Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Amore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Amore. Mostra tutti i post

15/03/2025

La disperazione del tempo

di Giorgio Bona

Il dottor Živago fu scritto da Boris Pasternak tra il 1946 e il 1955, durante il periodo in cui lo scrittore era emarginato dal circuito letterario sovietico.

Fu il giornalista Sergio D’Angelo a recarsi in Unione Sovietica su incarico affidatogli da Giangiacomo Feltrinelli per incontrare lo scrittore, proponendogli una pubblicazione nel nostro paese.

La censura sovietica aveva negato la sua uscita in patria con la rivista letteraria “Novyj Mir”, che rifiutò con un secco no il romanzo.

L’editore italiano, nel frattempo, rischiava di provocare uno strappo violentissimo vista la posizione dei comunisti italiani: Feltrinelli era ancora iscritto al Partito comunista quando le autorità sovietiche chiesero la restituzione del manoscritto, affidandosi a un tentativo di intercessione proprio dei comunisti di casa nostra.

Non ci fu nulla da fare.

A questo punto il tentativo fu di ritardarne l’uscita con la scusa di poterlo prima pubblicare in Unione Sovietica. Addirittura una delegazione di comunisti italiani si trovò nel paese del socialismo reale in occasione della festa della gioventù sovietica, e vi fu il coinvolgimento in una discussione sul caso Pasternak. Quando tornarono avevano con loro una lettera firmata e sicuramente apocrifa in cui lo scrittore diffidava l’editore italiano a pubblicalo.

Fu un buco nell’acqua. Il romanzo comparve in Italia nel 1957 e l’anno successivo lo scrittore venne insignito del Premio Nobel per la letteratura, anche se poi costretto a rinunciarvi su pressione delle autorità.

Il romanzo rimase out in Russia fino al 1988, quando la politica del Nuovo Corso promossa da Michail Gorbačëv consentì di vedere la luce.

Il romanzo divenne un film nel 1965 diretto da David Lean e fu presentato al Festival di Cannes vincendo cinque Golden Globe e cinque Oscar, tra cui quello per la sua colonna sonora, Tema di Lara, musicato dal compositore francese Maurice Jarre che ebbe un’estrema popolarità con molte rielaborazioni pop come Somewhere, My Love di Paul Francis Webster nell’interpretazione di Ray Conniff and The Singers.

A questa ne seguirono altre. Anche la musica pop italiana accolse Tema di Lara con un testo scritto da Giorgio Calabrese e interpretato da Rita Pavone, Dove non so (1967). Sarà Orietta Berti a riprenderlo (2000) con un’interpretazione fortemente melodica.

Quel che molti ascoltatori della canzone non sanno è che la donna amata da Jurij Živago, quella donna che offre senso a un amore destinato a resistere al gelo, alla rivoluzione, alla malattia, alla morte di lui, un amore che non si spegnerà neanche quando lei diviene “numero tra i numeri di qualche imprecisato elenco” avesse tratti reali.

La scena finale del film in cui Živago, appena salito su un tram vede camminare Lara per strada e cerca di richiamare la sua attenzione prima di essere schiantato dall’infarto è molto famosa, e viene ripresa anche da Nanni Moretti in Palombella rossa, dove gli spettatori gridano “Voltati!”, “Fatelo scendere!”, “Corri!” come reagiremmo noi d’istinto a scena tanto struggente.

In realtà il personaggio di lei trova un riscontro nella realtà di quel durissimo periodo sovietico. Lara ha un nome: Olga Vsevolodovna Ivinskaya (1912-1995), una donna che ha amato il poeta allo stremo, fino a sopportare la tortura e il gulag. Una storia intensa, fatta insomma non soltanto di letteratura e poesia, ma di vita concreta.

Boris Pasternak era sposato con Zinaida Nikolaevna che diceva pubblicamente che prima del marito e dei figli c’era Stalin. Stalin su tutto e tutti. Anche Nadežda Mandel’štam lo racconterà nelle sue memorie, quando lei e il marito Osip facevano la posta al sommo poeta per incontrarlo e cercare di ottenere un lavoro che potesse permettere loro di continuare a vivere.

Pur ricoprendo un ruolo di prestigio all’interno della Cooperativa Scrittori, Boris Pasternak non si espose più di tanto per difendere e aiutare un poeta che pure stimava e che come tanti colleghi di quel periodo si trovava alla deriva di una condizione disperata. Anche Marina Cvetaeva vedeva in Boris l’uomo con cui avrebbe potuto costruire un futuro dentro un paese difficile, e lui interruppe subito ogni rapporto facendo cadere tra loro una cortina di gelido silenzio.

Boris conobbe Olga quando lei lavorava per la rivista “Novyj Mir”. Lei era di ventidue anni più giovane e già vedova due volte, d’un primo marito suicida e un secondo morto in guerra.

Olga non si perdeva una lettura pubblica del sommo poeta e il loro incontro avvenne nel 1946, anno d’inizio della stesura de Il dottor Živago. Da quel momento Boris e Olga non smisero di vedersi, fino al 1949 quando lei venne arrestata e condotta alla Lubjanka, la sede dei servizi segreti a Mosca. Per giorni interi subì sevizie, torture, durissimi interrogatori, che tuttavia sopportò senza cedere.

Volevano colpire Pasternak, farle rilevare che stava scrivendo un libro antisovietico e riuscire a metterlo sotto processo mostrando a Stalin che si era sbagliato sul suo conto. Per lo stesso motivo, a luglio del 1950 Olga venne condannata a cinque anni di rieducazione nel gulag di Potma. Nei fatti, Pasternak aveva ancora un filo diretto con Stalin, mentre non era amato da molti burocrati del partito. Fu abile nel trovare un equilibrio tra la realtà sovietica e una qualche irreale dissidenza letteraria, camminando sempre come su un filo sospeso nel vuoto.

Olga sopportò anche questo. Non aprì bocca, subendo torture tali da provocarle un aborto – era incinta del figlio di Pasternak. Dopo la detenzione, la loro relazione riprenderà fino alla fine dei giorni del poeta nella sua dacia di Peredelkino (1960).

È Anna Pasternak, pronipote dello scrittore, a rompere il silenzio imposto dalla famiglia sulla figura di Olga che i discendenti avevano voluto nascondere tra gli affetti importanti del poeta.

Raccontare Boris Pasternak diviso tra la moglie Zinaida e Olga era come entrare nel romanzo dello scrittore e riconoscere chi stesse dietro le figure di Tonya e Lara, e una storia d’amore che diventa un romanzo, anche se di fatto in questa storia viene identificata una resistenza al potere sovietico.

Le molte poesie che Živago dedica a Lara nel romanzo sono quelle che Boris Pasternak dedicava a Olga.

La figura di Lara, quella che il pubblico ha amato fino alla commozione è esistita davvero, e nella realtà visse una vita di stenti e di sofferenze ben più dure e terribili di quelle della Lara del romanzo.

Ma mentre nel finale del film Lara scompare deportata in qualche campo di lavoro numero tra i numeri di qualche imprecisato elenco, Olga tornò dalla prigionia trasferendosi in una piccola casa vicino alla dacia di Boris, a Peredelkino, e la loro storia riprese da dove era stata interrotta.

“Ho amato Boris, e non posso ingannarmi quando penso che la mia persona è stata a lui necessaria, sono riconoscente al destino che mi ha riservato questo posto di privilegio accanto a lui, nella sua disperazione del tempo”.

Fonte

12/10/2020

Da vedere, ma anche no

di Mauro Baldrati

Volevo nascondermi, di Giorgio Diritti

Per certi aspetti Antonio Ligabue ricorda Van Gogh. Anche nel film un personaggio che sta osservando i suoi quadri dice: “Sembra quel pittore olandese…”. Ma più che le opere, naif quelle di Ligabue, uniche, ma inserite nel contesto impressionista e post impressionista quelle di Vincent, è il personaggio che lo evoca: la stessa solitudine, lo stesso amore per la natura (in particolare gli animali per Ligabue), lo stile duro degli autoritratti, lo stesso disprezzo degli umani nei loro confronti (per tutta la vita Van Gogh si è sentito ripetere da galleristi e critici che era negato sia per la pittura sia per il disegno), la stessa follia.

Disprezzo degli umani. In effetti Ligabue ha avuto un’infanzia disumana, sembra non appartenere alla specie. Forse è lui stesso ad affermarlo, in qualche raro discorso umano: si sente un animale, cerca di dialogare con loro, ne imita i suoni, le movenze, le grida. Tutti gli animali: le belve, che ha ritratto in opere mirabili, i cani, i galli, i cavalli, gli insetti. E l’incredibile interpretazione di Elio Germano ne coglie in pieno l’essenza. Se qualcuno crede che l’attore esageri guardi questo spezzone di documentario del 1962.


Proprio questo aspetto causava un pregiudizio, maturato dal trailer del film: il timore che si trattasse di una continua performance attoriale di Germano che alla fine risulti autoreferenziale. Nulla di tutto questo. Il regista Giorgio Diritti, che dimostra di avere una sensibilità fuori dal comune, ricostruisce gli ambienti – l’infanzia di Antonio Laccabue, degna di un romanzo di Dickens, la corte rurale di Gualtieri, i personaggi, la lingua, gli spettacolari paesaggi del PO – con una precisione tale da farci sognare, da catapultarci con una macchina del tempo in quell’epoca e in quei luoghi.

E poi c’è lui. Quanta sofferenza emerge dalla persona, da tutta la violenza e l’emarginazione che l’hanno perseguitato. Attoniti osserviamo la sua vita randagia – vita animale – sulle rive del grande fiume, solo, vestito di stracci, semi congelato durante l’inverno nebbioso e gelido della bassa. A disagio lo seguiamo mentre dipinge vestito da donna, perché vuole ricreare la persona femminile, che sogna di baciare, di sposare, mentre è condannato al celibato. Oppure dopo il successo, avvenuto quasi a sua insaputa, mentre vaga per la corte rurale e per il paese, cercando di regalare un quadro, oppure di abbandonarlo nel nulla, proprio come Utrillo, e d’un tratto si ritrova pieno di soldi, che sperpera, come un bambino che viene inondato di regali meravigliosi. Elio Germano, che abbiamo già ammirato nel Giovane Favoloso, si conferma un grande attore, ben più reale ed efficace delle icone mitopoietiche americane dell’Actor Studio: non solo interpreta il pittore; lui è Antonio Ligabue.

Sense8 di Lana e Lilly Wachowski

Stiamo per redigere un testo anomalo: parlare bene – benissimo – di una serie senza consigliarla. Anzi, mettendo i lettori sull’avviso: forse è meglio se lasciate perdere. A meno che…

Ma come? Perché mai?

Perché bisogna amarla. Solo amandola nascerà il perdono. Perché se amiamo un/una partner siamo disposti a perdonarne i difetti. A una condizione: che anche lui/lei perdoni i nostri. E Sense8 ci ama. Perché ama l’amore.

Ma procediamo con ordine. Iniziamo dal perdono. E quindi dai difetti. Il principale è nella sceneggiatura. Qua e là è contorta. Ma santo cielo, se andiamo a sorbirci le sceneggiature sconclusionate senza capo né coda di Cristopher Nolan, e siamo pure recidivi, perché basterebbe una mostruosità come Inception per scolpire una croce nera nel granito, e invece torniamo con Interstellar e poi con Tenet, dove sta il problema? Non possiamo perdonare qualche buco, qualche salto brusco, qualche intreccio lisergico? Sense8 è imperfetta, ma l’amore non lo è?

La trama consiste in otto personaggi, ognuno in una città diversa, Londra, Mumbai, Città del Messico, Nairobi, Berlino, Chicago, Reykjavik, Seul, con vite diverse, ma che scopriranno di avere una cosa molto importante in comune. Manca Roma, ma le sorelle Wachowski (una volta “fratelli”, già registi del formidabile Matrix, ma hanno cambiato sesso, ora sono due donne transgender) si fanno perdonare con lunghe riprese a Positano, per una luna di miele della protagonista indiana. Quello che accomuna gli otto eroi è una connessione telepatica. Dapprima non riescono a capire perché hanno strane visioni, apparizioni di personaggi sconosciuti, ma si fa strada la verità. Forse sono il risultato di una mutazione: ognuno riesce a partecipare agli eventi, le sofferenze e le gioie degli altri. Nasce una sorta di collettivo, una famiglia, e così uniti iniziano a sostenersi a vicenda, a difendersi dagli attacchi. Infatti spunta una misteriosa organizzazione che li caccia, sembra per lobotomizzarli, per distruggere questa qualità, una specie di super potere ritenuto una minaccia. Qui sorgono i problemi della sceneggiatura, a tratti convulsa, con dettagli e fatti incomprensibili. Ma se riusciamo a tirare avanti, accettando i dialoghi, qua e là lunghi, dove i personaggi raccontano e/o analizzano i fatti personali, iniziamo ad accettarli, perché si fanno amare. Perché si amano tra loro. E questo messaggio – l’amore – si sprigiona così potente che anche noi entriamo per così dire nella famiglia. E quando le varie coppie che si formano si scambiano confidenze, speranze e paure, noi li ascoltiamo attenti, partecipi. Ed è bellissimo quando uno di loro si trova in grave pericolo e viene salvato dagli altri, un collettivo di autodifesa formidabile, ognuno con le sue qualità, una hacker, una campionessa di arti marziali, uno scassinatore, un attore, un poliziotto, un autista, una scienziata.

Ma: non è detto che tutti ci riescano. Possono scattare resistenze, irritazioni varie, per cui i difetti rischiano di prevalere. Per questo non ne consigliamo a priori la visione. Se non scatta il feeling è meglio abbandonarla.

Questa serie lancia uno dei messaggi libertari più intensi della storia del cinema. Ci dice, con una fotografia di alta qualità e ambienti spettacolari, che ciò che conta nella vita è amarsi, l’amicizia, godere dei propri corpi, senza pudori, né peccato, né sensi di colpa né paure. Tutto il resto è combattimento, sopravvivenza e lotta contro il sistema.

Per questo sa essere così apertamente, e sinceramente, rivoluzionaria.

(P.S. l’immagine è una scritta apparsa sui marciapiedi di Bologna)

Fonte

06/03/2020

L’amore ai tempi del coronavirus


Noi uomini siamo poveri schiavi dei pregiudizi.

Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera

In un piccolo puntino sul mappamondo, perduto in un continente grandissimo, c’era il paese dove vivevano Plinio e Fernanda. Era un piccolo paese pieno di pregiudizi: tutti avevano un giudizio preconfezionato sugli altri e nessuno poteva camminare per strada o parlare di fronte agli altri senza che fosse oggetto di una particolare attenzione da parte della piccola comunità. Solo Plinio e Fernanda, e probabilmente molti altri bambini come loro, se ne infischiavano dei pregiudizi, del parlare male di uno straniero, di uno con la pelle di un altro colore, di un uomo che ama un altro uomo o di una donna che ama un’altra donna. Loro avevano poche certezze e, fra queste, una sicuramente era indiscutibile: si volevano bene, insomma, si amavano. Dopo la scuola, passavano i pomeriggi a rincorrersi nei prati, vicino al fiume, fra gli alberi e i fiori dei campi che stavano sbocciando nella primavera. Tutto intorno si alzava il magico concerto del canto degli uccellini. Facevano anche i bagni nel fiume e Fernanda sapeva cavalcare il pesciolino d’oro che viveva da quelle parti: sembrava davvero una regina, coi lunghi capelli neri che parevano una cometa color della notte. Nelle sere d’estate, al calare del buio, cominciavano a spuntare le lucciole e i due si divertivano a cercarle e a rincorrerle, alla luce lunare. Plinio diceva che, quando abbracciava Fernanda, avvolto dai suoi lunghi capelli, gli sembrava di volare sulla Luna, nel silenzio notturno e, chissà, forse, c’erano stati davvero sulla Luna, perduti in un abbraccio.

Il tempo passava e Plinio e Fernanda crescevano... passavano le stagioni e i due ragazzi, ormai, provavano una vera e propria attrazione l’uno per l’altra. Giuravano che non si sarebbero lasciati mai più. Era una primavera come quella della loro infanzia e loro erano nella stessa campagna, fra i campi, i fiori e il fiume e i loro baci erano dolci e infiniti. Nei campi intorno echeggiava la musica delle feste paesane, le antiche feste in cui si ballava e si cantava fino a notte inoltrata. Finché, un giorno, arrivò la notizia del virus. Nel giro di poco tempo, furono presi drastici provvedimenti: il virus era pericoloso, si diffondeva molto velocemente e uccideva. Nel piccolo paese di Plinio e Fernanda si abolirono le libere elezioni e il potere venne delegato a un comitato di emergenza: il capo assoluto era il Grande Signore e solo lui poteva dettare legge in quello stato di emergenza. Le persone non potevano più stare vicine, abbracciarsi, toccarsi, pena l’arresto immediato. Finché, un brutto giorno, furono proibiti anche i baci. Lo aveva detto anche Antonio, un amico di Plinio: i suoi zii furono sorpresi mentre si baciavano e di loro non si seppe più nulla. Spariti, volatilizzati. Probabilmente arrestati o uccisi dal regime del Grande Signore. Tutti dovevano stare in casa, oppure a debita distanza fra di loro, e seguire gli aggiornamenti delle notizie su apposite macchine digitali elargite gratuitamente dal governo. Niente più scuole, niente più feste, niente più corse nei prati. Plinio e Fernanda potevano vedersi solo da lontano oppure, quando erano nelle loro case, vedere i loro volti in piccoli visori portatili. E Plinio, un giorno, mentre la guardava all’interno del suo apparecchio, vide le lacrime che scendevano dagli occhi di lei e si rincorrevano sui suoi lunghi capelli neri. Uscì di casa perché voleva vederla, almeno da lontano. Ma la casa di Fernanda, ormai, faceva parte della cosiddetta “zona rossa”. Era la zona dove il virus aveva colpito di più ed era stata recintata dalla polizia del Grande Signore. Agenti in tenuta antisommossa, con armi spianate, presidiavano il lungo muro di recinzione. Plinio urlò disperato e se ne tornò a casa.

Il regime del Grande Signore aveva cambiato radicalmente la vita delle persone. L’avvento al potere di questo nuovo regime era il coronamento di tutti i precedenti pregiudizi (ecco perché, la sottile causa scatenante venne chiamato da alcuni “coronavirus”). Il virus era il nemico ma i divieti e le violenze aumentarono nei confronti di tutti coloro che erano oggetto di pregiudizio: insomma, uno straniero, uno con la pelle di un altro colore, un uomo innamorato di un uomo o una donna innamorata di una donna, o semplicemente una donna sola, con o senza figli (il potere del Grande Signore, di stampo patriarcale, esaltava la famiglia e il dominio dell’uomo) potevano essere pericolosi elementi di contagio. Le apparecchiature digitali distribuite dal governo avevano fatto bene il loro dovere: il pregiudizio manipolava le coscienze. Perfino la natura era stata oggetto di pregiudizio: secondo il Grande Signore, su di essa il virus poteva fermarsi, ristagnare e trasmettersi alle persone. Fu decisa perciò l’eliminazione dei prati, del fiume, degli alberi, dei fiori. Niente più lucciole, niente più canti degli uccelli, niente più pesci e niente più pesciolino d’oro. Al posto dei prati vennero create enormi distese di cemento, al posto del fiume una nuova, efficientissima strada per permettere lo spostamento dell’esercito e dei mezzi della polizia personale del Grande Signore.

Intanto, gli anni passavano. Plinio era sempre più innamorato di Fernanda e se la immaginava sotto la luce della Luna, nei campi, a danzare sulla Luna stessa, nel vortice dei suoi lunghi capelli. Per un po’ si tennero in contatto per mezzo delle loro apparecchiature finché un tilt generale non causò la distruzione di tutti gli strumenti digitali. Per lunghi anni i due non seppero più nulla l’uno dell’altra. Plinio divenne pittore e dipingeva soltanto i prati, gli alberi, il fiume e una bambina dai lunghi capelli neri che cavalcava un pesciolino d’oro e che saliva fino alla Luna. Lui era sempre stato oggetto di pregiudizio perché non aveva mai praticato i lavori ‘utili’ ‘consigliati’ dal regime, era riuscito a sopravvivere con la sua attività di pittore. Fernanda, invece, non si sa bene cosa abbia fatto in tutto quel tempo: forse si era sposata e aveva avuto dei bambini ma non aveva mai dimenticato Plinio. Divenne poetessa e nei suoi versi cantava sempre un ragazzo che la abbracciava e la portava sulla Luna. Anche lei non si era mai piegata ai lavori ‘utili’ ed era sempre stata considerata un po’ strana.

Passarono cinquant’anni, tre mesi e venti giorni e finì anche il regime del Grande Signore e, con esso, finì anche l’emergenza. Molto probabilmente, però, la vera emergenza del virus era già finita tantissimi anni prima, poco tempo dopo l’erezione del muro. Il virus era stato pericoloso, aveva ucciso, ma di più aveva ucciso il regime del Grande Signore. Plinio e Fernanda si rividero e si riconobbero subito. Lui aveva vissuto in una piccola casetta, dipingendo e vendendo i suoi quadri, lei scrivendo e accudendo i bambini finché il marito non se ne andò con una poliziotta della guardia privata del Grande Signore. Così era rimasta sola e i suoi bambini erano ormai cresciuti. Tornarono là dove c’era il fiume e dove c’era il prato e dove c’erano gli alberi e i fiori e il pesciolino d’oro e le lucciole e la luce della Luna. C’era ancora il cemento ma stavano spuntando nuove piante e nuova erba e gli abitanti del paese, liberati dai pregiudizi, stavano costruendo un nuovo corso del fiume. La natura sarebbe rinata: Plinio e Fernanda ne furono felici e, in una notte di tarda primavera, si abbracciarono alla luce della Luna mentre i capelli ormai bianchi di lei lo avvolsero completamente. E così rimasero per sempre.

per Codice Rosso, Pablo de Estanque

Fonte

14/05/2017

Andrea Scanzi intervista Roger Waters: “Se ci sarà posto per me nella storia? Non me ne frega niente. Trump? Un ‘nincompoop'”

New York

Intervistare Dio non è facile. E Roger Waters, un po’, Dio si è sempre sentito. In Animals rileggeva il Salmo 23 tramutando l’Onnipotente in un Signore spietato col suo gregge (cioè noi). In Amused To Death asseriva che Dio voleva i massacri e la jihad. Anche nel nuovo disco si immagina di essere Dio. Un Dio che non riuscirebbe a essere drone, perché commosso dalle morti che provocherebbe: un Dio che, il giuncastro, proverebbe a usarlo un po’ meglio. A venticinque anni dal precedente album di inediti, il creatore di The Wall torna con Is This The Life We Really Want?, in uscita il 2 giugno per Sony Music (in Italia il primo giugno). Un disco d’altri tempi, di bellezza dolorosa e vertiginosa, con vette inaudite e l’universo watersiano di sempre: gli orologi, le bombe, i gabbiani, la guerra, il padre (qui meno del solito), i cani, la tecnologia, l’urlo (quel suo urlo), la radio, la tivù accesa, i cori. E una voce mai così profonda e definitiva. Colpiscono l’assenza di assoli e il ruolo quasi marginale delle chitarre: niente David Gilmour (pare che Waters e Goldrich volessero coinvolgerlo con due assoli, ma poi non se ne sia fatto di nulla). Niente Eric Clapton, presente nel primo disco solista. Niente Jeff Beck, semplicemente monumentale in Amused To Death. E niente Snowy White, che lo accompagnava già nel tour di Animals. E’ un disco nato con Nigel Godrich, storico produttore dei Radiohead e non solo. L’effetto finale ricorda quello tra Johnny Cash e Rick Rubin per il ciclo sublime delle American Recordings.

Waters detesta le interviste. Da sempre. Il Fatto Quotidiano è l’unica testata italiana ammessa al suo cospetto, addirittura col permesso di riprendere venti minuti (dei circa trenta complessivi) con due telecamere: la trovate qui. Waters colleziona spigoli, dentro la sua testa c’è una galassia infinita di cicatrici che hanno generato la meraviglia immortale dei Pink Floyd. Durante l’intervista gli capita di incupirsi e irrigidirsi. E’ come se, di continuo, i suoi occhi fossero attraversati da nubi foschissime. Che percepisce solo lui, poiché palesemente ipersenziente. Non a caso Nick Mason disse: “Quando Roger lasciò i Pink Floyd, ci sentimmo come l’Unione Sovietica dopo la morte di Stalin”. Ci sono argomenti che detesta toccare (il passato coi Pink Floyd, il rapporto con Gilmour) e altri di cui parlerebbe per ore (il padre, il presente). Intervistarlo è come stare sul ring e sperare che il campione che hai davanti, prima o poi, lasci sguarnita la difesa. Devi fare breccia e non è facile. A un certo punto accade. A metà intervista pare rasserenato, per quanto uno come lui possa esserlo. Sorride, addirittura. E poi torna corrucciato. Dio è così: non fa sconti. Vede doppie apocalissi ed è sopravvissuto a fatica allo sbarco di Anzio. Il lunatico è ancora nell’erba, il diamante è sempre pazzo. Ma risplende ancora. Cronaca di un incontro ravvicinato a New York con un genio inaudito.

Nel nuovo disco, così come in Animals, l’amore non è evasione ma catarsi e salvezza. Nelle sue opere c’è un’alternanza brutale tra “l’amore che giorno dopo giorno invecchia come la pelle di un moribondo”, come cantava in The Wall, e l’amore che assurge a unico “rifugio dai porci volanti”.
Per me è indubbiamente così. Se abbiamo la fortuna di vivere l’amore per una donna, un amore romantico ma anche di altri tipi, esso ha un effetto trascendentale su tutti gli aspetti dalla nostra vita. Nell’ambito di una relazione con una donna o un uomo, apriamo delle parti di noi che aumentano le nostre possibilità di essere empatici verso gli esseri umani in generale. Questo ci dà la possibilità di esprimere le nostre energie per entrare in empatia con gli altri e aiutarli, anziché entrare in conflitto con loro. E’ importantissimo per ognuno di noi, ma potenzialmente anche per il pianeta che stiamo distruggendo. Dobbiamo usare le nostre energie per capire come rendere sostenibile la vita per tutti e non solo per quei pochi come Trump, che sono potenti e ricchi, ma anche pazzi e disturbati in modo preoccupante.

Ha detto che, in origine, Is This The Life We Really Want? nasce come radiogramma.
Il primo brano l’ho scritto durante l’ultimo tour di The Wall (2010-2013). Si intitola Déjà vu, ma all’inizio si chiamava If I Had Been God (Se fossi stato Dio). Ho poi scritto un radiodramma, in cui un vecchio irlandese porta il nipote in un giro del mondo immaginario per trovare risposta ad alcune domande fondamentali che il nipote si faceva. Ad esempio: “Perché vengono uccisi i bambini?”. L’ho proposto a Nigel Godrich e da lì siamo partiti.

A quel punto il disco, come ha raccontato a Jon Pareles, ha preso un’altra piega.
Il radiogramma è rimasto solo all’inizio e alla fine. Lo definirei un viaggio che parla della natura trascendentale dell’amore. Di come l’amore ci può aiutare a passare dalle nostre attuali difficoltà a un mondo in cui tutti possiamo vivere un po’ meglio.

C’è l’amore, ma c’è anche una ricognizione impietosa dell’umanità. Che sembra essere persino più incarognita di quanto già non lo fosse in The Final Cut e Amused to death.
Lei dice che siamo messi peggio di prima? Ha avuto questa impressione?

L’ho avuta ascoltando il disco. E più in generale vivendo questo presente.
Forse per certi aspetti sì, non abbiamo fatto grandi passi avanti per migliorare le cose. Siamo ancora legati all’idea che possiamo raggiungere lo scopo solo con la guerra. È stato evidente negli ultimi 25 anni, e forse già alla fine della seconda guerra mondiale, che nessuna guerra ha mai portato risultati. Eppure, per noi, è difficile accettare questa idea. Quando dico “noi”, in verità non intendo noi, perché la gente l’ha capito. Per esempio. Il 14 febbraio 2003, 20 milioni di persone in tutto il mondo sono scese in piazza a manifestare per cercare di convincere i nostri governi, in particolare il governo britannico e statunitense, a non invadere l’Iraq. Ma a quanto pare la lezione non è stata imparata.

Definisce Trump “nincompoop”: un “citrullo”.
Lo chiamo “nincompoop” a ragion veduta, perché il termine deriva dal latino “non compos mentis”, cioè incapace di intendere e di volere. Una definizione che gli si addice.

In The Fletcher Memorial Home (1983) immaginava la creazione di una casa di riposo per ex dittatori e statisti abietti, perfetta per Reagan, “Maggie” Thatcher, il fantasma di McCarthy e i ricordi di Nixon. Trump ci starebbe bene.
Oh, molto bene. Sono certo che starebbe benissimo lì.

Dal precedente album di inediti sono passati 25 anni. Un po’ tanti.
Mi sa che non ho sentito lo sparo iniziale.

Si chiede mai se ci sarà posto per Roger Waters nella storia?
Non me ne frega niente.

Amused to death era un capolavoro, eppure non ha avuto il successo che meritava. Le pesa il fatto di essere anzitutto un “ex Pink Floyd” e poi Roger Waters?
Mi pesa? Aver fatto parte di un gruppo pop chiamato Pink Floyd non ha importanza, anche se mi dà una certa possibilità di esprimermi. Se non avessi fatto parte di una band così famosa, forse ci sarebbe meno interesse per ciò che faccio ora. Ma non mi importa delle etichette o del passato. Quello che faccio arriva alla gente oppure no: la gente capisce, apprezza le canzoni, ascolta questo disco oppure no. Preferirei che la gente lo ascoltasse. Sto ricevendo ottimi riscontri e ne sono felice. Nigel ha fatto un ottimo lavoro come produttore, penso che sia proprio un bel disco. Dice molte delle cose in cui credo.

A partire dalla canzone che dà il titolo al disco.
La poesia “Is This The Life We Really Want?” l’ho scritta 9 anni fa, nel 2008, e l’ho tirata fuori per trovare delle idee durante la realizzazione di quest’album. Erano versi destinati a rimanere un lungo sfogo scritto. Dentro c’è anche un monologo: è quasi rap. E’ poesia, non è nata come testo di una canzone. È una dissertazione. Ed è bello che sia poi finita sul disco.

La mano di Godrich, lì, si sente moltissimo.
È interessante che per quel brano sia nata prima la musica del testo. Ci ho messo tanto tempo, perché è molto difficile per me legare un testo a una musica preesistente. Su insistenza di Nigel, mi sono seduto in una stanza con gli altri musicisti, mi hanno dato un basso e poi: “OK, registriamo, chi ha scritto gli accordi? Pronti? Via!”. Joey ci ha dato il tempo e quella è l’unica take: l’unica take di noi quattro che suoniamo insieme. Ho suonato il basso su quella canzone solo una volta. Inizialmente ero reticente e poco convinto, ma Nigel ha molto insistito e ne sono felice. E’ venuta proprio bene: è proprio bella! Poi ho dovuto decidere il tema della canzone ed è stato lì che ho pensato: “Aspetta! C’è una vecchia poesia che forse potrei usare”. A questa poesia tengo molto. Ci tenevo nel 2008 e ci tengo oggi. Ed è così che il brano è nato.

Ha detto al New York Times che la cosa più difficile della lavorazione del disco è stato tenere la bocca chiusa quando Godrich dava indicazioni su cosa fare.
Quando ero in studio e magari Nigel lavorava con gli altri musicisti, facevo fatica a trattenermi. Non perché dicesse cose sbagliate, ma la tentazione di intromettermi era fortissima. Ho cercato di non farlo. Nigel ha tolto anche una canzone, e mi è spiaciuto molto. (Waters ha detto di avere già il materiale per un nuovo disco, che è intenzionato a incidere in tempi relativamente brevi, NdA)

Prima parlava del suo essere bassista. E’ vero che fu Eric Clapton, dopo l’uscita dai Pink Floyd, a convincerla di essere un buon musicista?
(stupito) Sì. Durante la realizzazione di The Pros and Cons of Hitch Hiking (1984) ero lì che dicevo: “Oh, non so suonare”. Eric mi disse: “Sciocchezze! Sei un grande musicista”. La cosa mi sorprese e fu anche di incoraggiamento, perché non mi ero mai visto come un musicista. Ma ora sì. So che ho il mio stile come bassista, uno stile a tratti stravagante, ma so che me la cavo. So suonare.

Bob Ezrin ha detto: “Roger è un grande artista, un ossessivo totale e il sogno di ogni psichiatra”. Oggi i suoi dischi non sono certo più sereni. Lei lo è?
Sì. Se si parla di quando abbiamo fatto insieme The Wall, sono decisamente più felice rispetto ad allora. Ora comprendo molte più cose. Sono diventato meno narcisistico, meno concentrato su me stesso e meno autobiografico. E mi interesso di più ai muri in generale, al modo in cui trattiamo gli altri. Comunque non vedo Bob (Ezrin) da 20 anni, è passato tanto tempo.

Una volta un veterano le ha detto: “Tuo padre sarebbe fiero di te”.
(commosso) Era verso la metà dell’ultimo tour di The Wall. Venne da me un signore anziano, mi tese la mano, mi guardò negli occhi e mi disse: “Tuo padre sarebbe fiero di te”. Fu un momento molto toccante. Mi fece capire che anche a distanza di anni, perché mio padre era morto da 70 anni o giù di lì, riuscivo ancora ad emozionarmi per il mio rapporto con lui.

Suo padre Eric Fletcher Waters, caduto il 18 febbraio 1944 a pochi chilometri da Anzio, c’è in ogni sua opera. Lo citava già in Free Four, ed era il 1972. Quando è morto, lei aveva cinque mesi.
Ho sempre pensato di dover essere alla sua altezza. Era un uomo coraggioso, non solo perché era obiettore di coscienza nel 1939 e si rifiutò di arruolarsi nell’esercito. Poi cambiò idea quando capì che il suo credo politico prevaleva sulla sua fede cristiana e decise che doveva combattere contro i nazisti durante la seconda guerra mondiale. È stata una figura eroica del mio passato e significa ancora tantissimo per me, il ricordo che ho di lui. Sì, è stato molto importante.

Syd Barrett e Richard Wright. Di uno hai sempre parlato con affetto e rimpianto, con Wright ci sono stati anche molti scontri. Che ricordo ha di loro?
Ovviamente ricordo molto bene tutti e due. C’erano delle tensioni, ma non con Syd. Non ce ne sono mai state: lui è andato fuori di testa, tutto qui. Rick e io avevamo delle divergenze quando era ancora nel gruppo, però abbiamo anche fatto della gran bella musica insieme. L’ho sempre rispettato come musicista. Non saprei cos’altro dire. Abbiamo vissuto un periodo brevissimo.

Mica tanto. Con Wright ha lavorato quasi vent’anni.
Cosa sono vent’anni? È un attimo che fugge. Anche i 75.000 anni che siamo su questa Terra non sono niente. La via scorre via veloce e a volte, se potessi tornare indietro, agiresti diversamente rispetto a come hai fatto. Ma non si può chiedere a chi è morto se avrebbe preferito agire diversamente o se avrebbe cambiato qualcosa della sua vita. Il mondo delle relazioni umane, e delle credenze filosofiche o politiche di una persona, è così complesso e difficile. Ci sono tantissime scelte che facciamo ogni giorno. Siamo destinati a sbagliare: tutti facciamo errori, errare è umano. Non saprei davvero cos’altro dire su Syd o Rick.

Con i Pink Floyd avete dilatato l’idea di canzone. Sempre al New York Times lei ha dato una risposta bizzarra, in merito.
Noi iniziavamo, io guardavo Rick (Wright), lui guardava Dave (Gilmour): “Qualcuno sa un altro accordo?”. “No!”. Così suonavamo un do minore per mezz’ora... Scherzavo, ovviamente.

Il suo rapporto coi live è mutato radicalmente. Nel ’77 sputò in faccia a un cretino che voleva arrampicarsi sul palco durante un concerto a Montreal e da quell’episodio, che la traumatizzò, nacque The Wall. Durante i suoi primi concerti solisti negli Anni Ottanta, i Pink Floyd riempivano gli stadi e lei no. Così, fino alla fine dei Novanta, si è fermato. Ora invece non fa che suonare dal vivo.
Non avevo più fatto nulla dopo Radio K.A.O.S. (1987). Qualche anno dopo, Don Henley mi chiese di partecipare a un concerto di beneficenza per il suo progetto Walden Woods a Los Angeles. Accettai. Così feci 2-3 canzoni con la sua band. Quando salii sul palco e partii con la prima canzone, non ricordo quale, sentii una grande ondata di calore proveniente dal pubblico che applaudiva. Percepii che le persone provavano una specie di amore per me. Dopo aver fatto una manciata di canzoni quella sera, Chris Wright della Chrysalis Records mi disse: “Non mi ero mai reso conto che fossi un performer!”. Io gli risposi: “Certo che lo sono!” Poi scesi dal palco e pensai: “Mi è proprio piaciuto!”. Ero molto rilassato. Pensai che mi piaceva il rapporto che avevo con il pubblico quella sera. Tutto questo mi fece pensare che un giorno sarei tornato on the road e mi sarei cimentato di nuovo in quest’esperienza. Lo feci con In The Flesh, nel 1999. Pensai che era andata bene e che avrei provato a fare qualcosa di diverso ogni volta sul palco. Ed eccoci qui.

Le leggo una recensione che ha fatto di lei una persona che la conosce bene: “Un uomo come lui si arrende solo quando muore”. Sa chi l’ha detto?
No.

David Gilmour.
(allibito e facendo una faccia tipo De Niro “Stai parlando con me?” in Taxi Driver) Che cosa ha detto Dave?

Che un uomo come lei si arrende solo quando muore.
(poco convinto). Ha detto così?

Sì. Non ne sembra molto felice.
Ah, beh. Okay. Perché no?

E’ una bella recensione, no?
(sorridendo) Non mi interessa, non è una cosa che mi appassiona. Io e Dave siamo stati in un gruppo per 20 anni, e ora non ne facciamo più parte. Non lo vedo mai e non abbiamo rapporti. Se ha detto così, va bene. Non so perché abbia detto così, non so perché la cosa dovrebbe risultare interessante.

Forse perché siete due dei musicisti più amati nel mondo.
Okay, va bene! Ma ci sono così tante cose che mi appassionano adesso, che quella frase suona oggi un po’ irrilevante per me. Questo è un bel disco, non vedo l’ora di fare questi concerti. Il lavoro necessario per allestire il tour “Us + Them” (partenza il 26 maggio da Kansas City. La scaletta proporrà 4 brani dal nuovo disco e poi pezzi tratti da Dark Side Of The Moon, Animals e The Wall. Probabili date italiane nel 2018 e 2019, NdA) è enorme. È impossibile farlo nel tempo a disposizione. Ma lo stiamo facendo. Questo mi piace: mi piace essere sotto pressione. È sempre stato così. Era impossibile mettere in piedi gli show di The Wall quando ero nei Pink Floyd. Non si poteva fare, ma ce l’abbiamo fatta. Mi piacciono le sfide e forse Dave si riferiva a questo: “Si arrende solo quando muore”. Mi piace avere qualcosa da fare, non mi piace stare con le mani in mano. Inoltre mi piace esprimere sentimenti. La mia ragione di vita è avere un problema da risolvere. È questo che mi fa venire voglia di alzarmi ogni mattina, bere due caffè e dire: “Forza! Dai, alla carica!”. Mi piace lavorare e sono felicissimo di essere ancora in forma, forte e in salute per continuare con il mio lavoro. Se Dave intendeva dire che continuerò a farlo finché muoio, probabilmente ha ragione. Sì, probabilmente andrà così.

(Grazie a Sony, Claudia Benetello, Maria Galetta, Jon Pareles e Giovanni Rossi)

03/12/2015

E se il problema fosse la monogamia?

Ciao Eretica,
ti scrivo la mia storia perché ho bisogno di parlarne con qualcuno:
ho 36 anni e forse (forse?) sono un po’ strana.

Sto con un uomo della mia età da 4 anni, un uomo che adoro e che ho desiderato a lungo.
Sono sicura di amarlo, con lui sto bene e ci starei a tempo indeterminato, non mi manca nulla: dialogo apertissimo, quotidianità perfetta nella convivenza, a letto è portato, dotato, fantasioso (fin troppo interessato a me fisicamente).
Lo trovo bello, mi piace, lo stimo. Mi piace anche il suo modo di pensare, ha obiettivi simili ai miei e ci adoperiamo per raggiungerli, in piena sintonia.
...ma lo tradisco.

A un corso di teatro ho incontrato due uomini, molto diversi tra loro e diversi da lui.
Il primo è stato un colpo di fulmine: estetica folgorante, molto più giovane di me, mi è subito parso bello e impossibile. Quando poi ho saputo la sua età se avessi avuto una mezza idea concreta ci avrei messo una croce sopra.
Ma allora non ce l’avevo affatto.

Beh, all’inizio ci evitiamo (io lo evito proprio in virtù del rischio che sento nell’attrazione, lui lo percepisce e mi crede spocchiosa)… poi accade qualcosa.
Abbiamo gli stessi interessi cinematografici, cominciamo a parlare su Facebook, mi fa due complimenti goffi da ragazzino e io lo fermo.
Guardiamoci: 15 anni di differenza e io sono impegnata. No.
Ma continuiamo a cercarci, a parlarci, a confidarci. Lui mi parla dell’università, io del mio lavoro, della mia vita, di quello che viviamo e che abbiamo vissuto. Cominciano ad intrecciarsi le mani.
Da una parte lo vedo “piccolo” e mi viene da proteggerlo e guidarlo, mi ricorda un po’ me a quell’età, dall’altra, da vicino, sono ormoni impazziti tenuti faticosamente a bada da entrambe le parti.
E succede qualcosa. Memorabile per l’emozione e non per il fatto in sé.
Ma nel frattempo si cementa qualcosa sotto, di bello, di pulito, luminoso.
Sono diversi lui e il mio compagno, è diverso tutto e non mi sento in colpa.
Nessun legame, so che presto si allontanerà prendendo la sua strada e sono in pace con questo.
Vorrei andasse lontano, riuscisse, realizzasse i suoi sogni… anche se lontano da me.
Non è il sesso che conta, insieme non è granché e non lo cerchiamo nemmeno più di tanto: ci sosteniamo, ci cerchiamo le mani, ci facciamo bene all’autostima (e al cuore… che romanticona!).

Non amo meno il mio compagno, ANZI.
Sono più sicura di me, lo amo ancora di più.
Con omissioni gli parlo dell’altro come di un mio amico.
All’altro parlo di Lui, come dell’uomo migliore del mondo e lui lo ammira, “da grande” vorrebbe essere come Lui: appassionato, intelligente, sicuro di sé.
Si vedono, si conoscono, senza troppa tensione da perte dell’altro, mentre il mio compagno ignaro è tranquillo.

E poi accade di nuovo.
Terzo uomo, 15 anni di differenza al contrario: separato con una storia triste che ancora brucia, intellettualmente stimolato da me, io da lui, piacente ma non appariscente.
Altri interessi in comune, una cosa che nasce piano piano e si concretizza con una naturalezza incredibile. Anche qui non è il sesso la chiave ma lo è il dialogo, i suoi ricordi che vengono a galla e vengono ricolonizzati da abbracci e carezze, la sua mente che si scioglie e il suo cuore che si libera, stralci di cose lavorative e vissute che si legano, ci fanno capire e ci fanno sentire grati l’uno all’altra.
La sua visione delle cose che mi affascina, la sua tenerezza.
Di nuovo nessun legame, nessuna promessa.
Sa che non voglio cambiare la mia vita, che c’è Lui, (anche se a tratti cambierei volentieri in meglio la sua), ci regaliamo il piacere di vederci, di parlarci, di sentirci e starci vicini.

Sono tre piani distinti, sono tre me ma con alla base sempre la mia piena identità.
Sono me stessa e sincera con tutti e tre (anche se non sanno in termini completi l’uno dell’altro e devo omettere un po’).
Non prometto, non esagero.

Un po’ mi sento in colpa perché mi hanno insegnato che è brutto, che non si fa, che si ferisce.
Ma io adesso non vedo dolore, vedo solo gioia di stare insieme, fino a che si vuole, senza togliersi niente e togliere niente agli altri.
È avere liberamente quello che fa stare bene, le peculiarità di ognuno.

La cosa che mi spiace è di non avere il coraggio di essere trasparente, specie nella mia relazione (anche quella senza legami scritti, conviviamo “solo”).
Ho tanta paura di perderlo perché io non voglio andare via, non lo faccio per andare via: io voglio Lui. Il mio futuro in coppia lo vedo solo con Lui, la vita quotidiana solo con Lui. E tutti lo sanno.
Se vi state chiedendo come starei al contrario ve lo dico sinceramente: mi basta che torni, di essere quella speciale… se io non arrivo a dargli tutto quello di cui ha bisogno preferisco saperlo FELICE piuttosto che “mio”.
Quando a letto è insistente e io non ce la faccio a stargli dietro coi ritmi piuttosto che vederlo torvo preferirei davvero che avesse un’altra a farlo felice, a renderlo sereno. Ma che poi tornasse da me.

Forse sono cattiva.
Forse sono pazza a pensare di poter dare amore così, senza pretendere nulla in cambio che non sia veder star bene.
Forse sono egocentrica, egoista, un mostro… se credo che questa storia della fedeltà a tutti i costi sia parecchio sopravvalutata nella società.
Mi sento in colpa per essere felice, per sentirmi completa.

Ma AMO, e dove non amo nella completezza del termine voglio bene davvero, tanto.
Questo mi fa sentire tremendamente VIVA.

Ciao e grazie dell’attenzione, per il tuo impegno e la tua utilissima attività!
L.

Fonte