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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/02/2026

Individuato uno dei cecchini del weekend a Sarajevo

di Ennio Remondino

Cecchini del weekend a Sarajevo

Indagato un 80enne di Pordenone sospettato di aver pagato per sparare sui civili. Un ex autotrasportatore di Pordenone sarebbe coinvolto nella vicenda dei ‘cecchini del weekend’ di Sarajevo, durante l’assedio della capitale bosniaca. Frammenti di sintetiche notizie di agenzia. «La Procura di Milano ha chiesto all’80enne, ex autotrasportatore, di recarsi lunedì negli uffici per un interrogatorio. I magistrati indagano sull’organizzazione che permetteva a persone facoltose di sparare sui civili durante l’assedio di Sarajevo, tra il 1992 e il 1995». Per chiarezza di memoria, la capitale della Bosnia, resasi indipendente dalla Federazione Jugoslava, finisce sotto attacco dell’ultra destra nazionalista serba di Karadzic. Bersaglio nella città accerchiata – bosniacchi musulmani, serbi e croati compresi’ –. Orrori incrociati sino a 100mila vittime di tutte le parti.

L’indagine della Procura di Milano

La notizia è stata riportata prima dall’ANSA, che parla di ‘sviluppi di primo piano’ nell’indagine condotta dal Ros dei carabinieri e coordinate dal pm Alessandro Gobbis della Procura di Milano. L’inchiesta è partita nei mesi scorsi sulla base di un esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini. Nella denuncia vengono riportate, tra le altre cose, anche le parole dell’ex 007 bosniaco Edin Subasic, che ha riferito di aver avuto contatti all’epoca con il Sismi. Secondo l’AGI, una donna avrebbe confermato l’identità dell’ex camionista di Pordenone, che si sarebbe vantato con alcuni conoscenti di «essere andato a uccidere oltre confine».

‘Turisti da Trieste’ per andare a sparare

Secondo la ricostruzione di Subasic, l’allora Sismi, servizi segreti esteri, sarebbe stato a conoscenza dei viaggi in partenza da Trieste da parte di persone che pagavano per sparare, dalle colline, sui civili della Sarajevo assediata dalle forze serbo-bosniache. Ciò sarebbe accaduto all’inizio del 1994 e sarebbero stati gli stessi servizi segreti italiani a porre fine a questi ‘safari dell’orrore’. Di questo aspetto si ‘sussurrava’ ma senza riscontri di fatto. L’ex agente bosniaco avrebbe affermato che potevano esistere documenti contenenti intercettazioni tra agenti segreti bosniaci e italiani, complete di ‘presunte identificazioni degli assassini’. Difficile, ma vedremo.

Caccia grossa all’uomo

A pagare per sparare sui civili sarebbero stati ‘facoltosi uomini d’affari occidentali’, disposti a spendere cifre altissime per una trasferta di due o tre giorni nella Bosnia martoriata dalla guerra. E questa era la traccia giornalisti sul campo già da allora, quelli nella parte bersaglio. La maggior parte delle partenze avveniva da Trieste, ma alcuni si muovevano anche da Belgrado. Facendo confusione sulle poche strade allora percorribili che comunque imponevano un passaggio via Belgrado o dintorni. Sul caso si stanno muovendo anche Francia, Svizzera e Belgio, perché questi ‘tiratori’, stando agli atti, non sarebbero stati solo italiani. E questo si sapeva già da allora.

La Procura di Milano: «si tratta del primo riscontro sui nomi delle persone coinvolte, anche se il coinvolgimento dell’80enne di Pordenone è ancora in fase di chiarimento». Nelle denunce depositate dall’ex sindaca di Sarajevo, Benjamina Karić, comparivano già almeno cinque nomi di persone che avevano raccontato la vicenda nel documentario ‘Sarajevo Safari’ di Miran Zupančič del 2022. Con spinte croate contro il presidente serbo Aleksandar Vučić, allora volontario nei gruppi giovanili dei nazionalisti di Vojislav Šešelj.

Fonte

28/06/2014

La Grande Guerra, Sarajevo, l’attentato e gli opportunismi


Oggi, 100 anni fa, un suddito giovane ed arrabbiato decide di liberare se stesso e i popoli sottomessi dal dominio asburgico sparando al principe ereditario Ferdinando e alla moglie Sofja sul ponte che attraversa la Miljacka. Un mese dopo con quella scusa papà Cecco Beppe inizia la guerra mondiale.

C’è un collega giornalista, scrittore e amico di Sarajevo, Zlatko Dizdarevic, che non ama ciò che sta accadendo e lo dice chiaro a tondo. Centenario dell’inizio del carnaio Grande Guerra. Zlotko non fa sconti: ‘Servirà all’Europa per lavarsi la coscienza’. Lo dice all’Osservatorio dei Balcani e lo ripete su Repubblica. E molti miei amici con cui ho condiviso quei maledetti quattro anni di piccola ma feroce guerra dell’assedio di Sarajevo, ho verificato, la pensano come Dizdarevic. ‘Se c’è un luogo dove i principi europei sono stati e vengono sistematicamente abbandonati, questo è Sarajevo’.

Gavrilo Princip, l’attentatore
Una osservazione immediata e incontestabile. Il rimestare nella storia centenaria quando non è stata ancora metabolizzata quella recente diventa occasione di nuovi contrasti. Battaglia su Gavrilo Princip. Per una metà dei bosniaci un terrorista serbo, per l’altra metà è un eroe. E di questo ripasso di storia Sarajevo non aveva certo bisogno. La Bosnia Erzegovina ancora segnata dalle distruzioni di 20 anni fa, è un Paese che non funziona, ‘Che non esiste’ azzarda Zlatko. Che spara una seconda bordata: “Tutti a citare i nuovi princìpi europei, qui dove sono stati calpestati più che altrove”.

L’inganno storico assorbito nella formalità di qualche cerimonia per l’occasione scatenante, la scusa ad una guerra che è bugia mutata in Storia. Buffoni inopportuni. Proprio per Sarajevo il nazionalismo, la storia degli ultimi 20 anni, sono tutti i problemi irrisolti. Zlatko, oltre che abile narratore è acuto politico, ironizza come su Princip e sull’attentato ‘Nelle nostre scuole elementari abbiamo manuali di storia che presentano tre versioni diverse dello stesso episodio, come possiamo discutere di queste cose? Perché le celebrazioni non le hanno fatte a Parigi, a Londra, a New York?’.

Il ponte dell’attentato forse l’ho attraversato una sola volta nelle migliaia di giorni che ho vissuto in quella città. Durante quei maledetti 4 anni era linea del fronte, sotto tiro dei cecchino dal cimitero ebraico e dei mortai dal Trebevic. No l’ho amato allora e come Zlatko Dizdarevic non mi sento coinvolto oggi in questo eccesso di tromboni musica e parole. Per un ricordo più corretto delle mie prevenzioni da guerra, ho chiesto aiuto a un amico di Fecebook, Giovanni Punzo che quel ponte ha frequentato da ufficiale nel contingente di pace italiano. E’ un attento studioso della Grande Guerra.

L’arciduca Ferdinando d’Asburgo e la principessa Sofja
«Per mesi, quasi tutte le mattine a Sarajevo, sono passato nel punto in cui il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip sparò all’arciduca Francesco Ferdinando. Pochi luoghi in Europa hanno subito tanti cambiamenti di significato come quelle centinaia di metri quadrati. Dopo l’attentato fu eretta una colonna per ricordare l’arciduca, ma dopo il 1918 fu rimossa per una lapide a Princip. Nel 1941, dopo l’occupazione, le truppe di Hitler la asportarono e gli ustascia di Ante Pavelic ne collocarono un’altra di opposto significato. Nel 1945 fu poi sostituita da una inneggiante alla libertà dei popoli».

«Durante l’assedio correva la prima linea: difficile dire se la lapide sia stata distrutta o rimossa. In sostituzione ce n’è un’altra: nella speranza - condivisibile - che sia l’ultima della lunga serie. Non si tratta però solo di lapidi: è tutto il XX secolo, il «secolo breve», dallo scoppio della Grande Guerra alla ‘caduta del muro’. Solo tre quarti di secolo, ma i peggiori vissuti dall’Europa, violenti e distruttivi e di cui Sarajevo è prova materiale dall’inizio alla fine. Sofri scrisse che era stato come se un serpente si fosse morso la coda e un secolo fosse iniziato e concluso nello stesso luogo».

Fonte