Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Il secolo breve. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Il secolo breve. Mostra tutti i post

14/10/2018

Ciao Eric!


«I liberalismi politico ed economico, da soli o in combinazione, non possono fornire la soluzione ai problemi del XXI secolo. È ora di prendere di nuovo Marx sul serio»: così Eric J. Hobsbawm concludeva, nel 2011, la sua raccolta di saggi sullo sviluppo e l’impatto del pensiero di Marx, intitolata significativamente Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo.

Storico marxista, fine studioso e grande estimatore di Gramsci (vedi), iscritto al piccolo Partito comunista britannico fino al 1989, Hobsbawm è stato sicuramente uno dei più grandi intellettuali del Novecento. Ed è per questo che la sua morte, avvenuta nelle prime ore di lunedì, è una di quelle che pesano non solo nel campo della storiografia – dove il suo contributo allo studio della storia delle classe subalterne, del lavoro, delle economie pre-industriali, del nazionalismo e delle tradizioni nazionali e le sue grandi sintesi di storia mondiale posero le basi per le principali interpretazioni dell’età contemporanea – ma anche in quello della riflessione politica sulle dinamiche economiche e sociali più attuali. Instancabile pensatore, a novant’anni suonati Hobsbawm continuava, infatti, a studiare e a spiegare con straordinaria chiarezza espositiva le tendenze mondiali successive al 1989-91:
Il modello di socialismo di tipo sovietico, l’unico tentativo finora di costruire un’economia socialista, non esiste più. D’altra parte si è avuto un enorme e accelerato progresso nell’ambito della globalizzazione e della pura e semplice capacità di generare ricchezza degli esseri umani. Questo ha ridotto il potere e la portata dell’azione sociale ed economica degli Stati-nazione, e dunque delle politiche classiche dei movimenti socialdemocratici, che consistevano innanzitutto nell’esercitare pressioni sui governi nazionali affinché venissero introdotte alcune riforme. Data la rilevanza assunta dall’integralismo del mercato, tale progresso ha inoltre generato un’estrema diseguaglianza economica all’interno dei Paesi e tra le regioni, e ha riportato l’«elemento catastrofe» nel ritmo ciclico basilare dell’economia capitalistica, inclusa quella che è diventata la crisi globale più seria degli anni Trenta del Novecento. [Come cambiare il mondo, p. 19]
Si tratta, ovviamente, di riflessioni che potrebbero suonare quasi scontate alle orecchie di un militante, ma che lo sono molto meno in quell’ambiente accademico dove Hobsbawm – per quanto inizialmente osteggiato a causa degli ideali comunisti che professava – era unanimemente ammirato e rispettato. Un ambiente accademico che, in Italia e non solo, si fa spesso cassa di risonanza della “necessità dei sacrifici” e del “ce lo chiedono i mercati”.

Il senso critico e la passione storiografica di Hobsbawm erano il frutto tanto delle sue straordinarie capacità di studioso quanto, soprattutto, della sua militanza comunista, che ebbe un riflesso piuttosto evidente nei suoi interessi di ricerca: sulla scia di Gramsci, infatti, egli era convinto che ogni sforzo per trasformare il mondo fosse vano se non accompagnato da una riflessione storiografica originale. Da queste considerazioni derivò il suo sforzo per farsi leggere e apprezzare anche da un pubblico non specialista.

Se è conosciuto tra il grande pubblico soprattutto per le sue grandi opere di sintesi – la quadrilogia che copre la storia del mondo nel periodo compreso tra il 1789 e il 1989-91 (L’età della rivoluzione, 1789-1848, 1962; Il trionfo della borghesia, 1848-1875, 1975; L’età degli imperi, 1875-1914, 1987; Il secolo breve, 1914-1991, 1994) –, i suoi interessi riguardavano soprattutto lo studio delle classi subalterne e della «gente (non) comune», cioè di quanti raramente trovano spazio nei libri che raccontano la storia come un insieme di eventi e di azioni di uomini illustri, di battaglie e di firme di trattati, di invenzioni eccezionali e di discendenze nobiliari.

Vero e proprio pioniere della storia sociale, Hobsbawm, infatti, fin dalla fine degli anni ‘50 si era distinto nello studio della storia del lavoro e delle economie pre-industriali, per passare in seguito prima all’analisi delle forme pre-industriali di rivolta sociale (I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, 1959; I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, 1969) e, poi, a uno studio più approfondito sulle figure dei rivoluzionari (I rivoluzionari, 1973). A questo accompagnò una vivace curiosità per la vita culturale – e in primis per le tendenze musicali – come dimostra la sua Storia sociale del jazz (1989) e i numerosi intermezzi culturali presenti nelle sue ricerche.

Una grande sintesi di questi interessi “onnivori” di Hobsbawm è costituita certamente dalla raccolta intitolata Gente non comune (in inglese, Uncommon people. Resistance, rebellion and Jazz, 1998), nella cui introduzione spiegò:
Questo libro è quasi interamente dedicato al tipo di persone i cui nomi sono di solito ignoti a tutti, se non a familiari e a vicini, nonché, nelle moderne organizzazioni statali, agli uffici che registrano nascite, matrimoni e decessi. […] Questi uomini e queste donne formano gran parte della specie umana. Le discussioni degli storici sull’importanza degli individui e delle loro decisioni non li preoccupano. L’espunzione delle loro biografie dall’esposizione dei fatti non lascerebbe traccia sul piano narrativo della macrostoria. Tuttavia, la tesi del mio libro non è solo che le biografie in questioni meritino di essere salvate dall’oblio e da quella che E.P. Thompson ha chiamato, con parole diventate famose, «l’enorme alterigia della posterità». […] Ma il punto che più mi sta a cuore è che collettivamente, se non come singoli, quegli uomini e quelle donne sono stati protagonisti della nostra storia. Quello che hanno pensato e fatto è tutt’altro che trascurabile: era in grado di influire, e ha influito, sulla cultura e sugli avvenimenti, e questo non è mai stato così vero come nel XX secolo. Perciò ho voluto intitolare quest’antologia sulle persone ordinarie, quelle che si è soliti chiamare «persone comuni». Gente non comune. [Gente non comune, pp. 7-8]
Coerente fino all’ultimo, Hobsbawm non rifiutò mai gli ideali comunisti che aveva professato per tutta la sua vita, rifiutando di cedere a quanti gli chiedevano scuse e abiure per la sua militanza nel partito comunista britannico anche dopo i fatti di Ungheria del 1956 e, addirittura, fino al 1989. Con la sua morte perdiamo uno dei più grandi intellettuali marxisti, un compagno, uno storico brillante: un vero e proprio punto di riferimento culturale, per specialisti e non. Ciao Eric!

Fonte

Seppur con 7 anni di ritardo, questo articolo andava ripubblicato. 

20/06/2018

Il mutualismo, tra storia del movimento operaio e strumento da cui ripartire

Il mutualismo, da intendersi come strumento di solidarietà e condivisione autogestita del benessere fuori dalle forme caritatevoli private e pubbliche, è una costante della storia del movimento operaio – contadino e artigiano.

È stato un fenomeno diffuso nei paesi che hanno, più o meno direttamente, assistito alla Rivoluzione industriale. Per quanto concerne l’Italia, la pratica, che pure ha precedenti nelle formule corporativistiche preunitarie, trova origine teorica e materiale nel Risorgimento, laddove, ottenuta l’Unita nazionale, emergevano anche le problematiche di carattere sociale. Le proposte di organizzazione mutualistica trovano infatti scaturigine nel Risorgimento democratico, in quella, ancora elitaria o comunque assai minoritaria, parte che aveva animato e guidato i moti patriottici, constatando come l’agognata Unità avesse lasciato intatti, nella gran parte del Paese, i vecchi assetti feudali di proprietà terriera estensiva. Un problema di diseguaglianze che toccava, per certi aspetti in modo ancor più preponderante, gli emergenti centri industriali.

La figura di riferimento di questa tendenza non può che essere quella di Giuseppe Mazzini, ricordando che i mazziniani saranno i primi, tra gli elementi progressisti, a finire nelle attenzioni della repressione nel Regno d’Italia, dopo i “clericali” ed i “borbonici”, cioè i reazionari, i nostalgici dei vecchi stati. Mazzini aveva subito certo l’influenza del socialismo utopistico dei primordi (“Capitale e lavoro nelle stesse mani”, un suo motto), rifiutando però l’idea dello Stato socialista, a suo dire negazione del progresso umano, la lotta di classe e l’abolizione delle classi stesse. Del resto, le sue riflessioni teoriche guardavano ad un’Italia nel suo complesso profondamente arretrata, in assenza di una classe operaia strutturata e, perciò, faceva più affidamento sulla piccola borghesia, intellettuale o meno, dell’artigianato e della piccola proprietà, esprimendo, comunque, punti di vista molto destabilizzanti per l’epoca.

Su impulso di questi postulati, nella Seconda metà dell’Ottocento si affermavano un po’ per tutto il Paese, aprendo sedi anche nei centri più piccoli, le associazioni di mutuo soccorso “far gli operai”. Vi si iscrivevano, appunto, operai, contadini ed artigiani.

Il cuore di queste organizzazioni era rappresentato dalla cassa comune, il Banco del mutuo soccorso, nome notoriamente ripreso dalla celebre band di rock progressivo degli anni Settanta del Novecento, con il versamento periodico d’una quota associativa in vista dell’aiuto verso uno o più associati in difficoltà, solitamente per malattia.

Il simbolo del mutuo soccorso è in genere la stretta di mano, segno di accordo e intesa. Si tratta di organizzazioni magari mai estintesi, dal punto di vista strettamente formale, e giunte sino ai giorni nostri, un po’ come per altri istituti associativi quali, ad esempio, le università agrarie. Non di rado proprio le sedi storiche sono state restaurate, e con esse gli affreschi e le insegne esterne, divenendo luoghi anche per conferenze ed attività culturali.

Le finalità del mutuo soccorso non sono di per loro eminentemente politiche, anzi: il padronato e lo Stato vi possono vedere un espediente per smussare, se non smorzare del tutto, la conflittualità sociale e politica. Tuttavia, le sedi del mutualismo diventano indubbiamente anche luoghi di scambio e di confronto tra persone che vivono perlopiù le medesime condizioni sociali e di vita. Da qui, la maturazione della consapevolezza di sé e, di conseguenza, la volontà di emancipazione.

Sono i tempi che, altresì, stanno cambiando: cresce la coscienza di classe nella società e, anche per l’Italia, “nel fosco fin del Secolo morente”, il proletariato, urbano e rurale, si affaccia sulla scena politica. Ecco il Secolo breve.

Fonte

21/03/2017

La recensione – “Brigate rosse” di Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, 2017, ed. Derive Approdi


Davide Steccanella,
Sabato 11 marzo 2017

Un nuovo libro sulle Brigate rosse poteva rappresentare, sulla carta, una scommessa ardita per svariate ragioni. Primo, perché nonostante una nota ministeriale del 30 dicembre del 1979 avesse quantificato in ben 269 le sigle di guerriglia armata operanti in quel tempo in Italia, la quasi totalità della pubblicistica editoriale su quegli anni è stata monopolizzata dalle Brigate rosse e in particolare dal sequestro Moro. Ragion per cui, anche se per la gran parte si è trattato di testi di ben modesto valore, e ve lo dice uno che ha dovuto, obtorto collo, “sciropparseli” tutti, non era comunque semplice sottrarsi allo scetticismo del repetita iuvant? Secondo, perché la scelta di scrivere un saggio di tale ponderosa accuratezza scientifica a tre mani, poteva risolversi in un lavoro incompiuto, dove ognuno scrive il suo bravo pezzo, perdendosi così il significato dell’insieme, mai come in questo caso, peraltro, fondamentale. Terzo, perché anche la scelta dei tre autori poteva rivelarsi “rischiosa”. Lo storico Clementi aveva pubblicato qualche anno fa per Odradeck quello che è di gran lunga il testo più esaustivo sulla storia della più longeva organizzazione armata italiana, il giornalista Persichetti si occupa da anni di ricostruire con minuzia e rigore la verità del sequestro Moro in contrasto alle diffuse “dietrologie” che da anni imperversano dalle più parti, e la ricercatrice Santalena ha scritto qualche anno fa per l’Università di Grenoble la più completa ricerca sul contributo delle lotte carcerarie al fenomeno della lotta armata degli anni settanta.

In sintesi, il più esperto di storia delle Br, il più esperto del sequestro Moro e la più esperta delle lotte carcerarie, tutti insieme in uno stesso libro. Sembrava insomma uno di quei “supergruppi” del rock che andavano di moda negli stessi anni settanta, quando alcuni big univano, per qualche fortunato disco, le forze, tipo CSN&Y, Byrds, EL&P ma anche Cream, Yes e Traffic, per citare i primi che vengono in mente, e poi tanti saluti, e ognun per se.

E invece, al termine della sua lettura, possiamo dire che i tre autori sono riusciti a pubblicare non solo un libro che mancava, ma anche un libro che ci voleva, perché fondamentale.

Mancava, perché è totalmente diverso da tutti gli altri in commercio, nel senso che non è né l’ennesimo riepilogo cronologico di fatti e persone dalla fondazione allo scioglimento delle Br, né l’ennesimo racconto di un vissuto personale da una parte o dall’altra della Storia, né l’ennesimo saggio sui cosiddetti “anni di piombo in Italia”, e neppure l’ennesimo resoconto di quel generale movimento politico collettivo con quelle solite tappe di rito che come hanno già detto e scritto in centinaia, con una sintesi discutibile, hanno fatto durare vent’anni, a differenza che nel resto del mondo, il “sessantotto” nostrano.

Ci voleva, perché questo libro, in realtà, proprio perché non è tutte quelle cose dette sopra, è altro.

Ovvero una monumentale e rigorosamente documentata (la consultazione delle fonti è stata di rara serietà) “memoria”, secondo quel termine che usiamo noi avvocati per definire le ricostruzioni che offriamo al giudicante, per convincerlo della fondatezza della nostra tesi, e confutare quella avversa di controparte.

E questo lo si capisce già da quella nota in quarta pagina che comincia espressamente affermando che “le brigate rosse sono nate in fabbrica dentro la crisi della vecchia società fordista”. Nelle 517 pagine (ed è solo il primo di tre previsti volumi) gli autori ricostruiscono quindi, ben dividendosi i compiti, come si sia arrivati, da quella nascita, che reca la data del finale del 1970, a quel clamoroso sequestro di otto anni dopo e che muterà per sempre il corso della storia del nostro paese.

Per fare questo occorreva fare uno sforzo certosino per confutare quelle migliaia di sterili dietrologie di commissioni ministeriali, giudici in pensione, giornalisti, scrittori, politici et similia, che da anni inquinano, agli occhi dell’opinione pubblica, questo pezzo di storia italiana, per le più diverse finalità e motivazioni, che qui poco importa analizzare.

E quindi la metodologia argomentativa seguita dai bravi tre autori qual è?

Per prima cosa ricostruire non solo i primi anni di formazione, potremmo dire, del gruppo armato, ma anche tutto quello che contemporaneamente succedeva intorno a livello politico, culturale e sociale, sia tra i “garantiti” sia tra gli “esclusi”, dalle grandi strategie dei governanti a quelle dei tanti proletari di periferia urbana oppure reclusi nelle carceri medievali ante-riforma. Questo per meglio spiegare come quell’idea iniziale si sia poi implementata ed estesa e dalle grandi città del nord al resto del paese, e come l’innalzamento del livello dello scontro a metà degli anni settanta, abbia portato, per citare i due casi più eclatanti, su cui infatti il libro si sofferma molto, al diverso esito del sequestro del giudice Sossi rispetto a quello di Aldo Moro.

Dopo avere spiegato come si perviene al “attacco al cuore dello stato” e quindi alla sua preparazione, occorreva sgomberare il campo dalle mille bufale che circolano sul 16 marzo in via Fani e per farlo gli autori ricostruiscono con un dettaglio persino pedissequo (ma ci voleva) minuto per minuto tutta l’azione del commando dei brigatisti, e tutti i cambi macchina e tutte le attività dei dieci partecipanti, fino a raggiungere il luogo dove era stata destinata la prigione di Aldo Moro, per dimostrare perché riuscì quel sequestro senza bisogno di altri o di altro.

Quindi si ricostruisce tutta la storia interna del Pci di Berlinguer durante i 55 giorni per dimostrare che l’esito non avrebbe potuto in alcun modo, in una logica di guerriglia rivoluzionaria beninteso, concludersi in modo diverso da come si è concluso, e contemporaneamente si ricostruisce anche tutta l’attività di investigazione fatta durante il sequestro, per dimostrare che sia la mancata individuazione della prigione di Moro sia il mancato arresto degli autori, non fu dovuta ad aiuti o ad altro.

Infine si sgombera anche il campo da ardite strategie politiche che in qualche modo avrebbero, secondo alcuni, trovato un fronte comune tra i guerriglieri e i vertici della politica, per fare fallire la avanzante politica del Pci.

Quindi si racconta nel dettaglio quello che è successo dopo quel sequestro e fino all’anno successivo e a tutti i livelli, ivi compresa la successiva repressione e gli arresti, fino a chiudere dando appuntamento al secondo volume per affrontare il secondo periodo di una storia, che, anche se si concluderà solo 10 anni dopo il sequestro Moro, avrà ancora di fatto altri 2 o 3 anni di vita, prima dell’arrivo dei noti “anni ottanta”.

Ovviamente questo libro è destinato a chi ha davvero voglia di capire quello che è successo in Italia nel finale del “secolo breve”, ed è persino banale che per poterlo riferire gli autori si siano rivolti principalmente a chi aveva fatto quello di cui si stavano occupando.

Se però si preferisce coltivare più “interessanti” misteri, leggere quello che hanno da dire persone che le brigate rosse in quel tempo manco sapevano dove stavano di casa, o sbizzarrirsi nella pratica molto italiana del “io sono più intelligente degli altri e quindi non mi fido di quel che appare”, allora sconsiglio questo libro. In commercio si possono trovare decine di libri-strenna che raccontano una storia italiana tragica e intensa come fosse un libro giallo di Grisham.

Altre recensioni
Corriere della sera, 4 marzo 2017, Giovanni Bianconi, Rapimento Moro, nuove rivelazioni in un libro sulla storia delle Brigate rosse

Fonte

28/12/2015

Controcultura: L'invisibile ovunque, di Wu Ming

Nel dicembre del 1915, a qualche mese dall'ingresso dell'Italia nel primo conflitto mondiale, sul fronte italo-austriaco terminava, con un nulla di fatto (e migliaia di morti da parte italiana quanto austriaca), la quarta battaglia dell'Isonzo. Nei due anni di guerra seguenti, su quel fronte, altri otto lunghi scontri avrebbero atteso i soldati delle due nazioni; a centinaia di migliaia dei quali fu riservata una morte atroce, mutilazioni, nonché profondi traumi psichici per chi magari aveva “fortuna” di scampare alle bombe e ai proiettili. Sugli altri teatri di guerra la situazione era la stessa. Yvan Goll, poeta franco-tedesco vicino al surrealismo, scrisse che in quegli anni la guerra correva “come un muro grigio intorno all'Europa”, e tanto era penetrata nella vita di tutti che era “l'invisibile ovunque”. Proprio quest'ultimo verso dà il titolo al più recente lavoro del collettivo Wu Ming.

Come il gruppo di scrittori ci ha abituato in questi anni, gli elementi di fiction nel romanzo sono molto ben mescolati a inserti documentali, frutto di scrupolose ricerche storiche. Anche se l'oggetto letterario in questione non si può propriamente inserire nel genere del romanzo storico codificato. Si tratta di quattro racconti, cui corrispondono quattro diverse angolazioni per puntare lo sguardo su uno degli eventi capitali del XX secolo. Il tema che unisce queste diverse narrazioni è quello della fuga dagli orrori della trincea. Una fuga che prende forme diverse: quella della simulazione della “follia di guerra” per ottenere l'esonero dalla leva militare; quella della “follia” dell'arte e del paradosso, la sola in grado di svelare la vera dissennatezza del furore guerrafondaio; e anche quella, dai risvolti più oscuri, dell'arditismo.

Per quanto queste storie siano separate, esiste una sottile rete di rimandi, di ricorrenze e di simboli che le lega – ad esempio il continuo riferimento a nugoli d'insetti di vario tipo, immagine che si associa ai battaglioni di soldati al massacro. Un congegno narrativo che ha l'intento di farla finita, una volta per tutte, con il mito del “sacrificio per la Patria”, con la religione della morte gloriosa, gravida di fascismo. Dunque si punta tutto sul racconto dell'“ingloriosa” diserzione, del rifiuto di farsi scannare dalle sventagliate delle mitragliatrici o dalla pioggia delle bombe da mortaio. Così si prende per mano il lato migliore dell'avanguardia storica, quella del surrealismo di André Breton e di Jacques Vaché (figure paradossali del terzo racconto), si valorizza il gesto artistico in grado di “trasforma[re] l'arte in vita salvata”, contrapposto al gesto estetizzante dannunziano, all'elogio futurista della “guerra sola igiene del mondo”. Il linguaggio dell'arte rivoluzionaria è tanto (volutamente) in contrasto con lo spirito del tempo da rendersi incomprensibile a chi è ubriaco di bellicismo. Quindi dall'invisibilità diffusa della guerra, dimensione che pervade tutte le forme di vita sociale, il racconto finale ci pone di fronte a un tipo diverso d'invisibilità, di chi tenta di salvarsi la pelle, magari in attesa che i nodi vengano al pettine e che la talpa della storia faccia il suo lavoro.

A noi che ancora oggi abbiamo di fronte un'Europa cinta ai suoi confini da un “muro grigio”, un anello infuocato d'indicibili massacri – senza dimenticare quelli che (grazie agli apprendisti stregoni esportatori di “missioni di pace”), ritroviamo al suo interno –, un così salutare elogio della diserzione e del rifiuto della guerra dovrebbe far balenare uno spiraglio di luce.

Fonte

25/05/2015

Quel 24 maggio


Cent’anni fa, l’Italia entrava in guerra e apriva le porte alla modernità, con tutto il carico traumatico di 600.000 morti durante il conflitto e l’enorme contraddizione del dopoguerra, che sfociò nel biennio rosso e nella fondazione del Pci prima, nel fascismo e nella Seconda guerra mondiale dopo. E’ l’evento per eccellenza che apre il secolo breve, la data di fondazione del moderno Stato italiano, ben più del Risorgimento e paragonabile solo alla guerra partigiana come atto fondativo di un nuovo tipo di società. Relegare tale memoria alle destre e alle istituzioni, per lo più militari, è un errore che non avremmo dovuto correre. Abbandonato il campo della Storia, non ci rimane che destreggiarci nella piccola e grande memorialistica dei dannati che morirono per mano imperialista. Eppure anche dalle nostre parti il 24 maggio andrebbe ricordato, perché buona parte di ciò che venne dopo, in Italia come in Europa e in Russia, lo si deve a quell’evento, allo scoppio della guerra. Una guerra che smantellò mezzo secolo di finta pacificazione, di tensioni coloniali, di macelleria sociale, di migrazioni. L’evento che ebbe il merito di smascherare il volto di un capitalismo sempre meno in grado di risolvere pacificamente la propria naturale contesa economica. Rievocare quel trauma può essere doloroso, anche politicamente, ma in tempi di rapido riarmo e di costante tensione bellica, tornare a ragionare sulla Prima guerra mondiale sarebbe assai utile. Non solo perché lo scenario attuale assomiglia pericolosamente agli anni precedenti il 1914: oggi come un secolo fa, la continua serie di guerre asimmetriche (le aggressioni coloniali), valvola di sfogo di un espansionismo economico sempre più a corto di territori e popolazioni, impedì di cogliere la preparazione della guerra simmetrica, quella fra potenze similari. Anche oggi, una serie di conflitti periferici e tra attori asimmetrici nasconde il possibile sbocco di una guerra tra Stati di pari forza. Oggi come allora non sembra essere dietro l’angolo, ma oggi come allora il casus belli potrebbe essere un episodio irrilevante, ma capace di deflagrare l’equilibrio estremamente precario che regge la pace internazionale tra Stati occidentali.

Anche dal punto di vista economico la specularità risulta addirittura immediata. Oggi come allora la mancata valorizzazione del capitale lavorava verso l’aumento dell’insofferenza tra politiche economiche concorrenti. La contraddizione principale del capitalismo, che rappresenta un modello produttivo che tende all’infinita produzione di bisogni, desideri e merci inserito però in un sistema finito, cioè la terra, se fino alla Grande guerra poteva essere risolta dall’espansione coloniale, oggi non ha neanche quella come ultima chance di rigenerazione. Senza sbocchi esterni, i capitali tendono ad eliminarsi a vicenda. Questa è la costante storica del capitalismo, ed oggi siamo immersi totalmente in una fase di impossibile valorizzazione di capitali, motivo per cui, almeno oggettivamente, le condizioni per uno scontro più che simulato ci sarebbero tutte.

Non va infine dimenticato che il conflitto, tanto in Italia come nel resto del continente, rivitalizzò le sorti della sinistra rivoluzionaria ben più del sindacalismo in cui si contorceva la sinistra dell’epoca. La guerra impose la nazionalizzazione delle masse, perché solo attraverso processi d’inclusione sociale fu possibile evitare una rottura rivoluzionaria che era dietro l’angolo in tutto il contesto europeo, e che infatti avvenne in Russia prima e in Germania, Austria, Cecoslovacchia dopo, anche se non con la forze che ebbe nel futuro Stato sovietico. Se già dall’Ottocento lo Stato nazionale era in costruzione, è solo dopo il primo conflitto mondiale che diviene necessaria un’accelerazione in tal senso. La nazione costruita su nuove basi – non più democratiche ma più inclusive – divenne il campo da occupare per le forze della sinistra, che costrinsero le destre liberali a reinventarsi, sperimentando quelle forme autoritarie che poi s’imposero in Italia e in Germania.

Oggi che la direzione di marcia è la snazionalizzazione della società, difficilmente la guerra assumerà le forme che questa ha avuto nel Novecento. La storia può indicare delle linee di tendenza ma non riprodursi tale e quale. Per questo va studiata e interpretata, ma mai abbandonata. Il silenzio della sinistra di classe sulla Prima guerra mondiale ci parla di questo abbandono.

In memoria del comandante Mozgovoy, comandante del Battaglione Prizrak, caduto sul campo lottando per il socialismo.
Fonte

28/06/2014

La Grande Guerra, Sarajevo, l’attentato e gli opportunismi


Oggi, 100 anni fa, un suddito giovane ed arrabbiato decide di liberare se stesso e i popoli sottomessi dal dominio asburgico sparando al principe ereditario Ferdinando e alla moglie Sofja sul ponte che attraversa la Miljacka. Un mese dopo con quella scusa papà Cecco Beppe inizia la guerra mondiale.

C’è un collega giornalista, scrittore e amico di Sarajevo, Zlatko Dizdarevic, che non ama ciò che sta accadendo e lo dice chiaro a tondo. Centenario dell’inizio del carnaio Grande Guerra. Zlotko non fa sconti: ‘Servirà all’Europa per lavarsi la coscienza’. Lo dice all’Osservatorio dei Balcani e lo ripete su Repubblica. E molti miei amici con cui ho condiviso quei maledetti quattro anni di piccola ma feroce guerra dell’assedio di Sarajevo, ho verificato, la pensano come Dizdarevic. ‘Se c’è un luogo dove i principi europei sono stati e vengono sistematicamente abbandonati, questo è Sarajevo’.

Gavrilo Princip, l’attentatore
Una osservazione immediata e incontestabile. Il rimestare nella storia centenaria quando non è stata ancora metabolizzata quella recente diventa occasione di nuovi contrasti. Battaglia su Gavrilo Princip. Per una metà dei bosniaci un terrorista serbo, per l’altra metà è un eroe. E di questo ripasso di storia Sarajevo non aveva certo bisogno. La Bosnia Erzegovina ancora segnata dalle distruzioni di 20 anni fa, è un Paese che non funziona, ‘Che non esiste’ azzarda Zlatko. Che spara una seconda bordata: “Tutti a citare i nuovi princìpi europei, qui dove sono stati calpestati più che altrove”.

L’inganno storico assorbito nella formalità di qualche cerimonia per l’occasione scatenante, la scusa ad una guerra che è bugia mutata in Storia. Buffoni inopportuni. Proprio per Sarajevo il nazionalismo, la storia degli ultimi 20 anni, sono tutti i problemi irrisolti. Zlatko, oltre che abile narratore è acuto politico, ironizza come su Princip e sull’attentato ‘Nelle nostre scuole elementari abbiamo manuali di storia che presentano tre versioni diverse dello stesso episodio, come possiamo discutere di queste cose? Perché le celebrazioni non le hanno fatte a Parigi, a Londra, a New York?’.

Il ponte dell’attentato forse l’ho attraversato una sola volta nelle migliaia di giorni che ho vissuto in quella città. Durante quei maledetti 4 anni era linea del fronte, sotto tiro dei cecchino dal cimitero ebraico e dei mortai dal Trebevic. No l’ho amato allora e come Zlatko Dizdarevic non mi sento coinvolto oggi in questo eccesso di tromboni musica e parole. Per un ricordo più corretto delle mie prevenzioni da guerra, ho chiesto aiuto a un amico di Fecebook, Giovanni Punzo che quel ponte ha frequentato da ufficiale nel contingente di pace italiano. E’ un attento studioso della Grande Guerra.

L’arciduca Ferdinando d’Asburgo e la principessa Sofja
«Per mesi, quasi tutte le mattine a Sarajevo, sono passato nel punto in cui il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip sparò all’arciduca Francesco Ferdinando. Pochi luoghi in Europa hanno subito tanti cambiamenti di significato come quelle centinaia di metri quadrati. Dopo l’attentato fu eretta una colonna per ricordare l’arciduca, ma dopo il 1918 fu rimossa per una lapide a Princip. Nel 1941, dopo l’occupazione, le truppe di Hitler la asportarono e gli ustascia di Ante Pavelic ne collocarono un’altra di opposto significato. Nel 1945 fu poi sostituita da una inneggiante alla libertà dei popoli».

«Durante l’assedio correva la prima linea: difficile dire se la lapide sia stata distrutta o rimossa. In sostituzione ce n’è un’altra: nella speranza - condivisibile - che sia l’ultima della lunga serie. Non si tratta però solo di lapidi: è tutto il XX secolo, il «secolo breve», dallo scoppio della Grande Guerra alla ‘caduta del muro’. Solo tre quarti di secolo, ma i peggiori vissuti dall’Europa, violenti e distruttivi e di cui Sarajevo è prova materiale dall’inizio alla fine. Sofri scrisse che era stato come se un serpente si fosse morso la coda e un secolo fosse iniziato e concluso nello stesso luogo».

Fonte