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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/03/2026

Interferenze israeliane nelle elezioni slovene, la denuncia sarà silenziata in UE?

Le elezioni parlamentari slovene si sono tenute lo scorso 22 marzo. Ci si aspettava un duro testa a testa per conquistare i 46 seggi per esprimere una maggioranza parlamentare. Ed effettivamente, il verdetto delle urne ha registrato solo una manciata di voti a separare il premier uscente, Robert Golob, che rivendica la vittoria, seppur di misura, sull’estrema destra di Janez Janša.

Il primo, con il suo Movimento per la Libertà (GS), di ispirazione liberale, ha conquistato il 28,6% dei voti, mentre il Partito Democratico Sloveno (SDS), che segue in realtà linee ultraconservatrici, ha ottenuto il 28% dei consensi del circa 70% degli elettori andati a votare. Golob incassa un duro colpo: dai 41 seggi del 2022 scende a 29, rendendo la strada verso la riconferma del governo in salita.

Ma ad aver attirato ancora di più l’attenzione non è tanto le difficili trattative che avverranno intorno alla costruzione di una nuova maggioranza, ma il caso Black Cube. A pochi giorni dal voto, sono circolate registrazioni compromettenti di esponenti della compagine di centrosinistra a sostegno di Golob, intenti a discutere di attività lobbistiche e favori.

Quello che sembrava un sensazionale colpo pre-elettorale, si è trasformato in una sorta di boomerang per Janša. È infatti emerso che dietro le registrazioni era coinvolta anche Black Cube, un’agenzia investigativa israeliana creata da ex membri delle forze armate e dell’intelligence israeliane.

I servizi segreti sloveni avrebbero confermato la presenza di agenti di Black Cube nella sede del partito di Janša. Lui stesso ha confermato di conoscere e aver avuto rapporti con Giora Eiland, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Israele e figura collegata a Black Cube, ma ha negato qualsiasi coinvolgimento dell’agenzia nella campagna elettorale.

Golob ha immediatamente denunciato una “chiara minaccia ibrida contro l’Unione Europea”, suggerendo una ritorsione internazionale dovuta ad alcune sue critiche verso la politica di Israele a Gaza. Golob ha portato la denuncia direttamente al Consiglio Europeo, chiedendo indagini della Commissione Europea. Per ora, il primo ministro uscente ha incassato il sostegno di Macron, il quale avrebbe sposato la lettura di Golob, stando a ciò che riporta il New York Times.

Il problema, però, è che mentre siamo bombardati dalla propaganda che denuncia influenze russe sui processi elettorali europei, in questo caso la vicenda è stata coperta da un sostanziale silenzio che sa di attendismo. Nelle scorse settimane, Janša era diventato il “nemico” della UE nelle elezioni slovene, poiché ammiratore di Trump e alleato di ferro di Viktor Orbán, che si oppone alle politiche guerrafondaie sull’Ucraina.

Finché si trattava di considerare l’asse Janša-Orbán come un proxy di Putin e della Casa Bianca, andava tutto bene. Ora che anche Israele è entrato nella partita, il caso è diventato molto più delicato. Del resto, Golob si era detto propenso a partecipare alla causa per genocidio intentata contro Tel Aviv presso la Corte Internazionale di Giustizia, ma ha fatto marcia indietro pochi giorni prima delle elezioni.

Sarebbero stati funzionari della sicurezza a convincerlo, ricordandogli che molti sistemi di difesa informatica del paese sono di origine israeliana. Anche questo evento si delinea come un pesante intervento sionista sulla politica slovena, e potrebbe rafforzare la denuncia di interferenze israeliane sulle elezioni del paese, allargando lo scandalo. Staremo a vedere se, come al solito, il doppio standard europeo considererà tali interferenze pericolose solo se condotte dalla Russia, e non da un’entità genocida.

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02/08/2025

La Slovenia interrompe il commercio di armi con Israele. È il primo in Europa

“La Slovenia è il primo paese europeo a vietare l’importazione, l’esportazione e il transito di armi da e verso Israele”. L’annuncio del governo di Lubiana è arrivato nella serata di giovedì, 31 luglio.

L’esecutivo ha spiegato la decisione con la volontà di adottare misure concrete rispetto al genocidio in corso a Gaza per mano di Israele.

Nella nota diramata dall’esecutivo, un punto centrale della presa di posizione è la mancanza di iniziativa comune al livello europeo, a cui la Slovenia ha deciso di rimediare in modo autonomo.

«L’Unione Europea non è stata in grado di adottare misure concrete», ha dichiarato il governo sloveno. L’azione unilaterale riguarda tutti i materiali d’armamento, inclusi equipaggiamenti militari, componenti e tecnologie legate alla difesa. Dubbi permangono invece se il divieto sia esteso anche agli strumenti dual use civile-militare.

Il primo ministro Robert Golob già a margine del vertice europeo di giugno aveva dichiarato che la Slovenia avrebbe agito autonomamente se l’Unione Europea non fosse stata in grado di adottare misure effettive contro Israele.

Sempre giovedì, il ministro degli esteri sloveno Tanja Fajon aveva convocato l’ambasciatrice di Israele in Slovenia, Ruth Cohen-Dar, per protestare contro la “mostruosa catastrofe umanitaria a Gaza, causata dalla limitazione dell’accesso agli aiuti umanitari”.

Sono comunque giorni convulsi per il Parlamento di Lubiana. Il 18 luglio infatti sono state annullate le consultazioni popolari sull’aumento delle spese militari e sull’adesione della Slovenia alla Nato, le quali erano state annunciate solo a inizio mese.

Il doppio referendum avrebbe probabilmente spaccato la fragile coalizione di governo di centrosinistra, all’interno della quale sul tema della difesa sono emerse nelle ultime settimane non poche divergenze.

La consultazione sull’aumento delle spese militari era stata promossa a inizio luglio dal partner di minoranza di governo Levica (“Sinistra”), dopo che l’esecutivo aveva assunto l’impegno di innalzare al 5% del Pil le spese militari al summit Nato dell’Aia lo scorso 25 giugno.

Il leader del partito liberale Svoboda (“Libertà”), prima forza in Parlamento, aveva bollato la richiesta di referendum come un “inganno populista. Ci sono solo due strade possibili: o restiamo nella Nato e paghiamo la quota di adesione, oppure usciamo”, aveva dichiarato, proponendo altresì una seconda consultazione sull’adesione di Lubiana all’Alleanza atlantica.

Venerdì 18 luglio invece il Parlamento ha fatto dietrofront proprio su iniziativa del partito che esprime il primo ministro Golob, i verdi del “Movimento della Libertà”, ritrovando perlomeno una quadra nella condanna alle azioni criminali di Israele.

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30/07/2025

Le crepe nella NATO

La mia analisi sulle prime crepe nella NATO è stata pubblicata con un leggero ritardo, sufficiente per diventare obsoleta. Avevo segnalato i due referendum proposti in Slovenia – uno sulla spesa militare e l’altro sull’adesione all’Alleanza – quando la situazione è improvvisamente cambiata.

Con sorpresa di chi non conosce bene la politica di questo piccolo paese, il parlamento sloveno ha annullato la decisione sul primo referendum, proposto dal partner di coalizione Levica, per motivi procedurali: la domanda referendaria non era stata formulata correttamente!

Questo ha dato al Primo Ministro Robert Golob il pretesto perfetto per ritirare la sua stessa proposta frettolosa ed emotiva di un secondo referendum (che chiedeva ai cittadini se fossero favorevoli a rimanere o uscire dalla NATO).

Sembra che le speranze di un vero dibattito in qualsiasi paese sulla richiesta insensata, o meglio suicida, della NATO di destinare il 5% del PIL a scopi militari si siano dissolte. Come dice il vecchio adagio latino: Parturient montes, nascetur ridiculus mus (Le montagne partoriscono e nasce un ridicolo topolino).

I colleghi sloveni che ho consultato sostengono che la saga del referendum non è finita, poiché i proponenti potrebbero ancora “correggere” la domanda e chiederne uno nuovo. Tuttavia, alcuni osservatori realistici fanno notare che si tratterebbe di un referendum consultivo, cioè non vincolante, il che significa che, anche se generasse un dibattito pubblico, rimarrebbe solo una tempesta in un bicchiere d’acqua – senza alcun effetto legale o politico concreto.

Ricordiamo che, sotto pressione e allarmismi, nel 2003 gli sloveni votarono a favore dell’adesione alla NATO con il 66% dei consensi. Quel referendum era vincolante, e quindi nessun referendum consultivo potrebbe essere abbastanza forte da annullarlo legalmente.

In altre parole, il popolo è già stato interpellato una volta, e la Slovenia ha fatto il check-in all’Hotel California. Le nuove generazioni potranno fare il check-out dall’Hotel NATO? Esiste una massa critica e una consapevolezza sufficiente per lasciare questo club militare, insaziabile come il Leviatano, che chiede sempre più soldi e truppe? Perché oggi l’Europa si prepara alla guerra, non alla pace.

Vedremo cosa accadrà in questo piccolo paese, i cui abitanti non sono notoriamente entusiasti di indossare stivali militari – o di pagarli.

Nonostante questa svolta in Slovenia, le fratture interne alla NATO sono ben lungi dall’essersi risolte. Formalmente, esiste una clausola di uscita regolata dall’articolo 13 dello Statuto NATO: basta inviare una notifica ufficiale al Dipartimento di Stato americano per annunciare l’intenzione di ritirarsi. Il “divorzio” avviene in 12 mesi.

Sembra ingannevolmente facile, ma la vera domanda è se un governo democraticamente eletto, anche con un mandato per farlo, oserebbe o sarebbe autorizzato ad agire secondo le richiese dei suoi elettori.

Gli Stati membri della NATO, soprattutto i più piccoli, sono davvero sovrani? Basta guardare come questo piccolo episodio sloveno abbia scosso Bruxelles, Washington e i media occidentali. Uscire dalla NATO, o semplicemente dissentire dalle richieste di Donald Trump, viene trattato come un atto di blasfemia e dramma.

In pochi lo dicono apertamente, ma la ministra degli Esteri Tanja Fajon è stata sottoposta a immense pressioni nelle ultime settimane ed è stata costretta a giurare fedeltà alla NATO. Purtroppo, in Slovenia, le forze anti-nato o pacifiste sono poche in parlamento o esistono soprattutto nella società civile.

Eppure, le crepe nella NATO esistono. Alcune sono visibili, altre meno. La Spagna ha ottenuto silenziosamente una clausola di esenzione, ma è solo questione di tempo prima che altri Stati membri vogliano “diventare Spagna”.

L’attenzione ora è sulla Slovacchia e sul suo coraggioso Primo Ministro Fico (a differenza del Golob sloveno, che ha solo spaventato il pubblico senza alcuna seria intenzione di sostenere l’uscita dalla NATO). Quasi la metà della popolazione slovacca preferisce la neutralità (49,8%) alla permanenza nella NATO (40%).

Nella vicina Repubblica Ceca, il leader dell’opposizione ed ex premier Andrej Babiš ha dichiarato che il suo partito ANO rifiuterebbe il nuovo obiettivo di spesa militare della NATO se vincesse le elezioni di ottobre: “Se Trump mi dice di saltare dalla finestra, non lo farò”

L’Italia si rifiuta fermamente di pagare nuovi acquisti di armi per l’Ucraina o di inviare truppe al fronte. Il presidente croato ammette che il suo paese non può soddisfare l’appetito insaziabile della NATO. Molti paesi esitano a impegnarsi ulteriormente in azioni militari contro la Russia (che, ovviamente, viene dipinta come la principale minaccia senza prove). In Italia, i sondaggi mostrano che solo il 16% dei giovani è disposto ad andare in guerra per difendere il proprio paese.

La situazione è simile in Gran Bretagna, dove oltre il 70% dei giovani non sa nemmeno come cambiare una lampadina in salotto. Forse le generazioni di oggi non hanno consapevolezza degli orrori delle due guerre mondiali europee. Eppure, molti hanno goduto di decenni di pace e prosperità grazie ai legami economici con la Russia e all’energia a basso costo. In loro c’è il potenziale inespresso per dire NO al militarismo e alle uniformi militari che i loro governi stanno preparando per loro.

Ecco un altro dato importante per evitare disperazione e passività: ogni nuovo centesimo speso per il complesso militare-industriale approfondisce la crisi sociale. Alcune menti confuse credono che la spesa militare sia la salvezza dalla crisi auto-cannibalistica del capitalismo, ma i soldi non cadono dal cielo.

Ucraina, Germania e altri non hanno fondi infiniti per armi ed esercitazioni militari. La guerra è un affare costoso e non ha mai portato progresso. L’Europa si sta dissanguando a morte ripetendo errori che in passato ha pagato a caro prezzo. E i cittadini statunitensi non staranno meglio con la strategia sconsiderata di Trump di creare vassalli e nemici senza soddisfare le aspettative del suo elettorato.

Nonostante l’espansione globale, la NATO rimane una tigre di carta dal punto di vista militare. Non può prepararsi a così tanti conflitti simultanei, né troverà entusiasmo tra i suoi cittadini. La politica di estorsione e ricatto di Trump ha i suoi limiti, così come la sua follia tariffaria.

Il nostro compito è rivelare le crepe nel guscio incrinato di questo militarismo emergente e resistere alla paura che nasconda un mostro come Alien – come nella serie di film. Se un nuovo nazismo dovesse sorgere – i cui contorni sono già visibili – noi, abitanti della NATOlandia, saremo le prime vittime, seguite dai nemici che abbiamo fabbricato.

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19/11/2020

La UE si spacca sul Recovery Fund

I soldi del Recovery fund sono diventati – non da ora – una sorta di carota davanti al naso dell’asino, ma anche una “coperta di Linus” che dovrebbe magicamente risolvere tutti i problemi, pre e post pandemia.

Mettiamo per attimo da parte i problemi strutturali di questo fondo – le “condizionalità” sono differenti da quelle del Mes, ma altrettanto stringenti – e restiamo ai dati di fatto semplici semplici.

I tempi erano già slittati molto più lontano delle promesse iniziali. Per esempio, i “20 miliardi subito per l’Italia”, acconto del 10% sui poco più di 200 complessivi destinati al nostro paese, dovevano arrivare “entro l’anno”.

Niente da fare. Lo stesso Paolo Gentiloni, ora Commissario europeo per gli affari economici, in audizione davanti al parlamento italiano ha spiegato che arriveranno – se tutto va bene – “per la fine della primavera”. Ossia a giugno.

Ma è tutto l’impianto del Recovery fund che appare ormai esposto a sollecitazioni fortissime, che potrebbero diventare esplosive o comunque creare più problemi che soluzioni.

“Da sinistra”, la logica del fondo era stata contestata di fatto da Spagna e Portogallo, con la rinuncia a chiedere la parte di soldi sotto forma di prestiti, preferendo ottenere solo la quota “a fondo perduto”.

La logica è chiara: con l’attuale politica monetaria della Bce, forzatamente “espansiva” e senza limiti, i tassi di interesse sul debito pubblico sono ridotti praticamente a zero. Persino lo spread sui Btp italiani, uno dei più alti d’Europa, viaggia da mesi poco sopra i 100 punti (ossia l’1%).

Dunque l’argomento suadente del “prestito europeo quasi gratis” (il Recovery fund è comunque un prestito da restituire, anche se a interessi prossimi allo zero) perde molta importanza, facendo invece risaltare i problemi delle “condizionalità”.

“Da destra” il problema è stato posto brutalmente dai fascisti al governo in Polonia e Ungheria, arrivati a porre il veto sul bilancio europeo (il Recovery fund è inscritto in questa “manovra di bilancio”) se non verrà fatta cadere la pregiudiziale che lega i prestiti alla vigenza dello “stato di diritto”.

Su questo si è schierata ieri anche la Slovenia, guidata da Janez Janša, che è anche segretario del Partito Democratico, membro dei “Socialisti europei”, da sempre ostile a “Gruppo di Visegrad”, stracciando il velo dell’ipocrisia costruito sulle frasi ad effetto.

Nella sua lettera al presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, Janša ha scritto che “Solo un organo giudiziario indipendente può dire cos’è lo Stato di diritto, non una maggioranza politica”. E lo ha fatto rivendicando appieno il suo approdo come ex jugoslavo alla “democrazia occidentale”: “Quelli di noi che hanno trascorso parte della nostra vita sotto regimi totalitari sanno che la deviazione dalla realtà inizia quando ai processi o alle istituzioni vengono dati nomi che significano l’esatto opposto della loro essenza“.

Janša ha poi aggiunto che la Slovenia si richiama al “rispetto incondizionato dello stato di diritto in tutti i casi e senza doppi standard”.

In pratica, il premier sloveno ha detto che quella formula significa poco, in concreto. Alla Polonia, per esempio, la Ue rimprovera il dominio del governo sulla magistratura. Ma non è che la Francia, per dirne una, presenti una situazione diversa (perlomeno per quanto riguarda gli inquirenti, che promuovono l’azione penale).

Insomma, fare di questa formula una “condizionalità” per l’erogazione di fondi è un modo come un altro di influire sulla politica interna di un altro paese, per quanto reazionario come la Polonia attuale.

Di fatto, tutte le “condizionalità” che accompagnano questo o altri “programmi europei” hanno la stessa natura. Specie, o soprattutto, quando mascherate da “tecnicalità” economiche.

Comunque sia, questa eterogenea sollevazione mette in forse l’approvazione del bilancio europeo, che potrebbe a questo punto finire in “esercizio provvisorio”. Ma soprattutto mostra quanto l’architettura istituzionale fissata dai trattati europei sia fragile e quasi sempre molto strumentalizzabile.

Il meccanismo previsto per l’approvazione è l’unanimità, e questo conferisce anche a paesi piccolissimi, o addirittura fuori dalla zona euro, un potere di veto su decisioni che riguardano quasi mezzo miliardo di persone.

Ma adottare il principio della maggioranza non è possibile. Anche se la Francia, in queste ore, agita la minaccia di “andare avanti senza quei Paesi”. In teoria si potrebbe, adottando lo schema dell’”accordo intergovernativo”, che non è appunto una “istituzione europea” ma un semplice accordo tra alcuni governi contro altri.

Sarebbe un colpo molto duro all’Unione Europea come insieme che marcia verso un “futuro comune”, aprendo scenari di accordi a geometria variabile su ogni questione rilevante e perciò controversa, in cui l’unico vero criterio sarebbero i rapporti di forza economici tra i vari Stati.

Per evitare di aprire questa voragine futura, Angela Merkel starebbe cercando di “convincere” i tre reprobi, usando ovviamente argomenti non istituzionali. Polonia, Ungheria e Slovenia, infatti, al di là delle differenze politiche e di collocazione europea (la Slovenia è nell’euro), fanno parte integrante delle filiere produttive che hanno la testa in Germania.

Il quadro che ne risulta non corrisponde affatto alla retorica “europeista” sparata a squarciagola dalle nostre parti (e specie nella sedicente “sinistra”). Questa non è una comunità che viaggia verso un’integrazione comunitaria forte, ma un semplice “club” in cui ci si fa concorrenza, sopra e sotto il tavolo. E i “trattati” fissano regole pensate per favorire qualcuno e fregarne altri.

Ma è un club che decide sulle politiche economiche dei singoli membri, in base a quelle regole. E, come ci capita spesso di scrivere, se cercate oggi la sede del “potere politico” è inutile guardare verso Palazzo Chigi.

Tornando al Recovery fund, infine, tutta questa turbolenza produrrà certamente altri ritardi. Intanto sulla data di partenza effettiva. Poi, a cascata, su tutte le altre scadenze previste da una specie di percorso ad ostacoli in cui ogni “rata” del Fondo dovrebbe essere erogata in base alla “verifica” dei risultati raggiunti.

La carota sventola ancora davanti al muso dell’asino, ma comincia a puzzare di marcio...

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09/07/2016

Slovenia: “insurrezione” a Koper-Capodistria contro la privatizzazione del porto

Nel corso degli anni in Slovenia si sono susseguiti una serie di episodi di lotte anche molto dure da parte di quella classe operaia che a detta di molti dovrebbe essere scomparsa. Da ultimi erano stati i minatori delle miniere di carbone di Trbovlje e Velenje, che nel 2014 si erano auto-organizzati e avevano occupato le miniere per ottenere il rispetto del contratto, il pagamento regolare dei salari (che venivano pagati con mesi di ritardo) e contro il taglio delle ferie. Ora però a muoversi sono i stati i lavoratori di un settore strategico per il capitale e di quella che è la maggiore azienda slovena, il porto di Koper-Capodistria. Con il sostegno di buona parte della popolazione della città.

Il porto di Koper-Capodistria ha prodotto nel 2015 quasi 16 milioni di € di profitti. E’ gestito da una SPA, Luka Koper (Porto di Capodistria), che dal 2008 ha una concessione 35-ennale per la gestione esclusiva del porto ed è al 70% di proprietà diretta o indiretta dello stato sloveno. Nato nel 1957, il porto, che gode dello status di zona franca, è cresciuto in maniera spettacolare arrivando nel 2015 a 19 milioni di tonnellate di merce movimentata.

All’epoca della Jugoslavia l’azienda portuale aveva finanziato con mezzi propri il collegamento dello scalo marittimo alla rete ferroviaria slovena con una tratta ferroviaria a binario unico di una 30 di km (Koper- Divača), divenuta da tempo inadeguata a garantire il traffico generato dal porto. Da anni viene chiesto allo stato il raddoppio del tratto ferroviario, ma i governi succedutisi non hanno fatto nulla, se non proporre di affidare il raddoppio a privati, che avrebbero goduto non solo dei profitti della successiva gestione dell’opera, ma pure di contributi statali.

Di fronte a un atteggiamento generale del governo di assoluto disinteresse rispetto allo sviluppo del porto, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la richiesta dello Slovenski državni holding (SDH, Holding statale sloveno), la società che gestisce le numerose partecipazioni statali in aziende ed enti, di modificare l’ordine del giorno dell’assemblea degli azionisti di Luka Koper del 1 luglio aggiungendo la sostituzione di tre dei componenti del massimo organismo della società, il Consiglio di Sorveglianza (di cui fanno parte rappresentanti degli investitori, del Comune di Koper-Capodistria e dei lavoratori) con tre nuovi membri. Tra i nuovi componenti proposti c’era anche il tedesco Jurgen Sorgenfrei, con una carriera tutta svoltasi quale dirigente del porto di Amburgo nonché coautore di una relazione dell’OECD che affermava che il raddoppio del binario ferroviario non fosse necessario. A ciò si è poi aggiunta la notizia che il Ministro delle Infrastrutture aveva proposto già parecchi tempo fa al governo di “spacchettare” la concessione a Luka Koper per dare in concessione le singole parti/attività del porto ad aziende private.

Di fronte a quello che appariva chiaramente come un tentativo di mettere alla guida dell’azienda chi doveva smontarla per poi cedere le parti migliori ai privati, i lavoratori si sono mobilitati contro la privatizzazione e la svendita del porto e a difesa del loro lavoro, ed il 1 luglio, nel giorno della assemblea dei soci di Luka Koper, hanno bloccato tutte le attività portuali. A sostegno dei lavoratori è sorta l’”iniziativa civica ”Vstala Primorska – Vstani Slovenija” (Primorska1 insorta – insorgi Slovenia) che ha organizzato un assemblea pubblica a Koper-Capodistria “contro la privatizzazione del porto, per il futuro nostro e dei nostri figli” con la partecipazione di circa 4.000 persone (in una città che conta si è no 30.000 abitanti). Niente di strano, visto che il porto da lavoro a buona parte degli abitanti della città e del circondario ed è una realtà economica che è ad esempio tra i massimi finanziatori dell’Università del Litorale di Koper-Kapodistria.

La lotta dei lavoratori, che hanno bloccato il porto fino al 3 luglio (cosa che ha portato anche alla paralisi completa del traffico ferroviario in tutta la Slovenia), ha avuto come risultato immediato l’annullamento della proposta di sostituzione di tre componenti il Consiglio di Sorveglianza e le dimissioni del presidente di SDH. Ma i lavoratori, che hanno affermato di essersi mobilitati perché stufi “della distruzione delle nostre aziende e delle nostre vite” e contro “le decisioni di persone che servono esclusivamente interessi lobbistici”, hanno a quel punto chiesto anche le dimissioni del Ministro delle Infrastrutture e del sottosegretario al Ministero delle Finanze Dragonja, che aveva fornito dati falsi circa la “non-profittabilità” di Luka Koper.

Interessante la risposta del capo del governo sloveno, Cerar, che ha affermato “non permetterò che i lavoratori guidino l’azienda, e tanto meno lo stato” rifiutando decisamente i loro inviti ad un incontro. Rifiuto che si è però ben presto rimangiato incontrando i lavoratori il 7 luglio a Lubiana. Un incontro durante il quale i rappresentanti dei lavoratori hanno presentato a Cerar un documento con il quale chiedono: il massimo appoggio del governo allo sviluppo del porto, al mantenimento e ampliamento delle concessioni a Luka Koper e per la realizzazione delle opere già in programma con la messa in atto entro settembre di tutte le misure a ciò necessarie; la rinuncia a qualsiasi modifica del regime di concessione e dello status della società Luka Koper; l’impegno a trovare in tempi brevi soluzioni adeguate per assicurare i collegamenti ferroviari del porto; una presa di distanza ufficiale e totale del governo dalle proposte del Ministro delle Infrastrutture. L’incontro è stato di carattere interlocutorio e la vicenda rimane aperta, tanto che il segretario del sindacato dei gruisti di Luka Koper ha affermato che per ora i lavoratori hanno ottenuto quanto volevano, ma che la lotta e tutt’altro che finita, concludendo con un “ora ci sono le ferie, ci rivediamo a settembre”.

Ma l’”insurrezione” di Koper-Capodistria rischia di espandersi: durante l’incontro infatti qualche centinaio di “insorti” di ogni parte della Slovenia hanno manifestato davanti al palazzo del governo contro la distruzione delle condizioni di vita dei lavoratori e a sostegno dei lavoratori del porto di Koper-Capodistria. Vedremo a settembre.

Note
1 La Primorska è la regione più occidentale della Slovenia lungo il confine con l’Italia e va dalle Alpi Giulie al mare. Il nome è traducibile come Litorale.

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14/07/2014

Slovenia al voto, terremoto politico

Il conteggio dei voti in Slovenia non è ancora ultimato del tutto ma dallo spoglio si profila un vero e proprio terremoto politico.

Dalle urne infatti esce trionfatore il giurista Miro Cerar che ottiene, presentandosi per la prima volta alle elezioni con il suo movimento SMC, il 34.6% dei voti (36 seggi sui 90 totali) raccogliendo la percentuale più alta per un partito negli ultimi 24 anni, da quando cioè la piccola repubblica è diventata indipendente. Pur dichiarandosi un movimento civico ‘né di destra né di sinistra’, di fatto il movimento di Cerar fondato pochi mesi fa in polemica con il degrado e la corruzione della classe politica locale propende più verso il centrosinistra. Anche molti dei voti che ha raccolto provengono dall’elettorato deluso di centrosinistra, orfano dopo la scissione del movimento ‘Slovenia Positiva’. Sull’orientamento dell’elettorato sloveno ha pesato anche la posizione tiepidamente contraria del nuovo movimento rispetto alle privatizzazioni selvagge imposte a Lubiana dall’Unione Europea contro le quali nei mesi scorsi si sono sviluppate proteste sindacali e popolari di massa, come del resto sta avvenendo ora nella vicina Croazia.

Al secondo posto per consensi si è piazzato il Partito democratico sloveno (centrodestra) dell'ex premier Janez Jansa – attualmente in carcere – con il 20,6% e 21 seggi, il 7% in meno rispetto alle scorse elezioni.

Segue in terza posizione il partito dei pensionati Desus (centrosinistra) con il 10,2% e dieci seggi.

Buon risultato – anche se minore rispetto a quanto facevano presagire i sondaggi della vigilia e gli exit poll di ieri sera – per la Sinistra Unita, vicina al partito della Sinistra Europea e alle posizioni di Alexis Tsipras, che ha raccolto il 6% dei consensi e sei seggi. E’ la prima volta da quando Lubiana è indipendente che un partito dichiaratamente di sinistra supera l’asticella del 4% e riesce ad entrare in parlamento, anche in questo caso grazie allo scontento popolare per le politiche liberiste degli ultimi governi e per i catastrofici risultati dei diktat della troika europea.

Stessa percentuale e stesso numero di seggi per il Partito Socialdemocratico.

A seguire ci sono il partito Nova Slovenija con il 5,5% e cinque parlamentari e infine l'Alleanza di Alenka Bratusek con il 4,3% e quattro parlamentari. Due seggi parlamentari sono infine riservati ai rappresentanti della minoranza italiana e ungherese. Ancora in forse il superamento della soglia del 4% da parte del Partito popolare sloveno di centro-destra.

Da segnalare che l'affluenza alle urne è stata molto bassa: a votare è andato soltanto il 50,9% degli aventi diritto, record negativo assoluto. Considerando la percentuale di voti nulli e schede bianche il nuovo parlamento rappresenta di fatto la minoranza del popolo sloveno.

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09/07/2014

Southstream: Slovenia, Bulgaria e Ungheria con Mosca contro l’Ue


La Russia continua il pressing per fare avanzare il South Stream, progetto bloccato dalla Commissione europea e che sta diventando il fulcro della scontro tra Mosca e Bruxelles esploso dopo il sostegno occidentale al colpo di stato andato in scena a Kiev nel febbraio scorso.

Ieri il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha incassato l'appoggio della Slovenia al nuovo gasdotto, mentre una controllata di Gazprom, la Tsentrgaz, si è aggiudicata la costruzione del tratto serbo del South Stream.
Gazprom ha annunciato che Tsentrgaz ha vinto la gara di appalto per la costruzione del tratto serbo e "sarà responsabile della fase preparatoria del progetto, della consegna degli equipaggiamenti e dei materiali, della formazione del personale e dell'entrata in funzione del South Stream in Serbia".

"Siamo convinti della necessità di rimuovere tutti gli ostacoli artificiali sulla via della realizzazione (del South Stream) e di agire in ottemperanza agli accordi intergovernativi già conclusi", ha dichiarato Lavrov a Maribor. Un passo importante per Mosca visto il contropressing che Bruxelles e Washington stanno esercitando sui paesi nei quali dovrebbe passare la nuova via del gas. Nei giorni scorsi il numero due dell'ambasciata statunitense a Lubiana aveva rilasciato un'intervista a un giornale locale “suggerendo” di rinviare la visita di Lavrov, un consiglio caduto nel vuoto.

Da parte sua la Commissione Ue ha chiesto alla Bulgaria la sospensione dei lavori per il South Stream, contestando la violazione delle norme del cosiddetto Terzo Pacchetto Energia, che prevede la divisone tra il ruolo di distributore e di fornitore del gas, cosa che esclude automaticamente il colosso del metano russo Gazprom. Ma la Russia, come ha fatto nuovamente notare ieri Lavrov, considera scorretta e inaccettabile l'applicazione delle regole del Terzo pacchetto in modo retroattivo rispetto agli accordi già firmati negli anni scorsi con i singoli Paesi aderenti all’Ue.
La Bulgaria ha comunque dichiarato di sperare che l'Ue cambi posizione. Il ministero degli esteri di Sofia "sostiene il progetto South Stream, sulla base della legislazione europea" e si dice convinto che "la Commissione europea consentirà di iniziare presto la sua costruzione", ha detto il responsabile esteri bulgaro Kristian Vigenin nel corso di una conferenza stampa realizzata nei giorni scorsi dopo un incontro con il suo omologo russo.

Anche il premier ungherese Viktor Orban ha fatto sapere che il tratto ungherese del gasdotto sarà costruito, punto e basta. "Non possiamo dipendere dall'Ucraina per le nostre forniture energetiche", ha detto Orban, che pure ha ribadito il suo sostegno all'Ucraina nel braccio di ferro economico e politico che la oppone alla Russia.
"L'Ungheria costruirà South Sream perché vuole mettere in sicurezza il proprio approvvigionamento energetico. Non permetteremo che ci si possa ritrovare in una situazione in cui dipenderemo dall'Ucraina per l'approvvigionamento di gas", ha detto Orban alla stampa a Belgrado, dopo un incontro con il premier serbo Aleksandar Vucic.

I si da parte di Ungheria, Slovenia e quelli più tiepidi di Bulgaria e Serbia seguono l’importante assenso del governo austriaco che il 24 giugno ha firmato un accordo con Gazprom per i 50 km di gasdotto nel territorio di Vienna.

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16/05/2013

Slovenia: la bancarotta della porta accanto


La Slovenia è, in teoria, un paese facilissimo da spiegare. In mezzo a un’Europa orientale e centrale lacerata fra mille identità e divisa fra duemila minoranze, la Slovenia è un paese compatto, pieno soltanto di sloveni, forte nelle proprie certezze: e la principale è che, se si è obbedienti e laboriosi, si arriva da qualche parte, o quantomeno si costruisce un’esistenza – individuale e collettiva – salda e sicura.

Forse gli sloveni non avranno gli slanci imprevedibili e geniali degli altri slavi del Sud o del resto dei balcanici (il che d’altronde è anche normale, dato che, loro, balcanici non lo sono neanche), però sono gente affidabile, operosa, solida ma tutto sommato bella; come un pezzo d’artigianato artistico in legno. Ambito in cui quel popolo è maestro, vivendo in mezzo a boschi antichi e rigogliosi.

Se perciò bastasse la volontà o l’indole di un popolo, per spiegare un paese, nessuno dubiterebbe della prosperità e della tranquillità della Slovenia (che già sembrava destinata a un rassicurante benessere europeo quando faceva ancora parte della Jugoslavia). Eppure in questi giorni i nostri confinanti di Nordest sono sotto osservazione da parte della UE e dei “mercati”, e rischiano in sostanza – anzi, la cosa è data largamente per assodata – di fare la fine di Cipro: di essere cioè commissariati, o salvati, e di vedersi imporre un’austerità decisa dall’estero al posto di quella già messa in pratica dal governo di Lubiana.

Ma come si è arrivati a questo punto? In che modo la sonnolenta Slovenia degli artigiani, degli industriali, dei giovani perfettamente formati per l’età digitale si è ritrovata nella stessa situazione di un qualsiasi stato mediterraneo popolato da cicale e truffatori? È sicuramente vero, intendiamoci, come ha sottolineato un quotidiano economico locale (con ironia forse involontaria ma certamente raffinatissima) che “La Slovenia non è Cipro, condividono al massimo lo stesso destino“, ma è interessante capire come tale destino sia stato costruito.

Si può partire dalle cifre, ad esempio dalla più bassa di tutti. L’1% è la cifra simbolica delle proteste anti-crisi, da Occupy Wall Street in poi; anche se in Slovenia l’1% sarebbero ventimila persone, e – per quanto le élite siano ristrette per definizione – fa comunque un po’ ridere prendersela con la popolazione di Recanati. Il che non ha comunque impedito la formazione di un (relativamente) vasto movimento indignato e antipolitico, che ha ottenuto un notevole successo con le dimissioni del molto discusso Franc Kangler, sindaco di Maribor (la seconda città del paese), al cui posto è stato eletto il sociologo Andrej Fitravec, espressione di una società civile assai critica nei confronti della politica.

Ma 1% è anche il prelievo dalle buste paga, deciso in questi giorni dal nuovo governo di Alenka Bratušek nel tentativo di compiacere le istituzioni finanziarie europee e i mercati e di evitare la “soluzione cipriota”. Eppure, sempre per restare alle cifre, la situazione slovena non pare drammatica: il debito pubblico è al 64%, ma stava al 54 una settimana fa e al 48 un mese addietro. Ciononostante l’affidabilità del paese è stata appena valutata come “spazzatura” da Moody’s, e soprattutto le ultime aste di titoli nazionali si sono risolte in uno psicodramma e nell’esplosione fuori controllo dello spread.

Allora le cause della crisi sono da cercare al di fuori dei meri numeri, che sembrerebbero descrivere un paese in difficoltà ma non disperato.

Il problema, tuttavia, è che è difficile capire la Slovenia, paese lontano dai clamori e dalle piazzate balcaniche, e vicino semmai alla doppiezza e alla fumosità di quella Mitteleuropa di cui d’altronde è parte integrante1.



Qualche passo indietro. I due milioni di sloveni di oggi sono un popolo antichissimo, come si evince da una lingua assurdamente arcaica. Unici tra tutte le tribù slave dilagate nell’Alto Medioevo dal mare del Nord al Peloponneso, gli sloveni – chiusi nei propri boschi – hanno resistito alla controffensiva germanica, che non li ha respinti, ma ha finito per integrarli.

Cosicché, un po’ discosta rispetto alle carneficine tedesche, ungheresi e balcaniche e in parte protetta da esse, la nazione slovena ha condiviso tutta la parabola dell’Austria e degli Asburgo; per secoli la silente e buona gente di Lubiana e della Carniola ha incarnato il mito dell’impero giallonero che per Roth viveva non nelle città, ma nelle proprie periferie. Eppure, questo popolo antichissimo non ha mai avuto uno stato; il primo riconoscimento nazionale l’ha avuto di fatto nel 1918, come socio di minoranza di croati e serbi nella prima Jugoslavia. Ma uno stato balcanico non è e non poteva essere la casa degli sloveni.

Così, nel 1991, è finalmente arrivata l’indipendenza: ma questo paese appena neonato si è avvicinato all’Europa non con l’energia e l’irruenza dei giovani, bensì con la placida calma e la bonaria certezza di un anziano centroeuropeo; quella che, de facto, è la condizione storica degli sloveni. Gente che peraltro non ha mai mostrato l’impazienza di entrare in Europa tipica dei croati o degli albanesi, per il semplice motivo che – per storia e geografia – gli sloveni in Europa ci sono da sempre.

In termini economici, questa condizione duplice ha portato a un compromesso fra istanze liberali e liberiste e prudente socialismo di mercato. Si è privatizzato molto (soprattutto, e in gran fretta, l’edilizia sociale negli anni Novanta), ma lo si è fatto privilegiando “l’interesse nazionale”, appena scoperto o riscoperto dagli sloveni; solo che in troppi casi l’interesse nazionale ha coinciso (il vizio è diffuso) con clientelismi e favori a gente forse troppo vicina alle élite politiche pre- e post-indipendenza. D’altra parte, questo corporativismo (a voler essere buoni), che è certamente uno dei peccati originali della nuova Slovenia, è stato bilanciato nell’ultimo decennio da un mercato finanziario privo di lacci e controlli e da un boom immobiliare anche troppo aperto, questo sì, agli interessi e alle partecipazioni di partner stranieri più o meno affidabili.

Insomma, anche la Slovenia ha da rimproverare le proprie banche, tanto per cambiare; ma va comunque notato che, di nuovo, la questione è complessa, dato che proprio dalla potenza e solidità della propria banca (la Ljubljanska) la Slovenia aveva ottenuto enormi vantaggi ai tempi della Jugoslavia e dopo. Alcuni dei quali, stando soprattutto alle proteste croate durate due decenni, erano peraltro sortiti da un utilizzo improprio e troppo “nazionale” di risorse che venivano invece un po’ da tutta la Federazione (la querelle si è grossomodo chiusa qualche mese fa).

Non c’è dunque un solo colpevole della crisi; anzi, la situazione slovena è sorprendente e imbarazzante. Sorprendente, perché i cosiddetti fondamentali, ma anche la storia economica del paese, l’attitudine al lavoro degli sloveni, tutto questo pareva metterli al sicuro da un crac di questo genere; e imbarazzante per l’Europa, perché la Slovenia non è una tigre di carta che ha cavalcato con furbizia onde speculative, ma è un rispettabile e solido membro della comunità internazionale che non ha mai mostrato comportamenti imprudenti e, se lo ha fatto, non è si è certamente spinto più in là di quanto facessero gli altri paesi della UE senza che le istituzioni di controllo vi trovassero nulla da ridire.

Si può dire anzi, senza tema di smentite, che la Slovenia è stata a lungo il fiore all’occhiello dell’Europa: l’ultimo arrivato che però si applica con grande diligenza, ottiene risultati notevoli, mostra grande maturità democratica e sociale e non si permette certo, come quegli altri buzzurri balcanici, di allevare opinioni pubbliche bellicose e arretrate e sempre pronte a trovare nemici. No: la Slovenia, anche più dei propri vicini di più celebrata civiltà (Austria e Ungheria) ha sempre mantenuto un aplomb perfetto e un comportamento educato e integro degno di un grande paese europeo come lo immaginano, per dire, in Texas.

Eppure la Slovenia è anche, in una certa misura, il segreto inconfessabile dell’Europa e in particolare della sua locomotiva tedesca. Non è stata forse l’accelerazione tedesca, nel 1991 (quando le sovranità statali erano ancora sacre), a dare il via libera alla secessione delle repubbliche settentrionali della Jugoslavia? E se per la Slovenia la cosa era filata via relativamente liscia – beato quel popolo che non ha minoranze -, non si può dire lo stesso per la Croazia, la cui proclamazione di indipendenza aveva dato via alla lunga e buia pagina delle guerre civili jugoslave. Chissà, forse qualcuno avrà rimuginato su quei fatti ormai abbastanza lontani, e sul curioso modo di ripresentarsi e tornare alla mente che è tipico della Storia.

Ad ogni modo, quale che sia la causa prima della crisi, il futuro della Slovenia si presenta fosco, dato che nessuno pare possedere le chiavi per l’uscita dalla crisi. Questa, tuttavia, è purtroppo una dinamica ormai familiare e consueta; quello che soprattutto è oscuro, invece, è a cosa serva a questo punto l’Europa. Niente in contrario alla disciplina finanziaria e all’imposizione di misure per garantirla; è evidente che un mercato unico si basa anche su una serie di regole che vanno equamente osservate da tutti.

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20/04/2013

Centrali nucleari, Greenpeace: “Reattori in Slovenia e Svizzera pericolosi per l’Italia”

Il disastro di Fukushima sembra già dimenticato. E’ questa la conclusione di Greenpeace dopo un’indagine sulle centrali nucleari europee. Molti dei 132 reattori nucleari presenti nell’Ue, più altri 5 in Svizzera, restano profondamente insicuri e tre minacciano l’incolumità del nostro Paese. Dopo la tragedia di Fukushima, nel 2011, gli Stati membri dell’Unione Europea hanno progettato una serie di “stress test” per rassicurare i cittadini europei sui pericoli che potevano derivare dalla presenza dei reattori nucleari. Uno studio per condurre a piani d’azione nazionali in grado di fronteggiare le possibili criticità emerse dagli stress test. Ma i risultati sono sconfortanti.

Nel maggio 2012, Greenpeace ha commissionato uno studio per un’analisi indipendente dei risultati degli stress test e adesso, un anno dopo, uno degli autori di quello studio, il fisico Oda Becker, ha prodotto un nuovo rapporto, Updated review of EU nuclear stress-tests, che sottolinea come i piani d’azione nazionale siano palesemente insufficienti ad affrontare i problemi evidenziati dagli stress test. “A dispetto di investimenti anche ingenti – si legge nel rapporto – numerosi aspetti importanti e ben noti non sono stati affrontati e alcune delle questioni che pure sono state affrontate saranno risolte tra anni, lasciando quindi i cittadini europei esposti nel frattempo a rischi”.

Tra le centrali menzionate nel rapporto di Greenpeace ce ne sono due – Krsko in Slovenia e Muleberg in Svizzera – che minacciano anche la sicurezza italiana per ragioni comuni: i terreni sismici sui quali sono costruite e il pericolo di inondazioni.

A Krsko sono in corso lavori per migliorare la resistenza alle inondazioni, ma quando saranno conclusi, solo nel 2015, non basteranno a far ritenere la centrale al sicuro. Anche la centrale di Muleberg è in area sismica e soggetta a inondazioni: non ha un adeguato impianto di raffreddamento in caso di emergenza e i lavori per rendere sicure le piscine di raffreddamento del combustibile nucleare non si concluderanno prima del 2017. Nel rapporto si evidenzia anche come l’impianto sia troppo vecchio “da chiudere senza ulteriori discussioni” sentenzia Greenpeace. I pericoli per l’Italia non finiscono qui, c’è un’altra delle centrali “a rischio”, quella di Mochovche, in Slovacchia, di proprietà dell’italiana Enel, che non gode di ottima salute: esposta a rischio di terremoti fino a quando, nel corso del decennio, non saranno realizzate adeguate protezioni.

Grazie all’esito del referendum del 2011, l’Italia ha scongiurato il rischio nucleare in casa propria, anche se la partita per la messa in sicurezza delle nostre ex centrali da parte della Sogin appare complicata. Tuttavia il trattato Euratom pone il nucleare sotto l’esclusiva competenza di singoli Paesi: possiamo solo fare gli scongiuri e toccare ferro.

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27/02/2013

La Jugoslavia meglio dell'UE


L'analisi di un esperto sloveno: per Lubiana la federazione rappresentava un'alternativa economicamente molto più valida dell'Ue, dove rivestiva un ruolo dominante.

La Jugoslavia per la Slovenia era un'alternativa economicamente più valida di quanto non si sia dimostrata l'Unione europea: a dirlo è l'analista di Lubiana Rastko Mocnik, che in un'intervista concessa all'emittente pubblica serba "Rts" commenta la posizione del Paese ai piedi delle Alpi nel contesto della comunità di Bruxelles. Secondo Mocnik, il vantaggio nella Federazione di Tito era innanzitutto nel mercato interno, "composto da oltre 20 milioni di abitanti", dove la Slovenia ricopriva in molti casi e in molti settori una posizione dominante. L'ingresso nell'Unione europea ha invece portato Lubiana "fra gli ultimi posti in termini di forza economica, e si trova in questo senso più vicina e spesso accomunata a Paesi mediterranei come Grecia, Spagna e Portogallo, e non certo alle economie del blocco centrale".

Un altro problema per la Slovenia nel contesto comunitario, secondo l'esperto, è il deciso cambiamento delle politiche della stessa Ue, che prima erano tese a elargire forti aiuti ai Paesi più in difficoltà mentre ora sarebbe più propensa, con l'arrivo della crisi economica internazionale, a una politica di risparmio nella concessione dei fondi. Uno dei risultati di questa nuova tendenza sarebbe, per Mocnik, la crescita del divario con Paesi dall'economia più salda, come ad esempio Francia e Germania. "Il rischio - osserva Mocnik - è quello di innescare una sorta di rapporto non paritario fra colonizzatori e colonie all'interno della stessa Europa. Se prendiamo ad esempio il rapporto esistente fra Germania e Slovenia, notiamo, attraverso i dati statistici ufficiali, che Berlino è il nostro maggiore partner nello scambio commerciale, ma che allo stesso tempo il dato è fortemente sbilanciato a favore della Germania".

"Ciò significa, in altri termini - conclude - che il nuovo valore che viene prodotto in Slovenia esce dai confini a vantaggio della Germania". La responsabilità secondo l'esperto è ancora una volta europea, a causa dell'assenza di un potere centrale abbastanza forte per riequilibrare le forze dei singoli Stati. "Un Paese con due milioni di abitanti come la Slovenia - prosegue - e con un'economia fragile, che negli ultimi 10-15 anni ha subito un vero e proprio tracollo, non può avere la stessa capacità d'influenza su Bruxelles. Quello con la Germania è un rapporto esemplificativo, inoltre, anche a causa della presenza sempre più numerosa di aziende nel territorio che nominalmente compaiono come multinazionali, ma in realtà hanno la sede in Germania. Si tratta di un fenomeno di espansione - aggiunge Mocnik - tipico di alcuni Paesi Ue a scapito di altri Paesi Ue". 

Il fenomeno è visibile non solo in Slovenia, ma anche in altri Stati dove ad esempio la Francia è protagonista di un'espansione simile a quella di Berlino attraverso le sue multinazionali. Serve, secondo Mocnik, un'alternativa politica da parte dell'Ue per modificare la situazione attuale, perché solo in questo modo Bruxelles potrà scongiurare il rischio che i Paesi più fragili cerchino, a poco a poco, un'alternativa alla stessa Ue. L'Unione europea è invece "fondamentale", secondo l'analista sloveno, perché nel contesto della crisi economica "c'è bisogno di un giocatore forte e capace di muoversi a livello mondiale", e nessun singolo Stato, neppure la Francia o la Germania, avrebbero la forza di ricoprire quel ruolo.


Di questo passo questa UE finirà per non garbare più a nessuno, bene.