Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/12/2020

Africa - La crisi climatica è fuori controllo

A causa dei cambiamenti climatici, ondate di calore, inondazioni e pesanti piogge si fanno più frequenti un po’ ovunque nel mondo, ma è l’Africa a pagarne le conseguenze più severe: l’intensificarsi di eventi meteorologici estremi sta minacciando gravemente la salute umana, la sicurezza alimentare, la pace e la biodiversità del continente africano.

A rivelarlo è il nuovo studio pubblicato da Greenpeace Africa e dall’unità scientifica di Greenpeace “Weathering the Storm: Extreme Weather and Climate Change in Africa“.

Lo studio si basa su diversi scenari climatici: tutti prevedono che le temperature medie future in Africa aumenteranno a un ritmo più veloce della media globale. Se non si interverrà al più presto per ridurre e poi azzerare le emissioni, l’aumento medio della temperatura di gran parte del continente supererà i 2 gradi centigradi, per ricadere nell’intervallo da 3 a 6 gradi centigradi entro la fine del secolo, da due a quattro volte rispetto a quanto consentito dall’Accordo di Parigi.

Questo aumento incontrollato vuol dire purtroppo che ci saranno morti, migrazioni, conflitti climatici, scarsità di acqua potabile, impatti sulla produzione agricola ed estinzione accelerata di specie endemiche africane.

Ondate di calore, inondazioni, siccità e cicloni hanno assunto una scala finora sconosciuta. Questi eventi sono ancora più impattanti per le comunità più povere, meno attrezzate per fronteggiare e adattarsi ai cambiamenti climatici.

C’è ben poco di naturale nei disastri che colpiscono l’Africa. La salute, la sicurezza, la pace e la giustizia non si otterranno solo con le preghiere e i sacchi di riso e mais consegnati all’indomani di un disastro: i leader africani devono dichiarare l’emergenza climatica per preservare il futuro del continente.

Come ha spiegato Hindou Oumarou Ibrahim, direttrice dell’Associazione delle donne e dei popoli indigeni del Ciad (AFPAT), “nel Sahel il cambiamento climatico ha distrutto i nostri raccolti, le nostre case e le nostre famiglie, costringendole a una migrazione forzata. Ma l’Africa non è solo il palcoscenico in cui si verificheranno i peggiori impatti sul clima: è un continente di milioni di persone decise a fermare il cambiamento climatico, ad abbandonare i combustibili fossili, e a lottare per proteggere le nostre foreste e la nostra biodiversità dall’agricoltura industriale”.

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02/05/2016

Greenpeace svela: Ttip, la dittatura di multinazionali e oligarchie

Il trattato di libero scambio transatlantico, il Ttip, è destinato “a fallire” se gli Stati Uniti non faranno delle concessioni. L’avvertimento era arrivato nei giorni scorsi dal ministro tedesco dell’economia Sigmar Gabriel proprio nel giorno in cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si trovava in Germania anche per perorare una firma rapida del progetto, da molti dato in dirittura d’arrivo ma in realtà in ritardo abissale rispetto ai tempi previsti inizialmente. “Gli americani non vogliono aprire i loro appelli di offerte pubbliche alle imprese europee. Questo è l’esatto contrario di un accordo di libero scambio, secondo me” aveva detto Gabriel in un’intervista al quotidiano economico Handelsblatt, aggiungendo poi che “Se gli americani resteranno su questa posizione, noi non avremo bisogno di un trattato di libero scambio e il Ttip sarà destinato a fallire”.

Il ministro tedesco ha avuto il merito di evidenziare la considerevole distanza tra due poli economici e politici in competizione tra di loro che cercano di accordarsi su alcune misure di interesse comune senza però riuscirci. Se è vero che il Ttip faciliterebbe assai le multinazionali nei confronti degli stati e dei regolamenti interni ad ogni paese, eliminando antipatici freni ai loro voraci appetiti, oltre che nei confronti dei poli geopolitici concorrenti, è altrettanto vero che ognuno dei due contraenti spera di ottenere il massimo possibile dei vantaggi a scapito dell’altro. Il che non rende affatto facile il raggiungimento di un accordo.

Accordo che sembra ancora più complicato e lontano dopo che nelle scorse ore la sezione olandese di Greenpeace ha pubblicato una lunga serie di documenti finora segreti che riguardano proprio i negoziati in corso tra Ue e Stati Uniti. I “Ttip papers”, come sono stati soprannominati, un totale di 248 pagine che stanno già scatenando un putiferio, sono stati inviati ad un gruppo ristretto di media europei (tra cui il Guardian, Le Monde, El Pais, la Sueddeutsche Zeitung, Askanews) prima della loro pubblicazione integrale sul sito web dell’organizzazione ambientalista olandese.

I documenti – che risalgono al marzo scorso e non sono aggiornati, dunque, con i risultati dell’ultimo “round” negoziale di New York, risalente alla settimana scorsa – coprono più di due terzi del totale dei testi del Ttip, e svelano per la prima volta, sulla maggior parte dei settori in discussione, una posizione negoziale degli Usa che definire intransigente e aggressiva è usare un eufemismo. Leggendo i documenti in questione, secondo Greenpeace, vengono confermate le preoccupazioni espresse dalle organizzazioni sociali, politiche, sindacali e ambientaliste sul “Partenariato transatlantico sulla liberalizzazione del commercio e la protezione degli investimenti” che appare soprattutto orientato ad abbassare, quando non direttamente a smantellare, gli standard attuali e futuri di protezione dell’ambiente e della salute applicati all’interno dell’Unione Europea, e a concedere alle lobby industriali e commerciali il diritto di orientare – più di quanto non facciano già – le decisioni comunitarie in numerosi settori chiave.

Un’istituzione sovranazionale già autoritaria e iperliberista come l’Unione Europea subirebbe un’ulteriore involuzione a vantaggio degli interessi degli oligopoli. Il Ttip rappresenta “una porta aperta per le lobby delle ‘corporation'” secondo Greenpeace, che accusa gli Stati Uniti di un “deliberato tentativo di cambiare il processo decisionale democratico dell’Ue” (ammesso che quest’ultimo esista...).

Dai “Ttip papers” appare evidente che gli statunitensi sono particolarmente aggressivi e determinati nel loro tentativo di costringere l’Ue a rinunciare al “principio di precauzione” come base per la gestione del rischio nell’approccio normativo riguardo alle politiche di protezione dell’ambiente e della salute, e in particolare per la regolamentazione delle sostanze chimiche, dei pesticidi, degli Organismi geneticamente modificati (che vengono citati nei documenti con il termine “moderne tecnologie in agricoltura” e mai con la loro sigla Ogm, per evitare evidentemente di spaventare qualcuno). In nessuno dei paragrafi del testo finora concordato su pressione statunitense appaiono “riferimenti alla regola generale di eccezione inclusa nel Gatt” dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che permette ai paesi di regolare il commercio “per proteggere la vita o la salute degli esseri umani, della fauna e della flora” o “per conservare le risorse naturali”. Inoltre non appare nessun accenno, secondo Greenpeace, alle misure raccomandate per evitare l’innalzamento della temperatura globale e il cambio climatico.

Ma l’organizzazione ecologista accusa direttamente anche l’establishment europeo rispetto alla volontà di rendere le organizzazioni continentali degli imprenditori degli attori decisivi nel varo delle politiche dell’Unione Europea in merito a numerose questioni, rispetto alle quali gli interessi della grande impresa diventerebbero ostativi anche dal punto di vista formale.

Non è un caso che finora i negoziatori abbiano mantenuto uno stretto riserbo a proposito dei contenuti delle misure previste dal Ttip, impedendo di fatto una informazione continua e trasparente che permettesse alle organizzazioni sociali e politiche continentali di prendere una posizione adeguata rispetto a quello che si preannuncia, se andasse in porto, come un netto peggioramento all’interno di una Unione Europea sempre più antidemocratica e antipopolare al servizio degli interessi delle oligarchie.

Un motivo in più, sabato prossimo a Roma, per scendere in piazza non solo contro il negoziato sul Ttip tra Stati Uniti ed Europa, ma per denunciare il carattere antipopolare e imperialista delle istituzioni europee e dell’Unione Europea in quanto tale. Se è vero che Bruxelles sta tentando di rintuzzare gli appetiti delle multinazionali statunitensi – e ciò spiega il ritardo nella firma del trattato – è altrettanto vero che ciò avviene esclusivamente in nome della difesa dei privilegi e degli interessi delle oligarchie europee.

Una competizione, quella tra le classi dominanti statunitensi ed europee, alla quale le classi popolari del continente, ed in particolare quelle dei paesi trasformati dal meccanismo di unificazione europea in colonie interne, non possono che opporre un progetto di rottura e di trasformazione.

Fonte

15/09/2015

Cernobyl non è un opinione

Il tribunale di Ascoli Piceno ha condannato a un anno di reclusione con pena sospesa Beppe Grillo per aver diffamato Franco Battaglia, docente del Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Modena e Reggio Emilia.
Grillo in un comizio aveva duramente attaccato il docente che in una trasmissione televisiva aveva affermato come quella nucleare sia la tecnologia più sicura esistente e che erano stati pochissimi i morti a causa del disastro nucleare della centrale di Cernobyl nel 1986.
Grillo è stato condannato per quello che viene ancora definito come reato d'opinione, ma le affermazioni del prof. Battaglia, parlando di qualcosa di terribile, materiale e dimostrabile sul piano scientifico, non sono accettabili neanche come un opinione, sulla scienza non si fa opinione ma ricerca, verifiche, dati, risultati empirici.

Guarda QUI il video con le parole del prof. Battaglia alla trasmissione Anno Zero.

Le affermazioni del prof. Battaglia del resto sono state clamorosamente smentite sia dalla realtà che da studi scientifici.

Ad aprile di quest’anno, Greenpeace ha raccolto in un rapporto i contributi di una sessantina di scienziati e ricercatori di Ucraina, Bielorussia e Russia per cercare di comprendere le conseguenze del disastro nucleare di Cernobyl sulla salute a lungo termine.

Le stime sulla mortalità derivante dall’incidente di Cernobyl variano a seconda dei parametri presi in esame. La più recente ricerca epidemiologica, pubblicata in collaborazione con l’Accademia Russa delle Scienze, mostra che gli studi precedenti erano stati troppo cauti. Per esempio, l’AIEA nel 2005 parla di soli quattromila morti, ma le statistiche più recenti stimano invece in duecentomila le morti dovute all’incidentedi Cernobyl, tra il ’90 e il 2004 prendendo in esame solo Ucraina, Bielorussia e Russia.

La sintesi del rapporto dimostra quanto sia ampio il margine di incertezza sull’impatto reale del disastro: il rapporto di Greenpeace, includendo dati nuovi, sottolinea comunque come le statistiche ufficiali dell’industria nucleare (ad esempio il rapporto AIEA del 2005) abbiano sottostimato sia l’impatto locale che quello internazionale dell’incidente.

Oggi è chiaro che Cernobyl ha causato un incremento considerevole dei casi di tumore, in particolare nelle aree fortemente contaminate e tra i ‘liquidatori’. I ‘liquidatori’ della Bielorussia, ad esempio, mostrano un’elevata incidenza di tumori ai reni, alla vescica e alla tiroide nel periodo 1993 –2003. La leucemia è considerevolmente alta nei ‘liquidatori’ ucraini, negli adulti bielorussi e nei bambini delle aree più contaminate di Russia e Ucraina.

Altri esempi, pur non esaustivi:

• Tra il 1990 e il 2000, l’incremento dei tumori in Bielorussia è stato del 40 per cento con incremento maggiore, 52 per cento, registrato nella regione altamente contaminata di Gomel.

• In Russia, i casi di cancro nelle regioni fortemente contaminate di Kaluga e Bryansk sono stati superiori all’intero Paese nel suo complesso. Nelle aree altamente contaminate di Bryansk la morbilità è 2,7 volte superiore rispetto alle aree meno contaminate della regione.

• Nella regione ucraina di Zhytomir, il tasso di cancro tra gli adulti è aumentato di tre volte dal 1986 al 1994, dall’1.34 per cento al 3.91 per cento.

Il cancro alla tiroide è aumentato drammaticamente in tutti e tre i Paesi, come previsto per il rilascio di massicce quantità di radiazioni.

L’incidenza nella regione fortemente contaminata di Bryansk nel periodo 1988-1998 è stato il doppio di quello della Russia e il dato è triplicato nel 2004. Stime anche di sessantamila casi in eccesso sono state fatte per le sole Ucraina, Bielorussia e Russia.

I bambini che avevano fino a 4 anni al tempo dell’esposizione si sono dimostrati particolarmente vulnerabili al cancro. Prima dell’incidente, l’incidenza del cancro alla tiroide tra bambini e adolescenti era in media di 0.09 casi ogni 100 mila all’anno. Dopo l’incidente, è salita a 0.57-0.63 ogni 100 mila all’anno.

Il picco dei tumori alla tiroide tra coloro che erano bambini o adolescenti al tempo della catastrofe si è registrato nel periodo 2001-2006.

I tumori alla tiroide dovuti all’esposizione alle radiazioni di Cernobyl si sono mostrati particolarmente aggressivi con formazione precoce e rapida di tumori secondari alle ghiandole linfatiche e ai polmoni con peggioramento delle prognosi e con richieste di interventi chirurgici multipli da effettuare.

Dato il lungo periodo di latenza di questi tumori, è possibile aspettarsi un loro aumento ancora per decadi e anche la parte della popolazione che ha ricevuto dosi relativamente più basse di radiazioni andrebbe sottoposta a un monitoraggio a lungo termine in modo da poter intervenire tempestivamente.

Leucemia

I più alti tassi di leucemia acuta tra i “liquidatori” bielorussi sono stati riscontrati per la prima volta nel 1990 -91. Dal 1992, incrementi significativi nell’incidenza di tutte le forme di leucemia si sono registrati nella popolazione adulta di tutta la Bielorussia.

In Ucraina, nelle quattro aree più altamente contaminate delle regioni di Zhytomyr e Kiev, la frequenza di tumori maligni del sangue era significativamente più alta rispetto al periodo prima della catastrofe.

Nella regione di Tula la leucemia infantile nel periodo post-Cernobyl ha superato i tassi medi della Russia, soprattutto nei bambini tra i 10-14 anni. A Lipetsk sono aumentati di 4,5 volte dal 1989 al 1995.

Alcuni dati suggeriscono che il rischio di leucemia è aumentato regolarmente nei feti esposti alle radiazioni.

Altri tumori. Un aumento dei tumori delle vie respiratorie nelle donne è stato osservato in molte aree contaminate della regione di Kaluga. Dal 1995 in avanti una crescita di tumori allo stomaco, ai polmoni, al seno, al retto, al colon, alla tiroide, al midollo osseo, al sistema linfatico è stato registrato nel sud-est della regione. A Tula, tra il 1990 e il 1994, sono stati rilevati alti tassi insoliti di tumore alle ossa e al sistema nervoso centrale nei bambini.

In molti territori contaminati dell’Ucraina l’incidenza di tumori al seno resta abbastanza stabile e un po’ più basso rispetto alle zone circostanti per tutto il periodo del 1980-1992. Comunque, dal 1992 in poi i casi di tumori al seno cominciano ad aumentare e  recentemente è stato registrato anche un aumento di tumori alle vie urinarie e alla vescica.

Le fonti del rapporto di Greenpeace

1 Minatom (Russian Ministry of Nuclear Energy ), Branch report on safety for 2001, Moscow, 2002

2 IAEA (2005) Chernobyl: The True Scale of the Accident. http://www.iaea.org/NewsCenter/PressReleases/2005/prn200512.html

3 Chernobyl Forum .Expert Group “Health” (EGH) Report “Health Effects of the Chernobyl Accident and Special Health Care Programs” , Working Draft, August 31, 2005

4 Mousseau T, Nelson N, Shestopalov V (2005). Don’t underestimate the death rate from Chernobyl. Nature 437, 1089

5 Anspaugh LR, Catlin RJ, Goldman M. (1988) The global impact of the Chernobyl reactor accident. Science  242:15141519.

6 Shcherbak Y. (1996). Ten Years of the Chornobyl Era. Scientific American. 274(4): 44-49Sinclair, W.K. (1996)  The international role of RERF. In: RERF Update 8(1): 6-8

7 Malko, M.V. (2006) In: Estimations of the Chernobyl Catastrophe (on the base of statistical data from Belarus  and Ukraine), Publ: Centre of the Independent Environment Assessment of the Russia Academy of Sciences, ISBN 5-94442-011 -1

8 Khudoley et all. (2006) Attempt of estimation of the consequences of Chernobyl Catastrophe for population living at the radiation- polluted territories of Russia. Publ: Centre of the Independent Environment Assessment of the Russia Academy of Sciences, Consequences of the Chernobyl Accident: Estimation and prognosis of additional mortality and cancer deseases. ISBN 5-94442-011-1

9 Gofman J. (1990),. Radiation Induced Cancer from Low Dose Exposure: an Independent Analysis. ISBN 0-932682-89-8.

10 Bertel R. 2006. The Death Toll of the Chernobyl Accident. In: Busby C.C., Yablokov A.V. (Eds.). ECRR Chernobyl: 20 Years On. Health Effects of the Chernobyl Accident. Documents of the ECCR, N 1, Green Audit, Aberystwyth, pp. 245 –248.

11 ECRR 2003 Recommendations


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31/03/2015

L'ambientalismo italiano collude con Israele. Inopportunamente

Da un lancio dell’ANSA del 5 febbraio in allegato, apprendiamo, con profondo sconcerto e indignazione, che i presidenti di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, del WWF, Fulco Pratesi, di Italia Nostra, Carlo Ripa di Meana e di Greenpeace, Andrea Purgatori, si sono incontrati con l’ambasciatore israeliano Naor Gilon e con il ministro Gian Luca Galletti, per promuovere “futuri gemellaggi con l’obiettivo di tutelare l’ambiente”. In prospettiva, oltre a uno specifico appuntamento in occasione di Expo 2015, anche “un viaggio in Israele per conoscere quali risorse vengono impiegate nella difesa della natura”.

Per chi conosce, anche minimamente, la tragedia della Palestina storica sottoposta nel 1948 a una feroce “pulizia etnica”, della Cisgiordania, sottoposta insieme alla Striscia di Gaza dal 1967 a un regime di Apartheid e, infine, della Striscia trasformata dal 2007 in un grande campo di concentramento a cielo aperto, fatto oggetto periodicamente di violentissime operazioni militari di natura genocidaria (da “Piombo fuso” del dicembre 2008 alla più recente operazione “Margine protettivo” del luglio 2014), le considerazioni esposte nell’articolo citato appaiono macabre.

Suona macabra l’affermazione che in Israele “è positivo il bilancio fra alberi tagliati e quelli piantati” perché è facile documentare che lo Stato di Israele ha, dal 1967, sradicato 800.000 ulivi, la principale fonte di sussistenza della popolazione palestinese dei territori occupati. Vedi Uprooted.

Suona macabra l’affermazione che “in Israele ci sono 150 riserve naturali e parchi naturali”, perché è facile documentare che molte di queste riserve e di questi parchi sono stati realizzati per occultare i resti dei villaggi palestinesi distrutti nel 1948, oltre 500.

Suona macabro il riferimento alla gestione delle acque e dei fiumi, sapendo del feroce sfruttamento delle fonti idriche a esclusivo vantaggio della popolazione israeliana e delle colonie illegali in Cisgiordania. Con il divieto per i palestinesi anche di scavare pozzi.

Suona macabro ogni riferimento alla “sensibilizzazione nelle scuole verso i temi ambientali”, sapendo che, nella Striscia di Gaza, le scuole, anche quelle gestite dalle Nazioni Unite, sono state oggetto di bombardamenti mirati.

Vedi OCHA, United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs occupied Palestinian territory, Fragmented Lives Humanitarian Overview 2014, March 2015.

Nel ribadire la nostra indignazione per il comportamento dei massimi esponenti delle vostre organizzazioni e restando a vostra disposizione per ogni ulteriore e più dettagliata informazione sui “crimini di guerra” e sui “crimini ambientali” commessi dallo Stato di Israele, vogliamo augurarci che da parte degli attivisti delle associazioni ambientalistiche si manifesti un fermo e netto rifiuto contro ogni forma di gemellaggio e di collaborazione, diretta o indiretta, con lo Stato di Israele.

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16/06/2014

Anche Greenpeace ha il "vizietto"? In fumo quasi 4 milioni di euro

E’ una inchiesta decisamente clamorosa quella realizzata dal settimanale tedesco Der Spiegel che ha infranto l’autorevolezza di Greenpeace, rivelando come la più famosa associazione ecologista del mondo abbia pagato il conto – “sui mercati” – di una fallimentare operazione finanziaria e dunque speculativa: una scommessa contro l'euro.

Di fronte agli articoli del settimanale, la stessa Greenpeace ha dovuto ammettere la perdita (a conti fatti di circa 3,8 milioni di euro). Il suo portavoce Mike Townsley, in un comunicato, ha chiesto scusa “a tutti coloro ( e si tratta di circa 3 milioni di sostenitori nel mondo, ndr) che ci appoggiano con le donazioni, per il grave errore commesso dal dipartimento finanziario di Greenpeace Internacional, con sede ad Amsterdam”.
Townsley ha cercato di limitare i danni spiegando che si è trattato di un'iniziativa personale di un suo dipendente che, a suo dire, sarebbe già stato licenziato, anche se “Nulla, al momento, lascia pensare che abbia agito per un tornaconto personale, ma secondo un grave errore di valutazione”, ha specificato ancora il portavoce.

Al momento sul sito internazionale e su quello italiano di Greenpeace non c’è traccia né replica su questa vicenda. In quello ufficiale (Greenpeace.org) è segnalato come fare donazioni all’organizzazione: “Greenpeace Fund, Inc. è registrato con l'Internal Revenue Service come (c) (3) entità 501 e promuove la missione di Greenpeace attraverso l'educazione pubblica e le sovvenzioni ad altre organizzazioni ambientaliste. Contributi a Greenpeace Fund, Inc. sono deducibili dalle tasse. Greenpeace Fund, Inc.”

La preoccupazione dei vertici di Greenpeace è sia d’immagine che finanziaria: i quasi 4 milioni di euro perduti sono una cifra rilevante anche per una Ong, con un budget annuo che sfiora i 300 milioni. Ovvio che il coinvolgimento nelle speculazioni finanziarie faccia sorgere qualche legittima domanda nei suoi 3 milioni di donatori sparsi nel mondo.
Anche perché proprio sulla questione delle risorse finanziarie – scrive il sempre ben informato quotidiano online Lettera 43 – si sono sommate nel corso degli anni una serie di accuse. Lo stesso Der Spiegel nel 1991 aveva rivelato che in Germania operava una fitta rete di società ombra controllate al 100% da Greenpeace, ma che non apparivano in bilancio, così da permettere all'organizzazione di mantenere il suo status di organizzazione senza scopo di lucro e accedere alle esenzioni fiscali. Non solo. Altre rivelazioni, non meno clamorose, erano emerse in un documentario della tivù danese nel 1993, nel quale si affermava l'esistenza di una serie di conti bancari segreti su cui transitavano decine di milioni di dollari provenienti dalle donazioni per specifiche campagne e che erano accessibili soltanto ai leader di Greenpeace.

Le conclusioni a cui giungeva il servizio della tv danese erano decisamente strumentali (il finanziamento agli “eco-terroristi!!!”) ma la impermeabilità tra le grandi Ong e gli ambienti dei mercati e della speculazione finanziaria è tutt’altro che cristallina, anzi l’opacità molto spesso sembra prevalere. Molte Ong ormai sono anche marchio, marketing, merchandising, gadget, che facilitano il famigerato “fund rising” (raccolta di donazioni) e talvolta sponsorizzano le attività economiche di altri soggetti più commerciali. La partecipazione volenterosa e motivata delle persone alle attività delle Ong funge spesso da garanzia pubblica per attività con un sapore assai più privatistico e talvolta ancora più inquietante sul piano del depotenziamento dei conflitti sociali, soprattutto nei rogues states (gli stati-canaglia, Ndr) finiti nella lista nera di Washington o di Londra o di Parigi.
In fondo cosa c’è di meglio del business della motivazione etica? Soros ci ha costruito sopra un impero finanziario, una immagine pubblica e una funzione politica, destabilizzante ovviamente.

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26/09/2013

Greenpeace in Russia trattata come i No Tav in Italia


I margini di agibilità politica per la “contestazione”, in Russia, non sono mai stati particolarmente ampi. Per apparente paradosso, ma nemmeno tanto, si sono drasticamente ridotti dopo l'approdo totale all'economia di mercato (ricordate il “liberale” Eltsin che faceva bombardare il Parlamento per tirare fuori un gruppo di deputati dell'opposizione di sinistra che l'avevano occupato?).

Un segnale di evoluzione dittatoriale è l'uso della legge in modo arbitrario, con la contestazione del “reato” che fa comodo al potere, anche se non corrisponde affatto alla “fattispecie” messa in campo. E' accaduto in questi giorni con una delle tante iniziative messe in piedi da Greenpeace, organizzazione certamente “fastidiosa” ma pacifica, nel circolo polare artico contro una piattaforma petrolifera. Solito spiegamento di gommoni, bandiere, striscioni e telecamere, in perfetto stile “gandiano-mediatico”, per contestare le trivellazioni crescenti in un dei pochi habitat fin qui risparmiati dalla corsa al (poco) petrolio residuo.

Di fronte a questo “poderoso armamento” l'accusa di “pirateria” - avanzata dalla autorità russe - appare al tempo stesso ridicola, prepotente, “terroristica” in senso stretto. Ma assolutamente simile - per logica e contenuto di potere - a quella levata dalla procura di Torino contro gli attivisti No Tav (“finalità terroristiche” per chi contrasta lo sconvolgimento della Val Susa, solo per far guadagnare un po' di imprese “amiche”). Lo scopo è infatti stroncare la protesta, non “punire” in modo proporzionato eventuali “eccessi”.

Gli attivisti di Greenpeace a bordo del rompighiaccio Sunrise (30, provenienti da 18 paesi), sono stati catturati da un commando di forze speciali piombato da un elicottero e rimorchiati per quattro giorni fino a Murmansk. Nel frattempo non hanno potuto avere nessun contatto con i propri avvocati difensori, né con i consolati dei rispettivi paesi. È terminato così il blitz contro una piattaforma petrolifera di Gazprom, la prima russa nell’Artico, per denunciare i rischi di tale attività in un ecosistema unico al mondo. Pochi giorni fa avevano fatto lo stesso contro una piattaforma britannica (la Stena Don), di proprietà della compagnia Cairn Energy, nonché contro alcune navi al lavoro per conto della Chevron.

Il portavoce del comitato investigativo russo, Vladimir Markin, ha annunciato che l'episodio prevede ora un’inchiesta per pirateria (punibile fino a 15 anni, per il codice russo), sottolineando che tutti gli attivisti fermati saranno perseguiti «indipendentemente dalla loro nazionalità».

«Quando una nave straniera piena di dotazioni elettroniche dagli scopi sconosciuti e un gruppo di persone, sedicenti ambientalisti, tenta di assaltare una piattaforma di trivellazione ci sono legittimi dubbi sulle loro intenzioni», ha pre-sentenziato Markin. «Difficile credere che i cosiddetti attivisti non sapessero che la piattaforma è una installazione con un alto livello di rischio, e che ogni azione non autorizzata può portare ad un incidente, che metterebbe in pericolo non solo le persone a bordo ma anche l’ecologia, che si sta zelantemente proteggendo».

Greenpeace sostiene di aver agito in acque internazionali e respinge l'accusa di pirateria, “infondata e intimidatoria”. Quelli che rischiano di più sono i quattro che hanno tentato di scalare la piattaforma.

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10/08/2013

Greenpeace a Capitaneria di porto di Livorno: quali garanzie su rigassificatore OLT?

"Richiesta di chiarimenti in merito ad alcuni aspetti dell'attività della nave FSRU Toscana (rigassificatore offshore OLT)", è questo l'oggetto della nota che Greenpeace ha inviato - in data 6 agosto 2013 - alla Capitaneria di Porto di Livorno per chiedere chiarimenti su due aspetti critici della sicurezza ambientale del rigassificatore offshore di Pisa/Livorno che potrebbe iniziare a operare, con garanzie non del tutto chiare, tra poche settimane.
Nella nota, che auspica una piena collaborazione con la Capitaneria di Porto, Greenpeace chiede certezze sull'avvenuto collaudo dei bracci di carico che trasferiscono il gas liquefatto dalle gasiere al rigassificatore e chiede conferma dell'avvenuta eliminazione del cloro dagli scarichi in mare del rigassificatore.

"Sicurezza nelle operazioni di trasferimento del gas ed eliminazione del cloro dagli scarichi sono due aspetti fondamentali delle operazioni del rigassificatore per le quali da tempo chiediamo, invano, chiarimenti" - afferma Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace.

Molte le perplessità di Greenpeace in merito all'operazione di trasferimento di gas tra due navi (definizione tecnica: allibo),  un'attività che è stata permessa in concomitanza con l'autorizzazione del rigassificatore OLT e vietata fino al giorno prima. L'autorizzazione è avvenuta anche sulla base di un parere del Gruppo di lavoro "merci pericolose" che Greenpeace cerca di acquisire dal 2011. All'organizzazione risulta che anche ad alcuni parlamentari sia stato negato l'accesso a tale parere. Nel frattempo, fanno rabbrividire le conclusioni (dicembre 2012) dell'istruttoria del rapporto definitivo di sicurezza sul terminal OLT del Comitato Tecnico Regionale che tra l'altro prescrive che "nella prossima edizione del rapporto di sicurezza il Gestore dovrà fornire informazioni sulle modalità di allibo in condizioni adottate in altre installazioni in esercizio, al fine di minimizzare la possibilità di incidenti con distacco dei bracci di carico e conseguente rilascio nel volume compreso tra FSRUe carrier."

"Secondo quanto affermato dal Comitato Tecnico Regionale, i rischi di distacco dei bracci di carico non sono al momento "minimizzati". Le conseguenze potrebbero essere devastanti ma alla OLT si chiede di raccogliere informazioni su impianti simili che, purtroppo, non esistono in tutto il mondo" - continua Giannì.

Riguardo agli scarichi di cloro, Greenpeace ha denunciato da tempo che nel decreto di valutazione dell'impatto ambientale del rigassificatore, nel capitolo dedicato agli "scarichi in mare", non si fa cenno alla possibilità che ogni anno l'impianto sversi in mare decine di tonnellate di ipoclorito di sodio. Interpellata in tal senso, nel novembre 2007, la Capitaneria di Porto di Livorno ha risposto a Greenpeace che "lo scarico a mare di ipoclorito di sodio,[ …] può essere del tutto evitato semplicemente adottando un ciclo di lavaggio a circuito chiuso [… ] Sarà cura di questa Autorità inserire una esplicita previsione nell'atto di concessione che regolamenti in tal senso, la materia de qua."

"La Capitaneria ci ha promesso che non ci sarebbero stati scarichi di cloro in mare dal rigassificatore. Attendiamo di sapere se queste promesse sono state mantenute" - conclude Giannì.

La nota inviata da Greenpeace alla Capitaneria di Porto di Livorno: http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2013/mare/lettera-CdP-Livorno.pdf

Fonte

27/06/2013

Rigassificatori e cloro = omicidio in mare. Due importanti studi di Wwf e Greenpeace

"La mistificazione , che tutti gli Studi d'Impatto Ambientale vanno proponendo sulla partita dei rigassificatori in Italia , è quella di considerare come potenziale danno ambientale i soli effetti del cloro attivo residuo presente allo scarico, limitato per legge a non più di 0,2 mg/litro. E' una concentrazione non pericolosa [comunque capace di sviluppare effetti biologici], uguale a quella dell'acqua di acquedotto potabile a norma di legge. Quindi lo scarico del rigassificatore è in apparenza innocuo “come bere un bicchier d'acqua”. Però si omette di considerare la perdita di larve, la formazione di schiume, ecc.

Invece il cloro è utilizzato in quantità massiccia all'interno dell'impianto, sino a concentrazioni di 2 mg/litro, e reagisce con la sostanza organica formando alo-derivati organici. Prima di venir restituito all'ambiente, si provvede ad abbatterlo per via chimica al fine di rientrare nei parametri di legge. La differenza tra le 2 acque – pur con lo stesso tenore di cloro attivo – è che l'acqua in uscita dall'impianto è carica di sostanza organica degradata combinata chimicamente al cloro. Questo perché già in ingresso è ricca di per sé di sostanza organica da neutralizzare, contrariamente all'acqua di acquedotto, prelevata da sorgente, che possiamo bere a volontà ed in cui il cloro è aggiunto a basso dosaggio solo per un'azione preventiva antibatterica.

estratto da L'UTILIZZO DI ACQUA DI MARE NEGLI IMPIANTI DI RIGASSIFICAZIONE DEL GNL

Leggi i due studi completi

L'UTILIZZO DI ACQUA DI MARE NEGLI IMPIANTI DI RIGASSIFICAZIONE DEL GNL (WWF)

UN RIGASSIFICATORE OFF-SHORE NEL SANTUARIO DEI CETACEI

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10/05/2013

Causa Enel-Greenpeace, vince la onlus. Libertà e critica battono l’industria

I giudici hanno rigettato le richieste della società stabilendo che tutte le onlus e associazioni impegnate in campagne di sensibilizzazione non possono essere “silenziate” con il presupposto dell’uso improprio di un marchio commerciale, soprattutto se hanno ad oggetto interessi collettivi “di rango costituzionale”, come la salute pubblica


La libertà di critica in Italia prevale ancora sul diritto industriale e gli interessi che tutela, a maggior ragione se è funzionale alla tutela di interessi collettivi. Lo ha stabilito la sentenza del Tribunale di Milano (leggi) che ha rigettato il ricorso di Enel contro Greenpeace per la sua campagna “bolletta sporca”, un’operazione massiccia di controinformazione avviata un anno fa dall’associazione ambientalista per informare cittadini e consumatori sui danni ambientali e alla salute prodotti dalle centrali a carbone. Enel aveva trascinato in tribunale la onlus verde assumendo come lesive le iniziative intraprese dagli attivisti, in particolare una campagna con fac-simile della bolletta che riportava in bella vista i dati sulla mortalità causata dalle centrali dell’ex monopolio. Un anno dopo i giudici del Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di impresa, hanno rigettato le pretese dell’Enel che aveva già perso una causa in sede civile, a Roma, relativa ai contenuti dell’iniziativa che riteneva lesivi e diffamatori. Per bloccare la campagna, Enel ha poi tentato la strada del diritto industriale e commerciale, impugnando in particolare l’uso e la riproduzione non autorizzata del suo marchio sulle finte bollette e su una finta edizione di Metro che annunciava l’abbandono di Enel del carbone, con una pubblicità commerciale ovviamente fittizia.

La causa si muove dunque sulle linee del diritto industriale, lamentando l’uso non autorizzato dei marchi registrati. Non certo per un vezzo sulla proprietà intellettuale: rivendicarne l’abuso può comportare richieste di danno a sei zeri. Enel, in particolare, chiedeva al giudice di sanzionare Greenpeace al pagamento di 10mila euro per ogni giorno di inesecuzione delle eventuali disposizioni inibitorie e mille euro per ciascuno militante che dovesse proseguire sulla via della contestazione. In altre parole, qualche milione di euro. Che per un colosso da 70 miliardi di budget sono una puntura, per una piccola associazione con 58mila sostenitori l’iniezione letale. I giudici hanno rigettato però le richieste stabilendo un principio importante per tutte le onlus e associazioni impegnate in campagne di sensibilizzazione: non possono essere “silenziate” con il presupposto dell’uso improprio di un marchio commerciale, soprattutto se hanno ad oggetto interessi collettivi “di rango costituzionale”, come la salute pubblica. I giudici milanesi, per rafforzare il principio, citano l’art. 21 della Costituzione e il primato della libertà di manifestazione del pensiero.

“Gli argomenti usati da Enel non stavano in piedi da nessun punto di vista – dichiara Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia – Questa sentenza ribadisce che il diritto di critica è inalienabile e che l’uso di loghi aziendali in campagne di critica con motivazioni fondate è legittimo”. Greenpeace, in effetti, ha condotto molte campagne utilizzando loghi aziendali, sia in Italia che all’estero, con l’obiettivo di cambiare le politiche ambientali e industriali di grandi aziende. “In molti casi queste campagne si trasformano in collaborazioni con le stesse aziende per rendere più verdi i loro cicli produttivi. Lo abbiamo fatto con grandi case editrici, aziende agroalimentari, multinazionali della moda e automobilistiche. Ma è più difficile che questo accada con giganti energetici e delle fonti fossili per la più lunga inerzia degli investimenti in questo campo. Noi continueremo a provarci”, conclude Onufrio.

Enel, infine, contestava a Greenpeace di aver utilizzato la “sua” bolletta per fare proseliti e ottenere iscritti, in pratica di aver utilizzato il marchio per un’attività di tipo commerciale. Circostanza che il giudice ha rigettato totalmente ravvisando una impossibile equiparazione tra gli scopi statutari di un’associazione a ragioni economiche, per riflesso le sue campagne non possono essere ricondotte a una finalità commerciale. Chiusa questa partita restano in piedi le altre. Sono infatti una decina le cause aperte dal colosso elettrico contro le azioni dell’associazione ambientalista per sensibilizzare sui cambiamenti climatici causati dagli impianti più inquinanti. Da Brindisi ad Adria, dove 30 attivisti sono finiti sotto processo per una manifestazione del 2006 a Porto Tolle.

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20/04/2013

Centrali a carbone, Enel vs Greenpeace. Ecco la mappa delle battaglie giudiziarie

Ancora guai giudiziari per Greenpeace. Dopo la recente udienza a Milano per la vicenda della campagna di comunicazione contro Enel, la battaglia giudiziaria tra l’associazione ambientalista e il colosso dell’energia continua. Ad Adria, questa volta. Dove 30 attivisti attendono di essere giudicati per un’azione presso la centrale a olio combustibile di Porto Tolle, sul delta del Po. Una protesta “pacifica e non violenta”, dicono loro, che nel 2006 manifestarono per tre giorni consecutivi.

L’occupazione dell’impianto Enel fu provocata dalla decisione della compagnia elettrica di convertirlo a carbone, fonte di energia considerata dagli ambientalisti particolarmente nociva sia per l’ambiente che per la salute. Per mostrare la dimensione nazionale del problema, oggi Greenpeace diffonderà una mappa con tutti i contenziosi giudiziari riguardanti la sua campagna contro il carbone: una decina di cause in tutta Italia, riassunte in un’infografica che ilfattoquotidiano.it propone qui in anteprima.


Uno degli impianti termoelettrici più grandi d’Europa, capace di generare quasi il 10% del fabbisogno italiano di energia elettrica, è la centrale di Porto Tolle, in provincia di Rovigo. Di proprietà dell’Enel, l’impianto è stato per anni oggetto delle proteste degli ambientalisti non solo per il progetto di conversione da olio combustibile a carbone, ma anche per il fatto che quella centrale era stata mantenuta senza controlli ambientali per oltre 20 anni. Irregolarità che, in effetti, portò i vertici Enel e i dirigenti della centrale a essere condannati con sentenza definitiva, tra l’altro, per emissioni moleste e violazione delle norme anti inquinamento.

Come dimostra la mappa, però, la grande centrale veneta (2.640 MW di potenza nominale totale) è solo “un tassello di un mosaico molto più ampio”. Secondo Andrea Boraschi, responsabile Campagna Energia e Clima di Greenpeace, sia a livello di inquinamento, che di costi, che di rischi legati alla salute (e conseguenti tassi di mortalità), il problema del carbone ha contorni che vanno ben oltre le dimensioni territoriali, ed è ben più grave dei contenziosi giudiziari in cui è coinvolta l’associazione. “Porto Tolle è un punto di emissione che, in realtà, insiste su tutta la Pianura Padana, già di per sé una delle aree in Europa con la peggiore qualità dell’aria”, fa presente Boraschi: “Quello degli impianti a carbone, quindi, non deve essere assunto come la sommatoria di diverse vertenze territoriali, ma come un problema nazionale. Anche perché l’inquinamento di queste centrali raggiunge luoghi a centinaia di chilometri rispetto a dove sono collocate”.

Nel processo di oggi, gli attivisti sono imputati per interruzione di pubblico servizio, “anche se la centrale – ribattono – al momento della protesta non era né a norma, né operativa”. C’è poi l’accusa di danneggiamenti, quelli causati dalla scritta a vernice “No al carbone” sulla ciminiera. Fra gli imputati anche Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, per il quale “il processo di oggi è solo una dei molteplici appuntamenti giudiziari di Greenpeace con Enel”, costituitasi parte civile contro l’associazione. “Il progetto di Porto Tolle è ancora oggi in fase di valutazione – ricorda Onufrio –. Ben due leggi ad hoc, una nazionale e una regionale, ne hanno permesso la sopravvivenza nonostante la bocciatura venuta dal Consiglio di Stato nel 2011”. Ma il problema più grosso, sottolinea il direttore di Greenpeace, è l’ostinazione di Enel nell’investire sugli impianti termoelettrici a carbone, principale fonte di emissione di CO2 a livello globale e generatori di enormi costi e danni alla salute: “Una conversione a carbone della centrale di Porto Tolle determinerebbe emissioni di CO2 pari a 10 milioni di tonnellate l’anno e causerebbe, su base annua, danni economici fino a 234 milioni di euro e una mortalità prematura stimata in 85 casi”. Numeri importanti, che spingono Greenpeace a ribadire le sue richieste per una improrogabile rivoluzione energetica: “Dimezzare l’uso del carbone entro il 2020 e azzerarlo entro il 2030”.

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Centrali nucleari, Greenpeace: “Reattori in Slovenia e Svizzera pericolosi per l’Italia”

Il disastro di Fukushima sembra già dimenticato. E’ questa la conclusione di Greenpeace dopo un’indagine sulle centrali nucleari europee. Molti dei 132 reattori nucleari presenti nell’Ue, più altri 5 in Svizzera, restano profondamente insicuri e tre minacciano l’incolumità del nostro Paese. Dopo la tragedia di Fukushima, nel 2011, gli Stati membri dell’Unione Europea hanno progettato una serie di “stress test” per rassicurare i cittadini europei sui pericoli che potevano derivare dalla presenza dei reattori nucleari. Uno studio per condurre a piani d’azione nazionali in grado di fronteggiare le possibili criticità emerse dagli stress test. Ma i risultati sono sconfortanti.

Nel maggio 2012, Greenpeace ha commissionato uno studio per un’analisi indipendente dei risultati degli stress test e adesso, un anno dopo, uno degli autori di quello studio, il fisico Oda Becker, ha prodotto un nuovo rapporto, Updated review of EU nuclear stress-tests, che sottolinea come i piani d’azione nazionale siano palesemente insufficienti ad affrontare i problemi evidenziati dagli stress test. “A dispetto di investimenti anche ingenti – si legge nel rapporto – numerosi aspetti importanti e ben noti non sono stati affrontati e alcune delle questioni che pure sono state affrontate saranno risolte tra anni, lasciando quindi i cittadini europei esposti nel frattempo a rischi”.

Tra le centrali menzionate nel rapporto di Greenpeace ce ne sono due – Krsko in Slovenia e Muleberg in Svizzera – che minacciano anche la sicurezza italiana per ragioni comuni: i terreni sismici sui quali sono costruite e il pericolo di inondazioni.

A Krsko sono in corso lavori per migliorare la resistenza alle inondazioni, ma quando saranno conclusi, solo nel 2015, non basteranno a far ritenere la centrale al sicuro. Anche la centrale di Muleberg è in area sismica e soggetta a inondazioni: non ha un adeguato impianto di raffreddamento in caso di emergenza e i lavori per rendere sicure le piscine di raffreddamento del combustibile nucleare non si concluderanno prima del 2017. Nel rapporto si evidenzia anche come l’impianto sia troppo vecchio “da chiudere senza ulteriori discussioni” sentenzia Greenpeace. I pericoli per l’Italia non finiscono qui, c’è un’altra delle centrali “a rischio”, quella di Mochovche, in Slovacchia, di proprietà dell’italiana Enel, che non gode di ottima salute: esposta a rischio di terremoti fino a quando, nel corso del decennio, non saranno realizzate adeguate protezioni.

Grazie all’esito del referendum del 2011, l’Italia ha scongiurato il rischio nucleare in casa propria, anche se la partita per la messa in sicurezza delle nostre ex centrali da parte della Sogin appare complicata. Tuttavia il trattato Euratom pone il nucleare sotto l’esclusiva competenza di singoli Paesi: possiamo solo fare gli scongiuri e toccare ferro.

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12/11/2012

ENEL a carbone

" Il 72 per cento dell'elettricità prodotta in Italia con il carbone è fatta da ENEL; che con questo combustibile fossile produce il 41 per cento del prodotto nazionale." Greenpeace
"Care amiche, cari amici,

Enel torna a minacciare legalmente Greenpeace con una diffida, e annuncia nuove azioni in sede civile e penale. Ancora una volta Enel reagisce alla campagna di informazione di Greenpeace chiedendo di censurarne il sito web. È l’atteggiamento arrogante di chi non sa rispondere sui contenuti mentre fa profitti utilizzando la fonte più sporca, il carbone, scaricandone i costi ambientali e sanitari sui cittadini. Motivo della lettera di diffida di Enel è la presentazione del cortometraggio “Uno al giorno”, realizzato da Greenpeace per denunciare gli impatti sanitari della produzione elettrica col carbone di Enel. Il cortometraggio evidenzia le “due anime” di Enel che produce energia verde, ma fa grandi profitti col carbone, dal quale viene il 41% della sua produzione elettrica in Italia. Dire questo, per Enel, è calunnia. Già lo scorso luglio il giudice civile di Roma ha respinto un analogo ricorso di Enel contro il sito di Greenpeace che ha lanciato la campagna nel 2012. Successivamente, con la chiusura del sito (www.facciamolucesuenel.org) era stato ritirato un secondo ricorso, ma i contenuti essenziali sono sempre stati presenti sul sito di Greenpeace. Infatti, Greenpeace aveva annunciato che la campagna non era finita. “E questo perché Enel, ‘energia che ti ascolta’, è sorda dinanzi alle nostre denunce, anche quando sono sostenute dal talento di molti artisti. Non ci sposteremo di un millimetro”, conclude Boraschi di Greenpeace Italia.
Enel vuol rimuovere il cortometraggio di Calopresti, perché ritenuto “calunnioso, diffamatorio e lesivo”. Ma i contenuti sono gli stessi del sito del quale era stata chiesta la chiusura a luglio, e che il Tribunale Civile di Roma non aveva invece censurato con motivazioni chiare: “il nucleo essenziale della notizia riportata da Greenpeace è conforme a verità…”. Ricapitoliamo:
1. le emissioni da carbone provocano un impatto sanitario valutabile, secondo il modello utilizzato dall’Agenzia Ambientale della UE, in un certo numero di “morti premature”
2. Greenpeace ha commissionato un rapporto a un istituto indipendente per valutare l’impatto delle centrali Enel. Il rapporto prima della pubblicazione è stato presentato a Enel. I risultati sono di oltre 360 casi all’anno sui dati di emissione 2009. Nel frattempo la produzione da carbone di Enel è aumentata
3. Enel è il principale produttore di elettricità da carbone in Italia e vuole costruire altre centrali a carbone. Greenpeace chiede di non farlo e di prevedere una progressiva riduzione dell’uso di carbone.
“I vertici di Enel, che hanno promosso il nucleare e poi il carbone, andrebbero rimossi”, commenta Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia: “Il futuro non è quello che loro disegnano. Prima se ne accorgono i nostri politici, visto che Enel è ancora pubblica al 31 per cento, meglio è per tutti gli italiani”. Luigi Lingelli

www.greenpeace.it
www.facebook.com/GreenpeaceItalia

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Tanto per non dimenticare, ricordo per l'ennesima volta che tra i più solerti sostenitori del carbone (in molteplici forme, tra cui quella tragicomica del carbone pulito) c'è il PD, sempre in prima fila quando si tratta di sostenere politiche economico-industriali devastanti per l'ambiente e la salute.

10/01/2012

Mar Tirreno in mezzo a ecomafie e inquinamento

Rifiuti chimici, scorie radioattive, scarti petroliferi, bombe inesplose, siluri attivi, ordigni Nato: nell’Alto Tirreno - compreso l’omologo Basso, come nell’Adriatico e nello Jonio - abbonda sui fondali l’armamentario proibito, vietato da leggi e normative nazionali e comunitarie. I pescatori da tempo denunciano inascoltati rischi e pericoli concreti, ma le autorità non muovono un dito. Esiste infatti, una tacita connivenza internazionale a danno della Penisola italiana, ben insabbiata dai governi tricolore: una situazione acclarata e definita “segreti di Stati e multinazionali del crimine”. Le rotte delle navi dei veleni levano le ancore sempre in loco: Genova, La Spezia, Livorno, Massa Carrara. Qui transitano frequentemente container imbottiti di radioattività, come ha attestato il recente caso proprio di Genova e poi di Cagliari. Prim’ancora di Ravenna: dove sono stati in più occasioni sbarcati container di residui nucleari provenienti dalla Turchia e da Israele, registrando addirittura la discesa in campo - a difesa degli eco mafiosi - dello studio legale Pecorella di Milano. Gaetano Pecorella è l’attuale presidente della Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti. Ennesimo conflitto di interessi?
 
Gola profonda - Un lavoratore del mare - che invoca l’anonimato - rivela un’esperienza patita sulla propria pelle: «Non è la prima volta che vengono persi o gettati in mare davanti alla costa livornese e in prossimità dell’Arcipelago Toscano bidoni contenenti sostanze tossiche. Non bisogna andare molto a largo delle nostre coste per imbattersi in questi fusti. Già a 70 o 80 metri di profondità, a 2 miglia dalla costa, tra il fanale di Vada e l’isola di Gorgona, il fondale è disseminato di fusti contenenti sostanze irritanti. Capita molto spesso. Più di quanto non si possa immaginare. Tra il faro di Vada e Gorgona ho tirato a bordo dei fusti con dentro una sostanza rossa particolarmente irritante. Sembrava scarto di vernice, era molliccia. Mi bruciavano le mani, le braccia e persino gli occhi. Mi sono dovuto lavare tante, tante volte e continuavo ad avvertire dolore e prurito. Anche in quell’occasione ho denunciato tutto alle autorità competenti. Lo comunichiamo alla Capitaneria o alla Asl ma non succede mai niente. Il silenzio. Ci ringraziano ma tutto rimane come prima. E i contenitori in fondo al mare. Come per questo incidente se non fosse stato per la stampa, nessuno di noi avrebbe mai saputo niente. Noi gente di mare siamo a conoscenza da anni che le navi scaricano il materiale scomodo in questo tratto di mare. Sono scarti industriali ma anche militari. Sul banco di Santa Lucia e la Gorgona, dove la nave Venezia della Grimaldi ha perso il carico di cobalto, il mare arriva ad una profondità di 600 metri ed ha un fondale fangoso. Tutta sabbia, per capirsi. Quindi quando i fusti toccano il fondo, sprofondano e vengono immediatamente ricoperti dalle correnti e dalle mareggiate successive, da strati e strati di sabbia. Quando mi trovo a calare le reti ad una profondità di 200 metri per pescare scampi o paranza, in prossimità delle acque dell’isola di Gorgona, avverto un fastidioso pizzicore alle mani. Questo avviene in particolar modo d’estate. Non so perchè, ma io credo che dipenda dal fatto che l’acqua è più calda, ribolle. E forse si avverte di più la presenza di sostanze irritanti. Davanti a Gorgona ad una profondità di 250 metri c’è un’enorme scatola, o meglio un grosso blocco di cemento armato ancorato al fondale. E’ impossibile da tirare su perché chi lo ha abbandonato, lo ha anche bloccato al fondo del mare. E rimarrà per sempre lì».
 
La denuncia dimenticata - Che nel mare toscano qualcosa non andasse i pescatori lo avevano capito, eccome. E non da ora, ma da almeno un quindicennio. Tempo fa erano usciti, come di consueto, con il peschereccio al largo del porto, ma diversamente dal solito quella volta tirare su le reti era stata un’impresa. È quanto denunciato dal consigliere regionale Marco Montemagni in Consiglio dopo un incontro con alcuni pescatori viareggini. «Mi hanno detto che fu molto faticoso - dice Montemagni - perché le reti erano piene di fango». Non era tutto. Una volta lavate videro che le maglie erano «spappolate», corrose da una sostanza acida che aveva rovinato gran parte del tessuto provocando un danno economico tutt’altro che trascurabile. «Il fatto fu segnalato subito alle autorità marittime - continua - ora sono necessari controlli immediati». Montemagni annuncia che presto potrebbe essere localizzato il punto esatto in cui le reti furono danneggiate: «Ho chiesto all’equipaggio di verificare le coordinate e credo che sia in grado di farlo». Intanto, Legambiente Toscana sollecita l’intervento immediato della magistratura e del Governo. «La Procura di Livorno si è già mossa - dice il presidente di Legambiente Toscana Piero Baronti - chiediamo di fare altrettanto a quelle di La Spezia e Carrara. E naturalmente il Governo deve fare la sua parte, in modo da potere usare al più presto i battelli per scandagliare il mare e individuare queste navi, se ci sono». Per il presidente della commissione Ambiente del Consiglio regionale Erasmo D’Angelis il controllo dei fondali deve estendersi almeno fino a 10 miglia a nord di Marciana Marina, dove alle 21 del 9 luglio 2009 fu avvistata la portacontainer maltese Toscana. Secondo il rapporto dell’autorità portuale livornese stilato dall’equipaggio dell’imbarcazione tedesca Thales le «gru gettavano oggetti fuori bordo che sembravano essere container da 16 piedi, circa 5 metri».
 
Guerrieri dell’arcobaleno - Il 12 ottobre 2011 una decina di attivisti di Greenpeace sono entrati in azione al palazzo della regione Liguria a Genova, sede simbolo del Santuario dei Cetacei, per chiedere al Presidente Burlando di salvare il Santuario. Gli attivisti hanno aperto un enorme striscione con il messaggio “SANTUARIO INQUINATO: ORA BASTA!” e si sono incatenati a dodici bidoni con la scritta “danger” posizionati all’ingresso. Due attivisti travestiti da balena, hanno portato i messaggi SOS SANTUARIO e CERCO CASA.  Greenpeace ha presentato il rapporto: “Veleni a galla. Fonti inquinanti nel Santuario dei Cetacei” denunciando con nuovi dati la contaminazione da sostanze chimiche pericolose delle coste liguri e toscane. Diamo i numeri. Oltre il 50 per cento dei campioni esaminati è risultato positivo ai test di laboratorio. Tra le sostanze rinvenute, pericolose per la salute dell’uomo e dell’ambiente: metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e composti organici volatili. Critica la situazione in Liguria, con valori accertati oltre i limiti in quattro delle cinque fonti inquinanti (hot spot) testate. Presso l’acciaieria Ilva di Genova, ad esempio, cadmio e zinco superano la soglia di riferimento così come il triclorometano e il tetracloroetilene, due composti organici cancerogeni. Anche in Toscana i dati non sono positivi con quattro hot spot su sei campionati oltre i limiti di riferimento. «Dai dati di Greenpeace, anche se preliminari e parziali, emerge un quadro molto grave che dovrebbe obbligare le amministrazioni locali e nazionali a intervenire con urgenza per salvaguardare ambiente e salute - commenta il dottor Valerio Gennaro, medico oncologo ed epidemiologo che lavora all’Istituto Tumori di Genova e membro di Medici per l’Ambiente  (ISDE-Italia) - In tanti anni di ricerche è sempre più evidente il legame fra la contaminazione dell’ambiente da sostanze chimiche pericolose, l’insorgenza di malattie e gli enormi costi sociali ed economici associati». Elevati i livelli di idrocarburi policiclici presso le aree portuali. Ad esempio, la concentrazione di benzo(a)pirene - una sostanza cancerogena - riscontrata nel sedimento prelevato al porto di Piombino è 90 volte superiore al limite di riferimento. Anche nei pressi dell’acciaieria di Piombino si rivela la presenza di IPA, di cui tre composti in quantità doppia rispetto la soglia, e di alcuni metalli pesanti, come arsenico e zinco. Gli stessi metalli insieme al benzo(a)pirene (con valori due volte oltre la soglia) sono stati rilevati a Vado Ligure, presso la foce del torrente Segno, all’Oasi dei Germani, non lontano da una località balneare. Da anni Greenpeace monitora lo stato di salute del Santuario denunciandone il crescente degrado. Dopo l’allarme “Sogliole tossiche nel Santuario dei Cetacei: non ingerire”, lanciato ad agosto 2010, il rapporto “Veleni a galla” conferma l’inattività delle Regioni e del Ministero dell’Ambiente. «Quasi due anni fa, dal Salone Nautico di Genova, abbiamo chiesto alle Regioni di intervenire per salvare il Santuario - ricorda Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace - Se Liguria, Toscana e Sardegna vogliono davvero tutelare il Santuario, devono smetterla di rimpallare la responsabilità al Ministero dell’Ambiente e impegnarsi subito a definire entro giugno 2012 piani di monitoraggio e misure restrittive per mitigare e, laddove possibile, eliminare le cause principali di degrado, come l’inquinamento. Altrimenti dovremo pensare che non sono interessate a proteggere le balene, né la salute e l’economia dei propri cittadini».
 
Pesci tossici - Le sogliole che nuotano nel Santuario dei Cetacei sono tossiche. Contengono metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici e Bisfenolo A. Tutte sostanze pericolose per la salute. La denuncia presentata da Greenpeace già da tempo è basata su solidi dati scientifici: una ricerca svolta tra mar Ligure e medio-alto Tirreno per capire quanto sono contaminate le acque di questa area: una riserva marina grande circa 90.000 metri quadrati che si estende dalla Toscana alla Costa Azzurra, comprendendo il mar di Liguria e quello intorno alla Corsica. Il Santuario dei Cetacei, o Santuario Pelagos, è nato circa 12 anni fa per proteggere un ecosistema particolare dove vivono numerosi mammiferi marini come balenottere, capodogli, stenelle e tursiopi (della famiglia dei delfini), ma si è subito rivelato una creatura fragile, una riserva “sulla carta” che in realtà è funestata da inquinamento e traffico marino. Un’altra indagine di Greenpeace aveva evidenziato nel 2009 una pesante contaminazione da coliformi e streptococchi fecali delle acque della zona. Ora si è voluto vedere cosa accade ai pesci. Si sono scelte le sogliole per vari motivi. Innanzitutto conducono una vita stanziale, a contatto con i fondali marini fangosi e quindi sono un ottimo bioindicatore, ovvero permettono di valutare la qualità dell’ambiente in cui vivono. In secondo luogo, sono un importante anello della catena alimentare. Di sogliole si nutrono i cetacei, ma anche noi, esseri umani, ne apprezziamo la carne delicata, tanto che la sogliola è tra i pesci che vengono consigliati per lo svezzamento dei bambini. Da giugno a luglio scorsi sono stati prelevati 31 campioni di questo pesce in 5 aree: Viareggio, Livorno, Lerici, Genova e Civitavecchia. Le prime quattro si trovano all’interno del Santuario, l’ultima invece si trova poco fuori del margine meridionale dell’area. Le sogliole sono state poi inviate per l’analisi al dipartimento di scienze ambientali dell’università di Siena. Tutti i campioni sono contaminati da metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici e Bisfenolo A. In alcuni casi, metalli e idrocarburi hanno raggiunto concentrazioni al di sopra dei limiti di legge. Ma di quali sostanze stiamo parlando? Gli idrocarburi policicli aromatici (IPA) si trovano naturalmente nel carbon fossile e nel petrolio, ma si possono anche produrre ad esempio bruciando combustibile fossile, legname, rifiuti. In alcuni casi vengono utilizzati per la creazione di plastiche, coloranti, pesticidi e medicinali. Gli IPA sono tanti, ma 16 di essi sono stati inseriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra i principali inquinanti dell’ambiente. Tra questi, ce ne sono alcuni che lo Iarc (International Agency for Research on Cancer) ha classificato come “probabili cancerogeni per l’uomo”, mentre uno, il benzo(a)pirene, è stato riconosciuto come sicuramente cancerogeno per l’uomo. Il Bisfenolo A (BPA) è usato per la produzione di plastiche. Molti studi hanno dimostrato che ha effetti cancerogeni e effetti neurotossici, tanto che alcune industrie lo hanno eliminato dai prodotti, soprattutto quelli destinati ai bambini. Infine, i metalli pesanti. Nelle sogliole analizzate ne sono stati trovati tre: piombo, cromo e mercurio. Il piombo è tossico per il sistema nervoso. Il cromo è in grado di causare diversi effetti sulla salute umana, da reazioni allergiche a problemi respiratori, fino a indurre cancro ai polmoni. Il mercurio è dannoso sia per il sistema nervoso centrale che per i reni. Sicuramente il campione di sogliole preso in esame dalla ricerca di Greenpeace è piccolo, ma ci dà comunque un’indicazione importante. Soprattutto perché quei pesci provengono da un’area che dovrebbe essere protetta. Il Santuario dei cetacei è nato da un accordo tra Italia, Francia e Principato di Monaco per preservare questo ecosistema e gli animali che lo abitano. Ma secondo le recenti stime dell’Istituto Thetis, la mortalità dei cetacei è in aumento. A ottobre del 2009 sono state adottate dieci risoluzioni per far fronte alle principali problematiche del Santuario: l’inquinamento acustico, il traffico marittimo, la pesca illegale e l’inquinamento marino. Ma tutto è rimasto lettera morta. Anzi, pochi mesi dopo, il Segretariato Permanente del Santuario ha chiuso la sua sede a Genova e il segretario esecutivo Philippe Robert è tornato ad occuparsi delle aree marine protette francesi. Insomma: un Santuario senza fondi e senza sostegni istituzionali.
 
Bomba ad orologeria - Il rigassificatore OLT sorge nell’area tutelata dall’Accordo sul Santuario dei Cetacei. Greenpeace è stata tra i promotori dell’idea di Santuario ma ha criticato l’Accordo che non ha sancito nessuna vera misura di tutela: ora il Santuario viene minacciato da nuove attività in contrasto con le più elementari norme di conservazione. L’impianto potrebbe rappresentare un pericoloso precedente per la creazione di siti industriali in mare, non essendoci nemmeno una normativa completa che regoli tutti i tipi di emissione di impianti industriali off shore. Esistono rischi ambientali inaccettabili, che non sono stati correttamente valutati nella procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) che ha portato all’autorizzazione dell’impianto.  Secondo gli esperti di Greenpeace questi rischi riguardano: la mobilitazione dei sedimenti e in particolare di quelli, contaminati, provenienti dal porto di Livorno; il popolamento di Posidonia oceanica, che si intende trapiantare senza che sia garantito il buon esito del trapianto; la presenza di cloro negli scarichi dell’impianto, ignorata nella Valutazione di Impatto Ambientale; la dispersione in mare degli scarichi dell’impianto; nessuna analisi sulla rumorosità dell’impianto industriale e dell’impatto sulle popolazioni di cetacei residenti e migratori. Il Santuario dei Cetacei, in quanto area “speciale” e protetta, dovrebbe far convergere fondi per sperimentare nuove opzioni di interazione tra le attività umane e l’ambiente marino, considerando anche le attività industriali e produttive. Purtroppo il rigassificatore OLT rappresenta un esperimento negativo, che potrebbe danneggiare seriamente l’ecosistema marino. L’idea di spostare in mare, dove non ci sono controlli e abitanti che protestano, le attività industriali che sporcano e inquinano è molto allettante. L’Italia ha autorizzato la realizzazione in mare - in un’area che il sito web del ministero dell’Ambiente considera “area protetta” - di un sito industriale. Si tratta di un rigassificatore, un tipo di impianto industriale considerato “a rischio” dalla Direttiva Seveso, creata dall’Ue per mettere un freno ai disastri industriali. Sulla base di un’istruttoria irregolare, con falsi documentali e ricerche fasulle, l’Italia ha deciso di collocare il rigassificatore al largo della costa di Pisa-Livorno dove, hanno affermato, ci sarebbe un “buco” nel Santuario dei Cetacei. Ciò è smentito da numerose osservazioni che confermano la presenza nell’area di stenelle, tursiopi e delfini comuni. E di questo l’Italia non ha neppure informato il Segretariato del Santuario dei Cetacei. Greenpeace ha prima smontato la Valutazione di Impatto Ambientale costruita dal ministero dell’Ambiente e poi ha dimostrato che essa si basava anche su falsi documentali, regolarmente denunciati alla Magistratura. Eppure, nonostante nel 2008 il TAR della Toscana avesse dato ragione a Greenpeace e comunità locali e sospeso l’autorizzazione all’impianto, il Consiglio di Stato, mentendo spudoratamente, ha poi annullato tale sentenza, dando il via all’inizio del 2010 alla costruzione del rigassificatore. Greenpeace ha protestato contro l’inizio dei lavori nell’area, chiedendo al ministro dell’Ambiente di intervenire e “Salvare il Santuario”. Gli  ecologisti hanno atteso per ben 12 ore dalla gru della nave posacavi una risposta del ministro Stefania Prestigiacomo che però non è mai arrivata. Uno scandalo per tutti: lo scarico in mare di mercurio della Solvay a Rosignano.