Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/05/2018

Il Giro della vergogna si conclude con le cariche contro gli attivisti filopalestinesi

Roma. Oggi, quasi a conclusione del presidio che in modo determinato stava contestando l’ultima tappa del 101esimo Giro d’Italia partito da Israele, le forze dell’ordine hanno brutalmente aggredito i manifestanti e proceduto con 6 fermi.

Guarda il VIDEO

La scelta di inaugurare questa edizione nella città di Gerusalemme, senza prestare alcuna attenzione alla tragedia che sta avvenendo a Gaza, era il motivo della contestazione in atto, che ha però visto la folle e violenta risposta delle forze dell’ordine, provocando decine di feriti, così come testimoniato dai video che le maggiori testate giornalistiche stanno già pubblicando.

Convochiamo pertanto una conferenza stampa in data 28/05/2018 alle ore 12 all’interno dell’Università degli Studi La Sapienza di Roma, nella facoltà di Fisica, al fine di mostrare quanto accaduto e ribadire la nostra vicinanza e solidarietà ai fermati e alla causa palestinese.




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18/05/2018

Sospendere il Giro della Vergogna. Un atto di riparazione verso i palestinesi

Potere al Popolo condivide e rilancia l’appello affinché il Giro d’Italia venga sospeso per lutto almeno un giorno come dovuto atto di riparazione verso il popolo palestinese.

In tutte le tappe svolte finora dall’8 maggio il Giro d’Italia partito da Israele è stato contestato nel nome di Gaza e dei diritti negati della Palestina. Il Giro della vergogna, complice degli oppressori e dell’apartheid israeliano contro il popolo palestinese, ha già sentito e dovrà sentire lungo tutte le tappe la voce del popolo palestinese oppresso.

Gli organizzatori e gli sponsor economici del Giro d’Italia, in questi mesi hanno ignorato ogni richiesta di cautela ed equilibrio ed hanno deciso di macchiare di sangue palestinese la Maglia Rosa. Adesso hanno l’occasione per un atto riparatore sospendendo per un giorno il Giro d’Italia come lutto e rispetto verso le vittime palestinesi.

Diversamente, Potere al Popolo invita tutte le proprie attiviste e gli attivisti a far vivere in tutte le tappe del Giro d’Italia l’informazione, la denuncia, la protesta per un evento sportivo che si è reso complice dell’eccidio e della negazione dei diritti del popolo palestinese.

Infine denunciamo come inaccettabile e vergognoso il silenzio delle autorità politiche italiane – a cominciare dal governo uscente di Gentiloni e dalle presidenze di Camere e Senato – contro l’eccidio consumatosi a Gaza contro i palestinesi che manifestavano pacificamente. Un silenzio che su molti mass media è diventato una vergognosa manipolazione dei fatti e delle responsabilità del governo e delle forze armate israeliane.

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17/05/2018

“Fermate il Giro per lutto!”. Stop all’eccidio dei palestinesi. Contestazioni tappa su tappa


Sta diventando virale l’appello a fermare per un giorno il Giro d’Italia per lutto, come atto dovuto di riparazione verso i palestinesi dopo la vergognosa decisione della Rcs/Gazzetta dello Sport e delle autorità sportive italiane di far partire il giro da Israele. Una decisione che, nonostante mesi di appelli a rivedere quella scelta, ha legittimato l’occupazione israeliana di Gerusalemme/Al Quds come capitale ed ha coperto la strategia di annichilimento delle istanze del popolo palestinesi palesatasi con l’eccidio avvenuto a Gaza.

Qui sotto le foto della contestazione della tappa del Giro d’Italia in Umbria dopo quelle già avvenute nelle tappe in Sicilia, Campania, Abruzzo.


“Il Giro d’Italia transita nella nostra Regione mentre in Palestina si ricorda la Nakba, la “catastrofe”, quando 700.000 palestinesi furono cacciati dalle proprie case e terre e trasformati in profughi, nel biennio 1948–1949. E mentre al-Dali, ciclista della Federazione Palestinese di Ciclismo, designato a gareggiare nei Giochi Asiatici 2018 in Indonesia, ha dovuto subire l’amputazione di una gamba in seguito ad un proiettile esplodente sparato dai cecchini israeliani al confine con Gaza, la stessa sorte subita da altri 5 atleti” scrivono gli attivisti solidali con i palestinesi in Umbria.


Altre contestazioni si annunciano nelle prossime tappe nelle altre regioni. Ma è evidente che l’indifferenza degli organizzatori del Giro della vergogna di fronte alla richiesta ormai esplicita di fermare il Giro per un giorno come lutto, sta innalzando il livello di rabbia e delle proteste. Gli organizzatori non possono trincerarsi dietro le motivazioni economiche. Hanno ricevuto 19 milioni da uno sponsor israeliano per legittimare una operazione ideologica su Gerusalemme che ha provocato decine di morti e migliaia di feriti tra i palestinesi. Non possono pensare di cavarsela gratis.

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16/05/2018

Stop all’eccidio dei palestinesi. “Fermate il Giro”. Un grido dalle piazze in Italia


Ieri era il 15 maggio, una giornata drammatica e significativa sia per la storia che per il presente della resistenza palestinese. Il 15 maggio è il Giorno della Nakba, ossia l’inizio della pulizia etnica nei territori palestinesi da parte di Israele nel 1948. Le autorità israeliane la celebrano come il giorno della fondazione di Israele, i palestinesi come l’inizio della “catastrofe” (Nakba in arabo).

Quest’anno la data ha coinciso con il peggiore degli scenari. Lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, che di fatto ne legittima l’occupazione definitiva facendone la capitale di Israele e il massacro scatenato dalle forze armate israeliane contro i palestinesi a Gaza che in due mesi ha fatto 110 morti e migliaia di feriti e mutilati in quella che ormai può essere definita come l’Intifada dei copertoni e degli aquiloni.

Nei Territori Palestinesi è in corso uno sciopero generale di tre giorni, mentre ieri, dopo la riuscita manifestazione nazionale di sabato scorso a Roma, in molte città italiane si è scesi in piazza a sostegno della coraggiosa resistenza del popolo palestinese all’occupazione coloniale israeliana.

(Nella foto il corteo nel centro di Bologna)


(Nella foto manifestazione davati alla sede Rai di Torino)


A Roma (foto qui sotto) c’è stato un sit in davanti a Montecitorio, mentre manifestazioni importanti si sono registrate a Bologna con un corteo nel centro e a Torino dove il corteo si è recato alla sede della Rai per protestare contro la vergognosa disinformazione sull’eccidio in corso a Gaza.


Negli interventi sotto Montecitorio è stata lanciata una richiesta agli organizzatori sportivi e agli sponsor del Giro d’Italia vergognosamente fatto partire, proprio quest’anno, da Israele: “Fermate il Giro per lutto e come atto di riparazione verso i palestinesi”. Inoltre, visto che ancora non c’è il governo, il Presidente della Camera esprime la condanna dell’Italia per l’eccidio dei palestinesi da parte delle forze armate israeliane.

Ieri proprio a Teramo, durante la tappa del Giro d’Italia, molti attivisti si sono presentati con le bandiere palestinesi ed è intervenuta la polizia per allontanarli. La Rai ovviamente si è ben guardata dal riferire e riprendere la scena. E’ ormai evidente che se le autorità sportive italiane non prenderanno in considerazione un gesto di riparazione verso i palestinesi, tutte le prossime tappe del Giro d’Italia saranno oggetto di proteste e contestazioni sistematiche fino alla tappa finale del 27 maggio prossimo a Roma.

Il procuratore Fatou Bensouda della Corte Penale Internazionale ha fatto sapere che la Corte prenderà “tutte le misure appropriate” sul massacro a Gaza, aggiungendo che la Corte “segue con attenzione gli sviluppi sul luogo ed esamina tutti i presunti crimini e le eventuali responsabilità”. Le autorità sportive e gli sponsor italiani del Giro d’Italia pensano sul serio di potersela cavare gratis?

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15/05/2018

Moni Ovadia: “Ci sarebbe da circondare il Parlamento. È necessaria una rivoluzione”

intervista a Moni Ovadia di Giacomo Russo Spena

“Il Paese è sotto ricatto dei politici, delle loro smanie personali. Ci sarebbe da circondare subito il Parlamento e urlare: fuori dai coglioni, tutti!”. Moni Ovadia è sconcertato, desolato e raggelato. Ma anche preoccupato. “La gente non si rende conto della gravità della situazione - spiega - Una volta i nostri politici erano nani sulle spalle di giganti, ora abbiamo omuncoli sulle spalle di ominicchi”. Una classe dirigente, secondo lui, da azzerare, dove nessuno ha una visione di società: “Passano il tempo a starnazzare nei talk show o a cercare accordi di potere, in questo teatrino nessuno ha più un progetto di società per rilanciare il Paese”.

La sentiamo alquanto alterato. Ma con chi ce l'ha?

Con tutti. Alle prossime elezioni non voto, rifiuto la scheda. Che cosa vuoi più votare? E lo dico io che ho sempre creduto nei valori costituzionali e che in 72 anni di vita mi sono sempre recato alle urne!

Lei è sempre stato un artista impegnato e un uomo vicino alla sinistra... è diventato un disilluso?

Per niente, però di certo non credo che la sinistra possa rinascere dal Pd. Sentivo Renzi in televisione, ancora che pontifica e dà lezioni. Come se non avesse imparato la lezione, dopo le varie batoste prese: ha quasi dimezzato il consenso del suo partito. In fondo, se ci pensiamo bene, il suo progetto era quello.

In che senso, scusi? Renzi perché mai dovrebbe giocare a perdere?

È un uomo culturalmente di destra, oltre ad essere assetato di potere. Il suo modello è Macron. Di cosa siamo parlando? Il Pd renziano ha tagliato completamente le radici con la storia della sinistra e del movimento operaio. Il suo scopo era distruggere ciò che esisteva di sinistra nel Paese. Ci è riuscito.

Ce l'ha con la terza via blairiana? Con quel modello di socialdemocrazia che ha abbandonato le ragioni di giustizia sociale abbracciando privatizzazioni, deregulation ed austerity?

Quella stagione è finita. Ha causato solo disastri. Ma almeno in Inghilterra è arrivato un vecchietto, Corbyn, che sta raddrizzando le cose. Da noi non c'è nulla.

Alle scorse elezioni aveva espresso simpatia per Potere al Popolo, ha cambiato idea?

Almeno lì c'è freschezza umana, voglia di ritornare sui territori abbandonati, di sperimentare pratiche di mutualismo. Ma sono ben cosciente che parliamo di un progetto ultra minoritario e marginale.

Qual è il suo giudizio sul M5S? Non è l'unico che sta provando a contrastare la vecchia politica?

Ma ci si può fidare del M5S?

Me lo dica lei...

Guardavo con attenzione e rispetto al M5S, per la loro volontà di contrastare l'establishment e le rendite politiche. Ma si sta giocando malissimo la partita: Di Maio non ha dimostrato di incarnare il “nuovo che avanza” rispetto agli altri né di essere refrattario ai giochini di potere. Con la politica dei due forni il M5S mi ha ricordato in qualche modo la vecchia Dc.

Non aveva i numeri per governare da solo. Cos'altro doveva fare il M5S?

Dovevano smascherare il bluff delle varie nomenklature e invece si sono messi a trattare con lo status quo finendo per essere inglobati dal Sistema e dalle sue logiche. Di Maio doveva mantenere il punto sui temi programmatici, focalizzandosi su alcuni nodi come corruzione, evasione fiscale, reddito di cittadinanza ed Europa.

Ripeto, non avevano i numeri...

E allora, data l'indisponibilità degli altri partiti, si cambiava legge elettorale e poi subito al voto. E invece Di Maio si è prestato al peggior teatrino politico dimostrando di soffrire di bulimia da governo.

Intanto mentre il presidente Mattarella era orientato ad un governo “neutrale” che portasse il Paese verso nuove elezioni, M5S e Lega hanno chiesto altre 24 ore per trovare un'intesa. Lo crede possibile?

Sarà un disastro. La catastrofe. Il M5S perderà la sua credibilità. Ma poi al governo per fare cosa? Mica si capisce. Tra l'altro, è il modo migliore per riabilitare Renzi.

Moni Ovadia, come se ne esce da questo stallo politico?

Va trasformata la gente, ripensata la società. Ci vuole una rivoluzione antropologica. Bisogna ribaltare le logiche ultra liberiste, quelle che portano alla devastazione del pianeta e all'arricchimento di pochi a danno dei molti. I tempi saranno pure lunghi, non vedo però scorciatoie.

Cambiamo discorso. Ha attaccato il Giro d'Italia per aver deciso di fare la prima tappa, simbolicamente, in Israele. Lei ha parlato di “Italietta che si è prestata a questa ulteriore e ingiusta sceneggiata”. Non crede di esagerare?

E' da 70 anni che Israele perpetua ingiustizie nei confronti dei palestinesi e quello che più mi indigna è l'impunità internazionale. Può fare qualsiasi azione che viene sempre difesa e legittimata dalla comunità internazionale: siamo di fronte a gravi responsabilità degli Usa e alla pavidità dell'Europa. Per non parlare dell'Onu che sembra una banda di vigliacchi.

Secondo lei, Israele si sta trasformando in uno Stato confessionale?

Questo vorrebbero gli ultranazionalisti e i fanatici religiosi. Prendo in prestito le parole del giornalista ed intellettuale Gideon Levy il quale ritiene che, a parte la parentesi degli accordi di Oslo, Israele non vuole, né ha mai voluto, la pace in Medioriente. Non hanno mai riconosciuto la dignità e i diritti dei palestinesi. Sperano spariscano nel nulla.

Cosa ne pensa, invece, dei venti di guerra tra Israele e Iran alla luce della rottura dell'accordo sul nucleare iraniano da parte di Trump?

Non credo si arriverà mai ad una guerra. Piuttosto sono pretesti per giustificare la tensione bellicista e per garantirsi il controllo dei Territori occupati. Nella West Bank vivono ormai 700mila coloni: è impossibile, ormai, realizzare il sogno dei due popoli e due Stati. Infine, posso dire un'ultima cosa sulla vicenda?

Prego...

Trovo indegno catalogare per antisemiti tutti coloro che osano criticare le politiche di Israele. Come trovo insopportabile e immorale l'uso propagandistico della Shoah. Sono ebreo e antifascista, so cosa ha rappresentato per noi la Shoah e, nello stesso momento, sono consapevole che Israele sta marginalizzando e perseguitando i palestinesi nell'indifferenza della comunità internazionale. Fanno quel che vogliono senza che nessuno intervenga.

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13/05/2018

La Palestina si riprende il suo posto nell’agenda politica. Migliaia in piazza a Roma


Il grido di rabbia e libertà proveniente dalla Palestina non è rimasto inascoltato. Rispondendo all’appello lanciato dal Coordinamento delle Comunità Palestinesi e dall’Unione Democratica Arabo Palestinese, ieri migliaia di persone sono scese in piazza a Roma al fianco del popolo palestinese.


Il tentativo di cancellare la Palestina dall’agenda internazionale e dall’agenda politica italiana, è stato così respinto rivelando come questa contraddizione non sia rimovibile né liquidabile con la spietata oppressione coloniale israeliana.

Molti i motivi per essere in piazza: martedì gli Stati Uniti inaugureranno la loro ambasciata a Gerusalemme riconoscendola come capitale di Israele (una scelta in contrasto con tutte le risoluzioni internazionali fin qui adottate); sempre martedì ricorre il 70° anniversario della Nakba ossia l’espulsione di migliaia di palestinesi dalle loro case per far posto allo stato di Israele; a Gaza da mesi proseguono le manifestazioni popolari per il ritorno che vengono falcidiate dai cecchini israeliani con un pesantissimo bilancio di morti e feriti. Infine, ma non certo per importanza, in Italia la manifestazione di ieri ha voluto essere anche la risposta politica e di massa alla vergogna del Giro d’Italia fatto partire da Israele e proprio da Gerusalemme per concludersi a Roma il 27 maggio, una scelta che legittima di fatto la forzatura israeliana e statunitense di aver imposto Gerusalemme come capitale di Israele. Anche ieri in Campania, dopo le tappe siciliane, il Giro è stato accolto dalle proteste e dalle bandiere palestinesi contro quello che è stato giustamente definito il Giro della vergogna.

Qui sotto bandiere palestinesi all’arrivo della tappa del Giro a Montevergine in Campania


Nel pomeriggio di ieri la scommessa non facile di una manifestazione per la Palestina si è concretizzata con un corteo che, partito da Piazza Esquilino, ha riempito via Cavour (almeno cinquemila persone) rivelando l’esistenza della questione e della presenza palestinese in Italia.

Moltissimi giovani palestinesi e militanti della vecchia guardia hanno aperto la manifestazione spiegando al microfono le ragioni del corteo.

Insieme a loro migliaia di attivisti di quella vastissima rete di solidarietà con la Palestina che agiscono nei territori un po’ in tutto il paese. Al corteo anche le forze politiche: Partito Comunista, Potere al Popolo (con dentro lo spezzone tutte le componenti che lo hanno costruito), Partito Comunista Italiano. Un dettaglio importante è stata la presenza e l’adesione dell’Anpi alla manifestazione. Dopo le polemiche sul 25 aprile che si ripetono da quattro anni a Roma con le organizzazioni ultrasioniste, la scelta di campo del’Anpi di essere in questa manifestazione è un segnale che va sottolineato.

Il corteo si è concluso ai margini di Piazza Venezia con tanti interventi e saluti al microfono di tutte le organizzazioni palestinesi e italiane che hanno saputo costruire una manifestazione coraggiosa e coerente. Anni fa una importante giornalista – nel frattempo deceduta – scommetteva sul fatto che “nessuno avrebbe avuto più il coraggio di sventolare lo straccio di una bandiera palestinese nelle piazze”. La manifestazione di ieri non solo è stata l’ennesima e visibile smentita ma è stata la conferma che il “politicidio” dei palestinesi attuato dagli apparati dello Stato di Israele non troverà la strada sgombra. Non ci sarà mai pace in Medio Oriente senza giustizia per il popolo palestinese. Questo è dato che anche la “politica” italiana e la politica estera non possono rimuovere come fatto dalla seconda intifada fino ad oggi con scelte vergognose che hanno reso l’Italia complice a tutti i livelli dell’oppressione coloniale di Israele (dalla cooperazione militare a quella scientifica e sportiva). Soprattutto in un contesto mediorientale dove i venti di guerra soffiano e colpiscono ininterrottamente ormai da 25 anni.






FOTO DI PATRIZIA CORTELLESSA

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06/05/2018

Ulivieri: “Non guarderò il Giro d’Italia, Viva il popolo palestinese”

Un veterano dello sport italiano esprime tutto il suo disappunto per il Giro della vergogna partito da Israele:
“Quando ero piccolo non c’erano molti divertimenti:d’inverno la passione per il calcio,d’estate la passione per il ciclismo.
E da grandi o ciclisti o calciatori. Passioni eguali;finii su una panchina ma avrei potuto ritrovarmi su una ammiraglia.
Mi garba pedalare e interessarmi di ciclismo:ogni occasione è buona.
Quest’anno non guarderò il Giro d’Italia. Non mi garba da dove è partito.
Avrei potuto essere indifferente ma temo di essere odiato dalle persone che stimo. Se sarò odiato da chi non stimo me ne farò una ragione. Se i dirigenti del Coni sono stati indifferenti peggio per loro.
E non leggerò la Gazzetta dello Sport.
W il Popolo Palestinese libero sulla sua terra”.
di Renzo Ulivieri - ex allenatore di moltissimi club di calcio di serie A, presidente dell’Associazione allenatori italiani. Candidato con Potere al Popolo alle ultime elezioni

La partenza del giro d’Italia comprata da Israele in guerra e le polemiche su Gino Bartali salvatore degli ebrei

di Alberto Negri

Per rendere memorabile l’evento è stato coinvolto anche Gino Bartali, già entrato nel Giardino dei Giusti dello Yad Vashem e ora cittadino onorario di Israele per il salvataggio di alcuni ebrei tra il 1943 e il 1944. La questione in realtà è assai dubbia, neppure lo stesso Bartali da vivo l’aveva mai confermata. In realtà secondo lo studioso Michel Sarfatti – fino al 2016 direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea – si tratta di un clamoroso falso storico.

La maglia rosa del Giro d’Italia quest’anno l’hanno già vinta gli israeliani: come ciclisti non sono un granché ma sulla propaganda e il marketing non li batte nessuno. Anche a costo di qualche clamoroso falso storico sulla figura di Gino Bartali. Al prezzo di 16 milioni di euro versati a Rcs e Gazzetta dello Sport l’inizio del Giro d’Italia è stato “appaltato” a Israele: tre tappe sul territorio israeliano e partenza ieri con una cronometro individuale da Gerusalemme. A Gino Bartali, accreditato come salvatore di ebrei durante la guerra, viene conferita la cittadinanza postuma. Se fosse vivo forse guarderebbe al di là del muro che separa israeliani da palestinesi e non sarebbe poi tanto contento.

Un lettera di una trentina di intellettuali ebrei italiani sottolinea le incongruenze di questa iniziativa, un’operazione di immagine in occasione del 70° anniversario dello Stato di Israele. Se per molti ebrei la data del maggio 1948 significa la rinascita dopo l’Olocausto, ai palestinesi questo passaggio storico ricorda la “Nakba”, la catastrofe, con l’umiliazione e l’esilio per centinaia di migliaia di arabi. Non solo: tutto questo avviene mentre Israele prende letteralmente di mira i palestinesi e lo stato ebraico è coinvolto nei raid in Siria e vorrebbe fare la guerra all’Iran.

La stessa tappa a Gerusalemme è stata una sorta di sfida alla legalità internazionale: la parte orientale è una città occupata. Una situazione inaccettabile rafforzata dalla decisione di Trump di trasferire da Tel Aviv a Gerusalemme l’ambasciata Usa e di riconoscerla come capitale dello stato ebraico. Il Giro rischia di trovarsi in mezzo suo malgrado ad un’operazione politica e propagandistica a favore di decisioni illegali e non accettate dalla stessa Unione europea, oltre che dalle risoluzioni dell’Onu.

Come se non bastasse, per rendere memorabile la ricorrenza, è stato coinvolto anche Gino Bartali, già entrato nel Giardino dei Giusti dello Yad Vashem e ora cittadino onorario di Israele per il salvataggio di alcuni ebrei tra il 1943 e il 1944. La questione in realtà è assai dubbia, neppure lo stesso Bartali da vivo l’aveva mai confermata. In realtà secondo lo studioso Michel Sarfatti (fino al 2016 direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) si tratta di un clamoroso falso storico.

Secondo un libro, “Assisi clandestina” di Alexander Ramati pubblicato nel 1978, Bartali aveva l’incarico di corriere tra Firenze e Assisi. Il ciclista raggiungeva Assisi, fingendosi in allenamento, con fotografie e documenti, tornando indietro con carte d’identità false per salvare la pelle agli ebrei e ai partigiani perseguitati da nazisti e fascisti. Il racconto è suggestivo. Il materiale clandestino era occultato nella stessa bicicletta di Bartali che sfilava i manicotti dal manubrio e svitava il sellino per prendere le fotografie e le carte nascoste dentro il telaio.

Lo storico Sarfatti, in dettagliato articolo, dimostra che si tratta di un racconto pieno di invenzioni. Un falso. L’attività di corriere tra Firenze e Assisi attribuita da Ramati a Gino Bartali non è menzionata né nelle testimonianze degli organizzatori del soccorso fiorentino, né in suoi scritti privati o dichiarazioni pubbliche e i documenti che la descrivono si basano sul libro di Ramati. Inoltre è esplicitamente smentita da don Aldo Brunacci, canonico della cattedrale di Assisi, incaricato dal suo vescovo di organizzare il soccorso agli ebrei.

Sarfatti riporta la testimonianza di Brunacci: “Si tratta di un vero romanzo. L’autore di “Assisi clandestina” aveva certamente in mente un copione per un film e non poteva trovare personaggio più adatto di Bartali, l’eroe sportivo per antonomasia di quell’epoca”. Il commento di Sarfatti sulla vicenda Bartali è lapidario: “La storia della fabbricazione delle false carte di identità per gli ebrei clandestini a Firenze è lastricata di grandiosa umanità e terribili lutti. La prima non necessita di miti, i secondi richiedono rispetto”.

In sintesi: lasciate riposare in pace Bartali e “Quel naso triste come una salita/ Quegli occhi allegri da italiano in gita”, come cantava Paolo Conte. Lui pedalava davvero e neppure da morto ha bisogno del doping dei falsi storici per rimanere nella memoria degli italiani e dello sport mondiale.

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03/05/2018

Le parole di Abu Mazen e l’ipocrisia dei governi sul sionismo

Come prevedibile, dopo Usa e Israele, anche l’Unione Europea ha condannato il presidente dell’Anp Abu Mazen per il suo discorso al Consiglio Nazionale Palestinese. “Il discorso pronunciato il 30 aprile dal presidente palestinese Abu Mazen conteneva commenti inaccettabili sulle origini dell’Olocausto e sulla legittimità di Israele. Tale retorica gioverà solo a chiunque non voglia una soluzione a due Stati, che il presidente Abu Mazen ha ripetutamente sostenuto”.

Quando sentiamo che la parola d’ordine “pace in Medio Oriente, due popoli due stati” è regolarmente alla base delle dichiarazioni di leader politici europei e di chi vuole la pace, della sinistra e della destra europea, non possiamo non chiederci se c’è qualcosa che non quadra. Come mai un progetto così definito e con un consenso così unanime non ha mai fatto un passo in avanti negli ultimi venticinque anni dagli accordi di Oslo?

Prima Israele e Usa sostenevano che l’ostacolo era Arafat. Ma Abu Ammar è stato prima isolato, assediato e poi forse ucciso. Poi l’ostacolo era diventato Hamas che aveva vinto le elezioni. Poi era il contenuto delle preghiere del venerdì alla moschea di Al Aqsa a Gerusalemme o il contenuto dei libri di testo degli alunni palestinesi.

Adesso è diventato il discorso di Abu Mazen al Consiglio Nazionale Palestinese. Potrebbe andare avanti ancora per anni ma il risultato concreto prodotto vede, nei fatti, la negazione di ogni possibilità di nascita di uno Stato palestinese indipendente, con confini definiti, sovrani e riconosciuti internazionalmente.

La questione l’ha già liquidata Trump mesi fa quando ha detto che l’idea di uno Stato palestinese era ormai obsoleta e da rivedere. Ma l’ha liquidata pochi giorni fa anche il principe ereditario saudita Bin Salman quando, in visita negli Usa dove ha incontrato esponenti di rilievo dell’ebraismo statunitense, ha affermato che “i palestinesi devono accettare quello gli viene offerto, punto e basta”. Non solo, Bin Salman ha reso esplicita anche l’alleanza strategica tra Arabia Saudita e Israele affermando che il nemico dell’Arabia Saudita non è Israele ma l’Iran.

Noi dobbiamo rovesciare la logica ed anche rovesciare il tavolo dove ci vorrebbero costringere a ragionare ed agire.

Se in Medio Oriente il problema sono i rapporti di forza con Israele e la solitudine dei palestinesi traditi dai regimi arabi reazionari e filoimperialisti, il problema qui da noi – nei nostri dibattiti e nella nostra azione politica – è anche rompere il tabù del dibattito sul sionismo per affrontarlo in quanto ideologia e progetto politico coloniale perfettamente aderente alla logica colonialista nata proprio qui in Europa.

Dieci anni fa, in occasione del 60 anniversario della fondazione dello Stato di Israele, le élite dominanti in Italia hanno voluto dedicare la Fiera del Libro di Torino a Israele senza parlare della Palestina. Pensavano di poterlo fare senza problemi e con grande normalità, consumando così un vero e proprio politicidio della cultura, della identità e della storia dei palestinesi come se non esistessero, come se i popoli colonizzati fossero un dettaglio irrilevante della storia contemporanea. Ma fortunatamente dieci anni fa glielo abbiamo impedito con una campagna politica efficace.

Tra pochi giorni, in occasione del 70° anniversario della fondazione dello Stato israeliano, ci proveranno nuovamente facendo partire il Giro d’Italia da Israele e proprio da “capitale a capitale”, cioè partenza da una Gerusalemme contesa e contestata come capitale di Israele e arrivo a Roma, capitale del paese organizzatore dell’evento.

Una operazione ben congegnata dagli apparati ideologici di stato israeliano e che, fortunatamente, anche in questa occasione sta incontrando proteste nel nostro paese da parte di chi vuole impedire il politicidio dei palestinesi.

Ma la grancassa suonata e amplificata sul discorso di Abu Mazen, sta rimettendo in moto anche un’altra impossibile simmetria contro cui dobbiamo batterci apertamente e cioè che chi è antisionista è anche antiebraico (non uso la categoria antisemitismo perché è sbagliata in tutti i sensi).

Partiamo da una domanda semplice semplice. Ma chi si oppone alla destra nel nostro paese e alla sua ideologia xenofoba, razzista, prevaricatrice è forse anti-italiano?

O chi lotta contro i neoconservatori statunitensi è forse antiamericano?

Ormai si arriva a negare che la politica, le ideologie, il diverso posizionamento politico, la storia, abbiano una loro logica e un loro ruolo negli sviluppo degli avvenimenti.

I sionisti italiani (che non sono necessariamente ebrei ma sono coloro che aderiscono appunto ad un progetto politico) sostengono che il sionismo sia come il Risorgimento italiano. Anche su questo occorre discutere di almeno un paio di questioni.

La prima è che va detto che non tutti gli ebrei europei fossero o siano sionisti. Nel primo Novecento c’erano infatti anche i Bundisti (che avevano l’egemonia fino agli anni Trenta essendo legati alle correnti ideologiche del movimento operaio in crescita in tutta Europa). Vogliamo dirlo che i sionisti hanno collaborato con le forze più reazionarie europee per indebolire e annientare i bundisti? Vogliamo dirlo che l’insurrezione del Ghetto di Varsavia è stata guidata dai bundisti e dai comunisti anche contro quei sionisti che collaboravano con l’occupazione nazista?

Secondo. Se il Risorgimento italiano ha portato ad una delicata (e oggi vediamo ancora quanto fragile) unità nazionale del paese, possiamo negare che quella del Tirolo e di alcune parti della Slovenia e della Croazia è stata una annessione colonialista prima e fascista poi? Che il Risorgimento e il nazionalismo di stampo liberale hanno prodotto anche il colonialismo italiano in Africa, l’ideologia della Quarta Sponda e della Grande Proletaria che si è mossa?

Dentro la storia, le forze in campo si dividono per classi sociali, per ideologia, per interessi materiali e ambizioni politiche. L’unicità dell’ebraismo intorno al sionismo e dunque intorno al progetto di uno stato ebraico in Israele, è una menzogna smentita dalla storia e dall’attualità.

Ci sono stati nella storia e ci sono oggi migliaia di ebrei in Israele e nel mondo che non sono affatto sionisti e al contrario si battono – in quanto soggetti politici – contro il progetto sionista.

Il peso dello sterminio degli ebrei in Europa da un lato ha trasformato un orrore indiscutibile in uno standard acritico che devia e condiziona continuamente il dibattito sulla questione palestinese, dall’altro ha innescato un blocco nel dibattito e nell’analisi storica, che ha privato la sinistra di ogni supporto intellettualmente attivo, che l’ha inchiodata alla ritirata culturale e politica davanti alla spregiudicatezza degli apparati ideologici dello stato israeliano.

Avendo accettato senza reagire che gli storici, i giornalisti, gli intellettuali, i registi italiani, europei, israeliani e palestinesi venissero ostracizzati o ridotti al silenzio dagli anatemi dei gruppi sionisti, la sinistra da dove poteva attingere le idee per rinnovare una identità internazionalista adeguata alle sfide del XXI° Secolo?

Le ultime edizioni delle manifestazioni del 25 aprile a Roma o la campagna per il boicottaggio della Fiera del Libro di Torino dedicata a Israele dieci anni fa, hanno dimostrato che se c’è ed agisce concretamente una soggettività attiva, una rete di associazioni, attivisti, intellettuali con una logica internazionalista che “tiene il punto”, che non abbassa la testa e non capitola davanti agli assalti del blocco sionista in Italia, può accadere che gli intellettuali, i giornalisti, il popolo della sinistra e finanche qualche dirigente politico prenda coraggio e che i palestinesi si sentano – finalmente – meno soli nella loro lotta di liberazione.

Alcuni anni fa Gino Strada disse una cosa importante: “Oggi è come ti schieri contro guerra e non sulla pace la vera discriminante”. Per questo non dobbiamo arretrare di un millimetro dalla tesi che nessuna pace sia possibile o accettabile in Medio Oriente senza rendere giustizia al popolo palestinese.

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04/04/2018

Fermare la vergogna del Giro d’Italia che parte da Israele

L’inviato del Corriere della Sera potrà anche tingerlo di sensazioni soavi e paesaggi suggestivi, ma il Giro d’Italia che il 1 maggio partirà da Gerusalemme è già macchiato del sangue palestinese versato in questi giorni a Gaza e nei decenni in tutta la Palestina occupata da Israele.

Se la decisione di far partire la manifestazione sportiva da Israele era già apparsa inopportuna mesi fa, quando sono cominciate le prime proteste, alla luce dell’ennesima mattanza israeliana a Gaza, questo appuntamento diventa un vergognoso atto di complicità e silenzio verso l’escalation repressiva dell’occupazione coloniale contro i palestinesi.

In questi giorni abbiamo visto che per molto, molto meno, sono stati espulsi diplomatici, è stato invocato il boicottaggio dei campionati mondiali di calcio in Russia, si parla di aumentare le sanzioni. Siamo ben oltre il doppio standard o i cosiddetti “due pesi e due misure”.

La totale impunità che i governi europei e statunitensi hanno assicurato alla politica di oppressione coloniale israeliana, non può più trovare da anni giustificazione nell’alibi della Shoah e della “necessità riparatrice” verso la popolazione ebraica.

Da quando Israele è diventata uno Stato, annichilendo con i fatti compiuti “l’altro Stato” previsto dalle risoluzioni dell’Onu – la Palestina – il monopolio della sofferenza e dell’orrore assoluto gestito dagli apparati ideologici di Stato di Israele, è servito da copertura ad una repressione brutale, totale, indiscriminata contro l’intero popolo palestinese. E’ stata così assicurata una impunità che non trova giustificazioni nell’oggi e che viene contrastata solo da iniziative popolari come la campagna internazionale per il Bds (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni), l’unica che le autorità israeliane sembrano temere veramente e che cercano di contrastare invocando la criminalizzazione contro la campagna Bds nelle legislazioni dei paesi europei e negli Usa.

Il Giro d’Italia fatto partire da Israele – da Gerusalemme a Eilat passando per Haifa, Tel Aviv e Be’er Sheeva – è l’ennesima vergogna di questa impunità assicurata alle autorità israeliane, siano esse di estrema destra o laburiste. Con qualche dettaglio, anche imbarazzante, nella subalternità al business come l’arrivo della tappa a Tel Aviv di fronte all’abitazione di Silvan Adams, il miliardario canadese-israeliano “innamorato del ciclismo” e che ha donato milioni di dollari per facilitare il capitolo israeliano del Giro. Sono soldi sporchi di sangue, di sangue palestinese e della vergogna delle istituzioni politiche e sportive del nostro paese.

Il 4 maggio il Giro d’Italia si snoderà sul territorio italiano. La prima tappa sarà a Catania dove già le associazioni e i sindacati solidali con il popolo palestinese si stanno attivando per contestare una manifestazione che ha cessato di essere solo un evento sportivo. Va da sé che tutto il percorso del Giro d’Italia – che si concluderà a Roma il 21 maggio – non potrà che essere un “Calvario”, oggetto di iniziative di informazione, controinformazione e protesta sulla repressione dei palestinesi da parte di Israele.

In tal senso sarebbe bene che la partenza del Giro d’Italia da Israele venga sospesa e completamente ripensata. Una scelta che le autorità politiche e sportive italiane avrebbero dovuto prendere già da tempo ma che hanno accuratamente evitato di prendere, adducendo motivazioni economiche sui soldi già versati dagli sponsor israeliani. Una vergogna che si aggiunge alla vergogna.

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01/12/2017

Giro d'Italia 2018 - Ministri israeliani furiosi per il riferimento a Gerusalemme ovest

di Michele Giorgio

Il giorno dopo la presentazione ufficiale del  Giro d’Italia 2018 che partirà il 4 maggio da Gerusalemme, per la prima volta non dall’Europa, in Israele alcuni ministri sono infuriati con gli organizzatori della più importante corsa ciclistica italiana a tappe e tra le più importanti del mondo. Il quotidiano Israel HaYom, vicino al premier Netanyahu, parla addirittura di “dramma” e aggiunge che lo svolgimento della corsa in Israele potrebbe saltare. E’ assai improbabile visti gli ingenti investimenti pubblici privati israeliani per fare in modo che il Giro d’Italia 2018 celebri il 70esimo anniversario della fondazione di Israele nel maggio del 1948. La rabbia però è reale e riguarda proprio lo status di Gerusalemme, città che per il diritto internazionale resta occupata, in particolare la sua zona Est palestinese, e non è la capitale dello Stato ebraico.

Israel  HaYom riferisce che la ministra della cultura e dello sport Miri Regev e il ministro del turismo Yariv Levin accusano gli organizzatori della corsa di aver ceduto alle pressioni degli attivisti italiani filo-palestinesi e di aver modificato il loro atteggiamento tanto da riportare ora nel sito ufficiale e nel canale youtube del Giro non più “Grande Partenza da Gerusalemme” ma da “West Jerusalem”, ossia Gerusalemme ovest, la parte ebraica della città.


Fermo immagine dal sito ufficiale del Giro2018
Fermo immagine dal sito ufficiale del Giro2018

“Non esistono Gerusalemme Ovest e Gerusalemme Est ma un’unica Gerusalemme capitale di Israele” hanno tuonato Regev e Levin, entrambi del partito di maggioranza relativa Likud, che ora minacciano di interrompere la collaborazione con il Giro d’Italia. Quelle pubblicazioni sono una infrazione delle intese col governo israeliano. Se non saranno cambiate – concludono – Israele non parteciperà all’evento”. Una protesta è giunta anche dall’imprenditore canadese-israeliano Sylvan Adams che ha investito milioni di dollari nell’evento. Della questione si sarebbe interessato anche il ministero per le questioni strategiche.

La prima maglia rosa del Giro numero 101 sarà assegnata il 4 maggio con una crono individuale di 10,1 km che si svolgerà nella Città Santa. Una tappa che toccherà la parte ebraica di Gerusalemme e che sfiorerà soltanto quella palestinese sotto occupazione israeliana dal 1967. Il giorno seguente è prevista la frazione in linea da Haifa-Tel Aviv e infine una terza tappa, la Bersheeva-Eilat. Poi il Giro tornerà in Europa.

Girod'Italia
 
Più di 120 organizzazioni per i diritti umani, sindacati, associazioni per il turismo etico, gruppi sportivi e religiosi hanno firmato un appello per invitare il Giro d’Italia a spostare la partenza del 2018 da Israele. La motivazione, scrivono, sono “le sue gravi e crescenti violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani dei palestinesi”.

Tra i firmatari ci sono il linguista Noam Chomsky, i giuristi John Dugard e Richard Falk, entrambi Relatori Speciali Onu per la Palestina, l’attore teatrale e drammaturgo Moni Ovadia, gli europarlamentari Eleonora Forenza, Curzio Maltese e Sergio Cofferati e Luisa Morgantini, ex vice presidente del Parlamento Europeo. E tra le associazioni  i sindacati Fiom-Cgil e Usb e le reti Pax Christi, la Comunità cristiana di base di San Paolo e Ebrei Contro l’Occupazione.

La presentazione ieri della corsa è coincisa con la Giornata Internazionale Onu di solidarietà con il popolo palestinese. Il 25 e il 26 novembre, in tutta Italia si sono tenute manifestazioni e cicloraduni per protestare contro quello che, spiegano i firmatari dell’appello, è “l’uso di uno sport strettamente associato alla libertà per mascherare la brutale occupazione militare” israeliana dei Territori palestinesi.

L’appello sottolinea come l’impresa israeliana Comtec Group. cui che il Giro d’Italia ha affidato la gestione della “Grande partenza” da Israele, svolga negli insediamenti coloniali nei Territori palestinesi, attività illegali secondo il diritto internazionale. Nelle immagini, nelle mappe e nei video ufficiali della corsa, aggiungono i firmatari, “il Giro d’Italia sta ingannevolmente presentando Gerusalemme est, che è sottoposta da 50 anni all’occupazione militare israeliana, come se facesse parte dello Stato di Israele e fosse la sua capitale unificata”.

AGGIORNAMENTI

MARCIA INDIETRO DEGLI ORGANIZZATORI DEL GIRO, ELIMINATO “WEST JERUSALEM”

Gli organizzatori del Giro d’Italia hanno immediatamente rimosso dal sito ufficiale la dizione “West”, “Ovest” accanto a Gerusalemme per indicare la sede della cronometro inaugurale della corsa, dopo la protesta di Israele. Immediata è arrivata la soddisfazione del governo israeliano: “In seguito alla nostra richiesta alla direzione del Giro d’Italia, ci felicitiamo della sua rapida decisione di rimuovere la definizione di ‘Gerusalemme ovest’ dalle sue pubblicazioni ufficiali”, hanno esultato in un comunicato congiunto i ministri dello Sport, Miri Regev, e del Turismo, Yariv Levin. Nei prossimi giorni gli organizzatori saranno in Israele per coordinare il tracciato e garantire che la gara si svolga come progettato “dalla Torre di Davide e la Porta di Giaffa e poi attraverso Gerusalemme”.

Ambasciatore Palestina a Roma: un errore cedere al ricatto

L’Ambasciata di Palestina in Italia si rammarica per l’evidente politicizzazione del Giro d’Italia. Abbiamo osservato come nella giornata di oggi, 30 novembre, in seguito al ricatto di due ministri israeliani, il sito ufficiale del Giro abbia rimosso l’aggettivo “West” dalla denominazione “West Jerusalem” corrispondente alla prima tappa, prevista in Israele.

Il Ministro della Cultura e dello Sport Miri Regev e il Ministro del Turismo Yariv Levin avevano minacciato che il governo israeliano non avrebbe partecipato all’iniziativa se la definizione di Gerusalemme Ovest non fosse stata modificata, e sono stati accontentati.

Ci preme sottolineare come, al di là del ricatto economico, la motivazione della richiesta fornita dai ministri israeliani sia squisitamente politica e vada contro il diritto internazionale. Secondo il loro comunicato, infatti, “Gerusalemme è la capitale di Israele: non vi sono Est e Ovest”. Ciò costituisce una distorsione della realtà – condannata dalle Nazioni Unite con le Risoluzioni 242, 338 e seguenti – per cui Gerusalemme Est è stata occupata da Israele dal 1967 insieme alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza. Parliamo della città che è la legittima capitale dello Stato di Palestina: non riconoscere Gerusalemme Est come capitale dello Stato di Palestina significa non riconoscere la soluzione dei due Stati.

Cedendo alle pressioni politiche di Israele, gli organizzatori del Giro d’Italia assecondano una pretesa di annessione condannata da diverse risoluzioni delle Nazioni Unite, assumendosi una responsabilità politica che non solo non gli compete, ma che differisce dalla posizione politica espressa ufficialmente dallo Stato Italiano e dalla comunità internazionale.

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19/09/2017

Giro d’Italia 2018, pedalare nei Territori Occupati

Il Giro d’Italia che ha archiviato un secolo, il numero 101, partirà da Gerusalemme. L’hanno annunciato con enfasi politici e tecnici italiani e israeliani. Per questioni di sponsor, marketing e di tutto l’affarismo che lo sport diventato azienda si trascina dietro, soprattutto dagli anni Novanta la classica “corsa rosa” ha scelto di partire fuori dal suo territorio. Finora era andata prevalentemente in Europa (Belgio, Francia, finanche Grecia) e un po’ più lontano fra Danimarca e Paesi Bassi. Quasi tutte terre dove la bici è sacra e la tradizione ciclistica consolidata. Quest’anno il colpo di scena: Gerusalemme e dintorni, un’operazione di marketing politico prima che economico. E non un ‘mordi e fuggi’ ma tre giorni tre in Israele, con queste tappe: crono di 10 km nella città della Terrasanta, 167 km da Haifa a Tel Aviv, 226 km da Be’er Sheva a Eilat. Perché? Nella presentazione questa la motivazione del direttore del Giro Mauro Vegni: “Per dare un’immagine diversa di Israele, che è un Paese che ha fame di sport. La sicurezza? Sinceramente non mi sentirei più sicuro in Europa in questo momento. Per quanto riguarda le questioni politiche, sappiamo che ci saranno strumentalizzazioni. Ma non facciamo alcun passo oltre rispetto a quelli fatti dal governo italiano”. Ed ecco la posizione dell’esecutivo che con la mano del ministro allo Sport Luca Lotti scrive: “Il prossimo Giro d’Italia sarà speciale: la partenza avverrà da Gerusalemme, un luogo affascinante, immerso nella Storia e in uno scenario irripetibile, simbolo della ricerca instancabile dell’armonia tra popoli (sic)”.

E ancora: “Far partire qui la corsa (Lotti era a Gerusalemme, ndr) rappresenta un ponte ideale tra Italia e Israele, fatto di cultura, tradizioni e ora anche di sport...”. Oltre alla buona volontà offerta dall’ufficialità della circostanza e all’involontaria gaffe sull’armonia fra i popoli, encomio riferito a una nazione che incarna guerre e sopraffazione a danni del popolo palestinese, la scelta del nostro governo appare in tutta la sua ingombrante faziosità, volta a sposare gli interessi israeliani di uso dello sport come mezzo di propaganda e quale eventuale volano per il turismo. Tutto per uscire dall’isolamento in cui versa il Paese ottusamente governato dal premier Netanyahu. Prestare il fianco, come fanno gli organizzatori della storica manifestazione col benestare del governo Gentiloni, agli interessi di Israele è assolutamente intollerante. Perché le presunte strumentalizzazioni, già preannunciate da ‘patròn Vegni’ (ah, Torriani come ti rimpiangiamo...) come potrebbero esser definite già queste righe, altro non sono e non saranno che il desiderio di stabilire una realtà storica, insanguinata dall’oppressione e dall’occupazione di terra. Non si domandano i nostri zelanti politici e tecnici che portano lo show del Giro in Palestina, cos’è quel nome, quella gente non solo in un lontano passato, ma in epoca recente. Qui e ora.

I dieci chilometri delle vie di Gerusalemme che ospiteranno i corridori saranno costellati per ragioni di sicurezza di soldati di Tsahal. Queste divise da cinquant’anni occupano illegalmente la città santa (le risoluzioni Onu non rispettate s’inseguono nel tempo), portando insicurezza e morte fra la popolazione araba che lì vive da millenni e ne viene espulsa. Non si chiedono nulla su Be’er Sheva, inclusa dal piano di ripartizione della Palestina nel territorio destinato allo Stato palestinese e occupata ‘manu militari’ nell’ottobre 1948 da un battaglione israeliano che ne produsse di fatto l’annessione alla propria nazione. Né forse sanno di Haifa, abitata negli anni Venti del Novecento da 100.000 palestinesi, diventati già nel 1947 poche migliaia poiché fuggivano dalle operazioni di pulizia etnica delle bande paramilitari dell’Irgun, fino a essere deportati definitivamente l’anno seguente dall’esercito israeliano, col benestare britannico. Forse è bene che gli amanti dello sport s’avvicinino a queste storie, perché accanto agli ebrei perseguitati dalla Shoa e aiutati, fra gli altri, dal grande campione del pedale Gino Bartali (bei gesti menzionati da Lotti per creare un legame fra passato e presente), c’è la sciagurata presenza d’un sionismo sordo a qualsiasi convivenza pacifica. Nato per sopraffare e opprimere. Ricordarlo non è strumentale, è sete di verità.

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