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11/05/2026

In casa Bondì “un arsenale pronto per scenari di guerra”

In base agli elementi riassunti da questo articolo, non si capisce come i magistrati abbiano potuto scarcerare Eitan Bondì e mandarlo agli arresti domiciliari. Un qualunque altro militante, per molto meno, sarebbe stato mandato al 41bis. Il perché è solare. Siamo contro il carcere, specie quello “duro”, ma non cretini...

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Eitan Bondì custodiva in casa una “attrezzatura specifica di pronto uso in uno scenario di guerra”. Emergono particolari rilevanti dagli atti inediti sull’arresto del 21enne ultra sionista, che il 25 aprile scorso a Roma ha sparato a due militanti dell’Anpi. Ricostruzioni e valutazioni dei giudici che rendono la vicenda tutt’altro che chiusa.

Gli investigatori della Digos vogliono essere certi che il ragazzo abbia davvero fatto tutto da solo, per questo monitorano i gruppi giovanili legati alla Comunità ebraica di Roma, tra cui la “Brigata Vitali’, di cui Bondì si sospetta facesse parte.

Nel provvedimento di convalida del fermo, la gip Paola Della Monica descrive l’azione del 21enne caratterizzata dalla “assoluta indifferenza mostrata dopo il fatto, avendo egli completato il giro di consegne con Glovo e, dunque, il suo turno di lavoro, incurante delle conseguenze del proprio gesto”.

Si tratta di un dettaglio importante: Bondi non era partito da casa, magari “istigato” dalle notizie arrivate da Milano (la Brigata Ebraica cacciata dal corteo del 25 aprile, ndr) ma stava lavorando.

“Un‘azione programmata – sottolinea la giudice – dagli effetti chiaramente e volutamente eclatanti (...) che evidenziano una freddezza da parte dell’aggressore, e dunque un altissimo grado di pericolosità”.

La giudice poi si sofferma sull’attrezzatura “da guerra” in dotazione a Bondi. Troppo fornita per un ragazzo di 21 anni seppur con porto d’armi per uso sportivo.

Una pistola Glock 9×19, una semi-automatica Para Ordnance calibro 48, una rivoltella Taurus calibro 38 e ancora un fucile a pompa Hatsa calibro12euno monocolpo (da cecchino), un Chiappa calibro 22lr, una carabina Smith& Wesson 223 e una scacciacani. Ma c’è dell’altro: in casa c’erano zaini, kit medici e due coltelli a serramanico con lame da 12 e 19 centimetri.

“La parete della sua camera da letto presentava due disegni di coltelli, una stampa di un fucile AK-47 (“Kalashnikov”) e attestati di formazione anche di corsi di difesa personale”. Una persona, sottolinea la giudice, “che conosce le armi”, una “mano esperta” che il 25 aprile ha colpito “da posizione idonea e con piena visualizzazione degli obiettivi”.

Non risulta agli investigatori che Bondì si fosse iscritto come riservista dell’esercito israeliano. O che avesse fatto richiesta del passaporto di Tel Aviv. Una scelta che accomuna invece diversi giovani della Comunità ebraica.

Per questo la Digos vuole avere un quadro completo dei porto d’armi distribuiti tra le persone legate alla comunità romana. Bondì, scrive infatti la gip, nella sua azione è stato mosso da una chiara “presa di posizione e da un coinvolgimento rispetto al conflitto israelo-palestinese”.

Fattore diventato il principale motivo di scontro, sul territorio, tra movimenti di sinistra e i gruppi legati al mondo ebraico.

Fonte

07/05/2026

L’estremismo dei sionisti romani tra leader discussi e chat radicali

Come e dove si è radicalizzato Eitan Bondì? Chi conosce la famiglia del 21enne, arrestato ieri per aver sparato a una coppia che indossava un fazzoletto dell’Anpi al collo lo scorso 25 aprile, racconta di una famiglia di estrazione popolare: genitori ambulanti a Porta Portese, «non politicizzati». Eitan, ora fattorino, un passato da agente immobiliare dopo l’abbandono degli studi di architettura, ha frequentato il liceo della comunità ebraica romana, il Renzo Levi del Ghetto.

Nessuno dice di conoscerlo ora, eppure la famiglia Bondì qualche aggancio doveva averlo, se è stato scelto per lui l’esperto avvocato Cesare Gai, penalista di riferimento della comunità capitolina che ha anche rappresentato in giudizio l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei). Non è però il gesto di un folle isolato.

«Anche se non era membro di nessun gruppo è cresciuto in un ambiente dove la violenza verbale e anche fisica è stata sdoganata», spiega un docente che frequenta il Tempio Maggiore. Non è una novità, infatti, la presenza nella comunità ebraica romana di piccoli nuclei che interpretano la loro militanza come una difesa a oltranza di Israele. E che hanno come riferimento storico il movimento politico sionista estremista statunitense Lega di difesa ebraica.

«Dal 7 ottobre in poi questi gruppi che usano la violenza come strumento politico hanno riscosso consensi anche nella destra ebraica tradizionale – ragiona Daniel, studente universitario e membro dei gruppi ebraici antirazzisti – Questo non è un episodio che cade dal niente».

A Roma negli ultimi anni c’è stato un incremento delle aggressioni da parte di gruppi sionisti di destra. La maggior parte è avvenuta alla fine dei cortei e dei presidi contro il genocidio in Palestina, ai danni di manifestanti che tornavano a casa, accerchiati e picchiati con caschi, catene, spranghe, bottiglie.

Ma ci sono stati anche i raid nelle università (La Sapienza e Roma III) e nelle scuole occupate, come quello al liceo Manara, firmato dalla «Brigata Aldo Vitali». Oltre alle violenze del 25 aprile 2024, quando un gruppo di sionisti a volto coperto lanciò lattine piene di cibo contro i manifestanti che indossavano le bandiere della Palestina. O quelle dello scorso ottobre al Liceo Caravillani di Monteverde, quando studenti e professori in assemblea per Gaza nel cortile vennero assaliti da uomini della sinagoga confinante.

In entrambi i casi era presente Riccardo Pacifici, ex leader della comunità romana e oggi vicepresidente della European Jewish Association. «Mi vergogno – ha commentato ieri Pacifici – Perché l’ha fatto lo dovrà dire lui». «Dovremmo interrogarci anche all’interno delle nostre istituzioni su come sia stato possibile arrivare a un gesto così». Senza dimenticare di accusare anche l’Anpi che «si deve prendere le proprie responsabilità, come dei fatti di Milano».

L’attuale leader della comunità ebraica della Capitale Victor Fadlun, si è dissociato «da qualsiasi forma di violenza». E ha definito un «oltraggio» l’uso del nome Brigata ebraica, smentendo che Eitan Bondì fosse un loro iscritto. Anche l’Ucei ha espresso condanna «di ogni forma di violenza da qualunque parte provenga».

Tuttavia i toni esasperati usati degli esponenti delle organizzazioni ebraiche in questi ultimi anni non sono passati inosservati. Pacifici è finito spesso nelle cronache, oltre che per il suo ruolo, per i modi spicci, per usare un eufemismo, e la lingua tagliente.

«C’è stata una deriva aggressiva nella comunità che ha allontanato molto – dice S, che preferisce rimanere anonima per paura di ritorsioni – D’altra parte quando si mutuano i linguaggi del ministro Smotrich o dello stesso Netanyahu è difficile che poi qualcuno non provi a prendere la presunta difesa degli ebrei alla lettera, sono cicli che si autoalimentano in gruppi chiusi dove alcuni metodi sono stati legittimati».

Il professore del Liceo Caravillani hanno sporto denuncia dopo l’episodio. Eitan Bondi si riuniva con i suoi amici a poche decine di metri di distanza dalla scuola, dalle parti della sinagoga di via Pozzo Pantaleo. Non è ancora certo se frequentasse uno di quei gruppi e neanche «il vecchio servizio d’ordine della comunità – spiega M. che si occupa di estremismi religiosi – che talvolta usa i pugni ma non le pistole».

Possibile che si sia radicalizzato on line. Su Telegram e Signal ci sono diverse chat sioniste di destra in cui la violenza verbale è la norma. E ci si scambiano video di esplosioni, irruzioni dell’Idf e palestinesi in fin di vita. Una si chiama, fondata da un ex portavoce dell’esercito, Dario Sanchez. Ha 11mila iscritti.

Fonte