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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/09/2019

La scelta dell’8 settembre


Non è vero che l’8 settembre rimanga come un nodo irrisolto nella storia d’Italia: atti, ruoli, protagonisti, responsabilità sono chiari e restano incontrovertibili nel delineare l’identità del nostro Paese per una intera fase storica.

Mi permetto quindi di riproporre questo testo nell’idea che si possa fornire ancora un contributo a delineare ciò che è avvenuto nel momento più critico nella storia dell’Italia dall’Unità in avanti.

*****

Eventi grandi, eccezionali, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi.

Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.

Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943.

In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata.

In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.

Lo Stato non era più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” di cui parla Jean Paul Sartre nell’intervista rilasciata nel 1969 a Rossana Rossanda, a proposito della guerra in Vietnam.

In questo senso Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “ L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.” “Il Leviatano pag.216″.

La scomparsa della presenza statale, come si verificò d’improvviso l’8 settembre 1943, poteva essere avvertita con un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà.

Però quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica Sociale, quando cioè nell’Italia occupata il vuoto istituzionale fu in un qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà “tra scampati” dei primi giorni non poteva essere più sufficiente.

La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della, pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.

Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.

Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.

Era, cioè (come precisò poi, nel 1986, Franco Venturi nel corso di un seminario tenuto alla Scuola Normale di Pisa) “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”.

Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.

Il fatto va ricordato come di particolare rilevanza proprio per quella generazione che, nella scuola, era stata educata a una sorta di “culto dell’obbedienza”.

Un secondo elemento da analizzare attentamente è rappresentato dal fatto che, davanti a scelte prima di tutto individuali, si presentò il nesso “necessità – libertà”, che proprio nella scelta resistenziale assunse, insieme, problematicità e limpidezza nello stesso tempo.

Una scelta da compiere ,citando ancora Sartre (“La repubblica del silenzio”) “nella responsabilità totale e nella solitudine totale, cercando la rivelazione stessa della nostra libertà”.

La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 Maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.

Questo senso della vita che “ricomincia da capo” (come scrisse “Risorgimento Liberale” il 23 Novembre 1943) sebbene avesse assunto sotto tanti aspetti la veste della politica, andava ben oltre quel “correre il rischio del politico” che Carl Schimtt indica quale conseguenza ineluttabile del fatto che “tutti i cittadini vengono obbligati a prendere posizione nella guerra civile”.

Si trattò piuttosto , come scrive Hirschman, “della percezione improvvisa (o dell’illusione”) che posso agire per cambiare in meglio la società e che, inoltre, posso unirmi ad altre persone della stessa opinione”.

La politica irruppe così nella vita partigiana, allorquando la “banda” nata da un’iniziale spinta di rivolta antistituzionale, o almeno di supplenza all’eclisse delle istituzioni, evolvette rapidamente e in modi originali, secondo una linea che la portò a diventare, in termini weberiani, da una semplice “comunità” o “associazione”, vero e proprio “gruppo sociale” retto da un ordinamento in cui l’agire era orientato in vista di dotarsi di regole vincolanti ed esemplari.

Il tramite di quella che, sempre Claudio Pavone, indica come “la via di una nuova istituzionalizzazione” fu rappresentato dalla presenza dei partiti che, attraverso il CLN, avevano assunto il ruolo di punto di riferimento, di vera e propria “guida politica” dell’intero movimento resistenziale.

L’organizzazione di tipo militare non sarebbe stata da sola sufficiente a tenere unito un esercito partigiano, tanto variegato e geloso della propria autonomia.

I legami con i partiti fecero da contrappeso alle spinte autonomistiche e ribellistiche che pure erano ben presenti, come del resto a quelle localistiche.

Questi legami resero più omogenee al loro interno le singole formazioni, differenziandole dalle altre di diverso colore, ma nello stesso tempo operarono come fattore di unità perché non solo trasmisero alla base la politica unitaria del CLN, ma alimentarono la convinzione che fosse l’impegno politico in quanto tale a costituire il cemento sostanziale tra i partigiani.

La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” del momento dell’invasione tedesca e della subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica.

Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana.

Fu , però nelle scelte difficili e solitarie compiute all’inizio della lotta di Resistenza che si realizzò la saldatura tra chi aveva combattuto il fascismo nel Ventennio e chi era salito in montagna dopo l’8 Settembre: una saldatura che avrebbe formato una nuova classe dirigente, una “generazione lunga” che avrebbe, tra fatiche, contraddizioni, conflitti ricostruito una convivenza civile e una coscienza collettiva: ciascheduno per la propria parte, con le proprie convinzioni ma nell’idea di fondo che attraversò i resistenti italiani: non ci si poteva limitare alla disfatta tedesca, bisognava ricostruire prima di tutto un senso comune. Come scrisse Silvio Trentin “Vincere la guerra per vincere la pace”.

Si ricorda, infine, a futura imperitura memoria che il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nasce il 9 settembre 1943 a Roma. L’indomani della “fellonia” della casa reale e del governo Badoglio. È il momento più difficile della storia nazionale unitaria: il territorio italiano, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, quello in Calabria e quello a Salerno – che avviene lo stesso 9 settembre – è diventato una delle aree di guerra in cui le truppe anglo-americane e quelle tedesche si affrontano direttamente. L’annuncio dell’armistizio, il giorno 8, non è stato preparato in alcun modo e le forze armate italiane si trovano completamente allo sbando.

Il CLN unisce in un unico organismo i diversi partiti dell’antifascismo storico, ognuno con un suo rappresentante. Sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi (1873-1951), rappresentante di Democrazia del Lavoro antico socialista riformista e futuro presidente del Consiglio, ci sono esponenti del Partito Comunista (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Pietro Nenni e Giuseppe Romita), del Partito d’Azione (Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea), della Democrazia Cristiana (Alcide De Gasperi), della Democrazia del Lavoro (Meuccio Ruini) e del Partito Liberale (Alessandro Casati). Il Comitato, che fungerà da “direzione politica” della lotta di Liberazione, si prefigge il compito di «chiamare gli italiani alla resistenza» contro il nazifascismo e «riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».

Insomma l’Italia fu fatta, in quell’occasione, superando anche i limiti del Risorgimento ( la gramsciana “rivoluzione mancata”) dai tanto vituperati, in seguito, partiti: fra i quali i grandi partiti di massa, il cui modello è stato incautamente abbandonato per abbracciare l’idea dei partiti personali e della governabilità esaustivamente intesa quale unica cifra dell’agire politico nell’omissione della necessità di rappresentanza.

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19/08/2019

14 agosto 1861: strage Pontelandolfo e Casalduni. Donne e bambini arsi vivi


Il 14 agosto del 1861 nelle città di Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento, si diede vita ad una strage di rappresaglia militare che registrò un numero imprecisato di morti, un centinaio secondo la storiografia ufficiale, secondo altre stime invece circa 400 o 900, forse oltre mille. Un vero e proprio massacro che venne scatenato per rivendicare l’attacco dell’11 agosto dello stesso anno in cui furono uccisi da briganti e contadini del posto 45 militari dell’esercito unitario arrivati in città per ristabilire l’ordine pubblico e porre fine alle ribellioni popolari.

Quello del 14 agosto fu un brutale eccidio ordinato dal generale Enrico Cialdini al colonnello Negri il quale all’alba scatenò l’inferno: “Li voglio tutti morti! Sono tutti contadini e nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, dei bersaglieri e del mondo. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di puttana, non voglio testimoni, diremo che sono stati i briganti”.

Alcuni inquietanti particolari si possono leggere nel racconto del bersagliere Carlo Margolfo: “Al mattino del giorno 14 riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi, ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava... Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava”.

La rappresaglia, a differenza del racconto appena letto, non risparmiò però donne e bambini, a quali toccò la stessa sorte di essere arsi vivi, oltre allo stupro. Una strage di vite umane, una vendetta che rase completamente al suolo le due città e che fu annunciata attraverso un telegramma: “Ieri all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”.

L’unico ricordo delle vittime dell’eccidio sono un monumento in bronzo ed una piazza dedicata a Concetta Biondi, 16enne che come tante altre donne venne violentata ed uccisa dai soldati piemontesi davanti gli occhi increduli dei familiari. Gli stessi che vennero poi premiati con medaglie ed onori.

Questo rappresenta un pezzo di sanguinosa storia forse dimenticato ma che merita di essere commemorato per ricordare che, come scrisse Gramsci: “Lo stato italiano era una feroce dittatura che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.



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08/09/2018

“Il Sud non è figlio di una storia minore”. Una replica di Camilleri ai luoghi comuni

Una lettera aperta dello scrittore Andrea Camilleri replica al giornalista de “La Repubblica” Francesco Merlo, autore del video “Da Genova a Messina, le differenze di un’Italia flagellata“.

Merlo è nato al Sud ma emigrato al Nord, e ora sostiene tra l’altro che “... È molto pericoloso aiutare il Sud...”. Francesco Merlo, così come altri editorialisti e ideologi de La Repubblica e del Corriere della Sera, stanno collaborando attivamente a quella che abbiamo definito la secessione reale del paese. E Andrea Camilleri non gliele manda a dire.
Lettera a Francesco Merlo

“Ciccio, ti scrivo a nome di tanti siciliani

e ti chiamo Ciccio perché anche tu sei siciliano essendo nato a Catania

Lo so che ti da fastidio, perché - avendo lavorato per 19 anni al Corriere della Sera e scrivendo da 10 anni per La Repubblica - probabilmente non ti piace essere chiamato “Ciccio”

Magari, dopo tanti anni al Corriere, parli pure milanese e Ciccio in milanese non suona bene

Ma io continuerò lo stesso a chiamarti Ciccio ok?

Dunque, Ciccio, voglio dirti che qui noi siamo indignati. Lo so che, proprio in questi ultimi tempi, è un termine inflazionato ma non ne trovo uno migliore per manifestarti il nostro sdegno per quello che hai detto nel tuo servizio sull’alluvione nel messinese

Qui l’acqua avrebbe portato via il “mattone selvaggio e l’accozzaglia di laterizi”, mentre... dalle tue parti la natura malvagia avrebbe distrutto “i centri storici, lo spazio pubblico celebrato, la bellezza di città che sono storicamente costruite per piacere, per aiutare l’uomo a vivere e non a sopravvivere”

Ciccio, ma che dici? La storia della tua terra (quella d’origine, intendo: la Sicilia) te la ricordi?

Ciccio, anche i nostri paesi hanno un centro storico: centri di antica tradizione, come Saponara: ti ricordi di Saponara, vero?

A Saponara l’acqua ha mandato giù un costone roccioso che ha sotterrato una casa, e - con la casa - ha sotterrato anche tre persone, e fra queste tre persone c’era un angioletto biondo di appena dieci anni

Ah... dimenticavo: quella casa non era abusiva: era una casa come la tua, forse meno ricca della tua, ma era comunque una casa

insomma una casa normale

non un’accozzaglia di laterizi

A proposito del nostro bimbo annegato nel fango... ecco, qui voglio ringraziarti per aver detto che “i bambini affogati sono uguali” Almeno questo ce lo hai riconosciuto, Ciccio...

i nostri non sono figli di un dio minore

almeno quando affogano nel fango

Grazie, grazie davvero

“La forza dell’acqua distrugge sviluppo e sottosviluppo”. Naturalmente, lo sviluppo sta al Nord e il sottosviluppo è il nostro.

Ciccio, vuoi che partiamo da lontano?

E allora, mi permetto di ricordarti che nell’anno 1100, mentre dalle tue parti si brancolava nel buio del Medioevo, i Siciliani avevano il primo Parlamento della storia, il primo parlamento d’Europa.

Facciamo un bel salto e arriviamo al 1861.

In quegli anni - esattamente nel 1856 - in occasione dell’Esposizione Internazionale di Parigi, Il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese più industrializzato del mondo, dopo Inghilterra e Francia.

Il Meridione possedeva una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano, una flotta che era la quarta del mondo. Il Sud era il primo produttore in Italia di materia prima e semi-lavorati per l’industria. Avevamo circa 100 industrie metalmeccaniche che lavoravano a pieno regime (era attiva la più grande industria metalmeccanica d’Italia). Avevamo industrie tessili, manifatturiere, estrattive

Avevamo distillerie, cartiere. Avevamo la prima industria siderurgica d’Italia. Il primo mezzo navale a vapore del Mediterraneo (una goletta) fu costruito nelle Due Sicilie e fu anche il primo al mondo a navigare per mare. La prima nave italiana che arrivò nel 1854, dopo 26 giorni di navigazione, a New York, era meridionale, e si chiamava - guarda un po’! - “Sicilia”. La bilancia commerciale con gli Stati Uniti era fortemente in attivo e il volume degli scambi era quasi il quintuplo del Piemonte

Il cantiere di Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il primo d’Italia per grandezza e importanza.

Ancora: il tasso di sconto praticato dalle banche era pari al 3%, il più basso della Penisola; una “fede di credito” rilasciata dal Banco di Napoli era valutata sui mercati internazionali fino a quattro volte il valore nominale. Il Regno Napoletano, fra tutti gli Stati italiani, vantava il sistema fiscale con il minor numero di tasse: ve ne erano soltanto cinque.

Tu, Ciccio, potresti dirmi: “acqua passata”. Potresti chiedermi come ci siamo ridotti così, oggi... sottosviluppati

Bene... ti spiego: fin dal primo anno di unificazione, il neonato Stato italiano introdusse ben 36 nuove imposte ed elevò quelle già esistenti.

In appena quattro anni, la pressione fiscale aumentò dell’87%, ed il costo della vita ebbe un incremento del 40% rispetto al 1860, i salari persero il 15% del potere d’acquisto.

Dopo l’unificazione d’Italia, l’industria meridionale e persino l’agricoltura furono letteralmente abbandonate e penalizzate con una politica economica che favorì il Nord a danno del Sud, come risulta da un’inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese dello Stato voluta da Francesco Saverio Nitti (non l’abbiamo pagato noi... giuro)

Per diversi decenni si verificò un continuo drenaggio di capitali dal meridione al Nord dovuto proprio ad una scelta di politica economica dello Stato, mentre sul piano delle imposte il Mezzogiorno e la Sicilia contribuivano in maniera di gran lunga superiore alle regioni del Nord

Non andò meglio per i lavori pubblici, in quanto gran parte delle spese furono fatte nell’Italia Settentrionale e Centrale.

In sostanza il bottino dei Savoia fu veramente enorme, se si considera che il danaro trafugato dalle casse del “Regno delle Due Sicilie” ammontava a 443 milioni di lire oro, vale a dire due volte superiore a quello di tutti (dico tutti) gli Stati preunitari della penisola messi insieme; lo Stato savoiardo ne possedeva solo 20 milioni.

Questa è storia Ciccio, dunque non volercene se una politica assassina ci ha ridotto come siamo adesso

Non dirci che siamo “sottosviluppati”, non ce lo meritiamo. Perché - vedi - la cultura siciliana non è da meno rispetto a quella dell’ormai “tuo” Nord

Anzi... a giudicare dal numero e dall’importanza dei cervelli che mandiamo a lavorare dalle tue parti, potrei osare di più, ma non mi va

L’acqua, qui, porta via centri storici e persone esattamente come a Genova e come nelle Cinque Terre.

E a Barcellona i torrenti sono “tombinati” esattamente come a Genova.

Sai, Ciccio, i giornali arrivano anche qui, e noi li leggiamo

E, se proprio la vogliamo dire tutta, anche a Genova c’erano case costruite nei greti dei torrenti: le abbiamo viste tutti in televisione: anche lì, dunque, “mattone selvaggio” e “accozzaglia di laterizi”?

Ascoltami, Ciccio: nella prossima estate, torna in Sicilia. Non ti chiedo di starci molto: quindici giorni a pensione completa

Fatti un giro, magari anche nella città che ti ha visto bimbo meridionale: Catania

Scoprirai cose nuove

Scoprirai che i siciliani non sono affatto rassegnati, sono incazzati neri

E’ diverso

Scoprirai che “le persone per bene” che pensano che il Sud sia solo violento-imprevedibile-inaffidabile-sprecone-confusionario-corrotto-mafioso-camorristico (come dici tu in una sorta di crescendo rossiniano), in realtà non sono persone per bene: sono degli idioti. Oppure dei delinquenti

E mi dispiace se fra loro dovessero esserci amici tuoi: sempre idioti restano o delinquenti che hanno interesse ad affossarci ancora di più

Perché - vedi - se qui i mafiosi portano ancora la coppola, mentre al Nord portano la cravatta e magari hanno l’auto blu e la scorta, per noi non fa molta differenza

Ripeto, i giornali li leggiamo anche qua

... E quella “pietà diversa” di cui parli, Ciccio: ma ti sei ascoltato?

“La disgrazia di Genova fece esplodere gli animi e mettere mano al portafoglio”, mentre qui le disgrazie sarebbero solo

“il prolungamento della normalità”

Qui è meglio “non dare perché elemosiniere ed elemosinato rischiano di fare la stessa fine”

E, quindi, “aiutare il Sud potrebbe risultare pericoloso, fortemente pericoloso”

No, Ciccio, ti sbagli

La nostra normalità non è questa che dici tu

La nostra “normalità” ci è stata tolta proprio da quelle “persone per bene” di cui parli

quelle stesse che oggi vorrebbero farci “il ponte sullo Stretto” per finire di fregarci il poco che ci è rimasto

Noi non siamo affatto rassegnati, Ciccio, e vogliamo riprendercela la nostra normalità

La nostra normalità ha nome e cognome, anzi... nomi e cognomi, come Antonello da Messina, Vincenzo Bellini, Francesco Maurolico, Finocchiaro Aprile, Alessandro Scarlatti, Filippo Juvara, Luigi Pirandello, Giovanni Verga, Lucio Piccolo, Tommaso Cannizzaro, Bartolo Cattafi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Renato Guttuso, Ettore Majorana, Vittorio Emanuele Orlando, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia, Vann’Antò’

La nostra normalità ha luoghi che si chiamano Mozia, Segesta, Selinunte, Piazza Armerina, Naxos, Siracusa, Monreale, Taormina, Erice, Agrigento, Noto: tutti con i loro “centri storici” come Messina, e - perché no - come Barcellona e come Saponara.

Noi conserviamo la cultura dei nostri padri

Noi conserviamo le tradizioni di questi luoghi

Non siamo rassegnati, siamo orgogliosi (oltre che incazzati).

E se i nostri Gattopardi sono stati sbranati dalle iene e dagli sciacalli, come aveva previsto il Principe di Lampedusa in tempi non sospetti beh... verrà il momento del riscatto

Noi ci crediamo, dobbiamo crederci

E, per tornare alla tua “pietà diversa”, sappi che questo tipo di pietà non ci interessa

Noi vogliamo solo difendere i nostri diritti vogliamo solo il nostro, quello che ci spetta

Siamo noi che abbiamo pietà, pietà per gli oppressi, per i vinti, pietà per chiunque soffra

E siamo ancora noi che abbiamo, legittimamente, dei pregiudizi

Da oggi nutriamo pregiudizi anche nei tuoi confronti e nei confronti del tuo giornale

E se non riesci a fartene una ragione, se non riesci a pensare di dovere chiedere scusa

allora davvero hai voluto rinnegare le tue origini, le tue radici, la tua storia

Ciao “Ciccio”

Andrea Camilleri
Fonte

Potentissimo! 

Le scelte dell’8 settembre


Il ricordo dell’8 settembre, crocevia decisivo per la storia d’Italia, deve accompagnarsi necessariamente con la rappresentazione della Resistenza.

La memoria della Resistenza è direttamente connessa con le scelte compiute in quella giornata.

Scelte individuali e collettive.

La più importante fra queste scelte fu adottata il giorno dopo l’annuncio dell’Armistizio e l’abbandono completo dello Stato da parte di chi avrebbe dovuto rappresentarlo e costituirne l’autorità: la Monarchia e il Governo.

Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nasce il 9 settembre 1943 a Roma.

L’indomani della “fellonia” della casa reale e del governo Badoglio.

È il momento più difficile della storia nazionale unitaria: il territorio italiano, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, quello in Calabria e quello a Salerno – che avviene lo stesso 9 settembre – è diventato una delle aree di guerra in cui le truppe anglo-americane e quelle tedesche si affrontano direttamente.

L’annuncio dell’armistizio, il giorno 8, non è stato preparato in alcun modo e le forze armate italiane si trovano completamente allo sbando.

E’ la scelta più difficile, i partiti si sono appena ricostruiti dopo venti anni di dittatura.

Eppure si trova la forza di proclamarsi rappresentanza e guida dell’intero popolo italiano.

La costituzione del CLN unisce in un unico organismo i diversi partiti dell’antifascismo storico, ognuno con un suo rappresentante.

Sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi rappresentante di Democrazia del Lavoro antico socialista riformista e futuro presidente del Consiglio, ci sono esponenti del Partito Comunista (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Pietro Nenni e Giuseppe Romita), del Partito d’Azione (Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea), della Democrazia Cristiana (Alcide De Gasperi), della Democrazia del Lavoro (Meuccio Ruini) e del Partito Liberale (Alessandro Casati). Il Comitato, che fungerà da “direzione politica” della lotta di Liberazione, si prefigge il compito di «chiamare gli italiani alla resistenza» contro il nazifascismo e «riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».

Era la giornata del 9 settembre 1943, mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d’orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell’Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell’esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del Comitato delle opposizioni, è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno, da parte monarchica, aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».

Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d’ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall’8 settembre e traendo da questa constatazione l’indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:
“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”
Si trattò del passaggio decisivo questo della costituzione del CLN perché si verificasse l’indispensabile connessione tra l’individuale e il collettivo in una dimensione politica plurale: una grande novità dopo l’imposizione ventennale del totalitarismo fascista.

Si può ben dire che in quell’occasione si cominciò a costruire l’Italia repubblicana superando anche i limiti del Risorgimento (la gramsciana “rivoluzione mancata”) dai tanto vituperati, in seguito, partiti: fra i quali i grandi partiti di massa, il cui modello è stato incautamente abbandonato per abbracciare l’idea dei partiti personali, della governabilità esaustivamente intesa quale unica cifra dell’agire politico nell’omissione della necessità di rappresentanza come si sta pericolosamente imponendo in questa difficile fase storica.

La costituzione del CLN corrispondeva a un insieme di scelte individuali che le donne e gli uomini stavano compiendo in tutto il Paese: al Nord si andavano già costituendo le prime formazioni partigiane. Migliaia di militari sbandati si concentrano in zone di montagna con le armi di ordinanza pronti a difendersi, soprattutto in Piemonte per la dissoluzione della IV Armata dal rientro dalla Francia.

Era il momento delle scelte.

Prima di tutto non si può affermare che l’8 settembre rimanga come un nodo irrisolto nella storia d’Italia: atti, ruoli, protagonisti, responsabilità sono chiari e restano incontrovertibili nel delineare l’identità del nostro Paese per un’intera fase storica.

Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.

In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.

In questo senso Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943:
“L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.”
La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.

Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.

Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi e la legalità non stava certo dalla parte dei nazifascisti, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.

Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.

La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.

Questa somma di scelte soggettive trovò allora il suo punto di coagulo, il suo riferimento, nella costituzione del CLN, nella capacità dei partiti antifascisti di costituire comunque un saldo elemento di coesione e di legittimità, sostituendosi immediatamente al vuoto creato dalla fuga del Re e di Badoglio e respingendo la pretesa dei nazisti e dei fascisti di colmarlo rappresentando un nuovo potere del terrore.

Così nacque la Resistenza tra scelte individuali e grande disegno collettivo di costruzione di una nuova Italia.

Di tutto questo dobbiamo mantenere e trasmettere memoria.

Una memoria che continua a intrecciarsi con quella dei fatti storici fondamentali non soltanto per l’identità di un Paese, ma dei singoli soggetti che la vivono.

E’ allora che si assiste, si legge, si riflette attorno ad un fenomeno collettivo: un patrimonio “nostro” dei valori comuni che ci appartengono e che determinano – appunto – la nostra identità.

Nel rievocare la Resistenza si può, allora, affermare che la memoria nasce dal dolore: dalla profondità del dolore, quello del quale si sente, quasi, la rappresentazione fisica della sofferenza morale, dell’afflizione dell’animo, dell’affanno.

Come se, tutti assieme, ci trovassimo lì a vegliare i nostri morti.

Non tutto però può esaurirsi nel dolore quando questo incontra la memoria: un intreccio da cui nasce la volontà di costruire il futuro.

La storia non era finita, dal sacrificio dei martiri poteva nascere l’attesa di una vita diversa, di una era di giustizia e di libertà alla fine di tante sopraffazioni.

Memoria, dolore, futuro legate assieme da un’unica idea di una nuova costruzione sociale, di una diversa identità.

Non si cadde allora, e non dobbiamo neppure farlo adesso, in una visione semplificato di un cosiddetto pessimismo leopardiano (o speranze, speranze, ameni inganni) perché i nostri martiri vivranno in eterno, non in un’immortalità solitaria ma per continuare a testimoniare l’idea, la necessità, l’urgenza di costruire un’altra costruzione sociale, diversa e alternativa da quella fondata sulla sopraffazione e lo sfruttamento.

Fonte

25/07/2018

25 luglio. La prima caduta del fascismo in Italia


Il 25 Luglio 1943, settanta cinque anni or sono, cadde il regime fascista. E’ necessario ricordare questa data (come altre della nostra storia più recente) perché la memoria non può essere smarrita, ma coltivata per avere sempre presente, noi che abbiamo già raggiunto quella che si definiva “una certa età” e soprattutto per i giovani, le motivazioni di fondo su cui è sorta la nostra democrazia repubblicana.

Democrazia repubblicana al riguardo della quale è necessario nuovamente lanciare segnali di pericolo circa la sua tenuta nell’ambito della Costituzione: respinto un ennesimo assalto grazie all’esito del voto popolare il 4 dicembre 2016, adesso siamo addirittura – da parte di esponenti di un partito di governo – ai proclami di “inutilità del Parlamento”.

Per questo motivo ogni richiamo possibile alla lotta antifascista e per la democrazia deve essere tenuto in gran conto, coltivato, espresso ogni qualvolta possa essere possibile.

Un resoconto schematico, quello compilato per l’occasione, che principia ricordando come, tra la fine del 1942 e gli inizi del 1943, quando le sorti della guerra fascista apparivano ormai definitivamente compromesse, gli antifascisti fossero ancora troppo deboli per rappresentare una concreta alternativa politica.

I partiti democratici (PCI, PSI, DC, Democrazia del Lavoro, Partito d’Azione, PLI) ancora in clandestinità in Italia in quei mesi erano privi di strutture organizzative, senza poter comunicare con il paese: soltanto i comunisti avevano conservato una presenza organizzata, in particolare nelle grandi fabbriche del triangolo industriale, dove nel mese di Marzo 1943 erano riusciti a organizzare scioperi basati, essenzialmente, sul grande malcontento scatenato dalla guerra, che aveva ridotto in miseria e portato nel pericolo, per via delle incursioni aeree, le grandi masse popolari.

Gran parte dei quadri dirigenti delle formazioni politiche si trovavano ancora in galera, al confino o in esilio.

La monarchia godeva, invece, di maggiore libertà d’azione, avendo conservato per tutto il ventennio il suo potere legittimo grazie ad una totale compromissione con la dittatura.

Quando il carro del dittatore si fece traballante, il Re disponeva ancora dell’autorità e della forza per abbatterlo.

Soprattutto, all’interno di casa Savoia (in particolare da parte della principessa ereditaria Maria Josè del Belgio) si sentiva l’urgenza di distaccarsi dal fascismo, nel timore che un suo crollo rovinoso trascinasse nel medesimo destino anche la dinastia regnante.

Era stato Vittorio Emanuele III, infatti, nel lontano 1922, al momento della Marcia su Roma, a nominare Capo del Governo il Duce; era stato lui, nel 1924, a respingere l’appello degli antifascisti che chiedevano le dimissioni di Mussolini dopo la scoperta del delitto Matteotti; e sempre lui, non aveva elevato alcuna protesta, allorquando nel 1925 – '26 il fascismo aveva compiuto la distruzione delle fondamenta dello Stato liberale.

Per tutti gli anni seguenti il Re aveva avallato ogni scelta del regime, comprese le leggi razziali nel 1938, dopo aver accettato il titolo di Imperatore d’Etiopia a seguito della banditesca impresa (con tanto di uso dei gas asfissianti) tra il 1935 e il 1936.

Si arrivò così all’alleanza con la Germania, fino alla precipitazione dell’Italia nel secondo conflitto mondiale (10 Giugno 1940).

Vittorio Emanuele III si mosse, allora, soltanto nel 1943, quando la sconfitta bellica appariva ormai ineluttabile, rischiando di trascinare la monarchia nel crollo della dittatura fascista.

Il crescente distacco del Paese dal Regime, l’opposizione sempre più evidente della Chiesa che, a partire dalla svolta razzista del ’38 aveva preso le distanze dal dittatore dopo aver stipulato con esso il Concordato nel 1929, il formarsi, all’interno delle gerarchie fasciste, di un consistente movimento di fronda da parte di un gruppo di gerarchi deciso a garantirsi un futuro anche senza Mussolini, infusero al Re il coraggio necessario per arrivare alla resa dei conti.

Lo sbarco in Sicilia degli anglo – americani e il primo bombardamento di Roma, il 19 Luglio 1943, fecero rompere gli indugi.

Nella notte tra il 24 e il 25 Luglio, al Gran Consiglio del Fascismo, passò a maggioranza l’ordine del giorno Grandi contro Mussolini che, il pomeriggio seguente, fu fatto arrestare dal Re nel cortile di Villa Savoia.

A poche ore di distanza (l’annuncio fu dato alla radio alle 10:45 del 26 Luglio) l’intera popolazione scese per le strade plaudendo al colpo di Stato della Monarchia e cancellando i simboli del Regime, dalle strade e dai palazzi.

Il Re, dunque, sembrava uscire vincitore da questo primo rimescolamento di carte: aveva abbattuto il dittatore e formato un governo di militari e tecnici fedeli alla Monarchia, presieduto dal maresciallo Badoglio.

Il nuovo Governo si preparò, così, nonostante gli annunci formali (la guerra continua...) a trattare la resa, con gli anglo americani.

La successione al fascismo si venne, però configurando come assai meno radicale del previsto.

Il nuovo Regime, infatti, apparve incamminarsi sulla strada dell’autoritarismo, non escludendo una volta patteggiata la resa alcune caute aperture democratiche, ma sempre nell’ambito del patrimonio di ordine, di pace sociale, di autorità centralizzata che, agli occhi della Monarchia e degli esponenti del nuovo Governo, rimaneva in ogni caso il maggior pregio del fascismo.

Insomma, la prospettiva della democrazia continuava a far paura nel 1943, come nel 1922.

La tumultuosa ascesa delle classi subalterne nella vita dello Stato, che aveva ripreso corpo con gli scioperi del Marzo 1943, terrorizzavano i ceti dominanti.

L’obiettivo della monarchia restava, sostanzialmente, una volta usciti dalla guerra, quello di un fascismo senza Mussolini.

Un disegno complicato da due variabili fondamentali: da un lato rimaneva irrisolto il problema della pace; contemporaneamente il nuovo Governo dichiarava di voler continuare la guerra al fianco dei Tedeschi e apriva trattative per la resa agli alleati. Una situazione di ambiguità, che causò danni enormi al Paese.

Dall’altro lato l’antifascismo, ancora privo al 25 Luglio della forza necessaria per abbattere il Regime, nei giorni immediatamente successivi compì un vero e proprio balzo in avanti, rappresentando un punto di riferimento per le manifestazioni di protesta che si succedettero in tutto il Paese, maledicendo i fascisti e chiedendo con forza la pace.

Il piano di successione al fascismo, così come casa Savoia lo aveva progettato nel luglio del 1943, durò soltanto quarantacinque giorni.

Di fronte alla mobilitazione delle masse, Badoglio fu, nei fatti, costretto al dialogo con le opposizioni antifasciste, cercando di convincerli a un atteggiamento più benevolo verso la Monarchia, impegnata nella delicatissima questione della resa: un argomento che trovò i capi dell’antifascismo sensibili, ben consapevoli che la fine della guerra doveva avere la priorità assoluta.

Terrorizzato dalle possibili rappresaglie tedesche Vittorio Emanuele III trascinò il dialogo con gli alleati, nella speranza di chiudere in tutta sicurezza il patteggiamento, dopo uno sbarco degli anglo – americani a Sud di Roma.

Fermato però lo sbarco ad Anzio da una forte resistenza dei tedeschi, gli Alleati (il cui fronte era fermo alla Linea Gustav) non riuscirono a marciare immediatamente verso la Capitale.

Per il governo Badoglio svanita la speranza di trovare uno scudo negli alleati, fu firmato l’armistizio (dal generale Castellano, a Cassibile in Sicilia, l’8 Settembre 1943).

In preda al terrore delle rappresaglie da parte dei nazisti, il Re, la famiglia reale, il Governo e lo Stato maggiore abbandonarono Roma in gran fretta, per cercare rifugio a Brindisi, dove gli eserciti inglese e americano disponevano del pieno controllo della situazione.

In questa fuga indecorosa la Monarchia apparve dimentica del suo ruolo e dei suoi doveri verso la Nazione, lasciata indifesa nelle mani dei tedeschi, senza che l’esercito italiano ricevesse neppure le istruzioni su come affrontare il nemico in casa.

Il peso di questa viltà, sommato alle vecchie e più recenti complicità del Sovrano con la dittatura fascista, cancellarono il merito del colpo di Stato del 25 Luglio, facendo pendere il piatto della bilancia nettamente a sfavore della continuità monarchica.

In quel tragico momento furono, invece, i partiti antifascisti a farsi carico dei destini del Paese, con l’appello alla lotta armata contro i nazisti, che li legittimò come i protagonisti della Liberazione nazionale.

Trasformato il Comitato delle Opposizioni in Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) fin dal 9 settembre 1943 il giorno dopo l’annuncio dell’armistizio, gli antifascisti si sforzarono di organizzare qualche forma di difesa contro i nazisti, ormai padroni d’Italia.

Era però troppo tardi: i pochi fuochi di Resistenza che si riuscirono ad accendere, in quel momento in qualche città italiana (si pensi alla difesa di Roma, tentata a Porta San Paolo: primo episodio di partecipazione di civili volontari a eventi bellici), furono immediatamente spenti dagli invasori, mentre l’esercito italiano, abbandonato dai generali monarchici, si rese protagonista di un drammatico sbandamento generale.

Ma la sconfitta subita non significò rinuncia: segnò, anzi, l’inizio di una lunga e sanguinosa fase di Resistenza, che dal settembre 1943 fino all’aprile del 1945, divenne l’imperativo categorico e l’impegno prioritario delle forze antifasciste, decise a battersi per l’indipendenza dell’Italia e per la pace fino alla conclusione vittoriosa del 25 aprile quando i partigiani liberarono finalmente le grandi città del Nord.

La guerra si concluse il 7 maggio 1945 con la resa incondizionata dei nazisti.

Si apriva così, per l’Italia, la strada alla stagione della Repubblica scelta come forma dello stato con il voto popolare del 2 giugno 1946, della Costituente, della Costituzione.

Fonte

24/05/2018

1915: l’Italia (ri)va in guerra

Stanno per compiersi i 100 anni della “Vittoria Mutilata” e sicuramente ci si appresta a ricordare, con grande sfoggio di retorica, “L’Italia di Vittorio Veneto”.

In questi giorni, invece,ricorrono i 103 anni dalle “radiose giornate di maggio” e dell’ingresso dell’Italia nella “inutile strage” come la definì Benedetto XV.

In 3 anni e mezzo circa di guerra su di un fronte di 420 km all’Italia sacrificarono la vita 650.000 soldati e 1.000.000 furono feriti: la più grande concentrazione di spargimento di sangue tra tutti i fronti del conflitto.

Un massacro determinato, prima di tutto, dalla tattica del Comando Italiano che considerava i soldati di fanteria, asserragliati in una assurda guerra di trincea e in gran parte contadini meridionali analfabeti, come pura carne da macello.

Questi fatti debbono essere ricordati, così come devono essere tenute sempre presenti le incancellabili responsabilità di Casa Savoia che poi si macchierà anche dei crimini del fascismo e della responsabilità di aver condotto l’Italia in un altro conflitto mondiale in alleanza con il nazismo e nel quale furono coinvolte come mai prima d’allora le popolazioni civili e il suolo italiano fu invaso da eserciti di invasione.

Inoltre deve essere sottolineato sempre come la scelta di trascinare il nostro popolo nella tragedia fu attuata attraverso un colpo di stato che vide protagonista all’epoca quella che si autodefiniva “classe politica liberale”.

Dunque il 24 Maggio 1915: “mormorò il Piave” e gli italiani furono gettati, grazie ad un vero colpo di stato militar-monarchico, nella fornace divoratrice della prima guerra mondiale.

L’Italia non era obbligata a entrare in guerra dagli stessi trattati internazionali sottoscritti fin dal 1882 con la Triplice Alleanza.

Infatti il fatto che l’Austria non avesse consultata l’Italia prima di dichiarare guerra alla Serbia alla fine del luglio 1914 aveva significato che a rigore l’Italia era sciolta dai suoi obblighi.

Così mentre l’Europa mobilitava i suoi eserciti e nel corso dell’Agosto 1914 prese a scivolare verso la catastrofe, l’Italia annunciò la sua neutralità.

E molti, compresi Giolitti e una maggioranza di deputati, pensavano dovesse rimanere neutrale. Erano convinti che il Paese fosse economicamente troppo fragile per sopportare un conflitto di grandi dimensioni, tanto più a così breve distanza dall’invasione della Libia (1911).

Giolitti suggerì che l’Italia aveva da guadagnare “parecchio” contrattando con entrambe le parti la sua rinuncia a combattere.

Ma il Presidente del Consiglio del momento, Salandra, e il suo ministro degli Esteri, Sonnino, condussero negoziati segretissimi con i governi di Londra e Parigi da un lato e di Vienna e Berlino dall’altro (nello spirito di quello che Salandra chiamò “sacro egoismo”) con l’intenzione di accertare quale prezzo l’Italia poteva spuntare per il suo intervento nel conflitto.

Gli interventisti costituivano un fascio di forze eterogenee che agivano per motivazioni diverse.

C’era una minoranza di idealisti liberali. C’era il Re, che aveva ricevuto un’educazione militare e che voleva ridurre l’influenza di Giolitti, così come suo nonno aveva tentato di liberarsi di quella di Cavour.

La maggior parte dei massoni e degli studenti universitari dotati di più viva coscienza politica erano interventisti, e gli irredentisti naturalmente lo erano “in toto”.

Il partito nazionalista, non appena cominciò a svanire la sua originaria speranza di una guerra contro la Francia, fece fronte comune contro la Germania, dato che per esso una guerra qualsiasi era meglio che nessuna guerra.

I futuristi pure erano decisamente per la guerra, vista come un rapido ed eroico mezzo per raggiungere potenza e ricchezza nazionale: nel settembre del 1914 interruppero a Roma un’opera di Puccini per bruciare sul palcoscenico una bandiera austriaca.

Marinetti dichiarò che i futuristi avevano sempre considerato la guerra come l’unica fonte di ispirazione artistica e di purificazione morale e che essa avrebbe ringiovanito l’Italia, l’avrebbe arricchita di uomini d’azione e l’avrebbe infine costretta a non vivere più del suo passato, delle sue rovine e del suo clima.

Strani compagni di viaggio di questi elementi d’avanguardia erano i conservatori che continuavano la tradizione francofila di Visconti Venosta e di Bonghi, ma anche Salvemini e i socialisti riformisti, i quali volevano una guerra condotta con generoso idealismo, nel nome della libertà e della democrazia, contro la Germania che aveva invaso il Belgio violandone la neutralità.

I socialisti rivoluzionari con a capo Mussolini furono sorpresi di essersi venuti a trovare nello stesso campo neutralista in compagnia dei loro tre principali nemici, Giolitti, Turati e il Papa.

Ma nell’ottobre 1914 Mussolini modificò il suo atteggiamento in “neutralità condizionata” per abbracciare infine nel novembre la tesi opposta dell’interventismo dichiarato.

Può darsi che questo sconcertante cambiamento fosse dovuto al denaro francese, ma senza dubbio influì su Mussolini la convinzione che la guerra avrebbe potuto preparare il terreno alla rivoluzione e abituare le masse alla violenza e alle armi.

De Ambris, Corridoni e gli altri superstiti del sindacalismo rivoluzionario aderirono a questa visione.

Arrivarono poi, nella primavera del 1915, quelle poi definite “le radiose giornate di maggio”: il contributo offerto in quei giorni da D’Annunzio con i suoi infiammati discorsi di Genova e di Roma e da De Ambris e Corridoni con le agitazioni suscitate in quel centro nevralgico che era Milano risultavano decisive per il colpo pensato dalla minoranza interventista.

Per la propaganda il governo fece ricorso ai fondi segreti, e la polizia aveva da lungo tempo imparato sotto Giolitti l’arte di organizzare “manifestazioni popolari spontanee”.

Come poi osservò Salandra, queste manifestazioni erano guidate in massima parte da studenti universitari che, poi, nell’immediato dopoguerra tornati dal fronte come ufficiali avrebbero formato il nucleo più importante degli Arditi e delle squadre d’azione fasciste, educati come erano stati nella violenza e nell’idea della sopraffazione dei subalterni che aveva rappresentato la caratteristica più evidente dei rapporti gerarchici vigenti nell’esercito italiano dove si erano verificati fenomeni di decimazione della truppa in caso di insubordinazione.

D’Annunzio, tornato dalla Francia dove si era nascosto per sfuggire ai creditori, fu informato preventivamente del Trattato di Londra e adeguatamente retribuito per la sua opera di propaganda concluse i suoi discorsi di Genova (4 Maggio, allo scoglio di Quarto) e di Roma (12 e 13 Maggio) con questa proclamazione:

“O compagni, questa guerra che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda matrice di bellezza e di virtù apparsa sulla terra”.

Tale fu la carica emotiva di quel maggio 1915 che alcuni guardarono poi a esso come a un momento di rigenerazione, il momento nel quale l’Italia aveva deciso di combattere per la giustizia e di vincere per la democrazia.

Un abbaglio colossale.

Il 20 maggio la Camera concesse al Governo i pieni poteri con una maggioranza di 407 voti contro 74 (Giolitti era già rientrato in Piemonte).

Il Partito Socialista votò contro, diventando l’unico partito europeo di estrema sinistra fuori dalla Russia a non dare il suo appoggio al conflitto. Una posizione originale, di grande coraggio, rispetto al cedimento che, nell’estate precedente, aveva caratterizzato la posizione della socialdemocrazia tedesca e del partito socialista francese che avevano votato i crediti di guerra cedendo di fatto alla spinta nazionalista.

Il Partito Socialista italiano poi fu l’unico partito socialista occidentale a partecipare ufficialmente alle conferenze di Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916), dove si cercò di trovare una posizione comune dei socialisti europei riguardo la guerra. A Zimmerwald passò come risoluzione un documento di Trockij per una pace senza annessioni. Non vi furono conseguenze organizzative rilevanti, ma l’ala bolscevica poté farsi conoscere e riconoscere a livello internazionale portando una posizione di intreccio tra pace e rivoluzione che poi avrebbe rappresentato la base della rivoluzione in Russia.

Tornando a riprendere il filo del nostro discorso non rimane che da rammentare che il 24 Maggio 1915 l’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria.

Una nazione lacerata nel suo tessuto morale si apprestava a sostenere uno scontro che sarebbe durato più di 3 anni lasciando, come abbiamo già ricordato, sul terreno 650.000 morti e un milione di feriti.

I fanti, che presto si sarebbero trovati a morire nelle trincee, non avrebbero certo potuto non sentire tutta la brutalità e tutto il cinismo di chi li aveva trascinati alla guerra attraverso una simile mistificante retorica.

Così come nel Paese si sviluppò un sentimento di vera e propria “estraneità” e di rivendicazione culminata nelle eroiche giornate della “rivolta del pane” dell’agosto 1917 in cui furono protagoniste soprattutto le donne.

Una lezione della storia, da non dimenticare mai.

Le porte ad una delle più grandi tragedie della storia erano ormai aperte e, alla fine, in fondo al tunnel di un tumultuoso dopoguerra mentre stava cambiando la mappa politica del mondo, la resistenza delle masse operaie e popolari sarebbe stata travolta e si sarebbe aperta la via alla dittatura fascista.

Fonte

23/05/2017

24 Maggio 1915. L’Italia entra in guerra


Come ogni anno deve essere ricordata sempre la scelleratezza della monarchia, dei governanti, della borghesia, capaci di gettare milioni di vite umane dentro ad una tragedia di incalcolabile portata per la loro insensata volontà di potenza, dominio, sfruttamento.

Non dimenticare mai e ricordare sempre da che parte si collocano gravissime responsabilità storiche.

Ricordare sempre anche se sono passati più di cent’anni perché l’orrore della guerra, come dimostrano le cronache dell’attualità, è sempre in agguato ad ogni tornante della storia.

24 Maggio 1915: “mormorò il Piave” e gli italiani furono gettati, grazie ad un vero colpo di stato militar-monarchico, nella fornace divoratrice della prima guerra mondiale.

L’Italia non era obbligata a entrare in guerra.

Sebbene la Triplice Alleanza (sottoscritta per la prima volta nel 1882) la legasse formalmente all’Austria e alla Germania, il fatto che l’Austria non l’avesse consultata prima di dichiarare guerra alla Serbia alla fine del luglio 1914 aveva significato che a rigore l’Italia era sciolta dai suoi obblighi.

Così mentre l’Europa mobilitava i suoi eserciti e nel corso dell’Agosto 1914 prese a scivolare verso la catastrofe, l’Italia annunciò la sua neutralità.

E molti, compresi Giolitti e una maggioranza di deputati, pensavano dovesse rimanere neutrale. Erano convinti che il Paese fosse economicamente troppo fragile per sopportare un conflitto di grandi dimensioni, tanto più a così breve distanza dall’invasione della Libia (1911).

Giolitti suggerì che l’Italia aveva da guadagnare “parecchio” contrattando con entrambe le parti la sua rinuncia a combattere.

Ma il Presidente del Consiglio del momento, Salandra, e il suo ministro degli Esteri, Sonnino, condussero negoziati segretissimi con i governi di Londra e Parigi da un lato e di Vienna e Berlino dall’altro (nello spirito di quello che Salandra chiamò “sacro egoismo”) con l’intenzione di accertare quale prezzo l’Italia poteva spuntare per il suo intervento nel conflitto.

Gli interventisti costituivano un fascio di forze eterogenee che agivano per motivazioni diverse.

C’era una minoranza di idealisti liberali. C’era il Re, che aveva ricevuto un’educazione militare e che voleva ridurre l’influenza di Giolitti, così come suo nonno aveva tentato di liberarsi di quella di Cavour.

La maggior parte dei massoni e degli studenti universitari dotati di più viva coscienza politica erano interventisti, e gli irredentisti naturalmente lo erano “in toto”.

Il partito nazionalista, non appena cominciò a svanire la sua originaria speranza di una guerra contro la Francia, fece fronte comune contro la Germania, dato che per esso una guerra qualsiasi era meglio che nessuna guerra.

I futuristi pure erano decisamente per la guerra, vista come un rapido ed eroico mezzo per raggiungere potenza e ricchezza nazionale: nel settembre del 1914 interruppero a Roma un’opera di Puccini per bruciare sul palcoscenico una bandiera austriaca.

Marinetti dichiarò che i futuristi avevano sempre considerato la guerra come l’unica fonte di ispirazione artistica e di purificazione morale e che essa avrebbe ringiovanito l’Italia, l’avrebbe arricchita di uomini d’azione e l’avrebbe infine costretta a non vivere più del suo passato, delle sue rovine e del suo clima.

Strani compagni di viaggio di questi elementi d’avanguardia erano i conservatori che continuavano la tradizione francofila di Visconti Venosta e di Bonghi, ma anche Salvemini e i socialisti riformisti, i quali volevano una guerra condotta con generoso idealismo, nel nome della libertà e della democrazia, contro la Germania che aveva invaso il Belgio violandone la neutralità.

I socialisti rivoluzionari con a capo Mussolini furono sorpresi di essersi venuti a trovare nello stesso campo neutralista in compagnia dei loro tre principali nemici, Giolitti, Turati e il Papa.

Ma nell’ottobre 1914 Mussolini modificò il suo atteggiamento in “neutralità condizionata” per abbracciare infine nel novembre la tesi opposta dell’interventismo dichiarato.

Può darsi che questo sconcertante cambiamento fosse dovuto al denaro francese, ma senza dubbio influì su Mussolini la convinzione che la guerra avrebbe potuto preparare il terreno alla rivoluzione e abituare le masse alla violenza e alle armi.

De Ambris, Corridoni e gli altri superstiti del sindacalismo rivoluzionario aderirono a questa visione.

Arrivarono poi, nella primavera del 1915, quelle definite “le radiose giornate di maggio”: il contributo offerto in quei giorni da D’Annunzio con i suoi infiammati discorsi di Genova e di Roma e da De Ambris e Corridoni con le agitazioni suscitate in quel centro nevralgico che era Milano risultavano decisive per il colpo pensato dalla minoranza interventista.

Per la propaganda il governo fece ricorso ai fondi segreti, e la polizia aveva da lungo tempo imparato sotto Giolitti l’arte di organizzare “manifestazioni popolari spontanee”.

Come poi osservò Salandra, queste manifestazioni erano guidate in massima parte da studenti universitari che, poi, nell’immediato dopoguerra tornati dal fronte come ufficiali avrebbero formato il nucleo più importante degli Arditi e delle squadre d’azione fasciste.

D’Annunzio, tornato dalla Francia dove si era nascosto per sfuggire ai creditori, fu informato preventivamente del Trattato di Londra e adeguatamente retribuito per la sua opera di propaganda e concluse i suoi discorsi di Genova (4 Maggio, allo scoglio di Quarto) e di Roma (12 e 13 Maggio) con questa proclamazione:

“O compagni, questa guerra che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda matrice di bellezza e di virtù apparsa sulla terra”.

Tale fu la carica emotiva di quel maggio 1915 che alcuni guardarono poi a esso come a un momento di rigenerazione, il momento nel quale l’Italia aveva deciso di combattere per la giustizia e di vincere per la democrazia.

Un abbaglio colossale.

Il 20 maggio la Camera concesse al Governo i pieni poteri con una maggioranza di 407 voti contro 74 (Giolitti era già rientrato in Piemonte).

Il Partito Socialista votò contro, diventando l’unico partito europeo di estrema sinistra fuori dalla Russia a non dare il suo appoggio al conflitto.


Il 24 Maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria.

Una nazione lacerata nel suo tessuto morale si apprestava a sostenere uno scontro che sarebbe durato più di 3 anni lasciando sul terreno 650.000 morti e un milione di feriti.

I fanti, che presto si sarebbero trovati a morire nelle trincee, non avrebbero certo potuto non sentire tutta la brutalità e tutto il cinismo di chi li aveva trascinati alla guerra attraverso una simile mistificante retorica.

Una lezione della storia, da non dimenticare mai.

Le porte ad una delle più grandi tragedie della storia erano ormai aperte e, alla fine, in fondo al tunnel non sarebbe rimasto altro da fare che imboccare il tunnel della dittatura fascista.

Fonte

08/09/2016

8 Settembre 1943: morte, continuità, palingenesi dello Stato

(un abbozzo di ricostruzione storica)

Per non dimenticare e per resistere

A settantatré anni di distanza dai fatti è ancora importante ricordare ciò che accadde l’8 Settembre 1943, giorno nel quale fu reso noto l’armistizio, stipulato cinque giorni prima, tra il governo italiano e gli alleati: si apriva così una pagina assolutamente decisiva nella storia del nostro Paese che non può assolutamente essere obliata.

Nella storia dell’Italia contemporanea l’8 Settembre è stato più volte paragonato a Caporetto, sia per le dimensioni della disfatta militare e politica, sia per l’aspro dibattito sollevato circa le responsabilità.

Ma già nella prima ricostruzione delle vicende italiane tra i due dopoguerra novecenteschi Federico Chabod (L’Italia contemporanea 1918 – 1948, Torino 1961) sottolineava anzitutto il distacco tra regime e nazione segnalato dalla mancanza per la prima volta dall’unificazione dei volontari nella guerra del ’40.

Chabod individuava una profonda diversità tra il 1917 e il 1943 proprio nella definitiva rottura consumata tra il fascismo e gli italiani.

Emergeva una divisione netta tra regime e nazione e la volontà popolare aspirava, prima di tutto, a chiudere con la guerra.

I partiti antifascisti usciti allo scoperto con il 25 Luglio commisero però nei 55 giorni l’errore di lasciare ai responsabili della disfatta, la Monarchia e l’Esercito, il difficile sganciamento dall’alleato nazista, nella convinzione che la dinastia risultasse ancora in grado di gestire da sola, con il sostegno delle potenze alleate, l’uscita dalla guerra iniziata e condotta per oltre 3 anni a fianco dei nazisti.

Lo sfacelo dell’8 settembre risultò dunque, insieme, come il risultato della sconfitta di un regime che aveva puntato avventurosamente sulla guerra e della dinastia che aveva pensato di poter transitare indenne tra opposti schieramenti internazionali e diversi sistemi politici interni.

Risaltò così, in quel frangente, l’assoluta inadeguatezza delle classi dirigenti del paese nei vari campi incapaci di compiere nei momenti decisivi scelte condividendo la responsabilità dei possibili esiti che ne derivassero.

Il ventennio fascista si era chiuso con una profonda lacerazione del tessuto nazionale, che il regime si era proposto di rafforzare procedendo a una forma d’integrazione di massa attuata attraverso l’esaltazione di miti effimeri (nazionalismo, addirittura razza, prolificità) elargendo anche i primi consumi individuali (la radio, i treni popolari) ed elementi di parziale sicurezza (le ferie, la previdenza sociale).

Questi elementi avevano prodotto un’adesione, però superficiale e sostanzialmente passiva, rapidamente dileguatasi nel durissimo confronto con la prova bellica nel corso della quale si era dimostrata, via via la debolezza di un regime nazionalista costruito in maniera del tutto insufficiente rispetto alla pretesa di porsi come potenza militare.

La fuga del Re e di Badoglio a Brindisi assicurò la continuità dello Stato monarchico italiano, pur ridotto negli esigui confini del “regno del Sud” che comprendeva soltanto alcune province pugliesi.

Il “regno del Sud” era soggetto anche al rigido controllo alleato secondo i dettami del “lungo armistizio”.

La nascita pressoché in contemporanea della Repubblica Sociale sanciva, in quel momento, il dissolvimento dello Stato nazionale Italiano, così come questo era stato costruito nel corso del Risorgimento.

L’Italia a quel punto si trovava sotto il dominio dell’esercito tedesco nel Centro – Nord e sotto il controllo delle armate anglo – americane nel Sud.

L’analisi a quel punto non poteva che soffermarsi sulla disfatta del paese, la perdita dell’indipendenza, della sovranità, dell’unità dello Stato.

Nell’estate del ’43 era scomparsa la sostanza, anche se non la forma, dello Stato italiano e si erano dissolti, insieme, i vincoli di solidarietà e di lealtà annodati, a seguito di passaggi storici molto difficili e complicati, tra ceti sociali, orientamenti ideali e religiosi, interessi e distinzioni territoriali spesso fortemente conflittuali tra loro, lungo un processo di costruzione nazionale unitaria meno che secolare (E. Renan. Che cos’è una nazione? Introduzione di Silvio Lanaro, Roma 1993).

Andava considerata nel giusto conto il peso della storia, come memoria, tradizione, coscienza collettiva, che aveva gravato sull’Italia in forme eccezionali per durata e continuità ultramillenarie e andava considerata insieme alle incertezze sui tempi e le forme dell’identità della nazione anche il ritardo della sua costituzione come Stato unitario e la rapida consunzione delle idee e del termine di patria.

Gli avvenimenti dell’8 Settembre ponevano in luce come restasse irrisolto il punto fondamentale di un equilibrio nel rapporto tra governanti e governati, tra classi dirigenti e masse.

L’Italia dopo l’8 Settembre 1943 sembrava tornare a essere considerata poco più di un’espressione geografica (Claudio Pavone, Tre governi e due occupazioni, in “Italia contemporanea” 1985, n.160).

Il punto di svolta, rispetto al quadro che si delineava in quel momento, fu rappresentato dalla formazione, ad opera delle forze politiche antifasciste, del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) il 10 Settembre, nella Roma occupata dai tedeschi.

Il CLN chiama le italiane e gli italiani alla lotta e alla resistenza contro il nazismo e il fascismo.

L’Italia sconfitta e dissolta non ha più soltanto una rappresentanza formale nella screditata dinastia dei Savoia ma può fare riferimento ad una struttura politica, ancora debole e attraversata da contrasti come quello riguardante il futuro istituzionale del paese, che possiede però la suo interno la capacità di porsi come nuova autorità anzitutto morale e anche organizzativa, intorno cui ricostituire il lacerato tessuto nazionale, ancora debole e attraversato da contrasti come quello riguardante il futuro istituzionale del paese, che possiede però la suo interno la capacità di porsi come nuova autorità anzitutto morale e anche organizzativa, intorno cui ricostituire il lacerato tessuto nazionale.

In questo tragico momento i partiti antifascisti si fanno carico dei destini del paese con l’appello alla lotta armata contro i nazisti: è questo l’elemento che li legittima agli occhi della popolazione come i protagonisti della liberazione nazionale.

Per il CLN la sconfitta non significa rinuncia: anzi l’appello del 10 settembre segna l’inizio di una lunga e sanguinosa battaglia resistenziale che dal settembre del ’43 fino all’aprile del ’45 diventa l’imperativo categorico e l’impegno prioritario delle forze antifasciste.

La Resistenza, guidata dal CLN, come esperienza collettiva di una minoranza del popolo italiano che aveva difeso in armi il diritto alla libertà e alla indipendenza di se stessi e del proprio paese, era diventata il più alto riferimento morale e il fondamento etico – politico del travagliato processo di ricostruzione dell’unità statale e dell’identità nazionale.

La Resistenza si configurava quindi come il momento essenziale del riscatto italiano dopo la disfatta del fascismo e come tale continua a rappresentare ancor oggi il carattere più elevato e il connettivo più solido per la ricostituzione dell’ordinamento dello Stato.

Il risultato complessivo di quelle convulsioni storiche è stato rappresentato dalla Costituzione Repubblicana e dalle scelte politiche che il suo contenuto ha dettato nel corso degli anni: anche qui tra fortissime contraddizioni e difficoltà.

Tra queste scelte la più importante è sicuramente quella riguardante la forma della democrazia parlamentare e rappresentativa.

Una forma della democrazia già sufficientemente attaccata nel corso degli anni dalla reazione individualistica, autoritaria, dell’imposizione di un artificiale dominio di un insensato modello mediatico.

Una forma della democrazia che oggi si intende ridurre drasticamente deformando lo stesso testo del dettato costituzionale.

Un tentativo da respingere aggregando le forze più sane che ancora resistono in questa Repubblica.

Per compilare questo testo sono stati consultati: “Storia dell’Italia Repubblicana” volume I “La costruzione della democrazia” Einaudi, Torino 1995 e Simona Colarizi “Storia dei partiti nell’Italia repubblicana”, Laterza Roma – Bari 1994
Fonte

02/05/2016

Emanuele Filiberto, frutto marcio di un errore storico...

Che ci siano in circolazione personaggi discendenti da famiglie che una volta regnavano, si può capire. La Storia spazza via gli assetti istituzionali, non sempre si occupa dei dettagli. A quelli dovrebbero provvedere gli uomini, che sono sicuramente più distratti, e quindi a volte si distraggono, si commuovono, cercano un compromesso che tranquillizzi altri uomini.

Che certi personaggi discendenti da famiglie di macellai possano anche parlare, invece, è cosa che non si dovrebbe neanche ammettere. Specie se hanno mostrato di non aver appreso la lezione della Storia.

Il caso di questi giorni, a cavallo tra date simbolo come il 25 Aprile e il Primo Maggio, è rappresentato dall’erede vanesio dei Savoia, quell’Emanuele Filiberto riammesso in Italia da una classe politica corrotta fin nel midollo e sdoganato televisivamente da tal Fabio Fazio, che lo aveva usato come pupazzo di rappresentanza inviato su campi di tennis e dintorni.

Un suo tweet contro i partigiani («con le loro associazioni costano al contribuente 3 milioni di euro») è stato letto dall’Anpi di Brescia, che ha giustamente denunciato l’episodio. In fondo, che un parassita millenario come un Savoia provi a dare del parassita ai lavoratori che hanno cacciato a suon di mitraglia la sua famiglia, i nazisti e sicari fascisti, è sicuramente intollerabile.

Tanto più se questo esangue rametto dell’ex casa regnante, come un bambino qualsiasi, non si sforza neppure di elaborare un pensiero proprio, ma si limita a ripostare un tweet di “riscatto nazionale”, bufalificio fascista che può essere “sgamato” già dal nome.

Preso in castagna, lo scarsamente dotato rampollo regale si è esibito in un numero classico dell’italietta arruffona, reso ormai celebre dall’ex ministro Scajola (“mi hanno comprato casa a mia insaputa”), degradandolo però a un più banale “Qualcuno è entrato nel mio account e ha mandato articolo su partigiani volendo cavalcare la diatriba sulla mia visita a Noto! Mi dispiace!”.

Come se qualcuno dovesse davvero sforzare la propria intelligenza per hackerare un accont da cui partono solo stronzate aristocratico-fasciste.

Non pago dell’autodifesa fantozziana, “l’erede” si è barricato dietro «il ruolo di mia nonna durante la guerra accanto ai partigiani», infangando così l’unico esponente della sua famiglia che abbia mostrato un soprassalto di umanità.

Ma quel che ha mandato veramente in bestia ogni essere umano pensante è stato il suo invito a “studiare la storia”. Lamentandosi, addirittura, di quanto sia “Incredibile vedere la violenza di certe persone... Il rimanere bloccati su dei preconcetti storici senza voler ascoltare l’altro!”. Preconcetti storici? Si tratta solo di giudizi a posteriori, perché – per l’appunto – la storia della famiglia Savoia è ormai passata in giudicato con sentenza inappellabile. Per non dire della “violenza”, pratica su cui effettivamente gli ex sovrani hanno ben poco da imparare (rileggetevi, per esempio, la storia del lager di Fenestrelle).

Il web ha esondato una marea di insulti irripetibili, ma tutti ampiamente meritati. La risposta migliore è però arrivata dal collettivo Wu Ming, che della Storia ha fatto un oggetto di studio in molti sensi esemplare: foto e documenti in cui i Savoia festeggiano con Hitler o Goering, nonché il loro ruolo nell’approvazione delle leggi razziali.

«Studiare sì – scrivono quelli di Wu Ming – ma studiamo tutto».

Non possiamo che concordare. Del resto, là dove gli uomini hanno fatto seriamente la storia della liberazione umana, le famiglie regnanti non hanno avuto aggio di tornare in circolazione. Se volevate sapere perché, guardate la faccia di Emanuele Filiberto. I popoli che non hanno tagliato la testa ai re, sono rimasti sudditi...