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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/08/2024

Piazzale Loreto, 10 agosto 1944: la strage fascista

Anche su Piazzale Loreto 1944 è fioccato copioso, nei decenni, il nevischio marcio e sporco del revisionismo.

Ricordiamo perciò alcuni fatti essenziali:

• I 15 fucilati non erano tutti “partigiani”, ma alcuni semplici detenuti politici presso il carcere di San Vittore (lista nel secondo commento).

• Ai morituri, per evitare reazioni inconsulte, fu fatto credere di essere destinati al lavoro coatto, vestendoli di tute operaie.

• L’eccidio fu eseguito materialmente da plotoni misti della GNR e della Legione Autonoma Mobile “Ettore Muti”.

• L’ordine fu dato dal capitano SS Theodor Saevecke, comandante dell’Hotel Regina; i fascisti, quindi, come spesso capitava, eseguirono il “lavoro sporco” per i tedeschi.

• Il podestà di Milano Piero Parini tentò invano di impedire il massacro; dopo la strage, diede le dimissioni per passare ad altro incarico con la RSI.

• I tedeschi giustificarono la strage come un atto di rappresaglia a seguito di un attentato ad un automezzo tedesco con vittime militari e civili, attribuito alla 3a GAP; Giovanni Pesce, comandante della 3a GAP, Medaglia d’oro della Resistenza, che ammise senza reticenze ogni azione compiuta dai suoi uomini, ha sempre smentito di aver organizzato l’attentato in questione.

• Theodor Saevecke fu condannato soltanto nel 1999 all’ergastolo – in contumacia – dal Tribunale Militare di Torino per l’eccidio del 10 agosto 1944, oltre che per la fucilazione per rappresaglia di altri otto civili innocenti a Corbetta (Milano) nell’estate del 1944 ed altri atti criminali simili.

Nonostante fossero disponibili prove schiaccianti (foto, testimonianze, documenti) e la piena confessione dello stesso Saevecke, resa alle autorità alleate nel 1945 dopo la cattura, il suo fascicolo finì archiviato nell’“armadio della vergogna” dal Governo italiano (Gabinetto del Ministero della Difesa) nel 1963.

Il criminale di guerra non scontò mai un giorno di carcere: nel dopoguerra, collaborò con la CIA e rivestì un ruolo importante nell’Ufficio Federale della Polizia criminale della Repubblica Federale Tedesca, che nel 1999 negò l’estradizione in Italia, considerato che Saevecke aveva all’epoca 78 anni ed era in cattive condizioni di salute. È infatti mancato il 16 dicembre del 2000.

Questa, la verità. Tutto il resto, sono menzogne revisioniste.

Nel primo commento, lascio la parola al Comandante Giovanni Pesce, testimone oculare dell’eccidio. Sono pagine dal suo libro “Senza tregua”, che, per tanti di noi antifascisti, è un testo fondamentale. Avrei detto “La Bibbia della Resistenza”, ma evito, perché credo che al Comandante Pesce questo paragone non avrebbe fatto piacere.
“Ho fra le mani un giornale e sotto gli occhi il comunicato della fucilazione di Piazzale Loreto. Quindici ostaggi uccisi. Da viale Romagna si raggiunge Piazzale Loreto lungo un rettilineo fino in via Porpora e si svolta a sinistra.

Dappertutto cordoni di repubblichini, militi dietro militi, sempre più fitti, sempre più lugubri. In Piazzale Loreto una folla sconvolta e sbigottita. Si respira ancora l’odore acre della polvere da sparo. I corpi massacrati sono quasi irriconoscibili.

I briganti neri, pallidi, nervosi, torturano il fucile mitragliatore ancora caldo, parlano ad alta voce, eccitatissimi per aver sparato l’intero caricatore. Sbarbatelli feroci, vicino a delinquenti della vecchia guardia avvezzi al sangue ed ai massacri, ostentano un atteggiamento di sfida, volgendo le spalle alle vittime, il ceffo alla folla.

Ad un tratto irrompe un plotone di repubblichini, facendosi largo a spinte, a colpi di calcio di fucile e andando a schierarsi vicino ai caduti. “Via via, circolate”, urlano. Spontaneamente il popolo è accorso verso i suoi morti.

Ora la folla, ricacciata, viene premuta fra i cordoni dei tedeschi e dei fascisti. Urla di donne, fischi, imprecazioni. “La pagheranno!”. I repubblichini, impauriti, puntano i mitra sulla folla. Dall’angolo della piazza scorgo lo schieramento fascista accanto ai nostri morti. Potrei sparare agevolmente se i fascisti aprissero il fuoco.

In quel momento, fendendo la calca, si fa largo una donna: avanza tranquilla, tenendo alto un mazzo di fiori; raggiunge le prime file, vicino al cordone dei repubblichini, come se non vedesse le facce livide e sbigottite degli assassini; percorre adagio gli ultimi passi.

Scorgo da lontano quella scena incredibile, un volto mite incorniciato da capelli bianchi, un mazzo di fiori che sfila davanti alle canne agitate dei fucili mitragliatori. I fascisti rimangono annichiliti da quella sfida inerme, dall’improvviso silenzio della folla.

La donna si china, depone i fiori, poi si lascia inghiottire dalla folla.

Comincia così un corteo muto, nato come da un improvviso accordo senza parole. Altre donne giungono con altri fiori, passando davanti ai militi per deporli vicino ai caduti. Chi ha le mani vuote si ferma un attimo vicino alle salme martoriate. Per ogni mazzo di fiori ci sono cento persone che sostano riverenti.

Si odono distintamente i rumori attutiti dei passi e si colgono i timbri alti delle voci. Accanto a me uno bisbiglia: “Vede quello lì sulla sinistra? Tentava di scappare. Appena era sceso dal camion si era diretto di corsa verso una via laterale. Credevamo che ce l’avrebbe fatta. Era già lontano. L’hanno riportato indietro che zoppicava, ferito ad una gamba. L’hanno spinto accanto agli altri, già schierati, in attesa”.

L’ultimo volto che vedo, abbandonando la piazza, è quello di un repubblichino che ride istericamente. Quel riso indica l’infinita distanza che ci separa. Siamo gente di un pianeta diverso. Anche noi combattiamo una dura lotta, in cui si dà e si riceve la morte. Ma ne sentiamo tutto l’umano dolore, l’angosciosa necessità.

In noi non è, non ci può essere nulla di simile a quello sguardo, a quella irrisione di fronte alla morte. Loro ridono. Hanno appena ucciso 15 uomini e si sentono allegri. Contro quel riso osceno noi combattiamo. Esso taglia nettamente il mondo: da un lato la barbarie, dall’altro la civiltà.

I cordoni di repubblichini sono sempre fitti. Ad ogni passaggio, ad ogni posto di blocco, mi imbatto nella loro insolenza, nella loro spavalda vigliaccheria: mitra ostentati, bombe a mano al cinturone, facce feroci, lugubri camicie nere.

Ancora una volta, come in Spagna di fronte alla spietata ferocia degli ufficialetti nazisti, si rivelano i due mondi in antitesi, i due modi opposti di concepire la vita. Noi abbiamo scelto di vivere liberi, gli altri di uccidere, di opprimere, costringendoci a nostra volta ad accettare la guerra, a sparare e ad uccidere.

Siamo costretti a combattere senza uniforme, a nasconderci, a colpire di sorpresa. Preferiremmo combattere con le nostre bandiere spiegate, felici di conoscere il vero nome del compagno che sta al nostro fianco. La scelta non dipende da noi, ma dal nemico che espone i corpi degli uccisi e definisce l’assassinio ‘un esempio’.”

(Giovanni Pesce, pagine da “Senza Tregua”)
Queste le 15 vittime della strage. (Sintesi dalla voce wikipedia)

1. Gian Antonio Bravin. Partigiano nel varesotto e capo del III gruppo dei GAP, fu arrestato dai fascisti il 29 luglio del 1944.

2. Giulio Casiraghi, militante comunista, referente del movimento operaio degli stabilimenti “Ercole Marelli”. Nel marzo 1943 e nel marzo 1944 organizza gli scioperi nelle fabbriche sestesi insieme a Umberto Fogagnolo. Arrestato il 12 luglio 1944 da fascisti e SS.

3. Renzo del Riccio, operaio meccanico, socialista, soldato italiano di fanteria. Partigiano delle Matteotti nel Comasco, fu arrestato e nel giugno 1944 fuggì durante la deportazione in Germania. In luglio, in viale Monza, è nuovamente arrestato in seguito a delazione.

4. Andrea Esposito, operaio, militante comunista e partigiano della 113ª brigata Garibaldi, arrestato il 31 luglio 1944.

5. Domenico Fiorani, perito industriale, socialista. Appartenente alle brigate Matteotti. Arrestato il 25 giugno 1944.

6. Umberto Fogagnolo, ingegnere alla Ercole Marelli di Sesto San Giovanni. Dopo l’armistizio, in collegamento con i vari partiti del CLN di Milano, dirige e coordina il movimento clandestino della Ercole Marelli e delle fabbriche di Sesto San Giovanni; rappresenta il Partito d’Azione nel CLN sestese. Arrestato il 13 luglio 1944. A Monza, dove viene incarcerato è ripetutamente torturato. Medaglia d’argento al valore militare alla memoria.

7. Tullio Galimberti, impiegato. Appartenente alle formazioni Garibaldi. Arrestato in piazza San Babila alla fine del giugno 1944.

8. Vittorio Gasparini, laureato in economia e commercio, antifascista cattolico, capitano degli alpini. Dirigente della Bombrini Parodi Delfino a Roma, accettò di dirigere lo stabilimento di Montichiari per coprire la sua attività di responsabile di una missione dell’OSS (Office of Strategic Service) della V Armata americana; venne arrestato ai primi di giugno. Torturato brutalmente per diversi giorni, non riuscirono a farlo parlare. Medaglia d’oro al valore militare alla memoria.

9. Emidio Mastrodomenico, agente di PS al commissariato di Lambrate. Collegato con il movimento resistenziale (capo dei GAP), è catturato il 29 luglio 1944.

10. Angelo Poletti, operaio presso l’Isotta Fraschini e militante socialista, dopo una breve esperienza partigiana in Val d’Ossola rientra a Milano, dove viene arrestato il 19 maggio 1944, subì sevizie e torture in carcere.

11. Salvatore Principato, socialista, a Milano frequentò Filippo Turati e Anna Kuliscioff, collaborando con Giacomo Matteotti e con i fratelli Rosselli. Fu nel secondo e nel terzo comitato antifascista di Porta Venezia e nel Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola. Perseguitato politico sotto il fascismo, fu deferito nel 1933 al Tribunale Speciale di Roma. Arrestato, su delazione, l’8 luglio 1944 dalle SS come aderente al PSIUP e membro della 33ª Brigata Matteotti, fu imprigionato nel carcere di Monza e più volte torturato senza esito alcuno dalla polizia fascista, che gli ruppe anche un braccio.

12. Andrea Ragni, partigiano appartenente alle formazioni Garibaldi, catturato e poi fuggito inell’autunno 1943. Catturato nuovamente il 22 maggio 1944.

13. Eraldo Soncini, operaio alla Pirelli Bicocca e militante socialista. Appartenente alla 107ª Brigata Garibaldi SAP. Arrestato il 9 luglio 1944. In piazzale Loreto tenta la fuga lungo via Andrea Doria; ferito, viene raggiunto da due militi fascisti; viene finito sul posto, trascinato in piazzale Loreto e gettato nel mucchio dei compagni fucilati.

14. Libero Temolo, militante comunista, operaio alla Pirelli Bicocca, è partigiano organizzatore delle SAP. Arrestato nell’aprile 1944 a Milano a seguito di una delazione. Portato con gli altri in piazzale Loreto, qui tentò di fuggire, ma fu subito ucciso.

15. Vitale Vertemati, meccanico, partigiano della 3ª Brigata d’assalto Garibaldi Gap “Lombardia” (poi “E. Rubini”), arrestato il 1º maggio 1944.

Fonte

15/11/2023

La Germania dovrà risarcire i parenti di vittime delle stragi naziste, ma Berlino “fa muro”

Lo stato tedesco dovrà risarcire gli eredi di alcune vittime della strage nazista di Pratale, eccidio avvenuto nelle campagne di San Casciano Val di Pesa il 23 luglio del 1944 per opera di militari tedeschi e per un altro omicidio avvenuto nella stessa estate in località Tavarnelle Val di Pesa.

A stabilirlo è stato il giudice del tribunale civile di Firenze, Susanna Zanda, che nella sua sentenza ha qualificato questi episodi come “crimini contro l’umanità“.

La Germania dovrà versare un indennizzo di 50 mila euro a favore di Mirella Lotti, figlia (oggi 88enne) di Giuliano Lotti, una delle 12 vittime della strage di Pratale. 25mila a testa invece per i due nipoti del partigiano Egidio Gimignani, vittima di torture e ucciso per rappresaglia per la morte di un soldato tedesco il 20 giugno del 1944.

Anche questa sentenza dovrà però scontrarsi con l’ostacolo tutto politico frapposto dalle autorità tedesche ai risarcimenti ai parenti delle vittime della stragi naziste.

Nel 2011 si era concluso con la condanna all’ergastolo per tre ex nazisti ormai novantenni e un maxi-risarcimento del danno – circa 14 milioni, solo di provvisionale – a carico della Repubblica federale di Germania, ritenuta “responsabile civile”, il processo presso il tribunale militare di Roma, che metteva una parola fine, dopo 67 anni, all’inchiesta per un altra strage, quella del Padule di Fucecchio, in Toscana, dove nell’agosto ’44 vennero trucidati 184 civili, in gran parte anziani, donne e bambini.

Uno dei peggiori eccidi compiuti dai nazisti in Italia durante la seconda guerra mondiale.

Occorre rammentare che il governo tedesco si è sempre opposto al fatto che l’Italia continui a dare seguito alle denunce dei parenti delle vittime delle stragi naziste e celebri processi in tal senso che approdino a risarcimenti individuali.

Le motivazioni addotte da Berlino sono legate alle precedenti controversie legali sul risarcimento delle vittime del nazionalsocialismo nella Seconda Guerra Mondiale.

La Repubblica Federale Tedesca ha accusato i tribunali italiani di aver autorizzato più di 25 nuovi procedimenti contro la Germania e alcuni anni fa ha avviato una causa contro l’Italia in sede di Corte Internazionale di Giustizia, anche se il tribunale dell’Aja lo abbia dichiarato da tempo inammissibile.

Una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia aveva stabilito nel 2012 che la Germania non dovesse risarcire individualmente gli internati militari italiani e altre vittime delle persecuzioni e delle stragi naziste.

Si fondava così il principio giuridico dell’immunità dello Stato, secondo il quale sono nulle le sentenze vinte dai pubblici ministeri in Italia. Con la sua causa, la Germania ora insiste affinché l’Italia riconosca il principio di immunità degli Stati.

Ma una sentenza della Corte Costituzionale del 2014 ha stabilito il diritto a chiamare in giudizio gli Stati che commettono gravi violazioni dei diritti delle persone (quindi anche la Germania) per avere il risarcimento del danno.

Fonte

05/08/2023

Occhio per occhio

di Giorgio Bona

Revenant – Redivivo  è un film del 2015 diretto, cosceneggiato e coprodotto dal regista messicano Alejandro González Iñárritu e il soggetto è tratto dal libro omonimo dello scrittore americano Michael Pumke (Revenant. La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta, trad. di Norman Gobetti, Einaudi, 2014).

Il ruolo del protagonista è interpretato da Leonardo Di Caprio nella parte di Hugh Glass (c. 1783-1833), esploratore e cacciatore di pellicce che nel 1822 prese parte a una spedizione lungo il fiume Missouri e i suoi affluenti: a quei tempi il territorio era di fatto inesplorato.

La prima missione per inoltrarsi in quelle zone impervie e piene di pericoli risaliva a diciotto anni prima coi famosissimi Meriwether Lewis e William Clark (1804-1806), finanziata dal governo statunitense immediatamente dopo l’acquisto della Louisiana in vista dell’annessione all’Unione. Missione voluta dal presidente Jefferson che condusse i due esploratori a tracciare le prime mappe del nord-ovest: impresa utile a raccontare una terra sconosciuta che seguiva il percorso dei fiumi Missouri e Columbia oltrepassando le Montagne rocciose e le Bitterroot Mountains.

Michael Pumke ricostruisce una storia vera, quella di Hugh Glass che viene abbandonato in pieno territorio indiano da due componenti della compagnia di pellicce perché creduto morto. Infatti nessuno può sopravvivere all’attacco di un grizzly, resistere ai suoi artigli che lacerano la carne e penetrano in profondità. Ecco allora che dato per spacciato viene lasciato al suo destino dai suoi due compagni. Uno dei due è niente meno che il celebre Jim Bridger (1804-1881), in questo contesto giovanissimo, alle prime armi, prima di diventare il famosissimo scout al pari di Kit Carson, Brigham Young, Thomas Fitzpatrick e John Sutter.

Jim Bridger sarà presente ne Il crinale (Einaudi, 2023), altro romanzo di Pumke, e ricordato come esploratore e veterano delle guerre indiane. Qui, invece, lo scout è un giovane pischello alle prime armi. Nella ricostruzione di Pumke il giovane Jim Bridger, rimasto orfano in povertà e senza alcuna istruzione dopo un breve periodo da apprendista fabbro, si unisce al generale William Henry Ashley e la compagnia di cacciatori di pellicce nell’alto fiume Missouri.

La trama del romanzo parla delle avventure della compagnia e Pumke cerca minuziosamente di ricostruirne la storia ma soprattutto cerca di darci una visione a 360° di quello scorcio di frontiera.

Il capitano Andrew Henry, capo della spedizione della Rocky Mountain Fur Company subisce un brutto colpo: i suoi trapper sono decimati da un attacco degli indiani Arikara.

Siamo nell’agosto del 1823 e contemporaneamente il suo uomo migliore, Hugh Glass viene assalito da un grizzly sulle rive del fiume Grand. I suoi compagni di viaggio, John Fritzgerald e Jim Bridger lo considerano morto abbandonandolo dentro una fossa, dopo avergli sottratto l’equipaggiamento e soprattutto il prezioso fucile Anstadt.

Solo, gravemente ferito, sprovvisto di qualsiasi mezzo, Glass riesce a sopravvivere alla dura vita della frontiera, al pericolo di indiani sul sentiero di guerra e giura vendetta intraprendendo un viaggio straordinario di tremila chilometri in quei territori selvaggi e pieni di insidie, tra Dakota, Montana, Nebraska e Wyoming, per raggiungere i due compagni e fargliela pagare.

È la dura legge della frontiera: occhio per occhio.

Durante questo interminabile viaggio che sembra non avere mai fine, ripercorre con la mente il suo passato tra naufragi al largo di Cuba, pirati, vagabondaggi, fino a un lungo periodo di permanenza presso una tribù di indiani Pawnee.

Rimettendosi in sesto poco alla volta, nutrendosi di piccoli roditori e bacche si muove strisciando per lunghi tratti e successivamente zoppicando in un territorio impervio e pieno di pericoli.

L’inferno che sta attraversando è anche quello delle fitte di una terribile lacerazione alla gola a causa degli artigli dell’orso, che gli lascerà segni indelebili sul timbro di voce ridotto come un sibilo.

Se la dura legge della frontiera rispecchia come grande valore il sentimento della vendetta per affermare la giustizia, in questo libro che ha un titolo comprensibile per la sua forte tematica, dove la frontiera è l’inferno, allora “the Revenant” rappresenta colui che ritorna dopo un viaggio dagli inferi.

Ecco Hugh Glass che risorge dal suo sepolcro con gli occhi iniettati di sangue e non cercherà la strada per salvare se stesso ma per cercare la pace attraverso la sete di giustizia.

Ma quello che emerge è il mito americano della frontiera. La frontiera intesa come terra selvaggia aveva per gli americani un significato: il proprio sogno di libertà legato alla conquista e all’affermazione del proprio io. Affermare la propria identità anche al prezzo di cancellare quella degli altri: qualcosa che comporterà una delle scelte più tragiche della storia, lo sterminio dei nativi nordamericani.

Un viatico della storia della frontiera parte da questo libro. Hugh Glass rappresenta l’uomo che apre una sfida con un mondo da dominare: conflitti con caccia all’uomo, lotte cruente che l’avidità della terra inaspriva, creando le premesse più atroci per vendette a catena.

In tutto questo gli indigeni dovevano soccombere respinti sempre più indietro dall’orda degli invasori.

Solo gli indiani morti sono buoni e per poterlo provare li uccisero quasi tutti.

Fonte

12/08/2022

Stazzema 12/08/1944: contro il fascismo non basta più ricordare


“Noi non siamo responsabili delle vittime, ma siamo di fronte alle vittime” (Gilles Deleuze)

Il 12 agosto 1944 i reparti di tre compagnie naziste accompagnate da alcuni collaborazionisti fascisti della Repubblica Sociale Italiana circondarono l’abitato di Sant’Anna a Stazzema e massacrarono senza pietà 560 persone tra cui molti bambini.

La magistratura militare italiana accertò che non si trattò di rappresaglia ma di un vero e proprio atto terroristico, un crimine di guerra nazifascista. Forse meglio sottolineare nazista e fascista: bisogna ripeterlo molte volte per capire meglio cosa è accaduto quel giorno a Stazzema.

Ma al di là delle ricostruzioni effettuate dalla magistratura nei processi e dagli storici, con documenti reali e serie testimonianze, il problema adesso è di un altro tipo: come fare per non dimenticare?

Cosa fare adesso, cosa fare davvero per avvertire le nuove generazioni, per mostrare e moltiplicare i segni di allora e spostarli verso un futuro a venire, quel futuro che appare sempre più incerto e immodificabile. Come trasformare la rabbia e il dolore di quei giorni in una memoria collettiva viva e reattiva che sia parte costitutiva di un processo di trasformazione della nostra logora e ingiusta società?

Il racconto italiano

“Gli italiani sono i morti che dispongono di un italiano che lo dice, che sono morti. Sarà sempre questo.
Questo canto sepolcrale, non meridiano, anti mediterraneo, aconfessionale, non cattolico. Questa occhiaia della terra che è il cimitero italiano, con il suo gravame di storie, costituisce l’eccezionalità, varca i confini orientali ed entra in una zona incognita, planetaria, marziana. Sono stanco del racconto italiano.”
(Giuseppe Genna)

Si, siamo stanchi del racconto italiano degli ultimi decenni dove il fascismo e i crimini di guerra vengono riadattati a uso e consumo dei media compiacenti, dei politici di una destra marcia e corrotta e di tutto quel mondo capitalista e liberista che ci ha raccontato la fiaba degli opposti estremismi, che ha pareggiato fascisti e partigiani, che ha gonfiato ad arte il mondo delle foibe equiparandolo alla strage di Stazzema, di Marzabotto, delle Fosse Ardeatine, di Lippa, del Padule di Fucecchio, di Cavriglia e di molte altre ancora.

Il processo di sdoganamento del fascismo inizia da lontano: i responsabili diretti o morali di delitti e di azioni criminali sono riusciti a mantenere cariche pubbliche o politiche importanti fin dai primi giorni del dopo guerra; in seguito per vent’anni l’ex vicedirettore di Repubblica Giampaolo Pansa è stato tra coloro che hanno compromesso l’argine antifascista, giungendo, piano piano, a equiparare le due parti della guerra di Liberazione. Recentemente, prima la “vicenda del sottosegretario Claudio Durigon poi le incredibili polemiche politiche intorno a un editoriale di Tomaso Montanari hanno mostrato come ai vertici delle istituzioni sia venuta meno la pregiudiziale antifascista” (Il caso Montanari e il tabù dell’antifascismo – Luca Casarotti – Jacobin).

Ma ormai dirci queste cose nelle nostre piccole e ristrette “comunità” non basta più, bisogna attraversare, riprendere e rilanciare la memoria collettiva, gli spazi d’azione, il tempo perduto, per modificare l’immaginario collettivo odierno e per rilanciare un nuovo orizzonte di senso.

La memoria digitale

Dal racconto alla memoria: negli ultimi decenni il consumismo, uno dei tanti pericolosi fascismi, da cui ci metteva in guardia inutilmente Pasolini, cominciava a lavorare in maniera subdola sull’immaginario collettivo, sul modo di essere e di vivere gli eventi. La società dello spettacolo, evidenziata da Debord nel suo libro del 1967, ci mostrava un mondo confezionato a tavolino che emetteva bagliori e stelle per mantenere i rapporti sociali di produzione e per nascondere i veri problemi della nostra società con un utilizzo sfrenato di giornali, media e tv.

Oggi la memoria digitale rappresenta un ulteriore problema che andrebbe affrontato politicamente e culturalmente. La memoria collettiva, inserita in questo insieme liberista, dominato da spettacolo, consumo e uso sfrenato di piattaforme e algoritmi, non può mai diventare riflessione viva, profonda e sofferta del nostro essere. Oggi Google, Amazon, Apple, Instagram, Facebook e TikTok non soltanto condizionano e controllano quel brodo culturale e sociale dove si producono immaginari, orizzonti e progetti politici ma sono, ora più che mai, quello che siamo, pensiamo, facciamo; e ci stanno dando la buonanotte senza darci la possibilità di vivere il noi, l’insieme, la memoria collettiva, di riprendere tutto quel dolore e quella rabbia di fronte a quei delitti efferati. Anche da qui, basti pensare all’uso delle fake news e degli algoritmi con cui la destra alimenta la cultura della paura e del risentimento, possono nascere i nuovi fascismi, diversi nei modi e nelle forme da quelli del ventennio del secolo scorso, ma altrettanto pericolosi e violenti.

Quel giorno maledetto di agosto 1944 dove potere, responsabilità e crimini si sono incrociati crudelmente deve essere ricordato, attraversato e compreso oltre le solite commemorazioni perché quel giorno tragico costituisce una pagina profonda del nostro essere storia e destino. E bisogna anche chiedersi, in tutto questo oblio calcolato e corrotto, dov’è la scuola? La burocratizzazione, le varie riforme in atto da decenni e l’aziendalizzazione della scuola hanno portato gli studenti a essere un corpo estraneo alla società, alla cultura e alla memoria: soprattutto un corpo vuoto e incapace di sognare e costruire un altro futuro a venire.

La zona grigia oggi

Nel fondamentale “I Sommersi e i Salvati” Primo Levi ci mostra che il mondo del lager era complesso e non vi era una chiara distinzione tra bene e male, il mondo era terribile ma anche indecifrabile, l’amico non era tale, il nuovo era considerato ostile, odorava ancora di casa sua. Vi erano pochi privilegiati e i vantaggi reali potevano essere un orario migliore o un tozzo di pane in più... La zona grigia era “la zona dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i padroni dai servi, possiede una struttura complicata e alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare. La storia dei lager è la storia incresciosa e inquietante dei Kapos e dei funzionari, dei gerarchetti che servono un regime di cui non vedono le colpe, dei subordinati che firmano tutto, di chi scuote il capo ma acconsente, di chi dice se non lo facessi io lo farebbe un altro peggiore di me”.

Allora se molte persone non sono fasciste, se non in piccoli settori, sicuramente non sono antifascisti: esiste una larga indifferenza al tema dove anche il 25 aprile non viene più commemorato da molti politici italiani, come per esempio Berlusconi quando era Presidente del Consiglio. Di fronte a questa nuova zona grigia profonda e intricata bisogna cercare di riconoscere le responsabilità dirette e indirette del capitale, del potere statale, dei fascisti veri e di tutte quelle forze che assecondano, nascondono, non vedono o non vogliono vedere razzismo e ingiustizia.

Anni fa Gilles Deleuze ci diceva chiaramente: “il vecchio fascismo, quale che sia la sua realtà e potenza in molti paesi, non è il problema all’ordine del giorno. Ci si preparano nuovi fascismi, si installa un neofascismo rispetto al quale l’antico fascismo sembra folklore. Il neofascismo non consiste in una politica e un’economia di guerra: è un’intesa mondiale per la sicurezza, per la gestione d’una “pace” non meno terribile, con l’organizzazione di concerto di tutte le piccole paure, di tutte le piccole angosce che fanno di noi tanti micro fascisti ansiosi di soffocare ogni cosa, ogni volto, ogni parola che risuona nella propria strada, nel proprio quartiere...”.

E aggiungeva: “La vergogna di essere uomo non la proviamo soltanto nelle situazioni estreme descritte da P. Levi, ma anche in condizioni insignificanti, di fronte alla bassezza e alla volgarità dell’esistenza che pervadono le democrazie, di fronte alla propagazione di questi modi di esistenza e di pensiero per il mercato, di fronte ai valori, agli ideali e alle opinioni della nostra epoca.”

Oggi più che mai, per le vittime di quel 12 agosto 1944, bisognerebbe ascoltare il diario di Hetty Hillesum che dai campi di prigionia tedeschi nel 1942 riusciva a scrivere: “Essere parti di un tutto, anche nella sofferenza. Sapere che anche altri, prima di noi, e insieme a noi, adesso stanno soffrendo. Siamo parte di un tutto e siamo anche direttamente responsabili di tutto quello che ci sta accadendo”.

Per non dimenticare quel giorno a Stazzema, per tutte le vittime del passato e per quel miliardo di persone che continua a subire violenze, fame e soprusi bisogna cercare di fare molto di più... Perché “i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha mai smesso di vincere” (Walter Benjamin – Sul concetto di storia).

Video di testimonianze

Fonte

21/08/2020

Teniamo in mente tutti quell’accaduto atroce

di Luca Baiada

Chi ricorda mette in imbarazzo, ma non quanto chi chiede giustizia.

Il 23 agosto 1944 i tedeschi, con la complicità di fascisti italiani, massacrano 174 persone nel Padule di Fucecchio. La più piccola ha quattro mesi; la più vecchia ha novantadue anni, è una contadina cieca e sorda: le mettono una bomba nella tasca del grembiule.

È uno dei tanti eccidi commessi dal 1943 al 1945. Nella sentenza di Norimberga si leggeva che le vittime in Italia erano almeno 7.500. Fino agli anni Novanta si parlava di quindicimila. Secondo i dati recenti sono più di trentamila.

Nel caso di Fucecchio si nota la collocazione del crimine in un’area appartata, cui la storia, quella che si studia a scuola, quella che conta, sembra aver sempre girato intorno. Forse proprio dai margini, certe cose si vedono meglio.

Il dolore, appena condiviso in cerimonie religiose trascurate dalle autorità e malviste dai benestanti, si è chiuso nel silenzio, nelle lacrime in famiglia, mai cessate, nei fiori deposti su piccole lapidi sparse per la campagna. Allo strazio affettivo si sono aggiunte conseguenze pratiche devastanti. La morte di componenti attivi, in una famiglia contadina, riduce tutti alla fame.

Subito dopo la guerra furono condannati tre tedeschi, ma negli anni Cinquanta non ce n’era più uno in carcere. Pochi anni fa ne sono stati condannati altri, ma la Germania non li ha consegnati e la sentenza è rimasta lettera morta.

Berlino non ha mai pagato il risarcimento economico alle famiglie colpite. Eppure il loro credito è fuori discussione, come per tutti i massacri.

L’anno scorso un gruppo di familiari viene a sapere che il monumento principale, quello di Castelmartini inaugurato da Carlo Azeglio Ciampi nel 2002, è stato restaurato con denaro della Germania. Protestano, la manutenzione doveva essere fatta dalla comunità, «quale tributo alle persone che sono morte e ai sopravvissuti che hanno sofferto tutta la vita». Prendono posizione anche più in generale:

«La corresponsione dei risarcimenti ha un gran significato morale e simbolico, perché rappresenta il riconoscimento del valore della vita delle persone al di sopra delle guerre e della ragion di Stato. […] La Germania sarà sicuramente presente all’inaugurazione e verranno espressi i migliori sentimenti di rifiuto della guerra, delle stragi e della violenza, ma tutto ciò contrasta con la realtà e i comportamenti che essa mette in pratica».

Agosto 2019, la commemorazione: clima da evento, musica, fotografie, tedeschi che fanno le vacanze intelligenti; fra gli oratori, un diplomatico che sbaglia la pronuncia delle località; distribuzione di un libro con l’Ambasciata già in copertina, tanto per essere chiari.

Però. A porre il problema della giustizia, alla stessa cerimonia, è il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, in pubblico e alla stampa:

«L’Armadio della vergogna c’è. E il nostro paese non si è mosso come avrebbe dovuto. Perché le sentenze, contro i mandanti di quelle stragi, non sono state portate a esecuzione. È una vergogna, questa, che ci portiamo dietro, come Italia. E come Regione Toscana siamo disposti a fare ancora di più per arrivare a una degna conclusione. Lo dobbiamo alle vittime, ai superstiti e ai loro familiari».

Gli interessati, sentito questo, gli chiedono un incontro, fatti concreti, aiuto per i risarcimenti. Vengono ricevuti dagli uffici di presidenza, ci sono promesse di attenzione.

Invocano che la Toscana, come ente pubblico, faccia causa alla Germania; hanno saputo che un Comune l’ha fatto, per un eccidio in Abruzzo. Vogliono anche che la Regione sostenga le spese delle cause fatte dai privati, informi i Comuni e la cittadinanza, valorizzi il tema. La vedono così:

«L’impegno che chiediamo è per la storia, non sulla storia. Nel 1786 la Toscana, prima nel mondo, abolì la pena di morte. Adesso bisogna schierarsi perché i crimini contro l’umanità siano risarciti. La Toscana chiamando in causa lo Stato tedesco può fare un gesto di grande statura: contrasto al nazifascismo, quindi difesa dei pilastri della civiltà, e dissuasione dalla commissione di nuove stragi, ovunque. […] Lei, presidente, che ricorda in pubblico con dignità la Sua famiglia di lavoratori, segua l’esempio di chi nel Secolo dei Lumi abolì la pena di morte: apra la stagione di una concreta responsabilità degli Stati».

Ne parla la stampa, ne parla la televisione. Riescono anche a intervenire alla Corte d’appello fiorentina: «Oggi, per la prima volta in settantacinque anni dalla Liberazione, un gruppo di vittime prende la parola all’inaugurazione di un anno giudiziario. Vogliamo che sia il segno di una svolta». A quel punto si esprimono a favore sindaci, associazioni, anche di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, e gruppi di familiari, come quelli dei caduti a Cefalonia. In Regione, a Firenze, c’è la mozione di un gruppo di consiglieri: «Fornire ogni supporto utile affinché venga soddisfatta la legittima e giusta richiesta di giustizia per le vittime e i loro familiari». La storia, quella che si studia a scuola, c’è chi prova a cambiarla.

Ma Enrico Rossi si ferma. Eppure, su Facebook, a dicembre 2019: «Metterò tutto il mio impegno per affiancare i familiari delle vittime delle stragi naziste nella loro richiesta di risarcimento alla Germania e verificare la possibilità di far costituire la Regione stessa. Ci incontreremo a breve per una risposta ufficiale».

Dichiarazioni come queste non si erano mai sentite. L’esito non s’è visto. Dare la colpa al Covid non avrebbe senso: c’è l’informatica, la Regione ha proseguito le attività e il differimento delle elezioni ha dato più tempo. Adesso la fine del mandato è vicina.

Se il presidente di una Regione si limita alle dichiarazioni, allora dice bene lui stesso: «L’Armadio della vergogna c’è». Sulle stragi, a partire dagli anni Novanta le sentenze sono state emesse ma non eseguite, e adesso si è prigionieri di un palcoscenico: le istituzioni commemorano, gli ambasciatori dichiarano, gli storici raccontano, i politici promettono. L’Armadio è diventato una passerella. Eppure, anni fa, proprio la Toscana si era costituita parte civile nei processi ai militari tedeschi; un deportato aretino ha combattuto la vertenza sino in Cassazione; la rimessione alla Corte costituzionale, che nel 2014 ha riaperto la strada alle cause contro la Germania, si deve al Tribunale di Firenze. Il peso della Toscana in questa storia è vistoso.

Effettivamente il Granducato abolì la pena di morte. Ma se la Firenze del Secolo dei Lumi abolì la forca, lo spettacolo del supplizio, invece la Firenze del secolo dei selfie è un supplizio di spettacoli. E sia chiaro: chi accetta l’ingiustizia sui crimini di ieri, non può condannare quelli successivi.

Di più. Per i superstiti delle stragi, privati nell’infanzia del padre, della madre, di figure protettive di riferimento, il rapporto con l’autorità spesso è una ferita aperta. Promettere proprio a loro, e non mantenere, su quella ferita mette il sale, riapre il lutto, aggrava l’abbandono. Ma le dichiarazioni del 2019 impegnano la Toscana, quindi dovrà tenerne conto anche l’amministrazione che uscirà dalle prossime elezioni.

Un personaggio, probabilmente un barrocciaio, di sicuro un poeta improvvisatore, in Valdinievole dopo la guerra ripeteva una ballata: «Popolo se mi ascolti / ti spiego la tragedia, / il 23 d’agosto / l’orribile commedia…». Finiva così: «Teniamo in mente tutti / quell’accaduto atroce / ci hanno pieno di lutti / spregiando anche la croce. / Questi vigliacchi non so’ a scorda’ / noi comunisti a vendica’».

Un poeta più famoso, secoli prima, conosceva i suoi concittadini e li mise a posto così: «Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca / per non venir sanza consiglio a l’arco; / ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca» (Purgatorio, VI).

C’è differenza, tra la giustizia e le commemorazioni. Somiglia alla differenza tra chi fa e chi promette.

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19/08/2019

14 agosto 1861: strage Pontelandolfo e Casalduni. Donne e bambini arsi vivi


Il 14 agosto del 1861 nelle città di Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento, si diede vita ad una strage di rappresaglia militare che registrò un numero imprecisato di morti, un centinaio secondo la storiografia ufficiale, secondo altre stime invece circa 400 o 900, forse oltre mille. Un vero e proprio massacro che venne scatenato per rivendicare l’attacco dell’11 agosto dello stesso anno in cui furono uccisi da briganti e contadini del posto 45 militari dell’esercito unitario arrivati in città per ristabilire l’ordine pubblico e porre fine alle ribellioni popolari.

Quello del 14 agosto fu un brutale eccidio ordinato dal generale Enrico Cialdini al colonnello Negri il quale all’alba scatenò l’inferno: “Li voglio tutti morti! Sono tutti contadini e nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, dei bersaglieri e del mondo. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di puttana, non voglio testimoni, diremo che sono stati i briganti”.

Alcuni inquietanti particolari si possono leggere nel racconto del bersagliere Carlo Margolfo: “Al mattino del giorno 14 riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi, ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava... Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava”.

La rappresaglia, a differenza del racconto appena letto, non risparmiò però donne e bambini, a quali toccò la stessa sorte di essere arsi vivi, oltre allo stupro. Una strage di vite umane, una vendetta che rase completamente al suolo le due città e che fu annunciata attraverso un telegramma: “Ieri all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”.

L’unico ricordo delle vittime dell’eccidio sono un monumento in bronzo ed una piazza dedicata a Concetta Biondi, 16enne che come tante altre donne venne violentata ed uccisa dai soldati piemontesi davanti gli occhi increduli dei familiari. Gli stessi che vennero poi premiati con medaglie ed onori.

Questo rappresenta un pezzo di sanguinosa storia forse dimenticato ma che merita di essere commemorato per ricordare che, come scrisse Gramsci: “Lo stato italiano era una feroce dittatura che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.



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12/08/2019

75 anni fa: Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto

Per non dimenticare l’abisso della barbarie nazi-fascista

Nel momento in cui c’è chi si rivolge direttamente agli italiani chiedendo “pieni poteri” riecheggiando così i proclami del “ventennio” è bene ricordare in quale tragedia il fascismo gettò il popolo italiano.

È bene tener viva la memoria, perché senza di essa si smarrisce l’identità repubblicana dell’Italia: il profondo significato etico e politico di questa identità conquistata con la lotta.

Queste le ragioni del tentativo di rinnovo del ricordo contenuto in questo intervento, partendo dalle due stragi – simbolo compiute dai nazifascisti nell’estate del 1944 a Sant’Anna di Stazzema e a Marzabotto.

Due episodi da far assurgere a emblema di quella tragica stagione senza dimenticare che il numero delle stragi di diversa dimensione compiute tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945dai nazi fascisti è stato fissato dai documenti ufficiali a 139.

SANT’ANNA DI STAZZEMA

All’inizio dell’agosto 1944 Sant’Anna di Stazzema era stata qualificata dal comando tedesco come “zona bianca”, ossia una località adatta ad accogliere sfollati: per questo la popolazione, in quell’estate, aveva superato le mille unità. Inoltre, sempre in quei giorni, i partigiani avevano abbandonato la zona senza aver svolto operazioni militari di particolare entità contro i tedeschi.

Nonostante ciò, all’alba del 12 agosto 1944, tre reparti di SS salirono a Sant’Anna, mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a valle sopra il paese di Valdicastello. Alle sette il paese era circondato. Quando le SS giunsero a Sant’Anna, accompagnati da fascisti collaborazionisti che fecero da guide[10], gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi per non essere deportati, mentre donne, vecchi e bambini, sicuri che nulla sarebbe capitato loro in quanto civili inermi, restarono nelle loro case.

In poco più di mezza giornata vennero uccisi centinaia di civili di cui solo 350 poterono essere in seguito identificate; tra le vittime 65 erano bambini minori di 10 anni di età.

Dai documenti tedeschi peraltro non è facile ricostruire con precisione gli eventi: in data 12 agosto 1944, il comando della 14ª Armata tedesca comunicò l’effettuazione con pieno successo di una “operazione contro le bande” da parte di reparti della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS nella “zona 183”, dove si trova il territorio del comune di S. Anna di Stazzema; l’ufficio informazioni del comando tedesco affermò che nell’operazione 270 “banditi” erano stati uccisi, 68 presi prigionieri e 208 “uomini sospetti” assegnati al lavoro coatto.

Una successiva comunicazione dello stesso ufficio in data 13 agosto precisò che “altri 353 civili sospettati di connivenza con le bande” erano stati catturati, di cui 209 trasferiti nel campo di raccolta di Lucca [13].

I nazistifascisti rastrellarono i civili, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra, bombe a mano, colpi di rivoltella e altre modalità di stampo terroristico. La vittima più giovane, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni(23 luglio-12 agosto 1944). Gravemente ferita, la rinvenne agonizzante la sorella maggiore Cesira (Medaglia d’Oro al Merito Civile) miracolosamente superstite, tra le braccia della madre ormai morta. Morì pochi giorni dopo nell’ospedale di Valdicastello. Infine, incendi appiccati a più riprese causarono ulteriori danni a cose e persone.

Non si trattò di rappresaglia (ovvero di un crimine compiuto in risposta a una determinata azione del nemico): come è emerso dalle indagini della procura militare di La Spezia, infatti, si trattò di un atto terroristico premeditato e curato in ogni dettaglio per annientare la volontà della popolazione, soggiogandola grazie al terrore.

L’obiettivo era quello di distruggere il paese e sterminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra i civili e le formazioni partigiane presenti nella zona.

La ricostruzione degli avvenimenti, l’attribuzione delle responsabilità e le motivazioni che hanno originato l’Eccidio sono state possibili grazie al processo svoltosi al Tribunale militare della Spezia, conclusosi nel 2005 con la condanna all’ergastolo per dieci SS colpevoli del massacro; sentenza confermata in Appello nel 2006 e ratificata in Cassazione nel 2007. Nella prima fase processuale si è svolto, grazie al pubblico ministero Marco de Paolis, un imponente lavoro investigativo, cui sono seguite le testimonianze in aula di superstiti, di periti storici e persino di due SS appartenute al battaglione che massacrò centinaia di persone a Sant’Anna.

Fondamentale, nel 1994, anche la scoperta avvenuta a Roma, negli scantinati di Palazzo Cesi-Gaddi, di un armadio chiuso e girato con le ante verso il muro, ribattezzato poi armadio della Vergogna, poiché nascondeva da oltre 40 anni documenti che sarebbero risultati fondamentali ai fini di una ricerca della verità storica e giudiziaria sulle stragi nazifasciste in Italia nel secondo dopoguerra.

Prima dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, nel giugno dello stesso anno, SS tedesche, affiancate da reparti della X MAS, massacrarono 72 persone a Forno. Il 19 agosto, varcate le Apuane, le SS si spinsero nel comune di Fivizzano (Massa Carrara), seminando la morte fra le popolazioni inermi dei villaggi di Valla, Bardine e Vinca,nel comune di Fivizzano.

Nel giro di cinque giorni uccisero oltre 340 persone, mitragliate, impiccate, financo bruciate con i lanciafiamme.

Nella prima metà di settembre, con il massacro di 33 civili a Pioppetti di Montemagno, in comune di Camaiore (Lucca), i reparti delle SS portarono avanti la loro opera nella provincia di Massa Carrara. Sul fiume Frigido furono fucilati 108 detenuti del campo di concentramento di Mezzano (Lucca), mentre a Bergiola i nazisti fecero 72 vittime.

MARZABOTTO

Dopo l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema avvenuta il 12 agosto 1944, gli eccidi nazisti contro i civili sembravano essersi momentaneamente fermati. Ma il feldmaresciallo Albert Kesselring aveva scoperto che a Marzabotto agiva con successo la brigata Stella Rossa e voleva dare un duro colpo a questa organizzazione e ai civili che l’appoggiavano. Già in precedenza Marzabotto aveva subito delle rappresaglie, ma mai così gravi come quella dell’autunno 1944.

Capo dell’operazione fu nominato il maggiore Walter Reder, comandante del 16º battaglione esplorante corazzato (Panzeraufklärungsabteilung) della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS, sospettato a suo tempo di essere uno tra gli assassini del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss. La mattina del 29 settembre, prima di muovere all’attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste, comprendenti sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area di territorio compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti.

«Quindi – ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi – dalle frazioni di Pànico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e della periferia del capoluogo le truppe si mossero all’assalto delle abitazioni, delle cascine, delle scuole», e fecero terra bruciata di tutto e di tutti.

Nella frazione di Casaglia di Monte Sole la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone, raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 197 vittime, di 29 famiglie diverse tra le quali 52 bambini.

Fu l’inizio della strage: ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. La violenza dell’eccidio fu inusitata: alla fine dell’inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco Giovanni Fornasini.

Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, dopo sei giorni di violenze, il numero delle vittime civili si presentava spaventoso: circa 770 morti. Le voci che immediatamente cominciarono a circolare relative all’eccidio furono negate dalle autorità fasciste della zona e dalla stampa locale (Il Resto del Carlino), indicandole come diffamatorie; solo dopo la Liberazione lentamente cominciò a delinearsi l’entità del massacro.

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27/04/2019

Perché l’Italia non si è mai liberata davvero del fascismo

Podhum è una piccola località croata, 8 km a nord di Fiume. Intorno alle 7 del mattino del 12 luglio 1942 truppe regolari dell’esercito italiano entrarono nel villaggio, accompagnate dai Carabinieri e dalla milizia fascista. Avevano l’ordine di giustiziare tutti gli uomini tra i 16 e i 60 anni, e lo eseguirono con fucilazioni di gruppo.

Neanche cinque ore dopo gli italiani avevano bruciato quasi tutte le 320 case del villaggio, mentre il resto della popolazione, oltre 800 persone tra donne, vecchi e bambini, venne spedita nei campi di concentramento in Italia. Oggi a Podhum c’è un monumento che ricorda quell’eccidio, riporta 91 nomi di vittime.

L’eccidio di Podhum è uno degli episodi più tragici accaduti in Jugoslavia in quegli anni, e va inserito all’interno di un disegno generale, un’operazione preparata con cura dagli italiani, il cui scopo era lo sterminio delle popolazioni slave dei territori annessi della Slovenia e della Croazia. Gli ordini erano chiari.

Mario Roatta era il comandante della II Armata operante in quei territori, il suo soprannome era la “bestia nera”. Il primo marzo 1942 aveva diramato la Circolare (aggiornata e stampata il primo dicembre, in un opuscolo di circa 200 pagine distribuito a tutti gli ufficiali dell’esercito). Si trattava di un documento programmatico con il quale si dava il via alla cosiddetta Operazione Primavera.

Cardine di quella circolare era il principio di spopolamento attraverso la deportazione e il massacro. Bisognava attuare una pulizia etnica, bisognava colonizzare, e farlo usando i mezzi più brutali. In quella circolare venivano definiti da Roatta i dieci punti che i quadri dell’Armata dovevano tenere “costantemente presente”, due dei quali esemplari per comprendere la totale infondatezza del mito degli “italiani brava gente”.

Un mito che lo stesso Roatta cercava di allontanare il più possibile: al primo punto della Circolare, infatti, si esigeva il “ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono taliano”. Gli italiani non potevano e non dovevano essere buoni. Per questo, come si specificava al punto 6, “il trattamento da fare ai partigiani” non doveva essere sintetizzato “dalla formula ‘dente per dente’ ma bensì da quella ‘testa per dente’!”

“So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”. Così scriveva nel 1943 Benito Mussolini ai soldati della II Armata in Dalmazia. Per volere del duce – quello che, grazie al meccanismo di cancellazione della memoria, secondo troppi “a parte la guerra, ha fatto cose buone” – e guidate da generali come Roatta, Graziani, Badoglio, le nostre truppe hanno ucciso centinaia di migliaia di civili, usato gas tossici, deportato donne e bambini nei campi di concentramento, bombardato la Croce Rossa. Tutto per distruggere culture che ritenevamo inferiori, noi che eravamo “i discendenti dell’Impero romano”.

Se non bastasse, dopo aver commesso tali atrocità abbiamo fatto di tutto per cancellarle dalla memoria collettiva. Tutta la storia della giovane Repubblica italiana si fonda sull’inganno che ci ha permesso di considerarci vittime della guerra, anche quando eravamo carnefici. I crimini perpetrati durante e dopo la Seconda Guerra mondiale sono stati coperti, così come i responsabili.

Erano più di mille i presunti criminali di guerra, accusati dai Paesi dell’Africa e dei Balcani, ma nessuno di questi ha mai affrontato la giustizia, per due motivi: da una parte la volontà di creare un mito nazionale, quello degli “italiani brava gente”, che da decenni ormai ci permette di confrontarci moralmente – e autoproclamarci vincitori – con il “rigore” tedesco o lo snobismo inglese e francese. Perché alla fine “l’italiano ti aiuta sempre”. Dall’altra quella di scagionarci e assolverci per sempre, cancellando le atrocità compiute mentre si “onorava la patria”, passando alla storia come vittime della guerra e non carnefici. E in questo siamo stati aiutati dagli Alleati, in particolare da Stati Uniti e Gran Bretagna.

In seguito all’armistizio di Cassibile, con il quale il Regno d’Italia cessava le ostilità verso gli Alleati, dal 18 ottobre all’11 novembre 1943 si tenne la terza conferenza di Mosca: in quell’occasione i rappresentanti degli Alleati – il britannico Anthony Eden, lo statunitense Cordell Hull e il sovietico Vyacheslav Molotov – stipularono la Dichiarazione di Mosca. Gli Alleati dichiaravano di voler agire affinché “I capi fascisti e generali dell’esercito, noti o sospettati di essere criminali di guerra” venissero “arrestati e consegnati alla giustizia.”

Il 20 ottobre venne costituita presso le Nazioni unite la United Nations Crimes Commission, con la partecipazione di 17 Paesi alleati (Francia, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Belgio, Cina, India, Nuova Zelanda, Lussemburgo): il suo compito sarebbe stato quello di creare una lista dei criminali di guerra per facilitare l’azione dei governi in tutto il mondo.

Nei suoi Crowcass (Central register of war criminals and security sospects) entrarono così un migliaio di presunti criminali di guerra italiani, richiesti da Jugoslavia, Grecia, Francia, Inghilterra – l’Etiopia aveva tentato di partecipare ai lavori della Commissione per denunciare i numerosi delitti perpetrati sul suo territorio dalle forze di occupazione fasciste, ma non era stata ammessa in quanto la War Crime Commission si occupava solamente dei crimini commessi durante la seconda guerra mondiale.

Eppure, proprio quel generale Badoglio che il 13 ottobre aveva dichiarato guerra alla Germania ottenendo dagli alleati lo stato di “co-belligeranza”, aveva, per esempio, pianificato e messo in atto vari bombardamenti con gas tossici durante le guerre di annessione del ‘35 in Etiopia. Lo stesso Badoglio che poi fu a capo del governo che firmò l’armistizio del ’43; lo stesso in onore del quale Grazzano Monferrato, paese natale del generale, cambiò il nome in Grazzano Badoglio.

Una discussione fra gli Alleati sulla figura di Badoglio si aprì, ma il caso venne abbandonato grazie anche alla pressione del Foreign Office inglese: in un telegramma cifrato spedito all’ambasciatore inglese a Roma nel settembre 1945, si legge: “Dovrebbe cercare di portare all’attenzione dell’onorevole Parri [allora Presidente del Consiglio dei ministri] in maniera confidenziale e ufficiosa, il prezioso contributo che Badoglio ha fornito alla causa alleata, esprimere la speranza che questo contributo venga sottoposto alla attenzione della corte prima dell’udienza”.

È comprovato che gli anglo-americani fossero a conoscenza dei crimini italiani e della loro crudeltà, ma negli anni che seguirono l’armistizio li coprirono, ritenendo utili e affidabili per la lotta anticomunista molti dei nomi compresi in quelle liste. Paese nemico arresosi senza condizioni, l’Italia dopo l’8 settembre 1943 stava subendo l’occupazione tedesca, con numerose vittime fra la popolazione civile; per contro, negli anni di guerra combattuta a fianco della Germania le truppe italiane si erano macchiate di gravi crimini e molti loro ufficiali erano richiesti da Paesi che appartenevano alle Nazioni Unite. E così, pressati dalla necessità di decidere, si decise di prender tempo.

Viste le continue proteste per la mancata estradizione dei criminali di guerra italiani degli ex Paesi occupati, in particolare quelle della Jugoslavia, nel febbraio del 1946 il ministro della Guerra Manlio Brosio propose al presidente del Consiglio De Gasperi di istituire una “Commissione d’inchiesta” che indagasse sui “presunti” criminali di guerra italiani, col fine di “poter giudicare, con i propri normali organi giudiziari e secondo le proprie leggi, quelli che risultassero fondatamente accusati da altri Stati”, onde “eliminare la possibilità di arresti e di consegne di italiani agli Stati richiedenti, senza il concorso dello Stato Nazionale”. D’altronde, come si dice, i panni sporchi si lavano in casa.

È chiaro che Alleati e governo italiano volessero attuare una resistenza passiva alle richiesta dei Paesi esteri. Per questo, nel febbraio del 1948, con la Jugoslavia che continuava a chiedere l’estradizione dei crimini di guerra italiani, l’allora segretario generale del ministero degli Esteri Vittorio Zoppi propose alla Presidenza del Consiglio di “guadagnare tempo evitando di rispondere alle richieste jugoslave, mantenendo un atteggiamento temporeggiante”. La risposta a nome del Presidenza arrivò il 16 febbraio, firmata dal sottosegretario Giulio Andreotti: “Concordiamo con le vostre conclusioni”.

Anche la Commissione italiana non prese neanche in considerazione le azioni svolte dai militari italiani in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, dove anche contro i civili vennero usate bombe a gas, torture ed esecuzioni sommarie, o la deportazione in campi di concentramento.

Sono parecchi gli italiani che si sono resi tragicamente celebri nei Paesi del Nord Africa, come il generale Rodolfo Graziani, soprannominato il “macellaio di Libia”: era uno che attaccava vecchi e malati disarmati e che poi si faceva fotografare con in mano le teste dei “nemici”. Non fu mai processato per questi crimini, perché nessun processo nei confronti delle centinaia e centinaia di criminali di guerra fascisti è stato mai celebrato.

Come sottolineato da Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer in un saggio del 2001 su Contemporanea, “nessuno dei criminali di guerra italiani fu mai giudicato. Nei confronti di alcuni fu spiccato un mandato di cattura da parte della magistratura italiana, ma venne dato a tutti il tempo di mettersi al riparo.”

Questa vicenda è solo parte dell’insabbiamento dei crimini nazifascisti, che vede un ulteriore, assurdo quanto oscuro, capitolo in quello che è stato rinominato da Franco Giustolisi “l’armadio della vergogna”. Nel 1994 venne ritrovato in via degli Acquasparta a Roma, dentro palazzo Cesi-Gaddi, sede della Procura generale militare, un vecchio armadio. Aveva le ante rivolte verso il muro. Così, per quasi 50 anni erano stati tenuti al segreto 695 fascicoli d’inchiesta e un Registro con 2274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l’occupazione nazifascista.

Quell’armadio era la manifestazione in legno, carta e inchiostro dell’occultamento degli orrori perpetrati dai nazifascisti, in Italia e fuori. E oggi più che mai dovrebbe far riflettere la motivazione che si addusse: quella di Stato. Stava infatti iniziando la Guerra fredda, vi era la necessità di evitare problemi alla Germania federale, che in quel periodo stava ricostituendo il proprio esercito e si sarebbe dovuta inserire in maniera forte nell’Alleanza Atlantica, e il governo italiano, così come gli alleati, aveva bisogno di ripulire il più possibile il passato fascista italiano, per utilizzare il Paese nella lotta al blocco sovietico.

Per questo hanno operato insieme per evitare sia di consegnare, ma anche di giudicare, i presunti colpevoli delle stragi.

L’Italia ha così consapevolmente rinunciato al diritto di richiedere la consegna e di perseguire i militari tedeschi accusati di strage in Italia: come sottolineato anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, “il governo italiano si trovava nell’imbarazzante situazione da un lato di negare l’estradizione di presunti criminali italiani, richiesta da altri Paesi, e dall’altro di procedere alla richiesta, proveniente dalla magistratura militare italiana, per l’estradizione di militari e criminali di guerra tedeschi”. Così si decise di non fare né l’una né l’altra cosa.

A prevalere fu quindi una particolare convergenza di intenti tra l’Italia e gli Alleati. Da una parte, infatti, questi comprendevano l’importanza della pedina italiana nella spartizione in blocchi del mondo. Da parte nostra invece c’era la necessità di difendere i presunti criminali di guerra italiani richiesti da altri Stati. Secondo la relazione della Commissione, la difesa a oltranza dei presunti criminali italiani attuata dal nostro Paese fino al 1948 “è responsabilità dei governi dell’epoca, che condivisero la difesa ad oltranza dei presunti criminali italiani, e sacrificarono sull’altare dell’onore dell’esercito italiano la punizione dei gravi crimini commessi dai nazifascisti in Italia.” Dal ’48 in poi a questo si aggiunse una necessità di carattere internazionale, “non mettere in imbarazzo la Repubblica Federale tedesca, tassello essenziale del blocco occidentale. Con la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, così, anche per l’Italia la stagione dei processi per crimini di guerra poteva dirsi conclusa.”

Ecco su cosa si fonda il mito dell’Italiano brava gente, quello del simpatico colonizzatore, del docile conquistatore. Un mito che ha la necessità però di essere costantemente alimentato. E così negli anni il nostro Paese ha continuato a rifiutarsi di analizzare con serietà, con il dovuto distacco, gli orrori commessi in nome e per la gloria della Patria.

Uno degli esempi più grotteschi, quasi ridicoli, è datato 1991. Quell’anno nelle sale italiane veniva presentato Mediterraneo, di Gabriele Salvatores. Il film è uno spaccato di un’ipotetica occupazione italiana su un’isola greca: il contingente italiano, goffo e impreparato, familiarizza con gli abitanti dell’isola, fino ad affezionarcisi e decidendo, in alcuni casi, di abbandonare l’Italia stessa. Mediterraneo vincerà anche il premio Oscar, consacrando in patria e all’estero il mito del buon italiano. Quello che va a prostitute ma poi se ne innamora e torna le rende “donne per bene”. Quello che sì, magari è un po’ nazionalista, ma alla fine, se gli dai da fumare un po’ d’hashish diventa un compagnone, e poi si fa pure fregare i vestiti dai turchi. Quello che “una fazza una razza”, insomma.

Proprio nel 1991 la Rai decise di acquistare dalla Bbc un documentario. Lo comprò, ma non per mandarlo in onda, anzi per il motivo opposto. Una decisione incomprensibile, almeno fino a quando non si legge il titolo di quel documentario: Fascist Legacy.

Era andato in onda due anni prima in Inghilterra, e raccontava degli ottocento criminali di guerra italiani responsabili della morte di circa un milione di civili e di come fossero sfuggiti a qualsiasi processo perché inglesi e americani avevano bisogno di loro per mantenere i comunisti fuori dal governo. Raccontava gli orrori dell’occupazione italiana in Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia ed Etiopia. Narrava in che modo questi erano venuti finalmente a galla grazie a un’indagine compiuta negli archivi diplomatici americani e inglesi e in quelli della Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra.

Già nell’89 il documentario aveva suscitato accese polemiche: l’allora ambasciatore italiano a Londra Boris Biancheri inviò addirittura una lettera di protesta al presidente della Bbc Marmaduke Hussey, accusando il programma di prendere di mira l’Italia su un tema che ha in realtà dimensioni ben più ampie; quando poi il consulente storico del programma, Michael Palumbo, chiese di discutere la sua trasmissione con l’ambasciatore italiano, questo si rifiutò sostenendo che i giudizi globali devono essere lasciati agli storici. Per questo era meglio che nessuno in Italia vedesse quel documentario. Solo nel 2004 La7 ne trasmise degli stralci durante il programma Altra Storia.

Come per le discariche sommerse di cui è pieno il nostro territorio, anche la storia dell’occultamento dei crimini nazifascisti ogni tanto torna a galla, attraverso episodi che sembrano marginali. Come quando, ancora nel 2001, l’Etiopia accusava l’Italia di non rispettare gli accordi internazionali rifiutandosi di comunicare la posizione dei suoi depositi segreti di armi chimiche risalenti al periodo dell’occupazione. Qualche settimana prima durante alcuni lavori in una scuola nella regione settentrionale del Tigray, i muratori avevano trovato un deposito nascosto con munizioni e granate. Avevano dovuto sospendere i lavori per paura che si trattasse delle armi con gas tossico.

È anche grazie a questa enorme operazione di insabbiamento che oggi un ministro può permettersi di dire che a lui “interessa poco il derby fascisti-comunisti”. Per questo può permettersi di non celebrare la Liberazione dell’Italia. Perché del fascismo in realtà l’Italia non si è mai liberata.

Per ulteriori approfondimenti, Contropiano consiglia la lettura di Criminali di guerra italiani, di Davide Conti e Il caso Roatta, di Laura Bordoni, entrambi editi da Odradek.

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17/05/2018

“Fermate il Giro per lutto!”. Stop all’eccidio dei palestinesi. Contestazioni tappa su tappa


Sta diventando virale l’appello a fermare per un giorno il Giro d’Italia per lutto, come atto dovuto di riparazione verso i palestinesi dopo la vergognosa decisione della Rcs/Gazzetta dello Sport e delle autorità sportive italiane di far partire il giro da Israele. Una decisione che, nonostante mesi di appelli a rivedere quella scelta, ha legittimato l’occupazione israeliana di Gerusalemme/Al Quds come capitale ed ha coperto la strategia di annichilimento delle istanze del popolo palestinesi palesatasi con l’eccidio avvenuto a Gaza.

Qui sotto le foto della contestazione della tappa del Giro d’Italia in Umbria dopo quelle già avvenute nelle tappe in Sicilia, Campania, Abruzzo.


“Il Giro d’Italia transita nella nostra Regione mentre in Palestina si ricorda la Nakba, la “catastrofe”, quando 700.000 palestinesi furono cacciati dalle proprie case e terre e trasformati in profughi, nel biennio 1948–1949. E mentre al-Dali, ciclista della Federazione Palestinese di Ciclismo, designato a gareggiare nei Giochi Asiatici 2018 in Indonesia, ha dovuto subire l’amputazione di una gamba in seguito ad un proiettile esplodente sparato dai cecchini israeliani al confine con Gaza, la stessa sorte subita da altri 5 atleti” scrivono gli attivisti solidali con i palestinesi in Umbria.


Altre contestazioni si annunciano nelle prossime tappe nelle altre regioni. Ma è evidente che l’indifferenza degli organizzatori del Giro della vergogna di fronte alla richiesta ormai esplicita di fermare il Giro per un giorno come lutto, sta innalzando il livello di rabbia e delle proteste. Gli organizzatori non possono trincerarsi dietro le motivazioni economiche. Hanno ricevuto 19 milioni da uno sponsor israeliano per legittimare una operazione ideologica su Gerusalemme che ha provocato decine di morti e migliaia di feriti tra i palestinesi. Non possono pensare di cavarsela gratis.

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16/05/2018

Stop all’eccidio dei palestinesi. “Fermate il Giro”. Un grido dalle piazze in Italia


Ieri era il 15 maggio, una giornata drammatica e significativa sia per la storia che per il presente della resistenza palestinese. Il 15 maggio è il Giorno della Nakba, ossia l’inizio della pulizia etnica nei territori palestinesi da parte di Israele nel 1948. Le autorità israeliane la celebrano come il giorno della fondazione di Israele, i palestinesi come l’inizio della “catastrofe” (Nakba in arabo).

Quest’anno la data ha coinciso con il peggiore degli scenari. Lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, che di fatto ne legittima l’occupazione definitiva facendone la capitale di Israele e il massacro scatenato dalle forze armate israeliane contro i palestinesi a Gaza che in due mesi ha fatto 110 morti e migliaia di feriti e mutilati in quella che ormai può essere definita come l’Intifada dei copertoni e degli aquiloni.

Nei Territori Palestinesi è in corso uno sciopero generale di tre giorni, mentre ieri, dopo la riuscita manifestazione nazionale di sabato scorso a Roma, in molte città italiane si è scesi in piazza a sostegno della coraggiosa resistenza del popolo palestinese all’occupazione coloniale israeliana.

(Nella foto il corteo nel centro di Bologna)


(Nella foto manifestazione davati alla sede Rai di Torino)


A Roma (foto qui sotto) c’è stato un sit in davanti a Montecitorio, mentre manifestazioni importanti si sono registrate a Bologna con un corteo nel centro e a Torino dove il corteo si è recato alla sede della Rai per protestare contro la vergognosa disinformazione sull’eccidio in corso a Gaza.


Negli interventi sotto Montecitorio è stata lanciata una richiesta agli organizzatori sportivi e agli sponsor del Giro d’Italia vergognosamente fatto partire, proprio quest’anno, da Israele: “Fermate il Giro per lutto e come atto di riparazione verso i palestinesi”. Inoltre, visto che ancora non c’è il governo, il Presidente della Camera esprime la condanna dell’Italia per l’eccidio dei palestinesi da parte delle forze armate israeliane.

Ieri proprio a Teramo, durante la tappa del Giro d’Italia, molti attivisti si sono presentati con le bandiere palestinesi ed è intervenuta la polizia per allontanarli. La Rai ovviamente si è ben guardata dal riferire e riprendere la scena. E’ ormai evidente che se le autorità sportive italiane non prenderanno in considerazione un gesto di riparazione verso i palestinesi, tutte le prossime tappe del Giro d’Italia saranno oggetto di proteste e contestazioni sistematiche fino alla tappa finale del 27 maggio prossimo a Roma.

Il procuratore Fatou Bensouda della Corte Penale Internazionale ha fatto sapere che la Corte prenderà “tutte le misure appropriate” sul massacro a Gaza, aggiungendo che la Corte “segue con attenzione gli sviluppi sul luogo ed esamina tutti i presunti crimini e le eventuali responsabilità”. Le autorità sportive e gli sponsor italiani del Giro d’Italia pensano sul serio di potersela cavare gratis?

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28/08/2017

Eccidio di via Fracchia. Riaperte le indagini

I quattro militanti delle Brigate Rosse uccisi in via Fracchia, a Genova, il 28 marzo del 1980, sono stati vittime di un’esecuzione decisa a tavolino dai carabinieri del generale Dalla Chiesa.

Questa conclusione venne affermata dalle stesse Br, il giorno dopo l’eccidio, con un volantino che tra l’altro rivelava il nome di Riccardo Dura, ex militante di Lotta Continua. Era l’unico dei quattro su cui carabinieri e procura mantenevano “il riserbo”, come si usa dire quando le indagini puntano ad altri obiettivi.

Ora, a 37 anni di distanza, quella stessa procura è stata costretta ad aprire un fascicolo per “omicidio volontario”, al momento contro degli “ignoti” che più noti – alla stessa Procura – non potrebbero essere. Si tratta infatti dei carabinieri che hanno partecipato all’irruzione, agli ordini dell’allora capitano Michele Riccio, tutti firmatari del rapporto conclusivo consegnato ai loro superiori (Carlo Alberto Dalla Chiesa) e da questi ai magistrati.

Scriviamo “costretta” perché lo stesso magistrato incaricato di procedere, Francesco Cozzi, parla di un “atto dovuto”, con l’altrettanto ovvia frase di circostanza: “Adesso valuteremo modi e tempi di eventuali accertamenti”.

Le indagini erano state chiuse molto presto e la riapertura odierna è dovuta alla determinazione e al coraggio di Luigi Grasso, ricercatore universitario che nel 1979 era stato accusato e arrestato per “terrorismo”, ma negli anni successivi era stato completamente prosciolto.

Un innocente vittima a sua volta della superficialità con cui accuse mostruose venivano mosse, producendo arresti immotivati, che ha cercato di capire per bene la tragedia in cui era stato gettato.

L’esposto che ha presentato in procura è frutto di un lavoro lunghissimo, costato anni di impegno e di “muri di gomma”. Le carte processuali relative all’eccidio di via Fracchia, infatti, erano praticamente inaccessibili a tutti. Nessun avvocato era stato incaricato di spulciare in quelle pagine, dove si nascondevano anche le perizie mediche e balistiche. Chi ricorda la morte dell’avvocato genovese Edoardo Arnaldi – suicida al momento dell’arresto – e i numerosi arresti dei legali che allora accettavano di difendere i prigionieri politici non fa fatica a capire perché. Oltretutto, che quelli fossero quattro omicidi volontari era chiaro a tutta Italia, non solo alle parti in quel momento combattenti.

La dinamica dell’irruzione, la posizione dei corpi all’interno dell’appartamento, lo squilibrio incredibile tra i quattro compagni morti e un solo carabiniere ferito, facevano capire immediatamente come erano andate le cose. Dettaglio più, dettaglio meno.

Il ricercatore Luigi Grasso, anche lui genovese, è riuscito ad ottenere l’accesso agli atti (che dovrebbe esser pubblico, in una certa misura) solo perché “imputato in un procedimento connesso” con quello di via Fracchia. Si è concentrato soprattutto sulle perizie medico-legali, riscontrando un’anomalia che avrebbe dovuto far saltare sulla sedia anche il meno esperto dei magistrati inquirenti: Anna Maria Ludmann (titolare dell’appartamento), Piero Betassa (operaio di Mirafiori, tra i 13 delegati componenti il “Coordinamento nazionale Fiat” della Flm), Piero Panciarelli (operaio e delegato alla Lancia di Chivasso) erano stati tutti colpiti da numerosi colpi d’arma da fuoco. Riccardo Dura, al contrario, viene ucciso da un unico proiettile alla testa, «penetrato in regione occipitale sinistra». Un colpo alla nuca, insomma, segno certo di un’esecuzione a freddo. I periti legali, Franchini e Celesti, parlano di «una distanza superiore ai 30 centimetri». Ma non molto superiore, perché altrimenti avrebbero scritto altre cose.

Non entreremo qui nelle ragioni tecniche, ma è risaputo che “un proiettile esploso a bruciapelo” (a meno di 30 centimetri di distanza) lascia un alone di polvere da sparo intorno alla ferita evidente anche ad occhio nudo, mentre un proiettile esploso ad oltre mezzo metro di distanza praticamente non ne lascia. La formula usata dai periti deriva dunque dal ritrovamento di un quantitativo ingente di polvere da sparo sulla nuca di Dura, anche se non tanta quanta se ne sarebbe trovata per un “colpo a contatto di pelle”. Dunque che il colpo mortale fu sparato a una distanza oscillante tra i 30 e i 50 centimetri. Un’esecuzione, comunque, per cui non serve neppure un tiratore particolarmente addestrato.

Siamo curiosi di vedere gli sviluppo giudiziari di questo “atto dovuto”.

Michele Riccio
ex ufficiale dei Carabinieri
Il comandante in campo di quella squadra di carabinieri, Michele Riccio, ha del resto avuto una carriera a suo modo spettacolare. Era colonnello in Sicilia, quando accusò il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obino di avergli impedito di catturare Provenzano in un casolare di Mezzojuso (PA), indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da “cosa nostra” subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia. Fu da questi smentito e querelato.

Nel 1997 finì in carcere per accuse davvero insolite per un alto grado dell’Arma: dal traffico di droga all’associazione a delinquere per spaccio di stupefacenti. Di fatto, aveva trasformato la caserma dei Carabinieri di Corso Europa (sempre a Genova) in un laboratorio di raffinazione, impacchettamento e distribuzione di eroina. La strumentazione necessaria era stata sequestrata – dai suoi carabinieri, naturalmente – anni prima in una raffineria clandestina a Tovo San Giacomo, sempre in Liguria.

Perché? Il processo successivo consentì di verificare almeno due “moventi” principali: l’arricchimento personale e un “turbo” alla carriera di carabiniere. Molte delle sue “brillanti operazioni antidroga” partivano proprio dal promuovere lui stesso un traffico clandestino, per cui avvicinava e poi scaricava “normali” trafficanti ignari.

Nell’inchiesta venne coinvolta anche l’ex magistrato savonese Tiziana Parenti, poi finita a far la parlamentare di Forza Italia. Alcuni dei tanti articoli che allora ricostruivano questa vicenda vergognosa dando il senso e la misura di questo “difensore dello Stato”, armi alla mano, possono essere consultati qui, qui e qui.

Insomma: un magistrato attento solo alla verità, anche se sensibile alle ragioni dell’Arma in un frangente “difficile”, non dovrebbe aver problemi a ricostruire con precisione la dinamica dell’eccidio di via Fracchia, decostruendo i verbali falsificati di Riccio e dei suoi uomini. In fondo, non si tratta di difendere dei “funzionari specchiati” da “accuse infamanti”. Ma semplicemente di indagare su “una squadra” abituata ad aggirare la legge, facendo credere di star lì a difenderla...

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