Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/04/2024

A proposito del proletariato esterno, meriti e limiti del pensiero di Zitara

Nei miei lavori ho più volte citato le idee “eretiche” del marxista calabrese Nicola Zitara (1), pur senza approfondire nei dettagli il suo contributo teorico e limitandomi ad evidenziarne le convergenze con gli autori della scuola della dipendenza, come Samir Amin e gli altri membri di quella che Alessandro Visalli definisce “la banda dei quattro" (2). La lettura di un recente libro di Angelo Calemme (La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea. Contributo alla teoria del socialismo di mercato, Guida editori), mi stimola a riprendere la riflessione sul pensiero di Zitara (3) per discutere le sfide teoriche che questo autore ci ha lasciato in eredità e che ora Calemme rilancia, da un lato mettendone in luce i meriti, dall’altro esasperandone, a mio avviso, i limiti. Nelle pagine che seguono imposterò un percorso in quattro tappe: nella prima esaminerò gli argomenti con cui Zitara e Calemme difendono la tesi secondo cui il Regno delle Due Sicilie era, al momento dell’unificazione nazionale, più avanzato di tutti gli altri stati preunitari sulla strada della modernizzazione economica; nella seconda analizzerò il loro punto di vista sull’unificazione come processo di asservimento coloniale del Meridione da parte della monarchia sabauda; nella terza riprenderò le loro analisi sulla composizione di classe della società meridionale; nell’ultima discuterò la proposta di una rivoluzione nazional popolare finalizzata alla autonomizzazione del Meridione e alla sua conversione in una formazione socialista di mercato.

I.

Ripartendo dalla tesi di Zitara, il quale, confrontando i dati economici relativi ai vari staterelli italiani preunitari, ne estrae l’evidenza di un indiscutibile primato del Regno borbonico, Calemme mette tale primato in relazione con l’influenza politico culturale esercitata dai maggiori esponenti della scuola illuminista napoletana (Galiani, Intieri e Genovesi su tutti). Costoro, argomenta, non si limitarono a nutrire un profondo interesse per i temi della produzione, accumulazione e circolazione della ricchezza, ma associarono la sensibilità nei confronti di un’agricoltura in grado di garantire la sussistenza della popolazione all’attenzione nei confronti della manifattura, delle infrastrutture e dei servizi, prospettando il decollo di un moderno sviluppo industriale come effetto del miglioramento produttivo delle attività agricole piuttosto che dell'indebitamento pubblico, e attribuendo allo Stato il ruolo di sovrintendente pubblico degli interessi privati. Questi fermenti vennero fatti propri, scrive Calemme, dai governi del Regno, dando vita a un “riformismo dall’alto” che cercò di promuovere la nascita di una borghesia industriale e di un’ala riformatrice dell’aristocrazia rurale.

Sugli effetti concreti di questo attivismo illuminato delle élite regnanti mi pare che Calemme sia più ottimista dello stesso Zitara. Costui ribadisce, citando fra gli altri Nitti, che “nel Mezzogiorno era più grande ricchezza che in quasi tutte le parti del Nord”, parla di un protoindustrialismo basato soprattutto sulla produzione domiciliare, e mette in luce come le alte tariffe doganali fossero riuscite a difendere il Regno dalla penetrazione delle merci inglesi e francesi, concludendo che nel Sud esistevano le condizioni minime per un’evoluzione autonoma verso l’economia mercantile e l’industrializzazione (il che avrebbe salvato l’area dal sottosviluppo e dalla subordinazione coloniale). Quanto a Calemme ritiene che gli insediamenti industriali nel settore della siderurgia e della metalmeccanica fossero qualcosa di più di “efflorescenze prive di consistenza”, rappresentando piuttosto i primi esempi di transizione dalla manifattura all’industria moderna, transizione cui lo stato borbonico contribuì promuovendo lo sviluppo della marina mercantile, delle ferrovie e della telegrafia, svecchiando gli ordinamenti giuridici, sostenendo la formazione tecnica e professionale e incoraggiando gli investitori stranieri (cui talvolta veniva offerta la naturalizzazione). Fermenti cui contribuirono la Banca del Regno delle Due Sicilie e la Borsa di Napoli (tanto che Rothschild e altri grandi finanzieri stranieri aprirono le loro filiali nella capitale del Regno). In conclusione: secondo Calemme i Borboni erano riusciti ad avviare la trasformazione in senso capitalistico del Sud con vent’anni di anticipo sugli altri stati italiani dell’epoca.

Dalla lettura di Zitara non emergono però analoghe tendenze modernizzanti nel settore agricolo: “la pressione demografica, scrive, ostacolava ogni progresso, alimentando la frantumazione fondiaria e vincolando grandi estensioni di terra alla cerealicoltura, poco confacente a clima e suoli”. Ciò detto, il fatto che l’economia fosse scarsamente monetizzata e orientata all’autoconsumo faceva comunque sì che la condizione contadina fosse migliore di quella post unitaria.

II.

La retorica risorgimentale che celebra l’Unità nazionale raggiunta nel 1861, argomentano Zitara e Calemme, serve a mascherare il cinico interesse di un Regno di Sardegna che la crisi del 1857/58 e le spericolate scelte economiche cavouriane avevano trascinato sull’orlo del fallimento. Al punto che Nitti commentava che il default si sarebbe potuto evitare solo confondendo le disastrare finanze piemontesi con quelle di uno stato più ricco, qual era a quei tempi il Regno delle Due Sicilie. Serve inoltre a nascondere il ruolo decisivo giocato dagli interessi geopolitici inglesi. Le politiche protezioniste dei Borboni penalizzavano infatti le merci inglesi (e anche quelle francesi), ma soprattutto l’imminente apertura del Canale di Suez faceva del Meridione (in particolare della Sicilia) un nodo strategico delle rivitalizzate rotte mediterranee. Di qui il fattivo appoggio offerto alla conquista sabauda (frutto della spregiudicata politica di alleanze del manovriero Cavour, vedi il successivo appoggio della Francia alle guerre contro l’Austria).

La spoliazione del Meridione inizia subito dopo l’unificazione: viene prelevato dal Sud il 65% di tutta la moneta circolante del nuovo Regno, e contemporaneamente inizia lo strangolamento delle industrie sviluppatesi all’ombra del riformismo borbonico. Naturalmente le ruberie non basterebbero di per sé a giustificare il ricorso alla categoria del colonialismo. Il colonialismo, argomenta Zitara, non è un problema di redditi ma di strutture economico sociali: a partire da quel sottosviluppo (4) che, nel caso del Sud Italia, è il prodotto dell’inclusione del Sud nel mercato nazionale e nel contemporaneo blocco della spinta alla nascita di una produzione industriale autonoma. In particolare, sono l’estensione a tutti gli ex stati pre unitari del sistema fiscale e doganale piemontese e l’abolizione dei dazi interni a colpire duramente. Di fronte all’aumento della pressione fiscale, i proprietari terrieri reagiscono imponendo la conversione monetaria dei canoni di affitto dei fondi, che prima venivano regolati in natura, per cui il contadino è costretto a convertire in prodotti per il mercato i prodotti per il consumo domestico.

Il sistema si articola su due livelli: da un lato, la pressione finanziaria del Nord colpisce tutti i settori economici meridionali, dall’altro la classe padronale si rifà sulla classe contadina che subisce un rapido processo di immiserimento, dovuto anche al fatto che lo sviluppo di un’agricoltura estensiva specializzata (agrumi, olio e vino) per l’esportazione (favorita dalla politica inizialmente liberista del nuovo governo nazionale) scaccia i coloni e i pastori dalla terra. Nei “normali” processi di proletarizzazione associati all’accumulazione primitiva il lavoro contadino “liberato” dalla terra viene reimpiegato nelle industrie, ma la mancanza e/o la scarsità di queste ultime fa sì che il solo sbocco possibile per i contadini meridionali divenga l’emigrazione di massa: di qui il famoso detto “briganti o migranti” (5).

Il punto di non ritorno che segnò l’inesorabile declino del Sud, scrive Calemme, fu la svolta protezionista adottata dal governo Depretis nel 1887. La precedente politica liberista aveva apportato benefici alle esportazioni delle monocolture agricole di cui sopra, dopodiché il passaggio al protezionismo (che serve a favorire la nascente industria settentrionale) chiude gli sbocchi di mercato e consolida la morsa del sottosviluppo. Nitti, annota ancora Calemme, pensava che il “sacrificio” del Sud in favore del resto d’Italia fosse inevitabile per consentire l’ingresso del Paese nel concerto delle nazioni industriali, ma pensava anche che il sacrificio sarebbe stato temporaneo e che la reindustrializzazione del Sud avrebbe seguito l'industrializzazione del Nord. Il che non è evidentemente avvenuto. È invece avvenuto che le tradizionali aspirazioni contadine di possedere la terra sono progressivamente venute meno, sostituite dal miraggio di una industrializzazione mai arrivata, mentre nel secondo dopoguerra è arrivato il consumismo neocapitalista in un Meridione relativamente spopolato dalle reiterate ondate migratorie e trasformato da area a vocazione agricola ad area di consumo scarsamente produttiva e quindi in costante disavanzo.

III.

Sia in Zitara che in Calemme l’analisi della composizione di classe del Sud Italia si intreccia con le critiche alle sinistre italiane, imputate di persistenti errori di comprensione della realtà sociale e delle aspirazioni popolari, se non di veri e propri tradimenti nei confronti degli interessi delle masse meridionali. Le accuse risalgono indietro nel tempo fino a coinvolgere lo stesso Gramsci, di cui entrambi gli autori si professano pure allievi, riconoscendolo come l’unico teorico marxista che abbia compiuto un serio sforzo di comprensione della Questione Meridionale. Zitara gli rimprovera tuttavia di non avere capito che, dopo decenni di disintegrazione sociale causata dalla condizione coloniale, il proletariato meridionale era solo in minima parte composto di forza lavoro agricola, mentre la maggioranza era ridotta alla condizione di forza lavoro di riserva per le industrie settentrionali e/o straniere. In ragione di tale equivoco, comunisti e socialisti non hanno mai smesso di “ricacciare l’opposizione meridionale nel circolo vizioso delle arcaiche lotte per la terra” (6). In buona sostanza, rincara Calemme, Gramsci ragionava nei termini classici di un’alleanza fra operai e contadini, presupponendo una sostanziale uniformità di interessi fra i due strati proletari.

L’equivoco si reitera e rafforza nel secondo dopoguerra, allorché si dà per scontata la sostanziale convergenza delle due Italie sul terreno della resistenza democratica e antifascista, laddove il proletariato meridionale è insensibile nei confronti di una democrazia che lo ha sempre ignorato e tradito, per cui percepisce la legittimazione resistenziale come una nuova forma di legittimismo colonialista (7). La rottura fra proletariato meridionale e PCI si aggrava quando Togliatti, fra il '47 e il '50, egemonizza ma al tempo stesso frena le lotte per la socializzazione della terra, limitandone la ridistribuzione ai soli campi incolti (per inciso: vengono redistribuite quote insufficienti per sostenere l’autosufficienza economica degli assegnatari, per cui le terre torneranno rapidamente nelle mani dei nuovi baroni). Insomma: da un lato si insiste sullo schema della terra ai contadini, continuando a pensare alla Questione Meridionale come una questione eminentemente agraria, dall’altro lato non si agisce coerentemente e radicalmente nemmeno su tale terreno.

Non è che in campo marxista, argomenta Zitara (8) mancasse la consapevolezza dell’unificazione come processo di colonizzazione e dei livelli di supersfruttamento che ciò implica, eppure sul piano politico si è sempre negata pervicacemente l’esistenza di due italie, nel timore che eventuali spinte autonomistiche venissero egemonizzate dalle destre. Timore ingigantito dalla rivolta di Reggio Calabria capeggiata dai fascisti, che piuttosto avrebbe dovuto ispirare riflessioni autocritiche sulla mancata rappresentazione del proletariato meridionale, condannando le masse dei disoccupati all’afasia politica e alla disponibilità nei confronti delle sirene di destra (9).

Vediamo ora l’analisi di classe in base alla quale Zitara, e Calemme con lui, sostiene la tesi secondo cui, nel nostro Paese, esistono due proletariati che, non solo non condividono gli stessi interessi e obiettivi, ma sono oggettivamente in conflitto reciproco. Il primo argomento teorico di Zitara trascende lo scenario italiano e si aggancia direttamente alla tradizione della scuola della dipendenza, come enunciato in apertura di questo articolo. Si tratta di una questione cruciale che rovescia il dogma marxista in base al quale la transizione al socialismo è possibile solo nei punti alti dello sviluppo capitalistico, a partire da una constatazione di fatto che anche chi scrive (10) ha in più occasioni evidenziato: la classe operaia occidentale non ha portato vittoriosamente a termine una sola rivoluzione e, se più di un terzo dell’umanità vive oggi in sistemi socialisti (malgrado il crollo dell’Unione Sovietica e dei paesi satelliti!) ciò si deve esclusivamente a rivoluzioni condotte dalle larghe masse delle periferie del mondo (in ampia maggioranza contadine).

I marxisti ortodossi, nota Zitara, cercano di aggirare la questione sostenendo che si è trattato di eventi diretti da partiti che erano espressione di minoranze operaie, ma l’obiezione cade ove si consideri che sia in Russia sia in Cina l’egemonia della classe operaia ha realmente potuto affermarsi a rivoluzione avvenuta, sull’onda dei successivi processi di industrializzazione. Quanto appena osservato si spiega solo riannodando il filo rosso che si dipana dalle riflessioni di Marx sulla necessità dell’emancipazione del popolo irlandese quale condizione imprescindibile del risveglio della classe operaia inglese, anestetizzata dalle briciole del saccheggio imperialista; all’analisi di Lenin sull’imperialismo e sull’intreccio fra rivoluzione sociale e rivoluzione nazionale; alle tesi di Baran e Sweezy che hanno inaugurato le riflessioni postbelliche su colonialismo sottosviluppo e dipendenza (11); alle riflessioni di marxisti sudamericani come Mariategui e Linera sul ruolo rivoluzionario delle comunità originarie andine (12); per finire con il concetto di “proletariato esterno” - coniato da Braudel e ripreso da Samir Amin (13) – che è il nodo centrale del pensiero di Zitara.

A sostanziare il nodo in questione è la constatazione che, nel tardo capitalismo, i maggiori livelli di sfruttamento e le contraddizioni più radicali si collocano alla periferia del sistema mondiale, in quelle regioni in cui la penetrazione del denaro e delle merci ha distrutto le forme di vita e i sistemi produttivi e riproduttivi tradizionali senza integrare le persone in rapporti sociali assimilabili a quelli dei centri metropolitani, per cui i livelli occidentali di benessere si associano alla miseria e al supersfruttamento delle masse periferiche. Dunque le classi subalterne non sono divise da diversi gradi di maturazione politica, come sostengono la maggior parte dei marxisti occidentali, bensì da interessi diversi, di fatto contrastanti. Occorre quindi distinguere fra proletari interni ai processi produttivi che il capitale gestisce direttamente, e proletari esterni, anch’essi coinvolti nell’economia capitalistica ma in modo indiretto, tramite la mediazione di forme sociali ibride che il capitalismo tiene in vita anche attraverso la forma limite della disoccupazione (esercito di riserva globale) (14).

In tale contesto, argomenta Zitara, perdono senso le categorie classiche di sottoproletariato e aristocrazie operaie, rimpiazzate appunto da quelle di proletariato esterno ed interno, il primo è la base ideale delle politiche rivoluzionarie il secondo è la base ideale del riformismo: un conflitto che si delinea fin dallo scontro fra Seconda e Terza Internazionale e caratterizza l’intera storia moderna del lavoro subalterno e delle sue espressioni politiche (la socialdemocrazia, annota Zitara, non è frutto di una deviazione ideologica, bensì il prodotto storico di interessi reali). Questo schema interpretativo viene applicato alla storia d’Italia: “Fu subito chiaro, scrive Zitara, che le masse settentrionali ferme su una logica rivendicazionista non avrebbero favorito il movimento contadino, che poteva sfociare solo nel rovesciamento del sistema.” (15). Dopodiché aggiunge che che questi due soggetti sociali possono sì, come voleva Gramsci, avere lo stesso obiettivo strategico ma, al contrario di quanto ipotizzato dallo stesso Gramsci, per realizzarlo dovranno percorrere strade diverse e autonome, perché autonomi e contrastanti sono i rispettivi interessi. Ovviamente il proletariato esterno meridionale non è fatto solo di contadini e disoccupati: è un insieme complesso e disomogeneo di strati sociali accomunati da condizioni di precarietà, un soggetto che può essere descritto, in analogia con le masse periferiche del Terzo Mondo, come una nuova classe di lavoratori coinvolti nella produzione capitalistica ma esclusi dai suoi vantaggi.

L’analisi di classe di Zitara, riproposta da Calemme, prende in considerazione altri due soggetti fondamentali. Il primo è una borghesia, a sua volta stratificata e disomogenea, che non trova precisa e stabile collocazione nello scacchiere politico nazionale, in quanto priva di effettiva forza contrattuale, per cui svolge di fatto un ruolo analogo alle borghesie ”compradore” (16), svolge cioè il ruolo di cinghia di trasmissione, di mediatore dell’egemonia economica, politica e culturale delle élite settentrionali. Zitara parla di “tre mediazioni concatenate”: dai gruppi egemonici settentrionali allo Stato, dallo Stato agli intellettuali meridionali, da questi alle classi subalterne. Gli intellettuali, anello intermedio della catena in questione, sono il secondo dei due soggetti fondamentali di cui sopra. La storia di questo strato, secondo Zitara, viene da lontano, nel senso che fin dall’inizio le professioni liberali e le magistrature hanno svolto ruoli analoghi, se non identici, a quelli dell’abito talare e del cavalierato destinati ai cadetti dei signori feudali. Gli intellettuali sono una classe di puri consumatori i cui ranghi sono venuti ingrossandosi a mano a mano che il sistema si impoveriva offrendo sempre meno alternative (17) e, dal momento che i ceti impiegatizi inseriti nella Pubblica Amministrazione e le professioni liberali godono di redditi equiparabili a quelli dei loro omologhi settentrionali, costoro sono il principale alleato del dominio coloniale. Ecco perché, ironizza Zitara, “ancora oggi gli unici veri italiani del Sud sono gli intellettuali” (18).

IV.

Le idee fin qui analizzate rappresentano un mix di formidabili intuizioni – in particolare sul piano della contro analisi storica del processo di unificazione nazionale e della denuncia delle responsabilità delle sinistre – e di elementi di debolezza – analogie suggestive ma talvolta non del tutto fondate fra Meridione e Paesi del Terzo Mondo, insufficienti aggiornamenti sulle trasformazioni socioeconomiche e antropologiche che il nostro Sud ha subito negli ultimi decenni. Prima di tracciare un bilancio critico occorre però completare la nostra analisi descrivendo il progetto politico di Zitara e il rovesciamento di paradigma – rispetto a Marx – su cui tale progetto si fonda.

Il compito prioritario, argomenta Zitara, è dare un volto politico alle forze popolari del Sud, condizione imprescindibile per consentire la partecipazione del proletariato esterno alla lotta di classe, il che è possibile a due condizioni: far sì che esso elabori in forma autonoma i propri obiettivi e la strategia per realizzarli, a partire dalla presa di coscienza di essere oggetto di sfruttamento e oppressione coloniale. Una volta ottenuta tale consapevolezza, la lotta per la liberazione dovrà procedere su due binari: quello della emancipazione nazionale e quello sociale della lotta contro le borghesie locali che mediano l’egemonia del Nord. Parliamo insomma di una rivoluzione nazional popolare, di una “via subnazionale al socialismo”che permetta in primo luogo di realizzare una piena e buona occupazione e di ottenere un minimo di vita dignitosa per le masse. Questo obiettivo, alternativo a quelli della lotta politico sociale della sinistra nazionale, dovrà necessariamente incarnarsi nella creazione di una nuova entità nazionale nella misura in cui (e qui le idee di Zitara evocano il concetto di delinking (19) di Samir Amin) solo erigendo nuove frontiere sarà possibile combattere la disoccupazione attraverso la valorizzazione delle risorse locali e l’adozione di forme di protezionismo mirate.

Ma di che socialismo parliamo? Per liberare il Sud, scrive Zitara, non basta uscire dallo Stato italiano e dall’Europa: “bisogna uscire da una cultura che viene dall’utilitarismo inglese e americano” (20) incompatibile con l’antica civiltà mediterranea. Tuttavia quest’ultima affermazione appare in stridente contraddizione con l’invito a ribaltare la concezione marxiana che associa il socialismo all’abolizione della proprietà privata: “Marx vuole abolire la proprietà invece l’assunto va capovolto: ciascuno sia proprietario del proprio prodotto mentre nessuno deve poter possedere il prodotto altrui”. L’idea di libertà, scrive infatti Zitara esprimendo un’opinione che Marx avrebbe liquidato come una robinsonata, è sempre quella classica, associata al pieno diritto di vendere e comprare, definizione che, ahimè, è una delle colonne ideologiche su cui si basa quel liberalismo anglosassone che Zitara dice di voler liquidare.

In poche parole, siamo all’interno di una cornice concettuale che rievoca i classici del socialismo utopistico ottocentesco – Owen ma soprattutto Proudhon – come esplicitamente confermato da Calemme, il quale mi pare (anche se posso sbagliarmi, non avendo letto tutti gli scritti del suo maestro e ispiratore) che radicalizzi il pensiero di Zitara, spingendolo ulteriormente nella direzione appena descritta. Dopo aver reiterato la necessità di rovesciare l’assunto marxiano dell’abolizione della proprietà privata, Calemme scrive infatti che quella di Zitara è “una versione neo giusnaturalista e neo contrattualista” del socialismo scientifico (sic) marxista nella misura in cui egli ritiene che libertà e proprietà individuali siano diritti naturali inalienabili preesistenti al contratto sociale, già sanciti dalla mercatura medievale, ribaditi dai diritti dell’uomo e del cittadino dell’89 e da Proudhon e altri esponenti del socialismo utopistico. Posto che non si capisce come si possano mettere insieme categorie come giusnaturalismo, contrattualismo, diritti naturali (individuali) inalienabili, nonché l’affermazione che “l’individuo umano libero e autonomo è frutto del soggetto economico e del suo diritto di compravendita” con l’invito a “battersi contro ogni orientamento liberale” (?), non sorprende che questi salmi finiscano in gloria, cioè con la condanna della pianificazione socialista e della distribuzione del prodotto sociale controllata dallo stato, laddove il socialismo liberale del costituendo soggetto nazionale dell’Italia del Sud dovrà limitare il compito dello Stato alla sovrintendenza pubblica degli interessi privati a garanzia dello sviluppo equilibrato di una società fatta di liberi produttori, “ognuno con il proprio capitale preso in prestito da una banca di denaro pubblico”. A questo punto disponiamo di tutti gli elementi per tracciare un bilancio critico.

*****

Premetto che non dispongo delle competenze storiche per giudicare se, nel 1861, il Regno delle Due Sicilie fosse effettivamente il più avanzato sul piano dello sviluppo economico in senso capitalista rispetto agli altri stati preunitari, anche se mi pare che sia Zitara che Calemme offrano argomenti convincenti a sostegno di tale tesi. Ritengo invece del tutto condivisibile la tesi del saccheggio coloniale da parte degli occupatori sabaudi e della relazione strutturale fra decollo industriale del Nord e “sviluppo del sottosviluppo” (21) del Meridione, un processo che potremmo anche definire, con David Harvey, accumulazione per espropriazione (22). In particolare, mi pare meritoria la demistificazione delle retorica risorgimentale (tanto cara anche a certa sinistra) che mette in luce come il successo dell’impresa dei Mille non sarebbe stato possibile senza l’appoggio sabaudo, motivato dalla necessità di mettere le mani sul “tesoro” dei Borboni per salvare dal fallimento il Regno di Sardegna, e senza l’appoggio inglese motivato dall’esigenza geopolitica di rimuovere gli ostacoli al controllo imperiale su Mediterraneo. Senza dimenticare l’ambiguità garibaldina nei confronti delle aspirazioni delle masse contadine, ferocemente represse da Nino Bixio.

Resta il fatto che, proprio in ragione di quelle aspirazioni, ampi settori delle masse meridionali aderirono entusiasticamente alla mobilitazione contro i Borboni. Il che conferma che il riformismo dall’alto di questi ultimi, nei confronti del quale il giudizio positivo di Calemme mi pare assuma a volte toni eccessivi, era “monco”, non aveva cioè affiancato gli sforzi per sostenere il processo di sviluppo industriale ad altrettanti sforzi per promuovere la modernizzazione dei rapporti sociali nelle campagne. È quindi probabile che, ove lasciato proseguire autonomamente la propria evoluzione, il Regno borbonico sarebbe evoluto verso un modello “prussiano”, cioè verso l’integrazione fra nascente borghesia industriale e aristocrazia “junker”, un regime moderno ma con spiccate caratteristiche autoritarie.

Passo alle critiche alla sinistra. Premetto che le critiche a Gramsci, cui viene rimproverato di non avere realizzato che la questione meridionale, dopo decenni di disintegrazione sociale delle campagne, non era più riducibile alla questione agraria, e che il progetto rivoluzionario non poteva essere proposto nei termini classici di alleanza operai-contadini, mi paiono francamente ingenerose, nel senso che si fondano su una retrodatazione di condizioni che sarebbero giunte a completa maturazione solo nel secondo dopoguerra. Ciò detto condivido la denuncia degli errori che, dopo la riforma agraria “dimezzata” voluta da Togliatti nell’immediato dopoguerra, si sono fatti sempre più evidenti con il sistematico disconoscimento degli interessi del proletariato esterno meridionale, fino alla mancata autocritica dopo la rivolta di Reggio Calabria, per avere consegnato l’egemonia della rabbia popolare ai fascisti. L’ossessione che ha inchiodato le sinistre italiane a ragionare sul Sud esclusivamente nei termini di ridistribuzione delle terre (obiettivo che ormai i contadini proletarizzati avevano rimpiazzato con le aspettative di occupazione industriale) somiglia a quella dei partiti comunisti sudamericani, i quali hanno continuato a perseguire lo stesso obiettivo senza riconoscere il potenziale anticapitalista delle comunità originarie e delle masse proletarie esterne ai centri di sviluppo industriale (23).

Credo che Zitara abbia perfettamente ragione nel puntare il dito contro la secolare diffidenza (che risale alle sferzanti battute del Marx del Manifesto contro l’ottusità dei contadini), non di rado venata di disprezzo, nei confronti del mondo contadino. E naturalmente condivido, come ho ampiamente argomentato altrove (24), la necessità di prendere atto che le sole rivoluzioni socialiste riuscite sono avvenute in Paesi economicamente “arretrati” ed hanno avuto come protagoniste le larghe masse contadine piuttosto che la classe operaia. Così come sono a mia volta convinto che gli interessi del proletariato esterno e di quello interno siano conflittuali. Ma se questo vale tuttora sul piano dello scontro geopolitico – oggi alle soglie della Terza guerra mondiale – fra imperialismo occidentale e fronte delle nazioni nate dalle rivoluzioni di liberazione nazionale seguite al Secondo conflitto mondiale, mi sembra opinabile se riferito al conflitto fra centri e periferie interni al blocco occidentale. Per quanto riguarda, in particolare, il conflitto fra le due italie, mi pare che lo schema bipolare su base geografica sia stato progressivamente eroso dai processi di immiserimento e precarizzazione che decenni di neoliberismo hanno innescato a danno del proletariato interno settentrionale. Oggi l’opposizione centro periferia tende ad assumere una configurazione a macchia di leopardo, per cui i sud (al plurale) europei (a partire dal nostro, ma vedi anche la colonizzazione della Germania Est da parte della Germania Ovest) non sta più solo al Sud, ma anche nei sobborghi delle metropoli gentrificate, nelle province tagliate fuori dai flussi del capitale globale, ecc. (25). Se ciò è vero, torna di attualità la questione dell’unità proletaria a livello delle singole nazioni più che a livello subnazionale. Unità che non si pone in termini di alleanze, bensì come progetto di ricostruzione politica di una classe lavoratrice disarticolata e dispersa tanto sul piano sociale che sul piano territoriale dai decenni lotta di classe dall’alto che il capitale ha condotto, con la complicità delle sinistre.

C’è poi un fattore culturale e antropologico che rende a mio avviso improbabile il progetto di mobilitare le masse meridionali in vista di una secessione rivoluzionaria. Chi scrive ha vissuto per quindici anni in Salento, insegnando all’Università di Lecce dove ha avuto occasione di frequentare quotidianamente centinaia di studenti appartenenti a ogni strato sociale (non solo medio alto: ai primi del duemila ancora molte famiglie della provincia povera mandavano i figli a frequentare i corsi della triennale, nell’illusione che ciò garantisse più opportunità di lavoro). Ciò mi ha permesso di misurare l’impatto della penetrazione della cultura consumistica (non solo attraverso i media, ma anche grazie all’interazione con i massicci flussi turistici che invadono il territorio per buona parte dell’anno). Ebbene: in questi ragazzi non ho trovato tracce di odio e risentimento per i “colonizzatori” (26) , ho trovato invece un pressoché totale allineamento con i gusti, i valori, i desideri e le aspirazioni “americanizzate” dei loro coetanei settentrionali e/o di altri Paesi occidentali. Quelli che non emigrano al Nord o all’estero, sono impegnati a praticare vari generi di auto-imprenditoria terziaria nei settori del turismo, del commercio, dei nuovi media, della comunicazione pubblicitaria, ecc. Rieducare politicamente questi strati di proletariato esterno “postmodernizzato” non sarà impresa meno ardua di quella di restituire coscienza dei propri interessi di classe al proletariato interno immiserito e precarizzato dalle “cure” delle élite di Bruxelles.

Ma veniamo a quello che considero il limite maggiore dei discorsi sin qui presi in esame, vale a dire il tentativo di resuscitare un socialismo utopistico alla Proudhon. Ammesso e non concesso che oggi sia, non dico realizzabile, ma anche solo concepibile “una società di liberi produttori” (Owen e Proudhon potevano ancora nutrire un simile sogno perché vivevano nella fase aurorale del capitalismo industriale, ma nemmeno loro avrebbero potuto farlo se fossero vissuti nell’era del tardo capitale monopolistico) non vedo come si possa non capire che tale società, in seguito alle differenze di capacità, talento, aggressività, ambizione, ecc. di questi produttori sarebbe destinata a subire un rapido processo di concentrazione dei capitali nella mani di una minoranza a scapito della maggioranza. Peggio mi sento di fronte alla schizofrenia teorica che, da un lato esclude ogni forma di liberismo economico e critica la filosofia utilitarista, dall’altro indica nella proprietà privata e nella piena libertà di vendere e comprare il fondamento dei “diritti naturali” dell’individuo, per tacere della rivendicazione dei principi giusnaturalisti e contrattualisti che, come insegna Andrea Zhok nella sua fondamentale Critica della ragione liberale (27) sono, proprio assieme all’utilitarismo, il fondamento stesso del moderno liberalismo borghese (e quindi anche della sua attuale, spietata versione neoliberista e dell’ordoliberalismo che governa la costituzione materiale della UE).

Qualcuno potrebbe a questo punto obiettare che chi scrive, sulle tracce di autori come Vladimiro Giacché e Giovanni Arrighi (28) ha ripetutamente messo in discussione il modello classico di socialismo formulato da Marx ed Engels, i quali prevedevano l’abolizione integrale del mercato. Vero, solo che io mi riferivo ai socialismi del secolo XXI che crescono in Asia, Africa e America Latina, e in particolare a quel socialismo in stile cinese, che, avendo imparato la lezione del fallimento sovietico, ha restituito ai contadini la libertà di vendere il proprio plus prodotto (ma non la proprietà della terra, che resta saldamente nelle mani dello stato), ha consentito (entro certi limiti e sempre sotto controllo statale) l’accumulazione privata, impedendo però alla borghesia nazionale di tradurre in potere politico il potere economico, e mantenendo il controllo pubblico sui settori produttivi strategici, sulle banche, sulla ricerca scientifica e sui servizi essenziali. Per inciso, le riforme postmaoiste hanno realizzato proprio gli obiettivi prioritari indicati sia da Zitara che da Calemme: piena occupazione, una vita dignitosa per centinaia di milioni di cittadini strappati alla miseria, piena sovranità nazionale dopo più di un secolo di umiliazioni coloniali, per tacere della capacità di competere alla pari sul piano economico, scientifico e tecnologico con l’imperialismo americano che, non a caso, si prepara ad aggredire militarmente questo scomodo competitor, che lo inquieta sul piano ideologico-politico ancora più che su quello economico. In conclusione: niente rivoluzione senza partito rivoluzionario e niente sviluppo socialista senza stato socialista. Per parafrasare il duo Zitara Calemme: per emancipare il proletariato esterno non basta uscire dalla UE, bisogna rompere con il blocco capitalista occidentale e la sua ideologia (e quindi anche con la sua idea di libertà economica!). Quanto all’Italia, il nodo non è più geografico, nel senso che non si tratta più di liberare il Sud, bensì di liberare i sud (minuscolo plurale) estendendo la rivoluzione nazional popolare all’intero territorio.

Note

(1) Le citazioni si trovano in Utopie letali (Jaka Book, Milano 2013), Il socialismo è morto. Viva il socialismo (Meltemi, Milano 2019) e Guerra e rivoluzione (2 voll. Meltemi, Milano 2023).

(2) Gli altri membri della “banda” sono Gunder Frank, Giovanni Arrighi ed Immanuel Wallerstein. Cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi Milano 2020.

(3) I testi di Zitara cui farò riferimento in questo articolo sono: Il proletariato esterno (Jaka Book, Milano 1972), L’unità d’Italia. Nascita di una colonia (Jaka Book, Milano 1971, ristampa 2010), L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria (Jaka Book, Milano 2010) e Negare la negazione. Introduzione al separatismo rivoluzionario, Città del Sole, Reggio Calabria 2001.

(4) Cfr. fra gli altri, G. Myrdal, Teoria economica e paesi sottosviluppati, Feltrinelli, Milano 1957; P. Baran, Il surplus economico, Feltrinelli, Milano 1962; P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968, oltre al già citato Dipendenza di A. Visalli.

(5) Nelle analisi di Zitara e Calemme il fenomeno del brigantaggio ha il valore di una prima manifestazione della resistenza del proletariato esterno meridionale all’occupazione coloniale.

(6) In Negare la Negazione, cit.

(7) Anche questo giudizio sull’uso strumentale della retorica resistenziale come legittimismo colonialista si trova in Negare la negazione, cit.

(8) Zitara denuncia questa schizofrenia dell’atteggiamento dei partiti italiani di ispirazione marxista ne L’unità d’Italia, cit.

(9) Ne Il proletariato esterno cit. Zitara scrive che la esibita “purezza morale” fascista che punta il dito contro corruttela, clientelismo e le baronie politiche che la democrazia italiana ha imposto al Sud affascina le masse meridionali.

(10) Cfr. Guerra e rivoluzione, vol. I (Le macerie dell’Impero), cap. I (“La cassetta degli attrezzi).

(11) Vedi nota 4.

(12) Ne Il proletariato esterno, cit. Zitara nota come la produzione per l'autoconsumo e l’economia di villaggio abbiano svolto per la classe contadina un ruolo di autodifesa contro lo sfruttamento. Il ruolo di resistenza anticapitalista dei residui di forme sociali precapitalistiche è un tema centrale di molti marxisti latinoamericani. Vedi, in particolare, J. C. Mariategui, Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti, Einaudi, Torino 1972 e A. G. Linera, Forma valor y forma comunidad, Traficantes de Suenos, Quito 2015. In particolare Linera estende il concetto di classe rivoluzionaria alle comunità originarie andine, in polemica con i marxisti ortodossi che le considerano forme comunistiche primitive che devono essere “sciolte” nei moderni rapporti di produzione capitalistici prima di poter essere integrate nel fronte della lotta di classe.

(13) Accenno a questo rapporto fra Samir Amin e Zitara in Guerra e rivoluzione, cit., vol. II, pp. 148 e segg.

(14) Di questa capacità del capitale metropolitano di mettere al lavoro forme economiche ibride in cui il mercato capitalistico convive con rapporti sociali di tipo tradizionale, discute A. G. Linera nel libro citato alla nota 12.

(15) Ne Il proletariato esterno, cit.

(16) Calemme usa il termine di lumpenborghesia per denotare questa nuova borghesia dominante che rafforza i rapporti di subalternità economica dei Paesi ex coloniali

(17) Sempre ne Il proletariato esterno, Zitara sostiene che a mano a mano che i figli vengono avviati agli studi ciò genera un nuovo fattore sociale che alimenta la disoccupazione intellettuale, foriera di tensioni particolarmente esplosive.

(18) Ne L’unità d’Italia, cit.

(19) Sul concetto di delinking cfr. S. Amin, La déconnextion. Pour sortir du système mondial, La Découvert, Paris 1986 e Classe et nation, Nouvelles Editions Numériques Africaines, Dakar 2015. Vedi anche H. Jaffe, Via dall'azienda mondo,Jaka Book, Milano 1995.

(20) In Negare la negazione, cit.

(21) Cfr. P. Baran e G. Myrdal opp. citt.

(22) Cfr. D. Harvey, The Anti-capitalist Chronicles, Pluto Press, London 2020.

(23) vedi nota 12.

(24) Vedi Guerra e rivoluzione, cit.

(25) Su questa nuova dimensione del conflitto centri periferie, cfr. C. Guilluy, La France périphérique, Flammarion, Paris 2014.

(26) Il tema dell’odio meridionale contro i colonizzatori ricorre di frequente nel libro di Calemme (la pulsione violenta della masse meridionali, scrive, “non è esecrabile ma è l’ultimo vestigio della loro umanità, della loro dignità”). Calemme traccia un filo che si dipana dai Fasci siciliani, agli eventi di Avola e Battipaglia, alla rivolta di Reggio, fino ad appellarsi al fenomeno mafioso come “il tentativo storico della classe subalterna meridionale eterna allo sviluppo storico di avviare con la violenza un nuovo processo di accumulazione originaria”, discorso che, mentre può avere un qualche senso alle origini del fenomeno, mi pare non più sostenibile nella sua attuale versione globalizzata e finanziarizzata, totalmente integrata nei vertici del sistema capitalista mondiale.

(27) A. Zhok, Critica della ragione liberale, Meltemi, Milano 2020.

(28) Vedi fra i molti scritti che Giacché dedica al tema, il suo (a cura di) Economia della rivoluzione, il Saggiatore, Milano 2017, quanto ad Arrighi vedi, in particolare, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007.

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28/09/2019

Contro lo stato coloniale, la cassetta degli attrezzi di Gramsci

Abbiamo formulato a Cristiano Sabino, attivista sardo, ricercatore politico/sociale, impegnato nei vari movimenti di lotta antimilitaristi ed anticolonialisti, alcune domande sul dibattito in corso attorno agli “studi gramsciani”. Di Cristiano Sabino è prossimamente in uscita un saggio su Antonio Gramsci su cui ritorneremo più ampiamente appena il libro sarà disponibile.

Su Contropiano, nei mesi scorsi, è stata pubblicata una recensione ad un lavoro editoriale precedente di Cristiano.

Da anni – particolarmente fuori dalla “provincia Italia” – si è riaccesa l’attenzione sul pensiero teorico e politico di Antonio Gramsci. In America Latina ed in Asia fioriscono autori, scuole di pensiero e seminari di approfondimento che affrontano l’opera del “rivoluzionario sardo” collocandola, a vario titolo, nel crogiuolo delle contraddizioni della moderna contemporaneità capitalistica. Come interpreti questa interessante e rinnovata attenzione?

Gramsci è una miniera inestimabile di riflessioni e studi sulla società a noi contemporanea perché ne ha analizzato alcune direttrici portanti proprio nel momento in cui questa si andava formando. In particolare Gramsci ha individuato nel tema della “rivoluzione passiva” un tratto distintivo tipico delle società moderne, cioè delle società che sviluppano la modernità in maniera autoritaria ed escludente e che la impongono in maniera coloniale o semi coloniale alle porzioni di mondo che vengono assoggettate.

La rivoluzione passiva è lo strumento tramite il quale la modernità viene sviluppata solamente in senso tecnico e tecnologico ma i cui vantaggi riguardano solamente minoranze di oligarchi o di stati privilegiati a tutto svantaggio della maggioranza della popolazione e della maggioranza dei popoli del mondo.

È un tema – come si può facilmente intuire – assai attuale e dalle infinite applicazioni in diverse realtà del pianeta dove la modernità si è presentata appunto sotto la forma della modernizzazione forzata e dove in effetti spesso ad oggettivi progressi in campo tecnico, infrastrutturale e scientifico non coincideva affatto alcun avanzamento nel campo sociale e culturale dei subalterni.

Non è un caso se leggendo Fanon e Said – giusto per fare due nomi eccellenti – la riflessione di Gramsci sia sempre sotto traccia e in diverse aree dei continenti africano e asiatico siano sorte vere e proprie scuole teoriche che si rifanno a Gramsci (Post-Colonial Studies statunitensi e i Subaltern Studies indiani, in particolare con l’opera di Ranajt Guha che ne è il fondatore).

Per comprendere il successo e la permanenza dell’opera di Gramsci nella nostra età dobbiamo capire che non si tratta solo di questioni intellettuali e di correnti di studi, perché Gramsci non era un “intellettuale” nel senso che noi diamo oggi a questo termine. Gramsci era un rivoluzionario e la sua stessa concezione di filosofia è completamente orientata alla creazione, diffusione e affermazione di concezioni del mondo nuove e quindi rivoluzionarie.

La maggior parte degli intellettuali a noi contemporanei, a partire da quelli di sinistra, sarebbe derubricata da Gramsci come “lorianesimo”, una categoria sotto la quale Gramsci includeva tutti gli stanchi ripetitori di idee pigre, passive, conformiste e trasformiste prive di reale coraggio e creatività.

È del tutto normale che il pensiero di Gramsci attecchisca in quelle parti di mondo dove non proliferi questo genere di intellettuali da cortile narcotizzati e magnetizzati dal sistema delle corti imperiali in via di disfacimento. Gramsci attecchisce là dove sono possibili nuove esperienze politiche e soprattutto nuovi rapporti di scambio reciproco tra intellettuali e popolo e quindi nuove direzioni della storia sociale e nazionale.

Ha ragione Giuseppe Vacca quando scrive che «l’incontro [con Gramsci] è più fecondo quando concorre a originare nuovi progetti politici e una nuova idea della politica». A Gramsci si torna quando si ha reale bisogno di reinterpretare dinamiche conflittuali e quando una cultura nazionale debba fare i conti con le lacerazioni lasciate dalla propria tradizione, dalla sofferenza di una modernità calata dall’alto o quando gruppi subalterni abbiano maturato il desiderio di porre fine a tale subalternità uscendo dal livello «economico-corporativo» delle proprie rivendicazioni puntuali per creare nuove visioni del mondo.

Sta qui il senso della «filosofia della prassi» che mantiene vivo il suo pensiero al di là e nonostante la riduzione all’erudizione a cui il pensiero di Gramsci viene sottoposto da epigoni e accademici.

Non so in Italia, ma in Sardegna credo che da questo punto di vista ci sia un enorme bisogno di tornare a Gramsci e di attingere a piene mani dalla sua cassetta degli attrezzi.

È oramai palesemente evidente che per un lunghissimo ciclo del corso politico del nostro paese l’interpretazione di Gramsci – da parte del Partito Comunista Italiano e dei suoi addentellati accademici – è stata quella di rendere la figura di Antonio una icona inoffensiva la quale veniva usata ed abusata per “giustificare” scelte politiche e collocazioni di campo che debordavano da ogni possibile orizzonte di trasformazione sociale e di rottura rivoluzionaria. Questa eredità negativa pesa tutt’ora nel dibattito attorno a Gramsci (vedi il paludato ambiente dell’Istituto Gramsci) dove continua ad affermarsi una griglia interpretativa che nega la valenza innovativa e rivoluzionaria del comunista dell’Ordine Nuovo, della Rivoluzione in Occidente e di Americanismo e Fordismo. A tuo giudizio quali possono essere i canovacci teorici che il pensiero di Gramsci ci trasmette per le battaglie adatte alla contemporaneità capitalistica?

Come detto Gramsci temeva di diventare un «cencio inamidato», cioè un oggetto inerte da mostrare nelle grandi occasioni ma privo di quella conflittualità che rende vitale qualunque forma di essere storico. Non solo è da confermare che Gramsci è stato fortemente depotenziato nel messaggio del PCI e utilizzato da sapienti ermeneuti del partito come un riformista ante litteram, ma le tesi stesse del Partito che lui aveva o scritto (Lione 1926) o fortemente influenzato (Colonia 1931) sono state completamente archiviate e la loro memoria storica del tutto cancellata.

Non è un caso che negli anni '70 molti compagni e intellettuali rivoluzionari che contestavano il PCI da sinistra abbiano rifiutato Gramsci le cui tesi infatti non si rintracciano minimamente né nelle analisi, né soprattutto nelle pratiche dei movimenti della cosiddetta “nuova sinistra”.

Fu un errore gravissimo perché permise a quello che stava diventando il Partito Comunista di seppellire in una sorta di sarcofago dorato una testimonianza di metodo dialettico profondamente matura e rara. I gramsciani del PCI e seguenti (sono sopravvissuti molti di essi perfino all’estinzione del PCI e dei suoi epigoni) si sono comportati come gli aristotelici cristiani con Aristotele, inventando di sana piana un Gramsci tutto a immagine e somiglianza delle esigenze pratiche di un partito che aveva fatto della tattica parlamentare una dottrina ideologica e del processo rivoluzionario un feticcio mitico.

Molti di questi signori hanno persino distinto tra il Gramsci prima del carcere e quello dell’esperienza carceraria, non nel senso dei giusti e doverosi rilievi sul maturare della sua ricerca filosofica e politica, quanto sulla frattura tra un giovane Gramsci sardista, utopista e intemperante rivoluzionario e un Gramsci moderato, riformista, ostile ad ogni discorso di ribaltamento dei rapporti di forza.

Persino la dicitura “riforma intellettuale e morale” in luogo di “rivoluzione” è stata utilizzata a tal scopo distorcendo il senso profondo di questa categoria legata ai grandi sommovimenti della storia moderna (Riforma Luterana e Rivoluzione Francese con annessa ascesa del giacobinismo, solo per fare due esempi ricorrenti).

Ma questo esercizio di riduzione in formalina del metodo gramsciano fa parte del gioco e lui ne era perfettamente conscio perché non dimentichiamo che egli si era formato proprio nel periodo in cui il messaggio dei testi di Marx era stato completamente distorto dal determinismo della Seconda Internazionale e in particolare dal revisionismo di Bernstein e dal «rinnegato Kautsky» che oggi forse non ricorda più nessuno ma che erano allora i pontefici del marxismo in terra.

La produzione di Gramsci e “su Gramsci” è enorme. Che indicazione ti senti di offrire, da attivista politico e sociale, per addentrarsi in una possibile comprensione di questo autore?

Innanzitutto un consiglio ai giovani: mollate i libri e gli articoli su Gramsci – compreso il mio ovviamente – e leggete Gramsci. Prendetevi qualche mese per immergervi nei suoi testi e studiatelo con tutta la concentrazione e la profondità che riservereste al viaggio più importante, all’amore della vita, al lavoro dei vostri sogni. Gramsci lo si legge così, per imparare qualche citazione da piazzare sui social sull’indifferenza o sul capodanno è meglio lasciar perdere.

Riguardo ai “canovacci” diffiderei, perché credo che gli elementi vitali di Gramsci non consistano appunto in un quadro che riassume o riepiloga le scene fondamentali del suo pensiero. Io penso che sia altamente consigliabile acquisire il suo metodo di analisi ed indagine, gli strumenti di lettura che ci portano a considerare la realtà in maniera articolata e complessa, dinamica e storicamente viva, a rifiutare ogni semplificazione deterministica e ogni riduzione semplificata dei processi di trasformazione e rinnovamento a bignami rivoluzionari.

E ci aiutano soprattutto a identificare e comprendere la natura e la sostanza dei rapporti di subalternità ovunque e sotto qualunque spoglia essi si presentino. Così come Hegel è stato salvato dalle grinfie degli hegeliani da un non hegeliano (per lo meno non in senso stretto), Marx dai marxisti ortodossi da un marxista eretico come Lenin, forse qualcuno riuscirà a rimettere in circolazione Gramsci strappandolo dalla mortifera presa degli istituti Gramsci, dei professoroni di Gramsci, dei libroni su Gramsci e dei gramsciani di professione.

In tempi di accentuazione della contraddizione Nord/Sud a scala interna e continentale, mentre lievita la discussione su “Autonomia Differenziata” e nuova polarizzazione delle disuguaglianze economiche e sociali, anche sul versante del territorio, quali possono essere i termini utili della “Questione Meridionale” (aggiungerei Mediterranea, nella fase del costruendo polo imperialista europeo) – che Antonio Gramsci sapientemente elaborò in contesti storici difficili – i quali tornano attuali per la nostra prospettiva di emancipazione e di liberazione dagli attuali rapporti sociali?

In un articolo del 1920 su Ordine Nuovo intitolato Operai e Contadini Gramsci ci dice come la pensa sul rapporto nord-sud-Sicilia e Sardegna (Gramsci differenziava sempre tra il sud e le due isole):

«La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletario settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitú capitalistica, emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del Settentrione»

Su questo concetto Gramsci ha lavorato tutta la vita, da questa intuizione egli ha tratto alcune elaborazioni fondamentali:
1) Lo stato italiano «si è costituito imperialisticamente» e il cosiddetto Risorgimento non è altro che una rivoluzione passiva fondata sull’assoggettamento coloniale prima della Sardegna e poi del sud Italia e della Sicilia;
2) Al blocco (storico) di industriali del nord e agrari del sud si sarebbe dovuto contrapporre un blocco altrettanto ferreo tra operai del nord e contadini del sud. Solo così la decolonizzazione avrebbe avuto successo;
3) Il Partito Comunista d’Italia (e non Partito Comunista Italiano – e in quel “d’Italia” sta tutta l’enorme antitesi tra i due progetti) sarebbe dovuto essere il collante storico della decolonizzazione del meridione che, in fin dei conti, è per Gramsci una questione coloniale.

Nei giorni dell’arresto di Gramsci, in seguito alle leggi fascistissime, Gramsci stava lavorando proprio su questi temi. Ve lo immaginate oggi un dirigente intellettuale che con il fascismo al potere invece di invocare fronti uniti per battere le destre a scapito di qualunque contenuto progressivo si mette a studiare il rapporto coloniale che una parte dello stato intrattiene con le aree marginalizzate, spoliate e forzosamente acculturate?

Il manoscritto Alcuni temi della quistione meridionale andò smarrito nei giorni dell’arresto di Gramsci e fu ritrovato da Camilla Ravera tra le carte abbandonate nell’abitazione di via Morgagni e pubblicato solo nel gennaio 1930 a Parigi nella rivista Stato Operaio. Lo scritto non era completo, ma in nuce sono contenuti i temi centrali poi sviluppati nei Quaderni. Possiamo anzi dire che molti dei temi contenuti nei Quaderni non sono altro che lo svolgimento paziente e organico di questo testo.

Il ragionamento parte proprio da un incipit polemico rivolto contro gli autori della rivista Quarto Stato e con la citazione proprio del testo citato sopra sul Settentrione che soggioga il meridione e le isole riducendole a «colonie di sfruttamento».

Sette anni dopo, nei giorni in cui il fascismo era all’avvento, in riferimento al carattere coloniale del capitalismo italiano Gramsci scriveva quanto segue: «sono passati sette anni e noi siamo più anziani di sette anni anche politicamente»; qualche concetto potrebbe essere oggi espresso meglio, potrebbe e dovrebbe essere meglio distinto il periodo immediatamente successivo alla conquista dello Stato, caratterizzato dal semplice controllo operaio sull’industria, dai periodi successivi.

Ma quello che importa notare qui è che il concetto fondamentale dei comunisti torinesi non è stato la “formula magica” della divisione del latifondo, ma quello della alleanza politica tra operai del Nord e contadini del Sud per rovesciare la borghesia dal potere di Stato».


Decolonizzazione e lotta per la società socialista per Gramsci vanno di pari passo e sono aspetti della stessa medaglia.

Questo è importante da un lato perché ci aiuta a capire la genesi intellettuale e politica delle Tesi di Lione e di Colonia che riportano la eco di questa impostazione e addirittura la sviluppano fino al riconoscimento del «diritto all’autodeterminazione fino alla separazione» delle repubbliche confederate (Nord, Sud, Sicilia e Sardegna), dall’altro ci rende intellegibile come e perché Gramsci sia stato recepito dai Subaltern Studies.

Per quanto riguarda la condizione di subalternità della Sardegna (ma non solo, viaggiando e discutendo con tante realtà del sud e della Sicilia proprio di questi temi mi sono reso conto come in realtà la sofferenza coloniale del sud, della Sardegna e della Sicilia descritta da Gramsci sia solo cambiata di segno ma nella sostanza rimanga inalterata nonostante la forma repubblicana della dominazione che subiamo) credo che dobbiamo avere il coraggio di tornare a Gramsci e alla sua lettura.

Ovviamente non è riproponibile il nesso operai-contadini così come lo descriveva lui in tempi e contesti profondamente diversi e non è nemmeno riutilizzabile l’idea che la liberazione di una classe, fra l’altro geograficamente localizzabile, aiuterà tutti a liberarsi dai ceppi del capitalismo-colonialismo.

Ma sul piatto della nostra bilancia non ci sono formulette, intellettuali organici precostruiti la cui massima aspirazione è quella di mettere capo ad una pseudo repubblica pseudo antifascista fondata sullo pseudo lavoro e misticamente unita e indivisibile in sæcula sæculorum.

Sul piatto della nostra prospettiva di emancipazione e di liberazione dagli attuali rapporti sociali c’è l’idea che i rapporti di subalternità (tutti, da quello classico capitale-lavoro a quelli coloniali insiti nel contesto di un medesimo stato a quelli su cui si fondano i vincoli di austerità dell’Unione Europea e le glaciali logiche della ragione ultra liberale) vadano spezzati e il tavolo su cui si poggiano apparecchiato con corredo democratico, plurale, tollerante, civile e rispettoso delle differenze e delle minoranze, vada rovesciato. Con intelligenza, lungimiranza, senso della storia certo, ma sempre di un necessario rovesciamento stiamo parlando.

Nella tua ricerca neghi – a mio giudizio a ragione – la mistificante narrazione che vorrebbe Gramsci come un autore del lungo “risorgimento italiano”. Puoi articolare questa tua chiave interpretativa e descrivere meglio i tratti peculiari dell’attitudine gramsciana su questo versante della “storia nazionale”?

Per Gramsci il Risorgimento italiano era un caso emblematico di Rivoluzione Passiva e per questo lo stato italiano – che si regge su rapporti coloniali interni prima che esterni – tende naturalmente al fascismo, altro caso emblematico di Rivoluzione Passiva.

Risorgimento, colonialismo interno e fascismo sono tre fasi del medesimo processo, le loro conseguenze nefaste non sono separabili e non si tratta di errori o di parentesi buie archiviabili e correggibili come invece sosteneva Benedetto Croce.

La cosa curiosa è che anche i migliori gramsciani, quelli che meglio mettono in luce gli aspetti antideterministici del suo pensiero e della sua azione e che non riducono Gramsci ad un intellettuale astratto deprivandolo di tutti i suoi contenuti di classe, quando si discute di queste cose staccano la spina e vanno come in trance.

Succede per esempio ad un mio connazionale abbastanza quotato nella scena neogramsciana e autore di un bellissimo libro appena sfornato dal Brasile dove è professore di Filosofia politica alla Universidade Federal de Uberlandia, “Antonio Gramsci. L’uomo Filosofo”. Sul suo blog è sempre reperibile un interessante articolo intitolato Questione meridionale e questione sarda. I temi dell’Autonomia e l’elaborazione dei Comunisti pubblicato il giugno del 2011.

Qui il mio connazionale fa delle giravolte deterministiche veramente magistrali pur di fare aderire il pensiero e soprattutto il metodo di Gramsci al fatale destino di fusione permanete e definitiva della Sardegna con la Repubblica italiana.

Fresu, solitamente preciso e puntuale nell’opera di storicizzazione e ricostruzione del dibattito storiografico comunista, scrive quanto segue senza sentire il bisogno di far notare quanto queste posizioni fossero in completa e aperta antitesi non solo con la linea di Gramsci pocanzi descritta, ma con le tesi stessi del PCd’I degli anni Venti e Trenta:

«Bisogna infatti ricordare che nel dibattito dell’Assemblea costituente la posizione del PCI era più orientata verso il municipalismo, che rivendicava la continuità storica con la tradizione dei Comuni e intendeva mettere a valore il patrimonio delle «cento città». Secondo quella posizione, la creazione di una struttura federale o a forte regionalismo avrebbe invece portato al consolidarsi dei blocchi di potere che dominavano il Mezzogiorno acuendo la frattura tra Nord e Sud, ma soprattutto avrebbe impedito l’attuazione organica ed omogenea delle riforme a carattere generale, le cosiddette «riforme di struttura». Dunque solo per Sardegna e Sicilia si prevedeva un ipotesi di specialità nell’attribuzione di competenze, facendo però salva la capacità impositiva e d’intervento dello Stato, che era ritenuto il solo organo capace di reperire le risorse e approntare gli strumenti per le profonde trasformazioni economiche e sociali che le due Isole necessitavano»

Le famose cento città sarde! I famosi “comuni sardi”! Tutta l’elaborazione gramsciana sulla questione meridionale come questione coloniale: cancellata! Federazione di quattro repubbliche: cancellata! Scioglimento della questione coloniale: rimosso. La Repubblica federale degli operai e dei contadini diventa un generico «Stato, che era ritenuto il solo organo capace di reperire le risorse e approntare gli strumenti per le profonde trasformazioni economiche e sociali che le due Isole necessitavano».

Sta proprio qui il segno eclatante della mutazione genetica del pensiero di Gramsci sulla tanto citata “questione meridionale”: quella che in tutta l’attività e l’analisi del rivoluzionario sardo era una questione legata alla genesi dello Stato costituitosi in maniera imperiale e coloniale (Risorgimento, democrazia autoritaria di Crispi e poi il Fascismo) e che sarebbe stata sciolta soltanto da un’azione congiunta di tutte le forze economiche, sociali e politiche rivoluzionarie (comprese le istanze popolari che avevano dato vita al Partito Sardo), diventa nei gramsciani capitanati oggi da Fresu una questione astratta risolvibile dall’azione di una forma stato intesa come forza super partes che dall’alto avrebbe garantito le trasformazioni economiche e sociali necessarie per realizzare il bene della Sardegna.

Insomma, senza voler oltremodo annoiare e anticipare temi che tratterò in maniera più puntuale in un mio prossimo lavoro, all’insegna del gramscismo si è velocemente passati da un pensiero immanente, rivoluzionario, dialettico, storicistico ad una sorta di dispotismo illuminato che concepisce la Repubblica come buon padre che pensa al bene dei subalterni sub specie aeternitatis e che fa spallucce a quanti ricordano che la sostanza dello sfruttamento e dell’assoggettamento del Settentrione capitalista e colonialista verso il sud, la Sicilia e la Sardegna non è affatto cambiata e che anzi è in forte fase di recrudescenza.

Dietro tante belle parole e giri di valzer retorici si nasconde una idea di Gramsci come di un Garibaldi un po’ più colto e meno folkloristico che sta però a garanzia dei sacri valori dei numi patrii dello stato indivisibile e intoccabile. Insomma proprio quel cencio inamidato che Gramsci temeva di diventare.

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19/08/2019

14 agosto 1861: strage Pontelandolfo e Casalduni. Donne e bambini arsi vivi


Il 14 agosto del 1861 nelle città di Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento, si diede vita ad una strage di rappresaglia militare che registrò un numero imprecisato di morti, un centinaio secondo la storiografia ufficiale, secondo altre stime invece circa 400 o 900, forse oltre mille. Un vero e proprio massacro che venne scatenato per rivendicare l’attacco dell’11 agosto dello stesso anno in cui furono uccisi da briganti e contadini del posto 45 militari dell’esercito unitario arrivati in città per ristabilire l’ordine pubblico e porre fine alle ribellioni popolari.

Quello del 14 agosto fu un brutale eccidio ordinato dal generale Enrico Cialdini al colonnello Negri il quale all’alba scatenò l’inferno: “Li voglio tutti morti! Sono tutti contadini e nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, dei bersaglieri e del mondo. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di puttana, non voglio testimoni, diremo che sono stati i briganti”.

Alcuni inquietanti particolari si possono leggere nel racconto del bersagliere Carlo Margolfo: “Al mattino del giorno 14 riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi, ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava... Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava”.

La rappresaglia, a differenza del racconto appena letto, non risparmiò però donne e bambini, a quali toccò la stessa sorte di essere arsi vivi, oltre allo stupro. Una strage di vite umane, una vendetta che rase completamente al suolo le due città e che fu annunciata attraverso un telegramma: “Ieri all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”.

L’unico ricordo delle vittime dell’eccidio sono un monumento in bronzo ed una piazza dedicata a Concetta Biondi, 16enne che come tante altre donne venne violentata ed uccisa dai soldati piemontesi davanti gli occhi increduli dei familiari. Gli stessi che vennero poi premiati con medaglie ed onori.

Questo rappresenta un pezzo di sanguinosa storia forse dimenticato ma che merita di essere commemorato per ricordare che, come scrisse Gramsci: “Lo stato italiano era una feroce dittatura che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.



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08/09/2018

“Il Sud non è figlio di una storia minore”. Una replica di Camilleri ai luoghi comuni

Una lettera aperta dello scrittore Andrea Camilleri replica al giornalista de “La Repubblica” Francesco Merlo, autore del video “Da Genova a Messina, le differenze di un’Italia flagellata“.

Merlo è nato al Sud ma emigrato al Nord, e ora sostiene tra l’altro che “... È molto pericoloso aiutare il Sud...”. Francesco Merlo, così come altri editorialisti e ideologi de La Repubblica e del Corriere della Sera, stanno collaborando attivamente a quella che abbiamo definito la secessione reale del paese. E Andrea Camilleri non gliele manda a dire.
Lettera a Francesco Merlo

“Ciccio, ti scrivo a nome di tanti siciliani

e ti chiamo Ciccio perché anche tu sei siciliano essendo nato a Catania

Lo so che ti da fastidio, perché - avendo lavorato per 19 anni al Corriere della Sera e scrivendo da 10 anni per La Repubblica - probabilmente non ti piace essere chiamato “Ciccio”

Magari, dopo tanti anni al Corriere, parli pure milanese e Ciccio in milanese non suona bene

Ma io continuerò lo stesso a chiamarti Ciccio ok?

Dunque, Ciccio, voglio dirti che qui noi siamo indignati. Lo so che, proprio in questi ultimi tempi, è un termine inflazionato ma non ne trovo uno migliore per manifestarti il nostro sdegno per quello che hai detto nel tuo servizio sull’alluvione nel messinese

Qui l’acqua avrebbe portato via il “mattone selvaggio e l’accozzaglia di laterizi”, mentre... dalle tue parti la natura malvagia avrebbe distrutto “i centri storici, lo spazio pubblico celebrato, la bellezza di città che sono storicamente costruite per piacere, per aiutare l’uomo a vivere e non a sopravvivere”

Ciccio, ma che dici? La storia della tua terra (quella d’origine, intendo: la Sicilia) te la ricordi?

Ciccio, anche i nostri paesi hanno un centro storico: centri di antica tradizione, come Saponara: ti ricordi di Saponara, vero?

A Saponara l’acqua ha mandato giù un costone roccioso che ha sotterrato una casa, e - con la casa - ha sotterrato anche tre persone, e fra queste tre persone c’era un angioletto biondo di appena dieci anni

Ah... dimenticavo: quella casa non era abusiva: era una casa come la tua, forse meno ricca della tua, ma era comunque una casa

insomma una casa normale

non un’accozzaglia di laterizi

A proposito del nostro bimbo annegato nel fango... ecco, qui voglio ringraziarti per aver detto che “i bambini affogati sono uguali” Almeno questo ce lo hai riconosciuto, Ciccio...

i nostri non sono figli di un dio minore

almeno quando affogano nel fango

Grazie, grazie davvero

“La forza dell’acqua distrugge sviluppo e sottosviluppo”. Naturalmente, lo sviluppo sta al Nord e il sottosviluppo è il nostro.

Ciccio, vuoi che partiamo da lontano?

E allora, mi permetto di ricordarti che nell’anno 1100, mentre dalle tue parti si brancolava nel buio del Medioevo, i Siciliani avevano il primo Parlamento della storia, il primo parlamento d’Europa.

Facciamo un bel salto e arriviamo al 1861.

In quegli anni - esattamente nel 1856 - in occasione dell’Esposizione Internazionale di Parigi, Il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese più industrializzato del mondo, dopo Inghilterra e Francia.

Il Meridione possedeva una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano, una flotta che era la quarta del mondo. Il Sud era il primo produttore in Italia di materia prima e semi-lavorati per l’industria. Avevamo circa 100 industrie metalmeccaniche che lavoravano a pieno regime (era attiva la più grande industria metalmeccanica d’Italia). Avevamo industrie tessili, manifatturiere, estrattive

Avevamo distillerie, cartiere. Avevamo la prima industria siderurgica d’Italia. Il primo mezzo navale a vapore del Mediterraneo (una goletta) fu costruito nelle Due Sicilie e fu anche il primo al mondo a navigare per mare. La prima nave italiana che arrivò nel 1854, dopo 26 giorni di navigazione, a New York, era meridionale, e si chiamava - guarda un po’! - “Sicilia”. La bilancia commerciale con gli Stati Uniti era fortemente in attivo e il volume degli scambi era quasi il quintuplo del Piemonte

Il cantiere di Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il primo d’Italia per grandezza e importanza.

Ancora: il tasso di sconto praticato dalle banche era pari al 3%, il più basso della Penisola; una “fede di credito” rilasciata dal Banco di Napoli era valutata sui mercati internazionali fino a quattro volte il valore nominale. Il Regno Napoletano, fra tutti gli Stati italiani, vantava il sistema fiscale con il minor numero di tasse: ve ne erano soltanto cinque.

Tu, Ciccio, potresti dirmi: “acqua passata”. Potresti chiedermi come ci siamo ridotti così, oggi... sottosviluppati

Bene... ti spiego: fin dal primo anno di unificazione, il neonato Stato italiano introdusse ben 36 nuove imposte ed elevò quelle già esistenti.

In appena quattro anni, la pressione fiscale aumentò dell’87%, ed il costo della vita ebbe un incremento del 40% rispetto al 1860, i salari persero il 15% del potere d’acquisto.

Dopo l’unificazione d’Italia, l’industria meridionale e persino l’agricoltura furono letteralmente abbandonate e penalizzate con una politica economica che favorì il Nord a danno del Sud, come risulta da un’inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese dello Stato voluta da Francesco Saverio Nitti (non l’abbiamo pagato noi... giuro)

Per diversi decenni si verificò un continuo drenaggio di capitali dal meridione al Nord dovuto proprio ad una scelta di politica economica dello Stato, mentre sul piano delle imposte il Mezzogiorno e la Sicilia contribuivano in maniera di gran lunga superiore alle regioni del Nord

Non andò meglio per i lavori pubblici, in quanto gran parte delle spese furono fatte nell’Italia Settentrionale e Centrale.

In sostanza il bottino dei Savoia fu veramente enorme, se si considera che il danaro trafugato dalle casse del “Regno delle Due Sicilie” ammontava a 443 milioni di lire oro, vale a dire due volte superiore a quello di tutti (dico tutti) gli Stati preunitari della penisola messi insieme; lo Stato savoiardo ne possedeva solo 20 milioni.

Questa è storia Ciccio, dunque non volercene se una politica assassina ci ha ridotto come siamo adesso

Non dirci che siamo “sottosviluppati”, non ce lo meritiamo. Perché - vedi - la cultura siciliana non è da meno rispetto a quella dell’ormai “tuo” Nord

Anzi... a giudicare dal numero e dall’importanza dei cervelli che mandiamo a lavorare dalle tue parti, potrei osare di più, ma non mi va

L’acqua, qui, porta via centri storici e persone esattamente come a Genova e come nelle Cinque Terre.

E a Barcellona i torrenti sono “tombinati” esattamente come a Genova.

Sai, Ciccio, i giornali arrivano anche qui, e noi li leggiamo

E, se proprio la vogliamo dire tutta, anche a Genova c’erano case costruite nei greti dei torrenti: le abbiamo viste tutti in televisione: anche lì, dunque, “mattone selvaggio” e “accozzaglia di laterizi”?

Ascoltami, Ciccio: nella prossima estate, torna in Sicilia. Non ti chiedo di starci molto: quindici giorni a pensione completa

Fatti un giro, magari anche nella città che ti ha visto bimbo meridionale: Catania

Scoprirai cose nuove

Scoprirai che i siciliani non sono affatto rassegnati, sono incazzati neri

E’ diverso

Scoprirai che “le persone per bene” che pensano che il Sud sia solo violento-imprevedibile-inaffidabile-sprecone-confusionario-corrotto-mafioso-camorristico (come dici tu in una sorta di crescendo rossiniano), in realtà non sono persone per bene: sono degli idioti. Oppure dei delinquenti

E mi dispiace se fra loro dovessero esserci amici tuoi: sempre idioti restano o delinquenti che hanno interesse ad affossarci ancora di più

Perché - vedi - se qui i mafiosi portano ancora la coppola, mentre al Nord portano la cravatta e magari hanno l’auto blu e la scorta, per noi non fa molta differenza

Ripeto, i giornali li leggiamo anche qua

... E quella “pietà diversa” di cui parli, Ciccio: ma ti sei ascoltato?

“La disgrazia di Genova fece esplodere gli animi e mettere mano al portafoglio”, mentre qui le disgrazie sarebbero solo

“il prolungamento della normalità”

Qui è meglio “non dare perché elemosiniere ed elemosinato rischiano di fare la stessa fine”

E, quindi, “aiutare il Sud potrebbe risultare pericoloso, fortemente pericoloso”

No, Ciccio, ti sbagli

La nostra normalità non è questa che dici tu

La nostra “normalità” ci è stata tolta proprio da quelle “persone per bene” di cui parli

quelle stesse che oggi vorrebbero farci “il ponte sullo Stretto” per finire di fregarci il poco che ci è rimasto

Noi non siamo affatto rassegnati, Ciccio, e vogliamo riprendercela la nostra normalità

La nostra normalità ha nome e cognome, anzi... nomi e cognomi, come Antonello da Messina, Vincenzo Bellini, Francesco Maurolico, Finocchiaro Aprile, Alessandro Scarlatti, Filippo Juvara, Luigi Pirandello, Giovanni Verga, Lucio Piccolo, Tommaso Cannizzaro, Bartolo Cattafi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Renato Guttuso, Ettore Majorana, Vittorio Emanuele Orlando, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia, Vann’Antò’

La nostra normalità ha luoghi che si chiamano Mozia, Segesta, Selinunte, Piazza Armerina, Naxos, Siracusa, Monreale, Taormina, Erice, Agrigento, Noto: tutti con i loro “centri storici” come Messina, e - perché no - come Barcellona e come Saponara.

Noi conserviamo la cultura dei nostri padri

Noi conserviamo le tradizioni di questi luoghi

Non siamo rassegnati, siamo orgogliosi (oltre che incazzati).

E se i nostri Gattopardi sono stati sbranati dalle iene e dagli sciacalli, come aveva previsto il Principe di Lampedusa in tempi non sospetti beh... verrà il momento del riscatto

Noi ci crediamo, dobbiamo crederci

E, per tornare alla tua “pietà diversa”, sappi che questo tipo di pietà non ci interessa

Noi vogliamo solo difendere i nostri diritti vogliamo solo il nostro, quello che ci spetta

Siamo noi che abbiamo pietà, pietà per gli oppressi, per i vinti, pietà per chiunque soffra

E siamo ancora noi che abbiamo, legittimamente, dei pregiudizi

Da oggi nutriamo pregiudizi anche nei tuoi confronti e nei confronti del tuo giornale

E se non riesci a fartene una ragione, se non riesci a pensare di dovere chiedere scusa

allora davvero hai voluto rinnegare le tue origini, le tue radici, la tua storia

Ciao “Ciccio”

Andrea Camilleri
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Potentissimo! 

20/06/2018

Il mutualismo, tra storia del movimento operaio e strumento da cui ripartire

Il mutualismo, da intendersi come strumento di solidarietà e condivisione autogestita del benessere fuori dalle forme caritatevoli private e pubbliche, è una costante della storia del movimento operaio – contadino e artigiano.

È stato un fenomeno diffuso nei paesi che hanno, più o meno direttamente, assistito alla Rivoluzione industriale. Per quanto concerne l’Italia, la pratica, che pure ha precedenti nelle formule corporativistiche preunitarie, trova origine teorica e materiale nel Risorgimento, laddove, ottenuta l’Unita nazionale, emergevano anche le problematiche di carattere sociale. Le proposte di organizzazione mutualistica trovano infatti scaturigine nel Risorgimento democratico, in quella, ancora elitaria o comunque assai minoritaria, parte che aveva animato e guidato i moti patriottici, constatando come l’agognata Unità avesse lasciato intatti, nella gran parte del Paese, i vecchi assetti feudali di proprietà terriera estensiva. Un problema di diseguaglianze che toccava, per certi aspetti in modo ancor più preponderante, gli emergenti centri industriali.

La figura di riferimento di questa tendenza non può che essere quella di Giuseppe Mazzini, ricordando che i mazziniani saranno i primi, tra gli elementi progressisti, a finire nelle attenzioni della repressione nel Regno d’Italia, dopo i “clericali” ed i “borbonici”, cioè i reazionari, i nostalgici dei vecchi stati. Mazzini aveva subito certo l’influenza del socialismo utopistico dei primordi (“Capitale e lavoro nelle stesse mani”, un suo motto), rifiutando però l’idea dello Stato socialista, a suo dire negazione del progresso umano, la lotta di classe e l’abolizione delle classi stesse. Del resto, le sue riflessioni teoriche guardavano ad un’Italia nel suo complesso profondamente arretrata, in assenza di una classe operaia strutturata e, perciò, faceva più affidamento sulla piccola borghesia, intellettuale o meno, dell’artigianato e della piccola proprietà, esprimendo, comunque, punti di vista molto destabilizzanti per l’epoca.

Su impulso di questi postulati, nella Seconda metà dell’Ottocento si affermavano un po’ per tutto il Paese, aprendo sedi anche nei centri più piccoli, le associazioni di mutuo soccorso “far gli operai”. Vi si iscrivevano, appunto, operai, contadini ed artigiani.

Il cuore di queste organizzazioni era rappresentato dalla cassa comune, il Banco del mutuo soccorso, nome notoriamente ripreso dalla celebre band di rock progressivo degli anni Settanta del Novecento, con il versamento periodico d’una quota associativa in vista dell’aiuto verso uno o più associati in difficoltà, solitamente per malattia.

Il simbolo del mutuo soccorso è in genere la stretta di mano, segno di accordo e intesa. Si tratta di organizzazioni magari mai estintesi, dal punto di vista strettamente formale, e giunte sino ai giorni nostri, un po’ come per altri istituti associativi quali, ad esempio, le università agrarie. Non di rado proprio le sedi storiche sono state restaurate, e con esse gli affreschi e le insegne esterne, divenendo luoghi anche per conferenze ed attività culturali.

Le finalità del mutuo soccorso non sono di per loro eminentemente politiche, anzi: il padronato e lo Stato vi possono vedere un espediente per smussare, se non smorzare del tutto, la conflittualità sociale e politica. Tuttavia, le sedi del mutualismo diventano indubbiamente anche luoghi di scambio e di confronto tra persone che vivono perlopiù le medesime condizioni sociali e di vita. Da qui, la maturazione della consapevolezza di sé e, di conseguenza, la volontà di emancipazione.

Sono i tempi che, altresì, stanno cambiando: cresce la coscienza di classe nella società e, anche per l’Italia, “nel fosco fin del Secolo morente”, il proletariato, urbano e rurale, si affaccia sulla scena politica. Ecco il Secolo breve.

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21/09/2017

20 settembre 1870, la breccia di Porta Pia. Quando il Papa si dichiarò prigioniero politico

Alle 5 di mattina del 20 settembre 1870 le truppe del Regno d’Italia al comando del generale Cadorna (circa 50mila uomini) cominciarono a cannoneggiare le mura di Roma nei pressi di Porta Pia. Poche ore dopo un tratto delle mura crollò e i bersaglieri entrarono nella città. A fronteggiarli c’era l’esercito papalino, composto da circa 15mila uomini tra dragoni pontifici, guardie svizzere e volontari provenienti da diverse nazioni. Per ordine del Papa opposero una resistenza quasi simbolica e si arresero subito dopo l’apertura della breccia. Il bilancio fu di 49 morti tra le truppe italiane e 19 tra quelle pontificie. La Francia, il più attivo protettore dello Stato Pontificio, era in quel momento in altre faccende affaccendata. Il 1° settembre era stata sconfitta dai prussiani nella battaglia di Sedan, Napoleone III era stato preso prigioniero ed era nata la Terza Repubblica.

Tra i vari staterelli in cui era divisa la penisola prima dell’unificazione, lo Stato Pontificio era uno tra i più arretrati: Gregorio XVI, predecessore di Pio IX, considerava il treno “opera di Satana”, il cardinale Lambruschini era contrario all’illuminazione a gas, e uno dei personaggi più noti e caratteristici di Roma era il boia Mastro Titta che aveva giustiziato più di 500 persone in quasi settant’anni di “onorata” carriera. I non cattolici non avevano diritti, e la segregazione degli ebrei nel ghetto ebbe fine solo dopo Porta Pia. Nel 1864 Pio IX nel Sillabo aveva condannato tutti i princìpi fondamentali del liberalismo (la libertà di pensiero, di stampa, di coscienza, di culto, la laicità dello Stato, la ricerca scientifica). Nel Risorgimento italiano d’altro canto fu molto forte l’impronta anticlericale e laicista (“libera Chiesa in libero Stato”) di origine liberale e massonica. Alla massoneria appartenevano figure di spicco del Risorgimento, quali Mazzini, Cavour, Cattaneo e Garibaldi, che definiva Pio IX “metro cubo di letame“ e la Chiesa cattolica “setta contagiosa e perversa”.

Il 2 ottobre 1870 si svolse il plebiscito per l’annessione di Roma al Regno d’Italia: i Sì riportarono una vittoria schiacciante anche perché le gerarchie cattoliche avevano dato indicazione di astenersi. Pio IX definì “ingiusta violenta, nulla e invalida” l’occupazione e si dichiarò prigioniero politico. Non accettò nessun accordo e nel 1874 proclamò il Non Expedit, cioè il divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica, che venne a cadere solo con la nascita del Partito Popolare di Sturzo nel 1919. I rapporti tra il Papato e lo Stato italiano si normalizzarono dieci anni dopo, grazie ai Patti Lateranensi stipulati con Mussolini, l’“Uomo della Provvidenza”.

Antonio Gramsci, poco incline all’anticlericalismo e molto attento ai rapporti con i cattolici, in un articolo del 1920 espresse un giudizio sprezzante della Presa di Roma: “Porta Pia non fu che un meschino episodio, militarmente e politicamente. Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia. Fu veramente degna delle tradizioni militari italiane. Porta Pia rassomiglia – in piccolo – a Vittorio Veneto. Porta Pia fu la piccola, facile vittoria dell’aggressore enormemente superiore all’avversario inerme, come Vittorio Veneto fu facile vittoria contro un avversario che – militarmente – non esisteva più. Politicamente Porta Pia fu semplicemente l’ultimo episodio della costruzione violenta ed artificiale del Regno d’Italia. Tutto il resto è chincaglieria retorica”.

Di recente a celebrare Porta Pia è stata più che altro la galassia dell’oltranzismo cattolico e fascistoide in chiave filo-papalina. Nel 2008 il vice sindaco della giunta Alemanno ha ricordato gli zuavi pontifici caduti nella battaglia. Ma la palma della creatività spetta sicuramente a Militia Christi che nel 2013 ha organizzato l’incontro “Da Porta Pia alla legge contro l’omofobia: una breccia contro la famiglia”. Del resto Pio IX è stato beatificato da Wojtyla nel 2000, a ricordare simbolicamente le persistenti pretese vaticane di “dominio temporale”. Ora si attende la beatificazione di Mastro Titta.

Nello Gradirà
Articolo tratto da Senza Soste n.107 (settembre 2016)

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