Come e dove si è radicalizzato Eitan Bondì? Chi conosce la famiglia del 21enne, arrestato ieri per aver sparato a una coppia che indossava un fazzoletto dell’Anpi al collo lo scorso 25 aprile, racconta di una famiglia di estrazione popolare: genitori ambulanti a Porta Portese, «non politicizzati». Eitan, ora fattorino, un passato da agente immobiliare dopo l’abbandono degli studi di architettura, ha frequentato il liceo della comunità ebraica romana, il Renzo Levi del Ghetto.
Nessuno dice di conoscerlo ora, eppure la famiglia Bondì qualche aggancio doveva averlo, se è stato scelto per lui l’esperto avvocato Cesare Gai, penalista di riferimento della comunità capitolina che ha anche rappresentato in giudizio l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei). Non è però il gesto di un folle isolato.
«Anche se non era membro di nessun gruppo è cresciuto in un ambiente dove la violenza verbale e anche fisica è stata sdoganata», spiega un docente che frequenta il Tempio Maggiore. Non è una novità, infatti, la presenza nella comunità ebraica romana di piccoli nuclei che interpretano la loro militanza come una difesa a oltranza di Israele. E che hanno come riferimento storico il movimento politico sionista estremista statunitense Lega di difesa ebraica.
«Dal 7 ottobre in poi questi gruppi che usano la violenza come strumento politico hanno riscosso consensi anche nella destra ebraica tradizionale – ragiona Daniel, studente universitario e membro dei gruppi ebraici antirazzisti – Questo non è un episodio che cade dal niente».
A Roma negli ultimi anni c’è stato un incremento delle aggressioni da parte di gruppi sionisti di destra. La maggior parte è avvenuta alla fine dei cortei e dei presidi contro il genocidio in Palestina, ai danni di manifestanti che tornavano a casa, accerchiati e picchiati con caschi, catene, spranghe, bottiglie.
Ma ci sono stati anche i raid nelle università (La Sapienza e Roma III) e nelle scuole occupate, come quello al liceo Manara, firmato dalla «Brigata Aldo Vitali». Oltre alle violenze del 25 aprile 2024, quando un gruppo di sionisti a volto coperto lanciò lattine piene di cibo contro i manifestanti che indossavano le bandiere della Palestina. O quelle dello scorso ottobre al Liceo Caravillani di Monteverde, quando studenti e professori in assemblea per Gaza nel cortile vennero assaliti da uomini della sinagoga confinante.
In entrambi i casi era presente Riccardo Pacifici, ex leader della comunità romana e oggi vicepresidente della European Jewish Association. «Mi vergogno – ha commentato ieri Pacifici – Perché l’ha fatto lo dovrà dire lui». «Dovremmo interrogarci anche all’interno delle nostre istituzioni su come sia stato possibile arrivare a un gesto così». Senza dimenticare di accusare anche l’Anpi che «si deve prendere le proprie responsabilità, come dei fatti di Milano».
L’attuale leader della comunità ebraica della Capitale Victor Fadlun, si è dissociato «da qualsiasi forma di violenza». E ha definito un «oltraggio» l’uso del nome Brigata ebraica, smentendo che Eitan Bondì fosse un loro iscritto. Anche l’Ucei ha espresso condanna «di ogni forma di violenza da qualunque parte provenga».
Tuttavia i toni esasperati usati degli esponenti delle organizzazioni ebraiche in questi ultimi anni non sono passati inosservati. Pacifici è finito spesso nelle cronache, oltre che per il suo ruolo, per i modi spicci, per usare un eufemismo, e la lingua tagliente.
«C’è stata una deriva aggressiva nella comunità che ha allontanato molto – dice S, che preferisce rimanere anonima per paura di ritorsioni – D’altra parte quando si mutuano i linguaggi del ministro Smotrich o dello stesso Netanyahu è difficile che poi qualcuno non provi a prendere la presunta difesa degli ebrei alla lettera, sono cicli che si autoalimentano in gruppi chiusi dove alcuni metodi sono stati legittimati».
Il professore del Liceo Caravillani hanno sporto denuncia dopo l’episodio. Eitan Bondi si riuniva con i suoi amici a poche decine di metri di distanza dalla scuola, dalle parti della sinagoga di via Pozzo Pantaleo. Non è ancora certo se frequentasse uno di quei gruppi e neanche «il vecchio servizio d’ordine della comunità – spiega M. che si occupa di estremismi religiosi – che talvolta usa i pugni ma non le pistole».
Possibile che si sia radicalizzato on line. Su Telegram e Signal ci sono diverse chat sioniste di destra in cui la violenza verbale è la norma. E ci si scambiano video di esplosioni, irruzioni dell’Idf e palestinesi in fin di vita. Una si chiama, fondata da un ex portavoce dell’esercito, Dario Sanchez. Ha 11mila iscritti.
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