Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/01/2025

Olocausto e fiamma

Fratelli d’Italia partito di maggioranza relativa (con la modesta somma di voti di circa 6 milioni alle europee 2024) che esprime la presidenza del consiglio mantiene la “fiamma” nel proprio simbolo considerato elemento di continuità con il MSI, trasformato nel 1995 in AN per suggellare l’ingresso nell’area di governo con l’alleanza di centro-destra organizzata da Silvio Berlusconi e (con una intuizione davvero notevole) suddivisa in una duplice alleanza nell’occasione delle elezioni del 1994: al Nord connubio tra Forza Italia e la Lega allora Nord (secessionista con venature razziste all’epoca antimeridionali: Forza Vesuvio e Forza Etna tanto per intenderci) e al Sud tra Forza Italia e il MSI presentato come Alleanza Nazionale per via dell’ingresso di qualche residuo democristiano (Publio Fiori e Gustavo Selva, detto “Belva”, tra gli altri).

È bene che la Fiamma rimanga, non siamo certo qui a chiedere di rimuoverla tanto più che la fiamma del MSI richiama direttamente la Repubblica Sociale dell’ultima tragica fase del fascismo a fianco dell’invasore nazista.

In questi giorni di ricordo della “Memoria” dell’Olocausto e di forte ripresa della presenza di simboli che si richiamano a quella tragedia, con esponenti di Fratelli d’Italia ripresi con addosso le divise delle SS, è bene allora ricordare il ruolo vero che gli esponenti repubblichini ebbero in quella fase: esponenti repubblichini, primo fra tutti Giorgio Almirante che poi – nel dopoguerra – contribuirono a fondare il già richiamato MSI diretto progenitore (e rivendicato) dell’attuale Fratelli d’Italia.

Ne scrive lo storico Carlo Saletti in un suo articolo: “Gli uomini di Eichmann in Italia. Così la Shoah arrivò nel nostro Paese”.

Riprendiamo allora un punto centrale del testo di Saletti:
Il Partito Fascista Repubblicano tracciando le linee programmatiche del nuovo regime offriva di fatto un solido appoggio alla svolta impressa alla ‘questione ebraica’ nelle settimane precedenti. A metà ottobre (1943 n.d.r.) a conclusione del congresso di Verona aveva dichiarato gli ebrei “stranieri” e in tempo di guerra “appartenenti a nazionalità nemica” introducendo lo spirito delle leggi di Norimberga sul territorio della RSI.

Il 30 novembre il ministro dell’Interno Buffarini Guidi trasmetteva ai capi delle province (prefetti) l’ordine di arresto degli elementi considerati di razza ebraica, anche se discriminati, del loro internamento in appositi campi provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati e di confisca dei loro beni.

Tali decisioni convinsero l’alleato tedesco che le condizioni erano mature per un cambio di strategia nella caccia nella caccia agli ebrei nella penisola...

Alle forze di polizia italiane sarebbe spettato di identificare e fermare tutti gli ebrei per concentrarli poi nelle apposite strutture, agli specialisti del RSHA (tedeschi sotto il comando diretto di Eichmann) di organizzare i trasporti, per quello che il gergo nazista definiva come il ‘reinsediamento ebraico’.

Il prezzo di una tale collaborazione implicava la perdita delle autorità italiane degli arrestati e la subordinazione alla giurisdizione tedesca (un bell’esempio di sovranismo al contrario, ndr).
Vale allora la pena in questi giorni del ricordo rammentare questo fondamentale passaggio, aggiungendo la trilogia Partito Fascista Repubblicano, Movimento Sociale Italiano, Fratelli d’Italia: se qualcuno vuol pensare a un collegamento diretto di discendenza tra questi soggetti riteniamo sia libero di farlo.

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28/04/2024

25 aprile/4. Mussolini voleva scappare? Chiediamolo ai nazisti...

di Massimo Zucchetti

Dopo il 25 aprile, tutto crollò, per Mussolini. Il duce dimostrò, in quei giorni che gli restavano, molta confusione e indecisione, ma con il parametro costante della fuga e del tradimento, anche dei pochi che gli rimasero fedeli. I peggiori giorni della sua vita.

Spiace dover disilludere i nostalgici, ma la ricerca storica recente ha fugato i dubbi: anche con l’aiuto delle interviste ai nazisti SS della sua scorta. Molta letteratura, revisionista, ma anche non esplicitamente tale, nega l’intenzione di Mussolini di fuggire in Svizzera, basandosi più che altro sulle dichiarazioni pubbliche che l’ex-duce stesso fece nei mesi e nelle settimane precedenti.

Lo stupore ci prende ogni volta, quando viene dato credito, a volte anche da storici seri, alle dichiarazioni di Mussolini, sia pubbliche che private: era un uomo che si serviva della menzogna in maniera, per così dire, abile ed abituale [1, 2, 3].

Prima fuga: da Milano, la sera del 25 aprile

Mussolini, dopo la fallita trattativa in Arcivescovado, rientra in Prefettura e fugge da Milano, dove inizia l’insurrezione. L’ordine di partenza, impartito da Mussolini col motto “Precampo a Como!”, lascia ancora intendere ad Alessandro Pavolini, segretario del PFR e grande sostenitore del “Ridotto in Valtellina” (un progetto per trasferire quel che resta della RSI in montagna), che Mussolini ed i suoi lo attenderanno a Como per poi proseguire per Lecco e la Valtellina.

Ma prestiamo attenzione ai particolari. Appena prima di fuggire, Mussolini fa diramare un comunicato, fra gli ultimi della RSI, dove chiama tutti i fascisti della provincia o comunque nelle vicinanze a convergere su Milano, in zona Prefettura e Piazza San Sepolcro, per una estrema resistenza: un’ultima bordata di retorica basata sul “ritorno alle origini”, poiché in Piazza San Sepolcro a Milano vennero fondati nel 1919 i fasci di combattimento.

Il comunicato viene trasmesso per radio, ma anche attraverso altoparlanti a Milano: lo testimonia Sandro Pertini in una lunga intervista a Enzo Biagi.(1)

Da parte di Mussolini, questo è quindi un vero e proprio tradimento dei suoi ultimi seguaci, utilizzandoli per generare confusione ed approfittarne per svignarsela: parte per Como con i gerarchi e con la “scorta” SS del tenente Fritz Birzer. Gli ultimi fascisti milanesi lo implorano di non abbandonarli e di resistere con loro. Invano, naturalmente.

Figura 1. Mussolini esce dalla Prefettura il 25/4 sera: davanti, un motociclista tedesco e poi, con le insegne delle SS, l’auto dove probabilmente siede il tenente Birzer. Il duce sta su un’Alfa Romeo decappottabile ed ha come compagno, alla sua destra, Franco Colombo, Comandante della “Muti” (da: Pierfranco Mastalli, ‘autore del volume “L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)” [4].


Figura 2. Percorso della fuga di Mussolini (in rosso porpora, continuo). In giallo, il percorso più razionale (suggerito il 25 aprile da Pavolini e Fritz Birzer) per raggiungere la Valtellina: se non si pensava a fuggire in Svizzera, il “Precampo” lo si faceva la sera del 25 a Lecco, non a Como. In rosso tratteggiato le progettate ed abortite fughe verso la Svizzera, il 25 aprile sera da Como, e il 26 aprile, da Menaggio e Grandola [3].


Seconda fuga: da Como, la mattina presto del 26 aprile

Nelle giornate del 25 e 26 aprile, a Como, si concentrano numerosi gruppi di fascisti, provenienti dalle zone circostanti: Giorgio Bocca [2] parla della presenza di 6.000-7.000 uomini in totale a Como, ampiamente sufficienti – nonostante la demoralizzazione e la scarsa qualità – per asserragliarsi a difesa di possibili attacchi partigiani e attendere l’arrivo degli Alleati.

Invece, Mussolini scarta innanzitutto definitivamente l’opzione Valtellina: non ha nessuna intenzione di porsi alla testa dei suoi ultimi seguaci, ritenendo – forse giustamente – che quell’atto fosse soltanto il preludio alla sua cattura, evento al quale non era del tutto rassegnato.

Appare poi evidente che Mussolini – percorrendo la riva occidentale del lago di Como e non quella orientale, come aveva suggerito Pavolini la sera del 25 aprile – non si precluse la possibilità di fuga oltreconfine.

Como è molto vicina alla Svizzera, ma è anche un valico troppo noto, ed era andato riempiendosi di fascisti che si aspettavano di seguire il “capo”: ma un esodo di massa verso la Svizzera era improponibile, il valico di Chiasso era già stato chiuso dalle autorità svizzere; da qui, la decisione per la fuga antelucana di Mussolini verso Menaggio, con pochi seguaci.

Mussolini, oltre che tutti gli irriducibili di Como, cercò di ingannare anche Fritz Birzer e la scorta tedesca, che, scoperti i preparativi per la fuga da Como nelle ore antelucane del 26, volevano impedirglielo con i mitra puntati.

Assai significative sono le dichiarazioni dello stesso capo della sua scorta tedesca, Fritz Birzer, in una intervista rilasciata quasi quarant’anni dopo i fatti (Figura 3) e della quale riportiamo alcuni stralci, anche in seguito utilissimi(2):
Quando durante la sosta alla prefettura di Como, riuscii a mettermi in contatto telefonico con un aiutante dell’ambasciatore Rahn che si trovava al consolato tedesco di Milano e gli chiesi istruzioni, temendo un tentativo di fuga di Mussolini in Svizzera, la risposta che ricevetti fu: “Qui non c’è più nessuno, non so cosa dirle. Agisca come meglio crede e se Karl Heinz tenta di fuggire, lo uccida”.

Karl Heinz era il nome in “codice” usato da noi tedeschi per riferirci a Mussolini. Dopo la telefonata al consolato mi recai dal comandante del presidio militare tedesco di Como e gli dissi: “Signor Ortskommandant, sono qui col duce e temo che voglia tagliare la corda. Che cosa mi consiglia di fare?”

Mi rispose: “Io ho a disposizione trenta uomini, e lei quanti ne ha?” “Una trentina anch’io”, precisai. “Bene – osservò il capitano – allora insieme abbiamo sessanta uomini e siamo abbastanza forti per trattenerlo. Lo faccia prigioniero!”
Mussolini, davanti ai mitra puntati dei tedeschi, convinse ancora Birzer a far abbassare i mitra ai suoi ed a seguirlo verso Menaggio, teoricamente in direzione Merano e poi Brennero: in realtà, come vedremo, con un ultimo guizzo in direzione Grandola, Albogasio e la Svizzera.

Non furono da meno i gerarchi fascisti – presenti in folto numero a Como quella mattina del 26; nessuno ebbe il coraggio di restare a Como per organizzare la difesa e affrontare lo scontro coi partigiani: terrorizzati, tutti i pesci grossi seguirono Mussolini in fuga, mentre gli altri scapparono disordinatamente per proprio conto.

Terza fuga: da Menaggio verso la Svizzera, il 26 aprile 1945 pomeriggio

Mussolini e i gerarchi giungono a Menaggio verso le sei del mattino, senza incontrare ostacoli. Successivamente, dopo un breve riposo, in tarda mattinata, proseguono da Menaggio, ma non lungo il lago: imboccano una ripida strada che ascende verso Grandola e il confine svizzero lungo una valle laterale, abbandonando quindi la strada lungolago.

Grandola dista appena quindici chilometri di strada carrozzabile lungo la sponda nord del lago di Lugano; anche contando le cattive condizioni delle strade e gli ostacoli di allora, Mussolini era a venti minuti dalla salvezza in Svizzera.

Pare che Mussolini avesse avuto notizia che, nella caserma della 53a Compagnia della Milizia Confinaria di Grandola, si concentrasse ancora un numeroso contingente di militi fascisti, che avrebbero potuto liberarlo dalla sua prigionia di fatto.

Mussolini, in quella sua colonna in fuga, aveva come unica forza armata la scorta tedesca di Birzer, che assolutamente non voleva e poteva permettergli di fuggire in Svizzera. Forse il duce avrebbe potuto affrancarsi dal suo ruolo di prigioniero de facto dei tedeschi, forte di una ritrovata milizia di seguaci fascisti. Forse poteva far scontrare e uccidersi fra loro i miliziani fascisti e gli SS tedeschi, mentre lui, “Benito il coraggioso”, incurante delle perdite (altrui) scappava verso la Svizzera.

Immaginiamo la delusione dell’uomo, quando, giunto a Grandola, trovò la caserma praticamente deserta, abbandonata in gran fretta dai miliziani fascisti nei giorni precedenti.

Mussolini si trattenne a pranzo a Grandola, ma sempre prigioniero de facto delle SS di Birzer. Due gerarchi, Buffarini Guidi e Tarchi, partirono in auto costeggiando la sponda nord del lago di Lugano, direzione Albogasio e Svizzera.

Buffarini Guidi era convinto che, se anche le autorità svizzere non avessero fornito loro asilo, i due avrebbero sfondato le barriere con la macchina e “una volta di là, ci tengono”: non aveva previsto di non riuscire ad arrivarci, al confine.

Figura 3. L’intervista del 1981 a Fritz Birzer, pubblicata in due puntate (1.3.81 e 3.3.81) sul quotidiano veronese “L’Arena”.


Meta della fuga era la tranquilla cittadina di confine di Albogasio-Oria, sul Lago di Lugano, un valico con la Svizzera che si pensava fosse poco sorvegliato, a due passi da Lugano: il percorso, da farsi interamente in automobile, prevedeva di percorrere l’attuale Strada Statale 340 lungo il tratto della sponda nord del Lago di Lugano in territorio italiano, passando da Porlezza, Cima e appunto Albogasio.

Ma a metà strada fra Grandola e il confine, a Porlezza, i due gerarchi fascisti mandati in avanscoperta, nonostante i documenti falsi e la loro non eccessiva notorietà, oltretutto in piccolo gruppo, vengono comunque riconosciuti ed arrestati dai finanzieri che – anche qui come a Milano e a Dongo – collaboravano coi partigiani.

Mentre due automobili con i gerarchi in avanscoperta sono state bloccate, una terza è riuscita a tornare indietro e ad avvertire il duce. Mussolini capisce che fuggire in Svizzera non è più possibile, e torna a Menaggio, sperando di mescolarsi ai tedeschi in fuga verso la Germania.

Ancora Birzer dice:
Fu a Como che incominciai a capirlo. Per recarsi in Valtellina, da Milano, non si passa da Como, e tanto meno si sceglie la via occidentale del lago.

Ma i miei dubbi aumentarono quando Mussolini tentò di partire da Como a mia insaputa, alle 4.40 del 26 aprile. Perché voleva andarsene senza la sua scorta tedesca, da lui tante volte elogiata? E tutti sanno che glielo impedii con i mitra dei miei uomini puntati.

A Grandola poi i miei dubbi si fecero più consistenti. Perché Mussolini era salito in quella località, a pochi chilometri dal confine svizzero, abbandonando la litoranea Menaggio-Dongo? E perché aveva mandato Buffarini-Guidi e il ministro Tarchi al confine?

Soltanto al ritorno da Grandola verso Menaggio, nella sera del 26, Mussolini mi disse: “Birzer, dica ai suoi uomini di prepararsi, partiamo subito per Merano”.
Nella scorta di Mussolini – dal 26 aprile – era presente anche il Capitano Otto Kisnat (Kriminal Inspektor dei servizi segreti di sicurezza delle SS). Kisnat in una sua intervista del 1968 al giornale “Epoca”(3) (Fig. 4), riferisce un particolare riguardante l’arresto dei gerarchi Buffarini Guidi e Tarchi; Kisnat asserisce che Mussolini gli disse, a Grandola:
«Li ho mandati io a trattare con le autorità di confine la possibilità di passare in Svizzera col mio seguito... ma ora ciò non è più possibile. Partiremo domani, presto, per Merano».
Da queste testimonianze, e da un semplice sguardo ad una cartina geografica, si può quindi capire il motivo della fuga di Mussolini.

Figura 4: Intervista a Otto Kisnat del 1968. Epoca, 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935


Figura 5. Il progettato percorso della fuga in Svizzera di Mussolini, 26 aprile 1945, partendo da Grandola, a soli 15 km dal confine. Porlezza, dove vennero arrestati Buffarini Guidi e Tarchi, era circa a metà strada lungo questo tragitto.


Quarta fuga: da Menaggio verso la Germania, il 27 aprile mattina

Sopraggiunge a Menaggio, in serata del 26 aprile, un convoglio militare tedesco – della contraerea “FlaK” – in ritirata verso Merano e la Germania, che si ferma appunto nel paese per la notte: 38 autocarri e oltre 200 soldati ben armati. Sembra una fortunata coincidenza, anche se sono molte formazioni militari tedesche, in quelle convulse giornate, che si ritirano verso il Brennero.

Fritz Birzer, il tenente tedesco che scorta Mussolini, con il compito di condurlo in Germania, caldeggia naturalmente l’idea di aggregarsi tutti alla ben munita colonna dei camerati tedeschi, e la mattina seguente proseguire con loro per Merano e poi per l’agognato Brennero.

Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, quasi cento persone), partono verso le 6:00 del mattino del 27, aggregati alla colonna della FlaK; lunga circa un chilometro, alle 07:15, viene bloccata appena fuori dall’abitato di Musso, 12 km più a nord, da un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di alcuni tronchi d’albero messi di traverso in un punto molto stretto della via lungolago, presidiati da pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” [5-6], comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”.

Dopo una breve sparatoria, i partigiani (inizialmente, non più di una dozzina, armati di pistole e mitra) intimano la resa alla colonna di oltre 200 militi. Solo fino ad un mese prima, sarebbe stata una carneficina per il gruppetto partigiano, ma ora si era a fine aprile: iniziano le lunghe trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio.

Il Brigadiere della Guardia di Finanza Giorgio Buffelli, che con gli altri suoi commilitoni collaborò quel giorno a Dongo con i partigiani della 52a per mantenere l’ordine, scrisse nella sua relazione sui fatti di Musso [3].
“Alle ore 13 circa fecero ritorno i parlamentari e il comandante Pedro ci comunicò che il comando di Chiavenna aveva deciso di lasciar passare i tedeschi, armati, senza fare uso delle armi; nessun italiano però doveva passare con la colonna stessa e per cui noi dovevamo visitare tutte le macchine per tale scopo. Per cui fu deciso di far proseguire la colonna fino a Dongo dove ebbe luogo la visita a tutti gli automezzi”
Figura 6. Musso (CO), punto esatto dove la colonna tedesca con Mussolini e i gerarchi venne bloccata dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi, la mattina presto del 27 aprile.


L’esito della trattativa, con l’accordo con i tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna: era importantissimo poterli catturare.

Quinta fuga: travestimento finale!

A quel punto, ultimo colpo di teatro: Mussolini, su consiglio di Birzer e con il permesso del Comandante della colonna tedesca, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale tedesco, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco.

A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di imitare il comportamento di Mussolini nel convoglio, nascondendosi come lui. La letteratura revisionista ha tentato di negare il travestimento del duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:
Su questo episodio nessuno può minimamente smentirmi, perché fui io stesso a ordinare a un sergente della FlaK di consegnare a Mussolini cappotto ed elmetto. Lo feci perché ritenevo che soltanto in quel modo, confondendosi con i nostri soldati, sarebbe forse riuscito a sfuggire ai partigiani.

Il capitano Kisnat era presente alla scena, ma non disse nulla, né per opporsi alla mia iniziativa né per approvarla. Claretta Petacci invece supplicò il duce di ascoltare il mio consiglio. Così Mussolini, anche se malvolentieri, indossò il cappotto della FlaK e si mise l’elmo d’acciaio sotto il braccio. Salì poi sul camion dalla parte posteriore per non essere visto dai partigiani che si trovavano davanti alla nostra colonna.
Durante l’ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, – condotta dai partigiani sotto la direzione di un maresciallo della Finanza, Francesco Di Paola – Mussolini, nascosto sotto una panca del camion n. 34, viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri: viene subito avvertito il più alto in grado nelle immediate vicinanze, cioè il vicecommissario politico Urbano Lazzaro “Bill”.

Bill sale sul camion, riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi [6]: “Camerata!”, “Eccellenza!”, dice a voce alta Bill, ma Mussolini fa finta di nulla e non si muove. Bill allora dice a voce ancora più alta “Cavaliere Benito Mussolini!”. Al che “il duce” ha un soprassalto e lentamente si alza in piedi: Bill lo disarma del mitra e di una pistola, lo arresta e lo porta nella sede comunale.

Figura 7. Eccellente interpretazione di Rod Steiger nel film di Carlo Lizzani del 1974: “Mussolini ultimo atto” (con Lisa Gastoni e Franco Nero). Qui una immagine del film, il momento dell’arresto a Dongo.


Riferimenti

[1] Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Laterza 1966.

[2] Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini, Mondadori, 1995.

[3] Massimo Zucchetti, Mussolini ultimi giorni, Smashwords 2018, scaricabile gratuitamente qui.

[4] Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), Ed. Cattaneo, aprile/giugno 2011.

[5] Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo ultima azione, Mondadori, Milano, 1962

[6] Urbano Lazzaro, Il compagno Bill: diario dell’uomo che catturò Mussolini, SEI, Torino, 1989

Note

1) Enzo Biagi, Pertini ricorda l’incontro con Mussolini, 25 aprile 1945. Dal minuto 6:40.

2) Jean Pierre Jouvet, Da Como a Dongo. Verità sull’arresto di Mussolini. Intervista con Fritz Birzer, Il Comandante della scorta tedesca, “L’Arena” di Verona, 1.3.81 e 3.3.81.

3) Giuseppe Grazzini, “Il Tenente (sic) Kisnat sono io”, Epoca, 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935.

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20/09/2023

Ciclo finale del fascismo storico, fogna perenne del fascismo di sempre

Anche se la data fondativa dello stato fantoccio del “Reich” nazista associato alla cittadina di Salò sul lago di Garda e in provincia di Brescia è teoricamente il 23 settembre, è stato ieri – il 18 – l’80° anniversario del discorso di Mussolini alla radio tedesca di Monaco di Baviera.

Annunciava la ripresa dell’alleanza con Germania e Giappone e i suoi presupposti, con la rifondazione, sotto ” tutela” delle “baionette” hitleriane, del Partito Fascista, ovviamente – secondo direttive emanate sempre dalla Germania il giorno 15 – diventato ” repubblicano” dopo la defezione della monarchia sabauda, ormai ex alleata dopo la destituzione e l’arresto del “Duce” del 25 luglio 1943.

Duce che del resto, il 12 settembre, nonostante lo scetticismo delle gerarchie naziste verso qualsiasi ipotesi neo-fascista nell’Italia occupata, dopo l’armistizio con gli anglo-americani del giorno 8, era stato liberato da un commando tedesco di parà e agenti segreti delle SS-SD guidate dal maggiore Otto Skorzeny dalla sua brevissima prigionia a Campo Imperatore, sul Gran Sasso in Abruzzo, dove il governo militare post-fascista del Maresciallo Pietro Badoglio lo aveva incarcerato.

La nuova retorica del fascismo “repubblichino”, sin dal famoso discorso di Radio Monaco, diventava emblematica certo di tutto il wagneriano “crepuscolo degli Dei” finale del regime, ma anche dell’essenza meta-storica del fascismo in senso generale.

Fra inconsistenza – e incoerenza – ideologica e la sua tendenza a camuffare la funzione reazionaria con linguaggio e pretese “rivoluzionarie”, senza scrupolo di contraddizione nelle realtà concreta.

Con l’accenno alla natura sociale – diventata parte della denominazione ufficiale della “Repubblica” fascista a partire dal dicembre 1943 – venivano rimossi 20 anni di collusione e dualismo fra Mussolini e Re Vittorio Emanuele III di Savoia e con tutto il mondo conservatore che la corte reale incarnava, dalla casta militare alle vecchie aristocrazie.

Il tutto nel disperato tentativo di recuperare quella dimensione di massa e “populista” che sin dal marzo del 1943 scioperi e manifestazioni operaie contro la guerra, nei grandi centri industriali del nord, mettevano in discussione.

Ma qualsiasi pretesa di riciclare il fascismo come un fenomeno “giacobino” o addirittura para-socialista sarebbe naufragato in pochi mesi proprio di fronte alla volontà dei padroni tedeschi, in particolar modo del generale SS Karl Wolff (massimo arbitro politico della gestione dell’occupazione in Italia), e della necessità della “repubblichina” di mantenere rapporti diretti con la grande borghesia industriale italiana.

Nel mentre la partecipazione dei ceti popolari alla Resistenza – compresa quella urbana, con i GAP comunisti – isolava socialmente in modo ulteriore il nuovo regime.

Altre ambizioni frustrate dalla realtà di fatto del Mussolini di Radio Monaco costringevano il fascismo “repubblichino” a riadattarsi.

La mancata adesione al nuovo esercito di leva del Maresciallo Rodolfo Graziani della stragrande maggioranza – l’85% – dei militari italiani deportati dopo l’8 settembre dai nazisti in Germania e Polonia, spingeva il regime di Salò, dominato soprattutto da figure del vecchio squadrismo (compreso il nuovo ‘segretario del Partito’, il gerarca fiorentino Alessandro Pavolini), ad affidarsi quasi esclusivamente alla forza paramilitari di milizie personali, come la famigerata X° Mas.

Mentre la “Guerra grossa” contro gli anglo-americani veniva delegata ai tedeschi, dando il proprio contributo bellico quasi esclusivamente alla repressione anti-partigiana e al rastrellamento degli ebrei italiani.

Mentre dopo 20 anni di retorica mussoliniana su sacri confini i “patriottici” fascisti accettavano la semi-annessione del Trentino-Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia alla Germania nazista, in due governatorati, rispettivamente l’ OZAV e l’ OZAK.

Contemporaneamente, la volontà di “normalizzare” istitutuzionalmente l’immagine del nuovo regime – in contraddizione con la fraseologia rivoluzionaria – cozzava con il mancato riconoscimento diplomatico della “repubblichina” da parte dei paesi neutrali, compresi i filo-fascisti Spagna e Portogallo.

Tanto era screditata la retorica bellica di Mussolini (a parte Germania e Giappone, solo Ungheria e Romania filo-naziste e la Repubblica cinese di Nanchino, fantoccio dei giapponesi, mandarono diplomatici a Salò). Era, appunto, l’ultimo necessario adattamento del futuro appeso di Piazzale Loreto: da primo degli alleati-vassali di Hitler a semplice “gaulaiter”, governatore indigeno del “nuovo ordine europeo” nazista, dominato da gerarchie razziali che certo non prevedevano gli italiani al primo posto.

Una parabola comunque non chiusa dalla fine della guerra, perché lo sdoppiamento fra pretesa natura anti-sistemica e istituzionalizzazione in senso conservatore classico si nota nella destra post-fascista anche di oggi: vedasi il finto “sovranismo” di Giorgia et similia.

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25/07/2019

25 luglio 1943 - Il crepuscolo del Duce

Nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo votò a maggioranza assoluta un ordine del giorno che imponeva a Benito Mussolini di rimettere i suoi poteri al Re e rinunciare al comando supremo delle forze armate, con la finalità di ripristinare – sotto qualche aspetto – lo Statuto Albertino.

L’avventura bellica dell’Italia, alla quale il Duce aveva opportunisticamente voluto dare inizio nel giugno del 1940, quando le armate dell’alleato tedesco si trovavano ormai alle porte di Parigi, si stava via via rivelando una disfatta. (‘Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti per potermi sedere da ex-belligerante al tavolo delle trattative‘, aveva detto il 26 maggio 1940).

A El Alamein, il 23 ottobre 1942 era stata definitivamente persa la guerra d’Africa. La ritirata dalla Russia – nel gennaio 1943 – era stata un’ecatombe. Le forze armate degli Alleati angloamericani erano sbarcate in Sicilia il 10 luglio e i bombardamenti delle città andavano crescendo di intensità.

Fra la popolazione, sempre più stremata dalla guerra e dalle ristrettezze economiche, crescevano il malcontento – manifestato anche con scioperi nelle fabbriche di Milano e Torino – ed il distacco nei confronti del Regime. Nonostante il tentativo operato da Mussolini di offrire un mutamento di immagine del Regime con un rinnovamento della compagine di governo, l’insoddisfazione nel paese veniva ormai colta persino nelle gerarchie interne all’apparato fascista. Lo stesso Re, Vittorio Emanuele III, cominciava a divisare piani per tentare di modificare il corso degli eventi.

La mossa preferenziale da compiere appariva, ormai, la liquidazione di Mussolini. A gennaio Roosevelt e Churchill si erano incontrati a Casablanca e dal quel vertice avevano fatto intendere che un’eventuale resa da parte di una paese dell’Asse non sarebbe in alcun modo stata trattata con capi fascisti.

Come altre volte era accaduto nel corso della storia degli umani eventi, si mise all’opera un processo di eterogenesi dei fini. Nell’intento di promuovere una campagna di galvanizzazione degli italiani, il Duce chiese ai più noti maggiorenti del partito un impegno a tenere ovunque comizi propagandistici. Incontrò però, da parte di questi, una seria opposizione.

Le critiche dei gerarchi si appuntarono soprattutto sul fatto che Mussolini aveva, negli ultimi anni, oltremodo accentrato su di sé il potere. Scattò così l’occasione per chiedere al capo del Regime la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo (il quale non veniva consultato dal 1939). Mussolini, trovatosi alle strette, il 20 luglio acconsentì.

A partire dal 1925 il Regime fascista aveva progressivamente abolito il regime parlamentare, che aveva retto il regno d’Italia fin dalla sua costituzione nel 1861 (sulla base dello Statuto del regno di Sardegna). Inversamente, aveva acquisito sempre maggiore importanza il Gran Consiglio del Fascismo, istituito il 15 dicembre del 1922.

Il Gran Consiglio del Fascismo era un organo di rilevanza costituzionale. Era formato da tutti i principali gerarchi fascisti ed era deputato a esprimere pareri su numerose questioni di carattere costituzionale – come le attribuzioni del governo e la composizione delle camere – e perfino su questioni riguardanti i poteri e le prerogative della Corona. Ufficialmente, teneva anche una lista di potenziali ‘candidati’ alla Presidenza del Consiglio (da sottoporre al Sovrano).

Era stata la Legge n. 2693 del 9 dicembre 1928 a fissare le attribuzioni del Gran Consiglio, erigendolo a ‘organo supremo’ e chiamandolo al coordinamento delle attività del Regime. Le adunanze venivano convocate e presiedute dal Capo del governo.

La ‘costituzionalizzazione’ del supremo organo, con il suo bagaglio di attribuzioni ‘invasive’ del campo monarchico – in particolare nella successione al trono e nella nomina del capo dell’esecutivo – venne vista come lo spostamento, a favore del Duce, dell’equilibrio di forze all’interno della diarchia ‘Capo del Fascismo – Casa Regnante’.

Tuttavia, restava aperta la possibilità che il Gran Consiglio si ponesse in posizione antagonistica nei confronti del governo. La sconsolante condizione in cui Mussolini aveva messo il paese sortì l’effetto di rendere concreta quella possibilità e, parallelamente, di provocare – dopo un quindicennio di anonimato – la risoluzione del Re di dare il benservito al Duce.

Dino Grandi, fra i fondatori del Fascismo e già ministro di Mussolini, aveva predisposto un ordine del giorno mirato al ‘ritorno allo Statuto Albertino’ – con la riappropriazione, da parte degli organi costituzionali, delle funzioni loro destinate – e al conferimento al Re del comando supremo delle Forze armate. L’ordine del giorno era circolato fra i gerarchi fascisti nei giorni precedenti alla convocazione del supremo consesso. Mussolini stesso, il giorno 22, era stato messo al corrente del contenuto.

Alle 17:15 del 24 luglio Mussolini entrò nella ‘Sala del pappagallo’ di Palazzo Venezia. Il Gran Consiglio era al completo dei suoi 28 membri. Come di rito, fu lui ad aprire la riunione. Espose ai presenti una lunga relazione. In sostanza, addossò il deludente andamento delle operazioni militari ai generali dello Stato Maggiore e sottolineò la necessità di proseguire la guerra al fianco della Germania. Si dichiarò disponibile a rinnovare – con ‘un giro di vite’ – i vertici militari incaricati di condurre la guerra e la stessa struttura di governo.

Dopo vari interventi e la presentazione di altri ordini del giorno – peraltro accomunati dal riconoscimento della necessità di cambiamenti nel governo e dalla restituzione al Monarca della gestione delle forze militari – fu il turno di Dino Grandi. Questi, nel pronunciare l’attacco più duro che in vent’anni di regime si fosse mai udito, ribadì la necessità che fosse Vittorio Emanuele III ad assumere l’iniziativa politica ed il comando delle forze armate. Pretese, con la frase ‘si esce solo dopo che il mio ordine del giorno sarà stato messo ai voti‘, la prosecuzione della seduta anche dopo un tentativo di Mussolini di rinviare la stessa al giorno dopo.

L’ordine del giorno Grandi ebbe la maggioranza assoluta: 19 voti a favore – fra cui quello del genero di Mussolini, Galeazzo Ciano – uno astenuto, otto contrari. Alle 2:40 il Duce ‘sfiduciato’ chiuse la seduta. Pare che abbia detto: ‘con questo voto avete provocato la crisi del regime‘.

I resoconti della drammatica riunione narrano di un’autodifesa – tutto sommato – blanda e rassegnata da parte del Duce. È stato ipotizzato che tale contegno rivelasse il fine di un discarico, circa le responsabilità della resa al nemico, in capo ai firmatari dell’ordine del giorno redatto da Grandi.

Altre ipotesi contemplano la possibilità che il Capo del Fascismo fosse fiducioso di riuscire a trovare un accomodamento con il Sovrano (avuto riguardo, in particolare, alla remissione a quest’ultimo della gestione delle Forze armate deliberata dal Gran Consiglio).

Egli non si aspettava di certo che, il giorno seguente, sarebbe stato arrestato.

Come lo stesso Mussolini declamò da Radio Monaco qualche giorno dopo essere stato liberato da un commando tedesco sul Gran Sasso (operazione datata 12 settembre del ’43), il colloquio avuto con Vittorio Emanuele III a Villa Savoia era durato meno di venti minuti. Il Re, che della notte precedente sapeva già tutto, gli aveva aspramente rinfacciato che il Paese andava a rotoli e gli aveva comunicato di averlo rimpiazzato al vertice del governo. Il nuovo Presidente del Consiglio era il maresciallo Pietro Badoglio.

Fatto salire su un’ambulanza da due carabinieri mentre si trovava ancora all’interno della residenza reale – con grave disdoro della Regina Elena – il destituito Duce venne tradotto in una caserma romana. Cinque ore dopo, il vincitore di Addis Abeba pronunciò al giornale radio la famosa frase sibillina: ‘la guerra continua‘. (Poi, l’8 di settembre sarebbe stata annunciata la firma dell’armistizio con le Forze alleate a cui avrebbe fatto seguito la ‘fuga’ a Brindisi della famiglia reale).

Nonostante Benito Mussolini fosse stato formalmente insediato a reggere la Repubblica di Salò, la fase discendente della sua parabola proseguiva. Egli stesso, nella sua corrispondenza con Claretta Petacci dalla sua ‘prigione’ sul Lago di Garda, giunse a definirsi ‘un fantoccio grottesco’. (Non poteva prendere alcuna decisione senza il benestare dei nazisti, che – fra l’altro – lo controllavano a vista).

Dopo un processo farsesco, dei 19 dissidenti che la notte del 24 luglio avevano appoggiato l’ordine del giorno di Dino Grandi, 6 vennero fucilati il giorno 11 gennaio del ’44 a Verona. (I restanti non furono trovati, mentre Tullio Cianetti, che aveva ritrattato il suo voto la mattina del 25 luglio, fu risparmiato). Fra di essi vi fu anche Galeazzo Ciano, il marito di Edda, la figlia primogenita di Mussolini. Si trattò di un episodio di vendetta tanto veemente quanto inutile. La Repubblica di Salò si distinse soltanto per la sua cruenza e per il suo spirito repressivo.

Il 25 aprile del ’45 presso l’Arcivescovado di Milano, alla presenza del Cardinale Schuster, Mussolini ricevette da parte di una delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia la richiesta di resa incondizionata. Disse ai presenti che si sarebbe recato a parlarne con i tedeschi e avrebbe fatto ritorno dopo un’ora. Invece lasciò Milano.

Il Duce venne catturato il giorno seguente – da una divisione Partigiana – mentre tentava di risalire il Lago di Como approfittando di una colonna di automezzi tedesca diretta verso il confine. Giustiziato a Giulino di Mezzegra, il cadavere venne esibito – insieme a quelli di Claretta Petacci e di vari gerarchi della Repubblica sociale – il 28 aprile in Piazzale Loreto a Milano.

Il 25 e il 26 luglio del 1943 la gente aveva manifestato la caduta del Regime fascista con scene di giubilo. Ma purtroppo, come detto, il corso degli eventi che avrebbe portato alla pace e alla fondazione dello stato democratico dovette essere ancora lungo e punteggiato di tragedie (con la ferale occupazione nazista, il sanguinario Regime collaborazionista di Salò, la guerra di liberazione).

Le stesse dalle quali poté, tuttavia, emergere una coscienza civile e politica di massa. Qualcosa della quale oggi, pur effettuati i doverosi distinguo, si sente nuovamente la mancanza.

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26/02/2018

“Il tradimento tedesco”, di Erich Kuby

Ci sono libri che bisogna assolutamente leggere e fare conoscere, libri che tolgono il velo di Maya delle narrazioni folkloristiche della storia e la mostrano in tutta la loro crudezza mostrando anche la miseria della dimensione umana di supposti potenti. Uno di questi libri è “Il Tradimento Tedesco” di Erich Kuby, giornalista ed editorialista tedesco sempre molto critico con la Germania postbellica, troppo incline a perdonare e dimenticare, una Germania che solo sotto la spinta di Kuby e di altri giornalisti come Hannah Arendt ha fatto molto parzialmente i conti con la Germania Nazista e gli orrori da essa creati.

Purtroppo questo libro, come molti altri di valore, dagli anni '90 del secolo scorso non è stato più ristampato, mentre non mancano le ristampe di narrazioni false e tossiche di chi descrive supposti assassini e supposte atrocità da parte dei partigiani, o che parla, con la lacrimuccia facile, di “sangue dei vinti”.

Kuby non appartiene a questa schiera; soldato della Wehrmacht sino alla fine della guerra, obtorto collo come molti suoi camerati, non ha mai risparmiato critiche al tentativo poco velato di una bella lenzuolata per cancellare tutto. In questo ed altri suoi libri, come “I Russi a Berlino”, critica ferocemente il regime nazista non solo accusandolo delle atrocità commesse, ma anche della pochezza, meschinità, squallore di tutti i suoi appartenenti e mostrando Hitler per quel mostro che è stato.

Ne “Il Tradimento Tedesco” svela molto chiaramente, utilizzando interviste e documenti storici inoppugnabili, come i nazisti, ed Hitler in primo luogo, abbiano sempre e comunque disprezzato e svilito i loro alleati italiani e lo stesso regime fascista, di come abbiano ingannato e mentito sottacendo anche informazioni indispensabili, non tenendo in alcun conto il loro “primo alleato”.

Per esempio, è ormai acclarato che l’informazione dell’invasione dell’URSS sia stata data a Mussolini nella notte, ormai a invasione iniziata, come si fa con un servitore.

Ancora di più Kuby si sofferma su Mussolini ed i suoi gerarchi, accusando – con prove – il primo di essere ondivago, indeciso, incerto, di non avere una politica estera, di essere soggiogato dalla fascinazione per Hitler ed alla fine di fare sempre tutto ciò che gli ordinava il mostro. Parole di apprezzamento ha invece per la figura di Ciano che, ancora in carica come ministro degli esteri, scongiurava “il Duce” prima di non allearsi con i tedeschi, poi di non entrare in guerra e infine, dopo il Gran Consiglio in cui Mussolini fu esautorato dai suoi stessi camerati, di mantenere una parte di “dirittura morale” (per quanto ne potesse avere un gerarca) e di essere stato condannato a morte da Hitler, che ordinò la vendetta a Mussolini.

Ciò che segui fu l’occupazione e la spoliazione dell’intera penisola, con 800.000 deportati fra militari e operai specializzati, la creazione della Repubblica di Salò, un fantoccio diretta in tutto e per tutto dai tedeschi e le stragi e le distruzioni che ne seguirono.

Da giornalista rigoroso, Kuby tratteggia con disprezzo la figura di Vittorio Emanuele III, della casa reale e dell’alto comando dell’esercito che si diedero alla fuga, abbandonando, come ben si sa, la nazione nel caos e facile preda delle divisioni naziste incalzanti. Da notare come questa situazione fosse già stata prevista e pianificata dall’OKW (Ober Kommando der Wehrmacht) che con un piano particolareggiato aveva pianificato l’occupazione e le ruberie in Italia. Mussolini sapeva tutto questo, magari anche solo in parte, dato che l’“alleato germanico” lo tenne prigioniero fino alla fine.

In particolare l’autore sottolinea lo squallore della gerarchia fascista, in maggioranza fuggita in Germania a fare la bella vita ed in parte nascosta, pronta a vendersi ai tedeschi o a consegnarsi agli alleati; e che, dopo la costituzione dell’RSI si abbandonò a corruzione e ruberie accumulando ingenti patrimoni.

Kuby non risparmia nemmeno Badoglio, che durante il fascismo si era arricchito a dismisura e, dopo avere abbandonato i suoi soldati ed essersi consegnato mani e piedi agli alleati, continuerà ad arricchirsi.

Solo pochi furono coloro che scelsero di unirsi ai gruppi partigiani in formazione, Kuby ricorda con particolare apprezzamento il colonnello Montezemolo che, dopo l’8 settembre, divenne una colonna portante di coloro che operavano in clandestinità a Roma sotto i nazisti.

Da ultimo l’autore disegna la ferocia delle SS, in particolare Kappler a Roma, trovando incredibile che, dopo essere stato condannato all’ergastolo, fosse poi liberato con un’azione clandestina dai contorni oscuri e che avesse potuto rientrare in Germania; “e poco mancò che nel paesello si adornassero di bandiere per festeggiare il ritorno del figlio”.

Non mancano neanche testimonianze sui soldati tedeschi e membri della SD e delle SS. I primi, capaci delle peggiori atrocità contro civili inermi per poi ritrovarsi con i propri camerati a sparlare di Hitler; gli altri, come fedeli servitori “che operavano su cuscinetti a sfera” efficienti e feroci nella loro banalità, tanto ben tratteggiata dalla Arendt nel processo ad Eichmann.

Ci sarebbero tanti altri particolari di rilievo, ma voglio solo ricordare le testimonianze sul comportamento dei gerarchi e su Graziani in particolare, alla fine della guerra, tutti a correre verso gli alleati e a spergiurare di non essere mai stati veramente fascisti, tranne coloro che furono giustamente fucilati dai partigiani, gli unici a conservare la dignità.

Tutto questo e molto di più si trova nel libro, corredato e corroborato da prove storiche inoppugnabili. Invito tutti a leggerlo per fare chiarezza su un periodo storico che non è terminato nel 1945, ma proseguito con i lutti che ben sappiamo fino alla riabilitazione dell’orrendo periodo ai giorni nostri.

Il testo può essere trovato in varie edizioni nel commercio on line, ma suggerisco l’edizione Supersaggi Bur del 1996, secondo me la più completa; in alternativa può essere trovato in biblioteche pubbliche mediamente fornite. Da leggere e fare conoscere.

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