A inizio di questa settimana il Governo ha annunciato un emendamento governativo, depositato nei giorni scorsi, con cui si stanziano 66 milioni per emergenza alluvione in Toscana (il riferimento è all’alluvione di novembre/dicembre 2023).
Leggendo bene il testo, ci si può rendere conto come questi 66 milioni provengano dal fondo per la ricostruzione nei territori dell’Emilia-Romagna, della Toscana e delle Marche colpite dall’alluvione di maggio 2023.
In buona sostanza, l’emendamento del Governo non fa altro che spostare risorse da un fondo destinato agli alluvionati del maggio ‘23 di tre regioni ad un fondo per gli alluvionati del novembre/dicembre ’23 della sola Toscana (a cui già spettavano, dato che la Toscana era una di quelle tre Regioni).
Nessuna nuova risorsa per gli alluvionati toscani, dunque, ma al tempo stesso si riducono i fondi per gli alluvionati di Emilia e Marche, per i quali i rallentamenti degli stanziamenti per le famiglie e i piccoli produttori e la sostanziale inazione rispetto alla manutenzione delle reti infrastrutturali (soprattutto per l’Appennino) rappresentano una vergogna ai danni di delle popolazioni locali, che nessun comunicato roboante del Governo e dei Presidenti di Regione può sanare nella continua campagna elettorale in cui siamo immersi.
Come Potere al Popolo denunciamo questo maquillage cui fa ricorso in prima persona la Presidente del Consiglio, mentendo spudoratamente ai cittadini di tutte le regioni colpite dalle alluvioni di maggio e di questo autunno.
Il cambiamento climatico richiede un’inversione completa delle priorità del Governo e delle amministrazioni regionali: invece di dirottare miliardi di euro per l’invio di armi negli scenari di guerra e per la missione Aspides nel Mar Rosso nel tentativo di indebolire la resistenza palestinese e dei popoli solidali, abbiamo bisogno di investimenti strutturali nelle vere emergenze del nostro Paese, e sicuramente la cura e la manutenzioni dei nostri territori rivestono un ruolo di primo piano in questo senso.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/11/2023
Disastro Toscana: incuria del territorio e cementificazione selvaggia
Sette morti, ospedali allagati, la gente sui tetti, case isolate, ponti che crollano, canali che esondano, strade che diventano fiumi, file di automobili e detriti trascinati via dalla corrente d’acqua impetuosa che ha rotto gli argini di fiumi e canali.
A Prato è esondato il Bisenzio inondando interi quartieri. La piena dell’Arno, a 57 anni dalla grande alluvione di Firenze, fa ancora paura. Alcune zone della pianura fiorentina riprese dall’alto sembrano il Bangladesh dopo l’alluvione.
Il “governatore” Giani si traveste da manager della protezione civile e manda in giro filmati rassicuranti. Il sindaco di Prato, Biffoni, invita la gente a non uscire di casa e se la prende con la pioggia caduta in quantità straordinaria.
Nardella, invece, è letteralmente sparito.
I tg nazionali e regionali nemmeno si sognano di rammentare la quantità di cemento che questi signori hanno riversato sulla piana fiorentina negli ultimi 30 anni.
La Piana di Firenze-Prato-Pistoia è una conca intermontana di origine alluvionale nell’entroterra della Toscana settentrionale nell’area dove si stendono, senza, ormai, soluzione di continuità, le aree urbane di Firenze, Prato e Pistoia ed accoglie su un territorio di 4800 kmq il 40% ca. della popolazione e delle imprese della regione.
Un fazzoletto di terra in cui anche gli angoli più remoti e nascosti nell’arco di tre decenni, sono stati sventrati da un’opera di cementificazione selvaggia tra le più intense e devastanti d’Europa con ritmi di consumo del suolo impressionanti.
In poco meno di 30 anni, boschi ed aree verdi sono stati/e rasi/e al suolo per far posto dapprima ad enormi ed inutili centri commerciali per poi, intorno, far crescere, senza sosta, file di palazzi, palazzine e villette a schiera, in barba ad ogni parametro, senza piani urbani e con intere giunte ed uffici tecnici finiti a processo per corruzione ed altre malefatte.
Ed ecco che arriva il cambiamento climatico e si paga il conto, noi, tutti.
Loro, invece, quelli dell'”urbanistica contrattata”, quelli che hanno creato una scombinatissima “area metropolitana” senza nessun criterio se non quello di versare più cemento possibile laddove possibile, ora se la prendono con il “maltempo”.
Ma sono gli stessi che hanno prodotto uno scempio urbanistico-ambientale tra i più terrificanti d’Italia degli ultimi 50 anni lungo i 35 km ca della cosiddetta “piana fiorentina”.
Lo si ripete, stancamente, da anni ma gli eventi eccezionali causati dal cambiamento climatico rendono non più rinviabile una grande opera di manutenzione straordinaria e risanamento del territorio (ad es. interventi sugli argini dei fiumi e sulla rete viaria).
Le casse di espansione dell’Arno le hanno fatte ma probabilmente erano state progettate prima che diventassero drammatica normalità gli eventi catastrofici di questi ultimi anni.
Fonte
A Prato è esondato il Bisenzio inondando interi quartieri. La piena dell’Arno, a 57 anni dalla grande alluvione di Firenze, fa ancora paura. Alcune zone della pianura fiorentina riprese dall’alto sembrano il Bangladesh dopo l’alluvione.
Il “governatore” Giani si traveste da manager della protezione civile e manda in giro filmati rassicuranti. Il sindaco di Prato, Biffoni, invita la gente a non uscire di casa e se la prende con la pioggia caduta in quantità straordinaria.
Nardella, invece, è letteralmente sparito.
I tg nazionali e regionali nemmeno si sognano di rammentare la quantità di cemento che questi signori hanno riversato sulla piana fiorentina negli ultimi 30 anni.
La Piana di Firenze-Prato-Pistoia è una conca intermontana di origine alluvionale nell’entroterra della Toscana settentrionale nell’area dove si stendono, senza, ormai, soluzione di continuità, le aree urbane di Firenze, Prato e Pistoia ed accoglie su un territorio di 4800 kmq il 40% ca. della popolazione e delle imprese della regione.
Un fazzoletto di terra in cui anche gli angoli più remoti e nascosti nell’arco di tre decenni, sono stati sventrati da un’opera di cementificazione selvaggia tra le più intense e devastanti d’Europa con ritmi di consumo del suolo impressionanti.
In poco meno di 30 anni, boschi ed aree verdi sono stati/e rasi/e al suolo per far posto dapprima ad enormi ed inutili centri commerciali per poi, intorno, far crescere, senza sosta, file di palazzi, palazzine e villette a schiera, in barba ad ogni parametro, senza piani urbani e con intere giunte ed uffici tecnici finiti a processo per corruzione ed altre malefatte.
Ed ecco che arriva il cambiamento climatico e si paga il conto, noi, tutti.
Loro, invece, quelli dell'”urbanistica contrattata”, quelli che hanno creato una scombinatissima “area metropolitana” senza nessun criterio se non quello di versare più cemento possibile laddove possibile, ora se la prendono con il “maltempo”.
Ma sono gli stessi che hanno prodotto uno scempio urbanistico-ambientale tra i più terrificanti d’Italia degli ultimi 50 anni lungo i 35 km ca della cosiddetta “piana fiorentina”.
Lo si ripete, stancamente, da anni ma gli eventi eccezionali causati dal cambiamento climatico rendono non più rinviabile una grande opera di manutenzione straordinaria e risanamento del territorio (ad es. interventi sugli argini dei fiumi e sulla rete viaria).
Le casse di espansione dell’Arno le hanno fatte ma probabilmente erano state progettate prima che diventassero drammatica normalità gli eventi catastrofici di questi ultimi anni.
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05/10/2021
I veleni dell’inchiesta “Keu” che fanno tremare PD e dintorni
Presenza massiccia di cromo, solfati, cloruri, e in qualche caso anche arsenico, nichel, stagno e altri metalli pesanti: è quanto risultato dai campionamenti disposti dalla procura di Firenze sui cantieri in cui il Keu, le ceneri di risulta della lavorazione della pelle non trattate, è stato usato come riempitivo.
Le analisi hanno confermato le ipotesi peggiori: pesanti contaminazioni sono presenti in ognuno dei siti dove è finito il Keu, la cenere dei fanghi delle concerie di Santa Croce smaltita dall’impianto di Pontedera di Francesco Lerose, l’imprenditore in odore di 'ndrangheta, uno dei principali bersagli della maxi inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze che ha fatto tremare la politica regionale che conta.
I valori riscontati sono talvolta spaventosi, come quelli rivelati dai test di cessione dei campioni prelevati all’ex area Vacis di Pisa, uno degli ultimi risultati giunti sul tavolo della procura: cromo a 2.683, dove invece non avrebbe dovuto superare 50 e solfati a 1.655, ben oltre il limite di 250.
Nove i siti dove sarebbe finito il rifiuto. Il fulcro sono i due impianti di Lerose, uno a Pontedera e l’altro a Bucine. Qui, sarebbe avvenuto lo smaltimento irregolare delle ceneri dei fanghi.
Anziché venire utilizzati per la realizzazione di conglomerati cementizi (che bloccano il rilascio degli agenti inquinanti), il Keu sarebbe stato miscelato con altro materiale di risulta, e venduto o anche regalato pur di allontanarlo dai due stabilimenti, ad imprese dell’edilizia che necessitavano di una materia per riempire sottofondi o colmare terrapieni.
Così il Keu è stato rinvenuto in quantità di 26 volte superiori al consentito al cavalcaferrovia di Brusciana e nelle opere di urbanizzazioni dell’ex area Vacis di Pisa, dove adesso sorge il Bricoman.
Nel maneggio dell’azienda agricola “I Lecci” di Peccioli, o nel cantiere di Acque Spa, a Crespina Lorenzana, dove si stava facendo un acquedotto. Oppure a Montramito di Massarosa (LU) dove il Keu sarebbe stato utilizzato per stabilizzare un terreno paludoso.
Partito Democratico governatore della Toscana, Eugenio Giani, sono arroccati a difesa dei propri amministratori: “Le Unioni Comunali del Partito Democratico del Valdarno Inferiore confermano il sostegno ai propri amministratori, con la speranza che possano chiarire quanto prima la loro posizione, conoscendone l’impegno e la serietà. Esprimono inoltre massima fiducia nel ruolo della magistratura e nel proprio operato, al quale spetta valutare eventuali responsabilità sui fatti contestati.”
È quanto si legge in una nota diffusa dall’Unione Partiti Democratici di San Miniato, Santa Croce Sull’Arno, Montopoli in Valdarno, Castelfranco di Sotto, Santa Maria a Monte in riferimento all’inchiesta che coinvolge il distretto conciario e che vede indagata anche la sindaca PD di Santa Croce sull’Arno (PI), Giulia Deidda.
Intanto, ad aprile scorso, il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Pisa ha rinviato a giudizio Ledo Gori, il capo di gabinetto dell’ex presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi.
Per la procura, Gori si sarebbe reso disponibile a soddisfare le richieste del gruppo criminale al centro dell’inchiesta “Keu” (con all’interno anche i vertici dell’Associazione conciatori di Santa Croce sull’Arno), in cambio dell’impegno da parte degli imprenditori di chiedere esplicitamente al candidato a presidente della Regione Eugenio Giani nel 2020, poi eletto, di confermare Gori come capo di gabinetto.
Fonte
Le analisi hanno confermato le ipotesi peggiori: pesanti contaminazioni sono presenti in ognuno dei siti dove è finito il Keu, la cenere dei fanghi delle concerie di Santa Croce smaltita dall’impianto di Pontedera di Francesco Lerose, l’imprenditore in odore di 'ndrangheta, uno dei principali bersagli della maxi inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze che ha fatto tremare la politica regionale che conta.
I valori riscontati sono talvolta spaventosi, come quelli rivelati dai test di cessione dei campioni prelevati all’ex area Vacis di Pisa, uno degli ultimi risultati giunti sul tavolo della procura: cromo a 2.683, dove invece non avrebbe dovuto superare 50 e solfati a 1.655, ben oltre il limite di 250.
Nove i siti dove sarebbe finito il rifiuto. Il fulcro sono i due impianti di Lerose, uno a Pontedera e l’altro a Bucine. Qui, sarebbe avvenuto lo smaltimento irregolare delle ceneri dei fanghi.
Anziché venire utilizzati per la realizzazione di conglomerati cementizi (che bloccano il rilascio degli agenti inquinanti), il Keu sarebbe stato miscelato con altro materiale di risulta, e venduto o anche regalato pur di allontanarlo dai due stabilimenti, ad imprese dell’edilizia che necessitavano di una materia per riempire sottofondi o colmare terrapieni.
Così il Keu è stato rinvenuto in quantità di 26 volte superiori al consentito al cavalcaferrovia di Brusciana e nelle opere di urbanizzazioni dell’ex area Vacis di Pisa, dove adesso sorge il Bricoman.
Nel maneggio dell’azienda agricola “I Lecci” di Peccioli, o nel cantiere di Acque Spa, a Crespina Lorenzana, dove si stava facendo un acquedotto. Oppure a Montramito di Massarosa (LU) dove il Keu sarebbe stato utilizzato per stabilizzare un terreno paludoso.
Partito Democratico governatore della Toscana, Eugenio Giani, sono arroccati a difesa dei propri amministratori: “Le Unioni Comunali del Partito Democratico del Valdarno Inferiore confermano il sostegno ai propri amministratori, con la speranza che possano chiarire quanto prima la loro posizione, conoscendone l’impegno e la serietà. Esprimono inoltre massima fiducia nel ruolo della magistratura e nel proprio operato, al quale spetta valutare eventuali responsabilità sui fatti contestati.”
È quanto si legge in una nota diffusa dall’Unione Partiti Democratici di San Miniato, Santa Croce Sull’Arno, Montopoli in Valdarno, Castelfranco di Sotto, Santa Maria a Monte in riferimento all’inchiesta che coinvolge il distretto conciario e che vede indagata anche la sindaca PD di Santa Croce sull’Arno (PI), Giulia Deidda.
Intanto, ad aprile scorso, il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Pisa ha rinviato a giudizio Ledo Gori, il capo di gabinetto dell’ex presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi.
Per la procura, Gori si sarebbe reso disponibile a soddisfare le richieste del gruppo criminale al centro dell’inchiesta “Keu” (con all’interno anche i vertici dell’Associazione conciatori di Santa Croce sull’Arno), in cambio dell’impegno da parte degli imprenditori di chiedere esplicitamente al candidato a presidente della Regione Eugenio Giani nel 2020, poi eletto, di confermare Gori come capo di gabinetto.
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17/07/2021
Sciopero generale in Toscana, a sostegno degli operai Gkn e contro i licenziamenti
Contro lo sblocco dei licenziamenti e a sostegno dei lavoratori GKN, USB Toscana proclama lo sciopero generale di 8 ore per lunedì 19 luglio
L’Unione Sindacale di Base della Toscana ha proclamato per lunedì 19 luglio lo sciopero generale di 8 ore in tutti i settori produttivi della regione non interessati dalla legge 146/90.
Lo sciopero è stato indetto da USB contro lo sblocco dei licenziamenti e a sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici GKN e relativo indotto (Easy Group, Hoster Food), perché i lavoratori e le lavoratrici non sono merci, perché nessun posto di lavoro deve essere perso.
Occorre dare una risposta forte e chiara al duro attacco alle condizioni di vita che governo e Confindustria ci vogliono imporre!
Fonte
L’Unione Sindacale di Base della Toscana ha proclamato per lunedì 19 luglio lo sciopero generale di 8 ore in tutti i settori produttivi della regione non interessati dalla legge 146/90.
Lo sciopero è stato indetto da USB contro lo sblocco dei licenziamenti e a sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici GKN e relativo indotto (Easy Group, Hoster Food), perché i lavoratori e le lavoratrici non sono merci, perché nessun posto di lavoro deve essere perso.
Occorre dare una risposta forte e chiara al duro attacco alle condizioni di vita che governo e Confindustria ci vogliono imporre!
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19/11/2020
Finalmente una voce squarcia il velo di ipocrisia governativa sull’ondata pandemica
L’infettivologo pisano Menichetti prende parola contro il Commissario Arcuri. Dall’inizio della pandemia abbiamo denunciato le cause dell’impreparazione del paese al virus.
Oltre dieci anni di tagli a tutto il sistema sanitario pubblico, con la Toscana di Enrico Rossi avanguardia in questa opera di ridimensionamento di posti letto, presidi sanitari, personale medico e infermieristico sono alla base della tragica situazione di questi giorni.
Le statistiche parlano chiaro: in Toscana sono stati tagliati più posti letto che in tutta Italia, manca la sanità di base, mancano ambulanze e personale tecnico, i piccoli ospedali di periferia sono stati ridimensionati, accentrando su quelli grandi una richiesta esorbitante che ora crea l’intasamento su Cisanello, determinando il conseguente taglio di letti per i malati di altre gravi patologie. In questi giorni non si muore solo di Covid-19!
Il neo presidente Eugenio Giani ora si straccia le vesti per il passaggio della Regione in zona rossa, solo per smarcarsi dalla rabbia di chi è costretto a chiudere e perderà il lavoro a causa del mancato sostegno economico governativo.
Un tragico rimpallo di responsabilità, giocato sulla pelle di chi si ammala e muore per un virus facilmente controllabile, come stanno dimostrando altri Stati del mondo, governati da principi di solidarietà ed umanesimo sconosciuti alle nostre classi dominanti.
Di fronte a questa tragedia in corso, sono sempre di più le voci dissonanti dalla retorica governativa, come l’infettivologo pisano Francesco Menichetti che sulle pagine del Tirreno ha preso la parola contro il commissario nazionale per l’emergenza Domenico Arcuri, il quale ogni giorno a reti unificate rappresenta una realtà sanitaria inesistente, smentita dal silenzioso fronte ospedaliero, dove medici, infermieri e volontari sono costretti a turni massacranti, a causa della cronica assenza di personale in pianta organica. Sull’altare dei tagli imposti dall’Unione Europea, dal pareggio di bilancio in Costituzione e dai ligi governatori regionali alla Rossi oggi contiamo i nostri morti.
Dice Menichetti “Arcuri ci prende per fessi. Temo che la parola d’ordine del governo sia ridimensionare. Ma i 200 ricoverati a Pisa sono malati di terrorismo mediatico o di Covid? Le file al pronto soccorso sono frutto dello spavento? Ed i morti? Ah, quelli sono lo 0,0005% del totale. Ma mi faccia il piacere!”.
Siamo contenti di questa netta presa di posizione, che ci auspichiamo si trasformi in una determinazione ad affrontare alla radice i problemi della sanità pubblica.
Occorre un grande piano sanitario nazionale che veda tutto il personale ospedaliero protagonista di un rilancio complessivo del sistema pubblico di prevenzione e difesa della salute. I miliardi regalati alla sanità privata e ad un sistema industriale nazionale parassitario vanno stornati in un welfare oramai distrutto, senza il quale le società non possono reggere alle sfide del presente e del futuro: pandemie, catastrofi naturali indotte dal cambiamento climatico, inquinamento, terremoti.
Se vogliamo salvarci dalle catastrofi del presente e del futuro è ora di cambiare radicalmente passo, verso quello che noi chiamiamo “Socialismo del XXI Secolo”.
Fonte
Oltre dieci anni di tagli a tutto il sistema sanitario pubblico, con la Toscana di Enrico Rossi avanguardia in questa opera di ridimensionamento di posti letto, presidi sanitari, personale medico e infermieristico sono alla base della tragica situazione di questi giorni.
Le statistiche parlano chiaro: in Toscana sono stati tagliati più posti letto che in tutta Italia, manca la sanità di base, mancano ambulanze e personale tecnico, i piccoli ospedali di periferia sono stati ridimensionati, accentrando su quelli grandi una richiesta esorbitante che ora crea l’intasamento su Cisanello, determinando il conseguente taglio di letti per i malati di altre gravi patologie. In questi giorni non si muore solo di Covid-19!
Il neo presidente Eugenio Giani ora si straccia le vesti per il passaggio della Regione in zona rossa, solo per smarcarsi dalla rabbia di chi è costretto a chiudere e perderà il lavoro a causa del mancato sostegno economico governativo.
Un tragico rimpallo di responsabilità, giocato sulla pelle di chi si ammala e muore per un virus facilmente controllabile, come stanno dimostrando altri Stati del mondo, governati da principi di solidarietà ed umanesimo sconosciuti alle nostre classi dominanti.
Di fronte a questa tragedia in corso, sono sempre di più le voci dissonanti dalla retorica governativa, come l’infettivologo pisano Francesco Menichetti che sulle pagine del Tirreno ha preso la parola contro il commissario nazionale per l’emergenza Domenico Arcuri, il quale ogni giorno a reti unificate rappresenta una realtà sanitaria inesistente, smentita dal silenzioso fronte ospedaliero, dove medici, infermieri e volontari sono costretti a turni massacranti, a causa della cronica assenza di personale in pianta organica. Sull’altare dei tagli imposti dall’Unione Europea, dal pareggio di bilancio in Costituzione e dai ligi governatori regionali alla Rossi oggi contiamo i nostri morti.
Dice Menichetti “Arcuri ci prende per fessi. Temo che la parola d’ordine del governo sia ridimensionare. Ma i 200 ricoverati a Pisa sono malati di terrorismo mediatico o di Covid? Le file al pronto soccorso sono frutto dello spavento? Ed i morti? Ah, quelli sono lo 0,0005% del totale. Ma mi faccia il piacere!”.
Siamo contenti di questa netta presa di posizione, che ci auspichiamo si trasformi in una determinazione ad affrontare alla radice i problemi della sanità pubblica.
Occorre un grande piano sanitario nazionale che veda tutto il personale ospedaliero protagonista di un rilancio complessivo del sistema pubblico di prevenzione e difesa della salute. I miliardi regalati alla sanità privata e ad un sistema industriale nazionale parassitario vanno stornati in un welfare oramai distrutto, senza il quale le società non possono reggere alle sfide del presente e del futuro: pandemie, catastrofi naturali indotte dal cambiamento climatico, inquinamento, terremoti.
Se vogliamo salvarci dalle catastrofi del presente e del futuro è ora di cambiare radicalmente passo, verso quello che noi chiamiamo “Socialismo del XXI Secolo”.
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21/08/2020
Teniamo in mente tutti quell’accaduto atroce
di Luca Baiada
Chi ricorda mette in imbarazzo, ma non quanto chi chiede giustizia.
Il 23 agosto 1944 i tedeschi, con la complicità di fascisti italiani, massacrano 174 persone nel Padule di Fucecchio. La più piccola ha quattro mesi; la più vecchia ha novantadue anni, è una contadina cieca e sorda: le mettono una bomba nella tasca del grembiule.
È uno dei tanti eccidi commessi dal 1943 al 1945. Nella sentenza di Norimberga si leggeva che le vittime in Italia erano almeno 7.500. Fino agli anni Novanta si parlava di quindicimila. Secondo i dati recenti sono più di trentamila.
Nel caso di Fucecchio si nota la collocazione del crimine in un’area appartata, cui la storia, quella che si studia a scuola, quella che conta, sembra aver sempre girato intorno. Forse proprio dai margini, certe cose si vedono meglio.
Il dolore, appena condiviso in cerimonie religiose trascurate dalle autorità e malviste dai benestanti, si è chiuso nel silenzio, nelle lacrime in famiglia, mai cessate, nei fiori deposti su piccole lapidi sparse per la campagna. Allo strazio affettivo si sono aggiunte conseguenze pratiche devastanti. La morte di componenti attivi, in una famiglia contadina, riduce tutti alla fame.
Subito dopo la guerra furono condannati tre tedeschi, ma negli anni Cinquanta non ce n’era più uno in carcere. Pochi anni fa ne sono stati condannati altri, ma la Germania non li ha consegnati e la sentenza è rimasta lettera morta.
Berlino non ha mai pagato il risarcimento economico alle famiglie colpite. Eppure il loro credito è fuori discussione, come per tutti i massacri.
L’anno scorso un gruppo di familiari viene a sapere che il monumento principale, quello di Castelmartini inaugurato da Carlo Azeglio Ciampi nel 2002, è stato restaurato con denaro della Germania. Protestano, la manutenzione doveva essere fatta dalla comunità, «quale tributo alle persone che sono morte e ai sopravvissuti che hanno sofferto tutta la vita». Prendono posizione anche più in generale:
«La corresponsione dei risarcimenti ha un gran significato morale e simbolico, perché rappresenta il riconoscimento del valore della vita delle persone al di sopra delle guerre e della ragion di Stato. […] La Germania sarà sicuramente presente all’inaugurazione e verranno espressi i migliori sentimenti di rifiuto della guerra, delle stragi e della violenza, ma tutto ciò contrasta con la realtà e i comportamenti che essa mette in pratica».
Agosto 2019, la commemorazione: clima da evento, musica, fotografie, tedeschi che fanno le vacanze intelligenti; fra gli oratori, un diplomatico che sbaglia la pronuncia delle località; distribuzione di un libro con l’Ambasciata già in copertina, tanto per essere chiari.
Però. A porre il problema della giustizia, alla stessa cerimonia, è il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, in pubblico e alla stampa:
«L’Armadio della vergogna c’è. E il nostro paese non si è mosso come avrebbe dovuto. Perché le sentenze, contro i mandanti di quelle stragi, non sono state portate a esecuzione. È una vergogna, questa, che ci portiamo dietro, come Italia. E come Regione Toscana siamo disposti a fare ancora di più per arrivare a una degna conclusione. Lo dobbiamo alle vittime, ai superstiti e ai loro familiari».
Gli interessati, sentito questo, gli chiedono un incontro, fatti concreti, aiuto per i risarcimenti. Vengono ricevuti dagli uffici di presidenza, ci sono promesse di attenzione.
Invocano che la Toscana, come ente pubblico, faccia causa alla Germania; hanno saputo che un Comune l’ha fatto, per un eccidio in Abruzzo. Vogliono anche che la Regione sostenga le spese delle cause fatte dai privati, informi i Comuni e la cittadinanza, valorizzi il tema. La vedono così:
«L’impegno che chiediamo è per la storia, non sulla storia. Nel 1786 la Toscana, prima nel mondo, abolì la pena di morte. Adesso bisogna schierarsi perché i crimini contro l’umanità siano risarciti. La Toscana chiamando in causa lo Stato tedesco può fare un gesto di grande statura: contrasto al nazifascismo, quindi difesa dei pilastri della civiltà, e dissuasione dalla commissione di nuove stragi, ovunque. […] Lei, presidente, che ricorda in pubblico con dignità la Sua famiglia di lavoratori, segua l’esempio di chi nel Secolo dei Lumi abolì la pena di morte: apra la stagione di una concreta responsabilità degli Stati».
Ne parla la stampa, ne parla la televisione. Riescono anche a intervenire alla Corte d’appello fiorentina: «Oggi, per la prima volta in settantacinque anni dalla Liberazione, un gruppo di vittime prende la parola all’inaugurazione di un anno giudiziario. Vogliamo che sia il segno di una svolta». A quel punto si esprimono a favore sindaci, associazioni, anche di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, e gruppi di familiari, come quelli dei caduti a Cefalonia. In Regione, a Firenze, c’è la mozione di un gruppo di consiglieri: «Fornire ogni supporto utile affinché venga soddisfatta la legittima e giusta richiesta di giustizia per le vittime e i loro familiari». La storia, quella che si studia a scuola, c’è chi prova a cambiarla.
Ma Enrico Rossi si ferma. Eppure, su Facebook, a dicembre 2019: «Metterò tutto il mio impegno per affiancare i familiari delle vittime delle stragi naziste nella loro richiesta di risarcimento alla Germania e verificare la possibilità di far costituire la Regione stessa. Ci incontreremo a breve per una risposta ufficiale».
Dichiarazioni come queste non si erano mai sentite. L’esito non s’è visto. Dare la colpa al Covid non avrebbe senso: c’è l’informatica, la Regione ha proseguito le attività e il differimento delle elezioni ha dato più tempo. Adesso la fine del mandato è vicina.
Se il presidente di una Regione si limita alle dichiarazioni, allora dice bene lui stesso: «L’Armadio della vergogna c’è». Sulle stragi, a partire dagli anni Novanta le sentenze sono state emesse ma non eseguite, e adesso si è prigionieri di un palcoscenico: le istituzioni commemorano, gli ambasciatori dichiarano, gli storici raccontano, i politici promettono. L’Armadio è diventato una passerella. Eppure, anni fa, proprio la Toscana si era costituita parte civile nei processi ai militari tedeschi; un deportato aretino ha combattuto la vertenza sino in Cassazione; la rimessione alla Corte costituzionale, che nel 2014 ha riaperto la strada alle cause contro la Germania, si deve al Tribunale di Firenze. Il peso della Toscana in questa storia è vistoso.
Effettivamente il Granducato abolì la pena di morte. Ma se la Firenze del Secolo dei Lumi abolì la forca, lo spettacolo del supplizio, invece la Firenze del secolo dei selfie è un supplizio di spettacoli. E sia chiaro: chi accetta l’ingiustizia sui crimini di ieri, non può condannare quelli successivi.
Di più. Per i superstiti delle stragi, privati nell’infanzia del padre, della madre, di figure protettive di riferimento, il rapporto con l’autorità spesso è una ferita aperta. Promettere proprio a loro, e non mantenere, su quella ferita mette il sale, riapre il lutto, aggrava l’abbandono. Ma le dichiarazioni del 2019 impegnano la Toscana, quindi dovrà tenerne conto anche l’amministrazione che uscirà dalle prossime elezioni.
Un personaggio, probabilmente un barrocciaio, di sicuro un poeta improvvisatore, in Valdinievole dopo la guerra ripeteva una ballata: «Popolo se mi ascolti / ti spiego la tragedia, / il 23 d’agosto / l’orribile commedia…». Finiva così: «Teniamo in mente tutti / quell’accaduto atroce / ci hanno pieno di lutti / spregiando anche la croce. / Questi vigliacchi non so’ a scorda’ / noi comunisti a vendica’».
Un poeta più famoso, secoli prima, conosceva i suoi concittadini e li mise a posto così: «Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca / per non venir sanza consiglio a l’arco; / ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca» (Purgatorio, VI).
C’è differenza, tra la giustizia e le commemorazioni. Somiglia alla differenza tra chi fa e chi promette.
Fonte
Chi ricorda mette in imbarazzo, ma non quanto chi chiede giustizia.
Il 23 agosto 1944 i tedeschi, con la complicità di fascisti italiani, massacrano 174 persone nel Padule di Fucecchio. La più piccola ha quattro mesi; la più vecchia ha novantadue anni, è una contadina cieca e sorda: le mettono una bomba nella tasca del grembiule.
È uno dei tanti eccidi commessi dal 1943 al 1945. Nella sentenza di Norimberga si leggeva che le vittime in Italia erano almeno 7.500. Fino agli anni Novanta si parlava di quindicimila. Secondo i dati recenti sono più di trentamila.
Nel caso di Fucecchio si nota la collocazione del crimine in un’area appartata, cui la storia, quella che si studia a scuola, quella che conta, sembra aver sempre girato intorno. Forse proprio dai margini, certe cose si vedono meglio.
Il dolore, appena condiviso in cerimonie religiose trascurate dalle autorità e malviste dai benestanti, si è chiuso nel silenzio, nelle lacrime in famiglia, mai cessate, nei fiori deposti su piccole lapidi sparse per la campagna. Allo strazio affettivo si sono aggiunte conseguenze pratiche devastanti. La morte di componenti attivi, in una famiglia contadina, riduce tutti alla fame.
Subito dopo la guerra furono condannati tre tedeschi, ma negli anni Cinquanta non ce n’era più uno in carcere. Pochi anni fa ne sono stati condannati altri, ma la Germania non li ha consegnati e la sentenza è rimasta lettera morta.
Berlino non ha mai pagato il risarcimento economico alle famiglie colpite. Eppure il loro credito è fuori discussione, come per tutti i massacri.
L’anno scorso un gruppo di familiari viene a sapere che il monumento principale, quello di Castelmartini inaugurato da Carlo Azeglio Ciampi nel 2002, è stato restaurato con denaro della Germania. Protestano, la manutenzione doveva essere fatta dalla comunità, «quale tributo alle persone che sono morte e ai sopravvissuti che hanno sofferto tutta la vita». Prendono posizione anche più in generale:
«La corresponsione dei risarcimenti ha un gran significato morale e simbolico, perché rappresenta il riconoscimento del valore della vita delle persone al di sopra delle guerre e della ragion di Stato. […] La Germania sarà sicuramente presente all’inaugurazione e verranno espressi i migliori sentimenti di rifiuto della guerra, delle stragi e della violenza, ma tutto ciò contrasta con la realtà e i comportamenti che essa mette in pratica».
Agosto 2019, la commemorazione: clima da evento, musica, fotografie, tedeschi che fanno le vacanze intelligenti; fra gli oratori, un diplomatico che sbaglia la pronuncia delle località; distribuzione di un libro con l’Ambasciata già in copertina, tanto per essere chiari.
Però. A porre il problema della giustizia, alla stessa cerimonia, è il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, in pubblico e alla stampa:
«L’Armadio della vergogna c’è. E il nostro paese non si è mosso come avrebbe dovuto. Perché le sentenze, contro i mandanti di quelle stragi, non sono state portate a esecuzione. È una vergogna, questa, che ci portiamo dietro, come Italia. E come Regione Toscana siamo disposti a fare ancora di più per arrivare a una degna conclusione. Lo dobbiamo alle vittime, ai superstiti e ai loro familiari».
Gli interessati, sentito questo, gli chiedono un incontro, fatti concreti, aiuto per i risarcimenti. Vengono ricevuti dagli uffici di presidenza, ci sono promesse di attenzione.
Invocano che la Toscana, come ente pubblico, faccia causa alla Germania; hanno saputo che un Comune l’ha fatto, per un eccidio in Abruzzo. Vogliono anche che la Regione sostenga le spese delle cause fatte dai privati, informi i Comuni e la cittadinanza, valorizzi il tema. La vedono così:
«L’impegno che chiediamo è per la storia, non sulla storia. Nel 1786 la Toscana, prima nel mondo, abolì la pena di morte. Adesso bisogna schierarsi perché i crimini contro l’umanità siano risarciti. La Toscana chiamando in causa lo Stato tedesco può fare un gesto di grande statura: contrasto al nazifascismo, quindi difesa dei pilastri della civiltà, e dissuasione dalla commissione di nuove stragi, ovunque. […] Lei, presidente, che ricorda in pubblico con dignità la Sua famiglia di lavoratori, segua l’esempio di chi nel Secolo dei Lumi abolì la pena di morte: apra la stagione di una concreta responsabilità degli Stati».
Ne parla la stampa, ne parla la televisione. Riescono anche a intervenire alla Corte d’appello fiorentina: «Oggi, per la prima volta in settantacinque anni dalla Liberazione, un gruppo di vittime prende la parola all’inaugurazione di un anno giudiziario. Vogliamo che sia il segno di una svolta». A quel punto si esprimono a favore sindaci, associazioni, anche di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, e gruppi di familiari, come quelli dei caduti a Cefalonia. In Regione, a Firenze, c’è la mozione di un gruppo di consiglieri: «Fornire ogni supporto utile affinché venga soddisfatta la legittima e giusta richiesta di giustizia per le vittime e i loro familiari». La storia, quella che si studia a scuola, c’è chi prova a cambiarla.
Ma Enrico Rossi si ferma. Eppure, su Facebook, a dicembre 2019: «Metterò tutto il mio impegno per affiancare i familiari delle vittime delle stragi naziste nella loro richiesta di risarcimento alla Germania e verificare la possibilità di far costituire la Regione stessa. Ci incontreremo a breve per una risposta ufficiale».
Dichiarazioni come queste non si erano mai sentite. L’esito non s’è visto. Dare la colpa al Covid non avrebbe senso: c’è l’informatica, la Regione ha proseguito le attività e il differimento delle elezioni ha dato più tempo. Adesso la fine del mandato è vicina.
Se il presidente di una Regione si limita alle dichiarazioni, allora dice bene lui stesso: «L’Armadio della vergogna c’è». Sulle stragi, a partire dagli anni Novanta le sentenze sono state emesse ma non eseguite, e adesso si è prigionieri di un palcoscenico: le istituzioni commemorano, gli ambasciatori dichiarano, gli storici raccontano, i politici promettono. L’Armadio è diventato una passerella. Eppure, anni fa, proprio la Toscana si era costituita parte civile nei processi ai militari tedeschi; un deportato aretino ha combattuto la vertenza sino in Cassazione; la rimessione alla Corte costituzionale, che nel 2014 ha riaperto la strada alle cause contro la Germania, si deve al Tribunale di Firenze. Il peso della Toscana in questa storia è vistoso.
Effettivamente il Granducato abolì la pena di morte. Ma se la Firenze del Secolo dei Lumi abolì la forca, lo spettacolo del supplizio, invece la Firenze del secolo dei selfie è un supplizio di spettacoli. E sia chiaro: chi accetta l’ingiustizia sui crimini di ieri, non può condannare quelli successivi.
Di più. Per i superstiti delle stragi, privati nell’infanzia del padre, della madre, di figure protettive di riferimento, il rapporto con l’autorità spesso è una ferita aperta. Promettere proprio a loro, e non mantenere, su quella ferita mette il sale, riapre il lutto, aggrava l’abbandono. Ma le dichiarazioni del 2019 impegnano la Toscana, quindi dovrà tenerne conto anche l’amministrazione che uscirà dalle prossime elezioni.
Un personaggio, probabilmente un barrocciaio, di sicuro un poeta improvvisatore, in Valdinievole dopo la guerra ripeteva una ballata: «Popolo se mi ascolti / ti spiego la tragedia, / il 23 d’agosto / l’orribile commedia…». Finiva così: «Teniamo in mente tutti / quell’accaduto atroce / ci hanno pieno di lutti / spregiando anche la croce. / Questi vigliacchi non so’ a scorda’ / noi comunisti a vendica’».
Un poeta più famoso, secoli prima, conosceva i suoi concittadini e li mise a posto così: «Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca / per non venir sanza consiglio a l’arco; / ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca» (Purgatorio, VI).
C’è differenza, tra la giustizia e le commemorazioni. Somiglia alla differenza tra chi fa e chi promette.
Fonte
26/07/2020
Mobilità elettrica, ne vale la pena?
di Nello Gradirà
Anni fa mi sono appassionato ai veicoli elettrici e avevo sempre sognato di possederne uno. Un sogno che sembrava destinato a rimanere tale perché gli svantaggi erano tali e tanti da sconsigliare nel modo più assoluto di spendere dei soldi in questo modo. In primo luogo il prezzo d’acquisto: più del doppio – se non il triplo – di un’auto tradizionale della stessa categoria. Poi l’autonomia, estremamente ridotta (si arrivava al massimo intorno ai 180 chilometri) che limitava il raggio degli spostamenti a un’area cittadina o poco più. In terzo luogo il costo dell’energia: difficile da calcolare, come vedremo, e non sempre più conveniente rispetto a quello del metano o del gpl. Infine le considerazioni sull’impatto ambientale dell’auto: certo, nel momento in cui si usa un’auto elettrica non si produce alcun tipo di inquinamento (né da emissioni, né acustico), ma l’impatto ambientale reale è quello che deriva dalla fonte da cui viene ricavata l’energia elettrica da utilizzare, dalla produzione e dallo smaltimento dei materiali con cui l’auto è costruita. In poche parole, se carichi la batteria con elettricità proveniente da una centrale nucleare in pratica hai un’auto ad energia nucleare e questo non è che sia tanto “verde”.
Nel corso del tempo la situazione è cambiata sensibilmente. Il prezzo delle auto elettriche è molto calato, a causa sia degli incentivi pubblici (statati e/o regionali) che degli sconti da parte del concessionario, che portano il costo dell’acquisto più o meno ai livelli delle auto a motore termico della stessa categoria. Inoltre l’autonomia è molto aumentata e anche su veicoli non molto costosi si raggiungono ormai facilmente i 400 chilometri con un “pieno”, cosa che rende possibili anche spostamenti un po’ più avventurosi rispetto al passato (per esempio un tragitto Livorno-Firenze comincia ad essere fattibile senza gli avvoltoi che ti svolazzano sopra e l’incubo del carro attrezzi). In base a queste due considerazioni ho “adocchiato” un’auto che mi piaceva e l'ho comprata.
Sono quelle cose che si fanno d’istinto e che poi magari ti penti di aver fatto, comunque ora ho un’auto elettrica. Ha una batteria da 52 kw e arriva a 140 km/h. L’ho pagata 15.900 euro, considerato lo sconto del concessionario, l’incentivo statale di 4mila e la valutazione dell’usato di 2.600€. Me la sono cavata con un acconto di 2.900€ e una rata mensile stile debito pubblico greco.
Bisogna intanto notare che a differenza di altre regioni dove il bonus può arrivare a 10mila euro la Regione Toscana, che chiacchiera tanto, non prevede alcun incentivo. Per carità, essendo soldi pubblici che comunque vanno in tasca a privati può essere anche giusto, ma almeno la si smetta di parlare del cosiddetto “modello toscano” come se fosse chissà quale paese dei balocchi.
Ovviamente mi sono dovuto porre il problema dei costi e delle modalità di ricarica. L’obiettivo è quello di andare almeno in pari con la mia vecchia auto a metano, per la quale con un pieno da circa 15 euro facevo più o meno 300 km. Quindi il costo complessivo dei miei 3mila km al mese (sono un pendolare, da casa mia al lavoro ci sono circa 40 km) era di 150 euro.
Con l’auto elettrica si arriva quasi a questa spesa solo con il noleggio della batteria che a chilometraggio illimitato viene 124 euro al mese.
Conviene il noleggio della batteria anziché l’acquisto? Penso di sì, in primo luogo perché con l’acquisto della batteria il prezzo complessivo del veicolo schizza a livelli insostenibili, secondo perché con il noleggio la casa produttrice è obbligata a sostituire la batteria in caso di qualsiasi inconveniente (la batteria costa quasi quanto mezza macchina, si può considerare una forma di assicurazione).
Però se si vuole rimanere sui livelli di spesa del metano il costo delle ricariche dev’essere molto limitato. Le ricariche presso colonnine pubbliche costano di solito 40 o 50 centesimi al kw, per cui una ricarica completa della batteria dell’auto che ho comprato costa tra i 20 e i 25 euro. Per fare 3mila km al mese la spesa oscilla tra i 160 e i 190 euro. Con queste tariffe, se ci si aggiunge il noleggio della batteria il costo mensile dell’auto elettrica doppia quello dell’auto a metano.
Quindi per ridurre sensibilmente il costo della ricarica bisogna attrezzarsi a casa propria. Non tutti possono farlo, ci vuole un cortile o un garage, ma nel mio caso è possibile. Va installata una “wallbox”, ovvero una centralina che permette la ricarica dell’auto ad una velocità accettabile. Per dire la verità con l’auto viene fornito anche un cavo che si può connettere a una presa “schuko” (la cosiddetta presa tedesca) ma la velocità è estremamente ridotta e secondo molti esperti non ci sono sufficienti garanzie di sicurezza.
Di wallbox ce ne sono di vari tipi e prezzi. Più sono potenti più la ricarica è veloce, ma un normale impianto casalingo monofase non regge potenze superiori ai 6 kw, quindi è inutile comprarsi una centralina da 7,2 kw o anche di più a meno che non si voglia, oltre che aumentare la potenza del contatore, mettere la trifase a 380 volt (scusate se i termini non sono quelli tecnici corretti).
Io ho scelto una wallbox da 3,6 kw (foto) che mi è costata circa 400 euro. Questo tipo di centraline è di facile installazione (o almeno dovrebbe). Ho portato la potenza a casa a 5 kw, il che mi è costato 160 euro.
I tempi per la ricarica casalinga sarebbero di circa 7 ore per il 50% della batteria, che corrisponde a circa 200 km.
Per quanto riguarda i costi sono entrato in una vera e propria giungla perché è praticamente impossibile capire quali siano le bollette elettriche più convenienti dei vari gestori. In casa io avevo un contratto con il Servizio Elettrico Nazionale per il contatore da 3 kw al costo di circa 25 centesimi al kw. Con questa tariffa il costo per un “pieno” sarebbe di 13 euro. Ho scelto quindi di cambiare gestore (chissà perché l’aumento di potenza del contatore l’ho dovuto pagare dopo tre giorni ma il nuovo contratto subentrerà solo il 1° settembre) e ho scelto una tariffa di Eni Gas&Luce con cui si dovrebbero spendere 3 centesimi al kw, ma attenzione perché 3 centesimi è il costo della sola “componente energetica”, poi ci sono le tasse, i costi di trasporto dell’energia e tutta una serie di voci che fanno lievitare il prezzo. Inutile chiedere al gestore un preventivo complessivo, ti dirà che i costi variano in base ai vari comuni. Guardando le bollette attuali si può ipotizzare che la componente energetica arrivi al 30-40% del costo totale, per cui con il nuovo contratto una ricarica totale mi dovrebbe costare meno di 4 euro.
Il costo mensile dato dal noleggio della batteria e dal rifornimento per 3mila km scenderebbe quindi a 154 euro, più o meno uguale a quello del metano. Ma va considerato che non c’è molta manutenzione (olio e simili), non si paga bollo e si può parcheggiare gratis in molti parcheggi a pagamento (i permessi variano da Comune a Comune). Molte coperture assicurative sono offerte dal concessionario e quindi il costo dell’assicurazione è dimezzato. L’obiettivo minimo di non aumentare i costi è quindi raggiunto. Devo ammettere che la mia auto vecchia dal punto di vista meccanico non aveva mai dato problemi: ne ho avute due uguali di seguito con cui ho fatto quasi 500mila km e mai un guasto, solo malfunzionamenti della centralina elettronica (mi segnalava ghiaccio sulla strada in pieno agosto), ma guidare la macchina nuova è tutta un’altra cosa. E poi sapere di produrre una quantità impressionante di uno dei gas serra più pericolosi mi dava un gran complesso di colpa (mi ha sempre colpito la storia delle emissioni di metano dei grandi allevamenti di bovini).
Quello che non sopporto è il modo cialtronesco di gestire le tariffe di un bene fondamentale quale l’energia elettrica come se fossero i lupini o le seme che si comprano allo stadio. Possibile che il consumatore debba fare contratti al buio? Possibile che se si sceglie il “mercato libero” ti possano cambiare unilateralmente le tariffe dopo un certo periodo di tempo? È la stessa storia di quando i gestori telefonici decisero che i mesi avevano 28 giorni anziché 30... Sarebbe veramente importante una seria e credibile associazione di difesa dei consumatori soprattutto per tutelare gli anziani da tutti questi trucchetti da strapazzo.
Problema: la centralina che ho installato non funziona, probabilmente per un collegamento sbagliato all’impianto di terra. In attesa di un nuovo intervento dell’elettricista mi sono salvato dai costi di ricarica eccessivi perché per fortuna questo mese c’è un’offerta di Enel X che ti consente ricariche illimitate con soli 30 euro, quindi a un costo inferiore anche alle ricariche casalinghe. Ad agosto non si prospettano offerte (torniamo al discorso di prima sulle seme e i lupini) e quindi speriamo che l’intervento dell’elettricista sia risolutivo.
Intanto ho potuto verificare che l’autonomia dell’auto è quella dichiarata dal produttore (sui primi 1000 km mi è risultata di 383).
Come mi sono trovato con le centraline pubbliche? Molto bene dal punto di vista della gestione con la app di Enel X: arrivi, apri la app, selezioni la colonnina, attacchi e carichi. Poi quando hai finito stacchi e te ne vai. Le centraline hanno due prese ma con attacchi diversi per cui solo una delle due prese va bene per un certo tipo di macchina. Le spine sono bloccate e nessuno può staccare il cavo. I tempi sono un po’ più lunghi di quanto si legge, perché le colonnine sono date per 22 kw ma non superano i 16, il più delle volte caricano a 12. Quindi per mezzo pieno ci vogliono 2 ore e 10 minuti.
Oltre alla durata vi sono due problemi: il primo è che in provincia di Livorno di colonnine ce ne sono pochissime. A Pisa e dintorni tanto per fare un paragone ce ne sono più di 40. Sul mio tragitto abituale invece ce n’è una a Livorno e una a Cecina, poi un po’ fuori strada ce n’è un‘altra a Stagno e una a Marina di Cecina. Se trovi occupato (puoi controllare anche tramite l’app) come si dice da noi “l’hai avuta”. A quanto ne so i residenti a Livorno possono chiedere al Comune di installare centraline sotto casa ma sarebbero comunque accessibili a tutti, quindi il rischio di trovarle occupate ci sarebbe lo stesso.
Con questa infrastruttura speriamo che le auto elettriche non le compri nessuno perché sennò diventerebbe davvero un’impresa caricare. Il secondo problema è che se prendi l’offerta di un gestore poi puoi caricare solo da quel gestore o da altri convenzionati le cui colonnine si possono utilizzare in roaming. Sarebbe come se per la benzina si dovesse fare un contratto con la Esso o con la Total e si potesse fare il pieno solo nei loro distributori. Io ad esempio con le tariffe Enel X non posso caricare ad una misteriosa colonnina che si trova a Porta a Terra.
Leggo che stanno potenziando la rete di colonnine presso i centri commerciali, ma a differenza di quanto accade in Germania e in altri Paesi questi impianti non sarebbero gratuiti ma a pagamento. Sembra che nei nuovi decreti governativi sia previsto anche l’obbligo per i gestori autostradali di installare colonnine nelle aree di servizio, ma se non rendono disponibili colonnine rapide a prezzi accessibili la vedo dura. Non puoi certo andare a Milano e fermarti due volte per due ore per caricare. Purtroppo però da quello che ho capito le colonnine rapide da 50 kw a corrente continua funzionano con una presa diversa per cui andrebbe comprato un altro cavo (quello che ho io, compreso nel prezzo dell’auto, costa 700 euro), sempre che l’auto sia predisposta per la DC.
Per finire le considerazioni sull’impatto ambientale complessivo: ho visto che molti gestori garantiscono (sia per gli impianti casalinghi che per le colonnine pubbliche) di fornire energia proveniente solo da fonti rinnovabili. Non so se sia vero, e che cosa si intenda per fonti rinnovabili (spesso per accaparrarsi qualche sussidio si sono trovate le definizioni più strane) ma credo comunque sia un fatto importante. Del resto leggo che il 50% dell’energia disponibile proverrebbe già da fonti rinnovabili. Per quanto riguarda la produzione e lo smaltimento dei componenti dell’auto, sembra che quasi tutti i materiali utilizzati siano riciclati e riciclabili…
Secondo un calcolo (ma ci saranno sicuramente versioni diverse a seconda della fonte) un veicolo elettrico nel suo intero ciclo di vita produce il 70% meno emissioni di un veicolo con motore termico. Voglio crederci.
Per quella che è la mia brevissima esperienza di possessore di un’auto elettrica posso dire che mi sto divertendo, anche se come avete letto ci sono un sacco di seccature e non mi pare che ci sia veramente intenzione di promuovere la mobilità elettrica, sia a livello di incentivi per l’acquisto (ci sono dei Paesi dove il bonus statale copre l’intero prezzo del veicolo) che a livello di infrastruttura, dove siamo sempre ai tempi di Re Pipino. Vedremo se tutti coloro che parlano di green economy passeranno dai discorsi ai fatti. Vi aggiornerò sull’intervento dell’elettricista.
Fonte
Se queste sono le alternative alla mobilità e soprattutto lo spirito con qui almeno una parte dell'antagonismo le affronta siamo messi malissimo e infatti siamo profondamente mal presi per davvero...
Anni fa mi sono appassionato ai veicoli elettrici e avevo sempre sognato di possederne uno. Un sogno che sembrava destinato a rimanere tale perché gli svantaggi erano tali e tanti da sconsigliare nel modo più assoluto di spendere dei soldi in questo modo. In primo luogo il prezzo d’acquisto: più del doppio – se non il triplo – di un’auto tradizionale della stessa categoria. Poi l’autonomia, estremamente ridotta (si arrivava al massimo intorno ai 180 chilometri) che limitava il raggio degli spostamenti a un’area cittadina o poco più. In terzo luogo il costo dell’energia: difficile da calcolare, come vedremo, e non sempre più conveniente rispetto a quello del metano o del gpl. Infine le considerazioni sull’impatto ambientale dell’auto: certo, nel momento in cui si usa un’auto elettrica non si produce alcun tipo di inquinamento (né da emissioni, né acustico), ma l’impatto ambientale reale è quello che deriva dalla fonte da cui viene ricavata l’energia elettrica da utilizzare, dalla produzione e dallo smaltimento dei materiali con cui l’auto è costruita. In poche parole, se carichi la batteria con elettricità proveniente da una centrale nucleare in pratica hai un’auto ad energia nucleare e questo non è che sia tanto “verde”.
Nel corso del tempo la situazione è cambiata sensibilmente. Il prezzo delle auto elettriche è molto calato, a causa sia degli incentivi pubblici (statati e/o regionali) che degli sconti da parte del concessionario, che portano il costo dell’acquisto più o meno ai livelli delle auto a motore termico della stessa categoria. Inoltre l’autonomia è molto aumentata e anche su veicoli non molto costosi si raggiungono ormai facilmente i 400 chilometri con un “pieno”, cosa che rende possibili anche spostamenti un po’ più avventurosi rispetto al passato (per esempio un tragitto Livorno-Firenze comincia ad essere fattibile senza gli avvoltoi che ti svolazzano sopra e l’incubo del carro attrezzi). In base a queste due considerazioni ho “adocchiato” un’auto che mi piaceva e l'ho comprata.
Sono quelle cose che si fanno d’istinto e che poi magari ti penti di aver fatto, comunque ora ho un’auto elettrica. Ha una batteria da 52 kw e arriva a 140 km/h. L’ho pagata 15.900 euro, considerato lo sconto del concessionario, l’incentivo statale di 4mila e la valutazione dell’usato di 2.600€. Me la sono cavata con un acconto di 2.900€ e una rata mensile stile debito pubblico greco.
Bisogna intanto notare che a differenza di altre regioni dove il bonus può arrivare a 10mila euro la Regione Toscana, che chiacchiera tanto, non prevede alcun incentivo. Per carità, essendo soldi pubblici che comunque vanno in tasca a privati può essere anche giusto, ma almeno la si smetta di parlare del cosiddetto “modello toscano” come se fosse chissà quale paese dei balocchi.
Ovviamente mi sono dovuto porre il problema dei costi e delle modalità di ricarica. L’obiettivo è quello di andare almeno in pari con la mia vecchia auto a metano, per la quale con un pieno da circa 15 euro facevo più o meno 300 km. Quindi il costo complessivo dei miei 3mila km al mese (sono un pendolare, da casa mia al lavoro ci sono circa 40 km) era di 150 euro.
Con l’auto elettrica si arriva quasi a questa spesa solo con il noleggio della batteria che a chilometraggio illimitato viene 124 euro al mese.
Conviene il noleggio della batteria anziché l’acquisto? Penso di sì, in primo luogo perché con l’acquisto della batteria il prezzo complessivo del veicolo schizza a livelli insostenibili, secondo perché con il noleggio la casa produttrice è obbligata a sostituire la batteria in caso di qualsiasi inconveniente (la batteria costa quasi quanto mezza macchina, si può considerare una forma di assicurazione).
Però se si vuole rimanere sui livelli di spesa del metano il costo delle ricariche dev’essere molto limitato. Le ricariche presso colonnine pubbliche costano di solito 40 o 50 centesimi al kw, per cui una ricarica completa della batteria dell’auto che ho comprato costa tra i 20 e i 25 euro. Per fare 3mila km al mese la spesa oscilla tra i 160 e i 190 euro. Con queste tariffe, se ci si aggiunge il noleggio della batteria il costo mensile dell’auto elettrica doppia quello dell’auto a metano.
Quindi per ridurre sensibilmente il costo della ricarica bisogna attrezzarsi a casa propria. Non tutti possono farlo, ci vuole un cortile o un garage, ma nel mio caso è possibile. Va installata una “wallbox”, ovvero una centralina che permette la ricarica dell’auto ad una velocità accettabile. Per dire la verità con l’auto viene fornito anche un cavo che si può connettere a una presa “schuko” (la cosiddetta presa tedesca) ma la velocità è estremamente ridotta e secondo molti esperti non ci sono sufficienti garanzie di sicurezza.
Di wallbox ce ne sono di vari tipi e prezzi. Più sono potenti più la ricarica è veloce, ma un normale impianto casalingo monofase non regge potenze superiori ai 6 kw, quindi è inutile comprarsi una centralina da 7,2 kw o anche di più a meno che non si voglia, oltre che aumentare la potenza del contatore, mettere la trifase a 380 volt (scusate se i termini non sono quelli tecnici corretti).
Io ho scelto una wallbox da 3,6 kw (foto) che mi è costata circa 400 euro. Questo tipo di centraline è di facile installazione (o almeno dovrebbe). Ho portato la potenza a casa a 5 kw, il che mi è costato 160 euro.
I tempi per la ricarica casalinga sarebbero di circa 7 ore per il 50% della batteria, che corrisponde a circa 200 km.
Per quanto riguarda i costi sono entrato in una vera e propria giungla perché è praticamente impossibile capire quali siano le bollette elettriche più convenienti dei vari gestori. In casa io avevo un contratto con il Servizio Elettrico Nazionale per il contatore da 3 kw al costo di circa 25 centesimi al kw. Con questa tariffa il costo per un “pieno” sarebbe di 13 euro. Ho scelto quindi di cambiare gestore (chissà perché l’aumento di potenza del contatore l’ho dovuto pagare dopo tre giorni ma il nuovo contratto subentrerà solo il 1° settembre) e ho scelto una tariffa di Eni Gas&Luce con cui si dovrebbero spendere 3 centesimi al kw, ma attenzione perché 3 centesimi è il costo della sola “componente energetica”, poi ci sono le tasse, i costi di trasporto dell’energia e tutta una serie di voci che fanno lievitare il prezzo. Inutile chiedere al gestore un preventivo complessivo, ti dirà che i costi variano in base ai vari comuni. Guardando le bollette attuali si può ipotizzare che la componente energetica arrivi al 30-40% del costo totale, per cui con il nuovo contratto una ricarica totale mi dovrebbe costare meno di 4 euro.
Il costo mensile dato dal noleggio della batteria e dal rifornimento per 3mila km scenderebbe quindi a 154 euro, più o meno uguale a quello del metano. Ma va considerato che non c’è molta manutenzione (olio e simili), non si paga bollo e si può parcheggiare gratis in molti parcheggi a pagamento (i permessi variano da Comune a Comune). Molte coperture assicurative sono offerte dal concessionario e quindi il costo dell’assicurazione è dimezzato. L’obiettivo minimo di non aumentare i costi è quindi raggiunto. Devo ammettere che la mia auto vecchia dal punto di vista meccanico non aveva mai dato problemi: ne ho avute due uguali di seguito con cui ho fatto quasi 500mila km e mai un guasto, solo malfunzionamenti della centralina elettronica (mi segnalava ghiaccio sulla strada in pieno agosto), ma guidare la macchina nuova è tutta un’altra cosa. E poi sapere di produrre una quantità impressionante di uno dei gas serra più pericolosi mi dava un gran complesso di colpa (mi ha sempre colpito la storia delle emissioni di metano dei grandi allevamenti di bovini).
Quello che non sopporto è il modo cialtronesco di gestire le tariffe di un bene fondamentale quale l’energia elettrica come se fossero i lupini o le seme che si comprano allo stadio. Possibile che il consumatore debba fare contratti al buio? Possibile che se si sceglie il “mercato libero” ti possano cambiare unilateralmente le tariffe dopo un certo periodo di tempo? È la stessa storia di quando i gestori telefonici decisero che i mesi avevano 28 giorni anziché 30... Sarebbe veramente importante una seria e credibile associazione di difesa dei consumatori soprattutto per tutelare gli anziani da tutti questi trucchetti da strapazzo.
Problema: la centralina che ho installato non funziona, probabilmente per un collegamento sbagliato all’impianto di terra. In attesa di un nuovo intervento dell’elettricista mi sono salvato dai costi di ricarica eccessivi perché per fortuna questo mese c’è un’offerta di Enel X che ti consente ricariche illimitate con soli 30 euro, quindi a un costo inferiore anche alle ricariche casalinghe. Ad agosto non si prospettano offerte (torniamo al discorso di prima sulle seme e i lupini) e quindi speriamo che l’intervento dell’elettricista sia risolutivo.
Intanto ho potuto verificare che l’autonomia dell’auto è quella dichiarata dal produttore (sui primi 1000 km mi è risultata di 383).
Come mi sono trovato con le centraline pubbliche? Molto bene dal punto di vista della gestione con la app di Enel X: arrivi, apri la app, selezioni la colonnina, attacchi e carichi. Poi quando hai finito stacchi e te ne vai. Le centraline hanno due prese ma con attacchi diversi per cui solo una delle due prese va bene per un certo tipo di macchina. Le spine sono bloccate e nessuno può staccare il cavo. I tempi sono un po’ più lunghi di quanto si legge, perché le colonnine sono date per 22 kw ma non superano i 16, il più delle volte caricano a 12. Quindi per mezzo pieno ci vogliono 2 ore e 10 minuti.
Oltre alla durata vi sono due problemi: il primo è che in provincia di Livorno di colonnine ce ne sono pochissime. A Pisa e dintorni tanto per fare un paragone ce ne sono più di 40. Sul mio tragitto abituale invece ce n’è una a Livorno e una a Cecina, poi un po’ fuori strada ce n’è un‘altra a Stagno e una a Marina di Cecina. Se trovi occupato (puoi controllare anche tramite l’app) come si dice da noi “l’hai avuta”. A quanto ne so i residenti a Livorno possono chiedere al Comune di installare centraline sotto casa ma sarebbero comunque accessibili a tutti, quindi il rischio di trovarle occupate ci sarebbe lo stesso.
Con questa infrastruttura speriamo che le auto elettriche non le compri nessuno perché sennò diventerebbe davvero un’impresa caricare. Il secondo problema è che se prendi l’offerta di un gestore poi puoi caricare solo da quel gestore o da altri convenzionati le cui colonnine si possono utilizzare in roaming. Sarebbe come se per la benzina si dovesse fare un contratto con la Esso o con la Total e si potesse fare il pieno solo nei loro distributori. Io ad esempio con le tariffe Enel X non posso caricare ad una misteriosa colonnina che si trova a Porta a Terra.
Leggo che stanno potenziando la rete di colonnine presso i centri commerciali, ma a differenza di quanto accade in Germania e in altri Paesi questi impianti non sarebbero gratuiti ma a pagamento. Sembra che nei nuovi decreti governativi sia previsto anche l’obbligo per i gestori autostradali di installare colonnine nelle aree di servizio, ma se non rendono disponibili colonnine rapide a prezzi accessibili la vedo dura. Non puoi certo andare a Milano e fermarti due volte per due ore per caricare. Purtroppo però da quello che ho capito le colonnine rapide da 50 kw a corrente continua funzionano con una presa diversa per cui andrebbe comprato un altro cavo (quello che ho io, compreso nel prezzo dell’auto, costa 700 euro), sempre che l’auto sia predisposta per la DC.
Per finire le considerazioni sull’impatto ambientale complessivo: ho visto che molti gestori garantiscono (sia per gli impianti casalinghi che per le colonnine pubbliche) di fornire energia proveniente solo da fonti rinnovabili. Non so se sia vero, e che cosa si intenda per fonti rinnovabili (spesso per accaparrarsi qualche sussidio si sono trovate le definizioni più strane) ma credo comunque sia un fatto importante. Del resto leggo che il 50% dell’energia disponibile proverrebbe già da fonti rinnovabili. Per quanto riguarda la produzione e lo smaltimento dei componenti dell’auto, sembra che quasi tutti i materiali utilizzati siano riciclati e riciclabili…
Secondo un calcolo (ma ci saranno sicuramente versioni diverse a seconda della fonte) un veicolo elettrico nel suo intero ciclo di vita produce il 70% meno emissioni di un veicolo con motore termico. Voglio crederci.
Per quella che è la mia brevissima esperienza di possessore di un’auto elettrica posso dire che mi sto divertendo, anche se come avete letto ci sono un sacco di seccature e non mi pare che ci sia veramente intenzione di promuovere la mobilità elettrica, sia a livello di incentivi per l’acquisto (ci sono dei Paesi dove il bonus statale copre l’intero prezzo del veicolo) che a livello di infrastruttura, dove siamo sempre ai tempi di Re Pipino. Vedremo se tutti coloro che parlano di green economy passeranno dai discorsi ai fatti. Vi aggiornerò sull’intervento dell’elettricista.
Fonte
Se queste sono le alternative alla mobilità e soprattutto lo spirito con qui almeno una parte dell'antagonismo le affronta siamo messi malissimo e infatti siamo profondamente mal presi per davvero...
14/11/2019
Arrestati in Toscana neofascisti con un arsenale di guerra. Non sono i primi
È stato trovato un vero e proprio arsenale da guerra a disposizione di un gruppo di neofascisti insediato tra Siena, Poggibonsi e Sovicille. Secondo gli inquirenti a coordinare questa cellula nera è Andrea Chesi, 60 anni (dunque uno della “vecchia guardia”), dipendente del Monte dei Paschi di Siena, la cui casa a Sovicille è stata perquisita rivelando un vero e proprio arsenale da guerra. Non la solita paccottiglia di spranghe, mazze da baseball e gagliardetti nazifascista.
Il salto di qualità c’è ed è rilevante, anche se al momento non sembra aver impressionato come dovuto i mass media, la politica, evidentemente “istruita” a sottovalutare sistematicamente la minaccia fascista. Anche quando si mette sul piano militare.
Insieme ad Andrea Chesi, è stato arrestato anche il figlio di 22 anni, Yuri. Secondo gli inquirenti Chesi si sarebbe dato da fare per reclutare anche altri colleghi di banca, e il numero delle persone coinvolte nelle indagini potrebbe essere ben superiore alle 12 messi fino ad oggi nel registro degli indagati.
Fra gli inquisiti ci sono Ercolano Cardinali, Marco Alessandro De Caprio, Alessandro Meniconi, Stefano Landozzi, Stefano Mori, Renato Vanzi, Claudio Stanghellini, Alessandro Antonelli e Giorgio Bartoli.
Ma quali erano gli obiettivi di questa cellula nera? In una conversazione intercettata dagli inquirenti Andrea Chesi invocava la necessità di ricostituire una “guardia nazionale repubblicana”, in grado di garantire la sicurezza “armi alla mano” per fare “giustizia sommaria”, senza bisogno di chiamare le forze dell’ordine.
Per risolvere le questioni politiche italiane, in un’altra intercettazione effettuata ad ottobre affermava che “bisogna sparare”, “se c’è da andare a sparare noi s’ha tutti l’armi e tante”.
Delle due l’una. O sono ormai caduti tutti i freni inibitori, visto che il fascioleghismo salviniano ha scoperchiato il vaso di Pandora, legittimando qualsiasi follia; oppure nelle reti del neofascismo italiano sta maturando un salto di qualità assai preoccupante, ma di cui non abbiamo mai trovato traccia nel capitolo “Minacce eversive” delle relazioni annuali dei servizi segreti al Parlamento.
In quel rapporto, che descrive di cosa si sta preoccupando il tenebroso mondo dei “servizi”, ai fascisti viene sempre dedicata una generica paginetta – talvolta anche mezza – rispetto alle dieci/dodici dedicate ai gruppi della sinistra e, come una ossessione, agli “anarchici”.
Ma il fatto che la cellula nera fosse in Toscana qualche campanello d’allarme dovrebbe farlo suonare.
Nella mappa dei gruppi neofascisti in Toscana, fatta dal Corriere della Sera due anni fa, Siena e la sua provincia ad esempio non erano neanche contemplati. E neanche un’altra città toscana con un “cuore nero” mai rimosso: Arezzo.
«È vasta, la Galassia nera della Toscana. A volte, si ha l’impressione dal web che sia esplosiva, con commenti in cui si nota un passaggio all’indietro: da “fascisti del terzo millennio” a fascismo agée. (…) Ma dopo alcuni exploit elettorali, che gli hanno dato rappresentanza istituzionale, la “Galassia nera” non è solo una presenza», scriveva l’inchiesta del Corriere nel 2017.
Da Lucca, consolidato “cuore nero” della Toscana, viene ad esempio Andrea Palmieri, il “foreign fighters” neofascista andato a combattere nel 2015 nel Donbass.
Ed aveva una casa in Toscana, a Massa, anche il neofascista Fabio Del Bergiolo, anche lui coetaneo del “bancario armato”, arrestato per il possesso di un missile terra-aria Matra proveniente proprio dall’Ucraina. Nella sua abitazione insieme a una foto del Duce devotamente incorniciata, c’erano 34 dvd su “Hitler e il terzo Reich”, 13 videocassette sul “crollo del mito” dell’Urss e sul “Trionfo della Volontà”. La sua casa è una villetta immersa fra i boschi di Antona, una frazione di Massa. La polizia vi è arrivato nel corso di un’ondata di perquisizioni che ha interessato anche abitazioni e depositi di materiale militare a Peschiera Borromeo (Milano), Sesto Calende (Varese) e Castelletto Ticino (Novara).
Tutti questi “dettagli” saranno oggetto delle attenzioni dei servizi di sicurezza nella loro prossima relazione al Parlamento sulle “minacce eversive” o verranno minimizzate come al solito? Leggeremo ancora dieci pagine sugli anarchici e mezza paginetta sui gruppi neofascisti?
Fonte
Il salto di qualità c’è ed è rilevante, anche se al momento non sembra aver impressionato come dovuto i mass media, la politica, evidentemente “istruita” a sottovalutare sistematicamente la minaccia fascista. Anche quando si mette sul piano militare.
Insieme ad Andrea Chesi, è stato arrestato anche il figlio di 22 anni, Yuri. Secondo gli inquirenti Chesi si sarebbe dato da fare per reclutare anche altri colleghi di banca, e il numero delle persone coinvolte nelle indagini potrebbe essere ben superiore alle 12 messi fino ad oggi nel registro degli indagati.
Fra gli inquisiti ci sono Ercolano Cardinali, Marco Alessandro De Caprio, Alessandro Meniconi, Stefano Landozzi, Stefano Mori, Renato Vanzi, Claudio Stanghellini, Alessandro Antonelli e Giorgio Bartoli.
Ma quali erano gli obiettivi di questa cellula nera? In una conversazione intercettata dagli inquirenti Andrea Chesi invocava la necessità di ricostituire una “guardia nazionale repubblicana”, in grado di garantire la sicurezza “armi alla mano” per fare “giustizia sommaria”, senza bisogno di chiamare le forze dell’ordine.
Per risolvere le questioni politiche italiane, in un’altra intercettazione effettuata ad ottobre affermava che “bisogna sparare”, “se c’è da andare a sparare noi s’ha tutti l’armi e tante”.
Delle due l’una. O sono ormai caduti tutti i freni inibitori, visto che il fascioleghismo salviniano ha scoperchiato il vaso di Pandora, legittimando qualsiasi follia; oppure nelle reti del neofascismo italiano sta maturando un salto di qualità assai preoccupante, ma di cui non abbiamo mai trovato traccia nel capitolo “Minacce eversive” delle relazioni annuali dei servizi segreti al Parlamento.
In quel rapporto, che descrive di cosa si sta preoccupando il tenebroso mondo dei “servizi”, ai fascisti viene sempre dedicata una generica paginetta – talvolta anche mezza – rispetto alle dieci/dodici dedicate ai gruppi della sinistra e, come una ossessione, agli “anarchici”.
Ma il fatto che la cellula nera fosse in Toscana qualche campanello d’allarme dovrebbe farlo suonare.
Nella mappa dei gruppi neofascisti in Toscana, fatta dal Corriere della Sera due anni fa, Siena e la sua provincia ad esempio non erano neanche contemplati. E neanche un’altra città toscana con un “cuore nero” mai rimosso: Arezzo.
«È vasta, la Galassia nera della Toscana. A volte, si ha l’impressione dal web che sia esplosiva, con commenti in cui si nota un passaggio all’indietro: da “fascisti del terzo millennio” a fascismo agée. (…) Ma dopo alcuni exploit elettorali, che gli hanno dato rappresentanza istituzionale, la “Galassia nera” non è solo una presenza», scriveva l’inchiesta del Corriere nel 2017.
Da Lucca, consolidato “cuore nero” della Toscana, viene ad esempio Andrea Palmieri, il “foreign fighters” neofascista andato a combattere nel 2015 nel Donbass.
Ed aveva una casa in Toscana, a Massa, anche il neofascista Fabio Del Bergiolo, anche lui coetaneo del “bancario armato”, arrestato per il possesso di un missile terra-aria Matra proveniente proprio dall’Ucraina. Nella sua abitazione insieme a una foto del Duce devotamente incorniciata, c’erano 34 dvd su “Hitler e il terzo Reich”, 13 videocassette sul “crollo del mito” dell’Urss e sul “Trionfo della Volontà”. La sua casa è una villetta immersa fra i boschi di Antona, una frazione di Massa. La polizia vi è arrivato nel corso di un’ondata di perquisizioni che ha interessato anche abitazioni e depositi di materiale militare a Peschiera Borromeo (Milano), Sesto Calende (Varese) e Castelletto Ticino (Novara).
Tutti questi “dettagli” saranno oggetto delle attenzioni dei servizi di sicurezza nella loro prossima relazione al Parlamento sulle “minacce eversive” o verranno minimizzate come al solito? Leggeremo ancora dieci pagine sugli anarchici e mezza paginetta sui gruppi neofascisti?
Fonte
24/08/2019
Case e campagne bruciavan già, questo è il tedesco e la sua civiltà
di Luca Baiada
Il 23 agosto 1944, nel Padule di Fucecchio, i tedeschi con la complicità di fascisti italiani massacrano 174 persone.
C’è un personaggio tipico, in queste stragi: il tedesco buono. Si rifiuta di sparare, nasconde, protegge. Nelle narrazioni orali è frequente, in quelle scritte svanisce o si ridimensiona in proporzione alla loro serietà. È sorprendente che, a distanza di tanti anni, su di lui non esistano trattazioni approfondite, ma solo cenni o studi per singoli casi.
G.T. nel 1997: «Il ’mi babbo lo preseno i tedeschi e lo portarono laggiù in Padule dove ammazzaron tutti. Un tedesco gli disse: “Tu diventare piccolo”: lo fece butta’ in terra, gli sparò due colpi di pistola a fianco e poi urlò a quell’altri. Il mi’ babbo ’un seppe mi’a di’ quel che avevan detto». V.T. nel 2004: «Vennero fucilati anche due tedeschi, almeno io l’ho sempre sentita raccontare così, che quel giorno lì si rifiutarono di sparare, vennero fucilati dagli stessi tedeschi assieme a quell’altra gente nell’aia di casa Simoni, perché si rifiutarono di sparare perché avevano i figlioli piccini a casa». Altre persone, sin dalle prime indagini, ricordarono gesti pietosi.
A Stabbia portano via otto persone da casa Pieri, per ucciderle poco lontano. Fra loro, il sedicenne Franco quando sente sparare si getta a terra; uno solo dei tedeschi si avvicina a finirli e lo colpisce in un punto non vitale. In realtà, se davvero avesse voluto risparmiarlo, avrebbe sparato in aria o nel terreno, e non ferendolo col rischio che gridasse richiamando l’attenzione degli altri. Franco Pieri si salva perché si finge morto.
Gino Simoni teme un rastrellamento di uomini e lascia il casolare. Ecco che lo fermano: no, gli dicono di andare a casa perché c’è pericolo, ma Gino va da un’altra parte. Quando tornerà a casa troverà ventitré corpi, anche quelli di sua moglie e sua figlia. Sono le premure del tedesco buono.
I racconti dei tedeschi agli italiani costretti ad alloggiarli sono stati letti come casi di umanità. A una donna un militare dice di essere stato nel Padule e di aver visto uomini, donne e bambini uccisi. A un’altra dicono di aver ucciso partigiani, uomini, donne, bambini. Non c’è nulla che non si sappia già, alcuni ammettono di aver partecipato, ma il bisogno di sentire nell’assassino un turbamento prevale sul senno. Si vedrà un soccorso persino in chi, dopo, dà una mano a raccogliere i cadaveri.
Le violenze nei poderi della fattoria Poggi Banchieri comprendono l’assassinio di cinquantaquattro contadini e il sequestro di molti altri, tenuti in sospeso fra la vita e la morte; gli scampati racconteranno storie con tedeschi commossi, fucili caduti di mano o lasciati sulla soglia, militari che mandano gli italiani da un colonnello, soli, perché chiedano a lui se devono morire, e altre versioni in cui la realtà sembra sospesa o stravolta.
Il racconto estremo per ribaltamento morale è a Massarella: Dante e Quinto Guidi sono uccisi, i loro occhi sono cavati e mostrati ai paesani. Ma corre una diceria: inizialmente due tedeschi ricevono l’ordine di uccidere, si rifiutano e sono fucilati (tutto falso); quindi l’incarico è affidato ad altri, che devono portare ai superiori gli occhi delle vittime, come prova. Aver cavato gli occhi diventa la base per congetturare bontà: due tedeschi così generosi da rimetterci la vita.
L’equivoco maggiore è su alcuni appunti, citati come diario. Il testo, che proviene dal tenente Leopold von Buch, della 26ª divisione corazzata della Wehrmacht, responsabile del massacro, il 23 agosto dice: «Ore 0 in marcia. Ore 5 approntamento. Ore 7 dispiegamento, niente partigiani. Donne e bambini. Compaiono in parte immagini schifose. Palude non praticabile, innumerevoli fossati profondi. Molte capanne con civili, evidenti profughi dai dintorni. Caldo pazzesco. Ore 14 fine». Scheussliche Bilder, immagini schifose, è stato tradotto come «immagini orrende», «episodi orripilanti» o «scene atroci», cioè come un turbamento morale. Il tenente, che da civile fa l’ingegnere, è irritato dall’afa ed è colpito nel senso estetico; non precisa se lo schifo che ha visto consistesse di vivi o morti, e tace sulla strage; ma i lettori vedranno un diario commosso. I malintesi linguistici fanno la loro parte. Nel film Kapò un internato nel Lager deve stare in piedi a un passo da una barriera elettrificata: se cade in avanti c’è la corrente, se indietreggia gli sparano. Un soldato si avvicina per spingerlo verso i fili, un altro lo ferma: «Nein, nicht so! Mal sehen wie es ausgeht!». Può sembrare umanità. Il soccorritore ha detto solo che vuole vedere come va a finire.
Un chiarimento che si è fatto attendere sino a quest’anno, riguarda un alsaziano costretto dai tedeschi ad arruolarsi, uno dei malgré-nous francesi che vissero la guerra su più fronti. Era in Padule con la 26ª divisione, negli anni successivi fu cheto coi familiari ma fece qualche confidenza al nipote. Proprio col nipote, coltivando una ricerca vibrante, è stata affrontata la narrazione bonaria in cui era avvolta quella giornata toscana di tanto tempo fa. La realtà l’ha scosso, ma sollevato dal dubbio.
Osservato meglio, il tedesco buono perde sostanza o svanisce, come se fosse destinato a essere visto solo con la coda dell’occhio.
C’è di mezzo la questione del gruppo e dello spaesamento: la casa del tedesco buono è sul confine. Pietro Clemente l’ha identificato col trickster tipico di tanta mitologia. Di certo c’è un fatto semplice e imbarazzante: lo stato d’animo dell’innocente, della vittima, del disarmato, messo di fronte a rapporti di forza mortali e mortificanti. Il tedesco buono dimostra la bontà di chi l’ha immaginato e la ferita nella sua autostima.
Poi, in certe generosità a scomparsa c’è il capriccio del violento, come nei Lager. Bruno Bettelheim nota l’imprevedibilità dell’ambiente e ipotizza nelle SS tecniche di annientamento degli internati: «Può essere questa la spiegazione del perché le SS oscillassero continuamente fra una durezza estrema e un allentamento della tensione. […] Era impressionante osservare con quale abilità le SS si servissero di questi meccanismi per distruggere la fiducia delle persone nella propria capacità di prevedere il futuro». Nathalie Zajde: «Se si intende fare impazzire qualcuno, renderlo completamente dipendente dal suo ambiente, se lo si vuole privare del proprio principio vitale, è sufficiente imporgli un vissuto di non-senso e di contraddizioni».
Ancora. Nel racconto Golia, di Beppe Fenoglio, ci si chiede cosa abbia fatto di male quel prigioniero simpatico: «A me niente, ma qualcosa avrà ben fatto a qualcun altro. Pensa un momento, Sandor, a tutto quello che hanno fatto i tedeschi in Italia. Ne hanno fatte tante, dico io, che per farle debbono essercisi messi tutti quanti sono, nessuno escluso, e quindi Fritz compreso». Marcello Venturi, Il nemico ritrovato, è rigoroso, però l’incontro col giovane tedesco, tanti anni dopo, lascia molte cose irrisolte. Nel Disperso di Marburg di Nuto Revelli il riferimento al tedesco buono è esplicito. Eppure parla di un militare, in Piemonte, soltanto tranquillo: non salva nessuno, accarezza i bambini e va a cavallo. Viene da pensare che anche la ricerca su di lui esprima un bisogno di bontà. Nel Basso Valdarno c’è una storia così simile al Disperso di Marburg che ho pensato a un plagio: la verifica mi ha messo di fronte a un cortocircuito sconcertante.
Hanno un peso l’inaccettabilità del sangue e la necessità di convivere col lutto; la bontà del carnefice serve a chi soffre per sopravvivere. Però.
Liliana Segre, nel convegno Stragi e deportazioni nazifasciste: per la giustizia e contro l’ambiguità: «E allora ti domandi: perché? È quel perché che non mi ha mai lasciato. È stato quello stupore per il male altrui, di cui parlo sempre quando parlo ai ragazzi». Lo stupore per il male altrui. La senatrice Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, non immagina bontà nei suoi aguzzini. In questo c’è la differenza fra serbare la morale e invece metterla a rischio, anche credendo di far bene. Chi non accetta il male deve restare col suo amaro stupore; chi immagina la bontà che non c’è, inventa un lieto fine. L’assuefazione al male o la sua confusione col bene sono un successo postumo della violenza. Ma gli scampati a un massacro non vanno accusati di debolezza etica; chi riflette con altri mezzi non deve considerare inadeguata la loro elaborazione.
Insomma, sia chiaro: nulla di ciò che è scritto qui corrisponde alla percezione dei contadini, dei pastori e degli sfollati uccisi nel 1944. Una decina erano benestanti, gli altri vivevano tra la frugalità e la più nera miseria. Avevano titoli di studio bassi, alcuni erano analfabeti, di parecchi non esiste una fotografia. La cultura di quelle comunità era fatta di legami familiari ampi e robusti, cristianesimo parrocchiale, riti e abitudini rurali che sanno di mondo pagano sopravvissuto fra le pieghe della storia. La loro versione di quanto accadde emerge faticosamente. Quando prende la parola è pura e gagliarda, come la ballata Popolo se m’ascolti, attribuita a un barrocciaio della Valdinievole e trasmessa a memoria; in un verso, senza l’uggia di bontà tedesche, fa: «Case e campagne bruciavan già, questo è il tedesco e la sua civiltà». Adesso, se quel mondo è sottoposto a ermeneutiche raffinate, subisce nuova violenza. Più l’interprete è sottile e più manovra una tecnologia sociale dominante, cioè assume la parte di un massacratore: sceglie cosa dire e tacere, seziona, distingue, sopprime e risparmia. Dunque il tedesco buono – è già stato scritto – è il più spietato dei nemici: uno specchio. Il tedesco buono sono io, e se catturo la tua attenzione, sei tu che leggi.
Ecco motivi in più per diffidare delle politiche riparazioniste. Nel 2008 la Cassazione ha ribadito che si può condannare la Germania a pagare risarcimenti per stragi e deportazioni, ma a Trieste c’è stato un vertice bilaterale con Berlusconi, Merkel, e i ministri degli esteri Frattini e Steinmeier. Da allora Berlino ha fatto ogni mossa legale per evitare il pagamento e ha preso a finanziare prodotti culturali, curando minuziosamente che nulla andasse alle famiglie colpite. La proporzione, fra la spesa che sostiene e il debito, per lo Stato tedesco è vantaggiosa, per gli italiani è una beffa. Ma il trucco funziona, alimenta la leggenda dei tedeschi che hanno fatto i conti col passato. La realtà è che la Germania ha investito bene una somma modesta per fabbricare una rispettabilità, facciata utile all’inadempimento di un debito enorme.
Come il tedesco buono lascia dietro di sé un’aura di salvezza, così la Germania buona, partecipando a incontri e prodotti culturali, miete consensi col sottinteso che chi fa obiezioni non ama la pace, la riconciliazione, l’Europa. Le parole dei diplomatici tedeschi e del notabilato italiano, alle commemorazioni, alle presentazioni di studi e alle inaugurazioni di monumenti, insistono su racconti, retoriche di esecrazione, propositi solenni per il futuro (il solito mai più), garanzie di amicizia; talora suggeriscono narrazioni revisioniste, spesso porgono ringraziamenti untuosi. In certi casi si tratta di iniziative che le amministrazioni hanno trascurato per anni, e che infine hanno chiesto a Berlino di pagare, ricevendo un’adesione zelante e furba. Un’industria della memoria muove il suo sottobosco affaristico, la società dello spettacolo trionfa, le famiglie restano a mani vuote. Solo a volte si accenna ai risarcimenti, per dire che sono materia prosaica o superata, velleità perdenti, azzardi, capricci.
È accaduto così anche per la strage del Padule, che ha visto una pubblicazione di un frate nel 1945, una di un giornalista nel 1974 e approfondimenti più precisi tanti anni dopo. Ancora adesso, di molte vittime si sa poco più che il nome. L’ultimo processo si è chiuso nel 2012 con due ergastoli e risarcimenti alle parti civili (solo per le provvisionali, quasi quindici milioni di euro). La Germania non ha consegnato i condannati, non ha pagato nulla e, forse agevolata dal fatto che il territorio è diviso fra cinque comuni, ha finanziato le iniziative più disparate. Varrebbe la pena – una pena, davvero – ricapitolarle, per capire cos’è il riparazionismo.
Rientra nelle attività riparazioniste, più in generale, anche il libro a cura di Gianluca Fulvetti e Paolo Pezzino, Zone di guerra, geografie di sangue, 2016, che fa parte dell’Atlante delle stragi, finanziato da Berlino, e che comprende Carlo Gentile, I tedeschi e la guerra ai civili in Italia. Gentile, che ha fatto parte della Commissione storica italo-tedesca voluta nel 2008 ed è nel comitato scientifico dell’Atlante, su Fucecchio sostiene che almeno qualche militare sembrerebbe essersi astenuto dalla partecipazione al crimine; lo dice citando se stesso, I crimini di guerra tedeschi in Italia. 1943-1945, 2015. Ma quel libro, a sua volta, si basa su dichiarazioni autoassolutorie dei militari e su memorialistica di parte, specialmente su uno scritto di Kurt Baden del 1985-1986 e su un altro di Georg Staiger del 1957; tutte fonti tedesche marginali, quasi introvabili e recepite senza critica. Di Staiger, si cita: «Sia concesso […] sperare che oggi l’accaduto sia perdonato e che ci sia permesso di inchinarci con rispetto insieme ai superstiti al cospetto delle vittime». Il perdono, l’inchino, il rispetto. Evidentemente già negli anni Cinquanta, in Germania, si ambiva a porsi dinanzi alle vittime sullo stesso piano dei superstiti, mentre la giustizia veniva insabbiata. Lo stesso Gentile, parlando della 26ª divisione, cede all’estetica del militarismo: «Raccoglieva le usanze di alcuni vecchi e prestigiosi reggimenti della guardia di Berlino e Potsdam e coltivava un’immagine di sé che si richiamava espressamente alla tradizione militare prussiana. Non a caso il suo contrassegno era una testa stilizzata di granatiere dell’epoca di Federico il Grande». Ancora: «L’omicidio intenzionale di donne e bambini mascherato da “lotta alle bande” non faceva parte del canone valoriale di tutti gli ufficiali della divisione». A lungo andare, la fabbricazione del tedesco buono ha preso posto in studi allineati sulle esigenze del mondo accademico, per poi mettersi comoda nella versione ufficiale finanziata dalla Germania. Il tedesco buono è tornato a casa e si è moltiplicato: la divisione buona, la Germania buona.
Un tempo, in Valdinievole si videro la bontà nell’ammissione dei fatti, un soccorso nella raccolta dei cadaveri, un salvatore in chi aveva sparato a un ragazzo; adesso sembra riparazione il finanziamento del ricordo.
Tutto questo somiglia ai meccanismi distruttivi della fiducia notati da Bettelheim e al vissuto di non-senso descritto dalla Zajde. La privazione del principio vitale può riguardare anche le comunità, non solo i singoli. Se è così, ripensandoci oggi, gli occhi cavati e mostrati all’osteria non dicono bontà tedesca pagata cara, ma cecità italiana comprata con poco. Questo, però, solo per gli osservatori ridotti a pubblico, perché la regia delle iniziative riparazioniste è più consapevole della realtà che vittima di suggestione. Il tedesco buono prova la bontà di chi l’ha immaginato. Invece la Germania buona può provare l’ingenuità di quelli che credono alle lacrime del coccodrillo, mentre lascia irrisolta la cattiva coscienza di chi il coccodrillo lo invita a cena, con le vittime nel menù.
Ma oggi è il momento di ricordare con affetto quei morti, quei diversamente vivi che ci chiedono di essere più vivi, anche per loro. Due nomi: Maria Malucchi e Carmela Arinci. Non apprezzarono il prestigio dei reggimenti di Potsdam. Neppure ammirarono la testa stilizzata dei granatieri di Federico il Grande: una, quattro mesi, era troppo piccola; l’altra, novantadue anni, era cieca. Sono da ricordare anche i loro parenti che attendono giustizia. La scelta su da che parte stare non è sul passato, riguarda noi.
In fondo, la condiscendenza nei confronti di chi ha massacrato gli italiani è come il fascismo: una prepotenza perdente, un’adunata euforica di depressione organizzata, con gli psicofarmaci offerti dai bulli festanti. La rassegnazione è afasia e va evitata, anche se il clima paludoso favorisce il demone meridiano dell’accidia.
Contro gli accidiosi, il più energico è un esule tosco; li ficca proprio in una palude, quella Stigia: «Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo / ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, / portando dentro accidïoso fummo: / or ci attristiam ne la belletta negra”. / Quest’inno si gorgoglian ne la strozza, / ché dir nol posson con parola integra».
Fonte
Il 23 agosto 1944, nel Padule di Fucecchio, i tedeschi con la complicità di fascisti italiani massacrano 174 persone.C’è un personaggio tipico, in queste stragi: il tedesco buono. Si rifiuta di sparare, nasconde, protegge. Nelle narrazioni orali è frequente, in quelle scritte svanisce o si ridimensiona in proporzione alla loro serietà. È sorprendente che, a distanza di tanti anni, su di lui non esistano trattazioni approfondite, ma solo cenni o studi per singoli casi.
G.T. nel 1997: «Il ’mi babbo lo preseno i tedeschi e lo portarono laggiù in Padule dove ammazzaron tutti. Un tedesco gli disse: “Tu diventare piccolo”: lo fece butta’ in terra, gli sparò due colpi di pistola a fianco e poi urlò a quell’altri. Il mi’ babbo ’un seppe mi’a di’ quel che avevan detto». V.T. nel 2004: «Vennero fucilati anche due tedeschi, almeno io l’ho sempre sentita raccontare così, che quel giorno lì si rifiutarono di sparare, vennero fucilati dagli stessi tedeschi assieme a quell’altra gente nell’aia di casa Simoni, perché si rifiutarono di sparare perché avevano i figlioli piccini a casa». Altre persone, sin dalle prime indagini, ricordarono gesti pietosi.
A Stabbia portano via otto persone da casa Pieri, per ucciderle poco lontano. Fra loro, il sedicenne Franco quando sente sparare si getta a terra; uno solo dei tedeschi si avvicina a finirli e lo colpisce in un punto non vitale. In realtà, se davvero avesse voluto risparmiarlo, avrebbe sparato in aria o nel terreno, e non ferendolo col rischio che gridasse richiamando l’attenzione degli altri. Franco Pieri si salva perché si finge morto.
Gino Simoni teme un rastrellamento di uomini e lascia il casolare. Ecco che lo fermano: no, gli dicono di andare a casa perché c’è pericolo, ma Gino va da un’altra parte. Quando tornerà a casa troverà ventitré corpi, anche quelli di sua moglie e sua figlia. Sono le premure del tedesco buono.
I racconti dei tedeschi agli italiani costretti ad alloggiarli sono stati letti come casi di umanità. A una donna un militare dice di essere stato nel Padule e di aver visto uomini, donne e bambini uccisi. A un’altra dicono di aver ucciso partigiani, uomini, donne, bambini. Non c’è nulla che non si sappia già, alcuni ammettono di aver partecipato, ma il bisogno di sentire nell’assassino un turbamento prevale sul senno. Si vedrà un soccorso persino in chi, dopo, dà una mano a raccogliere i cadaveri.
Le violenze nei poderi della fattoria Poggi Banchieri comprendono l’assassinio di cinquantaquattro contadini e il sequestro di molti altri, tenuti in sospeso fra la vita e la morte; gli scampati racconteranno storie con tedeschi commossi, fucili caduti di mano o lasciati sulla soglia, militari che mandano gli italiani da un colonnello, soli, perché chiedano a lui se devono morire, e altre versioni in cui la realtà sembra sospesa o stravolta.
Il racconto estremo per ribaltamento morale è a Massarella: Dante e Quinto Guidi sono uccisi, i loro occhi sono cavati e mostrati ai paesani. Ma corre una diceria: inizialmente due tedeschi ricevono l’ordine di uccidere, si rifiutano e sono fucilati (tutto falso); quindi l’incarico è affidato ad altri, che devono portare ai superiori gli occhi delle vittime, come prova. Aver cavato gli occhi diventa la base per congetturare bontà: due tedeschi così generosi da rimetterci la vita.
L’equivoco maggiore è su alcuni appunti, citati come diario. Il testo, che proviene dal tenente Leopold von Buch, della 26ª divisione corazzata della Wehrmacht, responsabile del massacro, il 23 agosto dice: «Ore 0 in marcia. Ore 5 approntamento. Ore 7 dispiegamento, niente partigiani. Donne e bambini. Compaiono in parte immagini schifose. Palude non praticabile, innumerevoli fossati profondi. Molte capanne con civili, evidenti profughi dai dintorni. Caldo pazzesco. Ore 14 fine». Scheussliche Bilder, immagini schifose, è stato tradotto come «immagini orrende», «episodi orripilanti» o «scene atroci», cioè come un turbamento morale. Il tenente, che da civile fa l’ingegnere, è irritato dall’afa ed è colpito nel senso estetico; non precisa se lo schifo che ha visto consistesse di vivi o morti, e tace sulla strage; ma i lettori vedranno un diario commosso. I malintesi linguistici fanno la loro parte. Nel film Kapò un internato nel Lager deve stare in piedi a un passo da una barriera elettrificata: se cade in avanti c’è la corrente, se indietreggia gli sparano. Un soldato si avvicina per spingerlo verso i fili, un altro lo ferma: «Nein, nicht so! Mal sehen wie es ausgeht!». Può sembrare umanità. Il soccorritore ha detto solo che vuole vedere come va a finire.
Un chiarimento che si è fatto attendere sino a quest’anno, riguarda un alsaziano costretto dai tedeschi ad arruolarsi, uno dei malgré-nous francesi che vissero la guerra su più fronti. Era in Padule con la 26ª divisione, negli anni successivi fu cheto coi familiari ma fece qualche confidenza al nipote. Proprio col nipote, coltivando una ricerca vibrante, è stata affrontata la narrazione bonaria in cui era avvolta quella giornata toscana di tanto tempo fa. La realtà l’ha scosso, ma sollevato dal dubbio.
Osservato meglio, il tedesco buono perde sostanza o svanisce, come se fosse destinato a essere visto solo con la coda dell’occhio.
C’è di mezzo la questione del gruppo e dello spaesamento: la casa del tedesco buono è sul confine. Pietro Clemente l’ha identificato col trickster tipico di tanta mitologia. Di certo c’è un fatto semplice e imbarazzante: lo stato d’animo dell’innocente, della vittima, del disarmato, messo di fronte a rapporti di forza mortali e mortificanti. Il tedesco buono dimostra la bontà di chi l’ha immaginato e la ferita nella sua autostima.
Poi, in certe generosità a scomparsa c’è il capriccio del violento, come nei Lager. Bruno Bettelheim nota l’imprevedibilità dell’ambiente e ipotizza nelle SS tecniche di annientamento degli internati: «Può essere questa la spiegazione del perché le SS oscillassero continuamente fra una durezza estrema e un allentamento della tensione. […] Era impressionante osservare con quale abilità le SS si servissero di questi meccanismi per distruggere la fiducia delle persone nella propria capacità di prevedere il futuro». Nathalie Zajde: «Se si intende fare impazzire qualcuno, renderlo completamente dipendente dal suo ambiente, se lo si vuole privare del proprio principio vitale, è sufficiente imporgli un vissuto di non-senso e di contraddizioni».
Ancora. Nel racconto Golia, di Beppe Fenoglio, ci si chiede cosa abbia fatto di male quel prigioniero simpatico: «A me niente, ma qualcosa avrà ben fatto a qualcun altro. Pensa un momento, Sandor, a tutto quello che hanno fatto i tedeschi in Italia. Ne hanno fatte tante, dico io, che per farle debbono essercisi messi tutti quanti sono, nessuno escluso, e quindi Fritz compreso». Marcello Venturi, Il nemico ritrovato, è rigoroso, però l’incontro col giovane tedesco, tanti anni dopo, lascia molte cose irrisolte. Nel Disperso di Marburg di Nuto Revelli il riferimento al tedesco buono è esplicito. Eppure parla di un militare, in Piemonte, soltanto tranquillo: non salva nessuno, accarezza i bambini e va a cavallo. Viene da pensare che anche la ricerca su di lui esprima un bisogno di bontà. Nel Basso Valdarno c’è una storia così simile al Disperso di Marburg che ho pensato a un plagio: la verifica mi ha messo di fronte a un cortocircuito sconcertante.
Hanno un peso l’inaccettabilità del sangue e la necessità di convivere col lutto; la bontà del carnefice serve a chi soffre per sopravvivere. Però.
Liliana Segre, nel convegno Stragi e deportazioni nazifasciste: per la giustizia e contro l’ambiguità: «E allora ti domandi: perché? È quel perché che non mi ha mai lasciato. È stato quello stupore per il male altrui, di cui parlo sempre quando parlo ai ragazzi». Lo stupore per il male altrui. La senatrice Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, non immagina bontà nei suoi aguzzini. In questo c’è la differenza fra serbare la morale e invece metterla a rischio, anche credendo di far bene. Chi non accetta il male deve restare col suo amaro stupore; chi immagina la bontà che non c’è, inventa un lieto fine. L’assuefazione al male o la sua confusione col bene sono un successo postumo della violenza. Ma gli scampati a un massacro non vanno accusati di debolezza etica; chi riflette con altri mezzi non deve considerare inadeguata la loro elaborazione.
Insomma, sia chiaro: nulla di ciò che è scritto qui corrisponde alla percezione dei contadini, dei pastori e degli sfollati uccisi nel 1944. Una decina erano benestanti, gli altri vivevano tra la frugalità e la più nera miseria. Avevano titoli di studio bassi, alcuni erano analfabeti, di parecchi non esiste una fotografia. La cultura di quelle comunità era fatta di legami familiari ampi e robusti, cristianesimo parrocchiale, riti e abitudini rurali che sanno di mondo pagano sopravvissuto fra le pieghe della storia. La loro versione di quanto accadde emerge faticosamente. Quando prende la parola è pura e gagliarda, come la ballata Popolo se m’ascolti, attribuita a un barrocciaio della Valdinievole e trasmessa a memoria; in un verso, senza l’uggia di bontà tedesche, fa: «Case e campagne bruciavan già, questo è il tedesco e la sua civiltà». Adesso, se quel mondo è sottoposto a ermeneutiche raffinate, subisce nuova violenza. Più l’interprete è sottile e più manovra una tecnologia sociale dominante, cioè assume la parte di un massacratore: sceglie cosa dire e tacere, seziona, distingue, sopprime e risparmia. Dunque il tedesco buono – è già stato scritto – è il più spietato dei nemici: uno specchio. Il tedesco buono sono io, e se catturo la tua attenzione, sei tu che leggi.
Ecco motivi in più per diffidare delle politiche riparazioniste. Nel 2008 la Cassazione ha ribadito che si può condannare la Germania a pagare risarcimenti per stragi e deportazioni, ma a Trieste c’è stato un vertice bilaterale con Berlusconi, Merkel, e i ministri degli esteri Frattini e Steinmeier. Da allora Berlino ha fatto ogni mossa legale per evitare il pagamento e ha preso a finanziare prodotti culturali, curando minuziosamente che nulla andasse alle famiglie colpite. La proporzione, fra la spesa che sostiene e il debito, per lo Stato tedesco è vantaggiosa, per gli italiani è una beffa. Ma il trucco funziona, alimenta la leggenda dei tedeschi che hanno fatto i conti col passato. La realtà è che la Germania ha investito bene una somma modesta per fabbricare una rispettabilità, facciata utile all’inadempimento di un debito enorme.
Come il tedesco buono lascia dietro di sé un’aura di salvezza, così la Germania buona, partecipando a incontri e prodotti culturali, miete consensi col sottinteso che chi fa obiezioni non ama la pace, la riconciliazione, l’Europa. Le parole dei diplomatici tedeschi e del notabilato italiano, alle commemorazioni, alle presentazioni di studi e alle inaugurazioni di monumenti, insistono su racconti, retoriche di esecrazione, propositi solenni per il futuro (il solito mai più), garanzie di amicizia; talora suggeriscono narrazioni revisioniste, spesso porgono ringraziamenti untuosi. In certi casi si tratta di iniziative che le amministrazioni hanno trascurato per anni, e che infine hanno chiesto a Berlino di pagare, ricevendo un’adesione zelante e furba. Un’industria della memoria muove il suo sottobosco affaristico, la società dello spettacolo trionfa, le famiglie restano a mani vuote. Solo a volte si accenna ai risarcimenti, per dire che sono materia prosaica o superata, velleità perdenti, azzardi, capricci.
È accaduto così anche per la strage del Padule, che ha visto una pubblicazione di un frate nel 1945, una di un giornalista nel 1974 e approfondimenti più precisi tanti anni dopo. Ancora adesso, di molte vittime si sa poco più che il nome. L’ultimo processo si è chiuso nel 2012 con due ergastoli e risarcimenti alle parti civili (solo per le provvisionali, quasi quindici milioni di euro). La Germania non ha consegnato i condannati, non ha pagato nulla e, forse agevolata dal fatto che il territorio è diviso fra cinque comuni, ha finanziato le iniziative più disparate. Varrebbe la pena – una pena, davvero – ricapitolarle, per capire cos’è il riparazionismo.
Rientra nelle attività riparazioniste, più in generale, anche il libro a cura di Gianluca Fulvetti e Paolo Pezzino, Zone di guerra, geografie di sangue, 2016, che fa parte dell’Atlante delle stragi, finanziato da Berlino, e che comprende Carlo Gentile, I tedeschi e la guerra ai civili in Italia. Gentile, che ha fatto parte della Commissione storica italo-tedesca voluta nel 2008 ed è nel comitato scientifico dell’Atlante, su Fucecchio sostiene che almeno qualche militare sembrerebbe essersi astenuto dalla partecipazione al crimine; lo dice citando se stesso, I crimini di guerra tedeschi in Italia. 1943-1945, 2015. Ma quel libro, a sua volta, si basa su dichiarazioni autoassolutorie dei militari e su memorialistica di parte, specialmente su uno scritto di Kurt Baden del 1985-1986 e su un altro di Georg Staiger del 1957; tutte fonti tedesche marginali, quasi introvabili e recepite senza critica. Di Staiger, si cita: «Sia concesso […] sperare che oggi l’accaduto sia perdonato e che ci sia permesso di inchinarci con rispetto insieme ai superstiti al cospetto delle vittime». Il perdono, l’inchino, il rispetto. Evidentemente già negli anni Cinquanta, in Germania, si ambiva a porsi dinanzi alle vittime sullo stesso piano dei superstiti, mentre la giustizia veniva insabbiata. Lo stesso Gentile, parlando della 26ª divisione, cede all’estetica del militarismo: «Raccoglieva le usanze di alcuni vecchi e prestigiosi reggimenti della guardia di Berlino e Potsdam e coltivava un’immagine di sé che si richiamava espressamente alla tradizione militare prussiana. Non a caso il suo contrassegno era una testa stilizzata di granatiere dell’epoca di Federico il Grande». Ancora: «L’omicidio intenzionale di donne e bambini mascherato da “lotta alle bande” non faceva parte del canone valoriale di tutti gli ufficiali della divisione». A lungo andare, la fabbricazione del tedesco buono ha preso posto in studi allineati sulle esigenze del mondo accademico, per poi mettersi comoda nella versione ufficiale finanziata dalla Germania. Il tedesco buono è tornato a casa e si è moltiplicato: la divisione buona, la Germania buona.
Un tempo, in Valdinievole si videro la bontà nell’ammissione dei fatti, un soccorso nella raccolta dei cadaveri, un salvatore in chi aveva sparato a un ragazzo; adesso sembra riparazione il finanziamento del ricordo.
Tutto questo somiglia ai meccanismi distruttivi della fiducia notati da Bettelheim e al vissuto di non-senso descritto dalla Zajde. La privazione del principio vitale può riguardare anche le comunità, non solo i singoli. Se è così, ripensandoci oggi, gli occhi cavati e mostrati all’osteria non dicono bontà tedesca pagata cara, ma cecità italiana comprata con poco. Questo, però, solo per gli osservatori ridotti a pubblico, perché la regia delle iniziative riparazioniste è più consapevole della realtà che vittima di suggestione. Il tedesco buono prova la bontà di chi l’ha immaginato. Invece la Germania buona può provare l’ingenuità di quelli che credono alle lacrime del coccodrillo, mentre lascia irrisolta la cattiva coscienza di chi il coccodrillo lo invita a cena, con le vittime nel menù.
Ma oggi è il momento di ricordare con affetto quei morti, quei diversamente vivi che ci chiedono di essere più vivi, anche per loro. Due nomi: Maria Malucchi e Carmela Arinci. Non apprezzarono il prestigio dei reggimenti di Potsdam. Neppure ammirarono la testa stilizzata dei granatieri di Federico il Grande: una, quattro mesi, era troppo piccola; l’altra, novantadue anni, era cieca. Sono da ricordare anche i loro parenti che attendono giustizia. La scelta su da che parte stare non è sul passato, riguarda noi.
In fondo, la condiscendenza nei confronti di chi ha massacrato gli italiani è come il fascismo: una prepotenza perdente, un’adunata euforica di depressione organizzata, con gli psicofarmaci offerti dai bulli festanti. La rassegnazione è afasia e va evitata, anche se il clima paludoso favorisce il demone meridiano dell’accidia.
Contro gli accidiosi, il più energico è un esule tosco; li ficca proprio in una palude, quella Stigia: «Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo / ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, / portando dentro accidïoso fummo: / or ci attristiam ne la belletta negra”. / Quest’inno si gorgoglian ne la strozza, / ché dir nol posson con parola integra».
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21/08/2017
L’acqua solo a chi se la può pagare…
Quando qualche servo, di fronte ai mille problemi dei servizi pubblici gestiti dalle varie amministrazioni pubbliche, si precipita a dire “serve privatizzare”, fategli leggere questa notiziola apparsa sul quotidiano toscano La Nazione.
Naturalmente l’articolista – lavorando per un giornale di destra – si guarda bene dal trarre conclusioni generali sui pericoli della privatizzazione nella gestione dell’acqua pubblica in quell’area (o comunque sulla logica “privatistica” – orientata esclusivamente dalla ricerca del profitto di impresa – operante anche nel caso di molte aziende controllate dal pubblico ma quotate in borsa, come l’Acea). E preferisce buttarla sul “lieto fine” garantito da un singolo benefattore (“privato” anche lui, per forza di cose) che ha impedito che una famiglia povera restasse addirittura senz’acqua.
Ma gli elementi informativi ci sono tutti. Un’azienda a capitale pubblico – la Gaia – taglia l’acqua in seguito al mancato pagamento di due bollette.
L’utente “moroso” è appunto una famiglia (moglie, marito, figli) in cui l’unico reddito certo è una pensione da 600 euro al mese.
I criteri burocratici per definire la condizione di povertà – e dunque assicurare comunque un minimo vitale di acqua al giorno – sono decisamente bizzarri (un fondo agricolo che dà “rendita” per pochi euro sembra una grande ricchezza).
La procedura per farsi erogare nuovamente il servizio è infinita (immaginiamo che ci sia un call center “neutro”, ossia con personale che non dipende dall’azienda fornitrice, e dunque poco sa e poco può fare per risolvere problemi imprevisti).
E per fortuna che Gaia è ancora un’azienda “a capitale pubblico”... Se era una già privatizzata, a questa famiglia, gli mandavano i contractor a casa in cerca di liquidità (monetaria)...
La storia di un utente Gaia, risolta grazie ad un ‘angelo’ generoso
Viareggio, 19 agosto 2017 – UNA storia come tante che silenziose attraversano le nostre strade. Incrociando la burocrazia, fredda e rigida come il marmo. Ma anche la generosità, rara ma preziosa per tenere viva la speranza.
ERA rimasto indietro di due bollette dell’acqua: «Così ho chiamato Gaia comunicando che avrei rateizzato il debito» ci racconta il nostro lettore. Con un fax all’ufficio legale ha spiegato la sua situazione, «siamo tutti disoccupati, io, mia moglie i miei figli». E con la piccola pensione del padre, 600 euro, l’intera famiglia tra mille sacrifici affronta la vita. Aveva lasciato in coda anche il numero di telefono. «Ma niente», il 31 luglio ha scoperto che a casa dell’anziano padre i rubinetti erano stati ‘sigillati’. «Ha 90 anni e alcuni problemi fisici». Le bollette sono salatissime, vive in una vecchia casa con un unico contatore per due abitazioni. «E secondo quanto ci ha detto l’azienda non si possono neppure dividere, dato che anche gli impianti sono vecchi». Il pensionato non può neppure fare richiesta, presentando l’Isee, per gli sgravi; «è proprietario di un fondo sfitto, che comunque produce redditto». Queste le premesse.
DIFFICILE spiegare a parole l’amarezza, lo sconcerto, la delusione e il senso di solitudine che questa famiglia ha provato nel momento in cui si è ritrovata senza acqua, «il 31 luglio, in piena emergenza caldo». Vuole raccontare tutto, questo figlio e anche padre. «Vi confesso che mi sono messo a piangere»; con le lacrime agli occhi ha bussato allo sportello Gaia. E all’operatore ha confessato tutte le fragilità, «anche quelle di mio papà, che a letto aspettava di essere lavato». Allora si è aperta la procedura, «chilometrica: dall’operatore al dirigente, dal dirigente al funzionario, dal funzionario all’ufficio legale». Alla fine, il riallaccio, se fosse stato accettato il piano di rientro «sarebbe avvenuto 48 ore dopo l’ok; ma non sapevo quando la mia pratica sarebbe stata esaminata». Poi si è palesato «un angelo del cielo»; così lo chiama. Che si è fatto avanti, «e ha anticipato la somma per saldare il debito con Gaia». Con quello che bastava l’utente è tornato all’ufficio, «e un operatore gentilissimo ha sistemato subito la pratica, ma non mi ha saputo dire quando sarebbe tornata l’acqua». Ci ha pensato un altro «angelo del cielo» e «prima di sera tutto è stato ripristinato». Ora, dopo lo sfogo, già ipotizza la replica del gestore del servizio idrico. «Con piena ragione, per carità. Ma ho raccontato questa storia per far capire a chi di dovere che staccare la fornitura dell’acqua, per di più ad un anziano, è una cosa disumana. Spero che qualcuno intervenga, che prevalga il fattore umano su quello freddo dei computer e degli uffici legali».
Martina Del Chicca
Fonte
Naturalmente l’articolista – lavorando per un giornale di destra – si guarda bene dal trarre conclusioni generali sui pericoli della privatizzazione nella gestione dell’acqua pubblica in quell’area (o comunque sulla logica “privatistica” – orientata esclusivamente dalla ricerca del profitto di impresa – operante anche nel caso di molte aziende controllate dal pubblico ma quotate in borsa, come l’Acea). E preferisce buttarla sul “lieto fine” garantito da un singolo benefattore (“privato” anche lui, per forza di cose) che ha impedito che una famiglia povera restasse addirittura senz’acqua.
Ma gli elementi informativi ci sono tutti. Un’azienda a capitale pubblico – la Gaia – taglia l’acqua in seguito al mancato pagamento di due bollette.
L’utente “moroso” è appunto una famiglia (moglie, marito, figli) in cui l’unico reddito certo è una pensione da 600 euro al mese.
I criteri burocratici per definire la condizione di povertà – e dunque assicurare comunque un minimo vitale di acqua al giorno – sono decisamente bizzarri (un fondo agricolo che dà “rendita” per pochi euro sembra una grande ricchezza).
La procedura per farsi erogare nuovamente il servizio è infinita (immaginiamo che ci sia un call center “neutro”, ossia con personale che non dipende dall’azienda fornitrice, e dunque poco sa e poco può fare per risolvere problemi imprevisti).
E per fortuna che Gaia è ancora un’azienda “a capitale pubblico”... Se era una già privatizzata, a questa famiglia, gli mandavano i contractor a casa in cerca di liquidità (monetaria)...
*****
Non ha pagato le ultime 2 bollette. Gli tolgono l’acqua “Ho pianto, viviamo con 600 euro”
La storia di un utente Gaia, risolta grazie ad un ‘angelo’ generoso
Viareggio, 19 agosto 2017 – UNA storia come tante che silenziose attraversano le nostre strade. Incrociando la burocrazia, fredda e rigida come il marmo. Ma anche la generosità, rara ma preziosa per tenere viva la speranza.
ERA rimasto indietro di due bollette dell’acqua: «Così ho chiamato Gaia comunicando che avrei rateizzato il debito» ci racconta il nostro lettore. Con un fax all’ufficio legale ha spiegato la sua situazione, «siamo tutti disoccupati, io, mia moglie i miei figli». E con la piccola pensione del padre, 600 euro, l’intera famiglia tra mille sacrifici affronta la vita. Aveva lasciato in coda anche il numero di telefono. «Ma niente», il 31 luglio ha scoperto che a casa dell’anziano padre i rubinetti erano stati ‘sigillati’. «Ha 90 anni e alcuni problemi fisici». Le bollette sono salatissime, vive in una vecchia casa con un unico contatore per due abitazioni. «E secondo quanto ci ha detto l’azienda non si possono neppure dividere, dato che anche gli impianti sono vecchi». Il pensionato non può neppure fare richiesta, presentando l’Isee, per gli sgravi; «è proprietario di un fondo sfitto, che comunque produce redditto». Queste le premesse.
DIFFICILE spiegare a parole l’amarezza, lo sconcerto, la delusione e il senso di solitudine che questa famiglia ha provato nel momento in cui si è ritrovata senza acqua, «il 31 luglio, in piena emergenza caldo». Vuole raccontare tutto, questo figlio e anche padre. «Vi confesso che mi sono messo a piangere»; con le lacrime agli occhi ha bussato allo sportello Gaia. E all’operatore ha confessato tutte le fragilità, «anche quelle di mio papà, che a letto aspettava di essere lavato». Allora si è aperta la procedura, «chilometrica: dall’operatore al dirigente, dal dirigente al funzionario, dal funzionario all’ufficio legale». Alla fine, il riallaccio, se fosse stato accettato il piano di rientro «sarebbe avvenuto 48 ore dopo l’ok; ma non sapevo quando la mia pratica sarebbe stata esaminata». Poi si è palesato «un angelo del cielo»; così lo chiama. Che si è fatto avanti, «e ha anticipato la somma per saldare il debito con Gaia». Con quello che bastava l’utente è tornato all’ufficio, «e un operatore gentilissimo ha sistemato subito la pratica, ma non mi ha saputo dire quando sarebbe tornata l’acqua». Ci ha pensato un altro «angelo del cielo» e «prima di sera tutto è stato ripristinato». Ora, dopo lo sfogo, già ipotizza la replica del gestore del servizio idrico. «Con piena ragione, per carità. Ma ho raccontato questa storia per far capire a chi di dovere che staccare la fornitura dell’acqua, per di più ad un anziano, è una cosa disumana. Spero che qualcuno intervenga, che prevalga il fattore umano su quello freddo dei computer e degli uffici legali».
Martina Del Chicca
Fonte
16/08/2017
Rossi, le lacrime di coccodrillo del morto che cammina
Il presidente della Regione Toscana è
ancora Enrico Rossi. È uscito dal partito che gli aveva garantito la
vittoria alle ultime elezioni, ma non ci pensa neanche a dimettersi
dalla carica, come sarebbe doveroso. Al PD del resto sta
benissimo così. Andare a nuove elezioni ora sarebbe un salto nel buio,
per cui meglio fargli finire il secondo mandato, mancano ancora tre anni
e tante cose possono accadere. Prima ci saranno le elezioni politiche e
tante altre scadenze che creeranno nuovi equilibri. Tanto ormai Rossi è
un “dead man walking” e l’assessorato alla sanità, quello che
controlla quasi l’80% delle risorse regionali, è saldamente in mano ai
renziani nella persona della democristiana Stefania Saccardi. E
i prossimi saranno tre anni di guerra per bande anche all’interno dello
stesso campo renziano, che non sembra affatto granitico come qualche
tempo fa. E si dice che i transfughi di MDP stiano già inciuciando con
il loro vecchio partito nonostante le polemiche che tanto piacciono al
telespettatore medio.
Nel 2015, lo ricordiamo, il PD raccolse il 48% dei voti
ma una legge truffaldina evitò il ballottaggio, che era previsto nel
caso che nessun candidato raggiungesse il 40% e non come accade di
solito il 50%. Appena rieletto, Rossi si impegnò subito
nell’impresa di disinnescare il referendum che decine di migliaia di
cittadini avevano chiesto per abrogare la sua controriforma della sanità,
un obbrobrio di cui ora, dopo quasi due anni di attuazione, sono ancora
più evidenti a tutti gli errori e i veri obiettivi. Lo fece sostituendo
il collegio di garanzia e approvando in fretta e furia una legge che
abrogava quella sottoposta a referendum, ma ne lasciava inalterati i
principali contenuti. Uno scippo vero e proprio insomma.
Rossi prima delle sue disavventure con i renziani è stato il padrone assoluto della sanità toscana per quindici anni.
Da quando cioè nel 2000 fu nominato assessore regionale al ramo durante
la presidenza Martini. E in questi anni la sua gestione si è
caratterizzata per estremo autoritarismo, scarsa trasparenza, sprechi,
tagli, ma tramite un marketing politico martellante è stato inventato un
inesistente “modello toscano” efficiente ed egualitario.
La futura moglie nominata
direttore generale a Siena e poi inquisita per abuso d’ufficio, il buco
di 400 milioni all’ASL di Massa Carrara, la creazione di carrozzoni come
l’ESTAR o le Società della Salute, ticket tra i più alti d’Italia e
liste d’attesa infinite che impongono ai cittadini il ricorso al
privato, la costruzione di nuovi ospedali con il meccanismo del project
financing, anche questo pensato come cavallo di troia del
privato, sono solo alcuni dei grandi risultati ottenuti da Rossi alla
guida della sanità. E poi il colpo di genio finale, con le ASL smantellate e accorpate in enti dalle dimensioni tanto mostruose da paralizzarne il funzionamento,
come in questo momento stanno sperimentando sulla propria pelle
lavoratori e cittadini. Una manovra giustificata in modo demagogico con
la riduzione delle cariche dirigenziali, quando si sapeva bene che i
direttori generali, amministrativi e sanitari in stragrande maggioranza
sarebbero rientrati nel loro ruolo di dirigenti guadagnando forse più di
prima.
Questo lungo excursus sulle imprese di Rossi ci serve a introdurre un commento all’intervista
che il reuccio di Bientina ha rilasciato alla Stampa, intitolata
“Rossi: sulla sanità abbiamo tagliato troppo. Ormai vicini al punto di
rottura”. Il contenuto è davvero curioso. Rossi sottolinea che “la spesa nazionale è pari a quella del 2011, siamo sotto la media europea e questo non era mai accaduto”. Che “i
reparti sono organizzati al limite: basta una malattia improvvisa, un
cambio nei piani ferie all’ultimo momento per precipitare
nell’emergenza” e che “bisogna tornare a fare assunzioni mirate, rinnovare i contratti bloccati da sei anni”. Che “i piani di rientro sono stati spesso delle cure da cavallo che hanno ucciso il paziente”.
Non sappiamo se davvero Rossi spera
ancora, sparando questi proclami sulle colonne di un quotidiano
nazionale, di lanciarsi nel firmamento della politica romana o europea.
Le voci che ci arrivano non sono molto incoraggianti per lui, che ormai sembra sia stato scaricato da tutti.
C’è anche un’altra ipotesi e cioè che queste dichiarazioni derivino da
qualche terribile disturbo della personalità, una vera e propria
schizofrenia che peraltro non stupirebbe nessuno, visti i continui eccessi di rabbia a cui Rossi ci ha abituato in tutti questi anni (e
anche qui il marketing politico ha avuto successo costruendo il
personaggio del politico tutto d’un pezzo, “decisionista” e
intransigente).
Comunque sia, le dichiarazioni
di Rossi suonano veramente come una beffa per milioni di cittadini
toscani di cui è ancora il presidente. Se vuole cambiare rotta, sa come
fare. Se non ha le mani libere e si sente solo un pupazzo nelle
mani di poteri più forti di lui, si dimetta e vada a fare
qualcos’altro. Tanto per male che gli vada gli daranno qualche incarico
secondario e di sicuro non dovrà preoccuparsi, per la prima volta in
vita sua, di cercarsi un lavoro fuori dalla politica.
Noi da parte nostra non ne sentiremo la mancanza.
Redazione, 14 agosto 2017
24/07/2017
Acqua, sarà un anno disastroso per l’agricoltura, il peggiore degli ultimi tre
Almeno da 15 anni l’ONU mette sull’avviso sugli effetti dei cambiamenti climatici, in particolare sull’acqua, ma in Toscana sembra non avvenire nulla: gli acquedotti continuano a perdere il 40 % dell’acqua trasportata; alle grandi industrie non vengono alzati i canoni di sfruttamento e non vengono abbassate le concessioni (i diritti di prelievo); la poca acqua che rimane è sempre più inquinata da vecchi e nuovi inquinamenti che non vengono bonificati, tantomeno prevenuti.
E’ una politica dell’acqua disastrosa, quella della Regione Toscana, che deve essere addebitata solo a chi la governa, a spese della salute, ma anche dell’economia, come diremo ora.
Negli anni recenti, e tanto più quest’anno, una serie di produzioni agricole sono state accantonate per mancanza d’acqua, mentre quelle insopprimibili (cereali, olio, vino, ortaggi) hanno subito una caduta verticale nella qualità e nelle quantità, che già pesa durissimamente sul reddito degli agricoltori, ed ancora più duramente peserà a breve sui prezzi per tutti. E’ un vero è proprio stato calamitoso, non solo naturale.
Dobbiamo ricordare che la legge Galli, fin dal 1994, e tutte le leggi successive, dichiaravano il consumo civile come prioritario, subito dopo quello agricolo, e solo se resta acqua, il consumo industriale.
In buona parte della Toscana avviene invece esattamente il contrario, pensiamo a tutta la costa, ma anche all’area cartaria nella Lucchesia e alle due aree geotermiche, dove i primi consumatori d’acqua sono le grandi industrie. Inoltre va sottolineato nuovamente che oltre il 90 % delle acque superficiali in Toscana è nella peggiore classe di qualità (sub A3), vere fogne a cielo aperto non solo batteriologiche ma soprattutto chimiche, ed invece di invertire la tendenza, la Regione continua ad autorizzare pratiche inquinanti, da nuove perforazioni geotermiche, allo spandimento di fanghi “di depurazione” su campi, all’autorizzazione alle industrie ad usare acqua dolce, perfino di falda, la più preziosa.
Gli invasi non bastano ed hanno essi stessi delle controindicazioni: ostacolano la ricarica delle falde a valle, impediscono l’apporto di sedimenti alle spiagge aggravando l’erosione, sono essi stessi accumuli di sostanze inquinanti come i pesticidi che periodicamente vanno dragati e smaltiti.
Occorre quindi una inversione ad U della politica dell’acqua: all’industria sia progressivamente, ma velocemente (“adeguarsi ai cambiamenti climatici” afferma da anni l’ONU) vietato l’uso dell’acqua dolce, a cominciare da subito con l’acqua di falda. L’industria si attrezzi con la dissalazione dell’acqua di mare: la popolazione della Val di Cecina, in prima linea da decenni nella guerra dell’acqua, ha dato un esempio molto chiaro, con una petizione popolare che chiede a Solvay di costruire un grande dissalatore di acqua di mare a Rosignano. La stessa indicazione va seguita a Livorno, Piombino, Scarlino, Massa Carrara e nelle aree geotermiche: ovunque cioè dove l’uso industriale dell’acqua sia in competizione con gli usi civile e agricolo.
Se non si imboccasse questa strada, si finirebbe per vedersi costretti ad imboccare quella opposta, che già si delinea nel Grossetano: l’acqua dissalata alla popolazione! o quella dei “tuboni”, miliardi di euro a carico dei cittadini, per spostare la poca acqua rimasta da una parte all’altra della Toscana.
14.7.17
Medicina democratica
Sezione di Livorno e della Val di Cecina
Fonte
E’ una politica dell’acqua disastrosa, quella della Regione Toscana, che deve essere addebitata solo a chi la governa, a spese della salute, ma anche dell’economia, come diremo ora.
Negli anni recenti, e tanto più quest’anno, una serie di produzioni agricole sono state accantonate per mancanza d’acqua, mentre quelle insopprimibili (cereali, olio, vino, ortaggi) hanno subito una caduta verticale nella qualità e nelle quantità, che già pesa durissimamente sul reddito degli agricoltori, ed ancora più duramente peserà a breve sui prezzi per tutti. E’ un vero è proprio stato calamitoso, non solo naturale.
Dobbiamo ricordare che la legge Galli, fin dal 1994, e tutte le leggi successive, dichiaravano il consumo civile come prioritario, subito dopo quello agricolo, e solo se resta acqua, il consumo industriale.
In buona parte della Toscana avviene invece esattamente il contrario, pensiamo a tutta la costa, ma anche all’area cartaria nella Lucchesia e alle due aree geotermiche, dove i primi consumatori d’acqua sono le grandi industrie. Inoltre va sottolineato nuovamente che oltre il 90 % delle acque superficiali in Toscana è nella peggiore classe di qualità (sub A3), vere fogne a cielo aperto non solo batteriologiche ma soprattutto chimiche, ed invece di invertire la tendenza, la Regione continua ad autorizzare pratiche inquinanti, da nuove perforazioni geotermiche, allo spandimento di fanghi “di depurazione” su campi, all’autorizzazione alle industrie ad usare acqua dolce, perfino di falda, la più preziosa.
Gli invasi non bastano ed hanno essi stessi delle controindicazioni: ostacolano la ricarica delle falde a valle, impediscono l’apporto di sedimenti alle spiagge aggravando l’erosione, sono essi stessi accumuli di sostanze inquinanti come i pesticidi che periodicamente vanno dragati e smaltiti.
Occorre quindi una inversione ad U della politica dell’acqua: all’industria sia progressivamente, ma velocemente (“adeguarsi ai cambiamenti climatici” afferma da anni l’ONU) vietato l’uso dell’acqua dolce, a cominciare da subito con l’acqua di falda. L’industria si attrezzi con la dissalazione dell’acqua di mare: la popolazione della Val di Cecina, in prima linea da decenni nella guerra dell’acqua, ha dato un esempio molto chiaro, con una petizione popolare che chiede a Solvay di costruire un grande dissalatore di acqua di mare a Rosignano. La stessa indicazione va seguita a Livorno, Piombino, Scarlino, Massa Carrara e nelle aree geotermiche: ovunque cioè dove l’uso industriale dell’acqua sia in competizione con gli usi civile e agricolo.
Se non si imboccasse questa strada, si finirebbe per vedersi costretti ad imboccare quella opposta, che già si delinea nel Grossetano: l’acqua dissalata alla popolazione! o quella dei “tuboni”, miliardi di euro a carico dei cittadini, per spostare la poca acqua rimasta da una parte all’altra della Toscana.
14.7.17
Medicina democratica
Sezione di Livorno e della Val di Cecina
Fonte
17/06/2017
Il lato oscuro della “forza”. Il Pd, il sindaco difensore e i carabinieri torturatori
Aulla, il sindaco del Pd è l’avvocato di alcuni dei carabinieri indagati per i pestaggi in caserma e il Pd, già a marzo, aveva organizzato una manifestazione di solidarietà con l’Arma.
Sembrano increduli i residenti di Aulla (Massa Carrara) per gli sviluppi dell’inchiesta sui pestaggi nelle caserme dei carabinieri venuti alla luce durante un’inchiesta della procura di Carrara.
Increduli e imbarazzati perché il difensore di alcuni dei 9 carabinieri è un potente avvocato della zona ed è appena diventato sindaco di questa città al confine tra Toscana e Liguria, 12mila abitanti, finora nota solo per le bizzarrie di un suo vecchio sindaco socialista, Lucio Barani, che ha spaccato a metà una piazza per intitolarla a Craxi mentre il rimanente continua a chiamarsi Piazza Gramsci. Socialista, quindi, nel controverso significato assunto in Italia dopo gli anni della Milano da bere, agli albori del saccheggio liberista di risorse e diritti.
Allora quel sindaco vietò l’ingresso in città a chiunque avesse a che fare con mani pulite proclamando Aulla «comune dedipetrizzato». Ora quel sindaco è senatore eletto con il Popolo della libertà e ha appena festeggiato l’elezione a sindaco di Roberto Valettini, del Pd, che giusto un mese prima di lanciarsi nella corsa alle amministrative, ha assunto la difesa dei militari coinvolti nell’inchiesta secondo un’impressionante lista di 104 reati ipotizzati dai pm.
Era il mese di marzo e il Pd si fece carico di raccogliere i boatos della rete, la retorica agghiacciante di chi sta con le forze dell’ordine senza se e senza ma, promuovendo una manifestazione cittadina a sostegno dell’Arma in perfetto stile Coisp, il sindacatino di polizia famoso per le sue controverse dichiarazioni contro le vittime di malapolizia, contro i loro familiari e contro i giornalisti che osino fare cronaca e contro i migranti di fede islamica.
Il territorio fu tappezzato di manifesti mentre nei social circolavano post a sfondo razzista su una presunta emergenza sicurezza che questa città non ha mai vissuto. Nelle cronache recenti, piuttosto, si registrano episodi di vandalismo e bullismo commessi da rampolli giovanissimi di famiglie perbene e se di degrado si deve parlare va piuttosto riferito alle criminali e dissennate politiche urbanistiche che hanno consentito che si cementificasse l’impossibile finché il fiume Magra non ha detto stop con la spaventosa alluvione del 2011 che uccise due persone e cacciò di casa decine di famiglie delle case popolari costruite dove non doveva succedere. Da allora c’è un viavai di emissari di Striscia la notizia perché le scuole sono ancora ospitate nei container.
L’emergenza sicurezza, come spesso succede, anche ad Aulla si declina nel suo contrario: si è insicuri perché scorazzano militari e agenti che si sentono al di sopra della legge e commettono abusi come se l’illegalità fosse la normalità. E’ quello che scrivono i magistrati pur sottolineando che sarebbero solo mele marce, che la fiducia nell’Arma è intatta eccetera eccetera.
Quell’11 marzo, il Pd portò decine di persone, complice anche il passaggio dal mercato settimanale, nella piazza del Comune e potrebbe farlo ancora dopo gli arresti di ieri. Allora furono distribuiti volantini di vicinanza all’Arma dando anche la possibilità ai passanti di lasciare un messaggio di solidarietà per i carabinieri, scrivendo un biglietto da inserire in una teca. «La Procura sta mal interpretando la realtà della strada – si leggeva su un volantino – penalizzando l’esecuzione della nostra sicurezza». «Conosciamo bene quei ragazzi in divisa – avevano spiegato alcuni nella piazza – e conosciamo anche coloro che li hanno accusati, sono quelli da cui ci proteggevano».
Durante la manifestazione era stata fatta suonare anche una sirena simile a quella delle auto dei carabinieri in servizio, seguita da un lungo applauso e dal grido «Viva i nostri carabinieri». E in rete giravano frasi fatte come “Loro fanno tanto per noi, e noi per loro?“. Nessun dubbio, ad Aulla come a Roma, da parte del Pd, sui frutti avvelenati di un’emergenza sicurezza costruita ad arte proprio da chi ha governa i processi mostruosi dell’austerità e del neoliberismo.
La guerra dei penultimi contro gli ultimi è lo strumento più pratico per distrarre i poveri dalle responsabilità di chi li deruba di futuro.
Il Pd non è solo il partito che difende i carabinieri di Aulla e Albiano Magra, ma è il partito dei decreti Minniti-Orlando, i suoi padri nobili – Napolitano e Veltroni – hanno inventato i “lager” per migranti e il primo pacchetto sicurezza.
Non esisteva ancora ai tempi di Genova 2001 ma i suoi soci fondatori, Ds e Margherita, non hanno mai voluto una vera inchiesta parlamentare sulle violenze di quel luglio preparate dalla sanguinosa anteprima della mattanza di Napoli, il 17 marzo del 2001, dall’allora ministro degli Interni Enzo Bianco, oggi sindaco Pd a Catania. Dopo l’11 marzo, ad Aulla, anche Forza Italia volle fare un security day in una rincorsa che, anche a livello nazionale, vede impegnati i rispettivi partiti in gara a chi è più razzista, autoritario, sicuritario, anticostituzionale.
Intanto la cronaca si arricchisce di dettagli: c’erano le microspie anche sulle auto di servizio dei carabinieri della Lunigiana finiti sotto inchiesta, una ventina. Uno di loro è in carcere, tre sono agli arresti domiciliari e quattro hanno il divieto di dimora nella provincia di Massa Carrara. Tra questi ultimi un maresciallo, sospeso dal servizio perchè aveva anche funzioni di comando. «Si, abbiamo utilizzato anche le intercettazioni ambientali e telefoniche e sono emerse tante situazioni di illegalità», conferma il procuratore Aldo Giubilaro titolare dell’indagine assieme al sostituto Alessia Iacopini.
I reati contestati a vario titolo sono lesioni, falso in atto pubblico, sequestro di persona, violenza sessuale. Il gip De Mattia che ha firmato l’ordinanza di misure cautelari ha accolto le richieste della procura contestando ben 104 capi di imputazioni. C’è la storia del ragazzo marocchino violentato durante una perquisizione antidroga, il caso di un clochard caricato a forza sull’auto di servizio e manganellato, lo stupro di una giovane prostituta. Poi altri pestaggi in caserma dove, sempre secondo le accuse, venivano falsificati i verbali. Sei carabinieri erano in servizio alla stazione di Aulla, due ad Albiano Magra, tutti in provincia di Massa Carrara.
L’inchiesta dimostra, secondo il presidente di Amnesty Italia Antonio Marchesi, che «il problema degli abusi delle forze di polizia in Italia esiste e va affrontato con strumenti adeguati, che nel nostro ordinamento ancora mancano. Emergono particolari sconcertanti, soprattutto riguardo alla riferita sistematicità dei presunti comportamenti criminali. Rimuovere, far calare il silenzio non è mai la soluzione. È nell’interesse delle forze di polizia, del loro buon nome, della loro autorevolezza e della loro efficacia, accertare fatti e responsabilità e poi sanzionare con pene adeguate alla gravità dei fatti accertati chi fra i propri appartenenti compie violazioni dei diritti umani».
«Speriamo che l’inchiesta per i fatti della caserma di Aulla veda la piena partecipazione dell’Arma dei Carabinieri. Confidiamo che ciò avvenga», dice Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone. «Si tratta – dice – di fatti gravi che richiedono la collaborazione di tutte le istituzioni affinché si arrivi a verità e giustizia. Dunque ci affidiamo ai pm e alle loro indagini senza avere presunzioni di colpevolezza». «Comunque – aggiunge Gonnella – sarebbe importante che se mai si arrivasse a processo, lo Stato si costituisse parte civile. Chi ha compiti di ordine pubblico ha un dovere in più di muoversi nella legalità. Deve esserne esempio». Secondo Gonnella, «le violenze sistematiche evocano la parola tortura. Parola impronunciabile nelle aule di giustizia italiane perché la tortura non è reato nel nostro paese nonostante obblighi internazionali vecchi di trent’anni».
Fonte
Sembrano increduli i residenti di Aulla (Massa Carrara) per gli sviluppi dell’inchiesta sui pestaggi nelle caserme dei carabinieri venuti alla luce durante un’inchiesta della procura di Carrara.
Increduli e imbarazzati perché il difensore di alcuni dei 9 carabinieri è un potente avvocato della zona ed è appena diventato sindaco di questa città al confine tra Toscana e Liguria, 12mila abitanti, finora nota solo per le bizzarrie di un suo vecchio sindaco socialista, Lucio Barani, che ha spaccato a metà una piazza per intitolarla a Craxi mentre il rimanente continua a chiamarsi Piazza Gramsci. Socialista, quindi, nel controverso significato assunto in Italia dopo gli anni della Milano da bere, agli albori del saccheggio liberista di risorse e diritti.
Allora quel sindaco vietò l’ingresso in città a chiunque avesse a che fare con mani pulite proclamando Aulla «comune dedipetrizzato». Ora quel sindaco è senatore eletto con il Popolo della libertà e ha appena festeggiato l’elezione a sindaco di Roberto Valettini, del Pd, che giusto un mese prima di lanciarsi nella corsa alle amministrative, ha assunto la difesa dei militari coinvolti nell’inchiesta secondo un’impressionante lista di 104 reati ipotizzati dai pm.
Era il mese di marzo e il Pd si fece carico di raccogliere i boatos della rete, la retorica agghiacciante di chi sta con le forze dell’ordine senza se e senza ma, promuovendo una manifestazione cittadina a sostegno dell’Arma in perfetto stile Coisp, il sindacatino di polizia famoso per le sue controverse dichiarazioni contro le vittime di malapolizia, contro i loro familiari e contro i giornalisti che osino fare cronaca e contro i migranti di fede islamica.
Il territorio fu tappezzato di manifesti mentre nei social circolavano post a sfondo razzista su una presunta emergenza sicurezza che questa città non ha mai vissuto. Nelle cronache recenti, piuttosto, si registrano episodi di vandalismo e bullismo commessi da rampolli giovanissimi di famiglie perbene e se di degrado si deve parlare va piuttosto riferito alle criminali e dissennate politiche urbanistiche che hanno consentito che si cementificasse l’impossibile finché il fiume Magra non ha detto stop con la spaventosa alluvione del 2011 che uccise due persone e cacciò di casa decine di famiglie delle case popolari costruite dove non doveva succedere. Da allora c’è un viavai di emissari di Striscia la notizia perché le scuole sono ancora ospitate nei container.
L’emergenza sicurezza, come spesso succede, anche ad Aulla si declina nel suo contrario: si è insicuri perché scorazzano militari e agenti che si sentono al di sopra della legge e commettono abusi come se l’illegalità fosse la normalità. E’ quello che scrivono i magistrati pur sottolineando che sarebbero solo mele marce, che la fiducia nell’Arma è intatta eccetera eccetera.
Quell’11 marzo, il Pd portò decine di persone, complice anche il passaggio dal mercato settimanale, nella piazza del Comune e potrebbe farlo ancora dopo gli arresti di ieri. Allora furono distribuiti volantini di vicinanza all’Arma dando anche la possibilità ai passanti di lasciare un messaggio di solidarietà per i carabinieri, scrivendo un biglietto da inserire in una teca. «La Procura sta mal interpretando la realtà della strada – si leggeva su un volantino – penalizzando l’esecuzione della nostra sicurezza». «Conosciamo bene quei ragazzi in divisa – avevano spiegato alcuni nella piazza – e conosciamo anche coloro che li hanno accusati, sono quelli da cui ci proteggevano».
Durante la manifestazione era stata fatta suonare anche una sirena simile a quella delle auto dei carabinieri in servizio, seguita da un lungo applauso e dal grido «Viva i nostri carabinieri». E in rete giravano frasi fatte come “Loro fanno tanto per noi, e noi per loro?“. Nessun dubbio, ad Aulla come a Roma, da parte del Pd, sui frutti avvelenati di un’emergenza sicurezza costruita ad arte proprio da chi ha governa i processi mostruosi dell’austerità e del neoliberismo.
La guerra dei penultimi contro gli ultimi è lo strumento più pratico per distrarre i poveri dalle responsabilità di chi li deruba di futuro.
Il Pd non è solo il partito che difende i carabinieri di Aulla e Albiano Magra, ma è il partito dei decreti Minniti-Orlando, i suoi padri nobili – Napolitano e Veltroni – hanno inventato i “lager” per migranti e il primo pacchetto sicurezza.
Non esisteva ancora ai tempi di Genova 2001 ma i suoi soci fondatori, Ds e Margherita, non hanno mai voluto una vera inchiesta parlamentare sulle violenze di quel luglio preparate dalla sanguinosa anteprima della mattanza di Napoli, il 17 marzo del 2001, dall’allora ministro degli Interni Enzo Bianco, oggi sindaco Pd a Catania. Dopo l’11 marzo, ad Aulla, anche Forza Italia volle fare un security day in una rincorsa che, anche a livello nazionale, vede impegnati i rispettivi partiti in gara a chi è più razzista, autoritario, sicuritario, anticostituzionale.
Intanto la cronaca si arricchisce di dettagli: c’erano le microspie anche sulle auto di servizio dei carabinieri della Lunigiana finiti sotto inchiesta, una ventina. Uno di loro è in carcere, tre sono agli arresti domiciliari e quattro hanno il divieto di dimora nella provincia di Massa Carrara. Tra questi ultimi un maresciallo, sospeso dal servizio perchè aveva anche funzioni di comando. «Si, abbiamo utilizzato anche le intercettazioni ambientali e telefoniche e sono emerse tante situazioni di illegalità», conferma il procuratore Aldo Giubilaro titolare dell’indagine assieme al sostituto Alessia Iacopini.
I reati contestati a vario titolo sono lesioni, falso in atto pubblico, sequestro di persona, violenza sessuale. Il gip De Mattia che ha firmato l’ordinanza di misure cautelari ha accolto le richieste della procura contestando ben 104 capi di imputazioni. C’è la storia del ragazzo marocchino violentato durante una perquisizione antidroga, il caso di un clochard caricato a forza sull’auto di servizio e manganellato, lo stupro di una giovane prostituta. Poi altri pestaggi in caserma dove, sempre secondo le accuse, venivano falsificati i verbali. Sei carabinieri erano in servizio alla stazione di Aulla, due ad Albiano Magra, tutti in provincia di Massa Carrara.
L’inchiesta dimostra, secondo il presidente di Amnesty Italia Antonio Marchesi, che «il problema degli abusi delle forze di polizia in Italia esiste e va affrontato con strumenti adeguati, che nel nostro ordinamento ancora mancano. Emergono particolari sconcertanti, soprattutto riguardo alla riferita sistematicità dei presunti comportamenti criminali. Rimuovere, far calare il silenzio non è mai la soluzione. È nell’interesse delle forze di polizia, del loro buon nome, della loro autorevolezza e della loro efficacia, accertare fatti e responsabilità e poi sanzionare con pene adeguate alla gravità dei fatti accertati chi fra i propri appartenenti compie violazioni dei diritti umani».
«Speriamo che l’inchiesta per i fatti della caserma di Aulla veda la piena partecipazione dell’Arma dei Carabinieri. Confidiamo che ciò avvenga», dice Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone. «Si tratta – dice – di fatti gravi che richiedono la collaborazione di tutte le istituzioni affinché si arrivi a verità e giustizia. Dunque ci affidiamo ai pm e alle loro indagini senza avere presunzioni di colpevolezza». «Comunque – aggiunge Gonnella – sarebbe importante che se mai si arrivasse a processo, lo Stato si costituisse parte civile. Chi ha compiti di ordine pubblico ha un dovere in più di muoversi nella legalità. Deve esserne esempio». Secondo Gonnella, «le violenze sistematiche evocano la parola tortura. Parola impronunciabile nelle aule di giustizia italiane perché la tortura non è reato nel nostro paese nonostante obblighi internazionali vecchi di trent’anni».
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16/06/2017
Il rigassificatore se ne va? I tedeschi di Uniper annunciano la vendita agli EmiratiIl rigassificatore se ne va? I tedeschi di Uniper annunciano la vendita agli Emirati
Il sito specializzato Lngworldshipping.com ha annunciato che il rigassificatore di Livorno presto tornerà nei cantieri di Dubai per subire alcune modifiche e poi sarà riposizionato a Sharjah negli Emirati Arabi Uniti
L’articolo non lascia interpretazioni in merito: “Il rigassificatore FRSU Toscana situato a 22 km dalla costa livornese sarà noleggiato (charter) e ricollocato (redeploy) a Sharjah negli Emirati Arabi Uniti. Una dichiarazione clamorosa del responsabile Uniper per il medioriente John Roper. L’articolo però menziona solo le dichiarazioni dei tedeschi che detengono solo il 48,24% del terminale. Infatti OLT Offshore LNG Toscana S.p.A. detiene la proprietà del Terminale galleggiante di rigassificazione “FSRU Toscana” ma questa società è anche partecipata al 49,07% di IREN (quelli che detengono anche il 40% di Asa spa) e il 2,64% di Golar Lng. Cosa dicono gli altri soci? Probabilmente sono d’accordo visto che IREN aveva già più volte dichiarato pubblicamente di volersi disfare del rigassificatore (Iren vende il rigassificatore Olt), un investimento disastroso (è pressoché fermo da quando è stato ancorato 5 anni fa) alleviato solo dal fatto che con le nostre bollette paghiamo decine di milioni di euro ai proprietari perché la legge prevede che debba fare incassi anche se non lavora (Report smaschera il rigassificatore: inutile, costoso e pagato con le nostre bollette). Le ultime tendenze finanziarie danno il settore del gas naturale liquido come prodotto in ascesa e quindi si sono affacciati i compratori. Ma il vero motivo potrebbe essere che dopo la rottura delle petromonarchie arabe con il Qatar, gli Emirati vogliano mettere in sicurezza i propri approvvigionamenti con una infrastruttura diversificata in più.
Insomma, per noi niente di nuovo. Ma la situazione va monitorata per vedere quali strascichi lascia questa opera che al territorio non ha portato niente se non impatto ambientale, polemiche e bollette gonfiate.
Redazione, 15 giugno 2017
Di seguito l’articolo di Lngworldshipping tradotto
Sharjah noleggia FSRU Toscana per importare il suo primo LNG
L’unità di stoccaggio e rigassificazione galleggiante con sede in Italia, FSRU Toscana, sarà riposizionata in Medio Oriente dopo una riparazione a Dubai Drydocks. Lo ha annunciato l’azionista di OLT Offshore Toscana, Uniper.
Il responsabile del Medio Oriente di Uniper Global Commodities, John Roper, ha annunciato la mossa in un’intervista pubblicata ieri da CPI Financial. La nave FRSU Toscana subirà “modifiche” quest’anno a Dubai Drydocks, ha detto Roper, per poi prendere i primi carichi di LNG di Sharjah ad inizio del 2019.
Sharjah sta consolidando i propri progetti per l’importazione di gas per la produzione di energia, per diventare il terzo stato all’interno degli Emirati Arabi Uniti (UAE) ad unirsi al club degli importatori LNG e per schierare il quarto FSRU del paese.
Questa settimana, la Sharjah National Oil Corporation (SNOC) ha firmato un accordo di vendita gas con l’autorità per l’energia elettrica e l’acqua di Sharjah (SEWA) per fornire gas naturale a tre centrali SEWA.
Nel mese di ottobre, il SNOC ha firmato un accordo con Uniper e Sharjah Petroleum Council per l’importazione di GNL attraverso il porto di Hamriya situato nella costa ovest dell’UAE.
SNOC e Uniper hanno costituito una joint venture per importare fino a 4 milioni di tonnellate all’anno di GNL a partire dal 2019. Uniper consegnerà LNG alla FSRU, da ormeggiare a Hamriyah per pompare gas nella griglia naturale.
Il sig. Roper ha detto a CPI Financial: “Per il progetto di importazione di LNG Sharjah, Uniper, come ingegnere proprietario per SNOC, garantirà la tempestiva messa in servizio del progetto. Uniper si baserà sulle sue conoscenze locali UAE, dopo aver modificato con successo il peschereccio italiano FSRU Toscana con Dubai Drydocks nel 2016.
“Il mandato di Uniper comprenderà la progettazione e la costruzione dell’impianto di importazione di LNG di Sharjah. Uniper garantirà soluzioni di spedizione competitive e affidabili per il progetto.
“Uniper sarà anche responsabile dell’approvvigionamento e dell’offerta di GNL a prezzi competitivi nel corso della durata di 10 anni del progetto, per garantire forniture ininterrotte di gas ai clienti proiettati”.
FSRU Toscana importa LNG per l’Italia OLT Offshore Toscana, una joint venture tra Uniper Global Commodities, il Gruppo Iren e la Golar Offshore Toscana Ltd. La FSRU è ormeggiata a 22 km in mare aperto, tra Livorno e Pisa, fornendo annualmente circa 3,75 miliardi di LNG, circa il 4 per cento delle esigenze del gas italiano.
LNG World Shipping ha invitato sia Uniper che OLT Offshore Toscana a commentare l’annuncio del sig. Roper. Non è chiaro quali accordi l’Italia farà, se del caso, per sostituire l’unica FSRU.
Annunciando l’accordo con SEWA, l’amministratore delegato di SNOC, Hatem al-Mosa, ha dichiarato che il progetto mira a “chiudere il gap di domanda di approvvigionamento di gas a Sharjah e gli emirati settentrionali, con spazio di espansione per sostenere la domanda di energia in tutto il paese per molti anni a venire” .
15 giungo 2017
Fonte
L’articolo non lascia interpretazioni in merito: “Il rigassificatore FRSU Toscana situato a 22 km dalla costa livornese sarà noleggiato (charter) e ricollocato (redeploy) a Sharjah negli Emirati Arabi Uniti. Una dichiarazione clamorosa del responsabile Uniper per il medioriente John Roper. L’articolo però menziona solo le dichiarazioni dei tedeschi che detengono solo il 48,24% del terminale. Infatti OLT Offshore LNG Toscana S.p.A. detiene la proprietà del Terminale galleggiante di rigassificazione “FSRU Toscana” ma questa società è anche partecipata al 49,07% di IREN (quelli che detengono anche il 40% di Asa spa) e il 2,64% di Golar Lng. Cosa dicono gli altri soci? Probabilmente sono d’accordo visto che IREN aveva già più volte dichiarato pubblicamente di volersi disfare del rigassificatore (Iren vende il rigassificatore Olt), un investimento disastroso (è pressoché fermo da quando è stato ancorato 5 anni fa) alleviato solo dal fatto che con le nostre bollette paghiamo decine di milioni di euro ai proprietari perché la legge prevede che debba fare incassi anche se non lavora (Report smaschera il rigassificatore: inutile, costoso e pagato con le nostre bollette). Le ultime tendenze finanziarie danno il settore del gas naturale liquido come prodotto in ascesa e quindi si sono affacciati i compratori. Ma il vero motivo potrebbe essere che dopo la rottura delle petromonarchie arabe con il Qatar, gli Emirati vogliano mettere in sicurezza i propri approvvigionamenti con una infrastruttura diversificata in più.
Insomma, per noi niente di nuovo. Ma la situazione va monitorata per vedere quali strascichi lascia questa opera che al territorio non ha portato niente se non impatto ambientale, polemiche e bollette gonfiate.
Redazione, 15 giugno 2017
Di seguito l’articolo di Lngworldshipping tradotto
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Sharjah noleggia FSRU Toscana per importare il suo primo LNG
L’unità di stoccaggio e rigassificazione galleggiante con sede in Italia, FSRU Toscana, sarà riposizionata in Medio Oriente dopo una riparazione a Dubai Drydocks. Lo ha annunciato l’azionista di OLT Offshore Toscana, Uniper.
Il responsabile del Medio Oriente di Uniper Global Commodities, John Roper, ha annunciato la mossa in un’intervista pubblicata ieri da CPI Financial. La nave FRSU Toscana subirà “modifiche” quest’anno a Dubai Drydocks, ha detto Roper, per poi prendere i primi carichi di LNG di Sharjah ad inizio del 2019.
Sharjah sta consolidando i propri progetti per l’importazione di gas per la produzione di energia, per diventare il terzo stato all’interno degli Emirati Arabi Uniti (UAE) ad unirsi al club degli importatori LNG e per schierare il quarto FSRU del paese.
Questa settimana, la Sharjah National Oil Corporation (SNOC) ha firmato un accordo di vendita gas con l’autorità per l’energia elettrica e l’acqua di Sharjah (SEWA) per fornire gas naturale a tre centrali SEWA.
Nel mese di ottobre, il SNOC ha firmato un accordo con Uniper e Sharjah Petroleum Council per l’importazione di GNL attraverso il porto di Hamriya situato nella costa ovest dell’UAE.
SNOC e Uniper hanno costituito una joint venture per importare fino a 4 milioni di tonnellate all’anno di GNL a partire dal 2019. Uniper consegnerà LNG alla FSRU, da ormeggiare a Hamriyah per pompare gas nella griglia naturale.
Il sig. Roper ha detto a CPI Financial: “Per il progetto di importazione di LNG Sharjah, Uniper, come ingegnere proprietario per SNOC, garantirà la tempestiva messa in servizio del progetto. Uniper si baserà sulle sue conoscenze locali UAE, dopo aver modificato con successo il peschereccio italiano FSRU Toscana con Dubai Drydocks nel 2016.
“Il mandato di Uniper comprenderà la progettazione e la costruzione dell’impianto di importazione di LNG di Sharjah. Uniper garantirà soluzioni di spedizione competitive e affidabili per il progetto.
“Uniper sarà anche responsabile dell’approvvigionamento e dell’offerta di GNL a prezzi competitivi nel corso della durata di 10 anni del progetto, per garantire forniture ininterrotte di gas ai clienti proiettati”.
FSRU Toscana importa LNG per l’Italia OLT Offshore Toscana, una joint venture tra Uniper Global Commodities, il Gruppo Iren e la Golar Offshore Toscana Ltd. La FSRU è ormeggiata a 22 km in mare aperto, tra Livorno e Pisa, fornendo annualmente circa 3,75 miliardi di LNG, circa il 4 per cento delle esigenze del gas italiano.
LNG World Shipping ha invitato sia Uniper che OLT Offshore Toscana a commentare l’annuncio del sig. Roper. Non è chiaro quali accordi l’Italia farà, se del caso, per sostituire l’unica FSRU.
Annunciando l’accordo con SEWA, l’amministratore delegato di SNOC, Hatem al-Mosa, ha dichiarato che il progetto mira a “chiudere il gap di domanda di approvvigionamento di gas a Sharjah e gli emirati settentrionali, con spazio di espansione per sostenere la domanda di energia in tutto il paese per molti anni a venire” .
15 giungo 2017
Fonte
16/04/2017
La cultura in mano alla finanza speculativa: Toscana in prima fila
Lo sfruttamento economico del nostro patrimonio culturale
si arricchisce di nuove figure e di nuovi strumenti che, guarda caso,
nei giorni scorsi, con il benestare di Regione Toscana e Comune, si sono
dati convegno proprio a Firenze per celebrare la cosiddetta “Rigenerazione urbana a base culturale”.
Non ci vuol molto per capire che si tratta dell’ennesima trovata per giustificare e rilanciare il saccheggio del patrimonio storico, artistico e architettonico, di proprietà pubblica,
da parte di società che fanno del suo sfruttamento il principio motore
di una nuova fase di rilancio della redditività immobiliare ed
economica.
Definiscono Cultural Real Estate questa attività. La cultura viene trasformata in elemento trainante della speculazione immobiliare. Il
recupero degli immobili dismessi dovrebbe consentire di realizzare
“valorizzazioni immobiliari-culturali capaci di generare valore, reddito
e occupazione”, ciò nella speranza di accontentare tutti, anche se in
maniera profondamente sperequata e distruttiva di valori ambientali e
sociali consolidati nel tempo.
Sono messi a valore non solo gli asset tangibili quali edifici, opere, musei, ma anche quelli che sono definiti asset intangibili,
“espressioni identitarie ed eredità del passato da trasmettere alle
generazioni future, quali le arti dello spettacolo, l’artigianato, il
paesaggio”.
In altri termini, concorrono alla
formazione del valore non solo le qualità intrinseche del manufatto
edilizio ed architettonico, ma anche le reti di relazioni, il savoir faire collettivo, la stessa costruzione sociale dell’intorno territoriale del manufatto acquisito, che fa di quel patrimonio un unicum irripetibile e per di più sottratto alla comunità locale.
La cosa che più irrita non è solo l’espropriazione del bene pubblico ma anche la sussunzione delle stesse forme di vita,
della presenza fisica degli abitanti, del loro agire quotidiano, alla
determinazione del profit speculativo. È una nuova forma di vassallaggio territoriale e culturale nei confronti dei ricchi di turno.
Ormai è un dato di fatto che investire in
cultura conviene: è stato calcolato che la designazione a patrimonio
culturale di un edificio ne incrementa il prezzo del 15% circa, mentre
il valore delle abitazioni presenti in aree di interesse
storico-culturale gode di un premio del 25%.
Alle incertezze del ciclo edilizio tradizionale, le società di Cultural Real Estate Development puntano proprio sull’acquisizione di immobili fortemente caratterizzati in senso storico e culturale per assicurarsi una stabilizzazione del rendimento economico.
Sono investimenti unici, destinati a una categoria di clienti
particolarmente ricchi che non conoscono i morsi della crisi e delle
bolle immobiliari. E l’Italia ha un ricco bottino di cui i Developers vorrebbero appropriarsi: è il paese con il più alto numero di siti Unesco, ben 51, più della Cina (50) e più della Spagna (45).
Cosa desiderare di più!
Sono pronti a scendere in campo
investitori internazionali del calibro di Fondi sovrani, Banche di
sviluppo, Compagnie di assicurazioni e Fondi pensione per finanziare
campagne di acquisizione senza precedenti.
“Ci
muoviamo nel solco di un approccio economico e finanziario al bene
culturale, lo trattiamo come se fosse un asset economico e finanziario
considerando il cash flow e la redditività presente e futura in
relazione alla commercializzazione di beni e servizi che gli ruotano
attorno”: questo è il freddo e utilitaristico linguaggio
con cui gli operatori del settore si occupano di quel patrimonio
culturale, intendendo con culturale monumenti, edifici, palazzi,
tessuti urbani, che si è sedimentato nel corso dei secoli e che ora ci
viene sottratto. Inaridito nelle sue funzioni e nella sua ricchezza di
relazioni, viene banalmente consumato e ne viene precluso il suo valore
di trasmissione della memoria collettiva per le generazioni future.
Sono gli stessi Cultural developer a riconoscere che si muovono su di un terreno accidentato “perché il patrimonio culturale costituisce un bene pubblico puro inalienabile
(dello Stato o degli enti locali) e il rischio finanziario ha bisogno
di garanzie”. La certezza dell’investimento viene loro garantita dalle
recenti politiche del Mibact di smantellamento della funzione di tutela costituzionale dei beni culturali,
subordinata alla loro valorizzazione mercantile. A sottolineare questa
nuova connotazione del Ministero è lo stesso Franceschini quando ricorda
di essere a “capo del principale Ministero economico italiano”!
Non solo, ma è messa profondamente in discussione anche la cultura urbanistica di questi ultimi anni, che in parte ha saputo innovarsi e che ancora può proporre dispositivi di contenimento delle spinte speculative. Amministratori pubblici e addirittura esponenti dell’Istituto Nazionale di Urbanistica
fanno a gara nel depotenziare gli strumenti urbanistici attuativi in
favore di dubbie e generiche modalità puntuali di gestione del
territorio, che perdono di vista la direzione pubblica delle trasformazioni e la visione sistemica della complessità dei fatti territoriali.
Non è un caso che durante quel consesso sia stato annunciato l’accordo con la famiglia Lowenstein per la trasformazione della Villa Medicea di Cafaggiòlo,
al centro della tenuta di 385 ettari nei pressi di Barberino del
Mugello. Patrimonio Unesco, progettata da Michelozzo e celebrata da
Lorenzo il Magnifico si trasformerà in un resort “acchiapparicchi” con
tanto di distruzione di valori ambientali, culturali e sociali. Comuni e
Regione, servizievoli, si sono subito dichiarati disponibili a
modificare i propri strumenti urbanistici, mentre sarà proposta anche
una variante al PIT per gli impatti paesaggistici e l’aumento delle
volumetrie.
Che non si venga a raccontare la favola dei posti di lavoro,
perché tanto sappiamo che investimenti del genere sono ad alta
intensità di capitale con basso ritorno di occupati, per lo più
impiegati in forme precarie e stagionali!
Il presidente Rossi dichiara di essere soddisfatto e ricorda che “stavolta siamo riusciti a mettere d’accordo anche i comitati”.
Al suo posto non sarei così sereno,
vorrei ricordargli che invece esiste, per fortuna, un vasto fronte di
comitati, di associazioni, di reti locali e di saperi istituzionali
consapevoli del fatto che, ricordando Calvino, l’inferno dei viventi è qui e ora.
Distinguere l’inferno da ciò che non è inferno è il nostro compito.
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