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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/09/2023

La resa di Roma, settembre 1943

Figura 1 - Situazione militare intorno a Roma,
la sera dell’8 settembre.
di Massimo Zucchetti

La resa di Roma nel 1943 avvenne fra il 10 settembre, con l’accordo che prevedeva che Roma restasse “città aperta“, e il 23 settembre, quando – dopo che la città fu occupata dalle truppe tedesche e le unità del regio esercito nella zona furono disarmate e sciolte – Roma fu annessa alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini.

I nostri prodi militari badogliani dovettero cedere alle soverchianti forze germaniche? No: in figura [1] vedete la situazione militare la sera dell’8 settembre: quelli grigi sono i nostri, i neri sono i tedeschi: eravamo tanti (noi) a pochi (loro).

Se gli Italiani fossero riusciti a “tenere” Roma, impedendo per qualche giorno l’invasione nazista, gli Alleati sarebbero poi stati pronti a prenderne il controllo. Non erano pronti a una battaglia, perché erano impegnati al fronte a sud di Napoli e soprattutto stavano già per sbarcare a Salerno e in Puglia.

I tedeschi invece poterono assicurarsi insperatamente il controllo di Roma, essenziale snodo per le loro retrovie; travolti di lì a poco a Napoli, riuscirono a ritirarsi con ordine sulla linea Gustav: Roma dovette attendere altri nove mesi per essere liberata, mentre gli Alleati, indeboliti sul fronte italiano dai preparativi per il D-Day in Normandia, davano inutilmente di cozzo a Montecassino, per mesi.

Se Roma fosse stata liberata a settembre ’43, la ritirata tedesca sarebbe stata ben più rovinosa, non ci sarebbe stata nessuna Montecassino, l’Italia centrosettentrionale non avrebbe subito due anni di occupazione.

Non è solo un nostra “opinione”, lo chiarirono gli stessi vertici militari germanici. Senza addentrarci nei particolari, bastava che le truppe italiane, alla sera dell’8 settembre assai superiori a quelle tedesche attorno a Roma, avessero ricevuto ordini decenti e tali da permettere loro di impedire la presa di Roma ai tedeschi per tre miseri giorni: TRE GIORNI.

Leningrado ha resistito tre anni, Roma – secondo gli imbelli generali Roatta e Ambrosio – non poteva resistere più di poche ore.

Gli Alleati sarebbero intervenuti a Roma mediante l’operazione “Giant Two”, che invece dovette essere annullata. Questa avrebbe avuto non soltanto un ovvio peso militare, ma avrebbe anche ridato morale ad altri reparti del nostro Esercito.

Il generale tedesco Siegfried Westphal, Capo di Stato Maggiore del comando del feldmaresciallo Albert Kesselring, asserì che l’esercito tedesco sarebbe stato costretto a ripiegare profondamente verso nord, seguendo quello che era il convincimento iniziale del generale Rommel (che mutò opinione solo a fine settembre), con il risultato di accorciare i tempi della Campagna d’Italia e di anticipare la vittoria anglo-americana, con notevole risparmio di vite umane e di danni materiali all’Italia.

Non era quindi impensabile avere gli Alleati alle soglie della Pianura Padana prima dell’inverno: la stessa intera guerra in Europa avrebbe forse avuto uno sviluppo diverso, il D-Day sarebbe stato dal Sud della Francia, probabilmente.

La guerra, per il territorio italiano a sud della linea gotica, sarebbe davvero finita nel settembre 1943; se poi almeno un decimo delle nostre forze armate di terra fosse riuscito a non sbandarsi e a passare le linee unendosi agli Alleati, anche il ruolo del “Regno del Sud” sarebbe stato diverso, più dignitoso della “cobelligeranza” che ottenne dagli Alleati.

Il governo italiano, invece, abbandonò la sua stessa nazione e il suo popolo all’invasione tedesca. L’uscita dalla guerra avvenne purtroppo come sappiamo: dopo un lungo traccheggiare, l’Armistizio fu firmato a Cassibile il 3 settembre.

Il “nostro” Governo però continuò a tentennare nel rendere pubblico il cambio di campo dell’Italia, mentre gli Alleati spazientiti forzarono gli eventi, prima con pesanti bombardamenti, poi rendendo pubblica la notizia dell’Armistizio, da Radio Algeri, l’8 settembre alle 18:30.

Badoglio allora corse ai ripari con un annuncio per radio alle 19:45, dove non si chiariva cosa intendesse fare l’Italia del suo territorio, invaso da due eserciti stranieri contrapposti, e quale condotta dovessero tenere le sue forze armate: “esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza” era una frase indegna di un Maresciallo d’Italia, a capo dell’esercito nazionale.

Reagiranno come? Per ottenere cosa? Per andare dove? Immaginiamo lo sconcerto in tutta la Nazione.

Seguirono, il giorno successivo, la fuga da Roma a Brindisi di Badoglio, di tutto il governo, del Re e di Umberto Savoia, causando un vuoto di potere che infiniti danni addusse all’Italia; i nostri vertici militari, in fuga, tentennarono a dar ordine di attaccare i tedeschi, sperando che questi si ritirassero spontaneamente (sic!).

L’esercito tedesco procedette risolutamente e con abili colpi di mano successivi: in pochi giorni, vi fu la dissoluzione totale delle nostre forze armate, la presa di Roma da parte dei tedeschi, quasi increduli di tanta manna.

Il comportamento ambiguo nei giorni precedenti, e quello disastroso e codardo nei giorni successivi l’8 settembre – del governo italiano, della casa Savoia e dei vertici militari – ebbero conseguenze tragiche.

L’esercito italiano, pur con l’attenuante della mancanza di direttive precise e salvo alcune eccezioni, diede una prova sconfortante, dovuta soprattutto alla penosa inadeguatezza dei suoi vertici: in pochi giorni, in Italia, decine di divisioni si dissolsero e quasi tutti i nostri soldati vennero catturati o si diedero alla fuga, abbandonando Roma e l’Italia centrosettentrionale in mano ai tedeschi.

L’esercito italiano presente nel territorio metropolitano al settembre 1943 era senza dubbio fortemente indebolito: tuttavia, le condizioni non erano tali da giustificare una immediata e totale dissoluzione.

Ora, è forse facile giudicare, qui dalla nostra comoda poltrona nel 2023. Però una nazione ed un esercito che crollarono così vergognosamente, come l’Italia nel settembre 1943, non si erano mai viste nella storia militare contemporanea, né si vedranno più in futuro.

Al di là di tutte le ragioni e le circostanze, militarmente parlando, fu una figura davvero meschina.

Da: Francesco Mattesini, L’armistizio e la Mancata Difesa di Roma. I combattimenti di Monterosi, lago di Bracciano, Monterotondo e Porta San Paolo, Roma, novembre 2020,

Fonte

08/09/2023

Ottant’anni fa l’8 settembre


La particolare congiuntura in cui si trova il sistema politico italiano nel quale si trova al governo un partito di chiara estrazione post-fascista e a-costituzionale (fiancheggiato da altri soggetti di destra mentre si sta costruendo addirittura una opposizione estremista proprio sullo stesso versante) reclama un impegno particolare per ricordare la prossima scadenza dell’8 settembre della quale ricorrono gli ottant’anni.

Un ricordo che deve partire dalla constatazione che, in quel tempo, il giorno stesso dell’annuncio dell’armistizio e della fuga di Re e Governo da Roma, dai partiti antifascisti fu formato il CLN che poi assunse la guida della Resistenza e del Paese.

Eventi grandi, eccezionali, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi.

Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.

Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943.

In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata.

In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.

La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” determinata dall’invasione tedesca e dalla subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica.

Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana.

A 80 anni di distanza e nel momento del potere esercitato da una destra diretta erede di quella che il CLN aveva saputo combattere nel frangente più drammatico nella storia dell’umanità, è nostro dovere esprimere il meglio del ricordo.

Fonte

09/09/2019

La scelta dell’8 settembre


Non è vero che l’8 settembre rimanga come un nodo irrisolto nella storia d’Italia: atti, ruoli, protagonisti, responsabilità sono chiari e restano incontrovertibili nel delineare l’identità del nostro Paese per una intera fase storica.

Mi permetto quindi di riproporre questo testo nell’idea che si possa fornire ancora un contributo a delineare ciò che è avvenuto nel momento più critico nella storia dell’Italia dall’Unità in avanti.

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Eventi grandi, eccezionali, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi.

Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.

Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943.

In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata.

In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.

Lo Stato non era più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” di cui parla Jean Paul Sartre nell’intervista rilasciata nel 1969 a Rossana Rossanda, a proposito della guerra in Vietnam.

In questo senso Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “ L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.” “Il Leviatano pag.216″.

La scomparsa della presenza statale, come si verificò d’improvviso l’8 settembre 1943, poteva essere avvertita con un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà.

Però quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica Sociale, quando cioè nell’Italia occupata il vuoto istituzionale fu in un qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà “tra scampati” dei primi giorni non poteva essere più sufficiente.

La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della, pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.

Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.

Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.

Era, cioè (come precisò poi, nel 1986, Franco Venturi nel corso di un seminario tenuto alla Scuola Normale di Pisa) “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”.

Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.

Il fatto va ricordato come di particolare rilevanza proprio per quella generazione che, nella scuola, era stata educata a una sorta di “culto dell’obbedienza”.

Un secondo elemento da analizzare attentamente è rappresentato dal fatto che, davanti a scelte prima di tutto individuali, si presentò il nesso “necessità – libertà”, che proprio nella scelta resistenziale assunse, insieme, problematicità e limpidezza nello stesso tempo.

Una scelta da compiere ,citando ancora Sartre (“La repubblica del silenzio”) “nella responsabilità totale e nella solitudine totale, cercando la rivelazione stessa della nostra libertà”.

La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 Maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.

Questo senso della vita che “ricomincia da capo” (come scrisse “Risorgimento Liberale” il 23 Novembre 1943) sebbene avesse assunto sotto tanti aspetti la veste della politica, andava ben oltre quel “correre il rischio del politico” che Carl Schimtt indica quale conseguenza ineluttabile del fatto che “tutti i cittadini vengono obbligati a prendere posizione nella guerra civile”.

Si trattò piuttosto , come scrive Hirschman, “della percezione improvvisa (o dell’illusione”) che posso agire per cambiare in meglio la società e che, inoltre, posso unirmi ad altre persone della stessa opinione”.

La politica irruppe così nella vita partigiana, allorquando la “banda” nata da un’iniziale spinta di rivolta antistituzionale, o almeno di supplenza all’eclisse delle istituzioni, evolvette rapidamente e in modi originali, secondo una linea che la portò a diventare, in termini weberiani, da una semplice “comunità” o “associazione”, vero e proprio “gruppo sociale” retto da un ordinamento in cui l’agire era orientato in vista di dotarsi di regole vincolanti ed esemplari.

Il tramite di quella che, sempre Claudio Pavone, indica come “la via di una nuova istituzionalizzazione” fu rappresentato dalla presenza dei partiti che, attraverso il CLN, avevano assunto il ruolo di punto di riferimento, di vera e propria “guida politica” dell’intero movimento resistenziale.

L’organizzazione di tipo militare non sarebbe stata da sola sufficiente a tenere unito un esercito partigiano, tanto variegato e geloso della propria autonomia.

I legami con i partiti fecero da contrappeso alle spinte autonomistiche e ribellistiche che pure erano ben presenti, come del resto a quelle localistiche.

Questi legami resero più omogenee al loro interno le singole formazioni, differenziandole dalle altre di diverso colore, ma nello stesso tempo operarono come fattore di unità perché non solo trasmisero alla base la politica unitaria del CLN, ma alimentarono la convinzione che fosse l’impegno politico in quanto tale a costituire il cemento sostanziale tra i partigiani.

La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” del momento dell’invasione tedesca e della subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica.

Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana.

Fu , però nelle scelte difficili e solitarie compiute all’inizio della lotta di Resistenza che si realizzò la saldatura tra chi aveva combattuto il fascismo nel Ventennio e chi era salito in montagna dopo l’8 Settembre: una saldatura che avrebbe formato una nuova classe dirigente, una “generazione lunga” che avrebbe, tra fatiche, contraddizioni, conflitti ricostruito una convivenza civile e una coscienza collettiva: ciascheduno per la propria parte, con le proprie convinzioni ma nell’idea di fondo che attraversò i resistenti italiani: non ci si poteva limitare alla disfatta tedesca, bisognava ricostruire prima di tutto un senso comune. Come scrisse Silvio Trentin “Vincere la guerra per vincere la pace”.

Si ricorda, infine, a futura imperitura memoria che il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nasce il 9 settembre 1943 a Roma. L’indomani della “fellonia” della casa reale e del governo Badoglio. È il momento più difficile della storia nazionale unitaria: il territorio italiano, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, quello in Calabria e quello a Salerno – che avviene lo stesso 9 settembre – è diventato una delle aree di guerra in cui le truppe anglo-americane e quelle tedesche si affrontano direttamente. L’annuncio dell’armistizio, il giorno 8, non è stato preparato in alcun modo e le forze armate italiane si trovano completamente allo sbando.

Il CLN unisce in un unico organismo i diversi partiti dell’antifascismo storico, ognuno con un suo rappresentante. Sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi (1873-1951), rappresentante di Democrazia del Lavoro antico socialista riformista e futuro presidente del Consiglio, ci sono esponenti del Partito Comunista (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Pietro Nenni e Giuseppe Romita), del Partito d’Azione (Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea), della Democrazia Cristiana (Alcide De Gasperi), della Democrazia del Lavoro (Meuccio Ruini) e del Partito Liberale (Alessandro Casati). Il Comitato, che fungerà da “direzione politica” della lotta di Liberazione, si prefigge il compito di «chiamare gli italiani alla resistenza» contro il nazifascismo e «riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».

Insomma l’Italia fu fatta, in quell’occasione, superando anche i limiti del Risorgimento ( la gramsciana “rivoluzione mancata”) dai tanto vituperati, in seguito, partiti: fra i quali i grandi partiti di massa, il cui modello è stato incautamente abbandonato per abbracciare l’idea dei partiti personali e della governabilità esaustivamente intesa quale unica cifra dell’agire politico nell’omissione della necessità di rappresentanza.

Fonte

08/09/2018

Le scelte dell’8 settembre


Il ricordo dell’8 settembre, crocevia decisivo per la storia d’Italia, deve accompagnarsi necessariamente con la rappresentazione della Resistenza.

La memoria della Resistenza è direttamente connessa con le scelte compiute in quella giornata.

Scelte individuali e collettive.

La più importante fra queste scelte fu adottata il giorno dopo l’annuncio dell’Armistizio e l’abbandono completo dello Stato da parte di chi avrebbe dovuto rappresentarlo e costituirne l’autorità: la Monarchia e il Governo.

Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nasce il 9 settembre 1943 a Roma.

L’indomani della “fellonia” della casa reale e del governo Badoglio.

È il momento più difficile della storia nazionale unitaria: il territorio italiano, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, quello in Calabria e quello a Salerno – che avviene lo stesso 9 settembre – è diventato una delle aree di guerra in cui le truppe anglo-americane e quelle tedesche si affrontano direttamente.

L’annuncio dell’armistizio, il giorno 8, non è stato preparato in alcun modo e le forze armate italiane si trovano completamente allo sbando.

E’ la scelta più difficile, i partiti si sono appena ricostruiti dopo venti anni di dittatura.

Eppure si trova la forza di proclamarsi rappresentanza e guida dell’intero popolo italiano.

La costituzione del CLN unisce in un unico organismo i diversi partiti dell’antifascismo storico, ognuno con un suo rappresentante.

Sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi rappresentante di Democrazia del Lavoro antico socialista riformista e futuro presidente del Consiglio, ci sono esponenti del Partito Comunista (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Pietro Nenni e Giuseppe Romita), del Partito d’Azione (Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea), della Democrazia Cristiana (Alcide De Gasperi), della Democrazia del Lavoro (Meuccio Ruini) e del Partito Liberale (Alessandro Casati). Il Comitato, che fungerà da “direzione politica” della lotta di Liberazione, si prefigge il compito di «chiamare gli italiani alla resistenza» contro il nazifascismo e «riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».

Era la giornata del 9 settembre 1943, mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d’orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell’Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell’esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del Comitato delle opposizioni, è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno, da parte monarchica, aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».

Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d’ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall’8 settembre e traendo da questa constatazione l’indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:
“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”
Si trattò del passaggio decisivo questo della costituzione del CLN perché si verificasse l’indispensabile connessione tra l’individuale e il collettivo in una dimensione politica plurale: una grande novità dopo l’imposizione ventennale del totalitarismo fascista.

Si può ben dire che in quell’occasione si cominciò a costruire l’Italia repubblicana superando anche i limiti del Risorgimento (la gramsciana “rivoluzione mancata”) dai tanto vituperati, in seguito, partiti: fra i quali i grandi partiti di massa, il cui modello è stato incautamente abbandonato per abbracciare l’idea dei partiti personali, della governabilità esaustivamente intesa quale unica cifra dell’agire politico nell’omissione della necessità di rappresentanza come si sta pericolosamente imponendo in questa difficile fase storica.

La costituzione del CLN corrispondeva a un insieme di scelte individuali che le donne e gli uomini stavano compiendo in tutto il Paese: al Nord si andavano già costituendo le prime formazioni partigiane. Migliaia di militari sbandati si concentrano in zone di montagna con le armi di ordinanza pronti a difendersi, soprattutto in Piemonte per la dissoluzione della IV Armata dal rientro dalla Francia.

Era il momento delle scelte.

Prima di tutto non si può affermare che l’8 settembre rimanga come un nodo irrisolto nella storia d’Italia: atti, ruoli, protagonisti, responsabilità sono chiari e restano incontrovertibili nel delineare l’identità del nostro Paese per un’intera fase storica.

Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.

In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.

In questo senso Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943:
“L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.”
La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.

Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.

Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi e la legalità non stava certo dalla parte dei nazifascisti, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.

Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.

La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.

Questa somma di scelte soggettive trovò allora il suo punto di coagulo, il suo riferimento, nella costituzione del CLN, nella capacità dei partiti antifascisti di costituire comunque un saldo elemento di coesione e di legittimità, sostituendosi immediatamente al vuoto creato dalla fuga del Re e di Badoglio e respingendo la pretesa dei nazisti e dei fascisti di colmarlo rappresentando un nuovo potere del terrore.

Così nacque la Resistenza tra scelte individuali e grande disegno collettivo di costruzione di una nuova Italia.

Di tutto questo dobbiamo mantenere e trasmettere memoria.

Una memoria che continua a intrecciarsi con quella dei fatti storici fondamentali non soltanto per l’identità di un Paese, ma dei singoli soggetti che la vivono.

E’ allora che si assiste, si legge, si riflette attorno ad un fenomeno collettivo: un patrimonio “nostro” dei valori comuni che ci appartengono e che determinano – appunto – la nostra identità.

Nel rievocare la Resistenza si può, allora, affermare che la memoria nasce dal dolore: dalla profondità del dolore, quello del quale si sente, quasi, la rappresentazione fisica della sofferenza morale, dell’afflizione dell’animo, dell’affanno.

Come se, tutti assieme, ci trovassimo lì a vegliare i nostri morti.

Non tutto però può esaurirsi nel dolore quando questo incontra la memoria: un intreccio da cui nasce la volontà di costruire il futuro.

La storia non era finita, dal sacrificio dei martiri poteva nascere l’attesa di una vita diversa, di una era di giustizia e di libertà alla fine di tante sopraffazioni.

Memoria, dolore, futuro legate assieme da un’unica idea di una nuova costruzione sociale, di una diversa identità.

Non si cadde allora, e non dobbiamo neppure farlo adesso, in una visione semplificato di un cosiddetto pessimismo leopardiano (o speranze, speranze, ameni inganni) perché i nostri martiri vivranno in eterno, non in un’immortalità solitaria ma per continuare a testimoniare l’idea, la necessità, l’urgenza di costruire un’altra costruzione sociale, diversa e alternativa da quella fondata sulla sopraffazione e lo sfruttamento.

Fonte

08/09/2016

8 Settembre 1943: morte, continuità, palingenesi dello Stato

(un abbozzo di ricostruzione storica)

Per non dimenticare e per resistere

A settantatré anni di distanza dai fatti è ancora importante ricordare ciò che accadde l’8 Settembre 1943, giorno nel quale fu reso noto l’armistizio, stipulato cinque giorni prima, tra il governo italiano e gli alleati: si apriva così una pagina assolutamente decisiva nella storia del nostro Paese che non può assolutamente essere obliata.

Nella storia dell’Italia contemporanea l’8 Settembre è stato più volte paragonato a Caporetto, sia per le dimensioni della disfatta militare e politica, sia per l’aspro dibattito sollevato circa le responsabilità.

Ma già nella prima ricostruzione delle vicende italiane tra i due dopoguerra novecenteschi Federico Chabod (L’Italia contemporanea 1918 – 1948, Torino 1961) sottolineava anzitutto il distacco tra regime e nazione segnalato dalla mancanza per la prima volta dall’unificazione dei volontari nella guerra del ’40.

Chabod individuava una profonda diversità tra il 1917 e il 1943 proprio nella definitiva rottura consumata tra il fascismo e gli italiani.

Emergeva una divisione netta tra regime e nazione e la volontà popolare aspirava, prima di tutto, a chiudere con la guerra.

I partiti antifascisti usciti allo scoperto con il 25 Luglio commisero però nei 55 giorni l’errore di lasciare ai responsabili della disfatta, la Monarchia e l’Esercito, il difficile sganciamento dall’alleato nazista, nella convinzione che la dinastia risultasse ancora in grado di gestire da sola, con il sostegno delle potenze alleate, l’uscita dalla guerra iniziata e condotta per oltre 3 anni a fianco dei nazisti.

Lo sfacelo dell’8 settembre risultò dunque, insieme, come il risultato della sconfitta di un regime che aveva puntato avventurosamente sulla guerra e della dinastia che aveva pensato di poter transitare indenne tra opposti schieramenti internazionali e diversi sistemi politici interni.

Risaltò così, in quel frangente, l’assoluta inadeguatezza delle classi dirigenti del paese nei vari campi incapaci di compiere nei momenti decisivi scelte condividendo la responsabilità dei possibili esiti che ne derivassero.

Il ventennio fascista si era chiuso con una profonda lacerazione del tessuto nazionale, che il regime si era proposto di rafforzare procedendo a una forma d’integrazione di massa attuata attraverso l’esaltazione di miti effimeri (nazionalismo, addirittura razza, prolificità) elargendo anche i primi consumi individuali (la radio, i treni popolari) ed elementi di parziale sicurezza (le ferie, la previdenza sociale).

Questi elementi avevano prodotto un’adesione, però superficiale e sostanzialmente passiva, rapidamente dileguatasi nel durissimo confronto con la prova bellica nel corso della quale si era dimostrata, via via la debolezza di un regime nazionalista costruito in maniera del tutto insufficiente rispetto alla pretesa di porsi come potenza militare.

La fuga del Re e di Badoglio a Brindisi assicurò la continuità dello Stato monarchico italiano, pur ridotto negli esigui confini del “regno del Sud” che comprendeva soltanto alcune province pugliesi.

Il “regno del Sud” era soggetto anche al rigido controllo alleato secondo i dettami del “lungo armistizio”.

La nascita pressoché in contemporanea della Repubblica Sociale sanciva, in quel momento, il dissolvimento dello Stato nazionale Italiano, così come questo era stato costruito nel corso del Risorgimento.

L’Italia a quel punto si trovava sotto il dominio dell’esercito tedesco nel Centro – Nord e sotto il controllo delle armate anglo – americane nel Sud.

L’analisi a quel punto non poteva che soffermarsi sulla disfatta del paese, la perdita dell’indipendenza, della sovranità, dell’unità dello Stato.

Nell’estate del ’43 era scomparsa la sostanza, anche se non la forma, dello Stato italiano e si erano dissolti, insieme, i vincoli di solidarietà e di lealtà annodati, a seguito di passaggi storici molto difficili e complicati, tra ceti sociali, orientamenti ideali e religiosi, interessi e distinzioni territoriali spesso fortemente conflittuali tra loro, lungo un processo di costruzione nazionale unitaria meno che secolare (E. Renan. Che cos’è una nazione? Introduzione di Silvio Lanaro, Roma 1993).

Andava considerata nel giusto conto il peso della storia, come memoria, tradizione, coscienza collettiva, che aveva gravato sull’Italia in forme eccezionali per durata e continuità ultramillenarie e andava considerata insieme alle incertezze sui tempi e le forme dell’identità della nazione anche il ritardo della sua costituzione come Stato unitario e la rapida consunzione delle idee e del termine di patria.

Gli avvenimenti dell’8 Settembre ponevano in luce come restasse irrisolto il punto fondamentale di un equilibrio nel rapporto tra governanti e governati, tra classi dirigenti e masse.

L’Italia dopo l’8 Settembre 1943 sembrava tornare a essere considerata poco più di un’espressione geografica (Claudio Pavone, Tre governi e due occupazioni, in “Italia contemporanea” 1985, n.160).

Il punto di svolta, rispetto al quadro che si delineava in quel momento, fu rappresentato dalla formazione, ad opera delle forze politiche antifasciste, del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) il 10 Settembre, nella Roma occupata dai tedeschi.

Il CLN chiama le italiane e gli italiani alla lotta e alla resistenza contro il nazismo e il fascismo.

L’Italia sconfitta e dissolta non ha più soltanto una rappresentanza formale nella screditata dinastia dei Savoia ma può fare riferimento ad una struttura politica, ancora debole e attraversata da contrasti come quello riguardante il futuro istituzionale del paese, che possiede però la suo interno la capacità di porsi come nuova autorità anzitutto morale e anche organizzativa, intorno cui ricostituire il lacerato tessuto nazionale, ancora debole e attraversato da contrasti come quello riguardante il futuro istituzionale del paese, che possiede però la suo interno la capacità di porsi come nuova autorità anzitutto morale e anche organizzativa, intorno cui ricostituire il lacerato tessuto nazionale.

In questo tragico momento i partiti antifascisti si fanno carico dei destini del paese con l’appello alla lotta armata contro i nazisti: è questo l’elemento che li legittima agli occhi della popolazione come i protagonisti della liberazione nazionale.

Per il CLN la sconfitta non significa rinuncia: anzi l’appello del 10 settembre segna l’inizio di una lunga e sanguinosa battaglia resistenziale che dal settembre del ’43 fino all’aprile del ’45 diventa l’imperativo categorico e l’impegno prioritario delle forze antifasciste.

La Resistenza, guidata dal CLN, come esperienza collettiva di una minoranza del popolo italiano che aveva difeso in armi il diritto alla libertà e alla indipendenza di se stessi e del proprio paese, era diventata il più alto riferimento morale e il fondamento etico – politico del travagliato processo di ricostruzione dell’unità statale e dell’identità nazionale.

La Resistenza si configurava quindi come il momento essenziale del riscatto italiano dopo la disfatta del fascismo e come tale continua a rappresentare ancor oggi il carattere più elevato e il connettivo più solido per la ricostituzione dell’ordinamento dello Stato.

Il risultato complessivo di quelle convulsioni storiche è stato rappresentato dalla Costituzione Repubblicana e dalle scelte politiche che il suo contenuto ha dettato nel corso degli anni: anche qui tra fortissime contraddizioni e difficoltà.

Tra queste scelte la più importante è sicuramente quella riguardante la forma della democrazia parlamentare e rappresentativa.

Una forma della democrazia già sufficientemente attaccata nel corso degli anni dalla reazione individualistica, autoritaria, dell’imposizione di un artificiale dominio di un insensato modello mediatico.

Una forma della democrazia che oggi si intende ridurre drasticamente deformando lo stesso testo del dettato costituzionale.

Un tentativo da respingere aggregando le forze più sane che ancora resistono in questa Repubblica.

Per compilare questo testo sono stati consultati: “Storia dell’Italia Repubblicana” volume I “La costruzione della democrazia” Einaudi, Torino 1995 e Simona Colarizi “Storia dei partiti nell’Italia repubblicana”, Laterza Roma – Bari 1994
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08/09/2015

8 Settembre 1943. La caduta del regime

Nelle prime ore del mattino Badoglio trasmette al quartier generale alleato ad Algeri un messaggio con  il quale informa che il governo italiano non può diffondere la notizia dell’armistizio firmato a Cassibile il 3 Settembre dal generale Castellano a causa della consistente presenza di truppe tedesche ammassate nei dintorni di Roma.

Eisenhower giudica impossibile l’invio di una divisione aviotrasportata a Roma essendo gli italiani nell’impossibilità di fornirle i mezzi di trasporto e respinge la richiesta di rinvio della comunicazione dell’avvenuto armistizio.

Alle ore 16:30 Radio New York anticipa la notizia.

In Italia settentrionale i reparti dell’armata tedesca comandata dal maresciallo Rommel iniziano i rastrellamenti dei soldati italiani e l’occupazione dei punti strategici delle aree industriali e delle vie di comunicazione.

Alle ore 18:45 al Quirinale si svolge una riunione per valutare la situazione. Vi partecipano il re, Badoglio, Acquarone, Guariglia (ministro degli Esteri), Carbone (comandante la piazza di Roma), e i ministri della guerra, della marina, dell’aeronautica. Durante la seduta giunge la notizia che Eisenhower ha annunciato l’armistizio con l’Italia.

Alle 19:45 Badoglio legge un comunicato con cui informa il Paese che “il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze anglo – americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo – americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. Prive di direttive precise le forze armate si sbandano.

Nella notte a Salerno gli Alleati iniziano le operazioni di sbarco, incontrando una violenta resistenza da parte delle truppe tedesche. Intorno a Roma le divisioni dei Granatieri di Sardegna, Piave e Ariete contrastano l’avanzata dei reparti tedeschi.

Alle ore 5:10 il re e Badoglio accompagnati da un gruppo di militari e di funzionari abbandonano Roma diretti a Pescara, dove un’unità della Marina li porteranno a Brindisi sotto la protezione degli alleati.

A Porta San Paolo e in altri quartieri della Capitale l’esercito, con l’appoggio della popolazione, si oppone all’avanzata dei tedeschi comandati dal maresciallo Kesserling. La resistenza durerà fino al giorno 10, quando le truppe italiane saranno costrette a capitolare e i tedeschi occuperanno Roma, formalmente dichiarata “Città aperta”.

Si costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale e si compone il primo CLN (nel corso del mese di Ottobre si formeranno quelli regionali). Ne fanno parte Scoccimarro e Amendola per il PCI, Nenni e Romita per il PSIUP, La Malfa e Fenoaltea per il Partito d’Azione, Ruini per Democrazia del Lavoro, De Gasperi per la DC, Casati per il PLI.

Eventi grandi, eccezionali come quelli appena descritti, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi.

Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.

Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943.

In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata.

In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.

Lo Stato non era più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” di cui parla Jean Paul Sartre nell’intervista rilasciata nel 1969 a Rossana Rossanda, a proposito della guerra in Vietnam.

A questo proposito Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “ L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.” “Il Leviatano pag.216".

La scomparsa della presenza statale, come si verificò d’improvviso l’8 settembre 1943, poteva essere avvertita con un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà.

Però, quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica Sociale, quando cioè nell’Italia occupata il vuoto istituzionale fu in un qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà “tra scampati” dei primi giorni non poteva essere più sufficiente.

La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della, pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.

Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.

Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.

Era, cioè (come precisò poi, nel 1986, Franco Venturi nel corso di un seminario tenuto alla Scuola Normale di Pisa) “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”.

Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.

Il fatto va ricordato come di particolare rilevanza proprio per quella generazione che, nella scuola, era stata educata a una sorta di “culto dell’obbedienza”.

Un secondo elemento da analizzare attentamente è rappresentato dal fatto che, davanti a scelte prima di tutto individuali, si presentò il nesso “necessità – libertà”, che proprio nella scelta resistenziale assunse, insieme, problematicità e limpidezza nello stesso tempo.

Una scelta da compiere, citando ancora Sartre (“La repubblica del silenzio”) “nella responsabilità totale e nella solitudine totale, cercando la rivelazione stessa della nostra libertà”.

La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 Maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.

Questo senso della vita che “ricomincia da capo” (come scrisse “Risorgimento Liberale” il 23 Novembre 1943) sebbene avesse assunto sotto tanti aspetti la veste della politica, andava ben oltre quel “correre il rischio del politico” che Carl Schimtt indica quale conseguenza ineluttabile del fatto che “tutti i cittadini vengono obbligati a prendere posizione nella guerra civile”.

Si trattò piuttosto, come scrive Hirschman, “della percezione improvvisa (o dell’illusione”) che posso agire per cambiare in meglio la società e che, inoltre, posso unirmi ad altre persone della stessa opinione”.

La politica irruppe così nella vita partigiana, allorquando la “banda” nata da un’iniziale spinta di rivolta antistituzionale, o almeno di supplenza all’eclisse delle istituzioni, evolvette rapidamente e in modi originali, secondo una linea che la portò a diventare, in termini weberiani, da una semplice “comunità” o “associazione”, a vero e proprio “gruppo sociale” retto da un ordinamento in cui l’agire era orientato in vista di dotarsi di regole vincolanti ed esemplari.

Il tramite di quella che, sempre Claudio Pavone, indica come “la via di una nuova istituzionalizzazione” fu rappresentato dalla presenza dei partiti che, attraverso il CLN, avevano assunto il ruolo di punto di riferimento, di vera e propria “guida politica” dell’intero movimento resistenziale.

L’organizzazione di tipo militare non sarebbe stata da sola sufficiente a tenere unito un esercito partigiano, tanto variegato e geloso della propria autonomia.

I legami con i partiti fecero da contrappeso alle spinte autonomistiche e ribellistiche che pure erano ben presenti, come del resto a quelle localistiche.

Questi legami resero più omogenee al loro interno le singole formazioni, differenziandole dalle altre di diverso colore, ma nello stesso tempo operarono come fattore di unità perché non solo trasmisero alla base la politica unitaria del CLN, ma alimentarono la convinzione che fosse l’impegno politico in quanto tale a costituire il cemento sostanziale tra i partigiani.

La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” del momento dell’invasione tedesca e della subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica.

Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana.

Fu, però nelle scelte difficili e solitarie compiute all’inizio della lotta di Resistenza che si realizzò la saldatura tra chi aveva combattuto il fascismo nel Ventennio e chi era salito in montagna dopo l’8 Settembre: una saldatura che avrebbe formato una nuova classe dirigente, una “generazione lunga” che avrebbe, tra fatiche, contraddizioni, conflitti ricostruito una convivenza civile e una coscienza collettiva: ciascheduno per la propria parte, con le proprie convinzioni ma nell’idea di fondo che attraversò i resistenti italiani: non ci si poteva limitare alla disfatta tedesca, bisognava ricostruire prima di tutto un senso comune. Come scrisse Silvio Trentin “Vincere la guerra per vincere la pace”.

Oggi la pace sembra proprio essere in pericolo: ripensare e riflettere sulle tragedie del passato dovrebbe essere utile a ritrovare proprio quell'identità di valori e quella coscienza collettiva che appare ormai del tutto smarrita.

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