Le elezioni parlamentari slovene si sono tenute lo scorso 22 marzo. Ci si aspettava un duro testa a testa per conquistare i 46 seggi per esprimere una maggioranza parlamentare. Ed effettivamente, il verdetto delle urne ha registrato solo una manciata di voti a separare il premier uscente, Robert Golob, che rivendica la vittoria, seppur di misura, sull’estrema destra di Janez Janša.
Il primo, con il suo Movimento per la Libertà (GS), di ispirazione liberale, ha conquistato il 28,6% dei voti, mentre il Partito Democratico Sloveno (SDS), che segue in realtà linee ultraconservatrici, ha ottenuto il 28% dei consensi del circa 70% degli elettori andati a votare. Golob incassa un duro colpo: dai 41 seggi del 2022 scende a 29, rendendo la strada verso la riconferma del governo in salita.
Ma ad aver attirato ancora di più l’attenzione non è tanto le difficili trattative che avverranno intorno alla costruzione di una nuova maggioranza, ma il caso Black Cube. A pochi giorni dal voto, sono circolate registrazioni compromettenti di esponenti della compagine di centrosinistra a sostegno di Golob, intenti a discutere di attività lobbistiche e favori.
Quello che sembrava un sensazionale colpo pre-elettorale, si è trasformato in una sorta di boomerang per Janša. È infatti emerso che dietro le registrazioni era coinvolta anche Black Cube, un’agenzia investigativa israeliana creata da ex membri delle forze armate e dell’intelligence israeliane.
I servizi segreti sloveni avrebbero confermato la presenza di agenti di Black Cube nella sede del partito di Janša. Lui stesso ha confermato di conoscere e aver avuto rapporti con Giora Eiland, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Israele e figura collegata a Black Cube, ma ha negato qualsiasi coinvolgimento dell’agenzia nella campagna elettorale.
Golob ha immediatamente denunciato una “chiara minaccia ibrida contro l’Unione Europea”, suggerendo una ritorsione internazionale dovuta ad alcune sue critiche verso la politica di Israele a Gaza. Golob ha portato la denuncia direttamente al Consiglio Europeo, chiedendo indagini della Commissione Europea. Per ora, il primo ministro uscente ha incassato il sostegno di Macron, il quale avrebbe sposato la lettura di Golob, stando a ciò che riporta il New York Times.
Il problema, però, è che mentre siamo bombardati dalla propaganda che denuncia influenze russe sui processi elettorali europei, in questo caso la vicenda è stata coperta da un sostanziale silenzio che sa di attendismo. Nelle scorse settimane, Janša era diventato il “nemico” della UE nelle elezioni slovene, poiché ammiratore di Trump e alleato di ferro di Viktor Orbán, che si oppone alle politiche guerrafondaie sull’Ucraina.
Finché si trattava di considerare l’asse Janša-Orbán come un proxy di Putin e della Casa Bianca, andava tutto bene. Ora che anche Israele è entrato nella partita, il caso è diventato molto più delicato. Del resto, Golob si era detto propenso a partecipare alla causa per genocidio intentata contro Tel Aviv presso la Corte Internazionale di Giustizia, ma ha fatto marcia indietro pochi giorni prima delle elezioni.
Sarebbero stati funzionari della sicurezza a convincerlo, ricordandogli che molti sistemi di difesa informatica del paese sono di origine israeliana. Anche questo evento si delinea come un pesante intervento sionista sulla politica slovena, e potrebbe rafforzare la denuncia di interferenze israeliane sulle elezioni del paese, allargando lo scandalo. Staremo a vedere se, come al solito, il doppio standard europeo considererà tali interferenze pericolose solo se condotte dalla Russia, e non da un’entità genocida.
Fonte
L'analisi di un esperto sloveno: per Lubiana la
federazione rappresentava un'alternativa economicamente molto più valida
dell'Ue, dove rivestiva un ruolo dominante.
La Jugoslavia per la Slovenia era un'alternativa economicamente
più valida di quanto non si sia dimostrata l'Unione europea: a dirlo è
l'analista di Lubiana Rastko Mocnik, che in un'intervista concessa
all'emittente pubblica serba "Rts" commenta la posizione del Paese ai
piedi delle Alpi nel contesto della comunità di Bruxelles. Secondo
Mocnik, il vantaggio nella Federazione di Tito era innanzitutto nel
mercato interno, "composto da oltre 20 milioni di abitanti", dove la
Slovenia ricopriva in molti casi e in molti settori una posizione
dominante. L'ingresso nell'Unione europea ha invece portato Lubiana "fra
gli ultimi posti in termini di forza economica, e si trova in questo
senso più vicina e spesso accomunata a Paesi mediterranei come Grecia,
Spagna e Portogallo, e non certo alle economie del blocco centrale".
Un
altro problema per la Slovenia nel contesto comunitario, secondo
l'esperto, è il deciso cambiamento delle politiche della stessa Ue, che
prima erano tese a elargire forti aiuti ai Paesi più in difficoltà
mentre ora sarebbe più propensa, con l'arrivo della crisi economica
internazionale, a una politica di risparmio nella concessione dei fondi.
Uno dei risultati di questa nuova tendenza sarebbe, per Mocnik, la
crescita del divario con Paesi dall'economia più salda, come ad esempio
Francia e Germania. "Il rischio - osserva Mocnik - è quello di innescare
una sorta di rapporto non paritario fra colonizzatori e colonie
all'interno della stessa Europa. Se prendiamo ad esempio il rapporto
esistente fra Germania e Slovenia, notiamo, attraverso i dati statistici
ufficiali, che Berlino è il nostro maggiore partner nello scambio
commerciale, ma che allo stesso tempo il dato è fortemente sbilanciato a
favore della Germania".
"Ciò significa, in altri termini -
conclude - che il nuovo valore che viene prodotto in Slovenia esce dai
confini a vantaggio della Germania". La responsabilità secondo l'esperto
è ancora una volta europea, a causa dell'assenza di un potere centrale
abbastanza forte per riequilibrare le forze dei singoli Stati. "Un Paese
con due milioni di abitanti come la Slovenia - prosegue - e con
un'economia fragile, che negli ultimi 10-15 anni ha subito un vero e
proprio tracollo, non può avere la stessa capacità d'influenza su
Bruxelles. Quello con la Germania è un rapporto esemplificativo,
inoltre, anche a causa della presenza sempre più numerosa di aziende nel
territorio che nominalmente compaiono come multinazionali, ma in realtà
hanno la sede in Germania. Si tratta di un fenomeno di espansione -
aggiunge Mocnik - tipico di alcuni Paesi Ue a scapito di altri Paesi
Ue".