Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
08/10/2026
L’Iran convoca l’ambasciatore francese per la repressione degli studenti
L’ambasciatore di Parigi a Teheran, Nicolas Roche, si è visto inoltrare una nota per protestare contro “la violenta repressione” delle manifestazioni studentesche e contro le “diffuse violazioni dei diritti umani” riportano con una certa dose di ironia i media iraniani.
In un post su X, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha ricordato che “nel gennaio 2026, la Francia invitò l’Iran a garantire il diritto di manifestare pacificamente senza timore di rappresaglie e a dare prova di moderazione nella risposta alle manifestazioni” in corso nel paese.
“Nonostante gli appelli alla rivolta lanciati dall’estero e le notizie di attacchi armati contro centri e forze di sicurezza in Iran, il ministro degli Esteri francese parlò di una rivolta pacifica – ha proseguito Baqaei – oggi, in Francia, le manifestazioni dei liceali vengono descritte come violenze urbane”.
Punta decisamente sul vivo, Parigi ha reagito convocando a sua volta l’ambasciatore iraniano in Francia al Quai d’Orsay per protestare contro quella che definisce la campagna di disinformazione condotta da Teheran sui movimenti che stanno agitando le strade francesi. La Francia ha lamentato che “i contenuti falsi diffusi online da account ufficiali del ministero degli Affari esteri iraniano sono assolutamente inaccettabili, così come è stata ingiustificata la convocazione, avvenuta il 6 ottobre, del nostro ambasciatore a Teheran”.
Il problema è che i video e le foto sulla brutalità poliziesca in Francia non sono affatto fake news e stanno circolando in tutto il mondo. Si calcolano già quasi 5mila fermi, decine di arresti e centinaia di feriti, di cui almeno due gravi tra gli studenti. Così come era avvenuto – ma a parti inverse – mesi indietro sull’Iran.
Solo che questa volta il “colpo” è stato restituito, e con gli interessi.
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04/10/2026
Il doppio standard dell’UE nei Balcani mira alla guerra contro la Russia
L’Unione Europea sta conducendo una partita molto pericolosa nei Balcani occidentali. Da un lato apre le porte del mercato unico ai paesi candidati “obbedienti”, come l’Albania, dall’altro riserva un trattamento più freddo ai partner considerati “non perfettamente allineati”, come la Serbia.
Alla base di questo gioco vige una legge brutale nella sua semplicità: o si accetta in toto il dettato geopolitico di Bruxelles, o il processo di integrazione europea rischia di diventare un lungo gioco dell’oca.
Come riporta Jugocoord, POLITICO ha ricevuto una bozza di testo della Commissione Europea secondo cui Ucraina, Moldavia, Albania e Montenegro otterrebbero una road map preferenziale per l’adesione all’Ue, con accesso senza precedenti al mercato unico e partecipazione a programmi di ricerca.
D’altra parte, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia del Nord e Turchia invece sarebbero imbottigliate nel traffico in entrata verso Bruxelles per il rispettivo “avvicinamento alla Russia e alla Cina”.
Il tour nei Balcani occidentali della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, iniziato lo scorso 30 settembre, sta evitando deliberatamente la Serbia e la Bosnia ed Erzegovina. Il segnale non potrebbe essere più chiaro: chi non si schiera con l’elmetto non ha il biglietto d’ingresso.
La lista delle condizioni contenuta nella bozza divulgata da POLITICO manifesta in modo netto la febbre guerrafondaia di cui sono preda le élite politico-industriali europee.
I nuovi candidati infatti dovrebbero “rispettare rigorosamente tutti i pacchetti di sanzioni” contro la Russia; bloccare il flusso di tecnologie sensibili – intelligenza artificiale, semiconduttori, biotecnologie – verso i paesi “ostili”; introdurre meccanismi di controllo degli investimenti esteri.
In caso di violazione di una di queste condizioni si aprirebbe immediatamente una procedura per la revoca automatica dell’accesso al mercato unico.
Tutto questo accade mentre sul fronte dei Balcani la battaglia ideologica continua a partorire i suoi mostri.
Infatti, lo scorso 16 settembre il Tribunale speciale dell’Aia ha condannato l’ex presidente del Kosovo Hashim Thaçi a 25 anni di reclusione, per crimini di guerra, omicidio e tortura, con pene pesanti anche per i suoi coimputati.
Tuttavia, solo alcuni giorni dopo il parlamento di Tirana ha approvato all’unanimità una delibera che conferisce ai quattro condannati dal Tribunale dell’ONU il titolo di “cittadini onorari”, nel silenzio totale e imbarazzante delle istituzioni europee.
Quella stessa UE dunque che minaccia la Serbia di sospendere i negoziati di adesione per le sue simpatie filo-russe resta in silenzio mentre l’Albania celebra pubblicamente criminali di guerra.
Tutto questo non sorprende se si guarda alla postura dell’UE e dei suoi membri più rilevanti nel continuare a mandare al massacro il popolo ucraino, e di conseguenza a impoverire i propri cittadini, pur di rilanciare la propria industria bellica contro la Federazione Russa.
Anche nei Balcani l’odiosa logica del doppio standard, lo stesso che si usa in Palestina, a Cuba o in Iran, emerge con invidiabile chiarezza, per cui a chi difende l’imperialismo occidentale (stare geopoliticamente dalla “parte giusta”) si perdonano anche i più efferati crimini di guerra. In Palestina e a Cuba, così come in Jugoslavia.
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12/09/2026
11 settembre 2001: siamo ancora “tutti americani”? Non lo eravamo neanche allora ma non avevamo il coraggio di dirlo
di Fulvio Scaglione
Oggi è stata la giornata delle Torri Gemelle, come è diventata abitudine sintetizzare i quattro attentati che 19 terroristi arabi misero a segno negli Stati Uniti dirottando altrettanti aerei di linea e lanciandoli come missili contro i due grattacieli di New York e il Pentagono a Washington, mentre il quarto precipitò in Pennsylvania dopo l’eroico tentativo dei passeggeri di recuperarne il controllo. 2.977 morti in totale, dei quali 2.606 alle Torri Gemelle. E più di 9 mila soccorritori morti da allora a causa delle polveri tossiche respirate quel giorno. Una strage orrenda, durata anni. Inconcepibile allora e quasi incredibile ancora oggi. Oggi che è stata la Giornata delle Torri Gemelle come lo sarà sempre, di decennio in decennio, di generazione in generazione. Almeno finché resterà qualcuno di noi che ricorda con precisione assoluta dove eravamo e che cosa facevamo in quelle ore. Il sottoscritto per esempio era in Armenia, con un aereo da prendere nella notte e, per la prima volta, terrorizzato all’idea di volare.
E però questi 25 anni ci hanno cambiato molto. Più noi che gli americani. Venticinque anni fa, lo ricordiamo tutti, il mantra era “siamo tutti americani”. Questo era il titolo e la sostanza di un famoso editoriale di un famoso giornalista, Ferruccio de Bortoli direttore del Corriere della Sera. E come tutti gli articoli azzeccati interpretava perfettamente lo spirito di quelle ore. Ma... lo interpretava o lo dettava?
Oggi a sentir dire “siamo tutti americani” vien da rispondere: col piffero! Ma adesso son capaci tutti, c’è l’orrido Donald Trump che dà la caccia ai migranti, vuol ritirare le truppe dall’Europa proprio mentre c’è la guerra della Russia, se ne frega dell’Ucraina, si pappa il Venezuela, ci fa salire il prezzo del petrolio e della benzina con quella guerra folle contro l’Iran e poi promette 5 mila dollari a chi vota il suo partito. Ci sono i sondaggi che dicono che solo l’11% degli europei ancora considera gli Usa un Paese alleato. Chi vorrebbe autodefinirsi, adesso, americano?
Il problema vero è che tutti americani lo eravamo col piffero anche venticinque anni fa. Ma allora non avevamo il coraggio di dirlo o la lucidità per capirlo. E ne avremmo avuto la dimostrazione quasi subito. Nel 2003 Germania e Francia rifiutarono di unirsi alla campagna angloamericana contro l’Iraq, giustificata a suon di balle e comunque pretestuosa perché il rivoltante Saddam Hussein non solo non aveva armi di distruzione di massa ma, soprattutto, non c’entrava nulla con l’11 settembre. Ricordate le critiche, gli insulti, le beffe a carico del presidente francese Jacque Chirac e del ministro degli Esteri Dominique de Villepin? E perché nessuno scrisse “siamo tutti iracheni” quando fu chiaro che l’invasione stava provocando centinaia di migliaia di morti innocenti tra i civili?
De Bortoli, allora, colse bene il sentiment popolare. Tutti erano a dir poco scioccati all’idea che un colpo così forte potesse essere sferrato ai danni della potenza americana super-armata e super-protetta da un apparato senza uguali di servizi di sicurezza. Era, in un certo senso, la fine del mondo, o qualcosa che molto le somigliava. E infatti nell’editoriale risuonava l’affermazione: “È tutta la civiltà sotto attacco”. Tutta? Civiltà? Perché? Perché i morti erano di passaporto americano, anche se in realtà i Paesi d’origine delle povere vittime erano 77? Quale civiltà anche “nostra” era ravvisabile nell’eterno maneggio americano dei colpi di Stato (Indonesia 1965, Grecia 1967, Argentina 1967, Cile 1973) o nelle invasioni (Grenada 1983, Panama 1989)?
Nell’articolo di allora si notavano anche “le inqualificabili manifestazioni di giubilo palestinese davanti alle immagini di morte di civili inermi”. Inqualificabili è poco, ma di nuovo: di fronte a qualunque morte di civili inermi. Epperò risulta (risultava) così difficile capire che alla base di quelle “manifestazioni” poteva esserci anche il rancore per una potenza che, già in quegli anni, faceva di tutto per appoggiare lo Stato di Israele e la sua politica di occupazione dei territori? Nel 2000 gli abitanti israeliani negli insediamenti illegali erano già 200 mila. E poiché in quel periodo ci si avviava verso i colloqui di Camp David e la seconda Intifada, il governo israeliano (guidato da Ehud Barak, l’amico di Epstein) ricorse a una mossa astuta: non approvò ufficialmente alcun nuovo insediamento ma fece costruire nuove abitazioni in quelli vecchi, allargandoli. È quella politica, subito dietro il fanatismo assassino dei terroristi di Hamas e di Hezbollah, ad aver portato in questi anni ai grandi massacri di Gaza e del Libano. E di nuovo: dovremmo, avremmo dovuto sentirci parte di questa “civiltà”?
No, grazie. Il ribrezzo per Osama bin Laden, i capi di Hamas e i loro pari non basta a farci confondere l’interesse nazionale degli Usa con una qualche indistinta civiltà. Né il lutto e il rispetto per le innumerevoli vittime di questo giorno, che resterà scolpito nella storia, basta a farci dimenticare le ancor più numerose vittime di tale famosa civiltà, vittime che non hanno nemmeno un giorno sul calendario per essere ricordate.
08/09/2026
Due “reazioni di rigetto” in un giorno solo
Della prima si parla molto con preoccupazione, perché l’ascesa dell’Afd – partito che non fa mistero di rifarsi al nazismo tedesco, quello “originale” – è ormai arrivata al punto di tracimare in maggioranza pressoché assoluta, sia pure nel land più piccolo e disastrato del paese.
La seconda – i funerali di Ratko Mladic, ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco, morto in carcere dopo la condanna per genocidio – è stata invece l’occasione per esibire pelosa “indignazione”. I funerali sono stati infatti una manifestazione di popolo, che ha accompagnato una decisione politica, quella di concedere gli onori militari.
Un paese che sta contrattando da anni l’ingresso nell’Unione Europea si è dimostrato così refrattario alla “narrazione” che la stessa Ue, e tutto l’Occidente neoliberista, gli aveva fin qui riservato.
Le dinamiche tedesche sono affrontate su questo giornale in un gran numero di articoli, e a quelli rimandiamo. La vicenda di Mladic, invece, illumina la prassi costitutiva dell’espansione ad est di Nato ed Unione Europea, fatta di ingerenza sedicente “umanitaria”, guerre e bombardamenti, che hanno ingigantito la distanza da sempre esistente tra popoli e “decisori sovranazionali”.
Mladic era stato condannato in particolare per il massacro di Srebrenica, dove vennero uccisi tra gli 8 e i 10mila musulmani bosniaci, qualificato come genocidio dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ).
Si trattava, ricordiamo, di un “tribunale ad hoc” – ben diverso dalla Corte internazionale di giustizia o dalla Corte Penale Internazionale – che doveva giudicare singole persone per i crimini di guerra commessi dai diversi eserciti “nazionalisti” generati dalla dissoluzione della Jugoslavia. Il funzionamento di quel tribunale, ossia le sentenze che ha emesso, dimostra che si trattava sostanzialmente di un prolungamento della Nato, nonostante fosse stato istituito con una risoluzione dell’Onu.
Tutti i condannati in via definitiva erano infatti serbi, nessun croato o bosniaco (il generale croato Ante Gotovina, unico condannato in primo grado, fu poi assolto in appello). In una guerra dove nessuno aveva risparmiato in atrocità verso “il nemico” si trattava di una parzialità così palese da non poter passare inosservata. Specie, ovviamente, tra i serbi.
Inevitabile dunque che a quasi 30 anni di distanza quel “doppio standard” rivestito di tecnicismi giuridici sia rimasto indigeribile. Sia a livello di classe dirigente che di popolazione.
I commentatori che oggi si esercitano sull’accusa più grave nei confronti di Mladic – genocidio – si danno inavvertitamente la zappa sui piedi provando a spiegare quanto fosse giusta quella condanna, mentre magari hanno passato gli ultimi tre anni a escludere l’identica accusa nei confronti di Netanyahu, Gallant e i vertici israeliani (l’intenzione genocidaria è esplicitata in tutte le dichiarazioni pubbliche di ministri e generali, sia di governo che di “opposizione”). Accusa peraltro mossa da una Corte con basi giuridiche assai più solide – non da un “tribunale ad hoc”, dunque di fatto “speciale” e niente affatto “imparziale” – e riferimenti certamente universali, ossia validi erga omnes (la Convenzione ONU del 1948).
Vicenda tedesca e vicenda serba sono diversissime tra loro. La prima deriva dall’impoverimento drastico dei territori dell’ex Ddr, peggiorato drammaticamente – proprio nella Sassonia-Anhalt – dalla guerra in Ucraina e dalla rottura dei rapporti economici con la Russia, che hanno distrutto l’industria chimica locale.
La seconda viene da più lontano, dalla caduta del “socialismo reale” e poi dall’espansione della Nato a mano armata o a colpi di mano “colorati”.
In comune hanno soltanto la pretesa imperialista di istituire meccanismi di governo dipendenti “dai mercati” anziché dalla complessa dinamica tra classi sociali all’interno di territori storicamente determinati. Ovvero dall’imposizione di un unico interesse “a-sociale” su tutti gli altri: quello del capitale finanziario e industriale multinazionale.
Due reazioni di rigetto – una interna al paese-guida, l’altra dentro un paese-vittima – niente affatto “progressive”, ma inarrestabili se prosegue la politica che le ha prodotte.
E non c’è alcun dubbio che tutte le principali forze politiche europee – sia criptofasciste che sedicenti “democratiche” – non abbiano alcuna intenzione di cambiare registro. Per un motivo in fondo banale come il male che hanno creato: sono l’espressione di quel ristrettissimo ceto che pretende di dominare sulla complessità degli interessi sociali senza farsene mai carico. Anzi...
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16/08/2026
La retorica del “pericolo socialista” di Maurizio Molinari
Commentando i successi elettorali della sinistra progressista negli Stati Uniti, dalla vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie dem per il Senato in Michigan ai successi dei candidati legati a Zohran Mamdani a New York, Molinari ricorre a una terminologia d’emergenza: parla di socialisti che vogliono “impossessarsi” del Partito Democratico (“quello di Kennedy e Clinton”) e di progetti per “aggredire i redditi alti”.
La scelta delle parole non è mai neutrale, come sappiamo. E quelle utilizzate dall’establishment centrista, conservatore e sionista per descrivere la spinta progressista merita un’analisi critica.
1. La doppia grammatica dei media: tra “aggressione” e “normalità”
Quando un candidato progressista statunitense, per di più musulmano (cosa che Molinari o Rampini non possono sopportare), propone una redistribuzione fiscale o l’aumento delle tasse per i ceti più abbienti al fine di finanziare la sanità pubblica, le case popolari o il trasporto collettivo, il lessico giornalistico si trasforma in un bollettino di guerra.
Tassare i grandi patrimoni diventa un’aggressione, chiedere giustizia sociale diventa una “rivolta rivoluzionaria”, e vincere democraticamente le primarie significa “impossessarsi” di un partito.
Il paradosso emerge con evidenza se si confronta questa narrazione con il modo in cui viene trattato il “fenomeno” Trump. Quando il tycoon populista ha trasformato il Partito Repubblicano, stravolgendo la tradizione di Abraham Lincoln per farne un veicolo personale, la terminologia è stata spesso quella del “fenomeno politico”, dell’onda elettorale o del “populismo reazionario” a trazione MAGA.
Raramente l’agenda della destra conservatrice viene definita con gli stessi termini bellici, anche quando incide sui diritti fondamentali della popolazione:
A) Nessuno parla di “aggressione” quando si smantella il diritto all’aborto per le donne o si riducono le garanzie sul lavoro;
B) Nessuno parla di “impossessamento” quando la destra confisca lo spazio pubblico riducendo i fondi alla sanità per i più poveri o inasprendo le politiche di detenzione per i migranti;
C) Nessuno evoca il “sacrilegio” verso la memoria storica dei “padri fondatori” quando il dibattito si sposta su tagli alle tasse per le corporazioni o sull’uso della forza contro le fasce sociali fragili.
Perché, dunque, chiedere che i milionari contribuiscano maggiormente alla spesa pubblica sarebbe un'“aggressione”, mentre privare milioni di famiglie della copertura medica sarebbe solo una norma di politica economica?
2. Il mito del “Partito Democratico che fu”
Molinari accusa la nuova generazione di voler strappare il Partito Democratico dall’eredità di “Roosevelt, Truman, Kennedy e Clinton”, lasciando intendere che il socialismo democratico ne sia l’antitesi.
Ma è una ricostruzione storica selettiva.
Franklyn Delano Roosevelt creò il New Deal proprio imponendo un’aliquota marginale sui redditi più alti fino al 90%, affrontando l’opposizione feroce della finanza dell’epoca.
John F. Kennedy promosse l’intervento statale e le riforme sociali prima che la sua eredità venisse normalizzata dal centrismo liberale. Non ho la benché minima ammirazione per Kennedy giacché, da latinoamericana, ho ben presente cosa ha fatto la sua gestione nei confronti non solo di Cuba, ma di tutti i paesi latini, Brasile in primis.
Il modello di Bill Clinton, citato come pietra di paragone, rappresenta il compromesso liberista degli anni ’90, quello dell’austerità e della deregolamentazione finanziaria che ha contribuito ad ampliare la voragine delle disuguaglianze in cui l’America si trova oggi.
Invocare perciò la “purezza” di un partito che apparterrebbe di diritto ai moderati significa negare la natura stessa delle primarie: uno strumento democratico in cui la base sceglie da chi farsi rappresentare.
Se una comunità vota per El-Sayed o Mamdani, non c’è alcun “impossessamento”, ma l’esercizio del voto in un sistema competitivo.
3. Mettere a fuoco la realtà
La retorica che associa automaticamente il sostegno ai diritti dei lavoratori, la solidarietà con il popolo palestinese e la richiesta di giustizia sociale a una “rivolta estremista” ha uno scopo preciso: delegittimare la domanda di cambiamento prima ancora di discuterne il merito.
Non è stato estremista, Maurizio Molinari, quando ha affermato che i gazawi emigravano “volontariamente” circa un anno fa? Eppure dirige La Stampa, pensate.
Mentre editorialisti ed esperti paventano il pericolo del “socialismo” alle porte, la realtà materiale degli Stati Uniti mostra che i giovani e i ceti popolari non cercano un dogma ideologico del Novecento, ma risposte concrete ad un sistema in cui l’accumulo sregolato di capitale ha reso inaccessibili i beni primari.
Sostituire la discussione sui contenuti con una lessicologia della paura serve solo a difendere lo status quo, dipingendo qualsiasi tentativo di equità come un atto di violenza.
Finché l’analisi di commentatori come Rampini e Molinari continuerà a valutare la spinta progressista americana solo attraverso la lente della minaccia all’ordine liberale tradizionale, sfuggirà loro il senso profondo di questo cambiamento.
C’è una richiesta concreta di una società più umana, equa e sostenibile, in cui il benessere collettivo prevalga sulla corsa sfrenata all’accumulo individuale. Ed è questa la vera rivoluzione promossa dai giovani.
Quando figure come Bernie Sanders o le nuove leve della sinistra progressista conquistano terreno nelle roccaforti elettorali, non si tratta di un’improvvisa “ammaliazione ideologica”, ma della risposta razionale a un sistema economico che non offre garanzie di futuro.
I giovani cercano spazi di collettività, beni comuni e servizi condivisi. Il concetto stesso di “esclusività” (pilastro del sogno americano novecentesco) è stato sostituito dal desiderio di inclusione e coesione sociale.
A questo si aggiunge un chiaro e netto rifiuto di essere arruolati, sia retoricamente che materialmente, in conflitti geostrategici ed editti di guerra perpetua che servono gli interessi dell’industria bellica e delle élite politiche, ma sottraggono risorse fondamentali alla sanità, all’istruzione e al welfare.
Aggiungo, per concludere, che mentre l’ala conservatrice si scaglia contro i “Democratic Socialists of America” accusandoli di voler statalizzare l’economia, persino l’amministrazione Trump e il governo federale usano strumenti di intervento pubblico, erogando sussidi e acquisendo quote azionarie di società private (come evidenziato dalle critiche liberali sui programmi del CHIPS Act).
Ovvero, il sistema stesso dimostra che il puro “libero mercato” è una finzione retorica: lo Stato interviene costantemente, ma troppo spesso lo fa per salvare mercati e grandi corporation, anziché garantire i diritti essenziali della popolazione.
Ciò che fanno fatica a capire i tanti Molinari è che la cultura della prestazione a tutti i costi e dell’accumulo illimitato di capitale appare oggi vuota e insostenibile, perché l’aspirazione non è più diventare milionari a scapito altrui, ma raggiungere una stabilità d’esistenza accessibile a tutti, dove il lavoro è uno strumento di vita e non una condanna all’esaurimento fisico e mentale.
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14/08/2026
Colombia - Il doppio standard di de De La Espriella sui gruppi armati
Venerdì 7 agosto, il nuovo presidente della Colombia, l’avvocato di estrema destra Abelardo de la Espriella, si è insediato a Casa de Nariño, il palazzo del governo a Bogotà, dopo una contestata vittoria al fotofinish sul candidato di sinistra del Pacto Histórico Iván Cepeda (0,96% di scarto, meno di 250.000 voti su un totale di 26 milioni).
Una campagna elettorale urlata, all’insegna della lotta senza quartiere alla guerriglia: “Basta con le trattative di pace!”. Un Vannacci colombiano insomma, pur non provenendo dall’esercito. Eppure, de la Espriella ha iniziato la sua carriera difendendo proprio i gruppi armati [di estrema destra, ndr].
Errori di gioventù?
Nel 2004, a soli 26 anni, Abelardo creò la Fundación Fipaz, una piattaforma che organizzava forum universitari per supportare i colloqui di pace a Santa Fe de Ralito nello stato di Córdoba, tra il governo di centrodestra di Álvaro Uribe e una delle formazioni paramilitari più sanguinare, la Auc (Autodefensas Unidas de Colombia).
Erano trascorsi 7 anni dalla strage di Aro, dove 67 contadini furono massacrati da Auc, e solo due dalla Operaración Orión nella Comuna 13 di Medellin (oggi l’attrazione turistica principale della città) perpetrata dalla milizia Convivir voluta da Uribe: 120.000 uomini dotati di armi ad alta tecnologia, che fecero sparire centinaia di ragazzi.
Lo scopo principale di questo connubio Auc/Convivir era appropriarsi delle terre dei campesinos, accusati di appoggiare le Farc, notoriamente di sinistra.
Il giovane avvocato de la Espriella, attraverso la fondazione che gestiva con il suo socio Daniel Peñarredonda, promosse un referendum per evitare l’estradizione negli Stati Uniti dei due boss Salvatore Mancuso ed Ernesto Baéz.
Oggi le Auc non esistono più, sono state rimpiazzate da due formazioni ugualmente feroci: il Clan del Golfo che opera a livello internazionale e le ACSN/Los Pachenca (Autodefensas Conquistadoras de la Sierra Nevada) che agiscono sulla costa, tra Santa Marta e la Sierra Nevada. Le Acsn sono focalizzate sull’estorsione e sulla speculazione edilizia attraverso abusi ambientali.
Secondo la testimonianze di un imprenditore italiano che ha denunciato per primo questo sistema, il pizzo colpisce tutti, alberghi, negozi e compagnie di trasporto, con la complicità dell’amministrazione di Santa Marta, il cui sindaco di centrodestra Carlos Pinedo Cuello è stato sanzionato di recente con 10 giorni di arresto per le costruzioni abusive a Playa Salguero.
Secondo la fonte, l’impunità di Acsn arriva fino a costringere i negozi ad acquistare solo dai fornitori legati all’organizzazione, con i pulmini delle imprese locali talvolta bloccati dalle gang, e costretti a trasferire i turisti sui loro mezzi.
Oggi Peñarredonda sarebbe il proprietario dell’hotel di lusso Tewimake a Santa Marta dove – secondo confidenze di un manager – alloggerebbe Fredy Castillo, alias “Pinocho”, il leader Acsn incaricato di un contatto con il governo attraverso l’ex socio di de la Espriella.
Criteri di valutazione criminale
La differenza tra il Clan del Golfo e le Acsn ai fini dei requisiti per accedere alla lista del FTO (Foreign Terrorist Organizations, le organizzazioni internazionali del terrorismo) secondo i criteri del Dipartimento di Stato statunitense, consiste in una serie di fattori: pericolosità oltre i confini del territorio colombiano, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti, e priorità di intelligence attribuite da NSA (National Security Agency) e CIA (Central Intelligence Agency) che monitorano il volume e la portata globale delle bande dedite al narcotraffico e il loro raggio d’azione a livello terrorismo nei riguardi dei cittadini statunitensi.
In questa categoria rientra il Clan del Golfo, la struttura criminale più vasta e potente della Colombia: 9.000 membri individuati, che controllano la metà delle esportazioni di cocaina dalla Colombia verso gli Stati Uniti e l’Europa e hanno una dimensione internazionale, con reti collegate ai cartelli messicani e alle mafie dell’Est Europa, Spagna e Italia.
Il Clan del Golfo controlla anche il traffico dei migranti attraverso il “Tappo del Darién”, una selva al confine tra Colombia e Panama, facendo così dell’immigrazione clandestina verso il confine sud degli Stati Uniti un business supermilionario.
Questa dinamica lo posiziona nelle priorità di sicurezza nazionale di Washington, e quindi al top della classifica del narcotraffico colombiano e non solo.
Di recente gli ordigni esplosivi sganciati dai loro droni hanno ucciso una dozzina di militari a Bogotà.
Le Acsn, pur esercitando un controllo territoriale pressoché totale su Santa Marta e la Sierra Nevada, infiltrate come sono nel municipio e nelle élites locali, hanno un’impronta prevalentemente regionale. I loro “business” hanno un impatto geografico più circoscritto, a cui si sono aggiunti gli abusi ambientali e le costruzioni illecite su Playa de Los Cocos e Playa Salguero nella regione di Magdalena.
Per cui se Abelardo nelle sue purghe annunciate risparmierà le Acsn, potrebbe mantenere intatto il suo rapporto con Washington, poiché avrebbe applicato lo stesso metro di giudizio Usa sulla valutazione dei gruppi armati, assicurandosi magari anche la riconoscenza di un’organizzazione importante, avendo già aiutato i suoi predecessori in passato. E pazienza se dovesse chiudere un occhio sulle loro prossime malefatte.
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29/07/2026
Anche il Ciad si ritira dalla Corte penale internazionale
I motivi del ritiro dalla Cpi
Come riporta Agenzia Nova, in una nota scritta dal portavoce del ministero degli Affari esteri, dell’integrazione africana e dei ciadiani all’estero, Ibrahim Adam Mahamat, a capo della decisione c’è la denuncia di un sistema di giustizia internazionale caratterizzato da “selettività” a danno degli Stati africani.
Il governo ciadiano comunica che la decisione è il risultato di una “revisione approfondita” delle attività della Cpi sin dalla sua istituzione nel 2002. Da N’Djamena si afferma che l’operato della Corte è rimasto al di sotto delle aspettative che ne avevano determinato la creazione, evidenziando una “innegabile selettività che è stata elevata a principio”.
In pratica, il ben noto “doppio standard” che esenta sistematicamente le potenze occidentali da qualsiasi accusa e si limita a sanzionare solo i crimini di guerra commessi in e da paesi “minori”. Quando poi agisce contro un membro dell’imperialismo (vedi i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant) è la Corte stessa a venir attaccata con mezzi di guerra...
In Sahel non convince l’imparzialità della Cpi
Solo nel giugno del 2026 erano stati i tre Paesi della Confederazione degli Stati del Sahel (Aes) – Burkina Faso, Mali e Niger – ad aver notificato ufficialmente il loro ritiro dalla Cpi, facendo seguito all’intenzione di abbandono annunciata nel settembre 2025.
Come per N’Djamena, per la Confederazione il sistema giudiziario internazionale non opera in maniera imparziale, facendo crescere la richiesta di uno sviluppo di meccanismi giudiziari direttamente africani in grado di affrontare tutti i problemi di natura criminale che si trova ad affrontare il continente.
L’invito al resto dei Paesi africani
Il governo ciadiano, pertanto, invita l’Unione Africana ad accelerare la nascita di istituzioni dell’Africa per l’Africa, al fine di costruire “una giustizia continentale più equa, più equilibrata, più credibile e più efficace che rispetti le sovranità nazionali”.
Una richiesta di maggiore autonomia e sovranità nelle scelte che riguardano i popoli africani che appare sicuramente forte e si inserisce – con la dovuta cautela – nelle dinamiche di riconfigurazione dei rapporti di forza in corso in tutto il mondo.
Un Paese ancora in bilico, nel cuore dell’Africa
Il Ciad è stato a lungo un alleato della Francia e degli Stati Uniti, con un ruolo nei tentativi di perimetrare l’azione e limitare l’allargamento nella regione di Boko Haram, organizzazione jihadista diffusa nel nord della Nigeria che si è macchiata di efferati crimini nell’aerea.
Il colpo di Stato del 2021 che ha portato prima al governo militare e poi alla vittoria nelle elezioni (dopo il silenziamento dell’opposizione) da parte del generale Mahamat Idriss Déby Itno (Midi), figlio di Idriss Déby, presidente del Paese dal 1991 fino al suo assassinio nel 2021, ha solo parzialmente cambiato lo scenario.
Il Paese è stretto tra la crisi umanitaria scatenata dalla guerra civile e il genocidio in corso in Sudan, sul fianco orientale; l’ormai quindicennale distruzione dello Stato libico, a nord; la riconfigurazione diplomatica in atto da parte dell’Aes, sul fronte occidentale; l’instabilità della Repubblica Centrafricana, dove gli eredi del Gruppo Wagner, l’“Africa Corps” alle dirette dipendenze del ministero della difesa russo, assicurano la sicurezza del regime di Touadéra.
Il Ciad si avvicina al fronte antioccidentale?
Seguendo l’esempio portato dal Senegal del presidente Faye, nel novembre del 2024 Midi ha posto fine agli accordi militari con la Francia, cavalcando la retorica antimperialista già centrale nella postura internazionale dei paesi della Confederazione dell’Aes.
Non è passata inoltre inosservata la visita che il ministro degli Esteri del Ciad, Sabre Fadoul, ha effettuato a Mosca due settimane fa, accolto dall’omologo russo Sergey Lavrov, anche se nei media nostrani non si trovano praticamente riscontri.
Nell’“incubo geopolitico” che prende forma nel cuore del continente africano, anche il Ciad, seppur ancora molto dipendente dai flussi di finanziamento occidentali e del proxy emiratino, sembra oscillare tra il “vecchio mondo” che muove guerra a chiunque metta in discussione la sua declinante egemonia e le ipotesi di cambiamento prospettate, ma ovviamente in attesa del giudizio insindacabile che ne darà la Storia, dai nuovi attori globali e regionali.
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Fonte
22/07/2026
Il caso Roggero. E allora si chieda la grazia anche per Cesare Battisti
A questo punto – e in modo relativamente paradossale – sarebbe legittimo chiedere la grazia anche per Cesare Battisti, scombinando lo schema di gioco che abbiamo davanti agli occhi e buttando la questione tra i piedi della destra e dei forcaioli, costringendoli a balbettare e ad arrampicarsi sugli specchi.
È decisivo precisare che non stiamo parlando di una campagna sui prigionieri politici, come molti potrebbero equivocare. Si tratta di altra cosa. Per quella è dal 1984 che sosteniamo l’ipotesi di una amnistia per i prigionieri come fatto politico.
Stiamo parlando di un’altra questione e cioè di come non piegarsi alle onde lunghe della invasiva e aggressiva propaganda della destra in questa materia, di non limitarci a ripiegare continuamente sugli interstizi della difesa della legalità e dello stato di diritto di fronte a forze che se ne fregano dell’una e dell’altro, ma sul come invece scombinare le carte anche sul loro melmoso terreno.
Se qualche pezzo della sinistra o dell’intellettualità in Italia trovasse il coraggio politico di giocare d’attacco su questo terreno, potremmo assistere a scenari inediti e ai quali la destra – abituata a passarla liscia troppo facilmente – si troverebbe in difficoltà, in Parlamento come nei dibattiti televisivi, negli incontri pubblici come nei bar di quartiere.
Il contesto dei casi Roggero-Battisti parla infatti di gioiellieri condannati perché hanno sparato e ucciso e di chi è stato condannato per aver ideato di sparare e uccidere i gioiellieri che sparano e uccidono. Nel caso Torreggiani Battisti infatti è stato condannato per aver ideato il delitto del gioielliere milanese ma non per averlo commesso materialmente.
A ben guardare si tratta di una montagna di merda comunque la si guardi e di due casi diversi tra loro che non hanno certo provocato simpatie diffuse.
La destra, forcaiola oltre misura nei confronti di Cesare Battisti, cerca invece di creare consenso e simpatia per il gioielliere omicida Roggero, sparando paradossi assurdi e addirittura proposte di legge per far ottenere la grazia a Roggero.
Piuttosto che balbettare di fronte a queste paradossali e vergognose argomentazioni, sarebbe più efficace gettarne altrettante tra i piedi della destra, costringendo loro – in questo caso – a dover fare le precisazioni, a rifugiarsi dietro le sentenze, a fare i distinguo tra caso e caso, a balbettare, in ogni modo a doversi mettere sulla difensiva per affermare che la loro grazia a Roggero sarebbe giusta e quella a Battisti no. E sui doppi standard sappiamo che la partita la perdono.
Con questa destra non si può più giocare pulito né, soprattutto, giocare sulla difensiva.
Come spieghiamo nel nostro editoriale siamo ormai entrati nell’epoca della barbarie, influenzata indubbiamente da una logica suprematista e da un clima di guerra incombente – che dunque prevede sia un fronte esterno che un fronte interno – ma anche dal degrado della stessa civilizzazione capitalistica così come l’abbiamo conosciuta.
Dunque, per dirla con Pertini, “a brigante, brigante e mezzo”.
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15/07/2026
Sanzioni a Israele. A Bruxelles non ci riescono proprio
La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, e stati membri storicamente più filo-sionisti, come Germania, Austria, Italia e Repubblica Ceca, stanno riuscendo a imporre la loro opposizione a qualsiasi misura di pressione diplomatica contro Netanyahu. Come? Con una strategia che lo stesso ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha descritto come una “tattica dilatatoria”.
Nonostante si tratti di una misura commerciale, Bruxelles insiste che si tratta di una sanzione di politica estera. In questo modo, il regolamento deve essere approvato non a maggioranza qualificata ma all’unanimità. Pertanto, uno Stato membro può porre il veto all’iniziativa, anche se gode del sostegno della maggioranza tra i partner europei. Per quanto riguarda la maggioranza qualificata, almeno il 55% dei voti positivi dei governi dell’Unione Europea rappresenta almeno il 65% del peso demografico del blocco comunitario.
A distanza ormai di mesi, i ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno dato mandato ai propri rappresentanti a Bruxelles di negoziare una proposta di sanzioni. Resta da capire se questa proposta, una volta messa nero su bianco dalla Commissione europea, sarebbe da approvare alla maggioranza qualificata o, appunto, con l’unanimità dei paesi membri.
L’elefante di Bruxelles, mentre sulla Russia ha varato un nuovo pacchetto di sanzioni, su Israele sta producendo – nella migliore delle ipotesi – il consueto topolino. Alla fine della riunione, l’Alta Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza Kaja Kallas ha affermato: “L’opzione che ha ottenuto il maggiore sostegno (non ha specificato di quale maggioranza, ndr) è stata quella che prevede la messa al bando dei prodotti provenienti dai territori occupati illegalmente da Israele”.
Il nodo giuridico della decisione a maggioranza qualificata o all’unanimità è un pretesto per accelerare od ostacolare l’eventuale decisione a livello europeo. Curiosamente tutto questo non è mai stato un ostacolo per le sanzioni contro la Russia. Peraltro, non è neppure chiaro se ci sarebbe una minoranza di blocco per evitare il voto a maggioranza.
La posizione del governo italiano, illustrata da Tajani, è ovviamente che la decisione venga presa all’unanimità, cioè la soluzione più impraticabile.
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02/07/2026
In Iran evocata la mutua deterrenza nucleare come opzione possibile
L’articolo, non firmato, sostiene che l’Iran deve raggiungere la deterrenza nucleare per ottenere quella che ha definito la “calma necessaria” per garantire che altre controversie possano essere risolte tramite negoziati e che solo in tali condizioni sarebbero possibili negoziare dalla “posizione giusta”.
L’agenzia Fars ha spiegato che l’articolo era stato pubblicato su una piattaforma interattiva in cui gli utenti possono pubblicare i propri contenuti e che “non riflette la posizione ufficiale dell’agenzia”.
Quanto pubblicato su Fars news sottolinea inoltre come la deterrenza nucleare potrebbe creare un equilibrio di potere tra Iran, Stati Uniti e Israele e mantenere sotto controllo l’ampiezza di qualsiasi possibile conflitto.
L’articolo sembra mettere in discussione lo spirito dell’accordo preliminare recentemente firmato tra Iran e Stati Uniti, secondo il quale Teheran si è impegnata a non perseguire l’uso di armi atomiche permettendo però agli ispettori internazionali di tornare gradualmente a ispezionare le sue strutture nucleari. Un trattamento che però non viene nè ancora preso in considerazione nè attuato verso l’unica potenza nucleare del Medio Oriente: Israele.
L’articolo della Fars sostiene che l’ambiente di sicurezza iraniano lascia poche alternative se non perseguire un deterrente strategico paragonabile a quello di altri stati dotati di armi nucleari. Secondo la pubblicazione, l’Iran dovrebbe studiare l’esperienza della Cina durante la Guerra Fredda, sostenendo che Pechino abbia ottenuto negoziati significativi con Washington solo dopo aver sviluppato con successo armi nucleari. Ha inoltre affermato che gli Stati Uniti avevano precedentemente minacciato la Cina con attacchi nucleari prima di impegnarsi diplomaticamente dopo che Pechino aveva acquisito armi atomiche.
L’articolo sostiene anche che le armi nucleari potrebbero stabilire un equilibrio di potere con paesi come Stati Uniti e Israele, entrambi descritti come dotati di capacità nucleari.
“La deterrenza nucleare significa che si può raggiungere un equilibrio di potere contro America e Israele... non affinché la guerra non avvenga, ma affinché l’entità del conflitto rimanga controllabile”, ha aggiunto il commento.
Sebbene l’articolo non rappresenti una dichiarazione politica ufficiale del governo, la sua pubblicazione su un importante mass media iraniano segnala l’aspra dialettica politica interna e le diverse opzioni in campo sulle scelte strategiche.
La pubblicazione contrasta infatti con la storica posizione ufficiale dell’Iran secondo cui il suo programma nucleare è inteso esclusivamente a scopi civili pacifici.
Teheran e Washington hanno recentemente concordato un quadro volto a ridurre le attività nucleari dell’Iran, mentre l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) si sta preparando a riprendere i lavori di ispezione nei siti iraniani.
Ma è evidente che fino a quando l’arsenale nucleare israeliano non entrerà nei negoziati generali sugli assetti della regione, questa asimmetria sul campo e il doppio standard degli organismi internazionali e dei governi occidentali lascerà sempre aperta una contraddizione insostenibile, che può manifestarsi prima come crisi e poi, di conseguenza, come conflitto.
Fonte
21/06/2026
Carlo Ginzburg e la differenza tra il giudice e lo storico
di Paolo Persichetti
È morto Carlo Ginzburg, storico di fama
mondiale. Ritenuto uno dei maggiori esponenti della microstoria, scuola
storiografica emersa nei primi anni '60 dalla fertile corrente della
storia sociale. Ginzburg, le cui opere sono state tradotte in decine di
lingue, si impose all’attenzione per i suoi lavori sulla stregoneria e i
culti agrari tra il '500 e il '600, opere che restano dei pilastri della
storia dal basso. I Benadanti, apparso nel 1966, e dieci anni dopo Il formaggio e i vermi,
storia del mugnaio Menocchio, due vicende ricavate dagli archivi dei
processi per stregoneria, raccontano per un verso il funzionamento
dell’apparato repressivo dell’inquisizione cattolica, dall’altro la
storia da sempre invisibile dei subalterni. Vite anonime di uomini e
donne con le loro visioni del mondo ritenute da sempre irrilevanti
nell’indagine storica, al massimo semplici numeri, statistica che non
permetteva di emergere come soggetti narranti. Classi subalterne
condannate a restare senza storia perché senza parola. Michel Foucault
nel 1961 con La storia della follia nell’età classica, Edward P. Thompson nel 1963 con La formazione della classe operaia inglese, a seguire Ginzburg nel 1966 e nel 1976 e poi Jacques Rancière con La notte dei proletari del
1981, consolidarono questo nuovo modello storiografico ridando
finalmente voce ai senza voce, riconsegnando loro il proscenio rubato
della storia.
Il paradigma indiziario
Con Spie. Radici di un paradigma indiziario
del 1979, un saggio denso e ricco di erudizione, Ginzburg propose un
nuovo modello di analisi fondato sulla decifrazione dei dettagli minimi,
in apparenza insignificanti, scarti e dati marginali che al contrario
potevano mostrarsi rivelatori. Egli notava, sovrapponendo l’evoluzione
conoscitiva di discipline come la storia dell’arte, l’investigazione
poliziesca tratta dai racconti letterari su Scherlock Holmes e la
psicanalisi, una connessione metodologica fondata sulla rilevazione di
tracce e indizi che avrebbe potuto far avanzare l’indagine storica.
Particolari considerati di solito senza importanza, o addirittura
triviali, «bassi», potevano fornire la chiave per accedere ai prodotti
più elevati dello spirito umano: «Se la realtà è opaca, esistono zone
privilegiate – spie, indizi – che consentono di decifrarla». Idea che a
suo avviso costituiva «il nocciolo del paradigma indiziario o
semeiotico» e che si era «fatta strada negli ambiti conoscitivi più
vari, modellando in profondità le scienze umane».
Paradigma foriero di rischi e malintesi tanto da essere rimesso in discussione dallo stesso autore nel 1986 in Miti emblemi spie. Morfologia e storia,
testo nel quale l’autore si chiedeva se la grande ricchezza cognitiva
degli indizi non avesse indotto a trascurare l’importanza delle prove.
Un dubbio critico che lo portò a riformulare il rapporto tra indizio e
prova, avvertendo che l’indizio da solo poteva non essere sufficiente.
Il giudice e lo storico
Nel 1991 si cimentò con un episodio di storia attuale in un volumetto, Il Giudice e lo storico,
che affrontava il cosiddetto «processo Sofri», in realtà vicenda
giudiziaria che coinvolgeva oltre ad Adriano Sofri anche Giorgio
Pietrostefani e Ovidio Bompressi, i primi due massimi dirigenti di Lotta
continua mentre Bompressi era un esponente del livello illegale della
organizzazione. Tutti e tre accusati come correi dal pentito Leonardo
Marino, reo confesso della uccisione il 17 maggio 1972 del commissario
Calabresi, ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe
Pinelli, ingiustamente fermato nell’immediatezza delle indagini sulla
strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e poi trattenuto
illegamente nei locali della questura di Milano, dove morì precipitando
da una finestra della stanza del quarto piano dove era in corso li suo
interrogatorio.
Oltre a quello che fu il primo omicidio politico
degli anni '70, Marino confessò anche la realizzazione di diverse rapine
di autofinanziamento realizzate dalla struttura illegale di Lotta
continua che portarono alla condanna di alcuni ex militanti, in altri
casi ad assoluzioni.
Partendo dalle riflessioni del maestro Marc Bloch
sulle differenze tra il mestiere del giudice e quello dello storico,
Ginzburg analizzava le carte dell’inchiesta e del processo contro i tre
esponenti di Lotta continua ma soffermandosi unicamente sulla posizione
del suo amico Sofri, registrava le inquietanti analogie con le tecniche
dell’inquisizione incontrate nelle carte dei processi che aveva
studiato. Un esperimento coraggioso quello di Ginzburg ma riuscito solo
parte(1). All’inizio della sua disamina l’autore non esclude
completamente l’ipotesi del complotto, ma in assenza di prove si attiene
all’errore giudiziario, poiché non vuole avanzare «sul terreno delle
congetture». Come egli stesso ammette: «Per parlare di dolo (che in
questo caso implicherebbe anche, necessariamente, un complotto), ci
vogliono delle prove irrefutabili. Io non ne ho».(2) “Insostenibile”
però non vuole dire “impensabile”. E nel libro vi è ben più che
un’allusione all’ipotesi del complotto, tant’è che Ginzburg stesso
riferisce del dissenso che ha sul tema con Adriano Sofri.(3) Il
complotto, la «teoria dei complotti», è per Ginzburg un modello
ontologico valido seppur solo a certe condizioni.(4) Dimostrando
efficacemente le «inquietanti coincidenze» del processo Sofri con i
procedimenti dell’inquisizione, anch’egli rifiuta di trarre delle più
ampie conclusioni sul sistema giudiziario dell’emergenza. Le
frequentazioni con le «radici del paradigma indiziario» non lo hanno
reso avvertito del fatto che un procedimento può essere l’indizio di un
sistema ben più ampio. Per Ginzburg il solo «processo alle streghe»
dell’Italia moderna è quello Sofri.(5)
Ma tra le differenti
caratteristiche che distinguono l’attività dello storico da quella del
giudice vi è l’analisi del «contesto», ovvero la presa in considerazione
della dimensione storico-sociale da cui la ricerca storica non può in
alcun momento prescindere, a differenza dell’attività giudiziaria che si
occupa prioritariamente dell’azione individuale, cercando di definirne
le singole responsabilità e i relativi risvolti penali, e solo
secondariamente – in modo del tutto discrezionale – della dimensione
storico-sociale (con strumenti di conoscenza e comprensione che restano
largamente inadeguati).
Perché, dunque, questa ossessiva reductio ad unum dell’intera
impalcatura politico-giudiziaria che ha dato luogo al processo e alla
condanna di Sofri e compagni? Perché questa volontà di circoscrivere la
vicenda del processo Sofri alla dimensione del semplice errore
giudiziario? Perché altrove il lavoro di analisi dei meccanismi
dell’inquisizione del Cinquecento e del Seicento porta Ginzburg a non
soffermarsi di fronte alle sole implicazioni metodologiche ma a indagare
oltre, per ricercarne le implicazioni politiche, le complesse e
profonde interrelazioni con la dimensione delle mentalità, per arrivare
così a descrivere i meccanismi di una struttura che agisce come sistema e
che svolge una decisiva funzione di controllo e repressione sociale?
Sarebbe esatto considerare l’inquisizione come la semplice addizione di
un gran numero di processi a streghe, maghi ed eretici impenitenti? Una
somma incredibile di errori giudiziari che traversarono due secoli e
diversi paesi d’Europa senza legami l’uno con l’altro? Sarebbe giusto
considerare questa dimensione spaziale e temporale comune come un fatto
puramente accidentale?
Tutte le ricerche degli storici in materia, oltre che quelle pregiate di Ginzburg(6), mostrano il contrario. Allora, perché di fronte a un fatto come il processo Sofri, uno storico così avvertito viene meno, in modo tanto palese, al rigore del suo mestiere? Alla fine del suo libro, Ginzburg, districandosi tra storici e giudici che cercano la prova delle streghe, arriva soltanto a scoprire l’esistenza degli angeli. Angeli speciali che hanno sorvolato la storia degli anni '70.
Note
1 Il testo è ripreso da un saggio, Gli Angeli e la storia, scritto alla fine degli anni 90 a Parigi e poi pubblicato all’interno del volume Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Odradek 1999, scritto insieme a Oreste Scalzone.
2 Le juge et l’historien, Paris, Verdier, 1997, trad. dall’edizione italiana, Einaudi, 1991, con una nuova prefazione dell’autore. cap. XVII, p. 101.
3
Nella Memoria presentata ai giudici e pubblicata dall’editore Sellerio
sotto lo stesso titolo, Adriano Sofri scrive a p. 139: «Bisogna stare
attenti alla teoria del complotto perché offusca l’intelligenza, e
sfocia spesso in una spiegazione comoda».
4 Le juge et l’historien, op. cit.; trad. italiana, 1991, cap. XIV, pp. 64-68.
5
Un episodio per tutti: al Salon du Livre di Parigi, presentando
l’uscita del suo libro, Carlo Ginzburg ha risposto a Toni Negri (il
quale faceva notare di avere anch’egli «subito un processo alle
streghe»), che non c’era ragione di comparare i due casi, poiché «Sofri
era veramente innocente e Negri colpevole». Per quello specchio distorto
della realtà che è la «verità giudiziaria» i due sono colpevoli allo
stesso modo, ma Ginzburg frequentando l’universo delle streghe ha
appreso l’arte magica che permette, a lui solo, di essere partecipe dei
segreti della «verità storica».
6 Carlo ginzburg, «Traces. Racines d’un paradigme indiciaire» (1979), Mythes, emblèmes, traces: morphologie et histoire,
tr. fr. M. Aymard et al., Paris, Flammarion, 1989, p.139-180; «Prove e
possibilità», prefazione ed. italiana di N. Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre, Torino, 1984; «Montrer et citer», Le Débat, n° 56 (settembre-ottobre 1989), pp. 43-54.
12/05/2026
Le sanzioni UE a Israele? Molta fuffa e poca sostanza
I ministri degli Esteri dell’Unione europea, da mesi sotto pressione delle proprie opinioni pubbliche e incalzati da alcuni governi, alla fine hanno trovato un accordo per sanzionare non gli apparati di Israele ma singoli esponenti dei coloni che aggrediscono le comunità palestinesi in Cisgiordania. Si parla di congelamento dei beni in Europa e di divieto di ingresso nell’Ue.
L’intesa era stata preannunciata dalla responsabile della politica estera della Ue Kaja Kallas, prima di una riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione. Non è stata invece raggiunta l’intesa su eventuali dazi sui prodotti degli insediamenti illegali nei Territori occupati sulla quale manca ancora la necessaria maggioranza qualificata. «Abbiamo valutato queste misure venerdì scorso – ha ammesso la stessa Kallas – ma al momento pare che non abbiamo la maggioranza necessaria».
Rimangono infatti al palo misure più incisive verso Israele di cui si parla da mesi. Anzitutto azioni contro i prodotti delle colonie israeliane nei Territori palestinesi occupati, sostenute soprattutto da Francia e Svezia. Sul tavolo principalmente due opzioni: un vero e proprio bando (che richiederebbe l’unanimità) o invece classiche misure commerciali, anzitutto dazi (dove basterebbe la maggioranza qualificata). La Svezia avrebbe voluto andare oltre, sanzionando i ministri dell’estrema destra nel governo israeliano come Ben Gvir e Smotrich che promuovono l’espansione delle colonie.
La coalizione pro-Israele in seno all’Unione Europea costituisce una minoranza di blocco, di cui fanno parte Italia, Germania, Austria, Ungheria e Repubblica Ceca. Se l’Italia dovesse cambiare posizione, la maggioranza potrebbe invece esserci. L’Ungheria di Péter Magyar, appena subentrato a Viktor Orban, ha tolto il veto contro le misure, sulle quali era necessaria l’unanimità.
A ben guardare l’ipocrisia della Ue sulle sanzioni contro Israele è fin troppo evidente. Le sanzioni che verranno comminate dall’Ue ad alcuni esponenti del movimento dei coloni che attaccano le comunità palestinesi in Cisgiordania sono “un importante passo avanti” ha detto Antonio Tajani. Ma la realtà dice una cosa ben diversa e del tutto inadeguata rispetto alla posta in gioco e la gravità dei crimini commessi dagli apparati statali di Israele e non solo dai coloni.
Ad aprile del 2024 erano infatti stati sanzionati quattro coloni e due organizzazioni dell’estrema destra israeliana. Con queste nuove misure i coloni colpiti dovrebbero essere sette, ma il via libera alle sanzioni ai coloni nel contempo ha sbloccato anche quelle contro Hamas e ben undici dei suoi leader. Si parla di congelamento dei beni in Europa e di divieto di ingresso nell’Ue.
Abbiamo così le sanzioni europee contro undici coloni israeliani e undici rappresentanti palestinesi. Una simmetria perfetta e totalmente ipocrita.
Il problema infatti non è sanzionare i coloni – o solo i coloni – ma la catena di comando statale israeliana che ha realizzato il genocidio contro i palestinesi a Gaza e migliaia di morti in Libano. Ad esempio è fin troppo evidente in centinaia di video e fotografie la complicità dei soldati israeliani con le aggressioni dei coloni contro i palestinesi.
Sulla Russia non hanno sanzionato solo i contractors della Wagner ma capi di stato, ministri, generali. Per questo le sanzioni della Ue verso Israele sono una vergognosa ipocrisia che ripropone pienamente sia il doppio standard che la complice inerzia delle istituzioni europee verso il terrorismo di stato israeliano.
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11/05/2026
In casa Bondì “un arsenale pronto per scenari di guerra”
Eitan Bondì custodiva in casa una “attrezzatura specifica di pronto uso in uno scenario di guerra”. Emergono particolari rilevanti dagli atti inediti sull’arresto del 21enne ultra sionista, che il 25 aprile scorso a Roma ha sparato a due militanti dell’Anpi. Ricostruzioni e valutazioni dei giudici che rendono la vicenda tutt’altro che chiusa.
Gli investigatori della Digos vogliono essere certi che il ragazzo abbia davvero fatto tutto da solo, per questo monitorano i gruppi giovanili legati alla Comunità ebraica di Roma, tra cui la “Brigata Vitali’, di cui Bondì si sospetta facesse parte.
Nel provvedimento di convalida del fermo, la gip Paola Della Monica descrive l’azione del 21enne caratterizzata dalla “assoluta indifferenza mostrata dopo il fatto, avendo egli completato il giro di consegne con Glovo e, dunque, il suo turno di lavoro, incurante delle conseguenze del proprio gesto”.
Si tratta di un dettaglio importante: Bondi non era partito da casa, magari “istigato” dalle notizie arrivate da Milano (la Brigata Ebraica cacciata dal corteo del 25 aprile, ndr) ma stava lavorando.
“Un‘azione programmata – sottolinea la giudice – dagli effetti chiaramente e volutamente eclatanti (...) che evidenziano una freddezza da parte dell’aggressore, e dunque un altissimo grado di pericolosità”.
La giudice poi si sofferma sull’attrezzatura “da guerra” in dotazione a Bondi. Troppo fornita per un ragazzo di 21 anni seppur con porto d’armi per uso sportivo.
Una pistola Glock 9×19, una semi-automatica Para Ordnance calibro 48, una rivoltella Taurus calibro 38 e ancora un fucile a pompa Hatsa calibro12euno monocolpo (da cecchino), un Chiappa calibro 22lr, una carabina Smith& Wesson 223 e una scacciacani. Ma c’è dell’altro: in casa c’erano zaini, kit medici e due coltelli a serramanico con lame da 12 e 19 centimetri.
“La parete della sua camera da letto presentava due disegni di coltelli, una stampa di un fucile AK-47 (“Kalashnikov”) e attestati di formazione anche di corsi di difesa personale”. Una persona, sottolinea la giudice, “che conosce le armi”, una “mano esperta” che il 25 aprile ha colpito “da posizione idonea e con piena visualizzazione degli obiettivi”.
Non risulta agli investigatori che Bondì si fosse iscritto come riservista dell’esercito israeliano. O che avesse fatto richiesta del passaporto di Tel Aviv. Una scelta che accomuna invece diversi giovani della Comunità ebraica.
Per questo la Digos vuole avere un quadro completo dei porto d’armi distribuiti tra le persone legate alla comunità romana. Bondì, scrive infatti la gip, nella sua azione è stato mosso da una chiara “presa di posizione e da un coinvolgimento rispetto al conflitto israelo-palestinese”.
Fattore diventato il principale motivo di scontro, sul territorio, tra movimenti di sinistra e i gruppi legati al mondo ebraico.
Fonte
09/05/2026
9 maggio 2015, quando l’Occidente cominciò a perdere la guerra in Ucraina
Per il 9 maggio del 2015, un bel undici anni fa, sul sito del giornale di cui ero allora vice-direttore scrissi un articolo che più o meno diceva: cari Paesi occidentali che boicottate la parata con cui la Russia festeggia la vittoria sul nazismo, non vi rendete conto dell’errore clamoroso che commettete.
Il boicottaggio, se considerato nel vuoto cosmico, aveva le sue ottime ragioni: arrivava dopo che i russi si erano ripresi la Crimea (nel 1954 passata dall’allora segretario generale del Pcus Nikita Krushev dalla Repubblica Socialista Sovietica Russa alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina) con i famosi “omini verdi”, soldati senza insegne, violando un mazzo di trattati internazionali tra cui quello firmato nel 1994 con l’Ucraina stessa. Che, fresca di indipendenza, cedeva alla Russia il proprio arsenale atomico in cambio di un impegno formale di Mosca a rispettare i suoi confini e la sua integrità territoriale.
Il boicottaggio della Russia, il doppio standard occidentale
Questo, appunto, nel vuoto cosmico. Perché nella realtà, il boicottaggio veniva promosso da Paesi come Usa e Gran Bretagna che nel 2003 avevano invaso l’Iraq raccontando all’Onu e al Mondo la panzana degli arsenali di Saddam Hussein pieni di armi di distruzione di massa, lanciando un’invasione che provocò, direttamente e indirettamente, la morte di centinaia di migliaia di iracheni (700 mila, secondo le valutazioni della rivista inglese Lancet).
O dalla Francia, che nel 2011 partecipò ai bombardamenti sulla Libia e all’uccisione del dittatore Gheddafi con l’altra panzana delle fosse comuni e dei sanguinari mercenari africani, guidata del resto da quel Nicolas Sarkozy su cui prende una possibile condanna a sette anni di carcere per essersi fatto finanziare la campagna elettorale del 2007 da... Gheddafi.
Boicottaggio abbracciato dai Paesi UE che nel 2014, nelle fasi cruciali dell’Euromaidan, avevano “mandato” Lady Ashton, allora Alto commissario per la politica estera, e le alte cariche del Parlamento europeo a sfilare per Kiev accanto ai giannizzeri dell’ultra-destra ucraina, contribuendo a far saltare l’accordo in dieci punti che l’opposizione aveva siglato con il corrotto presidente Yanukovich (ritorno alla Costituzione del 2004, formazione di un governo transitorio, elezioni presidenziali anticipate...) e che accoglieva di fatto le richieste dei manifestanti.
Cercando quindi il ribaltone totale, ben sapendo che ciò avrebbe scatenato un conflitto interno all’Ucraina, che sul tema Europa e Nato vs Russia era spaccata a metà, come tutte le ricerche americane e ucraine dell’epoca (ne parlo ampiamente nel mio libro “Zelens’kyj – L’uomo e la maschera”) confermavano. Una per tutte quella di Usaid del dicembre 2013, in pieno Euromaidan: il 37% degli ucraini chiedeva l’adesione alla Ue, il 33% l’adesione all’Unione doganale proposta dalla Russia e il 15% diceva né l’una né l’altra.
Il ricordo della “Grande guerra patriottica”
Avviso per i cacciatori di putiniani in servizio permanente effettivo: tutto questo non giustifica nulla. Nessun Paese è “obbligato” ad aggredirne un altro, e non lo era la Russia nel 2022. Un pizzichino di storia recente, però, può aiutare a capire che non ci voleva Einstein, in quell’ormai lontano 2015, per capire che impostare il rapporto con la Russia di Vladimir Putin nello stile del marchese del Grillo (“io, Occidente, sono io e faccio quel che mi pare, e voi non siete un …”) non era una grande idea.
Qualcuno aveva per caso boicottato gli Usa o la Gran Bretagna per l’Iraq? Le loro squadre erano state cacciate dalle competizioni internazionali? La libertà di movimento dei loro cittadini limitata in alcun modo? No, vero? Ecco. Immaginate tutto questo visto dai russi.
E non solo per la questione politica del cosiddetto “doppio standard”. Si sa come i russi vedono la vittoria sul nazismo. Come il trionfo finale della “grande guerra patriottica”. Il che dà un po’ l’idea che la Seconda guerra mondiale l’abbiano vinta da soli. Cosa che, come ben sappiamo, non è vera: non sarebbe stata vinta senza la tenacia degli inglesi, o i mezzi forniti dagli americani, o i movimenti di resistenza dei diversi Paesi.
Però due cose restano vere. La prima è che nessun Paese ha avuto il numero di morti (militari e civili) che ebbe l’URSS (compresi, per dire, gli ebrei ucraini o bielorussi, che erano comunque cittadini sovietici), siano essi 20 o 25 milioni secondo le diverse stime.
La seconda è che a combattere i nazisti (e i collaborazionisti che stavano con loro) sull’enorme fronte Est c’erano i sovietici e che l’80% dei soldati nazisti caduti in battaglia cadde per mano dei soldati sovietici, come accertato dagli studi dello storico inglese Richard Overy (cfr “Russia in guerra”, Il Saggiatore).
Capire le lezioni del passato
Ragioni che dovrebbero rendere comunque rispettabile il sacrificio della Russia in quella che fu la guerra contro il male assoluto per l’umanità. Non rappresentarono questo i promotori dell’Olocausto?
In più, non c’è in pratica famiglia, in Russia, che non ricordi un antenato scomparso in quella guerra. E non solo in Russia, ovviamente. Quando si ritrovano i sempre meno numerosi reduci della resistenza nella Casa Pavlov, uno dei caposaldi della resistenza di Stalingrado (morirono più tedeschi per cercare, invano, di conquistarla, di quanti ne caddero per prendere Parigi), la maggior parte di loro viene dalle ex Repubbliche dell’Asia Centrale.
Nella famiglia Zelensky, il nonno si aumentò l’età per potersi arruolare volontario. E i suoi tre fratelli più grandi partirono per il fronte e non tornarono. E per che cosa o chi andavano a combattere? Non certo per l’Ucraina, perché i nazionalisti stavano con le truppe tedesche nella speranza di essere liberati da Stalin. Gli altri combattevano per l’URSS e per Stalin, ci piaccia o no.
Quindi, boicottare quella parata per ragioni politiche fu come sputare in un occhio a quei molti milioni di russi che onoravano la memoria dei loro cari, caduti come gli inglesi, gli americani e tanti altri nella guerra per la salvezza dell’umanità.
Messa in prospettiva, la decisione dei Paesi occidentali fu un enorme regalo alla propaganda nazionalista di Putin, che proprio in quegli anni cominciava a girare a pieno regime, mostrando inequivocabilmente ai russi che gli standard di giudizio che l’Occidente applicava agli altri non erano paragonabili a quelli, assai più generosi, che riservava a sé.
E fu l’inizio del progressivo allontanamento dei Paesi del Sud del Mondo dagli orizzonti politici dell’Occidente, che si riservava il diritto di devastare l’Iraq o la Libia, dove aveva collaborato a fare centinaia di migliaia di morti, ma prendeva posizione contro la riannessione della Crimea, tra l’altro costata 4 morti (1 soldato e 3 civili) ai russi e 5 (tutti soldati) agli ucraini.
Per questo la Russia non è uscita isolata dalle sanzioni economiche occidentali. Per questo tra due giorni [oggi, ndr], sulla Piazza Rossa, sfileranno con le truppe russe quelle di altri 13 Paesi.
Le lezioni del passato, però, non servono se ci si rifiuta di meditarle. Ed è proprio questo che accade, dal beneplacito Usa-Ue alle stragi di Gaza agli episodi minimi come la decisione dell’Estonia di non concedere il proprio spazio aereo ai velivoli dei presidenti di Brasile e Cuba che intendono recarsi a Mosca per la parata del 9 maggio.
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03/05/2026
È già ai domiciliari l’aspirante cecchino sionista
Di “anormale”, ma forse comprensibile, l’immediata confessione dello sparatore, un ragazzotto della piccola borghesia sionista: “sono della Brigata ebraica”, ammettendo la sua responsabilità. E se la scomparsa della pistola ad aria compressa usata per l’attentato rientra in qualche modo nell’ovvio – nascondere l’arma del delitto, impedire di verificare eventuali modifiche per renderla più “contundente”, ecc. – l’arsenale che aveva in casa è tutt’altro che banale.
Un’arma da cecchino, una mitraglietta, un fucile a pompa, due revolver e due automatiche. Un migliaio di munizioni, sette caricatori pronti all’uso e diversi coltelli.
A soli 21 anni e senza che ci siano in giro, almeno ufficialmente, dei gruppi armati clandestini noti ai media e ricercati dalla polizia, è decisamente un po’ troppa roba...
A quell’età, hanno notato giustamente alcuni commentatori, ci sono ancora limitazioni per la patente di guida ad alcuni mezzi, né si può essere eletti in Senato.
Possedeva peraltro solo un porto d’armi “per tiro sportivo”, ossia in un poligono, sotto controllo. E la pistola ad aria compressa serve quasi soltanto a questo. Quel porto d’armi permette appunto il trasporto – dalla residenza fino al poligono cui si è iscritti, e non in altri luoghi – dell’arma scarica e chiusa in apposito contenitore. Una “passione” che può portare a fare gare di tiro, oppure il cecchino per l’Idf...
La pistola “soft air” non ancora ritrovata è acquistabile anche senza questo documento, se di potenza inferiore a 7,5 joule, ma in quel caso non può essere trasportata o usata fuori di casa (o al poligono), in quanto è catalogata come “arma da difesa domestica”, al pari delle scacciacani (solo rumore, niente proiettili) e delle Ltl (Less Than Lethal), prodotte principalmente dalla Chiappa Firearms.
Di sicuro non consente l’acquisto e la detenzione di armi vere e proprie (pistole con proiettili dal calibro 22 in su, fucili da caccia o da tiro con proiettili di qualsiasi calibro). E meno ancora quella quantità di armi.
Anche con il porto d’armi vero e proprio, molto più difficile da ottenere, anche dimostrando un “giustificato motivo di autodifesa” (come l’essere un negoziante esposto a furti, ecc.), rilasciato dalla Prefettura, si possono comprare fino a tre “armi comuni da sparo” (pistole, in genere), fino a 12 armi sportive o più fucili da caccia.
Ma Eithan Bondì non era titolare di un “regolare porto d’armi”. Ergo non poteva neanche acquistarle in armeria, se non facendolo fare ai genitori. Dunque dove le ha “rimediate”? O da chi gli sono state fornite?
Già chiedere l’intercessione dei genitori presentava qualche problemino, dal punto di osservazione di un poliziotto che analizza una richiesta di porto d’armi. Perché la madre è effettivamente una commerciante – lui no, però – mentre il padre ha “precedenti per rapina, aggravata dall’odio razziale”, spiega il Corriere della Sera. L’ambiente familiare presenta insomma qualche dettaglio – una rapina! – che stona con il possesso legale di armi. A quell’età, poi...
Insomma, sembrerebbe essere escluso che tutte quelle armi siano state legalmente acquistate e detenute, ed anche regolarmente denunciate (salvo “inghippi” che non risultano noti).
La conclusione è abbastanza obbligata. Eithan Bondì era regolarmente iscritto alla comunità ebraica, nei fascicoli della polizia era segnalato soltanto per volantinaggi e attacchinaggi, con qualche sospetto d’aver partecipato a qualcosa di più, per esempio l’attacco agli studenti del liceo Caravillani, a due passi da casa, sotto la guida esperta di Riccardo Pacifici.
Eithan Bondì ha confessato “a caldo” di far parte della “Brigata ebraica”, o almeno questo è quello che è stato filtrato ai giornalisti che frequentano la sala stampa della Questura. Può darsi che il gruppo a cui appartiene abbia altri nomi (come “brigata Vitali”, attiva a Roma), ma di sicuro quantità e qualità delle armi non sono da “lupo solitario” (non siamo in America, dove le armi si comprano al supermercato senza licenza), né da “insieme informale” di sionisti armati.
Poi l’intervento di un avvocato, presumibilmente di fiducia della “comunità”, che gli ha fatto dare una seconda versione molto più “tranquilla”: “ho fatto un gesto deplorevole, ma non ho legami con la Brigata ebraica”. Proteggere la “comunità” e le sue strutture organizzate, palesi od occulte che siano. È la parte più “normale” che ci si potesse aspettare. I media capiscono al volo, e lo tolgono dalle “notizie in evidenza”, in attesa forse di un’altra versione in cui cercherà di passare da “vittima” o simili.
Detto in termini legali: il “reato associativo” (banda armata) è addirittura più grave del “tentato omicidio” contestato inizialmente (ma che potrebbe facilmente essere derubricato nelle fasi successive del procedimento). E poi ci sono tutte quelle armi in casa. Può insomma essere il filo che permette – cosa che compete alla magistratura – di risalire anche alla maglia fitta di picchiatori-militari con doppio passaporto che combattono o hanno combattuto con l’Idf a Gaza o in Libano e che rappresentano ora oggettivamente una minaccia per la cittadinanza di questo paese.
Se prima dei colpi a Parco Schuster quel pericolo era solo potenziale, oggi è assolutamente attuale. Se si importa la guerra mediorientale in casa, oltretutto con le logiche genocidiarie e il disprezzo totale per la vita dei “non sionisti”, è solo questione di tempo che dalle ferite si arrivi a qualcosa di peggio.
Da questa angolatura la decisione di rimandarlo subito a casa, agli arresti domiciliari, ci sembra una risposta – bruttissima, ma oggettiva – alla domanda che avevamo posto solo due giorni fa: se o quando la tensione della comunità internazionale con Israele salirà ancora, “questa ‘quinta colonna militare’ cosa farà? E verrà neutralizzata oppure in qualche modo ‘accompagnata’?”. Fin qui la scorta mediatica è stata più che abbondante.
Magistratura e governo per ora restano fermi sul “proteggerla”, addirittura. L’assegnazione ai domiciliari, infatti, è la cosa più “anormale” in tutta questa vicenda.
Non c’è infatti osservatore esperto di cronache giudiziarie che dubiti del fatto che, se uno sparo in piazza e tutte quelle armi in casa avessero visto come protagonista un “anarchico” o “uno dei centri sociali”, sarebbe finito chiuso in cella e magari spedito al 41 bis, come accaduto ad Alfredo Cospito e a qualche altro prigioniero politico.
Su queste cose, adottare un “doppio standard”, per uno Stato, è una strada che porta all’inferno. Peraltro già percorsa quando abbiamo sperimentato la strategia delle stragi fasciste ma coperte dallo Stato stesso. Cambiano solo gli interessi in campo...
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17/04/2026
Meta accusata di monetizzare le piattaforme estremiste israeliane
Il rapporto, pubblicato lunedì, rivela come Meta permetta a pagine israeliane di estrema destra, account affiliati ai coloni e media estremisti di generare entrate attraverso le sue piattaforme, anche mentre pubblicano contenuti violenti e razzisti contro i palestinesi.
Nadim Nashif, CEO e cofondatore di 7amleh, ha detto a The New Arab che Meta sta “permettendo contenuti violenti che violano i propri standard comunitari, incentivando i proprietari delle pagine a continuare a creare contenuti razzisti e violenti dando loro soldi per tali contenuti”.
Il cofondatore di 7amleh ha denunciato che il colosso dei social media sta di fatto trasformando ciò che dovrebbe essere vietato in un modello di business redditizio per i suoi autori.
Il rapporto documenta decine di pagine israeliane di destra che beneficiano degli schemi di monetizzazione di Meta, che permettono agli utenti di generare entrate dai contenuti che producono e condividono.
Le piattaforme ne includono alcune direttamente collegate al movimento dei coloni e alla promozione di espansioni illegali degli insediamenti e attacchi contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.
Tra questi c’è la pagina Hilltop Youth, che rappresenta un gruppo organizzato di coloni israeliani estremisti che abitano avamposti illegali e che hanno frequentemente partecipato agli sfratti di palestinesi dalle loro terre.
Un’altra è la pagina di Yeshurun Bartov, un colono israeliano che vive nell’insediamento di Mevo Dotan nella zona di Jenin, che promuove la sua agenzia turistica che offre tour alle sorgenti d’acqua in Cisgiordania e ha più di 10.000 follower su Facebook.
“Questo è il tipo di contenuto che viene monetizzato e promosso da Meta, senza fare domande”, osserva Nashif.
Altre pagine monetizzate hanno affiliazioni con figure pubbliche di estrema destra.
Un esempio di rilievo è la pagina di Yoav Eliasi, noto come “L’Ombra”: un rapper israeliano che usa la sua piattaforma per promuovere messaggi politici violenti e immagini disumanizzanti dei palestinesi.
Il rapporto osserva inoltre che altri beneficiari dei programmi di monetizzazione di Meta includono agenzie governative israeliane, che non dovrebbero essere idonee alla monetizzazione secondo le politiche della piattaforma.
Questo panorama della monetizzazione si trova in un contesto di violenza crescente e di radici sempre più profonde negli insediamenti.
Gli attacchi dei coloni in Cisgiordania sono aumentati dalla guerra contro Gaza, e in particolare durante la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
L’espansione degli insediamenti e degli avamposti su terre palestinesi si è accelerata negli ultimi due anni, con 41 nuovi insediamenti approvati o legalizzati solo nel 2025 e almeno 44 comunità palestinesi sfollate quell’anno, colpendo più di 2.900 palestinesi.
“I palestinesi sono stati trattati in modo discriminatorio, in modo oppressivo, fin dall’inizio di Meta”, afferma Nashif, sottolineando che Nashville, conosciuta anche come il Centro Arabo per il Progresso dei Social Media, documenta tali violazioni da oltre un decennio, in particolare il silenziamento delle narrazioni e delle reti mediatiche palestinesi.
Nashif osserva inoltre che i contenuti ebraici hanno iniziato a essere sistematicamente soggetti a moderazione solo a settembre 2023, mentre l’arabo è stato moderato da più di un decennio.
Di conseguenza, sostiene, le persone in “Israele” si sono abituate a vedere il discorso violento come parte dei loro feed quotidiani e, come mostra il nuovo rapporto, alcuni ora vengono anche pagati per esso.
I contenuti palestinesi esclusi dagli schemi di monetizzazione
Al contrario, 7amleh sottolinea che i palestinesi sia nella Cisgiordania occupata che nella Striscia di Gaza assediata sono sistematicamente esclusi dagli stessi schemi di monetizzazione basandosi esclusivamente sulla loro posizione geografica.
Ciò significa che ai contenuti prodotti da giornalisti, creatori, media palestinesi e organizzazioni della società civile è negato “strutturalmente l’accesso agli strumenti economici disponibili ad altri, anche quando il loro contenuto è professionale e conforme alle politiche” di Meta.
L’organizzazione denuncia che ciò riflette un modello più ampio di “pratiche sproporzionate di moderazione dei contenuti rivolte ai contenuti palestinesi”, che si è intensificato durante il genocidio a Gaza, con resoconti che documentano eventi che hanno subito rimozioni, sospensioni e censura algoritmica.
Il rapporto conclude che le politiche di Meta “creano un sistema duplice: da un lato, la partecipazione digitale ed economica palestinese è soppressa; dall’altro, le pagine che promuovono attività di insediamento, violenza e incitamento contro i palestinesi sono ricompensate finanziariamente”.
Parlando con The New Arab, Nashif è stato diretto su ciò che deve cambiare: “Meta deve occuparsi di tutti i creatori di contenuti e media che usano uno standard: vogliamo smettere con il doppio standard di gestire la monetizzazione in base alla loro etnia. Assumiti la responsabilità, non mandare loro soldi”.
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29/03/2026
Interferenze israeliane nelle elezioni slovene, la denuncia sarà silenziata in UE?
Il primo, con il suo Movimento per la Libertà (GS), di ispirazione liberale, ha conquistato il 28,6% dei voti, mentre il Partito Democratico Sloveno (SDS), che segue in realtà linee ultraconservatrici, ha ottenuto il 28% dei consensi del circa 70% degli elettori andati a votare. Golob incassa un duro colpo: dai 41 seggi del 2022 scende a 29, rendendo la strada verso la riconferma del governo in salita.
Ma ad aver attirato ancora di più l’attenzione non è tanto le difficili trattative che avverranno intorno alla costruzione di una nuova maggioranza, ma il caso Black Cube. A pochi giorni dal voto, sono circolate registrazioni compromettenti di esponenti della compagine di centrosinistra a sostegno di Golob, intenti a discutere di attività lobbistiche e favori.
Quello che sembrava un sensazionale colpo pre-elettorale, si è trasformato in una sorta di boomerang per Janša. È infatti emerso che dietro le registrazioni era coinvolta anche Black Cube, un’agenzia investigativa israeliana creata da ex membri delle forze armate e dell’intelligence israeliane.
I servizi segreti sloveni avrebbero confermato la presenza di agenti di Black Cube nella sede del partito di Janša. Lui stesso ha confermato di conoscere e aver avuto rapporti con Giora Eiland, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Israele e figura collegata a Black Cube, ma ha negato qualsiasi coinvolgimento dell’agenzia nella campagna elettorale.
Golob ha immediatamente denunciato una “chiara minaccia ibrida contro l’Unione Europea”, suggerendo una ritorsione internazionale dovuta ad alcune sue critiche verso la politica di Israele a Gaza. Golob ha portato la denuncia direttamente al Consiglio Europeo, chiedendo indagini della Commissione Europea. Per ora, il primo ministro uscente ha incassato il sostegno di Macron, il quale avrebbe sposato la lettura di Golob, stando a ciò che riporta il New York Times.
Il problema, però, è che mentre siamo bombardati dalla propaganda che denuncia influenze russe sui processi elettorali europei, in questo caso la vicenda è stata coperta da un sostanziale silenzio che sa di attendismo. Nelle scorse settimane, Janša era diventato il “nemico” della UE nelle elezioni slovene, poiché ammiratore di Trump e alleato di ferro di Viktor Orbán, che si oppone alle politiche guerrafondaie sull’Ucraina.
Finché si trattava di considerare l’asse Janša-Orbán come un proxy di Putin e della Casa Bianca, andava tutto bene. Ora che anche Israele è entrato nella partita, il caso è diventato molto più delicato. Del resto, Golob si era detto propenso a partecipare alla causa per genocidio intentata contro Tel Aviv presso la Corte Internazionale di Giustizia, ma ha fatto marcia indietro pochi giorni prima delle elezioni.
Sarebbero stati funzionari della sicurezza a convincerlo, ricordandogli che molti sistemi di difesa informatica del paese sono di origine israeliana. Anche questo evento si delinea come un pesante intervento sionista sulla politica slovena, e potrebbe rafforzare la denuncia di interferenze israeliane sulle elezioni del paese, allargando lo scandalo. Staremo a vedere se, come al solito, il doppio standard europeo considererà tali interferenze pericolose solo se condotte dalla Russia, e non da un’entità genocida.
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17/03/2026
L’incubo delle armi nucleari nella guerra in corso in Medio Oriente
Queste posizioni evitano accuratamente di soffermarsi su un convitato di pietra che è invece l’architrave della questione: l’arsenale nucleare israeliano, sul quale da Washington a Parigi e da Roma a Londra fanno tutti i finti tonti.
Tel Aviv mantiene infatti una politica di ambiguità strategica riguardo il possesso o meno di armi nucleari, ma il Bulletin of Atomic Scientists del 2022 stimava in circa 90 le testate in mano israeliana.
Bisogna ricordare che Israele è uno dei soli quattro paesi al mondo a non aver firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ed ha sempre ostacolato i controlli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Interrogata sui lavori nel centro nucleare di Dimona, nel deserto del Negev, l’Agenzia che ha ripetutamente ispezionato i siti nucleari iraniani ha ribadito che Israele “non è obbligato a fornire informazioni su altri impianti nucleari nel Paese” al di fuori del reattore di ricerca Soreq.
L’AIEA ha mostrato fin troppa condiscendenza con le omissioni di Israele in materia di armi nucleari.
Ma l’escalation bellica che Israele ha provocato in tutto il Medio Oriente, e l’evidente doppio standard e asimmetria rispetto al programma nucleare iraniano, ora che è scattato l’allarme per l’eventuale uso di armi nucleari sull’Iran, impone di far venire alla luce il pericolo che rappresenta la minaccia israeliana per tutta la regione, e non solo.
Assistiamo dunque ad una distorsione narrativa e analitica secondo cui “la minaccia” sarebbe l’Iran che ancora non possiede l’arma nucleare, ma non lo sarebbe Israele che invece già possiede le armi nucleari – anche se non lo dichiara – e che in due anni ha mosso guerra ai palestinesi, al Libano, alla Siria, all’Iran, allo Yemen e per non farsi mancare nulla ha anche bombardato Doha, capitale del Qatar, per uccidere i negoziatori di Hamas.
Siccome è del tutto improbabile che questo “dettaglio” lo sentiremo evocare nei dibattiti parlamentari o nei talk show televisivi, sarebbe utile che cominciasse a circolare nel dibattito pubblico e nelle iniziative di denuncia e mobilitazione contro la guerra in Medio Oriente.
È evidente che il pericolo per la stabilità della regione è rappresentato soprattutto da Israele e dall’imperialismo occidentale che lo sostiene. Sono costoro infatti che hanno tutto l’interesse a destabilizzare un’area strategica del mondo per mantenerne il controllo a tutti i costi.
Il riequilibrio della deterrenza che Teheran ha cercato di realizzare in questi anni, ha origine proprio nell’ambiguità israeliana in materia di armamenti nucleari e nell’impossibilità di fidarsi di qualsiasi trattato stipulato con l’Occidente che non preveda anche un controllo in tal senso su Israele. Tutte le proposte di tenere una Conferenza regionale sul disarmo nucleare in Medio Oriente (ultima quella proposta dal governo finlandese nel 2012) sono state respinte da Tel Aviv.
Questa asimmetria va denunciata con forza, ed è chiaro come sia necessaria una forte pressione internazionale affinché anche Israele venga posta sotto osservazione internazionale riguardo, ad esempio, ai nuovi edifici nel centro nucleare di Dimona documentati dall’Associated Press pochi mesi fa.
Non è più tollerabile che vi sia accondiscendenza riguardo al possesso di armi atomiche da parte di uno Stato guidato da una visione “messianica” e che pratica apertamente il terrorismo di stato e il genocidio contro gli altri popoli e paesi della regione.
Contestualmente, stanno suscitando grandi preoccupazioni in tutto il Medio Oriente e a livello internazionale anche alcune dichiarazioni dell’amministrazione Trump su “armi decisive” in un conflitto in cui gli Usa sono alle prese con serissime difficoltà nel piegare l’Iran con i pur potentissimi e ipertecnologici armamenti convenzionali di cui già dispone.
Iran. Il conto alla rovescia per l’ora zero nucleare si avvicina?
Parlare della bomba nucleare americana B61-13 (a gravità) non è solo una dimostrazione di forza, ma un segnale di possesso della “chiave” in grado di distruggere anche i siti iraniani più fortificati. Ci troviamo di fronte ad una fase che ha superato il linguaggio della diplomazia per approdare al linguaggio della deterrenza nucleare tattica.
1) Cos’è la bomba B61 e da dove deriva la sua potenza? Si tratta di una “bomba nucleare a gravità” in servizio dagli anni ’60, ma l’ultima versione, la B61-13, è una bestia tecnologica completamente diversa. È un bunker buster che si basa su una caduta libera guidata ad alta precisione. Vanta una potenza distruttiva di circa 360 kilotoni (equivalente a 24 volte la potenza della bomba di Hiroshima) ed è progettata per penetrare prima nel terreno e poi esplodere in profondità nel sottosuolo, generando un’onda sismica che distrugge le gallerie.
2) Perché è considerata il peggior incubo per l’impianto di Fordow? Gli impianti nucleari iraniani come Fordow non si trovano in superficie, ma piuttosto è una “città sotto le montagne”, protetta da centinaia di metri di roccia. La bomba B61, nelle sue versioni potenziate, è stata progettata specificamente per questo scopo; non colpisce semplicemente la superficie, ma “scava” nel sottosuolo per garantire la distruzione dei reattori situati sotto, vanificando così il vantaggio di nascondersi sotto le montagne.
3) I messaggi politici dietro l’arma: Washington non si limita a inviare bombe, ma sta anche inviando un messaggio al regime iraniano: l’ombrello nucleare è pronto ad essere attivato se l’arricchimento dell’uranio supera le linee rosse.
La presenza di portaerei e i recenti test missilistici Minuteman-3 confermano che ci troviamo di fronte a un piano globale, non a una minaccia passeggera.
4) L’equilibrio del terrore e la pericolosa deriva: mentre l’America brandisce la B61, Teheran è consapevole che qualsiasi utilizzo di quest’arma significherebbe un cambiamento radicale delle regole d’ingaggio internazionali. Il pericolo qui non risiede solo nella distruzione di un sito, ma nello scivolamento verso un vero e proprio scontro regionale, in mezzo agli avvertimenti internazionali secondo cui l’uso di “armi nucleari tattiche” spalancherebbe le porte dell’inferno, che non si chiuderebbero facilmente.
5) Conclusione: La regione sta vivendo una “crisi missilistica cubana” nella sua versione mediorientale. Le opzioni si stanno esaurendo e la B61 è l’ultima carta da giocare per ottenere importanti concessioni o per uno scontro che cambierà per sempre il volto della regione.
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02/03/2026
Italia - Sulla guerra all’Iran dilettanti allo sbaraglio
La prima dichiarazione di Palazzo Chigi sui bombardamenti in Iran era prudentissima, praticamente insipiente.
Poi è arrivato subito il “giallo” del ministro Crosetto, che per legittime e comprensibili ragioni familiari, è venuto a trovarsi sul teatro di guerra invece che nella cabina di comando dell’apparato di difesa italiano senza che, pare, gli alleati Usa e Israele avessero avuto la cortesia di informare l’Italia che stavano per attaccare l’Iran.
Infine c’è il ministro Tajani che sembra essere sempre fuori posto e risponde con banalità a domande dettate dall’emergenza.
Sulla guerra in corso che sta infiammando tutto il Medio Oriente (Israele oltre l’Iran sta bombardando anche in Libano, mentre i missili iraniani colpiscono tutti i paesi strategici del Golfo Persico, ndr) da Palazzo Chigi fanno sapere che “è ancora una fase di osservazione”, e questo al termine di una giornata in cui Giorgia Meloni ha avuto una serie di confronti con leader mediorientali e europei, prima di “aggiornare compiutamente” il presidente della Repubblica Sergio Mattarella “sugli sviluppi della situazione e sui contatti intercorsi”.
In sostanza non sanno che pesci prendere se non quello di allinearsi alle scelte guerrafondaie di Washington, Tel Aviv e Bruxelles, l’obbedienza servile dunque.
Per oggi lunedì 2 marzo alle 15 è stata convocata la commissione Affari Esteri e Difesa del Parlamento per una informativa urgente del ministro degli Esteri. L’audizione si svolgerà davanti alle commissioni congiunte Esteri-Difesa del Senato ed Esteri della Camera. In audizione con Tajani ci sarà anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rientrato in Italia, per una informativa urgente sulla situazione in Iran e nel Golfo Persico.
L’Italia si trova ancora una volta schiacciata tra una fedeltà servile a Trump (che però non viene corrisposta) e una obbedienza dovuta all’Unione Europea. Quest’ultima si è allineata all’aggressione militare israelo-statunitense contro l’Iran. La riunione dei ministri degli esteri della Ue ha infatti denunciato “la responsabilità dell’Iran”, ha espresso “solidarietà totale ai Paesi del Golfo aggrediti dall’Iran. Sono stati espressi preoccupazione e coinvolgimento comune per tutelare i cittadini europei che vivono o sono di passaggio nell’area” con un “coordinamento per il loro rientro in Europa”, ma in questo caso – diversamente dall’Ucraina – nessuna solidarietà con il paese aggredito cioè l’Iran.
Indipendentemente dalla Ue ci sono poi Francia, Germania, Gran Bretagna che hanno preso posizione con una dichiarazione congiunta dicendosi “sconvolti dagli attacchi missilistici indiscriminati e sproporzionati lanciati dall’Iran contro i Paesi della regione” in rappresaglia per quelli condotti da Stati Uniti e Israele in Iran.
“Adotteremo misure per difendere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati nella regione, potenzialmente consentendo azioni difensive necessarie e proporzionate per distruggere la capacità dell’Iran di lanciare missili e droni alla fonte”, scrivono i tre governi europei che non condannano affatto l’aggressione contro l’Iran ma solo la reazione del paese aggredito. Anche in questo caso assistiamo ad un rovesciamento politico e logico di tutte le filippiche di questi quattro anni sull’Ucraina, che conferma quell’odioso doppio standard che avevamo già visto verso Israele nel corso del genocidio dei palestinesi a Gaza.
Forte di questo mandato europeo a continuare i bombardamenti sull’Iran, il ministro degli Esteri Tajani ha dichiarato che “L’Europa farà ascoltare la sua voce, anche dopo che sarà chiusa la fase incandescente, per avviare un dialogo diplomatico a favore della transizione in Iran”, aggiungendo che “È stata confermata la decisione di continuare con le missioni Aspides e Atalanta”.
È bene ricordare che la prima è una missione navale militare operativa dal febbraio 2024, che ha il compito di tutelare “la libertà di navigazione nelle Aree del Mar Rosso, Golfo Persico e Mar Arabico Settentrionale” che ha dovuto già fare i conti con l’interdizione delle navigazione nel Mar Rosso messa in campo dai miliziani Houthi dello Yemen. La seconda è una missione militare navale europea operativa dal 2008 nel Golfo di Aden e davanti alla Somalia in funzione antipirateria.
Curiosamente né Tajani né Crosetto daranno spiegazioni sul fatto che si è scoperto che in Kuwait ci sono ben 300 militari italiani e che la loro base di Ali Al Salem era stata colpita da un drone iraniano. Altri 700 militari italiani sono poi presenti in Iraq, a Erbil, nella zona separata curda, anch’essa colpita dai missili iraniani in quanto alleata di Usa e Israele.
In questi anni nessuno, neanche dall’opposizione, ha mai chiesto il perché di questa presenza militare italiana in Medio Oriente. Del resto con la segretaria del PD Ely Schlein che annuncia che non chiederà le dimissioni del governo qualora questo perda il referendum del 22 e 23 marzo, cosa ci si può aspettare da questa opposizione? Ci manca solo che ripeta puntualmente e ossessivamente “La premier venga in aula a spiegare perché ha perso il referendum”.
Dentro una crisi storica come quella che stiamo attraversando, al governo abbiamo solo dei dilettanti allo sbaraglio, servili verso Usa e Israele, obbedienti alla Ue e omertosi sulle scelte internazionali che coinvolgono il proprio paese dentro teatri di guerra. Mandiamoli a casa!
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