27 gennaio: Giornata della memoria e ottantesimo anniversario della liberazione del lager nazista di Auschwitz da parte dell’Esercito Rosso sovietico, a simboleggiare la liberazione di tutti i campi di concentramento e di sterminio nazisti, attraverso cui erano passate 18 milioni di persone di Unione Sovietica, Jugoslavia, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Romania, Italia e di altri paesi: di esse, 11 milioni non fecero ritorno.
Nel luglio 1944, le truppe sovietiche erano state le prime ad arrivare al più grande lager nazista, Majdanek; nello stesso periodo, liberarono anche i campi di sterminio di Belzec, Sobibor, Treblinka e, successivamente, altri lager nei Paesi baltici e in Polonia. Prima della capitolazione tedesca, i soldati sovietici liberarono anche Stutthof, Sachsenhausen e Ravensbrück.
Il 27 gennaio 1945, l’Esercito Rosso aveva aperto le porte del più grande complesso di campi di concentramento: Auschwitz. Ottant’anni dopo, i degni continuatori del fascista Jozef Pilsudski, idolo e modello di Adolf Hitler, mentre accolgono alle commemorazioni autori e complici di nuovi genocidi, ignorano gesuiticamente l’invito ai rappresentanti russi.
E, però, nel ricordare il contributo sovietico alla liberazione dal nazifascismo, pare opportuno soffermarsi ancora su alcune affermazioni contenute nel discorso di Donald Trump, a proposito delle sue simpatie per la «Russia, che ci ha aiutato a vincere la Seconda guerra mondiale, perdendo in quel processo quasi 60.000.000 di vite umane».
Così, ponendoci qualche innocente interrogativo sulle cognizioni e sulla buona fede dei suoi speechwriter, preme precisare alcuni passaggi storici, troppo spesso artatamente passati sotto silenzio, quando non sfacciatamente falsati, non solo dai tanti eredi di quei Komplizen filohitleriani che abbondano oggi nelle assise parlamentari di mezza Europa, ma anche da molte ingenue vittime delle vomitevoli falsità, messe ciclicamente in circolazione da quei “resilienti combattenti” per una «memoria storica».
“Combattenti” delle malebolge infernali che, «contro la disinformazione russa», tornano a indossare le vecchie divise nere o grigioverdi dei Hilfswilligen di 80 anni fa, riversando calunniosamente su altri le accuse per crimini da loro stessi perpetrati, oggi e, prima, dai loro avi, macchiatisi di «guerre di aggressione non provocate, ingiustificate e illegali», «attacchi mirati contro la popolazione civile, le aree residenziali e le infrastrutture civili», il tutto, «ricorrendo anche ad argomentazioni storiche distorte, manipolazione delle informazioni e ingerenze straniere». Esattamente, le loro sporche nefandezze.
Così, senza entrare nei dettagli storici – anche se, per la verità, ce ne sarebbe un gran bisogno, visto il rifiorire di narrazioni che si credeva ormai ferme alle “scoperte” liberal-reazionarie di sessant’anni fa, à la Walther Hofer e simili – pare sufficiente riportare alcune nude cifre, diffuse, è vero dal Ministero degli esteri russo (ah, vi abbiamo colto con le mani nel sacco!, urleranno in coro nuovi socialfascisti e perenni reazionari) ma sulla base delle conclusioni della Commissione internazionale per le riparazioni dalla Germania del febbraio 1945.
Sottolineiamo: Commissione internazionale, composta di rappresentanti di URSS, USA e Gran Bretagna, la cui creazione era stata decisa nel corso della Conferenza di Jalta.
Dunque, secondo i dati di quella Commissione, il numero di “giorni-soldato” costati alla Germania sul fronte sovietico aveva superato di almeno 10 volte lo stesso numero di tutti gli altri fronti alleati presi insieme. Sul fronte sovietico erano stati impegnati 4/5 dei carri armati tedeschi e circa 2/3 degli aerei.
Complessivamente, era ricaduto sulle spalle dell’URSS quasi il 75% dell’intero sforzo bellico della coalizione anti-hitleriana. Nel corso della guerra, l’Esercito Rosso aveva liquidato 626 divisioni della Germania e dei suoi alleati, di cui 508 tedesche, contro le 176 eliminate da USA e Inghilterra sui loro fronti.
Il fronte sovietico-tedesco si era sviluppato lungo enormi spazi di territorio: in lunghezza (circa 4.000 km nel 1941 e oltre 6.000 km nel 1942) era stato di 4 volte superiore alla lunghezza totale dei fronti nordafricano, italiano e occidentale insieme. Su 1.418 giorni di durata del fronte sovietico-tedesco, le effettive operazioni di guerra vi si erano svolte per 1.320 giorni, quando sul fronte italiano erano state di 492 giorni su 663, sul fronte occidentale di 293 su 338 e sul fronte nordafricano di 309 su 973 giorni.
Il 28 aprile 1942, il presidente USA Franklin Roosevelt, nel discorso alla nazione americana, dichiarò: «Le truppe russe hanno liquidato, e continuano a eliminare, più uomini, aerei, carri armati e cannoni del nostro comune nemico, di tutte le altre 25 nazioni della coalizione antihitleriana messe insieme».
Il premier britannico Winston Churchill, in un messaggio a Stalin del 27 settembre 1944, scriveva che «è stato proprio l’esercito russo a sventrare la macchina da guerra tedesca...».
Il contributo decisivo dell’URSS alla vittoria è definito dal fatto che oltre il 73% delle perdite totali delle forze tedesche-fasciste erano state subite in battaglie e scontri con l’esercito sovietico. Qui era stata distrutta anche la maggior parte degli armamenti nemici: circa il 75% delle perdite totali di carri armati e cannoni d’assalto, oltre il 75% di tutte le perdite dell’aviazione, il 74% delle perdite complessive dell’artiglieria.
Le vittorie dell’Esercito Rosso sul fronte sovietico-tedesco furono decisive per l’apertura del Secondo fronte in Europa, iniziato il 6 giugno 1944 con l’operazione “Overlord” in Normandia.
Per quanto riguarda il sostegno sovietico «agli Alleati occidentali, da parte nostra risuonerebbe blasfemo», si afferma nella nota russa, «non riconoscere i fatti della storia che testimoniano in modo inconfutabile come l’Unione Sovietica e le sue Forze Armate, puntualmente e, talvolta, nelle condizioni a esse meno favorevoli, avessero onestamente e pienamente adempiuto ai propri doveri di alleati. L’Unione Sovietica ha adempiuto pienamente ai propri obblighi nei confronti degli Alleati, tendendo sempre una mano d’aiuto».
Fu così, ad esempio, con l’estesa operazione “Bagration” in Bielorussia, Polonia orientale e Paesi baltici, allorché l’Esercito Rosso sostenne lo sbarco anglo-americano in Normandia. Quindi, nel gennaio 1945, con l’operazione “Vistola-Oder”, venendo incontro alle richieste di Churchill di alleggerire la pressione sugli alleati inchiodati nelle Ardenne, Stalin anticiperà l’inizio della prevista offensiva e così gli americani potranno districarsi da una situazione quantomeno per loro complicata.
Tre mesi dopo la vittoria sulla Germania, l’URSS, in piena corrispondenza con gli accordi di Jalta, dichiarò guerra al Giappone. Iniziate le operazioni di combattimento nella penisola coreana, nella notte tra l’8 e il 9 agosto, unità della 25° Armata e della Flotta del Pacifico già il 15 agosto avevano liberato quasi completamente il territorio della Corea fino al 38° parallelo.
«Gli Alleati occidentali si erano resi conto», si legge nella nota del Ministero degli esteri russo, che «senza l’aiuto dell’URSS, non sarebbero stati in grado di porre rapidamente fine alla guerra con il Giappone che, secondo gli USA, avrebbe potuto protrarsi fino al 1947 o al 1950. Il fulmineo smacco inferto in 11 giorni dall’esercito sovietico alle più potenti ed efficienti forze di terra giapponesi rappresentò un risultato senza precedenti non solo nel quadro della Seconda Guerra Mondiale, ma anche nell’intera storia dell’arte militare».
Su quel fronte, le perdite totali dell’URSS ammontarono a circa 4.500 uomini, di cui 1.500 morti. Alla liberazione della Corea non avevano preso parte né truppe americane, né di altri paesi: le prime unità delle forze USA sbarcarono sulla penisola l’8 settembre 1945, dopo che il Giappone aveva firmato l’atto di resa il 2 settembre 1945.
C’è inoltre da dire che un momento particolare nella dichiarazione di Donald Trump è costituito dalla cifra, da lui enunciata, di 60.000.000 di perdite sovietiche. Ora, ricorda Jurij Selivanov su news-front.ru, è il caso di evidenziare come Trump, su questo versante, abbia stabilito un nuovo “record mondiale”, superando anche i più vigorosi attivisti antisovietici della “katastrojka” gorbacëviana che, all’epoca, avevano giocato con le cifre sulle perdite al solo scopo di introdurre nelle coscienze l’idea che in Unione Sovietica non ci fosse e non ci fosse mai stato nulla di positivo e che fosse quindi giunto il momento di liquidarla.
Nello specifico, a proposito delle generazioni precedenti, che si erano battute sui fronti della Guerra patriottica, si insinuava che nessuno avesse «saputo combattere se non ammassando montagne di cadaveri sulle posizioni del nemico».
Da notare che, in queste macabre statistiche, le cifre hanno sempre ricevuto una forte spinta verso l’alto proprio nei momenti in cui i nuovi governanti avevano urgentemente bisogno di infangare il più possibile i predecessori.
Era stato così con il cosiddetto “smascheramento del culto della personalità”, all’epoca di Khrushchëv, quando Stalin veniva accusato di ogni possibile misfatto, senza che nessuno si preoccupasse di avallare scientificamente quelle accuse: fu allora, dice Selivanov, che il numero delle nostre perdite militari passò in un attimo da 7 a 20 milioni.
E quando Gorbacëv, all’inizio degli anni ’90, ebbe bisogno di introdurre nello stesso tema “fatti” ancora più terribili, ecco che apparve la nuova cifra di 27 milioni, ora più che raddoppiata da Donald Trump.
Nella nota del Ministero degli esteri russo, riportata sopra, si parla di perdite complessive della popolazione dell’URSS negli anni della guerra, per circa 26 milioni di persone, di cui 12 milioni di militari; tra questi ultimi: 5,2 milioni uccisi, 5,1 milioni dispersi e fatti prigionieri, 1,7 milioni deceduti negli ospedali in seguito alle ferite e morti in altre circostanze. A questi si aggiungono 13,7 milioni di civili, di cui 7,4 milioni deliberatamente sterminati nei territori occupati e 4,1 milioni morti e periti per le tremende condizioni del regime di occupazione, oltre a 2,2 milioni morti nei lavori forzati in Germania.
In generale, nei paesi europei occupati dai nazisti, le perdite della Polonia ammontarono a 4,1 milioni di persone, 1,7 milioni quelle della Jugoslavia, 450.000 della Grecia, 210.000 dei Paesi Bassi, 88.000 del Belgio. Le perdite umane (morti) nei principali paesi della coalizione anti-hitleriana furono: 400.000 per gli Stati Uniti, 370.000 per la Gran Bretagna, 600.000 per la Francia. Nel corso della lunga pluriennale guerra contro l’occupazione giapponese, la Cina perse 35 milioni di persone.
Questi, e non altri, sono i fatti storici, volutamente taciuti o stravolti dagli odierni maleodoranti continuatori dei Pilsudski, dei legionari lettoni, delle Relvagrenaderide SS-diviis estoni, dei tagliagole ucraini della divisione “Galicina”, degli adoratori del nazista Bandera e del fascista maresciallo Graziani, gli epigoni del Churchill del piano “Unthinkable” e del “Totality” americano di attacco all’URSS a guerra finita.
Quelle sopra riportate, e non altre, sono le testimonianze che provano l’ipocrisia di chi oggi, a Bruxelles, Strasburgo, Varsavia o Kiev, versa lacrime su «i monumenti di Holodomor» e singhiozza su un «imperdonabile ruolo svolto inizialmente dall’Unione sovietica nelle prime fasi della Seconda guerra mondiale», secondo cui – di nuovo à la Walther Hofer – «due regimi totalitari cospirarono per dividere l’Europa in sfere di influenza esclusive».
Ma basta; anche il voltastomaco ha dei limiti. Ricordiamo soltanto, per tutti quei signori dalla memoria intermittente, che esattamente un anno prima della liberazione di Auschwitz, il 27 gennaio 1944, l’Esercito Rosso aveva liberato Leningrado, dopo un assedio di 872 giorni che aveva provocato la morte, secondo fonti diverse, di 600.000 o 1,5 milioni di cittadini; una cifra che, secondo il politologo americano Michael Walzer, supera quella dei morti civili di Amburgo, Dresda, Tokyo, Hiroshima e Nagasaki presi insieme.
Non ci stanchiamo di ripeterlo: sozze belve guerrafondaie, eredi dei Quisling, dei Bandera, Himmler e Petain, che invece di giacere nel putridume che loro spetta, omeliano empie falsità dai pulpiti euroatlantisti.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/01/2025
Sui genocidi la memoria va aggiornata. Manifestazioni per la Palestina
Migliaia di persone sono nuovamente scese in piazza per la Palestina e per riaffermare che la memoria storica sui genocidi del passato va aggiornata alla lotta contro i genocidi del presente, a partire da quello contro i palestinesi, un aggiornamento senza il quale la stessa memoria può convertirsi in complicità o silenzio.
Un grande corteo ieri ha attraversato le strade di Roma da Piazza Vittorio ai Fori Imperiali, mentre a Milano si è svolto il 68° corteo consecutivo dall’ottobre 2023 che è partito da Piazzale Loreto e si è concluso all’anfiteatro della Martesana.
Manifestazioni si sono svolte anche a Napoli, Firenze e in altre città con lo slogan “La memoria va aggiornata stop al genocidio”.
Qui di seguito alcune foto delle manifestazioni di ieri a Roma.
Fonte e foto
Olocausto e fiamma
Fratelli d’Italia partito di maggioranza relativa (con la modesta somma di voti di circa 6 milioni alle europee 2024) che esprime la presidenza del consiglio mantiene la “fiamma” nel proprio simbolo considerato elemento di continuità con il MSI, trasformato nel 1995 in AN per suggellare l’ingresso nell’area di governo con l’alleanza di centro-destra organizzata da Silvio Berlusconi e (con una intuizione davvero notevole) suddivisa in una duplice alleanza nell’occasione delle elezioni del 1994: al Nord connubio tra Forza Italia e la Lega allora Nord (secessionista con venature razziste all’epoca antimeridionali: Forza Vesuvio e Forza Etna tanto per intenderci) e al Sud tra Forza Italia e il MSI presentato come Alleanza Nazionale per via dell’ingresso di qualche residuo democristiano (Publio Fiori e Gustavo Selva, detto “Belva”, tra gli altri).
È bene che la Fiamma rimanga, non siamo certo qui a chiedere di rimuoverla tanto più che la fiamma del MSI richiama direttamente la Repubblica Sociale dell’ultima tragica fase del fascismo a fianco dell’invasore nazista.
In questi giorni di ricordo della “Memoria” dell’Olocausto e di forte ripresa della presenza di simboli che si richiamano a quella tragedia, con esponenti di Fratelli d’Italia ripresi con addosso le divise delle SS, è bene allora ricordare il ruolo vero che gli esponenti repubblichini ebbero in quella fase: esponenti repubblichini, primo fra tutti Giorgio Almirante che poi – nel dopoguerra – contribuirono a fondare il già richiamato MSI diretto progenitore (e rivendicato) dell’attuale Fratelli d’Italia.
Ne scrive lo storico Carlo Saletti in un suo articolo: “Gli uomini di Eichmann in Italia. Così la Shoah arrivò nel nostro Paese”.
Riprendiamo allora un punto centrale del testo di Saletti:
Fonte
È bene che la Fiamma rimanga, non siamo certo qui a chiedere di rimuoverla tanto più che la fiamma del MSI richiama direttamente la Repubblica Sociale dell’ultima tragica fase del fascismo a fianco dell’invasore nazista.
In questi giorni di ricordo della “Memoria” dell’Olocausto e di forte ripresa della presenza di simboli che si richiamano a quella tragedia, con esponenti di Fratelli d’Italia ripresi con addosso le divise delle SS, è bene allora ricordare il ruolo vero che gli esponenti repubblichini ebbero in quella fase: esponenti repubblichini, primo fra tutti Giorgio Almirante che poi – nel dopoguerra – contribuirono a fondare il già richiamato MSI diretto progenitore (e rivendicato) dell’attuale Fratelli d’Italia.
Ne scrive lo storico Carlo Saletti in un suo articolo: “Gli uomini di Eichmann in Italia. Così la Shoah arrivò nel nostro Paese”.
Riprendiamo allora un punto centrale del testo di Saletti:
Il Partito Fascista Repubblicano tracciando le linee programmatiche del nuovo regime offriva di fatto un solido appoggio alla svolta impressa alla ‘questione ebraica’ nelle settimane precedenti. A metà ottobre (1943 n.d.r.) a conclusione del congresso di Verona aveva dichiarato gli ebrei “stranieri” e in tempo di guerra “appartenenti a nazionalità nemica” introducendo lo spirito delle leggi di Norimberga sul territorio della RSI.Vale allora la pena in questi giorni del ricordo rammentare questo fondamentale passaggio, aggiungendo la trilogia Partito Fascista Repubblicano, Movimento Sociale Italiano, Fratelli d’Italia: se qualcuno vuol pensare a un collegamento diretto di discendenza tra questi soggetti riteniamo sia libero di farlo.
Il 30 novembre il ministro dell’Interno Buffarini Guidi trasmetteva ai capi delle province (prefetti) l’ordine di arresto degli elementi considerati di razza ebraica, anche se discriminati, del loro internamento in appositi campi provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati e di confisca dei loro beni.
Tali decisioni convinsero l’alleato tedesco che le condizioni erano mature per un cambio di strategia nella caccia nella caccia agli ebrei nella penisola...
Alle forze di polizia italiane sarebbe spettato di identificare e fermare tutti gli ebrei per concentrarli poi nelle apposite strutture, agli specialisti del RSHA (tedeschi sotto il comando diretto di Eichmann) di organizzare i trasporti, per quello che il gergo nazista definiva come il ‘reinsediamento ebraico’.
Il prezzo di una tale collaborazione implicava la perdita delle autorità italiane degli arrestati e la subordinazione alla giurisdizione tedesca (un bell’esempio di sovranismo al contrario, ndr).
Fonte
28/01/2024
Una giornata per chi la memoria la coltiva davvero
In molte piazze italiane migliaia di persone si sono mobilitate ieri, come ogni sabato da quasi tre mesi a questa parte, per protestare contro il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele e la complicità dei governi occidentali.
Tra cui spicca per servilismo quello “post-fascista” di casa nostra, che ha accolto le pressioni dello stato di Israele, rappresentate localmente dai vertici delle comunità ebraiche (con molti ebrei in completo dissenso).
È stata infatti la prima volta che un governo ha deciso di vietare le manifestazioni per ragioni politiche e culturali, non certo per “ragioni di ordine pubblico” visto che da tre mesi a questa parte le manifestazioni di solirietà con la Palestina si svolgono senza alcun problema né tanto meno “incidenti”.
Questa motivazione perversa e antidemocratica è stata espressa esplicitamente dal ministro dell’interno Piantedosi che ha spiegato il divieto (inizialmente presentato come un “invito a rinviare”) con la possibilità che le manifestazioni finissero con l’«assumere connotazioni lesive dello spirito commemorativo a favore delle vittime delle leggi razziali, nonché di condanna alla persecuzione del popolo ebreo».
Di fatto l’ammissione che la data del 27 gennaio – anniversario dell’arrivo ad Auschwitz dell’Armata Rossa sovietica – è per lo Stato italiano una giornata “riservata” ai soli esponenti dell’establishment israeliano, che pretendono oltretutto di parlare a nome di tutti gli ebrei, cancellando la realtà storica dei campi di sterminio dedicati anche alla “soluzione finale” per zingari, omosessuali e antifascisti (basta ricordare Ernst Thälmann, segretario di quel Partito Comunista Tedesco che nel 1933, nelle ultime elezioni tenute in Germania, aveva ottenuto il 20% dei voti).
Insomma, un atto autoritario di negazione dei diritti costituzionali di ogni cittadino italiano motivato con la richiesta di uno stato straniero e dai suoi rappresentanti qui, dotati di doppia nazionalità.
Le manifestazioni, dicevamo, ci sono state lo stesso, praticamente senza incidenti, tranne qualche manganellata distribuita dalla polizia a Milano, dove la partecipazione era stata abbastanza grande da spingere i presenti a fare qualche passo in corteo, invece che in presidio statico.
A Milano, infatti, nonostante il divieto notificato nella giornata di venerdì, centinaia di persone si sono concentrate in piazzale Loreto per assistere alla conferenza stampa indetta dalle comunità palestinesi.
In un clima di tensione creato dall’ingente schieramento di forze dell’ordine, la risposta della città è stata tale che rapidamente si è riempita la popolare via Padova, e dopo la conferenza stampa si è provato con determinazione a partire in corteo sfidando i divieti.
Per oltre tre ore più di mille persone hanno scandito slogan in solidarietà al popolo palestinese e contro l’assurda restrizione del diritto a manifestare pretendendo di partire in corteo.
Un segnale importante e una voce di dissenso contro il tentativo di restrizione antidemocratica messa in campo dal governo e dalla questura eseguendo il diktat della comunità ebraica con il consenso del sindaco Sala. Nonostante le cariche la manifestazione non si è sciolta e ha rispedito al mittente la provocazione, rilanciando l’appuntamento di domani alle 15:00 sempre in piazzale Loreto.
Per oltre tre mesi decine di migliaia di cittadini e di migranti, arabi in primo luogo ma anche dal resto del “sud globale” hanno attraversato le strade della città, e la manifestazione di oggi ha lanciato un importante segnale di continuità con cui rilanciare la mobilitazione nelle prossime settimane.
A Roma, in piazza Vittorio, i circa duemila presenti hanno scelto di non forzare, limitandosi a tenere la pizza per circa tre ore. Da segnalare il grande numero di gazzettieri, inutilmente alla caccia di “fascisti” preannunciati da loro stessi nei giorni precedenti. Un classico esempio di “disinformazione di stato” (anzi, doppio: italiano e israeliano) che aveva dato per “certa” la “comune mobilitazione di centri sociali e Forza Nuova”.
Naturalmente in una piazza costitutivamente antifascista, e dunque anche antisionista, nessun fascista ha provato a mettere il naso, nonostante che il covo di CasaPound sia distante solo poche decine di metri.
Ed è stato proprio l’antifascismo il leit motiv di molti interventi al microfono, a sottolineare che se gli ebrei in questo paese hanno ricevuto solidarietà e protezione anche durante le “leggi razziali” del fascismo storico è stato solo grazie agli antifascisti, egualmente perseguitati. Mentre gli attuali eredi di quei persecutori siedono al governo, fiancheggiando amabilmente con i vertici delle comunità ebraiche, evidentemente dalla “memoria corta” o devastata dal suprematismo che domina a Tel Aviv.
Anche a Napoli è stata scelta la modalità statica. In piazza San Domenico, una folla di tutte le età ha manifestato il proprio no. Il 27 gennaio è stato definito la “Giornata della Memoria tradita”. E tradita, ricorda Potere al Popolo, “innanzitutto da Israele e da chi è complice del suo progetto di apartheid e di pulizia etnica, come il nostro governo. La memoria dell’olocausto e il genocidio nazifascista di sei milioni di vittime ebree (insieme a oltre mezzo milioni di rom, testimoni di Geova, omosessuali, disabili, popolazioni dell’Est Europa, comunisti e altri dissidenti politici) deve essere d’aiuto a indagare e ricordare il passato per comprendere meglio il presente al fine di progettare un futuro che non ripeta gli orrori del passato“.
A Cagliari un presidio tra i gradini di accesso alla piazza Nazzari e via Sant’Alenixedda. Tutta la zona, da via Lai, a piazza Giovanni XXIII sino al lato mercato-Via Giaime Pintor era stata circondata dalle forze dell’ordine e interdetta al traffico delle auto.
Secondo gli attivisti di A Foras – tra gli organizzatori dell’evento – “manifestare è legittimo perché nella legge istitutiva della Giornata della Memoria viene spiegato che i valori della giornata stessa sono finalizzati a far sì che non si ripeta più quanto accaduto. E oggi in Palestina è in atto un genocidio che rischia di distruggere un popolo intero“.
Così anche a Bologna, dove bandiere della Palestina e striscioni sono stati sventolati, dalla scalinata del Pincio al parco della Montagnola.
Il collettivo Cambiare rotta, Potere al popolo, Rete dei comunisti e Opposizione studentesca d’alternativa, come documentato da alcune immagini pubblicate sui social, hanno scritto, “respinto con questa azione i divieti di Piantedosi“.
Di fatto, si legge in una nota firmata dai manifestanti, “oggi in varie città si tengono manifestazioni a fianco del popolo palestinese, manifestazioni che il governo nazionale cerca di vietare con la scusa della Giornata della Memoria sotto palese pressione del governo israeliano.
Non ci faremo intimorire dalla repressione e continueremo a stare al fianco della resistenza palestinese, il nostro compito è scendere in piazza per la pace, per la giustizia, per il cessare il fuoco e l’arrivo degli aiuti umanitari necessari a Gaza.”
Nel complesso, insomma, una giornata positiva che ha cancellato il tentativo di farne un’occasione riservata ai suprematisti di oggi.
La memoria è infatti un bene prezioso, che va coltivato seriamente riconoscendo e combattendo ogni fascismo, in qualsiasi modo travestito.
Fonte
Tra cui spicca per servilismo quello “post-fascista” di casa nostra, che ha accolto le pressioni dello stato di Israele, rappresentate localmente dai vertici delle comunità ebraiche (con molti ebrei in completo dissenso).
È stata infatti la prima volta che un governo ha deciso di vietare le manifestazioni per ragioni politiche e culturali, non certo per “ragioni di ordine pubblico” visto che da tre mesi a questa parte le manifestazioni di solirietà con la Palestina si svolgono senza alcun problema né tanto meno “incidenti”.
Questa motivazione perversa e antidemocratica è stata espressa esplicitamente dal ministro dell’interno Piantedosi che ha spiegato il divieto (inizialmente presentato come un “invito a rinviare”) con la possibilità che le manifestazioni finissero con l’«assumere connotazioni lesive dello spirito commemorativo a favore delle vittime delle leggi razziali, nonché di condanna alla persecuzione del popolo ebreo».
Di fatto l’ammissione che la data del 27 gennaio – anniversario dell’arrivo ad Auschwitz dell’Armata Rossa sovietica – è per lo Stato italiano una giornata “riservata” ai soli esponenti dell’establishment israeliano, che pretendono oltretutto di parlare a nome di tutti gli ebrei, cancellando la realtà storica dei campi di sterminio dedicati anche alla “soluzione finale” per zingari, omosessuali e antifascisti (basta ricordare Ernst Thälmann, segretario di quel Partito Comunista Tedesco che nel 1933, nelle ultime elezioni tenute in Germania, aveva ottenuto il 20% dei voti).
Insomma, un atto autoritario di negazione dei diritti costituzionali di ogni cittadino italiano motivato con la richiesta di uno stato straniero e dai suoi rappresentanti qui, dotati di doppia nazionalità.
Le manifestazioni, dicevamo, ci sono state lo stesso, praticamente senza incidenti, tranne qualche manganellata distribuita dalla polizia a Milano, dove la partecipazione era stata abbastanza grande da spingere i presenti a fare qualche passo in corteo, invece che in presidio statico.
A Milano, infatti, nonostante il divieto notificato nella giornata di venerdì, centinaia di persone si sono concentrate in piazzale Loreto per assistere alla conferenza stampa indetta dalle comunità palestinesi.
In un clima di tensione creato dall’ingente schieramento di forze dell’ordine, la risposta della città è stata tale che rapidamente si è riempita la popolare via Padova, e dopo la conferenza stampa si è provato con determinazione a partire in corteo sfidando i divieti.
Per oltre tre ore più di mille persone hanno scandito slogan in solidarietà al popolo palestinese e contro l’assurda restrizione del diritto a manifestare pretendendo di partire in corteo.
Un segnale importante e una voce di dissenso contro il tentativo di restrizione antidemocratica messa in campo dal governo e dalla questura eseguendo il diktat della comunità ebraica con il consenso del sindaco Sala. Nonostante le cariche la manifestazione non si è sciolta e ha rispedito al mittente la provocazione, rilanciando l’appuntamento di domani alle 15:00 sempre in piazzale Loreto.
Per oltre tre mesi decine di migliaia di cittadini e di migranti, arabi in primo luogo ma anche dal resto del “sud globale” hanno attraversato le strade della città, e la manifestazione di oggi ha lanciato un importante segnale di continuità con cui rilanciare la mobilitazione nelle prossime settimane.
A Roma, in piazza Vittorio, i circa duemila presenti hanno scelto di non forzare, limitandosi a tenere la pizza per circa tre ore. Da segnalare il grande numero di gazzettieri, inutilmente alla caccia di “fascisti” preannunciati da loro stessi nei giorni precedenti. Un classico esempio di “disinformazione di stato” (anzi, doppio: italiano e israeliano) che aveva dato per “certa” la “comune mobilitazione di centri sociali e Forza Nuova”.
Naturalmente in una piazza costitutivamente antifascista, e dunque anche antisionista, nessun fascista ha provato a mettere il naso, nonostante che il covo di CasaPound sia distante solo poche decine di metri.
Ed è stato proprio l’antifascismo il leit motiv di molti interventi al microfono, a sottolineare che se gli ebrei in questo paese hanno ricevuto solidarietà e protezione anche durante le “leggi razziali” del fascismo storico è stato solo grazie agli antifascisti, egualmente perseguitati. Mentre gli attuali eredi di quei persecutori siedono al governo, fiancheggiando amabilmente con i vertici delle comunità ebraiche, evidentemente dalla “memoria corta” o devastata dal suprematismo che domina a Tel Aviv.
Anche a Napoli è stata scelta la modalità statica. In piazza San Domenico, una folla di tutte le età ha manifestato il proprio no. Il 27 gennaio è stato definito la “Giornata della Memoria tradita”. E tradita, ricorda Potere al Popolo, “innanzitutto da Israele e da chi è complice del suo progetto di apartheid e di pulizia etnica, come il nostro governo. La memoria dell’olocausto e il genocidio nazifascista di sei milioni di vittime ebree (insieme a oltre mezzo milioni di rom, testimoni di Geova, omosessuali, disabili, popolazioni dell’Est Europa, comunisti e altri dissidenti politici) deve essere d’aiuto a indagare e ricordare il passato per comprendere meglio il presente al fine di progettare un futuro che non ripeta gli orrori del passato“.
A Cagliari un presidio tra i gradini di accesso alla piazza Nazzari e via Sant’Alenixedda. Tutta la zona, da via Lai, a piazza Giovanni XXIII sino al lato mercato-Via Giaime Pintor era stata circondata dalle forze dell’ordine e interdetta al traffico delle auto.
Secondo gli attivisti di A Foras – tra gli organizzatori dell’evento – “manifestare è legittimo perché nella legge istitutiva della Giornata della Memoria viene spiegato che i valori della giornata stessa sono finalizzati a far sì che non si ripeta più quanto accaduto. E oggi in Palestina è in atto un genocidio che rischia di distruggere un popolo intero“.
Così anche a Bologna, dove bandiere della Palestina e striscioni sono stati sventolati, dalla scalinata del Pincio al parco della Montagnola.
Il collettivo Cambiare rotta, Potere al popolo, Rete dei comunisti e Opposizione studentesca d’alternativa, come documentato da alcune immagini pubblicate sui social, hanno scritto, “respinto con questa azione i divieti di Piantedosi“.
Di fatto, si legge in una nota firmata dai manifestanti, “oggi in varie città si tengono manifestazioni a fianco del popolo palestinese, manifestazioni che il governo nazionale cerca di vietare con la scusa della Giornata della Memoria sotto palese pressione del governo israeliano.
Non ci faremo intimorire dalla repressione e continueremo a stare al fianco della resistenza palestinese, il nostro compito è scendere in piazza per la pace, per la giustizia, per il cessare il fuoco e l’arrivo degli aiuti umanitari necessari a Gaza.”
Nel complesso, insomma, una giornata positiva che ha cancellato il tentativo di farne un’occasione riservata ai suprematisti di oggi.
La memoria è infatti un bene prezioso, che va coltivato seriamente riconoscendo e combattendo ogni fascismo, in qualsiasi modo travestito.
Fonte
27/01/2024
Mai indifferenti. Appello di un gruppo di ebree e ebrei in Italia
Appello per il Giorno della Memoria
Siamo un gruppo di ebree ed ebrei italiani che, nell’avvicinarsi del Giorno della Memoria e nel vivere il tempo della guerra in Medio Oriente, si sono riuniti e hanno condiviso diversi sentimenti: angoscia, disagio, disperazione, senso d’isolamento.
Il 7 ottobre, non solo gli israeliani ma anche noi che viviamo qui siamo stati scioccati dall’attacco terroristico di Hamas e abbiamo provato dolore, rabbia e sconcerto.
E la risposta del governo israeliano ci ha sconvolti: Netanyahu, pur di restare al potere, ha iniziato un’azione militare che ha già ucciso oltre 25.000 palestinesi e molti soldati israeliani, mentre a tutt’oggi non ha un piano per uscire dalla guerra e la sorte della maggior parte degli ostaggi è ancora incerta.
Purtroppo sembra che una parte della popolazione israeliana e molti ebrei della diaspora non riescano a cogliere la drammaticità del presente e le sue conseguenze per il futuro. I massacri di civili perpetrati a Gaza dall’esercito israeliano sono sicuramente crimini di guerra: sono inaccettabili e ci fanno inorridire.
Si può ragionare per ore sul significato della parola “genocidio”, ma non sembra che questo dibattito serva a interrompere il massacro in corso e la sofferenza di tutte le vittime, compresi gli ostaggi e le loro famiglie. Molti di noi hanno avuto modo di ascoltare le voci critiche e allarmate di chi vive in Israele: ci dicono che il paese è attraversato da una sorta di guerra tra tribù – ebrei ultraortodossi, laici, coloni – in cui ognuno tira l’acqua al proprio mulino senza nessuna idea di progetto condiviso.
Quello che succede in Israele ci riguarda personalmente: per la presenza di parenti o amici, per il significato storico dello Stato di Israele nato dopo la Shoah, per tante altre ragioni. Per questo non vogliamo restare in silenzio, soprattutto oggi, Giorno della Memoria.
Ci troviamo in forte difficoltà di fronte a questo giorno: non possiamo condividere la modalità con cui lo si vive se lo si riduce a una celebrazione rituale e vuota di significato. Riconoscendo l’unicità della Shoah, consideriamo importante restituire al 27 gennaio il senso e il significato con cui era stato istituito nel 2000, vale a dire un giorno dedicato all’opportunità e all’importanza di riflettere su ciò che è stato e che quindi non dovrebbe più ripetersi, non solo nei confronti del popolo ebraico.
Questo 27 gennaio 2024 ci appare una scadenza particolarmente difficile e dolorosa da affrontare: a cosa serve oggi la memoria se non aiuta a fermare la produzione di morte a Gaza e in Cisgiordania? Se e quando alimenta una narrazione vittimistica che serve a legittimare e normalizzare crimini?
Siamo ben consapevoli che esiste un antisemitismo non elaborato nel nostro paese e nel mondo, ne sentiamo l’atmosfera e l’odore in questi mesi soprattutto dal 7 ottobre, quando abbiamo visto incrinarsi i rapporti, anche personali, con parte della sinistra.
Ma ci sembra urgente spezzare un circolo vizioso: aver subito un genocidio non fornisce nessun vaccino capace di renderci esenti da sentimenti d’indifferenza verso il dolore degli altri, di disumanizzazione e violenza sui più deboli.
Per combattere l’odio e l’antisemitismo crescenti in questo preciso momento, pensiamo che l’unica possibilità sia provare a interrogarci nel profondo per aprire un dialogo di pace costruendo ponti anche tra posizioni che sembrano distanti.
Non siamo d’accordo con le indicazioni dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane per la giornata del 27 gennaio, in cui viene sottolineato come ogni critica alle politiche di Israele ricada sotto la definizione di antisemitismo. Sappiamo bene che cosa sia l’antisemitismo e non ne tolleriamo l’uso strumentale. Vogliamo preservare il nostro essere umani e l’universalismo che convive con il nostro essere ebree ed ebrei.
In questo momento, quando tutto è difficile, stiamo vicino a chi soffre provando a pensare e sentire insieme
Fonte
Siamo un gruppo di ebree ed ebrei italiani che, nell’avvicinarsi del Giorno della Memoria e nel vivere il tempo della guerra in Medio Oriente, si sono riuniti e hanno condiviso diversi sentimenti: angoscia, disagio, disperazione, senso d’isolamento.
Il 7 ottobre, non solo gli israeliani ma anche noi che viviamo qui siamo stati scioccati dall’attacco terroristico di Hamas e abbiamo provato dolore, rabbia e sconcerto.
E la risposta del governo israeliano ci ha sconvolti: Netanyahu, pur di restare al potere, ha iniziato un’azione militare che ha già ucciso oltre 25.000 palestinesi e molti soldati israeliani, mentre a tutt’oggi non ha un piano per uscire dalla guerra e la sorte della maggior parte degli ostaggi è ancora incerta.
Purtroppo sembra che una parte della popolazione israeliana e molti ebrei della diaspora non riescano a cogliere la drammaticità del presente e le sue conseguenze per il futuro. I massacri di civili perpetrati a Gaza dall’esercito israeliano sono sicuramente crimini di guerra: sono inaccettabili e ci fanno inorridire.
Si può ragionare per ore sul significato della parola “genocidio”, ma non sembra che questo dibattito serva a interrompere il massacro in corso e la sofferenza di tutte le vittime, compresi gli ostaggi e le loro famiglie. Molti di noi hanno avuto modo di ascoltare le voci critiche e allarmate di chi vive in Israele: ci dicono che il paese è attraversato da una sorta di guerra tra tribù – ebrei ultraortodossi, laici, coloni – in cui ognuno tira l’acqua al proprio mulino senza nessuna idea di progetto condiviso.
Quello che succede in Israele ci riguarda personalmente: per la presenza di parenti o amici, per il significato storico dello Stato di Israele nato dopo la Shoah, per tante altre ragioni. Per questo non vogliamo restare in silenzio, soprattutto oggi, Giorno della Memoria.
Ci troviamo in forte difficoltà di fronte a questo giorno: non possiamo condividere la modalità con cui lo si vive se lo si riduce a una celebrazione rituale e vuota di significato. Riconoscendo l’unicità della Shoah, consideriamo importante restituire al 27 gennaio il senso e il significato con cui era stato istituito nel 2000, vale a dire un giorno dedicato all’opportunità e all’importanza di riflettere su ciò che è stato e che quindi non dovrebbe più ripetersi, non solo nei confronti del popolo ebraico.
Questo 27 gennaio 2024 ci appare una scadenza particolarmente difficile e dolorosa da affrontare: a cosa serve oggi la memoria se non aiuta a fermare la produzione di morte a Gaza e in Cisgiordania? Se e quando alimenta una narrazione vittimistica che serve a legittimare e normalizzare crimini?
Siamo ben consapevoli che esiste un antisemitismo non elaborato nel nostro paese e nel mondo, ne sentiamo l’atmosfera e l’odore in questi mesi soprattutto dal 7 ottobre, quando abbiamo visto incrinarsi i rapporti, anche personali, con parte della sinistra.
Ma ci sembra urgente spezzare un circolo vizioso: aver subito un genocidio non fornisce nessun vaccino capace di renderci esenti da sentimenti d’indifferenza verso il dolore degli altri, di disumanizzazione e violenza sui più deboli.
Per combattere l’odio e l’antisemitismo crescenti in questo preciso momento, pensiamo che l’unica possibilità sia provare a interrogarci nel profondo per aprire un dialogo di pace costruendo ponti anche tra posizioni che sembrano distanti.
Non siamo d’accordo con le indicazioni dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane per la giornata del 27 gennaio, in cui viene sottolineato come ogni critica alle politiche di Israele ricada sotto la definizione di antisemitismo. Sappiamo bene che cosa sia l’antisemitismo e non ne tolleriamo l’uso strumentale. Vogliamo preservare il nostro essere umani e l’universalismo che convive con il nostro essere ebree ed ebrei.
In questo momento, quando tutto è difficile, stiamo vicino a chi soffre provando a pensare e sentire insieme
Fonte
26/01/2024
Se il “Giorno della Memoria” si trasforma nel “giorno dell’oblio”
Stamane, tra stampa e tg, è un profluvio di titoli sull’uccisione di 24 soldati israeliani, in qualche caso, con contrappunto della solita automatica rappresaglia israeliana che, immediatamente dopo, avrebbe ucciso 100 miliziani di Hamas (che non si perda mai il rapporto di 1 a 5, 1 a 10, 1 a 100 e via dicendo).
Sia chiaro: io non ho mai esultato per la morte di nessuno. Ma si dà il caso che quei “poveri soldati israeliani” sono stati beccati da un razzo di Hamas mentre stavano minando delle abitazioni palestinesi, tra un massacro e l’altro di inermi civili.
Come la mettono i nostrani filo-israeliani ad oltranza con il diritto a resistere di un popolo aggredito da forze di occupazione militari che compiono crimini di guerra tutti i giorni, 24 ore su 24, da più di tre mesi? Ma davvero credono di poter continuare a confondere il “diritto alla difesa di Israele” con lo sterminio della popolazione di Gaza, peraltro, apertamente rivendicato da parte dei governanti israeliani?
Lo sanno – o fanno finta di ignorare – che, a Gaza, sono stati superati i 25mila morti e che, secondo l’ONU, il 70% delle vittime è donna o minore? Non hanno nulla da dire sull’accusa di genocidio che pende contro Israele in un procedimento aperto presso la Corte penale internazionale dell’Aia (il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite)?
A quanti morti si supera la soglia dell’indignazione? E quella della vergogna? Perché non viene detta una sola parola di condanna contro l’immane massacro di civili palestinesi da parte della comunità ebraica presente in Italia che invece continua a tacciare di “antisemitismo” chiunque protesti per i reiterati orrori che si stanno perpetrando a Gaza? Che anche la Corte penale internazionale dell’Aia sia una base di Hamas?
E per tornare all’uccisione dei 24 soldati israeliani, mettiamola su questo piano: cosa credono che sia successo a Roma, in via Rasella il 23 marzo del 1944? Che sia stata davvero colpita “una banda musicale di semi pensionati” come disse, con insuperabile sprezzo del ridicolo, la seconda carica dello “Stato” con il busto del duce in casa? Che, forse, la “causa della strage delle fosse Ardeatine” sia davvero ascrivibile ai partigiani che compirono l’attentato alle truppe tedesche?
E poi, non li turba nemmeno un po’ questa inaspettata sintonia con i neofascisti al governo i quali, prima di arrivare ai palazzi del potere, urlavano di continuo al complotto giudaico-massonico internazionale e contro l’“ebreo Soros” nonché “regista e finanziatore” della “sostituzione etnica” dei “veri italiani” (chiedere a Vannacci)?
Eppure numerosissime comunità ebraiche di tutto il mondo sono al centro delle proteste più radicali contro il genocidio in atto a Gaza che, non a caso, è voluto ed attuato da un partito – il Likud – le cui radici sono “strettamente affini nella sua organizzazione, metodi, filosofia politica e attrattiva sociale ai partiti nazista e fascista“.
Certo che la confusione è tanta ed il senso del prossimo “giorno della memoria”, questa volta, rischia davvero di essere capovolto nel “giorno dell’oblio”.
Fonte
Sia chiaro: io non ho mai esultato per la morte di nessuno. Ma si dà il caso che quei “poveri soldati israeliani” sono stati beccati da un razzo di Hamas mentre stavano minando delle abitazioni palestinesi, tra un massacro e l’altro di inermi civili.
Come la mettono i nostrani filo-israeliani ad oltranza con il diritto a resistere di un popolo aggredito da forze di occupazione militari che compiono crimini di guerra tutti i giorni, 24 ore su 24, da più di tre mesi? Ma davvero credono di poter continuare a confondere il “diritto alla difesa di Israele” con lo sterminio della popolazione di Gaza, peraltro, apertamente rivendicato da parte dei governanti israeliani?
Lo sanno – o fanno finta di ignorare – che, a Gaza, sono stati superati i 25mila morti e che, secondo l’ONU, il 70% delle vittime è donna o minore? Non hanno nulla da dire sull’accusa di genocidio che pende contro Israele in un procedimento aperto presso la Corte penale internazionale dell’Aia (il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite)?
A quanti morti si supera la soglia dell’indignazione? E quella della vergogna? Perché non viene detta una sola parola di condanna contro l’immane massacro di civili palestinesi da parte della comunità ebraica presente in Italia che invece continua a tacciare di “antisemitismo” chiunque protesti per i reiterati orrori che si stanno perpetrando a Gaza? Che anche la Corte penale internazionale dell’Aia sia una base di Hamas?
E per tornare all’uccisione dei 24 soldati israeliani, mettiamola su questo piano: cosa credono che sia successo a Roma, in via Rasella il 23 marzo del 1944? Che sia stata davvero colpita “una banda musicale di semi pensionati” come disse, con insuperabile sprezzo del ridicolo, la seconda carica dello “Stato” con il busto del duce in casa? Che, forse, la “causa della strage delle fosse Ardeatine” sia davvero ascrivibile ai partigiani che compirono l’attentato alle truppe tedesche?
E poi, non li turba nemmeno un po’ questa inaspettata sintonia con i neofascisti al governo i quali, prima di arrivare ai palazzi del potere, urlavano di continuo al complotto giudaico-massonico internazionale e contro l’“ebreo Soros” nonché “regista e finanziatore” della “sostituzione etnica” dei “veri italiani” (chiedere a Vannacci)?
Eppure numerosissime comunità ebraiche di tutto il mondo sono al centro delle proteste più radicali contro il genocidio in atto a Gaza che, non a caso, è voluto ed attuato da un partito – il Likud – le cui radici sono “strettamente affini nella sua organizzazione, metodi, filosofia politica e attrattiva sociale ai partiti nazista e fascista“.
Certo che la confusione è tanta ed il senso del prossimo “giorno della memoria”, questa volta, rischia davvero di essere capovolto nel “giorno dell’oblio”.
Fonte
Vietati o “sconsigliati” i cortei per la Palestina di sabato 27
Come governo dei “sovranisti” non c’è male… Non contenti di aver accettato una revisione del Patto di Stabilità europeo che reintroduce – peggiorandola di molto – l’austerità obbligatoria. Non paghi di fare da zerbino alle decisioni statunitensi (avere due padroni è “meglio che uàn”, pare)… Ecco che il governo Meloni si mette alle dipendenza di un terzo straniero che fa “da padrone in casa nostra”: Israele.
Dopo una settimana di pressioni da parte dei rappresentanti di vertice delle comunità ebraiche in Italia perché venissero vietate le manifestazioni pro-Palestina e per il cessate il fuoco (convocate come ogni sabato ormai da quasi quattro mesi), il ministro dell’interno Piantedosi ha tirato fuori il più classico dei divieti travestito da “consiglio”: rinviare le manifestazioni per la Palestina in programma per il 27 gennaio, evitando così la sovrapposizione con quelle previste per il Giorno della Memoria.
Dal punto di vista dell’”ordine pubblico” – l’unico che un ministro di polizia potrebbe invocare – non c’è infatti alcuna ragione per vietare alcunché. Le manifestazioni di solidarietà con Gaza e Cisgiordania, convocare dalle associazioni palestinesi in Italia, si svolgono da settimane senza dar luogo ad alcun problema.
Per giustificare le richieste di divieto, non a caso, i sionisti d’assalto hanno dovuto ingigantire innocui gesti singoli come l’incendio di una bandiera israeliana; oppure inventarsi la presenza dei provocatori fascisti di Forza Nuova (allontanati a calci fin dalla prima, enorme, manifestazione di Roma).
Si sono distinti ancora una volta i gazzettieri mainstream che hanno dato come “manifestazione unitaria” – per domani a Roma – quella di Forza Nuova, che come sempre gioca intenzionalmente la carta della “terza posizione” (il gruppo neonazista degli anni ‘70, di cui sono eredi, a partire da Roberto Fiore) per facilitare il compito dei governi. Specie di quello attuale. In pratica ha annunciato non meglio specificate “Azioni di propaganda antisionista”… Ma tanto è bastato per far titolare ai complici “manifesteranno insieme i centri sociali e Forza Nuova”.
Tutta fuffa per sostenere la decisione di Piandesi & c., che comunque ci tiene a precisare che le iniziative a favore del popolo palestinese rischiano di «assumere connotazioni lesive dello spirito commemorativo a favore delle vittime delle leggi razziali, nonché di condanna alla persecuzione del popolo ebreo».
In pratica: il 27 gennaio è data “riservata” ai soli ebrei, svuotando così l’Olocausto del suo significato universale (furono sterminati insieme a loro anche rom, omosessuali, antifascisti, slavi, ecc).
Una “privatizzazione” del ruolo di vittime del “male assoluto” operata per giustificare i crimini di guerra israeliani e criminalizzare i movimenti di solidarietà ai palestinesi che stanno crescendo in tutto il mondo; anche nell’Occidente neoliberista.
Una “privatizzazione” peraltro già individuata dagli organizzatori, che nel volantino di convocazione hanno scritto: «Se permetteremo al sionismo di continuare il suo massacro e la pulizia etnica perpetrata in Palestina, svuoteremo di significato questa data a detrimento delle vittime che furono e di quelle che saranno».
Sorprende semmai la stupidità politica dei vertici delle comunità ebraiche che spingono per restringere gli effetti del “male assoluto” ai soli ebrei credendo, così, di giustificare per sempre Israele. E’ infatti certo che quanto sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania solleva contemporaneamente l’indignazione di tutto il mondo.
Questa indignazione è naturalmente progressista, genuinamente umanitaria, unisce soprattutto i giovani di paesi differentissimi per cultura e sistema politico, perché troppo evidente il massacro dei palestinesi ad opera di Israele e il “doppio standard” applicato dall’establishment imperialista occidentale.
Impedire le manifestazioni significa stimolare esattamente quel che si dice di voler evitare: identificare tutti gli ebrei con il governo criminale di Israele. Con tutte le follie che ne derivano…
La protervia suprematista è evidente, benché mascherata come al solito col vittimismo, nelle parole del dal presidente della comunità ebraica di Roma Viktor Fadlun: «Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Noi non avevamo chiesto di vietare le manifestazioni in quanto tali anche se abbiamo assistito a canti e balli in strada che invitavano a uccidere gli ebrei. Ma dover assistere a tutto questo nel Giorno in cui in tutto il mondo si ricordano 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo ci è parso davvero troppo».
“Spariti in un camino” – quello della memoria istituzionalizzata – omosessuali, zingari, antifascisti e “popoli inferiori”. Tutti untermenschen, come i palestinesi agli occhi di Netanyahu…
Fonte
Dopo una settimana di pressioni da parte dei rappresentanti di vertice delle comunità ebraiche in Italia perché venissero vietate le manifestazioni pro-Palestina e per il cessate il fuoco (convocate come ogni sabato ormai da quasi quattro mesi), il ministro dell’interno Piantedosi ha tirato fuori il più classico dei divieti travestito da “consiglio”: rinviare le manifestazioni per la Palestina in programma per il 27 gennaio, evitando così la sovrapposizione con quelle previste per il Giorno della Memoria.
Dal punto di vista dell’”ordine pubblico” – l’unico che un ministro di polizia potrebbe invocare – non c’è infatti alcuna ragione per vietare alcunché. Le manifestazioni di solidarietà con Gaza e Cisgiordania, convocare dalle associazioni palestinesi in Italia, si svolgono da settimane senza dar luogo ad alcun problema.
Per giustificare le richieste di divieto, non a caso, i sionisti d’assalto hanno dovuto ingigantire innocui gesti singoli come l’incendio di una bandiera israeliana; oppure inventarsi la presenza dei provocatori fascisti di Forza Nuova (allontanati a calci fin dalla prima, enorme, manifestazione di Roma).
Si sono distinti ancora una volta i gazzettieri mainstream che hanno dato come “manifestazione unitaria” – per domani a Roma – quella di Forza Nuova, che come sempre gioca intenzionalmente la carta della “terza posizione” (il gruppo neonazista degli anni ‘70, di cui sono eredi, a partire da Roberto Fiore) per facilitare il compito dei governi. Specie di quello attuale. In pratica ha annunciato non meglio specificate “Azioni di propaganda antisionista”… Ma tanto è bastato per far titolare ai complici “manifesteranno insieme i centri sociali e Forza Nuova”.
Tutta fuffa per sostenere la decisione di Piandesi & c., che comunque ci tiene a precisare che le iniziative a favore del popolo palestinese rischiano di «assumere connotazioni lesive dello spirito commemorativo a favore delle vittime delle leggi razziali, nonché di condanna alla persecuzione del popolo ebreo».
In pratica: il 27 gennaio è data “riservata” ai soli ebrei, svuotando così l’Olocausto del suo significato universale (furono sterminati insieme a loro anche rom, omosessuali, antifascisti, slavi, ecc).
Una “privatizzazione” del ruolo di vittime del “male assoluto” operata per giustificare i crimini di guerra israeliani e criminalizzare i movimenti di solidarietà ai palestinesi che stanno crescendo in tutto il mondo; anche nell’Occidente neoliberista.
Una “privatizzazione” peraltro già individuata dagli organizzatori, che nel volantino di convocazione hanno scritto: «Se permetteremo al sionismo di continuare il suo massacro e la pulizia etnica perpetrata in Palestina, svuoteremo di significato questa data a detrimento delle vittime che furono e di quelle che saranno».
Sorprende semmai la stupidità politica dei vertici delle comunità ebraiche che spingono per restringere gli effetti del “male assoluto” ai soli ebrei credendo, così, di giustificare per sempre Israele. E’ infatti certo che quanto sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania solleva contemporaneamente l’indignazione di tutto il mondo.
Questa indignazione è naturalmente progressista, genuinamente umanitaria, unisce soprattutto i giovani di paesi differentissimi per cultura e sistema politico, perché troppo evidente il massacro dei palestinesi ad opera di Israele e il “doppio standard” applicato dall’establishment imperialista occidentale.
Impedire le manifestazioni significa stimolare esattamente quel che si dice di voler evitare: identificare tutti gli ebrei con il governo criminale di Israele. Con tutte le follie che ne derivano…
La protervia suprematista è evidente, benché mascherata come al solito col vittimismo, nelle parole del dal presidente della comunità ebraica di Roma Viktor Fadlun: «Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Noi non avevamo chiesto di vietare le manifestazioni in quanto tali anche se abbiamo assistito a canti e balli in strada che invitavano a uccidere gli ebrei. Ma dover assistere a tutto questo nel Giorno in cui in tutto il mondo si ricordano 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo ci è parso davvero troppo».
“Spariti in un camino” – quello della memoria istituzionalizzata – omosessuali, zingari, antifascisti e “popoli inferiori”. Tutti untermenschen, come i palestinesi agli occhi di Netanyahu…
Fonte
24/01/2024
La giornata degli smemorati senza vergogna
Presentando la prossima giornata della memoria il direttore de La7, Enrico Mentana, ha voluto ricordare che nei lager non furono sterminati soltanto gli ebrei, ma anche gay, sinti, rom..
Giusto.
Ha “solo” dimenticato di citare i comunisti e tutti gli antifascisti. Che morirono nei campi di sterminio a centinaia di migliaia.
Per chi non sa nulla: rimase ucciso anche Ernst Thalmann, segretario di quel Partito Comunista che nelle ultime elezioni celebrate – quelle che diedero a Hitler i potere con appena il 30% – aveva ricevuto il 20% dei voti. I liberali, ancora una volta, preferiscono aprire le porte al fascismo dicendo di volerlo “tenere buono”.
Ma non ditelo ai Mentana. Sareste “divisivi”…
E con i Mentana, effettivamente, nessuno ha più alcuna intenzione di avere a che fare.
Fonte
Giusto.
Ha “solo” dimenticato di citare i comunisti e tutti gli antifascisti. Che morirono nei campi di sterminio a centinaia di migliaia.
Per chi non sa nulla: rimase ucciso anche Ernst Thalmann, segretario di quel Partito Comunista che nelle ultime elezioni celebrate – quelle che diedero a Hitler i potere con appena il 30% – aveva ricevuto il 20% dei voti. I liberali, ancora una volta, preferiscono aprire le porte al fascismo dicendo di volerlo “tenere buono”.
Ma non ditelo ai Mentana. Sareste “divisivi”…
E con i Mentana, effettivamente, nessuno ha più alcuna intenzione di avere a che fare.
Fonte
27/01/2021
Il giorno della memoria, non dei falsi
Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa dell’Unione Sovietica liberava il campo di sterminio di Auschwitz. Per questo oggi è il giorno nel quale ricordiamo lo sterminio degli ebrei, ma anche dei rom e di tutti i popoli e le persone che il nazismo considerava proprie nemiche o semplicemente inutili al suo progetto di dominio sull’umanità.
Oggi è il Giorno della Memoria e ricordare significa prima di tutto chiedersi come sia stato possibile che un progetto criminale, mostruoso fin dai suoi primi intenti, come quello nazista, abbia potuto conquistare il cuore dell’Europa e espandersi fino ai suoi confini.
Bisogna ricordare l’infame imbroglio di chi si presentò come voce del popolo e deformando e stravolgendo parole che sembravano giuste, come ci ricordava Brecht, negò la vita a milioni di persone e con esse negò ogni principio di giustizia e solidarietà umana.
Non genericamente l’odio, ma un progetto politico razzista reazionario sostenuto dai grandi padroni, che voleva riprodurre in Germania il fascismo che già schiacciava l’Italia, questo bisogno ricordare del nazismo.
E ricordare significa ringraziare l’Armata Rossa e l’Unione Sovietica per aver dato il contributo determinante alla sconfitta del nazifascismo in Europa. “Non basteranno il tempo e le persone per ringraziare l’Armata Rossa“, scrisse Hemingway.
Se non ci fosse stata la resistenza al prezzo di venti milioni di morti del popolo sovietico, Hitler avrebbe probabilmente vinto la guerra e in ogni caso dominato l’Europa per un tempo tale che l’orrore di Auschwitz sarebbe stato infinitamente più vasto.
Quando le SS rastrellavano una popolazione la prima cosa che intimavano era: fuori gli ebrei ed i comunisti, che poi venivano assieme trucidati. Furono i comunisti le prime vittime politiche, ma anche gli indomabili avversari del nazifascismo. Il voto del Parlamento Europeo che equipara comunismo e nazismo, vittime e carnefici, è un insulto alla memoria e alla verità ed una miserabile operazione negazionista.
Thomas Mann scrisse che chi equipara comunismo e nazifascismo “puό presentarsi come democratico ma, in verità e nel profondo del cuore, egli è già fascista e di sicuro combatterà il fascismo in apparenza ed ipocritamente, ma con tutto l’odio soltanto per il comunismo”.
Il rigurgito di fascismo e razzismo oggi in Europa è anche figlio dell’anticomunismo che da decenni si diffonde e afferma, proprio nel continente che ottenne la sua liberazione grazie anche all’Armata Rossa e alle lotte partigiane.
Ecco perché oggi Giorno della Memoria bisogna ricordare e combattere i falsi che hanno hanno cancellato la verità e ridato forza ai mostri del passato.
Fonte
28/01/2016
27 gennaio - Il giorno della cattiva memoria
di Giorgio Cremaschi
Il 27 gennaio 1945 l'Armata Rossa liberava Auschwitz. L'Unione Sovietica ha dato un contributo decisivo alla sconfitta del nazismo, pagato con 20 milioni di morti. Oggi questa realtà è in corso di rimozione da parte di una Unione Europea che in Ucraina arma e sostiene un governo con forze neonaziste al suo interno. Forze e bande militari che esaltano le immagini e i simboli dei collaborazionisti degli sterminatori di Auschwitz.
Il Fatto Quotidiano denuncia l'accordo tra governo italiano e governo parafascista polacco per rimuovere il memoriale italiano nel campo di concentramento: per i polacchi è inaccettabile che siano citati Gramsci e i comunisti tra le forze combattenti e vittime del nazifascismo. Quando le SS rastrellavano un villaggio o un quartiere urlavano: fuori gli ebrei e i comunisti. Ma questi ultimi oggi vengono cancellati dalla cosiddetta memoria condivisa.
Shoah è il nome dell'Olocausto ebraico, Porrajmos quello del popolo Rom. Che viene costantemente ignorato o rimosso, eppure lo sterminio degli "zingari" da parte dei nazisti fu il secondo per dimensione dopo quello degli ebrei.
Ad Auschwitz c'era un distintivo particolare anche per i prigionieri omosessuali, anch'essi colpiti dallo sterminio nazista.
Alla base dello sterminio nazista c'era l'idea della razza e del popolo superiore e il rifiuto assoluto dell'eguaglianza. Per questo lo sterminio di ebrei e rom, degli omosessuali e dei comunisti. Era lo stesso progetto mostruoso e inseparabile. Per questo ogni rimozione in questa memoria alimenta i mostri. Ricordiamolo.
Il 27 gennaio 1945 l'Armata Rossa liberava Auschwitz. L'Unione Sovietica ha dato un contributo decisivo alla sconfitta del nazismo, pagato con 20 milioni di morti. Oggi questa realtà è in corso di rimozione da parte di una Unione Europea che in Ucraina arma e sostiene un governo con forze neonaziste al suo interno. Forze e bande militari che esaltano le immagini e i simboli dei collaborazionisti degli sterminatori di Auschwitz.
Il Fatto Quotidiano denuncia l'accordo tra governo italiano e governo parafascista polacco per rimuovere il memoriale italiano nel campo di concentramento: per i polacchi è inaccettabile che siano citati Gramsci e i comunisti tra le forze combattenti e vittime del nazifascismo. Quando le SS rastrellavano un villaggio o un quartiere urlavano: fuori gli ebrei e i comunisti. Ma questi ultimi oggi vengono cancellati dalla cosiddetta memoria condivisa.
Shoah è il nome dell'Olocausto ebraico, Porrajmos quello del popolo Rom. Che viene costantemente ignorato o rimosso, eppure lo sterminio degli "zingari" da parte dei nazisti fu il secondo per dimensione dopo quello degli ebrei.
Ad Auschwitz c'era un distintivo particolare anche per i prigionieri omosessuali, anch'essi colpiti dallo sterminio nazista.
Alla base dello sterminio nazista c'era l'idea della razza e del popolo superiore e il rifiuto assoluto dell'eguaglianza. Per questo lo sterminio di ebrei e rom, degli omosessuali e dei comunisti. Era lo stesso progetto mostruoso e inseparabile. Per questo ogni rimozione in questa memoria alimenta i mostri. Ricordiamolo.
27/01/2015
La giornata della memoria? "Non è stata istituita solo per gli ebrei"
«Il 27 gennaio sta diventando il giorno della falsa coscienza della retorica. Il limite principale, e il grande equivoco è di non aver capito, prima di tutto, che questa giornata non è stata istituita solo per gli ebrei. Il Giorno della Memoria doveva essere importante per una riflessione comune sull'Europa, sulle ragioni dello sterminio. Per rispondere alla domanda se tutto questo si è determinato per un incidente di percorso o se la degenerazione fosse iscritta nei geni dell'Europa. Parliamo della Germania ma magari ci dimentichiamo dei genocidi commessi dai fascisti italiani in Africa o della pulizia etnica nei paesi dell'ex Jugoslavia. La memoria ebraica non serve agli ebrei che lo sanno già ma dovrebbe essere un paradigma, un immenso edificio della memoria che possa servire anche agli altri».
[...] «Per questo, ripeto, la giornata deve diventare "delle Memorie" per rilanciare, attraverso l'edificio della memoria un'azione comune per portare pace, uguaglianza sociale e applicazione vera dei diritti. Una condizione universale dell'esistere dove ogni persona sia libera di circolare nel mondo senza restrizioni di diritti e di dignità»."
Moni Ovadia
Fonte
[...] «Per questo, ripeto, la giornata deve diventare "delle Memorie" per rilanciare, attraverso l'edificio della memoria un'azione comune per portare pace, uguaglianza sociale e applicazione vera dei diritti. Una condizione universale dell'esistere dove ogni persona sia libera di circolare nel mondo senza restrizioni di diritti e di dignità»."
Moni Ovadia
Fonte
27/01/2011
Il giorno della memoria
Il 20 luglio 2000, il Parlamento italiano partorisce la legge n° 211, che nel suo primo articolo così recita:
"La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati."
In pratica, quella legge sancisce l'allineamento del nostro Paese alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in memoria della Shoah.
Tanto per rompere gli indugi ancor prima che sì presentino, il sottoscritto considera suddetta celebrazione una sonora cazzata perché istituisce il ricordo per il solo genocidio nazi-fascista, dimenticando colpevolmente tutti i genocidi perpetrati nel corso della seconda metà del '900.
L'istituzione della giornata della memoria, simbolicamente, crea morti di serie A e morti di serie minori, mentre il sottoscritto pensa che i morti debbano ricevere dalla storia medesima dignità. Poco importa se la mattanza è avvenuta nell'Europa nazi-fascista, nella Cambogia dei Khmer Rossi, nel Cile di Pinochet, nell'URSS di Stalin, nell'Argentina della Giunta Militare, nella Serbia di Mladić, nella Nanchino occupata dai giapponesi, nella frontiera ovest dei nascenti USA o nell'Africa abbandonata a se stessa (almeno nei massacri) dagli ex colonizzatori europei.
La differente dignità e il diverso peso (mediante l'uso della "memoria") che sì assegna alle vittime dei genocidi e degli eccidi che hanno insanguinato la storia recente, serve esclusivamente a perpetrare un'immagine distorta della storia stessa, in cui sì mistificano regimi e popoli a ovvio favore di chi la storia la scrive perché ne ha conquistato la "proprietà" sui campi di battaglia o alla borsa di New York.
"La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati."
In pratica, quella legge sancisce l'allineamento del nostro Paese alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in memoria della Shoah.
Tanto per rompere gli indugi ancor prima che sì presentino, il sottoscritto considera suddetta celebrazione una sonora cazzata perché istituisce il ricordo per il solo genocidio nazi-fascista, dimenticando colpevolmente tutti i genocidi perpetrati nel corso della seconda metà del '900.
L'istituzione della giornata della memoria, simbolicamente, crea morti di serie A e morti di serie minori, mentre il sottoscritto pensa che i morti debbano ricevere dalla storia medesima dignità. Poco importa se la mattanza è avvenuta nell'Europa nazi-fascista, nella Cambogia dei Khmer Rossi, nel Cile di Pinochet, nell'URSS di Stalin, nell'Argentina della Giunta Militare, nella Serbia di Mladić, nella Nanchino occupata dai giapponesi, nella frontiera ovest dei nascenti USA o nell'Africa abbandonata a se stessa (almeno nei massacri) dagli ex colonizzatori europei.
La differente dignità e il diverso peso (mediante l'uso della "memoria") che sì assegna alle vittime dei genocidi e degli eccidi che hanno insanguinato la storia recente, serve esclusivamente a perpetrare un'immagine distorta della storia stessa, in cui sì mistificano regimi e popoli a ovvio favore di chi la storia la scrive perché ne ha conquistato la "proprietà" sui campi di battaglia o alla borsa di New York.
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