Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/11/2025

100mila persone in piazza mandano un avviso di garanzia al governo


La gente che si era mobilitata a settembre e ottobre riempiendo le piazze per la Palestina non è tornata a casa, al contrario ha rilanciato con due giorni di mobilitazione che hanno indicato come target il governo Meloni per le sue scelte sul riarmo e le spese militari, i bassi salari e il collasso dei servizi pubblici e la complicità con Israele nel genocidio dei palestinesi.

Se qualcuno voleva trovare una opposizione politica e sociale al governo degna di questo nome, l’ha potuta verificare nello sciopero generale di venerdi e nella manifestazione di ieri pomeriggio con le decine di migliaia di persone che hanno manifestato per le strade di Roma da Porta San Paolo fino a gremire Piazza San Giovanni.

Le fotografie scattate da ogni angolazione durante il corteo e nella piazza finale testimoniano di una mobilitazione di massa pienamente riuscita. L’USB parla di centomila persone e anche questa volta la cifra non sembra andare lontano dalla realtà che abbiamo visto.

La preoccupazione che le telecamere spente su Gaza o la rassegnazione sul ritmo di marcia del governo sulla guerra, il riarmo e le misure antisociali avessero rimandato a casa le persone è svanita mano a mano che il corteo si componeva in tutta la sua potenza. Nel paese c’è un pezzo di società attivo e attivato che attraversa i posti di lavoro come i territori, le scuole come le università e che intende dare battaglia su una piattaforma in cui “tutto si tiene insieme”.

Vedere migliaia di bandiere delle organizzazioni dei lavoratori come USB sventolare insieme a quelle palestinesi, delle organizzazioni studentesche Osa e Cambiare Rotta e di Potere al Popolo, delle tante reti sociali che si sono definite come “equipaggi di terra” della Flotilla come dell’Arci, restituiva non solo un colpo d’occhio straordinario ma anche l’idea di un blocco sociale che tende a riconoscersi e convergere su contenuti avanzati e ben sintonizzati sulle priorità di una agenda politica complessiva.

Alla testa del corteo e sul camion che ospitava interventi e musica era possibile vedere insieme portuali, vigili del fuoco, attivisti e personalità come Greta Thunberg, Francesca Albanese, Thiago Avila, Moni Ovadia che hanno dato il loro supporto allo sciopero di venerdì e alla manifestazione di ieri. Un momento emozionante è stato quando all’inizio del corteo l’amplificazione ha diffuso il brano che Roger Waters ha realizzato appositamente per questi due giorni di mobilitazione. Un silenzio quasi irreale che ha coinvolto migliaia e migliaia di persone.

Altrettanto emozionanti gli interventi finale dal palco mentre la piazza si riempiva. Francesca Albanese, operai dell’Ilva, portuali genovesi, rappresentanti palestinesi, Guido Lutrario di USB, i due portavoce di Potere al Popolo Giuliano Granato e Marta Collot con un intervento “a mezzi”, Greta Thunberg, Vincenzo Fullone, i vigili del fuoco, gli studenti, hanno aggiunto valore ai molti interventi che dal camion hanno accompagnato passo passo il corteo fino alla conclusione in Piazza San Giovanni.

A Milano, contemporaneamente alla manifestazione di Roma diverse migliaia di persone, partite da piazza XXIV Maggio ha attraversato la città fino a Piazza Duomo in occasione della Giornata internazionale di solidarietà col popolo palestinese.

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15/11/2023

La provocazione di “Indipendenza nazionale”. Moni Ovadia e Basile non c’entrano

Le vie della provocazione sono infinite... Specie in tempi di guerra, quando proprio la guerra diventa la “nuova normalità”, si moltiplicano a dismisura le operazioni tese a seminare confusione, disinformazione, disorientamento politico.

Lo sperimentiamo ogni giorno, basta aprire un giornale di regime o essere travolti da un tg o un talk show. Valanghe di menzogne, assoli di propaganda pura e sbrigative asserzioni ideologiche spacciate per “valori”.

Non basta neanche scendere in piazza in modo molto partecipato e convincente (citiamo, per brevità, soltanto le due giornate del 28 ottobre e del 4 novembre). Anche in quel caso, infatti, gli “avvelenatori di pozzi” inviati sul campo hanno visto inesistenti “strane alleanze” tra sinistra di classe, pacifisti e oscuri personaggi (che o non c’erano proprio, o sono stati cacciati a calci).

Chiarissimo l’intento: dipingere il fronte della Pace e della Resistenza come un maleodorante insieme di fessacchiotti, abili manipolatori, improbabili leader di diverse tendenze, “gente da cui stare alla larga”.

Una confusione totale che proviamo ogni giorno a diradare, sia nella pratica sociale che nella critica dell’ideologia corrente (per esempio districando la triade infernale antisionisnimo-antiebraismo-antisemitismo).

Non siamo quindi rimasti molto sorpresi nel vedere – ieri – pubblicizzare una iniziativa “fondativa di un nuovo partito” che metteva insieme due abituè del trasformismo come Gianni Alemanno e Marco Rizzo.

Il primo, fascista di lunga durata, critico “da destra” del governo Meloni – di cui fa peraltro parte l’ex moglie, Isabella Rauti, figlia del più noto Pino, ex repubblichino e fondatore di ‘Ordine Nuovo’ – è da tempo alla ricerca di una “casa” specializzata nel mischiare le carte, come da manuale della provocazione fascista.

Di lui si ricordano gli sketch dedicatigli da Corrado Guzzanti quando era sindaco di Roma (“Chiamo esercito?” per spalare l’inattesa neve sulla Capitale) e l’impresa compiuta nel cinquantenario della conquista del K2: farsi portare in elicottero al campo base (circa 4600 metri di quota), camminare fino al Campo 1 (a 5.300...), per poi – ovviamente – collassare, essere messo sotto ossigeno e trasportato d’urgenza, sempre in elicottero, all’ospedale più vicino.

Di Marco Rizzo si può dire altrettanto. I nostri lettori sanno bene che non ci interessa mai addentrarci nelle faide polemiche tra microgruppi che fanno a gara per presentarsi come campioni del “vero comunismo”. E quindi lo avevamo semplicemente cancellato dai nostri radar.

Notavamo una certa sua sopravvalutazione da parte dei media mainstream, che si traduceva in interviste e inviti in televisione, ma lo attribuivamo a quella sua innegabile capacità di rappresentare fisicamente e verbalmente l’archetipo del “comunista trinariciuto” in voga nell’immaginario borghese: tetragono, ideologico, sloganistico, respingente.

Per anni alla guida di un suo “Partito Comunista”, aveva poi rapidamente sposato posizioni “rossobrune” o apertamente di destra, declinando la “questione nazionale” in termini assai simili a quelli fascio-leghisti, a partire dall’immigrazione. Cosa che tra l’altro aveva provocato la rottura con il suo settore giovanile, che era presto andato per la sua strada.

“Coerentemente” con questa impostazione aveva poi partecipato alla lista elettorale “Italia sovrana e popolare”, la cui piattaforma è una guazzabuglio di posizioni no vax, “sovranismo” e giuste rivendicazioni che si possono sentire in qualsiasi protesta di massa.

E infine l’iniziativa “incriminata”, che dovrebbe tenersi a fine mese, per “fondare il Forum dell’indipendenza italiana” insieme ad Alemanno, “moderati” (ma deve essere un eufemismo...) da quel Francesco Borgonovo, ora vicedirettore del fogliaccio La Verità e da sempre collaboratore del Primato Nazionale, ‘organetto’ di Casapound.

Una corsa verso il precipizio neofascista che ci sembra da anni “coerente” con il nick che si era guadagnato ai tempi della guerra della Nato contro l’ex Jugoslavia (1999), quando era rimasto nel governo D’Alema rompendo con Rifondazione Comunista: “Rizzo pelato, servo della Nato”.

Sembrava a tutti infatti davvero insopportabile stare nel governo che bombardava Belgrado e contemporaneamente andare in Serbia a portare la propria “solidarietà”.

Del “Forum per l’indipendenza” ce ne saremmo altamente fregati, come di altre cose inutili, se nella manchette di convocazione non avessimo visto due nomi che proprio non c’entrano nulla con questo sottobosco dell’”ammischiamento”: Moni Ovadia ed Elena Basile.

Il primo è notissimo come attore, ebreo molto critico verso Israele, pacifista, compagno sempre disponibile per confronti seri su ogni argomento che conosce bene. La seconda, ex ambasciatrice, si è fatta conoscere al grande pubblico solo di recente per le sue pepate partecipazioni ai talk show di Lilli Gruber e Corrado Formigli, in cui ha efficacemente difeso le ragioni della pace e ricordato il carattere brutalmente imperialista dell’”Occidente collettivo”.

Come potevano, loro due, condividere la “fondazione” di una qualsiasi cosa insieme a Rizzo, Alemanno e Borgonovo?

Un breve giro di verifiche ha portato tutti – anche gli allupatissimi telegiornali di regime – alla verità più semplice: sono stati vittime di una trappola. Era stato loro chiesto di “partecipare ad un dibattito”. Cosa che fanno molto spesso, senza tanti problemi, perché la loro storia è specchiata e nessuno può imputare loro nulla di men che onorevole.

Ovvio che una cosa è “dibattere”, anche con personaggi evitabili come Alemanno, altra – e del tutto diversa – è “partecipare allo stesso movimento politico”.

Le loro dichiarazioni, già nella serata di ieri, sono state lapidarie: “Sono stato invitato dall’ex sindaco Alemanno a partecipare a una tavola rotonda sulla Palestina con Elena Basile e Marco Rizzo e NON a un EVENTO FONDATIVO DI UN PARTITO. Quindi, non potrò partecipare“. Stessa ragione ha addotto Elena Basile, tramite i social, per motivare il ritiro della sua partecipazione.

Ci sarebbe poco da aggiungere sullo squallore di chi “fonda movimenti” con questi trucchi da venditori di tappeti. Ma i media di regime, grandi e piccoli, erano da tempo alla ricerca di una “pistola fumante” che funzionasse da “prova” per la loro tesi precostituita: contro la guerra e contro il sionismo stragista c’è (ci sarebbe...) solo una immonda “alleanza rossobruna” che unisce fascisti storici ed “estrema sinistra” non meglio specificata.

Chi ha organizzato questo “evento”, insomma, sa bene cosa sta facendo e soprattutto quali interessi sta favorendo.

È tempo di guerra, quindi tempo di provocazioni. Evitare ogni frequentazione con certa gente è ormai una questione di salute. Pubblica e propria.

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22/10/2023

I fascisti italiani servi di Netanyahu

MoniOvadia, importante attore e regista teatrale, è stato costretto a dare le dimissioni da direttore del teatro Abbado di Ferrara, per aver espresso la sua opinione politica sul conflitto in corso in Palestina.

Vogliamo riportare interamente quello che ha detto, perché possiate valutare anche voi:
“Questa [situazione] è la conseguenza di una politica di totale cecità, di occupazione e colonizzazione. La striscia di Gaza non è un territorio libero, è una gabbia: è vero che dentro non ci sono gli israeliani, ma loro controllano comunque i confini marittimi e aerei, l’accesso delle merci, l’energia, l’acqua.

Non a caso l’Onu aveva già dichiarato Gaza zona ‘non abitabile’. La situazione è vessatoria, dirò di più: è infernale. Israele lascia marcire le cose, fingendo che il problema palestinese non esista, per cancellare la stessa idea che i palestinesi esistano“.
Questa frase, in cui ci riconosciamo completamente, Moni Ovadia l’ha detta da attore, da intellettuale, da essere umano, e da ebreo, che da circa 30 anni, non dal 7 ottobre, difende i diritti del popolo palestinese, contro uno Stato e un Governo israeliani che portano avanti una politica di occupazione coloniale.

Per questa frase è stato attaccato dal senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni, che lo ha accusato di insultare “le vittime di Hamas“. Eppure all’indomani dell’attentato uno dei quotidiani più venduti in Israele, Haaretz, affermava in un editoriale che “il disastro che si è abbattuto su Israele durante la festività della Simchat Torah è chiaramente responsabilità di una persona: Benjamin Netanyahu”.

A Balboni e alla maggioranza di ultradestra che guida il nostro paese chiediamo: anche quello di Haaretz, che rappresenta un’opinione di forte peso dentro la società israeliana, è un insulto alle vittime?

Costringere un direttore di teatro ad andarsene per le sue idee politiche, perché denuncia un’occupazione coloniale, ci ricorda i momenti più bui della nostra storia.

Crediamo sia arrivato il momento di rompere “il silenzio degli onesti“, non solo di fronte all’orrore di Gaza, ma anche per contrastare la torsione autoritaria che potere mediatico e politico stanno prendendo nel nostro paese.

Solidarietà con Moni Ovadia.

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03/05/2022

Il campo pacifista squarcia l’ipocrisia dei guerrafondai

Pare essere riuscita oltre le aspettative la manifestazione “La Pace Proibita” messa in piedi lunedì sera a Roma da Michele Santoro e Vauro Senesi. Non solo c’era il pienone nella sala del Teatro Ghione ma ci sono state migliaia e migliaia di persone hanno seguito l’iniziativa sui mass media che si sono resi disponibili (tra cui il nostro giornale e con ottimi risultati).

Coordinati da un Michele Santoro che ha ritrovato la grinta degli anni migliori, sul palco e in alcuni video si sono alternate personalità della cultura, del giornalismo e dello spettacolo che hanno deciso di opporsi e spezzare l'irricevibile ipocrisia del fronte guerrafondaio (maggioritario in Parlamento ma minoritario nel paese) che sta facendo di tutto per costruire consenso intorno al trascinamento dell’Italia nella guerra in Ucraina di Usa e Nato contro la Russia.

Una operazione di consenso alla guerra, però, niente affatto riuscita – diversamente che nella guerra in Jugoslavia nel 1999 – e contro la quale mano a mano un “campo” si sta dando strumenti di espressione e di rappresentanza a fronte della blindatura imposta dalla Nato, dal governo Draghi e da un parlamento servile.

L’immagine della guerra “giusta”, ma anche dell’Ucraina sdoganata come paese “libero e democratico” mentre così non è affatto, è uscita demolita nelle tre ore di interventi dal palco. Emblematica la scelta di ricordare la strage di Odessa e la crescita di un bubbone neonazista in paese che vuole entrare nella Ue.

Le parole di Gino Strada lette da Elio Germano e le valutazioni illuminanti del gen. Mini (al quale ha prestato la voce Massimo Wertmuller), hanno aperto una serata nella quale sono state declinate in modi anche diversi le ragioni per opporsi ad una guerra che rischia di diventare permanente, devastante, totale per gran parte del mondo, o meglio, sicuramente per quella parte di mondo – l’Europa – nella quale viviamo e agiamo politicamente.

Sulla percezione di questa minaccia assistiamo a declinazioni diversificate ma inevitabili in un “campo largo pacifista”, come chi ha invocato una Europa fin troppo mitizzata ma smentita dai fatti, o una dimensione totalmente etica della pace contrapposta alla guerra che ne depotenzia la natura politica, ma questo è inevitabile quando si tratta di gettare in campo ogni risorsa possibile per fermare la guerra ora!

Abbiamo avuto occasione di apprezzare ancora una volta la schiettezza piena di contenuti di Moni Ovadia e, nuovamente, le parole di Vian nella canzone “Il disertore” affidate a Fiorella Mannoia o le illuminanti storie orali di Ascanio Celestini.

Ma dobbiamo ammettere che l’intervento che meglio di altri ha colto il senso della battaglia “sulle parole della guerra” che si conduce sul fronte mediatico è stato quello Sabina Guzzanti che ha decostruito in modo magistrale la “propaganda”. Conosce l’argomento, il mestiere e i suoi retroscena e ne ha pagato anche il prezzo, come molti degli ospiti del Teatro Ghione.

Una buco che ci sentiamo di sottolineare è che Santoro ha segnalato un po’ troppo frettolosamente la vicenda di Julian Assange, che nel contesto avrebbe meritato più spazio, così come i portuali di Genova ai quali è stato riservato solo un meritato saluto dal pubblico ma che avrebbe avuto più senso far parlare dal palco per quello che rappresentano come indicazione al paese. E poi spazio alla Clancy ma De Magistris solo nel pubblico. Insomma qualche sovraesposizione e qualche sottoesposizione di troppo.

Ma, come direbbe Mao, quando gli elementi positivi sono superiori a quelli negativi occorre saper apprezzare il risultato finale e le sue potenzialità.

Il campo contro la guerra ha preso parola in un contesto di ferro e di fuoco, di demonizzazione delle voci di dissenso e di “ferocizzazione” del dibattito pubblico. L’ampiezza del campo è emersa, ed è un campo sociale che non dispone di rappresentanza. Non ne dispone in un Parlamento vergognosamente appiattito sul governo Draghi e l’interventismo guerrafondaio ed ha la potenzialità per crescere ed aumentare la sua influenza sulla società. Ma è anche una potenzialità che non consente più giochetti di sponda con un Pd guerrafondaio, né sul piano nazionale né su quello locale. È una polarizzazione politica estremamente interessante, per fermare la guerra subito ma anche per provare a cambiare questo paese.

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01/05/2022

“Europa appecoronata agli Stati Uniti”

Moni Ovadia è tante cose. Attore, cantante, musicista, scrittore. Soprattutto, è uno spirito libero che sa andare controcorrente, che non ha paura di “provocare”. E il suo j’accuse affidato a Il Riformista ne è una “esplosiva” riprova.

C’è da avere un po’ di paura di fronte a un pensiero unico in divisa e con l’elmetto?

In divisa e con l’elmetto, seduti nel salotto, però. Sì, sempre c’è d’avere paura di queste cose, di un “pensiero” militarista e militarizzato, che finisce pure per “silenziare” un signore vestito di bianco che ha avuto l’ardire di dire in faccia ai politici nostrani arruolati dalla Nato parole che devono essere scolpite nei nostri cuori e rilanciare in ogni dove: “Pazzi, Pazzi” a voler aumentare, 40 miliardi, le spese di guerra. Sì, di guerra. Perché tali vanno considerate. Ma c’è una logica in questa follia…

E quale sarebbe?

Il pensiero militarista, e le sue miliardarie ricadute affaristiche, sono il frutto avvelenato di un’ideologia atlantista. Ora, uno è libero di pensare che l’atlantismo è utile, però c’è tanta altra gente che pensa che sia un ferrovecchio.

Si devono confrontare le opinioni, però lealmente, senza assumere quell’aria di chi pensa, davanti all’interlocutore che dissente: “come si fanno a dire queste cose che non stanno né in cielo né in Terra?”. Non è così che si fa. Un interlocutore lo si ascolta, si analizzano le sue argomentazioni e si risponde nel merito. E il merito è molto più complesso di quello che i “pensatori” in divisa vorrebbero far credere…

Vale a dire?

Noi sappiamo una cosa: ogni guerra è una guerra criminale. Su questo, discussioni non ce ne sono. Il problema è che c’è una legittimità da parte di studiosi, giornalisti ma anche di semplici cittadini, di capire quello che ha determinato lo stato delle cose: qual è la posizione dell’Europa, di discutere l’atlantismo.

Qual è nel merito la sua opinione?

Se gli Stati Uniti, con la loro vocazione a diffondere le loro armi in ogni angolo del pianeta, fossero stati fuori da questa vicenda, che è una vicenda europea, anche se molti dimenticano, in buona e cattiva fede, che fino ai monti Urali, la Russia è Europa, ecco, se fossero stati fuori, forse le cose sarebbero andate diversamente.

Tra gli atlantisti ultrà ci sono quelli che non hanno detto “a” quando la guerra criminale contro l’Iraq ha fatto quasi un milione di morti. Questi qui dovrebbero stare zitti, o perlomeno mantenere un bassissimo profilo. Lo stesso vale per quelli che hanno al massimo alzato un sopracciglio di fronte alla catastrofe in Libia, Siria, Afghanistan e via dicendo.

Non parliamo poi del fatto che nella Nato, la seconda potenza per forza di fuoco è la Turchia. Paese retto da un regime dittatoriale, che mette i propri dissidenti in galera, e che da anni massacra i curdi. Chi ha mandato i missili stinger ai curdi? Nessuno.

Di guerre criminali, lungo la seconda metà del ’900 ne sono state fatte un gran numero. Quando ha usato la mazza di ferro contro la Cecenia, Putin godeva di grandissimo prestigio. Tutto questo attiene al fatto che invece di confrontarsi con il merito della questione, ci si attacca alla retorica, alle calunnie, a mettere sulla bocca delle persone cose che non hanno mai detto, relazioni che non hanno mai avuto. Questo è, secondo me, il grande problema. L’orrore della guerra è lì da vedere. Però noi dobbiamo capire alcune cose…

Quali?

Anzitutto, come farla finire il prima possibile. In secondo luogo, come l’Occidente si vuole relazionare a un immenso Paese che si chiama Russia. Tra gli effetti collaterali è uscito fuori anche la russofobia. E questo è degno dei nazisti. Perché la grande cultura russa non ha nulla a che vedere con Putin e la sua politica aggressiva.

Il Patto di Varsavia fu sciolto. Perché la Nato contestualmente non si sciolse? Punto di domanda. Sento già certi soloni in mimetica rispondere piccati: “che vuoi, i Paesi dell’ex zona di influenza sovietica, hanno chiesto di entrare nella Nato...”.

Intanto cominciamo col dire che l’hanno chiesto le loro classi dirigenti. Questi narratori con l’elmetto vogliono farci bere che tutto questo è avvenuto in una trasparenza totale? Quali sono le politiche che fanno gli Stati Uniti per mantenere questa egemonia militare: presto detto, hanno 900 basi in tutto il mondo. I russi non ce le hanno.

Il problema è complesso. Ma se ti azzardi a farlo presente ti dicono che sono morti 137 bambini. È una immane tragedia, e lo sarebbe anche se a morire fosse stato un solo bambino. Ma non si può utilizzare questa tragedia per provare a tapparti la bocca. È semplicemente vergognoso. Come è vergognoso dimenticare i bambini morti in Iraq, in Siria, in Afghanistan, nello Yemen... Questa rimozione è ripugnante.

Non esistono guerre giuste. Tutte le guerre sono criminali. Si vuole portare Putin al Tribunale dell’Aia per giudicarlo come responsabile di crimini di guerra o contro l’umanità? Va bene, prima George W.Bush e Tony Blair.

Quanti sanno, ad esempio, che Slobodan Milosevic è stato prosciolto? Non “assolto”; prosciolto perché non si sono trovate prove che lui fosse complice di crimini di guerra. Intanto, lui è morto in una cella di quel Tribunale.

Poi a chiedere di processare Putin sono gli americani che non accettano la Corte dell’Aia! E poi c’è un problema generale: la complessità della geopolitica, in generale, non può essere trattata nei talk show.

Perché?

Perché non si discute, si tifa. E quasi sempre, in una direzione sola. E si evita di discutere di questioni che potrebbero infastidire l’informazione, si fa per dire, mainstream.

Per fare un esempio: non è vero che la Nato aveva promesso che non si sarebbe allargata neanche di un pollice oltre i confini della Germania orientale? E invece dove ti allarghi? Guarda caso, tutto in direzione della Russia. Allora vuol dire che mi consideri il nemico. E poi ti stupisci che io consideri te il nemico e tutti quelli che ti sono sodali? Io ho accettato le Repubbliche baltiche, la Polonia, l’Ungheria, la Bulgaria etc... e ora vuoi mettere radici e basi anche in Ucraina?

Zelensky è stato eletto democraticamente, su questo non c’è dubbio, ma dietro c’era un mega oligarca che ha costruito l’operazione. In Afghanistan gli americani sono fuggiti con la coda nelle gambe, dopo aver speso 9 triliardi di dollari. Con quei soldi risolvevi i problemi della fame nel mondo…

E per cosa? Per lasciare l’Afghanistan peggio di prima. Questi sono crimini. Chi ha detto: bisogna processare Clinton, marito e moglie, e compagnia bella?! Io vorrei sapere quale differenza c’è tra l’aggressione di Putin all’Ucraina e quella di Bush e Blair all’Iraq? Non c’erano armi di distruzione di massa, era una bugia grande come il monte Everest. Così come con una bugia fu aggredito il Vietnam.

Vogliamo almeno metterci d’accordo su una cosa: dire che il più pulito c’ha la rogna. E vediamo cosa possiamo fare in questo contesto di “rognosi” per fare emergere una prospettiva diversa.

Quale prospettiva?

A me piacerebbe una Europa unita, politica, con un esercito di pura difesa, che diventa un polo altro per provare ad essere un mediatore credibile, un facilitatore, vero, di accordi. Invece l’Europa è appecoronata agli Stati Uniti d’America.

Il mio neo amico, il professor Emiliano Brancaccio, che io considero l’economista più brillante che abbiamo in Italia, ha detto una cosa che condivido in pieno: noi stiamo combattendo una guerra per procura. Noi europei. Questa è un’opinione che andrebbe affrontata. Ma queste cose si affrontano in altre strutture di confronto.

Io maledivo la televisione di Bernabei, ma potevo sentire Pier Paolo Pasolini, intervistato da tre giornalisti importanti, argomentare il suo pensiero deflagrante e controcorrente. Adesso si sente la solita zuppa, la solita litania.

In precedenza, lei ha fatto riferimento al presidente dell’Ucraina, Zelensky. Da ebreo, oltre che da cittadino del mondo, cosa ha provato quando il presidente ucraino ha paragonato l’aggressione russa alla Shoah?

Intanto va ricordato che quando gli ebrei hanno combattuto nel ghetto di Varsavia, avevano bottiglie molotov e qualche pistola, contro le forze naziste che avevano blindati, cannoni, armi incendiarie…

Sono accadimenti imparagonabili. Capisco Zelensky, lì nel bunker di Kiev, lo capisco, ma non lo giustifico in questo parallelismo che trovo davvero vergognoso. Per quanto le forze siano asimmetriche, l’Ucraina ha un esercito, ha delle milizie che lo affiancano, e poi hai tutta la comunità internazionale che è dalla sua.

Gli ebrei erano assolutamente soli. Soli.

Mi lasci aggiungere una cosa: gli israeliani pretendono di essere i depositari assoluti della Shoah, cosa che a me fa molto arrabbiare, per usare un eufemismo, perché più della metà degli ebrei vivono in diaspora. Israele ha la titolarità di essere parte della memoria e non a sussumerla come propria. Gli israeliani sanno una cosa che non può essere cancellata...

Quale?

Che gli ebrei hanno un grande debito con l’Armata rossa. E questa è un’altra cosa che non si dice mai: se l’Armata rossa non avesse tenuto e contrattaccato… Forse gli alleati avrebbero vinto lo stesso, ma l’Europa sarebbe diventata un deserto senza neanche un filo d’erba.

Io parlo russo, ho un legame molto forte con la cultura russa: noi ricordiamo in Normandia il sacrificio dei soldati statunitensi, inglesi etc., e i 27 milioni di cittadini sovietici morti in guerra cosa sono? Spazzatura?

Nessuno che dica “celebriamo l’8 maggio ’45”, (il giorno in cui la Germania nazista firmò la resa incondizionata che sancì la sconfitta definitiva del Terzo Reich e la fine della seconda guerra mondiale in Europa, ndr.) ricordando anche il sacrificio di milioni di sovietici, soldati, partigiani, civili. Niente. Zero.

Fonte

09/03/2022

“La russofobia è una pericolosa patologia”

di Moni Ovadia

La guerra portata dal presidente russo Vladimir Putin contro l’Ucraina del presidente Volodymyr Zelensky dovrebbe sollecitare a noi cittadini dell’Occidente, non colpiti direttamente dal conflitto ma coinvolti economicamente dalle scelte dei nostri governanti, una domanda: vogliamo accettare le retoriche e le propagande che ci vengono proposte dall’inevitabile profluvio di informazioni, di chiacchiere pletoriche dei politologi e degli strateghi da talk show o vogliamo finalmente riattivare la nostra capacità critica per allargare lo sguardo oltre la cronaca e cercare di capire in che mondo vogliamo vivere?

E ancora: vogliamo finalmente bandire le guerre dalle relazioni fra genti e fra individui come afferma solennemente la nostra Costituzione? Allora in primo luogo dobbiamo uscire dalla logica delle fazioni e degli schieramenti confortati da stereotipi consolidati come per esempio: il buon Occidente democratico versus il sinistro Oriente slavo autocratico russo.

La russofobia, a mio parere, è una pericolosa patologia. Il buon Occidente democratico ha scatenato negli ultimi 25 anni cinque guerre criminali contro ogni regola del diritto internazionale: 70 giorni di bombardamento della capitale della Serbia, guerra contro l’Iraq con centinaia di migliaia di morti civili, bombardamenti in Somalia, catastrofe bellica della Libia e invasione dell’Afghanistan con una terrificante messa di vittime innocenti, per non cambiare nulla in vent’anni e con un dispendio iperbolico che ha arricchito solo l’industria delle armi.

Quel colossale budget investito nell’economia civile avrebbe potuto produrre trasformazioni virtuose strabilianti. Poi, alla fine della devastazione e con l’abbandono del Paese, il popolo, in particolare le donne, è stato lasciato in balia dell’oscurantismo.

Con quale autorevolezza gli occidentali chiedono a Putin di rispettare la sovranità dell’Ucraina quando, solo per citare un caso, i governi israeliani da oltre cinquant’anni occupano terre palestinesi in violazione di ogni idea di diritto internazionale senza che i Paesi della Nato alzino un’unghia per impedirlo? Inoltre, un membro potente della Nato, la Turchia, da decenni massacra senza pietà il popolo curdo e nulla viene fatto per far cessare l’orrore.

A parte questi fatti che vengono a mostrare come l’alleanza atlantica faccia la parte del bue che dice “cornuto” all’asino, vengono anche diffuse stupidaggini come quella che il presidente della Federazione russa sarebbe il nuovo Hitler.

Negli ultimi lustri abbiamo assistito al proliferare di nuovi Hitler, estratti come i conigli dal cilindro dei maghi dai fanfaroni del cosiddetto mondo “libero”. Ora, Vladimir Putin può essere criticato, denunciato, contrastato per le sue azioni ma senza sparare balle sesquipedali. E per essere chiari, lo scrivente, se fosse un cittadino russo, per la sua insopprimibile difesa dei diritti umani, verosimilmente si troverebbe ristretto in un carcere. Ma se si vuole tentare di capire e conoscere l’uomo e il politico che siede al Cremlino sarebbe almeno opportuno guardare la lunga intervista che il grande regista statunitense Oliver Stone gli ha fatto con profondità e perizia.

Noi occidentali, inoltre, se vogliamo avere credibilità nei confronti della Russia, seguendo la via maestra dell’onestà intellettuale, dobbiamo farci le pulci e ricordare.

Quando i sovietici vollero inviare missili a Cuba, su richiesta di un Paese sovrano, cosa fece l’amatissimo e democratico presidente John Fitzgerald Kennedy? Ordinò un blocco navale rischiando di innescare la terza guerra mondiale. Allora perché mai stupirsi che Putin non voglia missili americani a 500 km da Mosca? Cosa succederebbe se la Russia inviasse missili in Venezuela e a Cuba o in Messico?

Le amministrazioni statunitensi hanno ripetutamente promesso a Putin “il terribile” che la Nato non si sarebbe allargata di un pollice oltre i confini dell’ex DDR, ma le loro promesse si sono rivelate menzogne e l’alleanza si è allargata proprio ai Paesi dell’Europa orientale e ai Paesi ex sovietici.

Da ultimo volevano provarci anche con l’Ucraina. Volevano proprio portare le armi ai confini della Russia. E hanno anche la faccia di stupirsi delle reazioni del leader russo. Vorrei anche ricordare che Putin ha ricevuto attestati di ammirazione e persino di riverenza da parte di molti politici occidentali. Mi torna in mente che solo pochi anni fa un nostro ex primo ministro, del quale ora non rammemoro il nome, sembrava il “compagno di merende” di quel tiranno che oggi viene spregiativamente chiamato lo zar.

Tutti desideriamo ardentemente che questo conflitto cessi subito e molti avranno qualche opinione al riguardo, la mia è che l’Europa dovrebbe dimostrare di esistere bussando alla porta dello zio Sam per suggerirgli affettuosamente di star fuori da questa questione, che riguarda il vecchio continente.

Gli Usa dispongono già di un numero considerevole di istallazioni militari in ogni angolo del pianeta, vogliono metterne qualcuna anche a Pietroburgo e a Canton? La Russia, è bene non dimenticarlo, fino agli Urali è Europa e, senza la cultura, l’arte, la musica, la scienza, l’anima di quelle genti, non si può neppure parlare seriamente di Europa, né di europei.

Fonte

19/05/2021

Moni Ovadia: “la politica di Israele è infame, strumentalizza la shoah”

L’artista sugli scontri a Gerusalemme: “Io sono ebreo ma le vittime sono i palestinesi abbandonati da tutti”.

In una intervista Moni Ovadia commenta l’escalation di violenza in Medio Oriente che è sfociata in una lunga notte di bombardamenti tra Israele e la Striscia di Gaza: “La politica di questo governo israeliano è il peggio del peggio. Non ha giustificazioni, è infame e senza pari. Vogliono cacciare i palestinesi da Gerusalemme est, ci provano in tutti i modi e con ogni sorta di trucco, di arbitrio, di manipolazione della legge. È una vessazione ininterrotta che ogni tanto fa esplodere la protesta dei palestinesi, che sono soverchiamente le vittime, perché poi muoiono loro, vengono massacrati loro”.

“La politica di Israele è segregazionista, razzista, colonialista”, scandisce l’attore, musicista e scrittore di origine ebraica. “E la comunità internazionale è di una parzialità ripugnante. Tranne qualche rara eccezione, paesi come la Svezia e qualche paese sudamericano, non si ha lo sguardo per vedere che la condizione del popolo palestinese è quella del popolo più solo, più abbandonato che ci sia sulla terra perché tutti cedono al ricatto della strumentalizzazione infame della shoah”.

Moni Ovadia spiega ancora meglio: “Tutto questo con lo sterminio degli ebrei non c’entra niente, è pura strumentalizzazione. Oggi Israele è uno stato potentissimo, armatissimo, che ha per alleati i paesi più potenti della terra e che appena fa una piccola protesta tutti i Paesi si prostrano, a partire dalla Germania con i suoi terrificanti sensi di colpa”.

“Io sono ebreo, anch’io vengo da quel popolo”, incalza l’artista. “Ma la risposta all’orrore dello sterminio invece che quella di cercare la pace, la convivenza, l’accoglienza reciproca, è questa? Dove porta tutto questo? Il popolo palestinese esiste, che piaccia o non piaccia a Netanyahu. C’è una gente che ha diritto ad avere la propria terra e la propria dignità, e i bambini hanno diritto ad avere il loro futuro, e invece sono trattati come nemici”.

E sulle reazioni della comunità politica internazionale e in particolare dell’Italia, Ovadia è netto: “Ci sono israeliani coraggiosi che parlano, denunciano”, affonda. “Ma la comunità internazionale no, ad esempio l’Italia si nasconde dietro la sua pavidità, un colpo al cerchio e uno alla botte. Ci dovrebbe essere una posizione ferma, un boicottaggio, a cominciare dalle merci che gli israeliani producono in territori che non sono loro”.

La pace “si fa fra eguali, non è un diktat come vorrebbero gli israeliani”, conclude Moni Ovadia. “Io non sono sul foglio paga di nessuno, rappresento me stesso e mi batto contro qualsiasi forma di oppressione, è il mio piccolo magistero. Sono con tutti quelli che patiscono soprusi, sopraffazioni e persecuzioni e questo me l’ha insegnato proprio la storia degli ebrei. Io sono molto ebreo, ma non sono per niente sionista”.

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22/01/2020

«C’è un clima intimidatorio nei confronti di chi avanza critiche alle politiche di Israele. E mi addolora sapere che anche qualche sezione dell’Anpi possa cascarci». Così, l’attore e drammaturgo Moni Ovadia, commenta l’annullamento della conferenza con l’attivista pacifista di Gaza, Ahmad Abu Artema, che si sarebbe dovuta tenere nella sala comunale Almese (Torino), in Val di Susa, il 17 gennaio.

L’evento, organizzato da Progetto Palestina e Bds Torino in collaborazione con le sezioni Anpi di Valmessa e Avigliana, è saltato dopo il ritiro della partecipazione di queste ultime su indicazione della sezione provinciale, dopo non meglio precisate pressioni da parte di associazioni della comunità ebraica. Se l’Anpi di Torino non rilascia dichiarazioni, l’Anpi nazionale, con la sua presidente Carla Nespolo, ha precisato che l’organizzazione «non è intervenuta in alcun modo sulla questione» ed è estranea alla cancellazione dell’evento.

La vicenda si tinge di giallo, perché i precedenti incontri con Ahmad Abu Artema sulla «Marcia del Ritorno», iniziata a Gaza il 30 marzo 2018, di cui l’attivista è fra gli ideatori, si erano svolti, da Napoli a Roma, passando per Bologna, senza alcun intoppo. Anche il giorno prima all’Università di Torino non c’erano stati problemi. Perché, allora, si è arrivati alla cancellazione dell’evento in Val di Susa. Quali pressioni ci sono state? Forse infastidiva la presenza della Rete ebrei contro l’occupazione. Per Moni Ovadia non c’è una motivazione locale: «Si cerca di tappare la bocca a ciò che non è considerato politically correct e da parte di alcuni gruppi della comunità ebraica c’è un tentativo a livello italiano di censurare ogni voce che parli di segregazione e occupazione in Palestina, una situazione che i giovani palestinesi stanno patendo più di tutti. Un atto di censura che considero squadrista».

Sull’accaduto sono intervenuti gli organizzatori dell’evento Progetto Palestina, che avevano inizialmente promosso l’evento con le due sezioni dell’Anpi: «È grave censurare un’iniziativa con un attivista per i diritti umani di Gaza. Rigettiamo l’abbinamento antisemitismo-antisionismo, l’antisemitismo lo combattiamo tutti giorni. Lottare contro politiche di apartheid israeliane è un atto doveroso per ogni cittadino e antifascista, che unisce la Resistenza di un tempo con questa».

La presidente Nespolo ha colto l’occasione per ribadire le convinzioni dell’Anpi sulla questione palestinese: «L’unica soluzione al conflitto israelo-palestinese è la creazione di due Stati. Giudichiamo severamente la politica di Netanyahu, che ha inasprito il contenzioso con scelte provocatorie, e riteniamo la condizione di vita degli abitanti di Gaza intollerabile». E ha aggiunto: «Da tempo si è creato in Italia un clima per cui qualsiasi iniziativa che tenda a dimostrare simpatia verso i palestinesi e critiche verso il governo israeliano viene bollata come antisemita. È giunto il momento di giudicare con obiettività tali iniziative, distinguendo la legittima critica all’attuale politica israeliana dalle posizioni antisemite, proprie della peggiore tradizione neofascista e neonazista italiana».

* da ilmanifesto.it

** Dal capoluogo torinese giunge notizia che la locale sezione dell’Anpi sia eterodiretta da Emanule Fiano, parlamentare del Pd, ultrà sionista, ultrà Sì Tav.


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Moni Ovadia contro l’Anpi: “Cancellato l’incontro con il poeta palestinese. Un atto squadrista”

«Questo è un atto squadrista, non c’è un’altra parola per descrivere queste vergognose azioni che trovano l’ignobile pretesto dell’antisemitismo al solo scopo di tappare la bocca al libero pensiero». Così l’attore Moni Ovadia, che in un video pubblicato sulla pagina Facebook del gruppo Bds Torino, a sostegno del boicottaggio a Israele, accusa l’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani, di avere annullato un evento in programma ad Almese, in Bassa Val di Susa, nel Torinese, con protagonista un poeta e attivista palestinese, Ahmad Abu Artema.

«Accuso dolorosamente alcune strutture dell’Anpi – spiega Ovadia – di svolgere un’attività di censura contro il libero pensiero e la libera opinione». E aggiunge «Il popolo palestinese è sottoposto a un vero apartheid e si vuole persino impedire di parlarne».

«L’Anpi è estranea alla decisione di cancellare l’incontro, previsto in un comune del torinese, con un attivista palestinese, e la sua posizione sul conflitto israelo-palestinese è sempre uguale e coerente» afferma la presidente nazionale dell’Associazione nazionale partigiani replicando, senza citarlo direttamente, alle accuse dell’attore e intellettuale ebreo Moni Ovadia, di avere censurato i pacifisti palestinesi con un “atto squadrista".

«Il 17 gennaio avrebbe dovuto svolgersi nella sala comunale di Almese, Comune della città metropolitana di Torino, un incontro con un attivista palestinese di Gaza, impegnato a difesa del suo popolo. L’incontro, promosso anche da due locali sezioni Anpi, è stato cancellato per il ritiro della partecipazione da parte delle suddette sezioni, causato da non meglio precisate ”pressioni”. Tengo a specificare che l’Anpi nazionale non è intervenuta in alcun modo sulla questione», spiega Nespolo.

«Colgo comunque l’occasione per ribadire le nostre convinzioni in merito alla questione palestinese: l’unica soluzione al conflitto israelo-palestinese è la creazione di due Stati per i due popoli; l’esistenza di Israele – sottolinea – non si tocca e chiunque sostenga la sua distruzione è fuori dalla realtà e dal buon senso». E aggiunge: «Giudichiamo severamente la politica di Netanyahu, perché ha ulteriormente inasprito il contenzioso con scelte provocatorie come il continuo incremento degli insediamenti in territori palestinesi e la sanguinaria repressione della cosiddetta ”marcia del ritorno”; la condizione di vita degli abitanti di Gaza è semplicemente intollerabile; la violenza va sempre condannata da qualsiasi parte essa provenga».

«Da tempo – denuncia la presidente Anpi – si è creato in Italia un clima per cui qualsiasi iniziativa che tenda a dimostrare simpatia verso i palestinesi e critiche verso il governo israeliano viene bollata come antisemita. È giunto il momento di giudicare con obiettività tali iniziative, distinguendo la legittima critica all’attuale politica israeliana dalle posizioni antisemite, proprie specialmente della peggiore tradizione neofascista e neonazista italiana, che abbiamo sempre duramente contrastato».

* da La Stampa

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09/09/2018

“Accusare di anti-semitismo chi critica la politica di Israele è un’infamia”. Intervista a Moni Ovadia

Chi critica la politica di Israele e in particolare le violazioni dei diritti umani dei palestinesi viene spesso tacciato di anti-semitismo. Come si può a tuo parere sfatare questa accusa?

Innanzitutto denunciandola per quello che è: un’infamia, una bieca propaganda per tappare la bocca degli uomini liberi, una viltà per impedire qualsiasi discorso sull’ingiustizia subita dal popolo palestinese e anche una forma di corto-circuito psicopatologico, di paranoia. E’ come se chi la formula vivesse nella Berlino del 1935 e non in un paese armato fino ai denti, dotato anche di armi nucleari e alleato non solo degli Stati Uniti, ma anche di fatto dell’Egitto, della Giordania e dell’Arabia Saudita. L’unico paese che fa quello che vuole e ignora le risoluzioni dell’ONU senza che la comunità internazionale muova un dito.

Io stesso ho subito questa infamia. Siccome l’anti-semitismo in Italia è un reato, ho sfidato i miei accusatori a trascinarmi in tribunale, così vedremo come stanno davvero le cose. Inoltre li ho invitati a farsi vedere da uno psichiatra per una lunga terapia.

Come giudichi la legge approvata un mese fa dal Parlamento israeliano, che dichiara Israele “Stato nazionale del popolo ebraico”?

La considero una legge che istituisce “de iure” l’apartheid e il razzismo, che esisteva già “de facto” ed esprime una logica e una mentalità colonialista. E’ una follia, quando il 20% della popolazione è arabo-palestinese e dunque Israele è già uno stato bi-nazionale.

Non sto dicendo che tutti gli israeliani abbiano questa mentalità: ci sono quelli attanagliati dalla paura e preda del mito dell’accerchiamento, quelli che preferiscono non vedere la realtà e quelli che criticano questa politica e pagano le conseguenze del loro coraggio. Purtroppo questi ultimi sono una minoranza, ma nella storia sono state spesso le minoranze a redimere e salvare. La maggioranza ha il diritto di governare, ma non quello di avere ragione.

Organizzazioni come Combatants for Peace riuniscono israeliani e palestinesi passati alla nonviolenza dopo aver partecipato ad azioni militari gli uni contro gli altri. La Marcia delle Madri ha coinvolto migliaia di donne ebree, musulmane e cristiane per esigere una soluzione nonviolenta del conflitto accettabile dalle due parti. Cosa pensi di queste iniziative?

Sono iniziative coraggiose e ammirevoli, portate avanti da persone che vengono boicottate dal governo e accusate di essere contro gli interessi di Israele. Vorrei citare anche i giovani obiettori di coscienza, che preferiscono andare in carcere, piuttosto che servire nei territori occupati e associazioni per i diritti umani come B’Tselem. Due anni fa il suo direttore Hagai El-Ad ha auspicato “azioni immediate” contro gli insediamenti di Israele durante una sessione speciale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull’occupazione e ha denunciato l’”invisibile, burocratica violenza quotidiana” che i palestinesi subiscono “dalla culla alla tomba”.

Cosa possiamo fare a tuo parere come europei e in particolare italiani per contribuire a una soluzione pacifica del conflitto tra Israele e Palestina?

La prima cosa è il lavoro culturale di cui parlavo prima: non smettere mai di ribadire che la denuncia delle ingiustizie e delle sopraffazioni subite dai palestinesi non c’entra niente con l’anti-semitismo e la Shoa.

In secondo luogo, fare pressione sui governi perché prendano posizione ed esigano il rispetto delle risoluzioni dell’ONU sempre violate da Israele.

Terzo, appoggiare il movimento BDS, una campagna globale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, chiedendo all’Europa di sequestrare in quanto illegali le merci prodotte nei territori occupati e negli insediamenti dei coloni. Il messaggio è semplice, ma molto forte: “Non sono terre vostre, pertanto queste sono merci di contrabbando, fuorilegge e noi non le vogliamo.”

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15/05/2018

Moni Ovadia: “Ci sarebbe da circondare il Parlamento. È necessaria una rivoluzione”

intervista a Moni Ovadia di Giacomo Russo Spena

“Il Paese è sotto ricatto dei politici, delle loro smanie personali. Ci sarebbe da circondare subito il Parlamento e urlare: fuori dai coglioni, tutti!”. Moni Ovadia è sconcertato, desolato e raggelato. Ma anche preoccupato. “La gente non si rende conto della gravità della situazione - spiega - Una volta i nostri politici erano nani sulle spalle di giganti, ora abbiamo omuncoli sulle spalle di ominicchi”. Una classe dirigente, secondo lui, da azzerare, dove nessuno ha una visione di società: “Passano il tempo a starnazzare nei talk show o a cercare accordi di potere, in questo teatrino nessuno ha più un progetto di società per rilanciare il Paese”.

La sentiamo alquanto alterato. Ma con chi ce l'ha?

Con tutti. Alle prossime elezioni non voto, rifiuto la scheda. Che cosa vuoi più votare? E lo dico io che ho sempre creduto nei valori costituzionali e che in 72 anni di vita mi sono sempre recato alle urne!

Lei è sempre stato un artista impegnato e un uomo vicino alla sinistra... è diventato un disilluso?

Per niente, però di certo non credo che la sinistra possa rinascere dal Pd. Sentivo Renzi in televisione, ancora che pontifica e dà lezioni. Come se non avesse imparato la lezione, dopo le varie batoste prese: ha quasi dimezzato il consenso del suo partito. In fondo, se ci pensiamo bene, il suo progetto era quello.

In che senso, scusi? Renzi perché mai dovrebbe giocare a perdere?

È un uomo culturalmente di destra, oltre ad essere assetato di potere. Il suo modello è Macron. Di cosa siamo parlando? Il Pd renziano ha tagliato completamente le radici con la storia della sinistra e del movimento operaio. Il suo scopo era distruggere ciò che esisteva di sinistra nel Paese. Ci è riuscito.

Ce l'ha con la terza via blairiana? Con quel modello di socialdemocrazia che ha abbandonato le ragioni di giustizia sociale abbracciando privatizzazioni, deregulation ed austerity?

Quella stagione è finita. Ha causato solo disastri. Ma almeno in Inghilterra è arrivato un vecchietto, Corbyn, che sta raddrizzando le cose. Da noi non c'è nulla.

Alle scorse elezioni aveva espresso simpatia per Potere al Popolo, ha cambiato idea?

Almeno lì c'è freschezza umana, voglia di ritornare sui territori abbandonati, di sperimentare pratiche di mutualismo. Ma sono ben cosciente che parliamo di un progetto ultra minoritario e marginale.

Qual è il suo giudizio sul M5S? Non è l'unico che sta provando a contrastare la vecchia politica?

Ma ci si può fidare del M5S?

Me lo dica lei...

Guardavo con attenzione e rispetto al M5S, per la loro volontà di contrastare l'establishment e le rendite politiche. Ma si sta giocando malissimo la partita: Di Maio non ha dimostrato di incarnare il “nuovo che avanza” rispetto agli altri né di essere refrattario ai giochini di potere. Con la politica dei due forni il M5S mi ha ricordato in qualche modo la vecchia Dc.

Non aveva i numeri per governare da solo. Cos'altro doveva fare il M5S?

Dovevano smascherare il bluff delle varie nomenklature e invece si sono messi a trattare con lo status quo finendo per essere inglobati dal Sistema e dalle sue logiche. Di Maio doveva mantenere il punto sui temi programmatici, focalizzandosi su alcuni nodi come corruzione, evasione fiscale, reddito di cittadinanza ed Europa.

Ripeto, non avevano i numeri...

E allora, data l'indisponibilità degli altri partiti, si cambiava legge elettorale e poi subito al voto. E invece Di Maio si è prestato al peggior teatrino politico dimostrando di soffrire di bulimia da governo.

Intanto mentre il presidente Mattarella era orientato ad un governo “neutrale” che portasse il Paese verso nuove elezioni, M5S e Lega hanno chiesto altre 24 ore per trovare un'intesa. Lo crede possibile?

Sarà un disastro. La catastrofe. Il M5S perderà la sua credibilità. Ma poi al governo per fare cosa? Mica si capisce. Tra l'altro, è il modo migliore per riabilitare Renzi.

Moni Ovadia, come se ne esce da questo stallo politico?

Va trasformata la gente, ripensata la società. Ci vuole una rivoluzione antropologica. Bisogna ribaltare le logiche ultra liberiste, quelle che portano alla devastazione del pianeta e all'arricchimento di pochi a danno dei molti. I tempi saranno pure lunghi, non vedo però scorciatoie.

Cambiamo discorso. Ha attaccato il Giro d'Italia per aver deciso di fare la prima tappa, simbolicamente, in Israele. Lei ha parlato di “Italietta che si è prestata a questa ulteriore e ingiusta sceneggiata”. Non crede di esagerare?

E' da 70 anni che Israele perpetua ingiustizie nei confronti dei palestinesi e quello che più mi indigna è l'impunità internazionale. Può fare qualsiasi azione che viene sempre difesa e legittimata dalla comunità internazionale: siamo di fronte a gravi responsabilità degli Usa e alla pavidità dell'Europa. Per non parlare dell'Onu che sembra una banda di vigliacchi.

Secondo lei, Israele si sta trasformando in uno Stato confessionale?

Questo vorrebbero gli ultranazionalisti e i fanatici religiosi. Prendo in prestito le parole del giornalista ed intellettuale Gideon Levy il quale ritiene che, a parte la parentesi degli accordi di Oslo, Israele non vuole, né ha mai voluto, la pace in Medioriente. Non hanno mai riconosciuto la dignità e i diritti dei palestinesi. Sperano spariscano nel nulla.

Cosa ne pensa, invece, dei venti di guerra tra Israele e Iran alla luce della rottura dell'accordo sul nucleare iraniano da parte di Trump?

Non credo si arriverà mai ad una guerra. Piuttosto sono pretesti per giustificare la tensione bellicista e per garantirsi il controllo dei Territori occupati. Nella West Bank vivono ormai 700mila coloni: è impossibile, ormai, realizzare il sogno dei due popoli e due Stati. Infine, posso dire un'ultima cosa sulla vicenda?

Prego...

Trovo indegno catalogare per antisemiti tutti coloro che osano criticare le politiche di Israele. Come trovo insopportabile e immorale l'uso propagandistico della Shoah. Sono ebreo e antifascista, so cosa ha rappresentato per noi la Shoah e, nello stesso momento, sono consapevole che Israele sta marginalizzando e perseguitando i palestinesi nell'indifferenza della comunità internazionale. Fanno quel che vogliono senza che nessuno intervenga.

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28/04/2018

Comunità ebraiche con la memoria di Netanyahu

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.

E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?

No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.

Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu.

Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.

Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.

Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.

Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.

Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare a est l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).

E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.

Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.

Moni Ovadia - il manifesto

Fonte

05/02/2018

È di Stato il revisionismo storico polacco

Il senato della Polonia ha approvato con larga maggioranza la legge 104 che, qualora firmata dal presidente della repubblica, Andrzej Duda, punirebbe penalmente, fino a tre anni di carcere chiunque sostenga complicità polacche nello sterminio nazista o neghi i crimini dei nazionalisti ucraini di Bandera contro i polacchi.

Il senato della repubblica polacca è dominato dal partito ultraconservatore Diritto e Giustizia (Pis) del leader Jaroslaw Kaczynski. La legge è evidentemente improntata ad una sorta di delirio revisionista storico.

Che da sempre, ma in particolare dall’89, dal crollo del «socialismo reale» in avanti si è sviluppato con crescente virulenza nei paesi dell’ex blocco sovietico orientale, ma non solo.

Ora, al di là della fattispecie della legge approvata in Polonia sarebbe interessante capire cosa il fenomeno culturale e politico rappresenti, quali ne siano le caratteristiche e cosa esso significhi nel contesto di un’Europa unita.

Questo revisionismo appartiene chiaramente alla sottocultura delle destre estreme, ultra nazionaliste e fascistoidi e, non di rado conseguentemente antisemite ma non necessariamente anti-israeliane.

Si origina nel concetto fondamentale di ontologica innocenza della propria gente. I colpevoli sono sempre gli altri (in questo caso gli ucraini, che vengono accusati di essere stati collaborazionisti dei nazisti. E i polacchi invece no?).

Ne consegue l’assunto che i nostri morti sono santi, quelli degli altri no. In Italia, per esempio, questo sentiment ha preso la nota e frusta forma del «italiani brava gente».

Il revisionismo revanscista si caratterizza per un furioso anticomunismo viscerale per il quale chiunque sia di sinistra o supposto tale è come se fosse Lenin in persona.

Il fascismo, in forma di nostalgia per i bei tempi andati o per vocazione mai estinta è sempre presente almeno sottotraccia. Ma appaiono sotto forme e maschere «nuove», come ha denunciato l’Appello presentato ieri al Museo della Liberazione di Roma.

I «mai morti» della passione nera riemergono in questa temperie sia per la crisi sociale profonda che rischia di non trovare risposte a sinistra, sia perché il processo di defascistizzazione dell’Europa non è mai stato realmente e autenticamente voluto. In primis anche per volontà dei governi degli Stati Uniti di cui l’Europa occidentale è sempre stata fedele e servile alleata.

E dopo il crollo del muro di Berlino anche quella orientale si è più che allineata e ben prima di entrare nell’Ue, è passata con entusiasmo da neofita sotto l’ombrello della Nato che irresponsabilmente si allarga sempre più ad Est.

Questa alleanza militare – si illudeva qualcuno – avrebbe via via perso funzione con la fine della Guerra fredda, invece si è rinforzata e attizza nuovi conflitti (Georgia, Ucraina ecc...) perché la guerra fredda è stata sempre più un pretesto per affermare l’egemonia assoluta di un unica superpotenza occidental-atlantica.

I paesi dell’Est-Europa del blocco di Vysegrad, i più entusiasti e partecipi di questo assetto geopolitico, rappresentano ormai una nuova frattura, tra le tante, dell’Unione europea, erigendo muri e srotolando nuove matasse di fili spinati contro la disperazione dei migranti, ma anche contro lo stato di diritto, sul controllo delle libertà interne, della stampa e perfino della magistratura.

E l’Unione europea che fa?

Nano politico, privo di un orizzonte unico nel campo della politica estera, incapace di difendere i propri principi è stato a guardare mentre morso a morso, proprio gli ultimi arrivati nell’Unione, sbranavano l’idea democratica e inclusiva fondativa, e insieme il senso stesso di Europa Unita: la ripulsa di ogni nazionalismo, che per sua natura cerca nemici da dare in pasto ai propri sostenitori e così si alimenta dell’odio per l’altro e per le minoranze interne sempre sospettate di essere quinta colonna dello straniero.

Ovviamente per dare autorevolezza alla propria chiamata alle armi la destra nazional-revisionista deve attaccare anche i propri omologhi ultranazionalisti di altri paesi e questo spiega l’altro articolo di legge, punitivo dei nostalgici di Bandera, il filo-nazista ucraino durante la Seconda guerra mondiale.

In tutto ciò la posizione più ambigua e debole mi pare purtroppo quella che viene da Israele.

Basta ascoltare il premier israeliano Netanyahu, il quale essendo ultranazionalista, revisionista – è arrivato ad incolpare i palestinesi per la Shoah – reazionario, razzista e segregazionista (vedi il suo governo in carica), accusa ora di negazionismo la Polonia, che in realtà è stata finora ed è la sua migliore alleata, come il suo interlocutore Kaczynski e come del resto il fraterno sodale ungherese Viktor Orbán.

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27/10/2016

Moni Ovadia: Israele - Palestina, la verità del documento dell'Unesco

di Moni Ovadia – Il Manifesto

Le parole sono importanti! sentenziava Nanni Moretti in una scena da culto di una sua memorabile pellicola, dando ratifica all’affermazione con un sonoro ceffone vibrato ad una giornalista colpevole di esprimersi con un eloquio mediocre ed improprio. Dal tempo di quell’accorato grido di dolore del geniale cineasta molta acqua è passata sotto i ponti. Abusare perversamente le parole è diventata pratica comune che non provoca reazioni di sofferenza; in questi giorni, il nostro capo del governo si è prodotto in una tecnica di perversione del senso, sostituendo la parola italiana condono con l’anglicismo di sonorità meno sconcia voluntary disclosure.

L’ordine del discorso e la scelta delle parole possono diventare particolarmente insidiosi quando si parla di Israele, governo israeliano, israeliani, ebrei e via dicendo. A me è capitato di sentirmi apostrofare con il termine “antipatizzante” di Israele per avere definito “colonie” le colonie israeliane della Cisgiordania invece di descriverle con il più neutro “insediamenti”. Gli ultras proisraeliani a prescindere, ma anche coloro che non sono estremisti del campo – potremmo definirli i moderati di ogni schieramento – manifestano un’immediata idiosincrasia nei confronti di un crudo linguaggio di verità, qualora utilizzato nei riguardi di Israele.

Per queste sensibilissime persone, parole accettabili all’indirizzo di qualsiasi altro paese occupante e colonialista del mondo, diventano inascoltabili se utilizzate per criticare gli atti dei governi israeliani. Questa ipersensibilità ha provocato l’ennesima crociata pro Israele sulla stampa mainstream e nelle piazze, per denunciare l’antisemitismo dell’Unesco a proposito della sua risoluzione sulla Palestina occupata.

Nella traduzione integrale della risoluzione al comma 3 leggiamo: “Affermando l’importanza che Gerusalemme e le sue mura rappresentano per le tre religioni monoteiste, affermando anche che in nessun modo la presente risoluzione, che intende salvaguardare il patrimonio culturale della Palestina e di Gerusalemme Est, riguarderà le risoluzioni prese in considerazione dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e le risoluzioni relative allo status legale di Palestina e Gerusalemme...”.

In apertura, la risoluzione riconosce che Gerusalemme e le sue mura sono sacre ai tre monoteismi e ai loro fedeli: ebrei, cristiani musulmani. Non c’era dunque alcuna ragione di gridare all’antisemitismo, di accusare la risoluzione di voler negare il legame degli ebrei con quei luoghi. In realtà a me pare di intuire che la reazione degli ultras pro Israele, senza se e senza ma, dipenda piuttosto dal fatto che nei commi successivi la risoluzione si riferisca ripetutamente ad Israele con la definizione di “potenza occupante” e ne denunci la pratica violenta dei fatti compiuti sul territorio.

Ora, Israele è, piaccia o non piaccia, una potenza occupante e lo è da cinquant’anni e questo secondo le risoluzioni dell’Onu, non secondo i pro palestinesi. Ma attenti a dirlo! Diventereste illico et immediate antisionisti, ovvero antisraeliani, ovvero antisemiti. Guai all’Unesco che osa affermare che Israele è potenza occupante.

Invece, i politici israeliani di governo possono gridare ai quattro venti che Gerusalemme è la sacra ed indivisa capitale dello Stato di Israele nell’assoluto silenzio delle anime belle, e i leader dei partiti religiosi possono sostenere impunemente che tutta la terra di quella che fu la Palestina mandataria appartiene agli ebrei perché fa parte della terra “donata” da Dio.

Gli zeloti che fanno parte dell’elettorato della destra utrareazionaria sostenitrice di Netanyahu, possono farneticare di distruggere le moschee per edificare al loro posto il “Terzo Tempio” e compiere atti aggressivi nei confronti dei palestinesi, nessuno scandalo. È scandalo invece se il documento dell’Unesco non riconosce alle autorità israeliane e ai fanatici di Israele il diritto ad esercitare il proprio arbitrio.

Forse disturba la mancata identificazione di ebrei e governo israeliano in carica. Le anime belle della democrazia a popoli alterni sanno che le due cose sono diverse, ma dà loro un incontenibile fastidio. Eppure il problema di una precisa distinzione fra israeliani ed ebrei è ormai incandescente.
Un recente articolo apparso sul quotidiano israeliano Ha’aretz a firma di Chemi Shalev titolava: “Trump mostra agli estremisti di destra come amare Israele ed odiare gli ebrei” (alcuni estremisti di destra americani disprezzano gli ebrei progressisti con lo stesso veleno con il quale la destra israeliana odia gli ebrei di sinistra).

Eccolo il capolavoro che hanno edificato i nazionalisti e i fanatici religiosi israeliani con la fattiva collaborazione degli ultras pro sionisti e il benevolo sussiego di certi moderati che sono amici di Israele a prescindere.

Grazie a loro, gli eredi degli antisemiti di ogni tipo possono tornare ad odiare gli ebrei cominciando dai maledettissimi rossi e poi... Poi si vedrà.

Massa d’urto religiosa di questa nuova ideologia sono i cosiddetti cristiano/sionisti. Sono milioni, appartengono a chiese evangeliche millenariste e avventiste, sono sostenitori del sionismo integralista, rivendicano il diritto degli ebrei a possedere tutta la Terra Promessa e auspicano il ritorno di tutti gli ebrei in Eretz Israel perché secondo le loro profezie ciò provocherà la seconda parusia di Gesù e l’Armageddon. E gli ebrei? Quelli che riconosceranno il Cristo saranno salvi. E gli altri? Si fotteranno bruciando nelle fiamme dell’inferno! (L’interpretazione è mia).

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27/01/2015

La giornata della memoria? "Non è stata istituita solo per gli ebrei"

«Il 27 gennaio sta diventando il giorno della falsa coscienza della retorica. Il limite principale, e il grande equivoco è di non aver capito, prima di tutto, che questa giornata non è stata istituita solo per gli ebrei. Il Giorno della Memoria doveva essere importante per una riflessione comune sull'Europa, sulle ragioni dello sterminio. Per rispondere alla domanda se tutto questo si è determinato per un incidente di percorso o se la degenerazione fosse iscritta nei geni dell'Europa. Parliamo della Germania ma magari ci dimentichiamo dei genocidi commessi dai fascisti italiani in Africa o della pulizia etnica nei paesi dell'ex Jugoslavia. La memoria ebraica non serve agli ebrei che lo sanno già ma dovrebbe essere un paradigma, un immenso edificio della memoria che possa servire anche agli altri».

[...] «Per questo, ripeto, la giornata deve diventare "delle Memorie" per rilanciare, attraverso l'edificio della memoria un'azione comune per portare pace, uguaglianza sociale e applicazione vera dei diritti. Una condizione universale dell'esistere dove ogni persona sia libera di circolare nel mondo senza restrizioni di diritti e di dignità»."

Moni Ovadia

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05/11/2013

Moni Ovadia: “Lascio la Comunità ebraica di Milano, fa propaganda a Israele”

Diceva don Primo Mazzolari che “la libertà è l’aria della religione”. Non era ebreo, come non lo era George Orwell che in appendice alla Fattoria degli animali scrive: “Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire”. L’eco di queste frasi si sente entrando nella casa di Moni Ovadia a Milano. Per dar seguito al nome pacifista, il cane Gandhi si accomoda sul divano insieme a un paio di gatti; il caffè bolle, l’attore con il capo coperto racconta la storia del festival promosso dalla comunità ebraica che si è svolto alla fine di settembre a Milano, Jewish and the city. “Qualcuno, durante una riunione tra gli organizzatori ha posto il veto alla mia presenza. E gli altri hanno ceduto”.

Perché?
Per le mie posizioni critiche nei confronti del governo Netanyahu. Le violazioni del diritto internazionale, mi riferisco all’occupazione e alla colonizzazione dei territori palestinesi, durano da oltre cinquant’anni. Ho imparato dai profeti d’Israele che bisogna essere al fianco dell’oppresso. Io esprimo opinioni, non sono depositario di nessuna verità. Penso però che questa situazione sia tossica. Per i palestinesi, che sono le vittime, ma anche per gli israeliani: non c’è niente di più degradante che fare lo sbirro a un altro popolo. Aggiungo però che io m’informo esclusivamente da fonti israeliane. Non palestinesi: gli ultrà palestinesi sono i peggiori nemici della loro causa. Apprezzo molto due giornalisti israeliani di Haaretz, Gideon Levy e Amira Hass. Quello che dico io, rispetto a quello che scrivono loro, è moderato. Bene: vivono in Israele, scrivono su un quotidiano israeliano, sono letti da cittadini israeliani e pubblicati da un editore israeliano.

È iscritto alla Comunità ebraica di Milano?
Sì, per rispetto dei miei genitori. Ma ho deciso di andarmene. Io non voglio più stare in un posto che si chiama comunità ebraica ma è l’ufficio propaganda di un governo. Sono contro quelli che vogliono “israelianizzare” l’ebraismo. Ho deciso di lasciare, come ha fatto Gad Lerner a causa della mancata presa di posizione dei vertici milanesi dopo l’uscita di Berlusconi al binario 21, nel Giorno della Memoria.

Dicono che le sue critiche a Israele nascono dal desiderio di avere consensi, successo, denaro.Ma oggi chi è a favore della causa palestinese? La sinistra? Nemmeno più Vendola lo è! E allora dove sarebbe il grande pubblico che mi conquisto? Più ho radicalizzato le mie critiche, più il mio lavoro è diminuito, mi riferisco agli ingaggi e non al pubblico. Il teatro è per tutti, il teatrante è un cittadino e come tale ha diritto alle sue idee.

Lei non è abbastanza “carino”?
Per niente, ma non si parla di cose carine. Il comportamento della comunità internazionale nei confronti del popolo palestinese è semplicemente schifoso. Nel 2000 intervistai per il Corriere della Sera un colonnello della Golani, le teste di cuoio d’Israele. Mi disse: “Se tu hai un bazooka in mezzo ai denti e un mitragliatore tra le chiappe, ci sono almeno due modi per uscirne”. Da militare m’insegnò che se si vuole fare la pace, si riesce. Se io dicessi che il governo Netanyahu è un po’ birichino, ma non così tanto, diventerei immediatamente il più grande artista ebreo italiano. Invece offendono i miei spettacoli.

È vero che riceve minacce?
Appena scrivo qualcosa, sul mio sito arriva di tutto: minacce, insulti, parolacce. I termini sono sempre “rinnegato”, “traditore”, “nemico del popolo ebraico”. Ho criticato l’episodio del bimbo palestinese di cinque anni che aveva lanciato una pietra ed era stato portato via da undici militari israeliani. Mi hanno scritto: “Avesse potuto quella pietra arrivare sul tuo cervello marcio”. Questi sono i termini, mai risposte nel merito. Mia moglie, che gestisce la mia pagina Facebook, spesso non me li fa leggere, li cancella e basta.

Sono ebrei quelli che la insultano?
La gran parte sì.

Aver subito la discriminazione non è servito a nulla?Si, ma paradossalmente questo ha un aspetto positivo. Significa che gli ebrei sono come tutti gli altri. Si trovano in una condizione in cui il nazionalismo è a portata di mano? Diventano i peggiori nazionalisti, malgrado la Torah condanni l’idolatria della terra. L’ebraismo è una cosa, lo Stato d’Israele un’altra. Qualcuno ha sostituito la Torah con Israele. Il buon ebreo, dunque, non è quello che segue la Torah, ma quello che sostiene Tel Aviv. I sinceri democratici – tipo La Russa – sono amici d’Israele. E non importa se fino a poco tempo fa facevano il saluto romano inneggiando a quelli che hanno sterminato la nostra gente.

Dell’affaire Vauro cosa pensa?
La vignetta su Fiamma Nirenstein prendeva in giro la disinvoltura con cui una donna, appassionatissima della causa israeliana, può sedere in Parlamento accanto a uno come Ciarrapico, che non ha mai smesso di dirsi fascista. Ha fatto benissimo Vauro a querelare chi gli dava dell’antisemita. Non solo perché ha vinto in due gradi di giudizio, ma perché l’accusa di antisemitismo è troppo grave per usarla a sproposito.

Lei cosa chiede?
Vorrei essere criticato – non calunniato o insultato – ma rispettato. Vorrei semplicemente avere il diritto di dire la mia opinione e potermi confrontare.

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