corposo, composto anche da immagini emblematiche come quella dell'uomo d'affari - anche lui senza volto, quasi a rievocare i classici soggetti di Magritte - che, in pieno deserto, sembra porgere un disco di platino all'osservatore; oppure quella dell'uomo che si tuffa in un lago senza provocare la minima onda. Inoltre, ogni copia del disco in vendita viene incartata in una speciale plastica nera e opaca al fine di non permettere all'acquirente di vederne il contenuto finché la plastica non sia stata aperta, con un adesivo campeggiante sullo stesso cellophane e raffigurante due mani robotiche stilizzate che si stringono sullo sfondo di un cerchio a spicchi colorati rappresentanti i quattro elementi naturali.

Come detto l'album si chiude con le restanti “parti” (dalla 6 alla 9) di “Shine On You Crazy Diamond” una reprise della durata complessiva di 12 minuti presentata da un'altra angolazione che, riallacciandosi alla prima traccia, conferisce al lavoro quel senso di circolarità tipico delle opere concettuali. Il brano assume un tono più oscuro e riflessivo, chiudendo il cerchio con un ripetuto tema strumentale che richiama la parte iniziale della suite, come a voler sottolineare la fine del viaggio, colma di malinconia. Sullo sfondo, la discesa di Syd in un oblio di alienazione e follia, con quella supplica disperata racchiusa in un verso: "Come on you raver, you seer of visions". Non solo un tributo all’amico perduto, ma una meditazione universale sulla caducità dell’esistenza e della condizione artistica.

Nel complesso “Wish You Were Here” è un album sofferto, pensato, lungamente cesellato, in cui si respirano tutta l'apatia e la meccanicità che aleggiano su un gruppo che, al momento di iniziare i lavori, sente come di essere giunto a un punto morto della propria parabola artistica. Ma per fortuna mai sensazione fu più ingannevole, visto che i Pink Floyd, ancora una volta, tireranno fuori un’opera sontuosa e avranno ancora parecchio da dire, almeno fino a quel “The Final Cut” che reciderà per sempre la magica armonia della band inglese.

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25/08/2025

Wish You Were Here - Il classico dei Pink Floyd che Waters temeva fosse stato rubato da Gilmour a qualcun altro

 "Wish You Were Here" si accinge a compiere mezzo secolo come l’album al quale ha dato il titolo. Pubblicata il 12 settembre 1975 dalla Harvest Records, la quarta traccia dell’album omonimo dei Pink Floyd è un palese omaggio a Syd Barrett, membro fondatore ed ex-leader del gruppo, estromesso nel 1968 a causa di gravi disturbi psichici aggravati dall’abuso di droghe che gli resero impossibile continuare a suonare dal vivo e a lavorare in studio. Il testo e l’atmosfera del brano evocano proprio l’ultima volta in cui la band ebbe occasione di incontrarlo.

Il tema musicale nacque da un semplice riff acustico concepito da David Gilmour, durante una sessione agli Abbey Road Studios. Colpito dall’efficacia di quella melodia, Roger Waters decise di svilupparla insieme a lui, trasformandola progressivamente in una delle composizioni più celebri e rappresentative della storia del gruppo. Ma quella che sarebbe diventata una delle canzoni-simbolo della band inglese nacque in un clima tutt’altro che idilliaco. Nel gennaio 1975 agli Abbey Road Studios, infatti, l’atmosfera era pesante. A proposito delle sessioni per il loro album della saga floydiana, “Wish You Were Here”, Gilmour ammise a Nme che “The Dark Side Of The Moon” del 1973 li aveva lasciati “intrappolati creativamente”, mentre Waters definiva il concept di “Wish You Were Here” come “lavorare con persone di cui sai che non ci sono più”, e il batterista Nick Mason scherzava a Capital Radio dicendo “Avrei davvero voluto non essere lì”. Insomma, si avvertivano già alcuni segnali del grande tracollo interno ai Pink Floyd che avrebbe portato all’abbandono di Waters, dopo “The Final Cut”.

Eppure, anche in un disco che Gilmour ricorda come “iniziato piuttosto dolorosamente”, la title track portò un momento di felice sinergia tra i membri del gruppo. Con un retroscena gustoso a proposito del riff da cui nacque tutto. “Comprai una chitarra a 12 corde,” ricordò Gilmour in un’intervista video realizzata per promuovere la ristampa Immersion di “Wish You Were Here”. “La stavo strimpellando nella control room dello Studio Tre ad Abbey Road, e quel riff iniziale cominciò semplicemente a venir fuori. Le orecchie di Roger si drizzarono e disse: ‘Cos’è quello?’ Io avevo l’orribile abitudine di suonare pezzi di canzoni di altri che mi sembravano buoni. E credo che Roger fosse un po’ nervoso temendo che anche quel riff provenisse da qualcos’altro, di qualcun altro”.

Mentre Gilmour si concentrò sullo sviluppo della parte di chitarra, l’intuizione della band fu quella di aprire “Wish You Were Here” con l’effetto di un ascoltatore che fa zapping tra stazioni radio. Si odono dapprima voci indistinte, come se provenissero da una stanza in cui qualcuno sta seguendo una trasmissione, quindi la sintonia viene spostata più volte, passando da frammenti confusi di conversazioni – un uomo e una donna che parlano senza apparente filo logico – fino a un accenno della Quarta Sinfonia di Čajkovskij. La ricerca si interrompe su una stazione che trasmette proprio l’introduzione di "Wish You Were Here", eseguita da David Gilmour con una chitarra a dodici corde. Il suono, filtrato e disturbato dalla radio, viene presto affiancato da una seconda chitarra, dal timbro più pieno e definito, che sembra “entrare nella stanza” e unirsi alle note iniziali. L’effetto è quello di un passaggio graduale dall’ascolto distante e impersonale della radio all’esperienza diretta e intima della musica suonata dal vivo. “L’idea,” spiegò Gilmour, “era che sembrasse una chitarra che suona alla radio e qualcuno nella propria stanza, a casa, magari in camera da letto, che la ascolta e si mette a suonare insieme”. Così l’altra chitarra doveva rappresentare un ragazzino a casa che si unisce alla chitarra che sente alla radio. “E quindi,” aggiunse Gilmour, “non doveva essere troppo precisa – e non lo era. Ogni volta che riascolto la registrazione originale, penso: ‘Dio, avrei dovuto davvero farla un po’ meglio’”.

Mentre l’assolo di violino del famoso violinista jazz Stéphane Grappelli, ex-membro del Quintette du Hot Club de France, fu in gran parte tagliata e resa a malapena udibile alla fine del brano, più significativo fu il testo nostalgico di Roger Waters, con, in particolare, un verso memorabile – “We’re just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year” – che poteva essere letto come un riferimento al matrimonio in crisi del bassista, ma che era soprattutto un omaggio all’ex-compare Syd Barrett. “I due brani che aprono e chiudono il disco, ‘Shine On You Crazy Diamond’ part. I e II, sono specificamente dedicati a Syd, mentre ‘Wish You Were Here’ ha un respiro più ampio, ma non riesco a cantarla senza pensare a Syd”, ricorderà Gilmour.

Quando la formazione classica dei Pink Floyd si riunì a Londra – per l’ultima volta – in occasione del Live 8 del 2005, Waters e Gilmour si assicurarono che il pubblico di Hyde Park non avesse dubbi sull’argomento di “Wish You Were Here”, eseguendo la canzone con due chitarre acustiche. “Lo facciamo per tutti coloro che non sono qui,” annunciò il bassista, con tono mirato. “E in particolare, naturalmente, per Syd”. La salute mentale dell’ex-leader era precipitata già alla fine degli anni Sessanta; Barrett, che ha lasciato i Pink Floyd nel 1968, è morto nel 2006, ormai da tempo lontano dalla scena pubblica.

In un’intervista rilasciata qualche tempo fa a Dan Rather, Roger Waters ha raccontato anche altri dettagli riguardo la genesi del brano: “È una di quelle canzoni che sono venute fuori con estrema facilità. David Gilmour stava suonando il riff, l’ho sentito e gli ho chiesto: ‘Cos’è? Suonalo ancora’. L’ho imparato al volo e gli ho chiesto come proseguiva. Mi disse: ‘È tutto qui’. Gli risposi: ‘Mi piace, ti dispiace se provo a vedere dove porta?’. Ho aggiunto qualche accordo e il resto della canzone è venuto fuori molto velocemente. Se non sbaglio, l’ho scritta in un’ora. È stato uno di quei momenti rari in cui il flusso di coscienza funziona perfettamente: le parole arrivano con il ritmo giusto, con significato e musicalità. Non ho mai voluto analizzarle troppo, sarebbe come sezionare una farfalla: alla fine ti restano solo polvere e frammenti”.

Waters ha poi spiegato che al cuore del brano c’era il tema dell’assenza – in primis quella di Barrett: “Parlava della perdita, in un certo senso della scomparsa di Syd, che era stato sopraffatto dalla malattia mentale. Era un amico affascinante, esuberante e di grande talento. Mi manca. Ma mi manca dal 1968, da quando ha cominciato a smarrirsi in una condizione che potremmo chiamare schizofrenia. Chiamatela come volete, ma quando accade, rende impossibile comunicare. È come se si alzasse un muro. E Syd quel muro lo ha costruito davvero. Fu terribilmente triste”. Waters ha inoltre riconosciuto che il brano attinge anche a un lutto più antico e personale: la morte del padre durante la Seconda Guerra Mondiale.

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07/09/2023

Quel punk di Roger Waters

Roger Waters, oggi fresco ottantenne, è sempre stato un punk. Uno vero, anche senza bisogno di creste e spille. Faccia tosta, anarchico, ghigno beffardo, sboccato, esagerato: Roger non scende mai a compromessi e manda affanculo tutto e tutti perpetuando con infuocato vigore le sue battaglie. Mi fa morire quando lo sento parlare, col suo accento di Cambridge e i sui continui fuck, il suo atteggiamento, la sua risata, la sua forza, il suo scagliarsi contro potenti e benpensanti sbattendosene di tutto e tutti, sempre fiero e convinto. Lo sento a pelle che tutto il suo essere è punk.

Del resto, ci vuole sicurezza nonché ambizione per diventare in breve testa di ponte di un gruppo chiamato Pink Floyd. Partita con grandi aspettative e un ottimo successo di classifica, in capo a un anno la band rischiava di sfaldarsi a causa del compositore/cantante/chitarrista troppo sensibile per lo spietato mondo del music business, stato d'animo che lo spingeva a esagerare con gli acidi fino a perdere ogni cognizione di realtà.

Questo è l'altro Roger del gruppo, che di cognome faceva Barrett e che da tutti era chiamato Syd. Il ragazzo carismatico e geniale che in capo a pochi mesi aveva preso le distanze dal mondo senza che ci fosse modo di farlo continuare a suonare e cantare in maniera decente. In quel frangente Waters si era preso le palle in mano e aveva capito che doveva fare l'impossibile per tenere le redini di un progetto che sentiva destinato a enormi traguardi, non potendo fare affidamento sui caratteri meno reattivi dei compagni Nick Mason e Richard Wright, rispettivamente batterista e tastierista.

Roger invece suona il basso, è autodidatta ed è contento di esserlo, suona esattamente con lo stesso spirito di coloro che nel 1976 irromperanno sulle scene: supplisce con le idee lì dove non arriva con la tecnica e se ne frega di essere un virtuoso, lui quel basso lo fa urlare con la sola forza delle sue grandi mani.

In capo a poche settimane a Syd Barrett viene dato il benservito, al suo posto l'amico David Gilmour, che paradossalmente gli aveva insegnato i primi rudimenti alla chitarra. Gilmour suona divinamente, con uno stile assai personale, canta con voce fatata ed è anche attraente, cosa sempre utile quando si opera nel mondo del pop. Ma il regista dei Pink Floyd resta Roger Waters che con la sua cocciutaggine e certi modi dittatoriali che sempre più si fanno vivi (atti solo a spronare i suoi più placidi compagni, non certo a vessarli, almeno per ora) si prende la briga di offrire la sua visione quando si tratta di mettere in cantiere i nuovi album affinché siano sempre originali. Ad esempio, sua è l'idea di incidere un doppio come “Ummagumma”, con un disco registrato dal vivo e l'altro contenente quattro sezioni distinte a cura dei singoli componenti.

In concerto poi è il più appariscente, canta, urla, emette suoni incredibili con la bocca, spesso molla il basso e violenta i piatti della batteria durante i momenti di improvvisazione. Lo si può vedere a Pompei, col sole infuocato dietro alle spalle a dare mazzate violente al gong, appassionato, rabbioso, in un tutt'uno con il delirio e la potenza della musica.

Col tempo Waters scopre anche di essere particolarmente portato nella scrittura dei testi, che dalle visioni psichedeliche degli esordi si spostano a esplorare con attenzione l'animo umano, l'empatia tra le persone, il loro ruolo all'interno della società, l'alienazione, la follia e la mancanza di comunicazione. Dotato di uno stile poetico che con poche frasi comunica immediatamente ciò che deve, Roger scrive i testi accompagnandoli con sue musiche, diventando in breve il compositore più prolifico in seno alla band.

Da questo momento saranno molte le perle composte da Waters che da “The Dark Side Of The Moon” in avanti diventa ufficialmente il leader della band. Tale picco in termini artistici e commerciali è anche il punto di non ritorno di un'armonia da sempre traballante all'interno dei Pink Floyd, fatta di cose dette e non dette, nonché di invidie. Visto che come bassista è sporco e impreciso, ci pensa Gilmour a eseguire le sue parti in studio. Anche alla voce, rispetto ai melodiosi chitarrista e tastierista, Waters pare sgraziato, imperfetto, cosa che dà adito a critiche quando si tratta di interpretare le sue canzoni. Questo fa montare in lui la rabbia, nonostante tutto quello che ha portato in seno al gruppo decretandone il successo stellare, si sente poco compreso dai suoi compagni e così facendo diventa ancora più cinico, scostante e dittatoriale.

Orfano di guerra, con un padre morto quando aveva appena cinque mesi, figlio di una madre schierata ardentemente col partito laburista inglese, frequentatrice di cortei e di personaggi che rappresentavano il fior fiore della politica e della cultura dell'epoca, Roger Waters sente che le sue idee musicali, sociali e politiche crescono e diventano mature e dirompenti, mentre Wright, Mason e Gilmour pensano solo a sperperare i guadagni senza porsi problemi. Tutto questo mentre lui li ha coinvolti nel concept sulla non-comunicazione di “Wish You Were Here” e ha diviso gli esseri umani in cani, maiali e pecore in “Animals”, un album violento, abrasivo, che addirittura porterà a definire la band Punk Floyd (ecco che tutto torna).

Gli altri però non provano il suo ardore e questo farà maturare una rabbia accesa, specie nei confronti di Richard Wright, che verrà licenziato per la sua scarsa produttività. Mason è uno che non cerca lo scontro e Gilmour prova a rimanere a galla dando il suo apporto musicale e facendo ottimi passi avanti come compositore nel momento in cui viene pubblicato “The Wall”, calderone di tutte le migliori idee floydiane e allo stesso tempo delirio paranoico da parte di un Waters in crisi matrimoniale che si sente sempre più schiacciato dai meccanismi dello show business, esattamente ciò che aveva spinto l'amico Syd a sprangarsi in un angolo del suo cervello e a buttare la chiave.

Da qui non c'è ritorno, i Pink Floyd rinnovano il loro successo ma la macchina si ingrippa definitivamente. Resta lo spazio per uno splendido post scriptum come “The Final Cut” che vede Waters scolpire la parola fine nella lapide del gruppo. Ma Gilmour non ci sta, se Roger pensa di avere detto tutto sono fatti suoi, se ne vada e i Pink Floyd continuino a suonare con nuovi musicisti.
Così sarà, Waters perderà la causa per il nome e gli altri tre, alleggeriti della figura ingombrante-angosciante del bassista, daranno alle stampe due dischi fatti di molto fumo e poco arrosto, con la mancanza del fuoco watersiano che si avverte in ogni nota.

Fattosi una ragione della disfatta Roger si dedicherà a una carriera solista fatta di pochi (ma prestigiosi) album e molti concerti nei quali riproporrà le pagine della band alle quali ha maggiormente contribuito, ovvero quelle di più ampio successo. Nel contempo, il suo fervore politico prenderà sempre più piede. Anti-capitalista e fiero uomo di sinistra, detesta tutto ciò che è sopraffazione, egoismo e sete di potere. Celebri le sue invettive (amplificate nei concerti da immensi slogan luminosi) contro Bush, Trump, Biden, Margaret Thatcher e il suo intervento nelle Isole Falkland. Ha espresso il suo dissenso verso la barriera di separazione israeliana, ha dato il suo supporto alla Marcia per la libertà di Gaza e alla causa palestinese (con reattive accuse di antisemitismo, infuocate dal suo indossare una sorta di divisa nazista durante la rappresentazione live di “The Wall”) e ha cercato di stimolare le comunicazioni tra Russia e Ucraina, cosa che lo ha reso oggetto di critiche avvelenate da parte di Polly Samson, coniuge di David Gilmour, particolarmente sensibile alla tragedia ucraina visto che la nuora Jana Pedan, moglie del figlio adottivo Charlie, è originaria proprio di quei luoghi.

Ma Waters se ne fotte delle critiche di chiunque, perpetua con le sue battaglie con tenacia e coraggio, convinto fino al midollo che solo il dialogo possa portare gli uomini a compiere un gradino in più verso la pacifica convivenza.

Ce la farà? È nel giusto? Sbaglia? Ognuno potrà farsi la sua idea, a lui sicuramente le idee non mancano, sono molte e sono frutto di uno spirito critico sempre acceso. A 80 anni appena compiuti ha addirittura la faccia tosta di uscire con una versione nuova di zecca di “The Dark Side Of The Moon” rivisto secondo i suoi canoni e le sue prospettive, musicali e non. A dimostrazione del suo essere più che mai agguerrito da tutti i punti di vista e tutt'altro che propenso ad arrendersi all'età e alle ingiustizie.
Se non è punk Roger, ditemi chi dovrebbe esserlo.

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31/12/2022

Capisaldi 2022

È indiscutibilmente difficile fare il punto sull'anno che si conclude.

Nel 2022 la realtà ha più che doppiato qualsiasi fantasia: crisi sistemica del modello capitalista, crisi climatica, crisi pandemica cui ha fatto eco quella sociale accentuata dalla guerra in Ucraina.

Rammentando che al peggio non c'è mai fine vengono i sudori freddi...

Complesso, quindi, fare previsioni per il 2023 che non siano fosche, non fosse altro per gli spettri di guerra a tutto campo – compresa quella nucleare – che in Occidente vengono sventolati dai media come si trattasse di gagliardetti in una partita di calcio.

È evidente che i tempi attuali non vivono una banale sommatoria di emergenze, ma una complessiva crisi di civiltà. Il problema è che il senso comune è lontano dal prenderne compiutamente atto, mentre il tempo stringe.

Su questo versante il mondo dell'arte e della cultura – che, seppur di sistema, nei decenni passati ha rappresentato un antidoto al sonno della ragione – ha mostrato un allineamento agli interessi dominanti sfacciato, disgustoso e con sempre meno eccezioni.

Con queste premesse era arduo trovare appagamento nelle novità e infatti anche gli ascolti del 2022 sono stati prevalentemente all'insegna dell'antologia.

Fanno eccezione:

- i Fontaines D.C. autori di un trittico entusiasmante pubblicato tra 2019 e 2022;

- i Voivod usciti con l'ennesimo disco più che lusinghiero in una carriera 40ennale e soprattutto protagonisti di un concerto memorabile in quel di Genova;

- e sulla scia dei canadesi gli E-Force di Eric Forrest, frontman dei medesimi Voivod a metà anni '90, nel periodo industrial del gruppo.

Per il resto ho recuperato:

- Ummagumma e More dei Pink Floyd, che senza una valida ragione ho sempre considerato album minori e quindi di scarso interesse. Manco a dirlo mi sono dovuto ricredere, non fosse altro perchè questi sono gli ennesimi dischi che danno corpo alla tesi per cui il periodo artisticamente più fecondo per la musica pop sia stato quello degli anni '60;

- il debutto dei Dillinger Escape Plan, una pietra miliare di un genere che fondamentalmente detesto, probabilmente perchè ha esaurito tutto quello che poteva dire con questo Calculating Infinity;

- i Gun Club di Fire of Love in particolare, che a mio modesto avviso è quello che i Rolling Stones sarebbero dovuti diventare dopo il 1972 senza riuscirvi;

- i Red Temple Spirits, scoperti in questi ultimi giorni con un album monumentale, uno dei pochi che, terminato l'ascolto, lascia la sensazione netta di qualcosa di senza tempo al pari di pochissime altre opere come l'esordio dei Velvet Undergorund;

- gli Who, finalmente ascoltati oltre la dimensione dei singoli. Mi ha particolarmente colpito Quadrophenia, mentre mi ha lasciato più tiepido del previsto Tommy, abbastanza inutile discettare su Who's Next per evidenti meriti oggettivi;

- i Rolling Stones, ascoltati in rigoroso ordine enciclopedico dagli esordi a metà anni '70. Memorabili in ordine di gradimento: Aftermath, Beggars Banquet e Sticky Finges;

- i Beatles, gruppo dell'anno e la chiudo qui, perchè non so come rendere lo stupore reiteratamente vissuto ascoltando i dischi pubblicati nella seconda metà dei '60.
A pensare che questi tipi tra il 1965 e il 1969 hanno infilato Help, Rubber Soul, Revolver, Sgt. Pepper's, il White Album ed Abbey Road fa venire le vertigini e da la misura del perchè, a 60 anni di distanza, un'epoca così densa di arte pop sia assurta a mito intergenerazionale, con una punta di rammarico per non averla potuta nemmeno sfiorare.

03/04/2020

Narrazione distopica sull’attuale pandemia: una proiezione astratta di variabili socio-politiche


Inoffensivo passi il tuo tempo nella prateria,
appena consapevole di un certo disagio presente nell’aria
Farai meglio a stare attento: potrebbero esserci cani intorno
Ho guardato oltre il fiume Giordano e ho visto
Le cose non sono quello che sembrano

Cosa ci guadagni a far finta che non ci sia un vero pericolo
Docile e obbediente segui il capo
Giù per i corridoi molto frequentati, nella valle d’acciaio
Che sorpresa! Uno sguardo scioccato nei tuoi occhi
Ora le cose sono proprio quello che sembrano.
No, questo non è un brutto sogno
Il signore è il mio pastore
Non chiederò niente
Mi fa sdraiare in prati verdi
Mi conduce lungo acque silenti
Con coltelli lucenti egli libera la mia anima
Mi fa penzolare a ganci nei luoghi più alti
Mi trasforma in cotolette d’agnello
Eccolo, è molto potente e molto affamato
Quando viene il giorno, noi umilmente
In quieta riflessione e grande dedizione
Proviamo l’arte del karate
Ecco, noi risorgeremo e faremo piangere i maledetti.

Belando e balbettando l’ho preso per il collo con un grido
Onda sopra onda di furia vendicativa
Cammina allegramente fuori dall’oscurità del sogno

Hai sentito la notizia?
I cani sono morti
È meglio che tu stia a casa a fare quello che ti è stato detto
Togliti dalla strada se vuoi diventare vecchio

“Sheeps”, Animals, Pink Floyd (1977)

Inizialmente si pensava fosse un virus, un virus debellabile.

La percezione di tutto ciò era ben scritta nella presunzione secolarizzata e canonizzata dietro al dogma dell’infallibilità della scienza, nell’uomo attuale, nei figli della modernità insomma.

L’epidemia sarebbe stata controllata, risolta. Bastava avere fiducia, portare pazienza. In effetti, in un primo momento venne tamponata, sebbene tra scelte infelici. Il settore sanitario di intere nazioni, Italia compresa, stremato, in ginocchio già davanti al primo squillo. Le leggi del neoliberismo avevano imposto d’altronde tagli e sacrifici negli anni precedenti. Ma delle risposte di carattere da parte della popolazione ci furono, vuoi i caroselli fuori dalla finestra durante la quarantena, vuoi i legami che si istituirono nel virtuale, tra le varie sacche di disperazione individuale, tra monadi ed universi interiori l’uno separato dall’altro, che il virtuale appunto seppe mettere in relazione; a dimostrazione però per via negativa, a testimonianza di come l’ordine fondamentale, la dimensione autentica del vivere nella specie, etica ed ontologia della felicità, fosse la fisicità delle relazioni sociali.

Si chiesero sforzi economici alla popolazione, impoverita ormai in maniera dilagante a causa del rallentamento netto del sistema produttivo. Si fecero infine, come dicevamo sopra delle scelte spudoratamente infelici. Scelte che esprimevano dei conflitti sotterranei di ordine socio-economico. Come viene narrato nei Promessi Sposi del Manzoni, la Peste, il male aveva trovato di nuovo nascita, espansione ed impatto assordante nel Nord dell’Italia, nella regione Lombardia, lo stesso cuore pulsante dell’economia italiana, Milano, la vera capitale d’Italia, ferita proprio sul terreno della propria grandezza.

Che sia o meno una maledizione del destino, la Peste colpì dove si sperimentò con acume una contraddizione di carattere “biopolitico”: il capitale vuole lavoro, lavoro “vivo”, questa volta si chiese esplicitamente di lavorare per ammalarsi, magari per morire. Una scelta folle sul piano della razionalità sociale.

Nonostante tutto, la generosità collettiva teneva in un primo momento, serpeggiava l’ottimismo, si pensava che tutto alla fine “sarebbe andato bene”. La questione però si fece poi più complessa. Il consueto ottimismo positivo e scientifico si fece più traballante: senza vaccino l’epidemia non si contrastava con efficacia ed i tempi con i quali “inventare”, scoprire questo vaccino diventarono sempre più lunghi. L’epidemia nel frattempo tornò a colpire come fu per la spagnola, per strattoni, si fece sempre più endemica, il virus man mano si rinforzava e la situazione divenne davvero disperatamente emergenziale.

Le variabili in campo, ce ne accorgemmo ben presto erano numerose e non era facile avere le idee chiare, sia nella teoria che nella pratica. Si brancolava letteralmente nel buio. In politica, a sinistra per esempio in Italia si contava l’ennesimo partito della concertazione sociale, il Pd, un’anima più “progressista” nei 5 stelle ed infine una costellazione sterminata sia di piccoli partiti, sia di nicchie più o meno strutturate, nei loro rispettivi territori, di esperienze tardo antagoniste. Il fronte, ovviamente non andava d’accordo da tempo.

Nelle contingenze e nella velocità di quei fatti, l’avamposto del fronte venne ad essere occupato dal “grillismo progressista”, ma la cosa partorì da subito legittime tensioni lungo questa fragile, sottile e fantomatica linea gotica. Inizialmente il consenso verso il leader Conte era alto, quasi unanime. Come lo fu pure per Mussolini, d’altronde. Perché Conte si dimostrò incapace di risolvere e snodare una contraddizione decisiva, come avrebbero sostenuto alcuni teorici post marxisti: la contraddizione economica, che però andava assumendo, stavolta, una conformazione differente.

Come scritto sopra, il capitalismo classico esigeva lavoro vivo: mirava alla sopravvivenza del lavoratore, si pensi appunto a quello che Marx definì come salario di sussistenza, il padre di tutti i salari. Ma in questa fase così cruciale gli operai continuarono a lavorare facendo da detonatore al grande male, gettando benzina sul fuoco, alimentando sempre più nuovi focolai. Il feticcio ideologico della produttività esacerbò lo stato delle cose e la mossa folle, da parte degli industriali, di esporre una linea dell’esercito industriale al fuoco del contagio, convinti di sostituire poi, come carta di riserva biologicamente immacolata, con la sterminata massa di immiseriti, con coloro che trascorrevano le loro giornate chiusi tra plumbee mura, si rivelò determinante.

Il sistema sociale presentava palesi difficoltà di tenuta, capitalismo ed industrialismo potevano benissimo salire sul banco degli imputati di questa tragedia, come sospetti principali, forse come cagione principale e diretta dello stesso male; eppure si sforzarono, tentarono un ultimo canto del cigno, canto che potremmo dire di Sirena anche, data la letalità delle loro azioni. Ecco la contraddizione che un Conte qualsiasi dovette gestire: un piano di consapevolezza su un capitalismo moribondo e comatoso, in perfetta antitesi con la volontà degli “industriali” di non cedere il passo sul palcoscenico della storia. Ma ogni contraddizione premeva a catena su un’altra in quei giorni bui: il vaccino tardava ad arrivare e per questo vennero ratificate con maggiore stabilità “misure straordinarie”.

L’esercito da trovarsi nella strade “per caso”, venne mantenuto sulle medesime strade si, ma con scopi ben differenti stavolta. Pensiamo all’esempio dei tamponi. Nella fase iniziale era doveroso cercare di uscire dalla opacità della situazione: non si capiva chi fosse positivo, chi fosse negativo. Questa ricerca se solo si fosse accompagnata a maggiori approfondimenti, se si fossero cercati anticorpi, pensati, presuntivamente inesistenti ma “chi può dirlo”, presso delle eccezioni, con esami di sangue a plasma magari, avrebbe attestato una maggiore precisione metodologica, una maggiore fedeltà ad un metodo scientifico efficace. Il famoso paradosso di Hume sui cigni neri ed i cigni bianchi avrebbe dovuto fare da monito: non si può sostenere che tutti i cigni siano bianchi fino a quando non si sarà dimostrata l’inesistenza anche di un solo cigno nero.

Ebbene, i tamponi vennero impiegati solo per distinguere e sceverare biologicamente la popolazione, portando una distinzione di superficie tra i positivi ed i negativi. Arrivammo così ad un principio di schedatura biologica di massa, che si innestò sulle precedenti differenziazioni di classe. I negativi chiusi in casa, controllati da esercito e polizia e pronti ad essere scaraventati sul fronte del lavoro in caso di insufficienze numeriche nei già impiegati; i positivi ammassati in sorta di Lager, almeno “fino a data da destinarsi”, fino a che non si fosse scoperto un vaccino, lontani dal mondo, in lager di prima classe per positivi ricchi ed in lager miserabili per poveracci. Non tardarono le ribellioni e le prime insurrezioni partirono dalle istituzioni totali: lager per positivi e carceri.

Più tardava l’arrivo del vaccino, più il clima si faceva instabile. Alcuni negativi presi nella panacea del loro reddito di povertà, la maggior parte cioè, inizialmente stettero a guardare e nemmeno poco spaventati da questa “degenerazione”. Nelle stanze però della politica più “avanguardista” non si tardò a capire come nello snodo tra positivi e negativi corresse un senso profondo e cruciale del nuovo conflitto sociale. Da qui in poi il conflitto infatti si generalizzò. In questo momento, in questo scorcio fulmineo di storia Confindustria capitalizzò la circostanza, fece la voce grossa e calò il proprio golpe, realizzando un fascismo nuovo, non ideologico ma tecnico, ovvero prettamente declinato sul dovere di sottostare alle scelte mirate alla sopravvivenza del tessuto economico.

Il vaccino venne infine trovato, ma era ormai troppo tardi. L’economia era completamente depauperizzata e si chiesero nuovi, infiniti sforzi economici alla popolazione. Per ricavare nuovi profitti, all’altezza del “paradiso appena perduto” si tornò a lavorare a condizioni ottocentesche, con sfruttamento intensivo di forza lavoro a fronte di uno sviluppo tecnologico superiore. Questo aspetto della nuova economia consegnò a disoccupazione e fame fette intere di popolazione mondiale, stremata da quello che Marx chiamava “plusvalore relativo”.

L’Italia ed il mondo divennero polveriere, autentiche pentole ad ebollizione. Il conflitto sociale e la “delinquenza” raggiunsero livelli inauditi, gli anni ’70 italiani al confronto impallidivano. Si entrò così in una fase della storia da “tutto o niente”: si cambia adesso o si muore presto; il Capitalismo aveva rivelato orwellianamente il proprio volto reale e le alternative, ormai, non potevano essere che da “dentro o fuori”, dentro l’autodistruzione, con una piccola oligarchia ben scortata militarmente che spremeva fino alla morte le masse sterminate o finalmente, verso una società nuova ed illuminata dalla ragione.

Fonte

14/05/2017

Andrea Scanzi intervista Roger Waters: “Se ci sarà posto per me nella storia? Non me ne frega niente. Trump? Un ‘nincompoop'”

New York

Intervistare Dio non è facile. E Roger Waters, un po’, Dio si è sempre sentito. In Animals rileggeva il Salmo 23 tramutando l’Onnipotente in un Signore spietato col suo gregge (cioè noi). In Amused To Death asseriva che Dio voleva i massacri e la jihad. Anche nel nuovo disco si immagina di essere Dio. Un Dio che non riuscirebbe a essere drone, perché commosso dalle morti che provocherebbe: un Dio che, il giuncastro, proverebbe a usarlo un po’ meglio. A venticinque anni dal precedente album di inediti, il creatore di The Wall torna con Is This The Life We Really Want?, in uscita il 2 giugno per Sony Music (in Italia il primo giugno). Un disco d’altri tempi, di bellezza dolorosa e vertiginosa, con vette inaudite e l’universo watersiano di sempre: gli orologi, le bombe, i gabbiani, la guerra, il padre (qui meno del solito), i cani, la tecnologia, l’urlo (quel suo urlo), la radio, la tivù accesa, i cori. E una voce mai così profonda e definitiva. Colpiscono l’assenza di assoli e il ruolo quasi marginale delle chitarre: niente David Gilmour (pare che Waters e Goldrich volessero coinvolgerlo con due assoli, ma poi non se ne sia fatto di nulla). Niente Eric Clapton, presente nel primo disco solista. Niente Jeff Beck, semplicemente monumentale in Amused To Death. E niente Snowy White, che lo accompagnava già nel tour di Animals. E’ un disco nato con Nigel Godrich, storico produttore dei Radiohead e non solo. L’effetto finale ricorda quello tra Johnny Cash e Rick Rubin per il ciclo sublime delle American Recordings.

Waters detesta le interviste. Da sempre. Il Fatto Quotidiano è l’unica testata italiana ammessa al suo cospetto, addirittura col permesso di riprendere venti minuti (dei circa trenta complessivi) con due telecamere: la trovate qui. Waters colleziona spigoli, dentro la sua testa c’è una galassia infinita di cicatrici che hanno generato la meraviglia immortale dei Pink Floyd. Durante l’intervista gli capita di incupirsi e irrigidirsi. E’ come se, di continuo, i suoi occhi fossero attraversati da nubi foschissime. Che percepisce solo lui, poiché palesemente ipersenziente. Non a caso Nick Mason disse: “Quando Roger lasciò i Pink Floyd, ci sentimmo come l’Unione Sovietica dopo la morte di Stalin”. Ci sono argomenti che detesta toccare (il passato coi Pink Floyd, il rapporto con Gilmour) e altri di cui parlerebbe per ore (il padre, il presente). Intervistarlo è come stare sul ring e sperare che il campione che hai davanti, prima o poi, lasci sguarnita la difesa. Devi fare breccia e non è facile. A un certo punto accade. A metà intervista pare rasserenato, per quanto uno come lui possa esserlo. Sorride, addirittura. E poi torna corrucciato. Dio è così: non fa sconti. Vede doppie apocalissi ed è sopravvissuto a fatica allo sbarco di Anzio. Il lunatico è ancora nell’erba, il diamante è sempre pazzo. Ma risplende ancora. Cronaca di un incontro ravvicinato a New York con un genio inaudito.

Nel nuovo disco, così come in Animals, l’amore non è evasione ma catarsi e salvezza. Nelle sue opere c’è un’alternanza brutale tra “l’amore che giorno dopo giorno invecchia come la pelle di un moribondo”, come cantava in The Wall, e l’amore che assurge a unico “rifugio dai porci volanti”.
Per me è indubbiamente così. Se abbiamo la fortuna di vivere l’amore per una donna, un amore romantico ma anche di altri tipi, esso ha un effetto trascendentale su tutti gli aspetti dalla nostra vita. Nell’ambito di una relazione con una donna o un uomo, apriamo delle parti di noi che aumentano le nostre possibilità di essere empatici verso gli esseri umani in generale. Questo ci dà la possibilità di esprimere le nostre energie per entrare in empatia con gli altri e aiutarli, anziché entrare in conflitto con loro. E’ importantissimo per ognuno di noi, ma potenzialmente anche per il pianeta che stiamo distruggendo. Dobbiamo usare le nostre energie per capire come rendere sostenibile la vita per tutti e non solo per quei pochi come Trump, che sono potenti e ricchi, ma anche pazzi e disturbati in modo preoccupante.

Ha detto che, in origine, Is This The Life We Really Want? nasce come radiogramma.
Il primo brano l’ho scritto durante l’ultimo tour di The Wall (2010-2013). Si intitola Déjà vu, ma all’inizio si chiamava If I Had Been God (Se fossi stato Dio). Ho poi scritto un radiodramma, in cui un vecchio irlandese porta il nipote in un giro del mondo immaginario per trovare risposta ad alcune domande fondamentali che il nipote si faceva. Ad esempio: “Perché vengono uccisi i bambini?”. L’ho proposto a Nigel Godrich e da lì siamo partiti.

A quel punto il disco, come ha raccontato a Jon Pareles, ha preso un’altra piega.
Il radiogramma è rimasto solo all’inizio e alla fine. Lo definirei un viaggio che parla della natura trascendentale dell’amore. Di come l’amore ci può aiutare a passare dalle nostre attuali difficoltà a un mondo in cui tutti possiamo vivere un po’ meglio.

C’è l’amore, ma c’è anche una ricognizione impietosa dell’umanità. Che sembra essere persino più incarognita di quanto già non lo fosse in The Final Cut e Amused to death.
Lei dice che siamo messi peggio di prima? Ha avuto questa impressione?

L’ho avuta ascoltando il disco. E più in generale vivendo questo presente.
Forse per certi aspetti sì, non abbiamo fatto grandi passi avanti per migliorare le cose. Siamo ancora legati all’idea che possiamo raggiungere lo scopo solo con la guerra. È stato evidente negli ultimi 25 anni, e forse già alla fine della seconda guerra mondiale, che nessuna guerra ha mai portato risultati. Eppure, per noi, è difficile accettare questa idea. Quando dico “noi”, in verità non intendo noi, perché la gente l’ha capito. Per esempio. Il 14 febbraio 2003, 20 milioni di persone in tutto il mondo sono scese in piazza a manifestare per cercare di convincere i nostri governi, in particolare il governo britannico e statunitense, a non invadere l’Iraq. Ma a quanto pare la lezione non è stata imparata.

Definisce Trump “nincompoop”: un “citrullo”.
Lo chiamo “nincompoop” a ragion veduta, perché il termine deriva dal latino “non compos mentis”, cioè incapace di intendere e di volere. Una definizione che gli si addice.

In The Fletcher Memorial Home (1983) immaginava la creazione di una casa di riposo per ex dittatori e statisti abietti, perfetta per Reagan, “Maggie” Thatcher, il fantasma di McCarthy e i ricordi di Nixon. Trump ci starebbe bene.
Oh, molto bene. Sono certo che starebbe benissimo lì.

Dal precedente album di inediti sono passati 25 anni. Un po’ tanti.
Mi sa che non ho sentito lo sparo iniziale.

Si chiede mai se ci sarà posto per Roger Waters nella storia?
Non me ne frega niente.

Amused to death era un capolavoro, eppure non ha avuto il successo che meritava. Le pesa il fatto di essere anzitutto un “ex Pink Floyd” e poi Roger Waters?
Mi pesa? Aver fatto parte di un gruppo pop chiamato Pink Floyd non ha importanza, anche se mi dà una certa possibilità di esprimermi. Se non avessi fatto parte di una band così famosa, forse ci sarebbe meno interesse per ciò che faccio ora. Ma non mi importa delle etichette o del passato. Quello che faccio arriva alla gente oppure no: la gente capisce, apprezza le canzoni, ascolta questo disco oppure no. Preferirei che la gente lo ascoltasse. Sto ricevendo ottimi riscontri e ne sono felice. Nigel ha fatto un ottimo lavoro come produttore, penso che sia proprio un bel disco. Dice molte delle cose in cui credo.

A partire dalla canzone che dà il titolo al disco.
La poesia “Is This The Life We Really Want?” l’ho scritta 9 anni fa, nel 2008, e l’ho tirata fuori per trovare delle idee durante la realizzazione di quest’album. Erano versi destinati a rimanere un lungo sfogo scritto. Dentro c’è anche un monologo: è quasi rap. E’ poesia, non è nata come testo di una canzone. È una dissertazione. Ed è bello che sia poi finita sul disco.

La mano di Godrich, lì, si sente moltissimo.
È interessante che per quel brano sia nata prima la musica del testo. Ci ho messo tanto tempo, perché è molto difficile per me legare un testo a una musica preesistente. Su insistenza di Nigel, mi sono seduto in una stanza con gli altri musicisti, mi hanno dato un basso e poi: “OK, registriamo, chi ha scritto gli accordi? Pronti? Via!”. Joey ci ha dato il tempo e quella è l’unica take: l’unica take di noi quattro che suoniamo insieme. Ho suonato il basso su quella canzone solo una volta. Inizialmente ero reticente e poco convinto, ma Nigel ha molto insistito e ne sono felice. E’ venuta proprio bene: è proprio bella! Poi ho dovuto decidere il tema della canzone ed è stato lì che ho pensato: “Aspetta! C’è una vecchia poesia che forse potrei usare”. A questa poesia tengo molto. Ci tenevo nel 2008 e ci tengo oggi. Ed è così che il brano è nato.

Ha detto al New York Times che la cosa più difficile della lavorazione del disco è stato tenere la bocca chiusa quando Godrich dava indicazioni su cosa fare.
Quando ero in studio e magari Nigel lavorava con gli altri musicisti, facevo fatica a trattenermi. Non perché dicesse cose sbagliate, ma la tentazione di intromettermi era fortissima. Ho cercato di non farlo. Nigel ha tolto anche una canzone, e mi è spiaciuto molto. (Waters ha detto di avere già il materiale per un nuovo disco, che è intenzionato a incidere in tempi relativamente brevi, NdA)

Prima parlava del suo essere bassista. E’ vero che fu Eric Clapton, dopo l’uscita dai Pink Floyd, a convincerla di essere un buon musicista?
(stupito) Sì. Durante la realizzazione di The Pros and Cons of Hitch Hiking (1984) ero lì che dicevo: “Oh, non so suonare”. Eric mi disse: “Sciocchezze! Sei un grande musicista”. La cosa mi sorprese e fu anche di incoraggiamento, perché non mi ero mai visto come un musicista. Ma ora sì. So che ho il mio stile come bassista, uno stile a tratti stravagante, ma so che me la cavo. So suonare.

Bob Ezrin ha detto: “Roger è un grande artista, un ossessivo totale e il sogno di ogni psichiatra”. Oggi i suoi dischi non sono certo più sereni. Lei lo è?
Sì. Se si parla di quando abbiamo fatto insieme The Wall, sono decisamente più felice rispetto ad allora. Ora comprendo molte più cose. Sono diventato meno narcisistico, meno concentrato su me stesso e meno autobiografico. E mi interesso di più ai muri in generale, al modo in cui trattiamo gli altri. Comunque non vedo Bob (Ezrin) da 20 anni, è passato tanto tempo.

Una volta un veterano le ha detto: “Tuo padre sarebbe fiero di te”.
(commosso) Era verso la metà dell’ultimo tour di The Wall. Venne da me un signore anziano, mi tese la mano, mi guardò negli occhi e mi disse: “Tuo padre sarebbe fiero di te”. Fu un momento molto toccante. Mi fece capire che anche a distanza di anni, perché mio padre era morto da 70 anni o giù di lì, riuscivo ancora ad emozionarmi per il mio rapporto con lui.

Suo padre Eric Fletcher Waters, caduto il 18 febbraio 1944 a pochi chilometri da Anzio, c’è in ogni sua opera. Lo citava già in Free Four, ed era il 1972. Quando è morto, lei aveva cinque mesi.
Ho sempre pensato di dover essere alla sua altezza. Era un uomo coraggioso, non solo perché era obiettore di coscienza nel 1939 e si rifiutò di arruolarsi nell’esercito. Poi cambiò idea quando capì che il suo credo politico prevaleva sulla sua fede cristiana e decise che doveva combattere contro i nazisti durante la seconda guerra mondiale. È stata una figura eroica del mio passato e significa ancora tantissimo per me, il ricordo che ho di lui. Sì, è stato molto importante.

Syd Barrett e Richard Wright. Di uno hai sempre parlato con affetto e rimpianto, con Wright ci sono stati anche molti scontri. Che ricordo ha di loro?
Ovviamente ricordo molto bene tutti e due. C’erano delle tensioni, ma non con Syd. Non ce ne sono mai state: lui è andato fuori di testa, tutto qui. Rick e io avevamo delle divergenze quando era ancora nel gruppo, però abbiamo anche fatto della gran bella musica insieme. L’ho sempre rispettato come musicista. Non saprei cos’altro dire. Abbiamo vissuto un periodo brevissimo.

Mica tanto. Con Wright ha lavorato quasi vent’anni.
Cosa sono vent’anni? È un attimo che fugge. Anche i 75.000 anni che siamo su questa Terra non sono niente. La via scorre via veloce e a volte, se potessi tornare indietro, agiresti diversamente rispetto a come hai fatto. Ma non si può chiedere a chi è morto se avrebbe preferito agire diversamente o se avrebbe cambiato qualcosa della sua vita. Il mondo delle relazioni umane, e delle credenze filosofiche o politiche di una persona, è così complesso e difficile. Ci sono tantissime scelte che facciamo ogni giorno. Siamo destinati a sbagliare: tutti facciamo errori, errare è umano. Non saprei davvero cos’altro dire su Syd o Rick.

Con i Pink Floyd avete dilatato l’idea di canzone. Sempre al New York Times lei ha dato una risposta bizzarra, in merito.
Noi iniziavamo, io guardavo Rick (Wright), lui guardava Dave (Gilmour): “Qualcuno sa un altro accordo?”. “No!”. Così suonavamo un do minore per mezz’ora... Scherzavo, ovviamente.

Il suo rapporto coi live è mutato radicalmente. Nel ’77 sputò in faccia a un cretino che voleva arrampicarsi sul palco durante un concerto a Montreal e da quell’episodio, che la traumatizzò, nacque The Wall. Durante i suoi primi concerti solisti negli Anni Ottanta, i Pink Floyd riempivano gli stadi e lei no. Così, fino alla fine dei Novanta, si è fermato. Ora invece non fa che suonare dal vivo.
Non avevo più fatto nulla dopo Radio K.A.O.S. (1987). Qualche anno dopo, Don Henley mi chiese di partecipare a un concerto di beneficenza per il suo progetto Walden Woods a Los Angeles. Accettai. Così feci 2-3 canzoni con la sua band. Quando salii sul palco e partii con la prima canzone, non ricordo quale, sentii una grande ondata di calore proveniente dal pubblico che applaudiva. Percepii che le persone provavano una specie di amore per me. Dopo aver fatto una manciata di canzoni quella sera, Chris Wright della Chrysalis Records mi disse: “Non mi ero mai reso conto che fossi un performer!”. Io gli risposi: “Certo che lo sono!” Poi scesi dal palco e pensai: “Mi è proprio piaciuto!”. Ero molto rilassato. Pensai che mi piaceva il rapporto che avevo con il pubblico quella sera. Tutto questo mi fece pensare che un giorno sarei tornato on the road e mi sarei cimentato di nuovo in quest’esperienza. Lo feci con In The Flesh, nel 1999. Pensai che era andata bene e che avrei provato a fare qualcosa di diverso ogni volta sul palco. Ed eccoci qui.

Le leggo una recensione che ha fatto di lei una persona che la conosce bene: “Un uomo come lui si arrende solo quando muore”. Sa chi l’ha detto?
No.

David Gilmour.
(allibito e facendo una faccia tipo De Niro “Stai parlando con me?” in Taxi Driver) Che cosa ha detto Dave?

Che un uomo come lei si arrende solo quando muore.
(poco convinto). Ha detto così?

Sì. Non ne sembra molto felice.
Ah, beh. Okay. Perché no?

E’ una bella recensione, no?
(sorridendo) Non mi interessa, non è una cosa che mi appassiona. Io e Dave siamo stati in un gruppo per 20 anni, e ora non ne facciamo più parte. Non lo vedo mai e non abbiamo rapporti. Se ha detto così, va bene. Non so perché abbia detto così, non so perché la cosa dovrebbe risultare interessante.

Forse perché siete due dei musicisti più amati nel mondo.
Okay, va bene! Ma ci sono così tante cose che mi appassionano adesso, che quella frase suona oggi un po’ irrilevante per me. Questo è un bel disco, non vedo l’ora di fare questi concerti. Il lavoro necessario per allestire il tour “Us + Them” (partenza il 26 maggio da Kansas City. La scaletta proporrà 4 brani dal nuovo disco e poi pezzi tratti da Dark Side Of The Moon, Animals e The Wall. Probabili date italiane nel 2018 e 2019, NdA) è enorme. È impossibile farlo nel tempo a disposizione. Ma lo stiamo facendo. Questo mi piace: mi piace essere sotto pressione. È sempre stato così. Era impossibile mettere in piedi gli show di The Wall quando ero nei Pink Floyd. Non si poteva fare, ma ce l’abbiamo fatta. Mi piacciono le sfide e forse Dave si riferiva a questo: “Si arrende solo quando muore”. Mi piace avere qualcosa da fare, non mi piace stare con le mani in mano. Inoltre mi piace esprimere sentimenti. La mia ragione di vita è avere un problema da risolvere. È questo che mi fa venire voglia di alzarmi ogni mattina, bere due caffè e dire: “Forza! Dai, alla carica!”. Mi piace lavorare e sono felicissimo di essere ancora in forma, forte e in salute per continuare con il mio lavoro. Se Dave intendeva dire che continuerò a farlo finché muoio, probabilmente ha ragione. Sì, probabilmente andrà così.

(Grazie a Sony, Claudia Benetello, Maria Galetta, Jon Pareles e Giovanni Rossi)

21/10/2016

“C’è bisogno di socialismo. È una buona cosa”. Intervista a Roger Waters


Intervistare Roger Waters può essere una corsa sfrenata. Se una domanda gli piace, è felice di pontificare a lungo, ma se lo annoi con domande trite e ritrite, svicola e (lui che è capace di risposte del tipo: “se non mangi la carne, non avrai il budino”) ti liquida in pochi, terribili secondi. L’occasione per un’altra chiacchierata con il co-fondatore dei Pink Floyd è l’imminente pubblicazione – il 20 novembre – di ‘Roger Waters The Wall’, documento in CD/BluRay del recente tour di ‘The Wall’, ma inevitabilmente la politica è entrata nella discussione. La telefonata con Waters è avvenuta pochi secondi dopo che Joe Biden ha annunciato il ritiro dalla corsa per le presidenziali; sapendo dell’interesse di Roger per la scena politica, siamo partiti da questo argomento.

*****

Roger, hai sentito la notizia di Joe Biden? Ha detto che non si candiderà per la presidenza.

"Non capisco che cosa stai dicendo. Non ha senso."

Stavo solo dicendo che Joe Biden non concorrerà per le elezioni presidenziali.

"E quindi?"

Sono sorpreso. Pensavo che si sarebbe candidato.

(tre secondi di pausa) "Grazie di avermi espresso il tuo pensiero."

Va bene, allora. Parliamo di ‘The Wall’. Perché, secondo te, dopo 35 anni ancora riesce ad entrare nel cuore di così tanta gente?

"Dopo la morte del movimento di protesta, che era molto vivo tra i giovani nel corso degli anni Sessanta e Settanta, benché in qualche modo disperso nella rivoluzione della Silicon Valley, credo che adesso la gente sia pronta a confrontarsi su questioni filosofiche e politiche di ampio respiro e ‘The Wall’ ne è molto ricco. E molte di tali questioni hanno a che fare con la qualità della vita, con la vita e con la morte. Pertanto, credo che ‘The Wall’ ci consenta di focalizzare l’attenzione su una questione fondamentale, ovvero se vogliamo o non vogliamo vivere in società molto molto simili alla Germania Est prima della perestroika. Non ritorno agli anni Trenta perché dovrei entrare in problemi enormi, ma credo che la gente, pur percorrendo con i paraocchi le strade del capitalismo imperiale, cominci a capire che la legge viene erosa e che le forze armate stanno prendendo il sopravvento nel commercio e le corporazioni sui governi e che la gente non ha più voce in capitolo. In un certo senso, ‘The Wall’ pone la domanda: ‘Ti serve una voce? Se sì, devi assolutamente andare a cercarla perché nessuno te la porterà su un piatto d’argento’."

Com’è cambiato per te il significato dell’album da quando lo hai scritto?

"Ho risposto un sacco di volte a questa domanda. All’inizio, aveva una narrazione molto più personale a proposito di un uomo tra i venti e i trent’anni che non riusciva a dare un senso a quanto gli accadeva e a spiegarsi perché si sentisse isolato rispetto agli altri ed incapace di aprirsi. Tale narrazione venne fuori dalla mia esperienza di giovanissimo musicista di successo che, sul palco di fronte al pubblico, avvertivo un’estrema lontananza e fu per quello che pensai alla trovata teatrale della costruzione fisica di un muro davanti al palco che esprimesse il mio senso di alienazione.

Adesso ‘The Wall’ parla di me che, però, non avverto più quel senso di alienazione rispetto al pubblico. Il rapporto con il mio pubblico durante gli anni in cui ‘The Wall’ ha girato il mondo è stato molto intimo, vicino e gratificante per me, per cui ‘The Wall’ è diventato una riflessione comune sulle condizioni politiche in cui viviamo."

Hai fatto circa 220 repliche dello spettacolo. Hai mai pensato che il tour potesse durare così tanto?

"Non avevamo idea di quanti spettacoli avremmo fatto. Era anzitutto una grossa scommessa mettere insieme uno show di tali dimensioni, ma la gente ha risposto, ha funzionato il passaparola e di conseguenza abbiamo continuato per tre anni."

Sei tentato dal fare altre repliche di ‘The Wall’ in futuro o è finita per sempre?

"Se Israele lavora per l’uguaglianza e per la vera, concreta, genuina democrazia, senza apartheid e senza l’infezione del razzismo nella società, andrò lì a rifare ‘The Wall’. È tutto conservato e ciò che dovesse mancare lo ricostruiremmo.

Ho parlato con gli israeliani e con i palestinesi, ma soprattutto con gli israeliani, dal momento che hanno tutto il potere. Inoltre, se il muro illegale che circonda senza pietà i... sì, possiamo definirli tali... territori occupati, la Palestina... se quel muro dovesse cadere, andrò a fare ‘The Wall’. È una promessa che ho fatto un po’ di anni fa e che vale ancora."

Speri che quel giorno possa venire nel futuro prossimo?

"È interessante che tu dica questo. L’altra sera ero a letto e cambiavo canale come si fa quando cerchi una partita di Champions League; all’improvviso mi fermai e pensai: ‘Bè, questo sembra interessante. Devo guardarlo.’ Era JLTV, che sta per Jewish Life Television. Quel che suscitò la mia attenzione e mi fece sorridere fu lo slogan dell’emittente: “JLTV, la rete prescelta”. O Dio, mi è venuto da ridere ad alta voce. Ma quanto è incredibilmente inappropriato?

C’era una bella e giovane donna di un’organizzazione di cui avevo sentito parlare chiamata Stand With Us, a sostegno di Israele. Di Israele, non degli israeliani. Di Israele, per sostenere il governo di Israele e il paese chiamato Israele. Aveva due ospiti: una giovane donna bionda e un tizio che sembrava essere francese. Cominciarono a parlare di BDS (il movimento Boycott, Divestments and Sanctions) ed erano tutti e tre d’accordo sulla pericolosità delle iniziative di BDS, prive di radici nel paese ed organizzate all’estero. Dicevano che il denaro viene raccolto all’estero e che i sostenitori del movimento BDS nelle università americane sono soltanto dei fantocci al soldo di ricchi palestinesi che ne muovono i fili. Hanno continuato mostrando grandi muri che sono stati costruiti nei campus del sud della California e altrove. Sono belle strutture, copie dei muri di separazione, ricoperte di slogan politici, con persone coinvolte che ne raccontano la storia. I tre moderatori cercavano disperatamente di confutare la protesta di BDS contro l’occupazione perpetrata da Israele, contro il terrorismo e il razzismo. Ogni volta che aprivano bocca davano più credito a ciò che cercavano di screditare.

Ascoltavo a bocca aperta e pensavo: ‘È fantastico. In questo programma televisivo fanno il predicozzo in coro, mentre farebbero meglio a togliersi gli stivali, abbassarsi le calze, prendere un fucile, spararsi nei piedi anziché raccontare tutte queste sciocchezze.’

Quando descrivevano le azioni palestinesi, in realtà descrivevano se stessi, gli Hezbollah, il braccio del gabinetto del Primo Ministro che tutti sappiamo che comincia con Netanyahu a Tel Aviv. È molto ben organizzato, lo vedo dalla mia pagina Facebook. È una cosa estremamente organizzata, non tiene conto della storia, non guarda ai fatti e racconta la grande bugia secondo la quale “questa è la nostra terra, ci appartiene, ce l’ha data Dio e non c’è mai stato alcun popolo palestinese, hanno sempre cercato di ucciderci e abbiamo il diritto difenderci”, che è fondamentalmente la loro piattaforma ideologica."

Quando parli di queste questioni, spesso la gente ti definisce anti-semita.

(sorride) "Ci provano. Sai, sto per fare un concerto con G.E. Smith, mio grande amico, in un piccolo teatro da 300 posti, a Sag Harbor, sabato prossimo. È tutto esaurito da mesi. Fa parte di una serie di spettacoli dove G.E. Smith invita un altro musicista. S’intitolano Portraits. L’altro giorno l’ho visto e gli ho detto: ‘Che cosa faremo, G.E.?’ ‘Non ti preoccupare, parleremo un poco, suoneremo un po’ e tutto andrà bene. Tu sai che cosa fare.’

Invece, mi è stato inviato un link ad un blog di anziane signore ebree, Dio le benedica, che hanno deciso di protestare. Hanno scritto lettere al teatro dicendo che non dovevano consentire di esibirmi. Il teatro, sono felice di dirlo, sostiene che sono un importante musicista che deve potersi esprimere o, almeno, suonare la propria musica o fare qualunque cosa. Giustamente.

Dunque, so che qualcuno potrebbe dire: ‘Bè, aspetta un momento. È bellissimo dire che hai libertà di parola, ma a proposito di Alan Parsons a Tel Aviv? Tu hai cercato di fermarlo.’ E potremmo discuterne per tutto il pomeriggio. E potrebbe non essere interessante perché è molto semplice. L’analogia è con i diritti civili negli stati del sud degli Stati Uniti e nel Sudafrica prima di Mandela. Tutti sappiamo quanto fu importante il boicottaggio culturale e sportivo per consentire alla società civile di esprimere l’orrore per il modo in cui il governo sudafricano a supremazia bianca opprimeva la popolazione di colore nel paese.

È lo stesso modo in cui la società globale, in generale, si pone rispetto ad Israele. Ma molta gente in America non lo sa perché la situazione non viene riportata allo stesso modo. Il problema non sono gli israeliani, non sono gli ebrei, non è il giudaismo. Non mi sognerei mai di attaccarli. Infatti, molti israeliani lottano con forza per il boicottaggio perché credono che sia lo strumento più efficace per cambiare la politica governativa. Potremmo avere questo tipo di dialogo, invece niente."

Dunque, quando uno come Howard Stern…

"Ah!"

Quando afferma che tu vuoi che gli ebrei tornino nei campi di concentramento, che cosa provi?

"Sai, non vorrei sprecare neppure un alito di fiato per quel coglione e così faccio. È fiato sprecato. Andiamo avanti."

Va bene. A che punto è il tuo prossimo album?

"Ah, è un’ottima, ottima domanda. Ho fatto un demo intero. Sto in sala con una chitarra, tutte le registrazioni demo, carta e penna e metto giù appunti e idee. Provo a trovare una forma, uno schizzo di come può essere il dipinto una volta finito. E il dispositivo che sto usando per fare questo è pensarlo come uno spettacolo da arena, perché penso di averne ancora per un altro. Sto cercando di capire come destreggiarmi tra i brani nuovi e i vecchi in un coeso show da arena nel quale potrei far sedere dei barboni. La domanda di fondo dell’album è: ‘Perché uccidiamo i bambini?’"

Dunque, è un concept album.

"Sì, perché cambiare adesso?"

Sono passati 22 anni dal tuo ultimo album rock. Penso che i fan sono pronti ad ascoltare dei brani nuovi.

"Giusto. Hanno ragione. E li avranno. È eccitante ma è anche una grande e difficile sfida. Una volta che hai iniziato, cominci a dire: ‘Bè, forse dovrei fare questa parte con le tastiere o forse quel tempo non è proprio giusto. Oppure aspetta, questa transizione da questa scena teatrale in quest'altra dev’essere un po’ più tirata.’ Sto facendo questo. Ma il difficile, in un progetto come questo, è fare il primo schizzo e dare forma al tutto, definendo le parti grigie e le parti bianche."

Ti sei dato un termine entro il quale dare alla luce il progetto?

(sorride) "Non faccio l’indovino. Siamo in inverno, sto cercando di fare tante cose. Adesso si è chiuso il capitolo con i veterani (il concerto di raccolta fondi per MusiCorps, n.d.r.). Che è stato fantastico. L’abbiamo fatto venerdì scorso (il 16 ottobre scorso, n.d.r.) a Washington, ‘Music Heals’, davanti a 3.500 persone alla Constitution Hall. È stato incredibilmente commovente. Siamo stati aiutati da tanta gente. I ragazzi feriti con i quali ho lavorato sono grandi musicisti. Ho avuto Billy Corgan e Tom Morello. È stato molto gratificante e molto faticoso, ma adesso appartiene al passato e ho un po’ più di tempo per dedicarmi a questo nuovo progetto."

Ti manca la dimensione tournée? Il tour di ‘The Wall’ ha occupato un bel pezzo della tua vita per tanti anni.

"Sì. Quando abbiamo fatto questo concerto venerdì, ho avvertito una grande carica. Una parte di me dice: ‘Non vedo l’ora di ricominciare, non vedo l’ora di testare questa nuova idea e tirarla fuori.’ Mi sono rituffato nelle tournée a ridosso del nuovo millennio. So di avere un pubblico. Finalmente la gente ha capito che esisto, che non sono scomparso il giorno che ho lasciato i Pink Floyd. Continuo a scrivere, a lavorare e a fare le mie cose."

Quali sono i tuoi rapporti attuali con gli altri membri dei Pink Floyd?

"Nick Mason ed io ci adoriamo. Siamo amici da quasi cinquant’anni. C’è stato un breve scisma quando lasciai il gruppo, ed era del tutto comprensibile, ma fu relativamente breve e adesso siamo grandi, grandi amici. E così lo considero. Rick purtroppo è morto. Syd purtroppo è morto. David ed io non siamo mai stati amici, dunque non socializziamo e in verità non abbiamo niente a che fare. E sono contento di tutto questo."

Con tutto quello che hai in mente, sono sicuro che sia noioso che ti vengano a chiedere di una reunion dei Pink Floyd che ovviamente non ci sarà.

"Vedi risposta a proposito di Howard Stern."

Ti dispiace riassumere in merito?

(urlando) "No, affatto! Perché non mi chiedi qual è il mio colore preferito? Sai, è una domanda stupida come questa. Tutti conoscono la risposta. E tutti rifanno sempre la stessa domanda. È così stupida! Mi dispiace apparire irascibile."

Non ti biasimo per questo. Perciò ti chiedo se sei stanco di sentire queste cose.

"Lo so. Tu fai il tuo lavoro."

Parliamo di Donald Trump. Ti inorridisce il successo che sta conseguendo nella corsa alle primarie?

"Sì, m’inorridisce, naturalmente. Ma in effetti non si può guardare a nessuno dei candidati repubblicani e non rimanerne inorriditi. Hanno tutti una gran voglia di uccidere tutti nel mondo. So di entrare in un terreno minato dicendo questo, ma hanno attitudini fasciste, tutti; è molto difficile ascoltarli. Trump è particolarmente odioso. Pensa di essere furbo perché ha fatto un po’ di soldi e ha a disposizione uno show televisivo di merda. Ma ovviamente non lo è. Non ha un briciolo d’intelligenza."

E allora secondo te perché è in vantaggio nei sondaggi?

"Perché il vostro elettorato – parliamo solo di quello repubblicano – è tenuto completamente all’oscuro da una maligna rete d’informazione guidata da Fox News ma seguita da vicino da tutte le altre teste parlanti che vogliono solo far sorridere e seguire la linea del partito e non porre mai seriamente alcuna questione, soprattutto a proposito degli Stati Uniti, di com’è il paese e quali ne sono le aspirazioni o che cosa si vuole che sia, tranne che vuole essere la massima potenza imperiale al mondo. Avete basi in 135 paesi, che è straordinario, benché nessuno lo metta mai in discussione.

Investite enormi quantità di risorse nazionali nel Pentagono, utilizzate, fondamentalmente, contro il resto del mondo rendendovi impopolari nei confronti di tutti. E sembra che nessuno affronti questa situazione. È un silenzio che pende su questa grande nazione e penso che sia un silenzio che sta per essere rotto.

È un po’ come quando dicevo a proposito del movimento (BDS, n.d.r.) che prova a conseguire un po’ di giustizia per il popolo palestinese. Comincia a mettere radici e non solo nei campus universitari. Anche nelle chiese. Sono in contatto con esponenti della chiesa presbiteriana degli Stati Uniti d’America. Hanno deciso di recedere dai contratti con Hewlett-Packard, Motorola, Caterpillar e con altre imprese che pare siano coinvolte nell’oppressione del popolo palestinese e nel sostegno al movimento dei coloni, che è del tutto illegale, come sappiamo.

Ovviamente, queste cose non le hai sentite a Jewish Life Television. Non si chiedono mai ‘Perché, secondo voi, l’opinione pubblica mondiale ritiene che il programma degli insediamenti’ in quelli che chiamano i territori ‘è illegale?’ Aspetta; fammi pensare... perché lo è. La legge è scritta, è sancito nei documenti, è evidente. E ai sensi del diritto internazionale, Israele viola la legge 600.000 volte al giorno, solo per la questione degli insediamenti. Ogni singolo colono ebreo nei territori occupati infrange ogni giorno la legge. Non si possono costruire insediamenti in territori occupati militarmente."

Secondo te, dopo la Seconda Guerra Mondiale nessun conflitto è giustificato?

"No, assolutamente no. Ci sono tante piccole guerre, nessuna ha una giustificazione, a meno che non si pensi che possa essere una ragionevole giustificazione per i conflitti a Panama o in Guatemala o in Nicaragua o in Cile nella necessità di spendere denaro americano e ricorrere ad operazioni segrete americane per cambiare regimi ed imporre dittatori a popoli democratici. Hanno assassinato Salvador Allende e hanno imposto Augusto Pinochet. Quando dico ‘loro’ voglio dire ‘voi’. Gli Stati Uniti d’America hanno fatto queste cose. Tutti sappiamo che lo ha fatto Henry Kissinger. Tutti sappiamo che è successo. Queste cose ovviamente non possono essere definite ‘guerra’. Quando fate queste stesse cose in Guatemala o in Venezuela... la lista è infinita. La vicenda del Vietnam, quella più grande, fu chiaramente ingiusta."

Consideri la Seconda Guerra Mondiale una guerra giusta, nonostante il bombardamento di Dresda ed altri crimini di guerra?

"Sono sicuro che crimini di guerra furono commessi da tutti durante la Seconda Guerra Mondiale e questa è la cosa più terribile della guerra. Se la gente va in guerra, commette dei crimini. Nessuno rispetta le regole. I maggiori crimini furono commessi dagli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, soprattutto nelle fasi finali del conflitto: l’incenerimento della popolazione civile tedesca. Non successe solo a Dresda. Anche ad Amburgo, a Dusseldorf. Circa 13 città furono completamente distrutte senza una ragione di ordine militare, solo per spezzare la volontà della gente. Fu fatto del terrorismo.

Capirono come distruggere la gente usando la tecnica del bombardamento aereo. Ovviamente fecero questo anche in Giappone. Non solo a Hiroshima e Nagasaki. Uccisero molta più gente nel bombardamento aereo di Tokyo che a Hiroshima e Nagasaki. Sono crimini di guerra. Ma non sono stati mai considerati perché abbiamo vinto. Quando vinci non vieni accusato di alcun crimine."

Nonostante tutto quella guerra doveva essere combattuta, giusto?

"Assolutamente, sì. Hitler... Ritornando alla fine della Prima Guerra Mondiale, pensi: ‘In che cosa abbiamo sbagliato? Che cosa ha dato origine a questo credo politico, durante la Repubblica di Weimar, da cui sono nati il socialismo nazionale e la Germania nazista nel ’33 e nel ’34 da cui, poi, è scaturito tutto? Come fece Hitler a diventare un leader? E bla, bla, bla...’ Si può guardare a quella storia – e ci sono persone molto più sagge di me: storici, commentatori politici – che possono capire che cosa successe e vedere dei paralleli con il mondo contemporaneo. Direbbero: ‘Sapete? Bisogna stare attenti a quello che succede.’

È per questo che i Donald Trump e i Ben Carson di oggi sono tanto pericolosi. Per esperienza personale sappiamo che l’elettorato, soprattutto se non informato, male istruito e soggetto ad una costante raffica di propaganda dai principali mezzi d’informazione nel paese di cui sono cittadini, è posto nella condizione di seguire personaggi come quelli nel cataclisma."

E allora Ben Carson è sufficientemente folle per dire che Obama è come Hitler.

"È davvero spaventoso. Sai, spesso c’è chi mi dice: (con finto accento del sud) ‘Perché non torni in Inghilterra?’ Ed io: ‘Indovina un po’? Hai letto la vostra Costituzione? Hai letto il primo emendamento?’

La gente mi critica perché canto canzoni che criticano Ronald Reagan oppure una come ‘Leaving Beirut’ che critica Tony Blair. C’è, ancora, chi dice: (di nuovo in finto accento del sud) ‘Non ho speso soldi per ascoltare questa merda. Perché non tace e se ne va a casa?’ Bè, dico perché non taccio e vado a casa! Perché le mie convinzioni sono profonde e perché sono un autore e gli autori devono fare questo. Non comprare il biglietto e non venire al concerto, ma non puoi farmi tacere. È illegale."

Se Donald Trump vince, lascerai il paese?

"No. Penso che se Donald Trump vincerà, tutti noi di buon cuore dovremo restare e dovremo organizzarci per sbarazzarci di lui il prima possibile, prima che lui distrugga il mondo, perché è questo che vuole. Dategli una mezza possibilità e lo farà. Non credo che sarà eletto, ma se dovesse accadere sarebbe un campanello d’allarme per l’America, al di là di ogni aspettativa. E, a proposito, complimenti ai nostri fratelli e sorelle di oltre confine che hanno appena eletto Justin Trudeau contro il terribile Stephen Harper (si riferisce alle elezioni presidenziali in Canada, n.d.r.). Non trovo le parole per dirti quanto sono contento che sia finito."

Quelle elezioni dimostrano come i sondaggi non siano sempre affidabili, per cui forse i numeri di Trump sono anche gonfiati.

"Sì. Non lo so. È una campagna elettorale inevitabilmente lunga, noiosa e corrotta. Bernie Sanders è una delle poche persone che dicono che Citizens United è uno dei più vistosi passi indietro nella giurisprudenza americana dai tempi... non so, forse dal Harrison Act (Narcotics Tax) nel 1914. Ha ragione. Citizens United è una terribile appropriazione indebita del testo della costituzione, credo. Esso evidenzia che la Suprema Corte, che è di nomina politica, in generale, sui grandi temi vota secondo la linea del partito. Dunque, se ci sono cinque repubblicani e quattro democratici, ci sarà un’opinione repubblicana, come quando fu attribuita la vittoria a Bush dopo il riconteggio in Florida, una sorta di furto ad Al Gore, come è stato fatto con Citizens United, cui stanno dando la possibilità di dare segretamente soldi a chi vogliono e quanto ne vogliono."

La grande paura, a proposito di Sanders, è che lui è all’estrema sinistra, non può essere eletto su un biglietto nazionale e se i democratici nominassero lui consegnerebbero la Casa Bianca ai repubblicani.

"Bè, su questo potresti avere ragione, ma spero che ti sbagli. È vero che un politico viene marginalizzato se la sua politica appare troppo di sinistra. Devi sapere che lo ammiro proprio per questo, perché quando dice la verità, dice la verità. Sembra molto a sinistra, ma è così perché siamo stati nutriti dalle stronzate della destra dai principali mezzi d’informazione fin dalla Seconda Guerra Mondiale. E questa cosa è peggiorata sempre di più e le voci del dissenso sono diventate sempre di meno. Dunque, deve stare fuori del coro perché la sua voce è dissonante! E questo è positivo per lui."

Credo che la parola ‘socialista’ spaventi molta gente.

"Il socialismo è una buona cosa! Che cosa è sbagliato del socialismo? Il vostro è l’unico paese nel quale ci sono degli autobus che portano i ragazzi a scuola la mattina. Che cos’è questo se non socialismo? Dico sul serio. Non succede in nessun altro paese al mondo. Poi qualcuno dice: ‘Che cos’è questa cosa?’ ‘Bè, non vogliamo che i nostri figli percorrano quartieri pericolosi per andare a scuola, perciò andiamo a prenderli davanti casa con un autobus e poi li riportiamo.’ E ancora: ‘Bè, grande cosa.’ Questo è socialismo puro.

Se aveste socializzato le medicine, allora davvero avremmo dovuto cominciare a definire questo un paese socialista. Adesso avete almeno un migliore sistema sanitario, grazie a Barack Obama, grazie all’esecutivo di questa amministrazione che sta volgendo al termine. Ma è ancora niente rispetto all’assistenza sanitaria garantita nei 30 paesi maggiormente civilizzati al mondo. Il vostro sistema sanitario è ottimo per gli ultraricchi e per qualche rara forma di cancro. Avete i migliori neurochirurghi al mondo, ma sono al servizio di una piccolissima percentuale di persone. Ma, nel complesso, questo sistema sanitario è terribile, e il suo costo è quasi doppio rispetto ad ogni altra parte del mondo mentre il servizio garantito è pari alla metà. Sai perché?"

Perché?

"Perché è reso da quelle fottute compagnie di assicurazione e a causa dei profitti delle aziende farmaceutiche. Le medicine dovrebbero essere garantite a tutti, sempre, a costi moderati. Naturalmente, le case farmaceutiche dovrebbero conseguire minori profitti, ma non è così. Sono come gli usurai. Succhiano il sangue della gente e la spennano senza pietà. Questo è il mondo in cui viviamo."

Che dovremmo fare, Roger. Grazie per quello che fai.

"Sai di che cosa c’è bisogno?"

Di che cosa?

"Socialismo!"

Articolo pubblicato su Rolling Stone

Traduzione a cura di Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

Fonte: pagina Facebook di Cymbaline – Pink Floyd Fan Club


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