Come scrive nell’estate 1942 un soldato italiano in Slovenia, «Abbiamo distrutto tutto da cima fondo, senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano solo di muoversi, tiriamo senza pietà e chi muore muore».
Tutto questo è pazzesco, ma in Italia un criminale in divisa come Roatta verrà prosciolto nel 1948. La fuga in Spagna e l’assoluzione finale sono il prezzo del suo silenzio sulle gravi responsabilità del “maresciallo d’Italia” Pietro Badoglio e dei vertici militari, fuggiti da Roma subito dopo l’annuncio della fine delle ostilità con gli Alleati, abbandonando l’Esercito allo sbando senza ordini e senza una guida.
Loro sì responsabili – ben più di Roatta – della catastrofe finale nonché della mancata difesa della capitale dall’occupazione tedesca il 10 settembre 1943.
Nel dopoguerra, in quell’Europa divisa in due, in Italia si enfatizzeranno, decontestualizzandole, la diaspora dalmata-istriana e le foibe, mentre si minimizzeranno, sino alla rimozione, le violenze compiute dall’Esercito italiano nei confronti della popolazione civile slovena, dalmata, montenegrina, croata, greca, russa e albanese, in aggiunta alle violenze già a referto in Libia (100mila vittime su 800mila abitanti: un genocidio) e in Etiopia (nel Corno d’Africa tra il 1935 e il 1943 si contano 300mila vittime).
Calerà il silenzio anche sui bombardamenti di natura terroristica compiuti dalla Regia aeronautica italiana sulla città basca di Durango il 31 marzo 1937 (morti 289 civili) e su Barcellona in Catalogna tra il 16 e il 18 marzo 1938 (670 morti) durante la Guerra civile spagnola.
Sono atti criminali non inferiori a quello tedesco e italiano del 26 aprile 1937 su Guernica (quattro settimane dopo la strage di Durango), a torto ritenuto il primo atto di terrore dal cielo deliberatamente compiuto contro la popolazione civile.
Insomma, brandendo il paradigma dell’“italiano buono”, benevolmente assunto dall’opinione pubblica, sui nostri crimini cala l’oblio e l’Italia si auto assolve, cancellando dal senso comune (e dai testi scolastici) la memoria dei nostri omicidi e ogni traccia dei nostri campi di morte.
Le inclinazioni omicide di costoro non si placano se di fronte ai loro fucili manifestano italiani. Basti ricordare che nel febbraio 1943 Roatta è a Roma per assumere la carica di capo di stato maggiore dell’Esercito.
In una sua circolare del 26 luglio (poche ore dopo la seduta del Gran consiglio del fascismo che ha deposto Mussolini) il generale dispone alcune misure per l’ordine pubblico, come la facoltà di sparare sui manifestanti:
«Qualunque pietà nella repressione è un delitto», ammonisce il capo dell’Esercito, e prosegue ricordando che «poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire, come in combattimento».
Insomma, si inneggia all’omicidio dei manifestanti. E questa volta siamo in Italia.
Un tale proponimento non può che trovare il favore del neo-comandante dei Carabinieri Taddeo Orlando (dal 20 giugno 1944 Orlando è il capo dei Carabinieri e sino a un mese prima ha ricoperto la carica di ministro della Guerra nel governo militare presieduto da Badoglio) e ovviamente provocare tanti morti.
Il 28 luglio 1943 a Reggio Emilia l’Esercito prende a fucilate i lavoratori delle “Reggiane” usciti dalla fabbrica, uccidendone 9; lo stesso giorno a Bari i morti sono addirittura 23 e 70 i feriti; altro massacro il 19 ottobre 1944 a Palermo, con le forze dell’ordine a sparare su un corteo di persone che manifestano chiedendo pane e lavoro, provocando 29 morti e 155 feriti (ne ammazzano più loro della banda di Giuliano a Portella della Ginestra). Complessivamente, la scellerata disposizione di Roatta provocherà 80 morti e 300 feriti.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/09/2023
La resa di Roma, settembre 1943
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| Figura 1 - Situazione militare intorno a Roma, la sera dell’8 settembre. |
La resa di Roma nel 1943 avvenne fra il 10 settembre, con l’accordo che prevedeva che Roma restasse “città aperta“, e il 23 settembre, quando – dopo che la città fu occupata dalle truppe tedesche e le unità del regio esercito nella zona furono disarmate e sciolte – Roma fu annessa alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini.
I nostri prodi militari badogliani dovettero cedere alle soverchianti forze germaniche? No: in figura [1] vedete la situazione militare la sera dell’8 settembre: quelli grigi sono i nostri, i neri sono i tedeschi: eravamo tanti (noi) a pochi (loro).
Se gli Italiani fossero riusciti a “tenere” Roma, impedendo per qualche giorno l’invasione nazista, gli Alleati sarebbero poi stati pronti a prenderne il controllo. Non erano pronti a una battaglia, perché erano impegnati al fronte a sud di Napoli e soprattutto stavano già per sbarcare a Salerno e in Puglia.
I tedeschi invece poterono assicurarsi insperatamente il controllo di Roma, essenziale snodo per le loro retrovie; travolti di lì a poco a Napoli, riuscirono a ritirarsi con ordine sulla linea Gustav: Roma dovette attendere altri nove mesi per essere liberata, mentre gli Alleati, indeboliti sul fronte italiano dai preparativi per il D-Day in Normandia, davano inutilmente di cozzo a Montecassino, per mesi.
Se Roma fosse stata liberata a settembre ’43, la ritirata tedesca sarebbe stata ben più rovinosa, non ci sarebbe stata nessuna Montecassino, l’Italia centrosettentrionale non avrebbe subito due anni di occupazione.
Non è solo un nostra “opinione”, lo chiarirono gli stessi vertici militari germanici. Senza addentrarci nei particolari, bastava che le truppe italiane, alla sera dell’8 settembre assai superiori a quelle tedesche attorno a Roma, avessero ricevuto ordini decenti e tali da permettere loro di impedire la presa di Roma ai tedeschi per tre miseri giorni: TRE GIORNI.
Leningrado ha resistito tre anni, Roma – secondo gli imbelli generali Roatta e Ambrosio – non poteva resistere più di poche ore.
Gli Alleati sarebbero intervenuti a Roma mediante l’operazione “Giant Two”, che invece dovette essere annullata. Questa avrebbe avuto non soltanto un ovvio peso militare, ma avrebbe anche ridato morale ad altri reparti del nostro Esercito.
Il generale tedesco Siegfried Westphal, Capo di Stato Maggiore del comando del feldmaresciallo Albert Kesselring, asserì che l’esercito tedesco sarebbe stato costretto a ripiegare profondamente verso nord, seguendo quello che era il convincimento iniziale del generale Rommel (che mutò opinione solo a fine settembre), con il risultato di accorciare i tempi della Campagna d’Italia e di anticipare la vittoria anglo-americana, con notevole risparmio di vite umane e di danni materiali all’Italia.
Non era quindi impensabile avere gli Alleati alle soglie della Pianura Padana prima dell’inverno: la stessa intera guerra in Europa avrebbe forse avuto uno sviluppo diverso, il D-Day sarebbe stato dal Sud della Francia, probabilmente.
La guerra, per il territorio italiano a sud della linea gotica, sarebbe davvero finita nel settembre 1943; se poi almeno un decimo delle nostre forze armate di terra fosse riuscito a non sbandarsi e a passare le linee unendosi agli Alleati, anche il ruolo del “Regno del Sud” sarebbe stato diverso, più dignitoso della “cobelligeranza” che ottenne dagli Alleati.
Il governo italiano, invece, abbandonò la sua stessa nazione e il suo popolo all’invasione tedesca. L’uscita dalla guerra avvenne purtroppo come sappiamo: dopo un lungo traccheggiare, l’Armistizio fu firmato a Cassibile il 3 settembre.
Il “nostro” Governo però continuò a tentennare nel rendere pubblico il cambio di campo dell’Italia, mentre gli Alleati spazientiti forzarono gli eventi, prima con pesanti bombardamenti, poi rendendo pubblica la notizia dell’Armistizio, da Radio Algeri, l’8 settembre alle 18:30.
Badoglio allora corse ai ripari con un annuncio per radio alle 19:45, dove non si chiariva cosa intendesse fare l’Italia del suo territorio, invaso da due eserciti stranieri contrapposti, e quale condotta dovessero tenere le sue forze armate: “esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza” era una frase indegna di un Maresciallo d’Italia, a capo dell’esercito nazionale.
Reagiranno come? Per ottenere cosa? Per andare dove? Immaginiamo lo sconcerto in tutta la Nazione.
Seguirono, il giorno successivo, la fuga da Roma a Brindisi di Badoglio, di tutto il governo, del Re e di Umberto Savoia, causando un vuoto di potere che infiniti danni addusse all’Italia; i nostri vertici militari, in fuga, tentennarono a dar ordine di attaccare i tedeschi, sperando che questi si ritirassero spontaneamente (sic!).
L’esercito tedesco procedette risolutamente e con abili colpi di mano successivi: in pochi giorni, vi fu la dissoluzione totale delle nostre forze armate, la presa di Roma da parte dei tedeschi, quasi increduli di tanta manna.
Il comportamento ambiguo nei giorni precedenti, e quello disastroso e codardo nei giorni successivi l’8 settembre – del governo italiano, della casa Savoia e dei vertici militari – ebbero conseguenze tragiche.
L’esercito italiano, pur con l’attenuante della mancanza di direttive precise e salvo alcune eccezioni, diede una prova sconfortante, dovuta soprattutto alla penosa inadeguatezza dei suoi vertici: in pochi giorni, in Italia, decine di divisioni si dissolsero e quasi tutti i nostri soldati vennero catturati o si diedero alla fuga, abbandonando Roma e l’Italia centrosettentrionale in mano ai tedeschi.
L’esercito italiano presente nel territorio metropolitano al settembre 1943 era senza dubbio fortemente indebolito: tuttavia, le condizioni non erano tali da giustificare una immediata e totale dissoluzione.
Ora, è forse facile giudicare, qui dalla nostra comoda poltrona nel 2023. Però una nazione ed un esercito che crollarono così vergognosamente, come l’Italia nel settembre 1943, non si erano mai viste nella storia militare contemporanea, né si vedranno più in futuro.
Al di là di tutte le ragioni e le circostanze, militarmente parlando, fu una figura davvero meschina.
Da: Francesco Mattesini, L’armistizio e la Mancata Difesa di Roma. I combattimenti di Monterosi, lago di Bracciano, Monterotondo e Porta San Paolo, Roma, novembre 2020,
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08/09/2018
Le scelte dell’8 settembre
Il ricordo dell’8 settembre, crocevia decisivo per la storia d’Italia, deve accompagnarsi necessariamente con la rappresentazione della Resistenza.
La memoria della Resistenza è direttamente connessa con le scelte compiute in quella giornata.
Scelte individuali e collettive.
La più importante fra queste scelte fu adottata il giorno dopo l’annuncio dell’Armistizio e l’abbandono completo dello Stato da parte di chi avrebbe dovuto rappresentarlo e costituirne l’autorità: la Monarchia e il Governo.
Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nasce il 9 settembre 1943 a Roma.
L’indomani della “fellonia” della casa reale e del governo Badoglio.
È il momento più difficile della storia nazionale unitaria: il territorio italiano, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, quello in Calabria e quello a Salerno – che avviene lo stesso 9 settembre – è diventato una delle aree di guerra in cui le truppe anglo-americane e quelle tedesche si affrontano direttamente.
L’annuncio dell’armistizio, il giorno 8, non è stato preparato in alcun modo e le forze armate italiane si trovano completamente allo sbando.
E’ la scelta più difficile, i partiti si sono appena ricostruiti dopo venti anni di dittatura.
Eppure si trova la forza di proclamarsi rappresentanza e guida dell’intero popolo italiano.
La costituzione del CLN unisce in un unico organismo i diversi partiti dell’antifascismo storico, ognuno con un suo rappresentante.
Sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi rappresentante di Democrazia del Lavoro antico socialista riformista e futuro presidente del Consiglio, ci sono esponenti del Partito Comunista (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Pietro Nenni e Giuseppe Romita), del Partito d’Azione (Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea), della Democrazia Cristiana (Alcide De Gasperi), della Democrazia del Lavoro (Meuccio Ruini) e del Partito Liberale (Alessandro Casati). Il Comitato, che fungerà da “direzione politica” della lotta di Liberazione, si prefigge il compito di «chiamare gli italiani alla resistenza» contro il nazifascismo e «riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».
Era la giornata del 9 settembre 1943, mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d’orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell’Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell’esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del Comitato delle opposizioni, è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno, da parte monarchica, aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».
Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d’ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall’8 settembre e traendo da questa constatazione l’indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:
“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”Si trattò del passaggio decisivo questo della costituzione del CLN perché si verificasse l’indispensabile connessione tra l’individuale e il collettivo in una dimensione politica plurale: una grande novità dopo l’imposizione ventennale del totalitarismo fascista.
Si può ben dire che in quell’occasione si cominciò a costruire l’Italia repubblicana superando anche i limiti del Risorgimento (la gramsciana “rivoluzione mancata”) dai tanto vituperati, in seguito, partiti: fra i quali i grandi partiti di massa, il cui modello è stato incautamente abbandonato per abbracciare l’idea dei partiti personali, della governabilità esaustivamente intesa quale unica cifra dell’agire politico nell’omissione della necessità di rappresentanza come si sta pericolosamente imponendo in questa difficile fase storica.
La costituzione del CLN corrispondeva a un insieme di scelte individuali che le donne e gli uomini stavano compiendo in tutto il Paese: al Nord si andavano già costituendo le prime formazioni partigiane. Migliaia di militari sbandati si concentrano in zone di montagna con le armi di ordinanza pronti a difendersi, soprattutto in Piemonte per la dissoluzione della IV Armata dal rientro dalla Francia.
Era il momento delle scelte.
Prima di tutto non si può affermare che l’8 settembre rimanga come un nodo irrisolto nella storia d’Italia: atti, ruoli, protagonisti, responsabilità sono chiari e restano incontrovertibili nel delineare l’identità del nostro Paese per un’intera fase storica.
Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.
In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.
In questo senso Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943:
“L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.”La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.
Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.
Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi e la legalità non stava certo dalla parte dei nazifascisti, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.
Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.
La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.
Questa somma di scelte soggettive trovò allora il suo punto di coagulo, il suo riferimento, nella costituzione del CLN, nella capacità dei partiti antifascisti di costituire comunque un saldo elemento di coesione e di legittimità, sostituendosi immediatamente al vuoto creato dalla fuga del Re e di Badoglio e respingendo la pretesa dei nazisti e dei fascisti di colmarlo rappresentando un nuovo potere del terrore.
Così nacque la Resistenza tra scelte individuali e grande disegno collettivo di costruzione di una nuova Italia.
Di tutto questo dobbiamo mantenere e trasmettere memoria.
Una memoria che continua a intrecciarsi con quella dei fatti storici fondamentali non soltanto per l’identità di un Paese, ma dei singoli soggetti che la vivono.
E’ allora che si assiste, si legge, si riflette attorno ad un fenomeno collettivo: un patrimonio “nostro” dei valori comuni che ci appartengono e che determinano – appunto – la nostra identità.
Nel rievocare la Resistenza si può, allora, affermare che la memoria nasce dal dolore: dalla profondità del dolore, quello del quale si sente, quasi, la rappresentazione fisica della sofferenza morale, dell’afflizione dell’animo, dell’affanno.
Come se, tutti assieme, ci trovassimo lì a vegliare i nostri morti.
Non tutto però può esaurirsi nel dolore quando questo incontra la memoria: un intreccio da cui nasce la volontà di costruire il futuro.
La storia non era finita, dal sacrificio dei martiri poteva nascere l’attesa di una vita diversa, di una era di giustizia e di libertà alla fine di tante sopraffazioni.
Memoria, dolore, futuro legate assieme da un’unica idea di una nuova costruzione sociale, di una diversa identità.
Non si cadde allora, e non dobbiamo neppure farlo adesso, in una visione semplificato di un cosiddetto pessimismo leopardiano (o speranze, speranze, ameni inganni) perché i nostri martiri vivranno in eterno, non in un’immortalità solitaria ma per continuare a testimoniare l’idea, la necessità, l’urgenza di costruire un’altra costruzione sociale, diversa e alternativa da quella fondata sulla sopraffazione e lo sfruttamento.
Fonte
26/02/2018
“Il tradimento tedesco”, di Erich Kuby
Ci sono libri che bisogna assolutamente leggere e fare conoscere, libri che tolgono il velo di Maya delle narrazioni folkloristiche della storia e la mostrano in tutta la loro crudezza mostrando anche la miseria della dimensione umana di supposti potenti. Uno di questi libri è “Il Tradimento Tedesco” di Erich Kuby, giornalista ed editorialista tedesco sempre molto critico con la Germania postbellica, troppo incline a perdonare e dimenticare, una Germania che solo sotto la spinta di Kuby e di altri giornalisti come Hannah Arendt ha fatto molto parzialmente i conti con la Germania Nazista e gli orrori da essa creati.
Purtroppo questo libro, come molti altri di valore, dagli anni '90 del secolo scorso non è stato più ristampato, mentre non mancano le ristampe di narrazioni false e tossiche di chi descrive supposti assassini e supposte atrocità da parte dei partigiani, o che parla, con la lacrimuccia facile, di “sangue dei vinti”.
Kuby non appartiene a questa schiera; soldato della Wehrmacht sino alla fine della guerra, obtorto collo come molti suoi camerati, non ha mai risparmiato critiche al tentativo poco velato di una bella lenzuolata per cancellare tutto. In questo ed altri suoi libri, come “I Russi a Berlino”, critica ferocemente il regime nazista non solo accusandolo delle atrocità commesse, ma anche della pochezza, meschinità, squallore di tutti i suoi appartenenti e mostrando Hitler per quel mostro che è stato.
Ne “Il Tradimento Tedesco” svela molto chiaramente, utilizzando interviste e documenti storici inoppugnabili, come i nazisti, ed Hitler in primo luogo, abbiano sempre e comunque disprezzato e svilito i loro alleati italiani e lo stesso regime fascista, di come abbiano ingannato e mentito sottacendo anche informazioni indispensabili, non tenendo in alcun conto il loro “primo alleato”.
Per esempio, è ormai acclarato che l’informazione dell’invasione dell’URSS sia stata data a Mussolini nella notte, ormai a invasione iniziata, come si fa con un servitore.
Ancora di più Kuby si sofferma su Mussolini ed i suoi gerarchi, accusando – con prove – il primo di essere ondivago, indeciso, incerto, di non avere una politica estera, di essere soggiogato dalla fascinazione per Hitler ed alla fine di fare sempre tutto ciò che gli ordinava il mostro. Parole di apprezzamento ha invece per la figura di Ciano che, ancora in carica come ministro degli esteri, scongiurava “il Duce” prima di non allearsi con i tedeschi, poi di non entrare in guerra e infine, dopo il Gran Consiglio in cui Mussolini fu esautorato dai suoi stessi camerati, di mantenere una parte di “dirittura morale” (per quanto ne potesse avere un gerarca) e di essere stato condannato a morte da Hitler, che ordinò la vendetta a Mussolini.
Ciò che segui fu l’occupazione e la spoliazione dell’intera penisola, con 800.000 deportati fra militari e operai specializzati, la creazione della Repubblica di Salò, un fantoccio diretta in tutto e per tutto dai tedeschi e le stragi e le distruzioni che ne seguirono.
Da giornalista rigoroso, Kuby tratteggia con disprezzo la figura di Vittorio Emanuele III, della casa reale e dell’alto comando dell’esercito che si diedero alla fuga, abbandonando, come ben si sa, la nazione nel caos e facile preda delle divisioni naziste incalzanti. Da notare come questa situazione fosse già stata prevista e pianificata dall’OKW (Ober Kommando der Wehrmacht) che con un piano particolareggiato aveva pianificato l’occupazione e le ruberie in Italia. Mussolini sapeva tutto questo, magari anche solo in parte, dato che l’“alleato germanico” lo tenne prigioniero fino alla fine.
In particolare l’autore sottolinea lo squallore della gerarchia fascista, in maggioranza fuggita in Germania a fare la bella vita ed in parte nascosta, pronta a vendersi ai tedeschi o a consegnarsi agli alleati; e che, dopo la costituzione dell’RSI si abbandonò a corruzione e ruberie accumulando ingenti patrimoni.
Kuby non risparmia nemmeno Badoglio, che durante il fascismo si era arricchito a dismisura e, dopo avere abbandonato i suoi soldati ed essersi consegnato mani e piedi agli alleati, continuerà ad arricchirsi.
Solo pochi furono coloro che scelsero di unirsi ai gruppi partigiani in formazione, Kuby ricorda con particolare apprezzamento il colonnello Montezemolo che, dopo l’8 settembre, divenne una colonna portante di coloro che operavano in clandestinità a Roma sotto i nazisti.
Da ultimo l’autore disegna la ferocia delle SS, in particolare Kappler a Roma, trovando incredibile che, dopo essere stato condannato all’ergastolo, fosse poi liberato con un’azione clandestina dai contorni oscuri e che avesse potuto rientrare in Germania; “e poco mancò che nel paesello si adornassero di bandiere per festeggiare il ritorno del figlio”.
Non mancano neanche testimonianze sui soldati tedeschi e membri della SD e delle SS. I primi, capaci delle peggiori atrocità contro civili inermi per poi ritrovarsi con i propri camerati a sparlare di Hitler; gli altri, come fedeli servitori “che operavano su cuscinetti a sfera” efficienti e feroci nella loro banalità, tanto ben tratteggiata dalla Arendt nel processo ad Eichmann.
Ci sarebbero tanti altri particolari di rilievo, ma voglio solo ricordare le testimonianze sul comportamento dei gerarchi e su Graziani in particolare, alla fine della guerra, tutti a correre verso gli alleati e a spergiurare di non essere mai stati veramente fascisti, tranne coloro che furono giustamente fucilati dai partigiani, gli unici a conservare la dignità.
Tutto questo e molto di più si trova nel libro, corredato e corroborato da prove storiche inoppugnabili. Invito tutti a leggerlo per fare chiarezza su un periodo storico che non è terminato nel 1945, ma proseguito con i lutti che ben sappiamo fino alla riabilitazione dell’orrendo periodo ai giorni nostri.
Il testo può essere trovato in varie edizioni nel commercio on line, ma suggerisco l’edizione Supersaggi Bur del 1996, secondo me la più completa; in alternativa può essere trovato in biblioteche pubbliche mediamente fornite. Da leggere e fare conoscere.
Fonte
Purtroppo questo libro, come molti altri di valore, dagli anni '90 del secolo scorso non è stato più ristampato, mentre non mancano le ristampe di narrazioni false e tossiche di chi descrive supposti assassini e supposte atrocità da parte dei partigiani, o che parla, con la lacrimuccia facile, di “sangue dei vinti”.
Kuby non appartiene a questa schiera; soldato della Wehrmacht sino alla fine della guerra, obtorto collo come molti suoi camerati, non ha mai risparmiato critiche al tentativo poco velato di una bella lenzuolata per cancellare tutto. In questo ed altri suoi libri, come “I Russi a Berlino”, critica ferocemente il regime nazista non solo accusandolo delle atrocità commesse, ma anche della pochezza, meschinità, squallore di tutti i suoi appartenenti e mostrando Hitler per quel mostro che è stato.
Ne “Il Tradimento Tedesco” svela molto chiaramente, utilizzando interviste e documenti storici inoppugnabili, come i nazisti, ed Hitler in primo luogo, abbiano sempre e comunque disprezzato e svilito i loro alleati italiani e lo stesso regime fascista, di come abbiano ingannato e mentito sottacendo anche informazioni indispensabili, non tenendo in alcun conto il loro “primo alleato”.
Per esempio, è ormai acclarato che l’informazione dell’invasione dell’URSS sia stata data a Mussolini nella notte, ormai a invasione iniziata, come si fa con un servitore.
Ancora di più Kuby si sofferma su Mussolini ed i suoi gerarchi, accusando – con prove – il primo di essere ondivago, indeciso, incerto, di non avere una politica estera, di essere soggiogato dalla fascinazione per Hitler ed alla fine di fare sempre tutto ciò che gli ordinava il mostro. Parole di apprezzamento ha invece per la figura di Ciano che, ancora in carica come ministro degli esteri, scongiurava “il Duce” prima di non allearsi con i tedeschi, poi di non entrare in guerra e infine, dopo il Gran Consiglio in cui Mussolini fu esautorato dai suoi stessi camerati, di mantenere una parte di “dirittura morale” (per quanto ne potesse avere un gerarca) e di essere stato condannato a morte da Hitler, che ordinò la vendetta a Mussolini.
Ciò che segui fu l’occupazione e la spoliazione dell’intera penisola, con 800.000 deportati fra militari e operai specializzati, la creazione della Repubblica di Salò, un fantoccio diretta in tutto e per tutto dai tedeschi e le stragi e le distruzioni che ne seguirono.
Da giornalista rigoroso, Kuby tratteggia con disprezzo la figura di Vittorio Emanuele III, della casa reale e dell’alto comando dell’esercito che si diedero alla fuga, abbandonando, come ben si sa, la nazione nel caos e facile preda delle divisioni naziste incalzanti. Da notare come questa situazione fosse già stata prevista e pianificata dall’OKW (Ober Kommando der Wehrmacht) che con un piano particolareggiato aveva pianificato l’occupazione e le ruberie in Italia. Mussolini sapeva tutto questo, magari anche solo in parte, dato che l’“alleato germanico” lo tenne prigioniero fino alla fine.
In particolare l’autore sottolinea lo squallore della gerarchia fascista, in maggioranza fuggita in Germania a fare la bella vita ed in parte nascosta, pronta a vendersi ai tedeschi o a consegnarsi agli alleati; e che, dopo la costituzione dell’RSI si abbandonò a corruzione e ruberie accumulando ingenti patrimoni.
Kuby non risparmia nemmeno Badoglio, che durante il fascismo si era arricchito a dismisura e, dopo avere abbandonato i suoi soldati ed essersi consegnato mani e piedi agli alleati, continuerà ad arricchirsi.
Solo pochi furono coloro che scelsero di unirsi ai gruppi partigiani in formazione, Kuby ricorda con particolare apprezzamento il colonnello Montezemolo che, dopo l’8 settembre, divenne una colonna portante di coloro che operavano in clandestinità a Roma sotto i nazisti.
Da ultimo l’autore disegna la ferocia delle SS, in particolare Kappler a Roma, trovando incredibile che, dopo essere stato condannato all’ergastolo, fosse poi liberato con un’azione clandestina dai contorni oscuri e che avesse potuto rientrare in Germania; “e poco mancò che nel paesello si adornassero di bandiere per festeggiare il ritorno del figlio”.
Non mancano neanche testimonianze sui soldati tedeschi e membri della SD e delle SS. I primi, capaci delle peggiori atrocità contro civili inermi per poi ritrovarsi con i propri camerati a sparlare di Hitler; gli altri, come fedeli servitori “che operavano su cuscinetti a sfera” efficienti e feroci nella loro banalità, tanto ben tratteggiata dalla Arendt nel processo ad Eichmann.
Ci sarebbero tanti altri particolari di rilievo, ma voglio solo ricordare le testimonianze sul comportamento dei gerarchi e su Graziani in particolare, alla fine della guerra, tutti a correre verso gli alleati e a spergiurare di non essere mai stati veramente fascisti, tranne coloro che furono giustamente fucilati dai partigiani, gli unici a conservare la dignità.
Tutto questo e molto di più si trova nel libro, corredato e corroborato da prove storiche inoppugnabili. Invito tutti a leggerlo per fare chiarezza su un periodo storico che non è terminato nel 1945, ma proseguito con i lutti che ben sappiamo fino alla riabilitazione dell’orrendo periodo ai giorni nostri.
Il testo può essere trovato in varie edizioni nel commercio on line, ma suggerisco l’edizione Supersaggi Bur del 1996, secondo me la più completa; in alternativa può essere trovato in biblioteche pubbliche mediamente fornite. Da leggere e fare conoscere.
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08/09/2016
8 Settembre 1943: morte, continuità, palingenesi dello Stato
(un abbozzo di ricostruzione storica)
Per non dimenticare e per resistere
A settantatré anni di distanza dai fatti è ancora importante ricordare ciò che accadde l’8 Settembre 1943, giorno nel quale fu reso noto l’armistizio, stipulato cinque giorni prima, tra il governo italiano e gli alleati: si apriva così una pagina assolutamente decisiva nella storia del nostro Paese che non può assolutamente essere obliata.
Nella storia dell’Italia contemporanea l’8 Settembre è stato più volte paragonato a Caporetto, sia per le dimensioni della disfatta militare e politica, sia per l’aspro dibattito sollevato circa le responsabilità.
Ma già nella prima ricostruzione delle vicende italiane tra i due dopoguerra novecenteschi Federico Chabod (L’Italia contemporanea 1918 – 1948, Torino 1961) sottolineava anzitutto il distacco tra regime e nazione segnalato dalla mancanza per la prima volta dall’unificazione dei volontari nella guerra del ’40.
Chabod individuava una profonda diversità tra il 1917 e il 1943 proprio nella definitiva rottura consumata tra il fascismo e gli italiani.
Emergeva una divisione netta tra regime e nazione e la volontà popolare aspirava, prima di tutto, a chiudere con la guerra.
I partiti antifascisti usciti allo scoperto con il 25 Luglio commisero però nei 55 giorni l’errore di lasciare ai responsabili della disfatta, la Monarchia e l’Esercito, il difficile sganciamento dall’alleato nazista, nella convinzione che la dinastia risultasse ancora in grado di gestire da sola, con il sostegno delle potenze alleate, l’uscita dalla guerra iniziata e condotta per oltre 3 anni a fianco dei nazisti.
Lo sfacelo dell’8 settembre risultò dunque, insieme, come il risultato della sconfitta di un regime che aveva puntato avventurosamente sulla guerra e della dinastia che aveva pensato di poter transitare indenne tra opposti schieramenti internazionali e diversi sistemi politici interni.
Risaltò così, in quel frangente, l’assoluta inadeguatezza delle classi dirigenti del paese nei vari campi incapaci di compiere nei momenti decisivi scelte condividendo la responsabilità dei possibili esiti che ne derivassero.
Il ventennio fascista si era chiuso con una profonda lacerazione del tessuto nazionale, che il regime si era proposto di rafforzare procedendo a una forma d’integrazione di massa attuata attraverso l’esaltazione di miti effimeri (nazionalismo, addirittura razza, prolificità) elargendo anche i primi consumi individuali (la radio, i treni popolari) ed elementi di parziale sicurezza (le ferie, la previdenza sociale).
Questi elementi avevano prodotto un’adesione, però superficiale e sostanzialmente passiva, rapidamente dileguatasi nel durissimo confronto con la prova bellica nel corso della quale si era dimostrata, via via la debolezza di un regime nazionalista costruito in maniera del tutto insufficiente rispetto alla pretesa di porsi come potenza militare.
La fuga del Re e di Badoglio a Brindisi assicurò la continuità dello Stato monarchico italiano, pur ridotto negli esigui confini del “regno del Sud” che comprendeva soltanto alcune province pugliesi.
Il “regno del Sud” era soggetto anche al rigido controllo alleato secondo i dettami del “lungo armistizio”.
La nascita pressoché in contemporanea della Repubblica Sociale sanciva, in quel momento, il dissolvimento dello Stato nazionale Italiano, così come questo era stato costruito nel corso del Risorgimento.
L’Italia a quel punto si trovava sotto il dominio dell’esercito tedesco nel Centro – Nord e sotto il controllo delle armate anglo – americane nel Sud.
L’analisi a quel punto non poteva che soffermarsi sulla disfatta del paese, la perdita dell’indipendenza, della sovranità, dell’unità dello Stato.
Nell’estate del ’43 era scomparsa la sostanza, anche se non la forma, dello Stato italiano e si erano dissolti, insieme, i vincoli di solidarietà e di lealtà annodati, a seguito di passaggi storici molto difficili e complicati, tra ceti sociali, orientamenti ideali e religiosi, interessi e distinzioni territoriali spesso fortemente conflittuali tra loro, lungo un processo di costruzione nazionale unitaria meno che secolare (E. Renan. Che cos’è una nazione? Introduzione di Silvio Lanaro, Roma 1993).
Andava considerata nel giusto conto il peso della storia, come memoria, tradizione, coscienza collettiva, che aveva gravato sull’Italia in forme eccezionali per durata e continuità ultramillenarie e andava considerata insieme alle incertezze sui tempi e le forme dell’identità della nazione anche il ritardo della sua costituzione come Stato unitario e la rapida consunzione delle idee e del termine di patria.
Gli avvenimenti dell’8 Settembre ponevano in luce come restasse irrisolto il punto fondamentale di un equilibrio nel rapporto tra governanti e governati, tra classi dirigenti e masse.
L’Italia dopo l’8 Settembre 1943 sembrava tornare a essere considerata poco più di un’espressione geografica (Claudio Pavone, Tre governi e due occupazioni, in “Italia contemporanea” 1985, n.160).
Il punto di svolta, rispetto al quadro che si delineava in quel momento, fu rappresentato dalla formazione, ad opera delle forze politiche antifasciste, del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) il 10 Settembre, nella Roma occupata dai tedeschi.
Il CLN chiama le italiane e gli italiani alla lotta e alla resistenza contro il nazismo e il fascismo.
L’Italia sconfitta e dissolta non ha più soltanto una rappresentanza formale nella screditata dinastia dei Savoia ma può fare riferimento ad una struttura politica, ancora debole e attraversata da contrasti come quello riguardante il futuro istituzionale del paese, che possiede però la suo interno la capacità di porsi come nuova autorità anzitutto morale e anche organizzativa, intorno cui ricostituire il lacerato tessuto nazionale, ancora debole e attraversato da contrasti come quello riguardante il futuro istituzionale del paese, che possiede però la suo interno la capacità di porsi come nuova autorità anzitutto morale e anche organizzativa, intorno cui ricostituire il lacerato tessuto nazionale.
In questo tragico momento i partiti antifascisti si fanno carico dei destini del paese con l’appello alla lotta armata contro i nazisti: è questo l’elemento che li legittima agli occhi della popolazione come i protagonisti della liberazione nazionale.
Per il CLN la sconfitta non significa rinuncia: anzi l’appello del 10 settembre segna l’inizio di una lunga e sanguinosa battaglia resistenziale che dal settembre del ’43 fino all’aprile del ’45 diventa l’imperativo categorico e l’impegno prioritario delle forze antifasciste.
La Resistenza, guidata dal CLN, come esperienza collettiva di una minoranza del popolo italiano che aveva difeso in armi il diritto alla libertà e alla indipendenza di se stessi e del proprio paese, era diventata il più alto riferimento morale e il fondamento etico – politico del travagliato processo di ricostruzione dell’unità statale e dell’identità nazionale.
La Resistenza si configurava quindi come il momento essenziale del riscatto italiano dopo la disfatta del fascismo e come tale continua a rappresentare ancor oggi il carattere più elevato e il connettivo più solido per la ricostituzione dell’ordinamento dello Stato.
Il risultato complessivo di quelle convulsioni storiche è stato rappresentato dalla Costituzione Repubblicana e dalle scelte politiche che il suo contenuto ha dettato nel corso degli anni: anche qui tra fortissime contraddizioni e difficoltà.
Tra queste scelte la più importante è sicuramente quella riguardante la forma della democrazia parlamentare e rappresentativa.
Una forma della democrazia già sufficientemente attaccata nel corso degli anni dalla reazione individualistica, autoritaria, dell’imposizione di un artificiale dominio di un insensato modello mediatico.
Una forma della democrazia che oggi si intende ridurre drasticamente deformando lo stesso testo del dettato costituzionale.
Un tentativo da respingere aggregando le forze più sane che ancora resistono in questa Repubblica.
Per compilare questo testo sono stati consultati: “Storia dell’Italia Repubblicana” volume I “La costruzione della democrazia” Einaudi, Torino 1995 e Simona Colarizi “Storia dei partiti nell’Italia repubblicana”, Laterza Roma – Bari 1994
Fonte
Per non dimenticare e per resistere
A settantatré anni di distanza dai fatti è ancora importante ricordare ciò che accadde l’8 Settembre 1943, giorno nel quale fu reso noto l’armistizio, stipulato cinque giorni prima, tra il governo italiano e gli alleati: si apriva così una pagina assolutamente decisiva nella storia del nostro Paese che non può assolutamente essere obliata.
Nella storia dell’Italia contemporanea l’8 Settembre è stato più volte paragonato a Caporetto, sia per le dimensioni della disfatta militare e politica, sia per l’aspro dibattito sollevato circa le responsabilità.
Ma già nella prima ricostruzione delle vicende italiane tra i due dopoguerra novecenteschi Federico Chabod (L’Italia contemporanea 1918 – 1948, Torino 1961) sottolineava anzitutto il distacco tra regime e nazione segnalato dalla mancanza per la prima volta dall’unificazione dei volontari nella guerra del ’40.
Chabod individuava una profonda diversità tra il 1917 e il 1943 proprio nella definitiva rottura consumata tra il fascismo e gli italiani.
Emergeva una divisione netta tra regime e nazione e la volontà popolare aspirava, prima di tutto, a chiudere con la guerra.
I partiti antifascisti usciti allo scoperto con il 25 Luglio commisero però nei 55 giorni l’errore di lasciare ai responsabili della disfatta, la Monarchia e l’Esercito, il difficile sganciamento dall’alleato nazista, nella convinzione che la dinastia risultasse ancora in grado di gestire da sola, con il sostegno delle potenze alleate, l’uscita dalla guerra iniziata e condotta per oltre 3 anni a fianco dei nazisti.
Lo sfacelo dell’8 settembre risultò dunque, insieme, come il risultato della sconfitta di un regime che aveva puntato avventurosamente sulla guerra e della dinastia che aveva pensato di poter transitare indenne tra opposti schieramenti internazionali e diversi sistemi politici interni.
Risaltò così, in quel frangente, l’assoluta inadeguatezza delle classi dirigenti del paese nei vari campi incapaci di compiere nei momenti decisivi scelte condividendo la responsabilità dei possibili esiti che ne derivassero.
Il ventennio fascista si era chiuso con una profonda lacerazione del tessuto nazionale, che il regime si era proposto di rafforzare procedendo a una forma d’integrazione di massa attuata attraverso l’esaltazione di miti effimeri (nazionalismo, addirittura razza, prolificità) elargendo anche i primi consumi individuali (la radio, i treni popolari) ed elementi di parziale sicurezza (le ferie, la previdenza sociale).
Questi elementi avevano prodotto un’adesione, però superficiale e sostanzialmente passiva, rapidamente dileguatasi nel durissimo confronto con la prova bellica nel corso della quale si era dimostrata, via via la debolezza di un regime nazionalista costruito in maniera del tutto insufficiente rispetto alla pretesa di porsi come potenza militare.
La fuga del Re e di Badoglio a Brindisi assicurò la continuità dello Stato monarchico italiano, pur ridotto negli esigui confini del “regno del Sud” che comprendeva soltanto alcune province pugliesi.
Il “regno del Sud” era soggetto anche al rigido controllo alleato secondo i dettami del “lungo armistizio”.
La nascita pressoché in contemporanea della Repubblica Sociale sanciva, in quel momento, il dissolvimento dello Stato nazionale Italiano, così come questo era stato costruito nel corso del Risorgimento.
L’Italia a quel punto si trovava sotto il dominio dell’esercito tedesco nel Centro – Nord e sotto il controllo delle armate anglo – americane nel Sud.
L’analisi a quel punto non poteva che soffermarsi sulla disfatta del paese, la perdita dell’indipendenza, della sovranità, dell’unità dello Stato.
Nell’estate del ’43 era scomparsa la sostanza, anche se non la forma, dello Stato italiano e si erano dissolti, insieme, i vincoli di solidarietà e di lealtà annodati, a seguito di passaggi storici molto difficili e complicati, tra ceti sociali, orientamenti ideali e religiosi, interessi e distinzioni territoriali spesso fortemente conflittuali tra loro, lungo un processo di costruzione nazionale unitaria meno che secolare (E. Renan. Che cos’è una nazione? Introduzione di Silvio Lanaro, Roma 1993).
Andava considerata nel giusto conto il peso della storia, come memoria, tradizione, coscienza collettiva, che aveva gravato sull’Italia in forme eccezionali per durata e continuità ultramillenarie e andava considerata insieme alle incertezze sui tempi e le forme dell’identità della nazione anche il ritardo della sua costituzione come Stato unitario e la rapida consunzione delle idee e del termine di patria.
Gli avvenimenti dell’8 Settembre ponevano in luce come restasse irrisolto il punto fondamentale di un equilibrio nel rapporto tra governanti e governati, tra classi dirigenti e masse.
L’Italia dopo l’8 Settembre 1943 sembrava tornare a essere considerata poco più di un’espressione geografica (Claudio Pavone, Tre governi e due occupazioni, in “Italia contemporanea” 1985, n.160).
Il punto di svolta, rispetto al quadro che si delineava in quel momento, fu rappresentato dalla formazione, ad opera delle forze politiche antifasciste, del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) il 10 Settembre, nella Roma occupata dai tedeschi.
Il CLN chiama le italiane e gli italiani alla lotta e alla resistenza contro il nazismo e il fascismo.
L’Italia sconfitta e dissolta non ha più soltanto una rappresentanza formale nella screditata dinastia dei Savoia ma può fare riferimento ad una struttura politica, ancora debole e attraversata da contrasti come quello riguardante il futuro istituzionale del paese, che possiede però la suo interno la capacità di porsi come nuova autorità anzitutto morale e anche organizzativa, intorno cui ricostituire il lacerato tessuto nazionale, ancora debole e attraversato da contrasti come quello riguardante il futuro istituzionale del paese, che possiede però la suo interno la capacità di porsi come nuova autorità anzitutto morale e anche organizzativa, intorno cui ricostituire il lacerato tessuto nazionale.
In questo tragico momento i partiti antifascisti si fanno carico dei destini del paese con l’appello alla lotta armata contro i nazisti: è questo l’elemento che li legittima agli occhi della popolazione come i protagonisti della liberazione nazionale.
Per il CLN la sconfitta non significa rinuncia: anzi l’appello del 10 settembre segna l’inizio di una lunga e sanguinosa battaglia resistenziale che dal settembre del ’43 fino all’aprile del ’45 diventa l’imperativo categorico e l’impegno prioritario delle forze antifasciste.
La Resistenza, guidata dal CLN, come esperienza collettiva di una minoranza del popolo italiano che aveva difeso in armi il diritto alla libertà e alla indipendenza di se stessi e del proprio paese, era diventata il più alto riferimento morale e il fondamento etico – politico del travagliato processo di ricostruzione dell’unità statale e dell’identità nazionale.
La Resistenza si configurava quindi come il momento essenziale del riscatto italiano dopo la disfatta del fascismo e come tale continua a rappresentare ancor oggi il carattere più elevato e il connettivo più solido per la ricostituzione dell’ordinamento dello Stato.
Il risultato complessivo di quelle convulsioni storiche è stato rappresentato dalla Costituzione Repubblicana e dalle scelte politiche che il suo contenuto ha dettato nel corso degli anni: anche qui tra fortissime contraddizioni e difficoltà.
Tra queste scelte la più importante è sicuramente quella riguardante la forma della democrazia parlamentare e rappresentativa.
Una forma della democrazia già sufficientemente attaccata nel corso degli anni dalla reazione individualistica, autoritaria, dell’imposizione di un artificiale dominio di un insensato modello mediatico.
Una forma della democrazia che oggi si intende ridurre drasticamente deformando lo stesso testo del dettato costituzionale.
Un tentativo da respingere aggregando le forze più sane che ancora resistono in questa Repubblica.
Per compilare questo testo sono stati consultati: “Storia dell’Italia Repubblicana” volume I “La costruzione della democrazia” Einaudi, Torino 1995 e Simona Colarizi “Storia dei partiti nell’Italia repubblicana”, Laterza Roma – Bari 1994
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25/07/2015
25 luglio 1943 - La caduta del fascismo
Oggi ricorre il settantaduesimo anniversario della caduta del fascismo: una data che non deve mai essere lasciata all’oblio.
Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, infatti, il Gran Consiglio del Fascismo votò un ordine del giorno contrario a Mussolini, invocando sostanzialmente il “ritorno allo Statuto”.
Di fronte alle sconfitte militari il “fronte interno” italiano aveva mostrato tutta la sua debolezza, mettendo in luce il divario ormai profondissimo fra il regime fascista, che aveva promesso una grandezza imperiale e militare che si era rivelata un bluff, e le masse popolari, colpite sempre di più duramente nel loro tenore di vita da restrizioni di ogni genere e ormai consce della catastrofe che andava avvicinandosi.
Massicci bombardamenti colpivano le grandi città.
Il Partito fascista, che nel giugno del 1943 aveva raggiunto ben 4.700.770 iscritti era un organismo elefantiaco senza vigore, frutto di un’iscrizione di fatto obbligatoria.
Le promesse di Mussolini di riconquista dell’Africa e di capovolgimento delle sorti del conflitto suonavano come propaganda irresponsabile.
La conquista della Tunisia da parte degli alleati costituì il preludio per l’invasione della Sicilia.
L’isola fortificata di Pantelleria cadde nel giugno 1943, lasciando aperta la strada della Sicilia.
Questa venne investita da forze anglo-canadesi-statunitensi il 9 Luglio, il 10 Luglio le forze alleate sbarcarono e la conquista dell’isola venne portata a termine a metà agosto.
Un altro segno assai grave per il regime dall’interno erano stati gli scioperi verificatisi nel mese di Marzo 1943 nelle fabbriche dell’Italia settentrionale.
La crisi del regime si profilava sempre più.
Dopo che il 19 Luglio, mentre era in atto l’occupazione della Sicilia, Mussolini incontratosi a Feltre con Hitler, non aveva saputo mettere in atto alcuna politica che tirasse in qualche modo le somme della situazione.
A questo punto il re, che intendeva attuare una manovra di sganciamento dalle sorti del vacillante regime su una base politico – sociale conservatrice, maturò il proposito di eliminare Mussolini.
Anche all’interno del vertice fascista le acque andavano muovendosi precipitosamente.
Dino Grandi assunse l’iniziativa di mettere in minoranza Mussolini in una seduta del Gran Consiglio del Fascismo (24-25 Luglio) sulla base di un ordine del giorno che prevedeva l’eliminazione delle strutture totalitarie, il ripristino dello Statuto e la riassunzione da parte del re delle prerogative costituzionali e del comando delle forze armate.
L’ordine del giorno Grandi fu approvato con 19 voti contro 7 con una astensione.
Il re, messo di fronte alla crisi del regime nominò il maresciallo Badoglio, capo del governo, quindi fece arrestare Mussolini.
Nella notte fra il 25 e il 26 Luglio, in tutta Italia esplose l’entusiasmo popolare.
Badoglio costituì il 26 Luglio un governo di militari e alti burocrati e procedette sia a smantellare gli apparati della dittatura fascista, sia a organizzare la repressione, che in alcuni casi fu assai dura con morti e feriti, di ogni manifestazione popolare.
I partiti antifascisti, riemersi alla luce, erano rimasti, di fatto, estranei al colpo di Stato del 25 Luglio ma seppero nelle ore immediatamente seguenti l’armistizio dell’8 Settembre a costituirsi in Comitato di Liberazione Nazionale proponendosi come guida del Paese nel momento più difficile della propria storia.
Infatti, dopo trattative segrete il governo Badoglio firmò, l’8 Settembre, a Cassibile (in provincia di Siracusa) un armistizio con gli anglo-americani.
L’armistizio gettò nel panico la maggio parte dei capi militari e le truppe lasciate da Badoglio senza istruzioni operative.
L’esercito, nei giorni seguenti, si disgregò lasciando l’Italia in mano al controllo militare dei tedeschi.
Il 9 Settembre il re e Badoglio abbandonarono Roma, e fuggirono prima a Pescara e quindi a Brindisi, in zona occupata dagli alleati, dove prese sede il governo.
Il governo Badoglio dei “quarantacinque giorni” (25 luglio – 8 settembre 1943) aveva così portato l’Italia fuori dall’alleanza tedesca, ma in modo talmente inefficiente da determinare una tragedia lasciando campo libero ai tedeschi in tutto il paese e causando una catastrofe di portata epocale.
Una tragedia dalla quale il popolo italiano seppe uscire attraverso lutti e sacrifici e una sanguinosa lotta di Resistenza dalla quale ebbero origine la Repubblica e la Costituzione.
La memoria di quel tempo deve essere conservata nella sua interezza, perché troppo forte in questi tempi così difficili, appare la spinta di un inopinato revisionismo attraverso revisioni costituzionali di segno autoritario e di pericoloso ritorno al personalismo.
La conservazione della memoria è quindi operazione necessaria e sacrosanta.
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