di Ennio Remondino
Cecchini del weekend a Sarajevo
Indagato un 80enne di Pordenone sospettato di aver pagato per sparare sui civili. Un ex autotrasportatore di Pordenone sarebbe coinvolto nella vicenda dei ‘cecchini del weekend’ di Sarajevo, durante l’assedio della capitale bosniaca. Frammenti di sintetiche notizie di agenzia. «La Procura di Milano ha chiesto all’80enne, ex autotrasportatore, di recarsi lunedì negli uffici per un interrogatorio. I magistrati indagano sull’organizzazione che permetteva a persone facoltose di sparare sui civili durante l’assedio di Sarajevo, tra il 1992 e il 1995». Per chiarezza di memoria, la capitale della Bosnia, resasi indipendente dalla Federazione Jugoslava, finisce sotto attacco dell’ultra destra nazionalista serba di Karadzic. Bersaglio nella città accerchiata – bosniacchi musulmani, serbi e croati compresi’ –. Orrori incrociati sino a 100mila vittime di tutte le parti.
L’indagine della Procura di Milano
La notizia è stata riportata prima dall’ANSA, che parla di ‘sviluppi di primo piano’ nell’indagine condotta dal Ros dei carabinieri e coordinate dal pm Alessandro Gobbis della Procura di Milano. L’inchiesta è partita nei mesi scorsi sulla base di un esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini. Nella denuncia vengono riportate, tra le altre cose, anche le parole dell’ex 007 bosniaco Edin Subasic, che ha riferito di aver avuto contatti all’epoca con il Sismi. Secondo l’AGI, una donna avrebbe confermato l’identità dell’ex camionista di Pordenone, che si sarebbe vantato con alcuni conoscenti di «essere andato a uccidere oltre confine».
‘Turisti da Trieste’ per andare a sparare
Secondo la ricostruzione di Subasic, l’allora Sismi, servizi segreti esteri, sarebbe stato a conoscenza dei viaggi in partenza da Trieste da parte di persone che pagavano per sparare, dalle colline, sui civili della Sarajevo assediata dalle forze serbo-bosniache. Ciò sarebbe accaduto all’inizio del 1994 e sarebbero stati gli stessi servizi segreti italiani a porre fine a questi ‘safari dell’orrore’. Di questo aspetto si ‘sussurrava’ ma senza riscontri di fatto. L’ex agente bosniaco avrebbe affermato che potevano esistere documenti contenenti intercettazioni tra agenti segreti bosniaci e italiani, complete di ‘presunte identificazioni degli assassini’. Difficile, ma vedremo.
Caccia grossa all’uomo
A pagare per sparare sui civili sarebbero stati ‘facoltosi uomini d’affari occidentali’, disposti a spendere cifre altissime per una trasferta di due o tre giorni nella Bosnia martoriata dalla guerra. E questa era la traccia giornalisti sul campo già da allora, quelli nella parte bersaglio. La maggior parte delle partenze avveniva da Trieste, ma alcuni si muovevano anche da Belgrado. Facendo confusione sulle poche strade allora percorribili che comunque imponevano un passaggio via Belgrado o dintorni. Sul caso si stanno muovendo anche Francia, Svizzera e Belgio, perché questi ‘tiratori’, stando agli atti, non sarebbero stati solo italiani. E questo si sapeva già da allora.
La Procura di Milano: «si tratta del primo riscontro sui nomi delle persone coinvolte, anche se il coinvolgimento dell’80enne di Pordenone è ancora in fase di chiarimento». Nelle denunce depositate dall’ex sindaca di Sarajevo, Benjamina Karić, comparivano già almeno cinque nomi di persone che avevano raccontato la vicenda nel documentario ‘Sarajevo Safari’ di Miran Zupančič del 2022. Con spinte croate contro il presidente serbo Aleksandar Vučić, allora volontario nei gruppi giovanili dei nazionalisti di Vojislav Šešelj.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/02/2026
01/01/2025
[Contributo al dibattito] - 2024 seppellito senza lacrime, ma il 25 con Trump cosa minaccia?
di Ennio Remondino
Mica avrete creduto che l’elezione di Trump avrebbe portato davvero la fine della guerra in Ucraina in 24 ore? Trump non ferma le guerre e non porta la pace, soprattutto in Medio Oriente dove continuerà ad armare e a coprire il suo grande amico Netanyahu su qualunque altra nefandezza voglia compiere. E anche col suo amico Putin per l’Ucraina, la svolta non sarà facile, e con molti rischi, soprattutto per noi europei. Un disimpegno Usa dall’Ucraina mal gestito potrebbe diventare per il miliardario d’avventura la sua disordinata fuga dall’Afghanistan che aveva lasciato a Biden.
Prima delle minacce 2025, la memoria dei 100 anni buoni che ci hanno lasciato
Jimmy Carter, presidente Usa per un solo mandato, morto all’età di 100 anni, tra i capi di Stato Usa forse il più sottovalutato, ma con straordinari successi di una vita per il bene comune. Con l’aiuto dell’ambasciatore Giuseppe Cassini, dal manifesto, copiamo a man bassa una biografia di valori dimenticati dai più. Cassini lo colloca nell’Empireo degli statisti operatori di pace, semivuoto. «Vi si troverebbe, al massimo, con Gandhi, Nehru, Olaf Palme e Willy Brandt, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, Mandela, Luther King e Michail Gorbaciov». Senza litigare se uno di voi vuole escludere qualcuno o aggiungere pochi altri.
Un presidente senza più eredi
I suoi primati dimenticati: «Gli accordi di pace di Camp David tra Egitto e Israele; riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba; blocco degli esperimenti sulla Bomba N (al neutrone); firma del trattato Salt II con l’Urss per limitare le armi strategiche; restituzione a Panama della sovranità sul Canale; storica visita a Washington di Deng Xiaoping; riforma dell’immigrazione con regole più umanitarie; nomina di afro-americani negli alti ranghi della giustizia federale, in un sistema piagato dal razzismo; raddoppio dei parchi nazionali; finanziamenti alla ricerca sull’energia solare (primo presidente a parlare di cambi climatici e a montare pannelli solari alla Casa Bianca). Ovviamente ognuno di questi provvedimenti gli procurò acerrime inimicizie».
1979 dopo Camp David, discorso profetico
«Aleggiano attorno a noi i sintomi di una crisi dello spirito americano, disse. Troppi di noi venerano il consumismo. Ci identifichiamo con ciò che possediamo e non con ciò che facciamo; ma accumulare beni materiali non può riempire il vuoto di una vita priva di scopo». Infine l’affondo: «Credevamo che la nostra fosse una nazione del voto, non delle pallottole (ballot, not bullet), finché non furono uccisi i fratelli Kennedy e Luther King. Ci avevano insegnato che i nostri eserciti erano invincibili e le nostre cause giuste, finché non subimmo l’agonia del Vietnam. La Presidenza era rispettata come una carica onorevole, finché non subimmo il trauma del Watergate».
Di lui si citano spesso gli accordi di Camp David, ma si dimenticano i suoi sforzi per frenare l’insediamento di coloni ebrei in Cisgiordania. Il 13 giugno 1980 un Consiglio Europeo riunito a Venezia approvò la Dichiarazione per il riconoscimento di uno Stato palestinese».
Trappola Iran e «October suprise»
Il fallito tentativo di liberare gli ostaggi americani segregati nella loro ambasciata a Teheran segnerà la fine del suo mandato. «Ci si dimentica, però, che gli studenti iraniani assalirono l’ambasciata solo quando seppero che i ‘falchi’ di Washington avevano deciso di ospitare lo Scià malato contro il parere personale di Carter, convinto che accogliere lo Scià in quel clima incandescente avrebbe infiammato le folle in Iran. E così fu. Peggio: si scoprì in seguito che – mentre gli algerini mediavano per il rilascio degli ostaggi – il capo della campagna di Reagan, Bill Casey, si incontrava in segreto a Madrid con emissari di Khomeini per spingerli a tirare in lungo la crisi fin dopo le elezioni Usa a novembre». Se ne occupò allora anche il Tg1, con l’inchiesta «Cia-P2», che cambiò la vita professionale all’autore e di alcuni vertici dell’allora gloriosa testata.
Con Reagan l’era del ‘turbo capitalismo’
Nel 1981 si apriva con Reagan l’era del ‘turbo-capitalismo’, all’insegna di altro mantra, rinnovato ora da Trump: «Il governo non è la soluzione, il governo è il problema». Carter nel 2003 si battè contro l’aggressione all’Iraq. Dietro i principi di guerra giusta. «Per esser tale, una guerra deve osservare criteri ben definiti. Primo, va iniziata solo come extrema ratio. Secondo, le armi devono distinguere i combattenti dai civili. Terzo, la violenza va proporzionata alle offese subite. Quarto, l’attacco va legittimato dal Consiglio di Sicurezza. Ora la nostra statura nel mondo è compromessa e non potrà che declinare ancora, se agiremo in contrasto con l’Onu». È esattamente ciò che si sta verificando costantemente oggi da personaggi molto vicino alle amministrazioni Usa sia repubblicane sia Dem. O alla Russia di Putin se preferite altri protagonisti analogamente colpevoli.
2024, chi governa perde e l’Europa si sposta a destra
Il 31 dicembre 1999, a Mosca, Boris Eltsin annuncia la consegna del potere a Vladimir Putin, ci ricorda Francesco Strazzari. A 25 anni esatti di distanza, il grande anno elettorale 2024 delle democrazie, s’è chiuso con la sconfitta di tutte le forze politiche presentatesi al governo, Usa inclusi. E la guerra che la Russia di Putin ha scatenato in Ucraina 1.043 giorni fa, «lascia la propria impronta negli scenari più disparati, dal Baltico alla Corea del Nord, dall’Azerbaigian alla Siria. Nel frattempo a Parigi come a Berlino è difficile decifrare il segno e il contorno della maggioranza politica che governa. Fra Bruxelles e Strasburgo, la Commissione e il Parlamento europei si trovano il baricentro politico spostato a destra». Con Elon Musk – consigliere di Trump e amico di Meloni – che un giorno evoca la guerra civile nel Regno Unito e quello dopo appoggia l’estrema destra dell’AfD in Germania.
‘Burden sharing’, condivisione degli oneri con gli alleati
Scommessa sulla prima mossa di Trump sull’Ucraina e in Europa? Lui passerà direttamente al disimpegno degli oneri (burden shifing), scaricando tutto il peso di una guerra non ancora risolta e di una ricostruzione da brivido che dovrà venire, sulle spalle e sulle tasche dell’Europa servile complice. E ancora da Stazzari. «Un disimpegno mal ponderato dall’Ucraina rischia di diventare per Trump quello che il caotico disimpegno americano dall’Afghanistan è stato per Biden. Per quanto prema sugli europei (pattugliamento del fronte ucraino), o sui paesi del Golfo, ritirarsi dalla Siria o dall’Ucraina è oggi tutt’altro che semplice: sono in gioco equilibri globali e i teatri di guerra sono tra loro connessi.
Antagonismo militarista e nazionalismo sono sintomi di patologie strutturali più profonde: le stesse cavalcate da chi predica, a ogni latitudine, la democrazia come raggiungimento di grandi risultati per i quali è necessario spaccare ogni regola e ogni diritto».
Fonte
Mica avrete creduto che l’elezione di Trump avrebbe portato davvero la fine della guerra in Ucraina in 24 ore? Trump non ferma le guerre e non porta la pace, soprattutto in Medio Oriente dove continuerà ad armare e a coprire il suo grande amico Netanyahu su qualunque altra nefandezza voglia compiere. E anche col suo amico Putin per l’Ucraina, la svolta non sarà facile, e con molti rischi, soprattutto per noi europei. Un disimpegno Usa dall’Ucraina mal gestito potrebbe diventare per il miliardario d’avventura la sua disordinata fuga dall’Afghanistan che aveva lasciato a Biden.
Prima delle minacce 2025, la memoria dei 100 anni buoni che ci hanno lasciato
Jimmy Carter, presidente Usa per un solo mandato, morto all’età di 100 anni, tra i capi di Stato Usa forse il più sottovalutato, ma con straordinari successi di una vita per il bene comune. Con l’aiuto dell’ambasciatore Giuseppe Cassini, dal manifesto, copiamo a man bassa una biografia di valori dimenticati dai più. Cassini lo colloca nell’Empireo degli statisti operatori di pace, semivuoto. «Vi si troverebbe, al massimo, con Gandhi, Nehru, Olaf Palme e Willy Brandt, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, Mandela, Luther King e Michail Gorbaciov». Senza litigare se uno di voi vuole escludere qualcuno o aggiungere pochi altri.
Un presidente senza più eredi
I suoi primati dimenticati: «Gli accordi di pace di Camp David tra Egitto e Israele; riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba; blocco degli esperimenti sulla Bomba N (al neutrone); firma del trattato Salt II con l’Urss per limitare le armi strategiche; restituzione a Panama della sovranità sul Canale; storica visita a Washington di Deng Xiaoping; riforma dell’immigrazione con regole più umanitarie; nomina di afro-americani negli alti ranghi della giustizia federale, in un sistema piagato dal razzismo; raddoppio dei parchi nazionali; finanziamenti alla ricerca sull’energia solare (primo presidente a parlare di cambi climatici e a montare pannelli solari alla Casa Bianca). Ovviamente ognuno di questi provvedimenti gli procurò acerrime inimicizie».
1979 dopo Camp David, discorso profetico
«Aleggiano attorno a noi i sintomi di una crisi dello spirito americano, disse. Troppi di noi venerano il consumismo. Ci identifichiamo con ciò che possediamo e non con ciò che facciamo; ma accumulare beni materiali non può riempire il vuoto di una vita priva di scopo». Infine l’affondo: «Credevamo che la nostra fosse una nazione del voto, non delle pallottole (ballot, not bullet), finché non furono uccisi i fratelli Kennedy e Luther King. Ci avevano insegnato che i nostri eserciti erano invincibili e le nostre cause giuste, finché non subimmo l’agonia del Vietnam. La Presidenza era rispettata come una carica onorevole, finché non subimmo il trauma del Watergate».
Di lui si citano spesso gli accordi di Camp David, ma si dimenticano i suoi sforzi per frenare l’insediamento di coloni ebrei in Cisgiordania. Il 13 giugno 1980 un Consiglio Europeo riunito a Venezia approvò la Dichiarazione per il riconoscimento di uno Stato palestinese».
Trappola Iran e «October suprise»
Il fallito tentativo di liberare gli ostaggi americani segregati nella loro ambasciata a Teheran segnerà la fine del suo mandato. «Ci si dimentica, però, che gli studenti iraniani assalirono l’ambasciata solo quando seppero che i ‘falchi’ di Washington avevano deciso di ospitare lo Scià malato contro il parere personale di Carter, convinto che accogliere lo Scià in quel clima incandescente avrebbe infiammato le folle in Iran. E così fu. Peggio: si scoprì in seguito che – mentre gli algerini mediavano per il rilascio degli ostaggi – il capo della campagna di Reagan, Bill Casey, si incontrava in segreto a Madrid con emissari di Khomeini per spingerli a tirare in lungo la crisi fin dopo le elezioni Usa a novembre». Se ne occupò allora anche il Tg1, con l’inchiesta «Cia-P2», che cambiò la vita professionale all’autore e di alcuni vertici dell’allora gloriosa testata.
Con Reagan l’era del ‘turbo capitalismo’
Nel 1981 si apriva con Reagan l’era del ‘turbo-capitalismo’, all’insegna di altro mantra, rinnovato ora da Trump: «Il governo non è la soluzione, il governo è il problema». Carter nel 2003 si battè contro l’aggressione all’Iraq. Dietro i principi di guerra giusta. «Per esser tale, una guerra deve osservare criteri ben definiti. Primo, va iniziata solo come extrema ratio. Secondo, le armi devono distinguere i combattenti dai civili. Terzo, la violenza va proporzionata alle offese subite. Quarto, l’attacco va legittimato dal Consiglio di Sicurezza. Ora la nostra statura nel mondo è compromessa e non potrà che declinare ancora, se agiremo in contrasto con l’Onu». È esattamente ciò che si sta verificando costantemente oggi da personaggi molto vicino alle amministrazioni Usa sia repubblicane sia Dem. O alla Russia di Putin se preferite altri protagonisti analogamente colpevoli.
2024, chi governa perde e l’Europa si sposta a destra
Il 31 dicembre 1999, a Mosca, Boris Eltsin annuncia la consegna del potere a Vladimir Putin, ci ricorda Francesco Strazzari. A 25 anni esatti di distanza, il grande anno elettorale 2024 delle democrazie, s’è chiuso con la sconfitta di tutte le forze politiche presentatesi al governo, Usa inclusi. E la guerra che la Russia di Putin ha scatenato in Ucraina 1.043 giorni fa, «lascia la propria impronta negli scenari più disparati, dal Baltico alla Corea del Nord, dall’Azerbaigian alla Siria. Nel frattempo a Parigi come a Berlino è difficile decifrare il segno e il contorno della maggioranza politica che governa. Fra Bruxelles e Strasburgo, la Commissione e il Parlamento europei si trovano il baricentro politico spostato a destra». Con Elon Musk – consigliere di Trump e amico di Meloni – che un giorno evoca la guerra civile nel Regno Unito e quello dopo appoggia l’estrema destra dell’AfD in Germania.
‘Burden sharing’, condivisione degli oneri con gli alleati
Scommessa sulla prima mossa di Trump sull’Ucraina e in Europa? Lui passerà direttamente al disimpegno degli oneri (burden shifing), scaricando tutto il peso di una guerra non ancora risolta e di una ricostruzione da brivido che dovrà venire, sulle spalle e sulle tasche dell’Europa servile complice. E ancora da Stazzari. «Un disimpegno mal ponderato dall’Ucraina rischia di diventare per Trump quello che il caotico disimpegno americano dall’Afghanistan è stato per Biden. Per quanto prema sugli europei (pattugliamento del fronte ucraino), o sui paesi del Golfo, ritirarsi dalla Siria o dall’Ucraina è oggi tutt’altro che semplice: sono in gioco equilibri globali e i teatri di guerra sono tra loro connessi.
Antagonismo militarista e nazionalismo sono sintomi di patologie strutturali più profonde: le stesse cavalcate da chi predica, a ogni latitudine, la democrazia come raggiungimento di grandi risultati per i quali è necessario spaccare ogni regola e ogni diritto».
Fonte
28/08/2024
Rimozione della realtà da parte di USA e alleati europei
«L’Occidente al bivio della storia illusioni perdute», il titolo da paura su Limes che racconta del «Paradiso perduto della pace perpetua» da cui siamo stati cacciati per nostra ignavia, e gettati «sull’orlo di sconvolgimenti geopolitici tali da far impallidire le generazioni passate, vissute all’ombra della guerra fredda.
Il Paradiso perduto della Pace perpetua
Il mondo sembra inesorabilmente scivolare verso il baratro di una terribile catastrofe, avverte Limes. L’infiammarsi del conflitto russo-ucraino nel cuore dell’Europa e l’incapacità di sedarlo, anzi «la spensierata corsa ad alimentarlo, fino a ventilare come plausibile, e forse necessario, uno scontro militare con la Russia». L’immagine di una classe dirigente «incapace di comprendere l’effetto cumulativo delle proprie scelte (e dei propri errori). Incurante della possibile irrazionalità di tali decisioni dal punto di vista del loro esito». Per noi italiani, la terna di premier e due vice, sono l’esempio assoluto. Ma puoi pescare nell’Europa che preferisci, e non trovi consolazione.
I profeti millenaristici della guerra totale
Dopo due anni di miraggi paghiamo il prezzo della verità, e la cronaca senza fronzoli. «La guerra d’Ucraina non finirà come era stato assicurato dai profeti della ‘guerra giusta’: ovvero con lo sradicamento del Male e l’umiliazione dell’‘ultimo impero d’Europa’». Nessuna ‘Pax Americana’, né per gli ucraini ‘l’agognata prosperità’. Con buona pace di chi pensa che l’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia abbia rovesciato a vantaggio dell’Occidente i rapporti di forza mondiali. La confusione sugli obiettivi della politica di allargamento dell’Alleanza Atlantica, che è all’origine della lunga serie di errori che hanno condotto alla guerra russo-ucraina e allo sconvolgimento del continente europeo.
La pace possibile dell’aprile 2022
Boicottando, nell’aprile 2022, qualsiasi accordo diplomatico tra russi e ucraini nell’illusione di poter infliggere una sconfitta militare «strategica» a Mosca, si è condannata l’Ucraina alla più tragica delle fini. E questo, i non totalmente sciocchi e bugiardi, lo sanno. Immolando gli ucraini sull’altare di una guerra invincibile, che sarà catastrofe nazionale, ma «sostenuta con metodico cinismo dalla classe politica euroatlantica». «Esito dello schianto dell’hollywoodiana propaganda di guerra contro il tragico muro della realtà, in una dinamica vagamente reminiscente di italiche vicende (dal famoso «vincere, vinceremo» alla destituzione di Mussolini con mezzo paese invaso).
La distruzione del paese più povero d’Europa
Una guerra artificialmente tenuta in vita dagli «amici» dell’Ucraina. Facendo peggiorare sul campo la posizione negoziale di Kiev. Le favole e gli inganni di chi assicurava l’imminente sconfitta del «gigante dai piedi d’argilla» di Mosca, nella confusione tra tattica e strategia e fraintendendo completamente il senso degli eventi. Con testimoni diretti di quei negoziati, come Oleksij Arestovyč, all’epoca consigliere presidenziale di Zelens’kyj (e ora suo popolare avversario politico), a cui veniva vietato di scalfire la narrazione a uso e consumo delle opinioni pubbliche occidentali. Almeno sino al contraccolpo dell’annuncio della possibile catastrofe.
Nessuno col coraggio di dire ‘Il Re è nudo’
«Come avrebbe potuto lo Stato più povero d’Europa, con meno di 31 milioni di abitanti, vincere sul campo militare contro l’impero di cui fino al 1991 era parte, una potenza nucleare di oltre 144 milioni di persone e quasi cinque secoli di storia, non è dato sapere». E la gestione politica interna che sospende l’uso del pensiero critico non aiuta l’Ucraina a vincere la guerra, ma quasi certamente le garantirà di ‘perdere la pace’ (oltre a svariate regioni e centinaia di migliaia di figli). «Ma il dramma doveva continuare, contro ogni logica e soprattutto contro gli interessi degli stessi paesi europei (Ucraina inclusa), esecutori più o meno consapevoli di linee politiche contrarie ai propri più elementari interessi.
La retorica dei ‘princìpi non negoziabili’
Una sorta di crociata contro gli infedeli, rispetto ad una ricerca del compromesso come insegna la storia. La negazione delle cause dell’incendio in corso che ha già indebolito il Vecchio Continente e rischia di dargli fuoco. Attitudine alimentata dall’ignoranza, dal rifiuto di accettare realtà geopolitiche, ambizioni e interessi diversi dal punto di vista nordatlantico. «L’esaltante trionfalismo che all’indomani del crollo dell’Urss accompagnò l’ingresso degli Stati Uniti nel paradiso del potere mondiale, che non vuole tramontare». E il suo spettro continua ad attanagliare le vicende del mondo
Il conflitto russo-americano per procura
L’attuale conflitto russo-americano, combattuto (finora) sulla pelle degli ucraini -analisi John Florio-, è lo strascico dell’implosione dell’Unione Sovietica. La scomparsa del Patto di Varsavia (1° luglio 1991) e l’implosione dell’Urss (25 dicembre 1991), liberano gli Stati dell’Europa orientale dall’abbraccio russo, e creano una ‘terra di nessuno’. Praterie di potere immense per gli Stati Uniti. L’America di Clinton pensò di allargare la propria egemonia dall’Elba agli Urali, cominciando col travolgere la Jugoslavia. «Creando in Europa centro-orientale una rete di democrazie di mercato (o sistema di sicurezza collettiva a guida statunitense)». Attraverso l’allargamento della Nato, chiave di volta della Pax Americana in Europa.
La ‘fine della storia’ e Ucraina dal 1993
L’intera impalcatura geopolitica di Washington si fondava sul presupposto di poter portare la Russia, nella «comunità di difesa delle nazioni democratiche» a guida statunitense. Cooptare nel nuovo ordine a guida americana l’antico nemico. Come quanto accaduto dopo la seconda guerra mondiale, quando la Germania sconfitta fu cooptata all’interno della neo-costituita Alleanza Atlantica, si legge può leggere in un memo segreto (ora declassificato) del dipartimento di Stato del 1993. L’espansione dell’Alleanza Atlantica in quattro fasi, di cui l’ultima prevedeva, entro il 2005, l’ingresso nella Nato di Ucraina, Bielorussia e Russia.
Promesse mancate e inganni al mondo
Il ritiro unilaterale di 300 mila militari, 200 mila civili, 5 mila carri armati e 1.700 aerei dalla Germania orientale in cambio della promessa americana di non allargare la Nato. Con le prime e ripetute obiezioni russe già dalla lunga presidenza di Boris El’cin (1991-99), «obiezioni considerevoli circa l’allargamento della Nato a est». Le radici del conflitto, di cui la guerra in corso è manifestazione. America inebriata dall’illusione di poter essere «unica superpotenza» che da allora non ha ritenuto di dover prendere in considerazione le perplessità e le preoccupazioni espresse da Mosca. O presto dalla Cina, o dei Brics+ via via montanti nel mondo. «Ritenendole non solo infondate, ma soprattutto irrilevanti».
I neoconservatori dentro Washington
I neoconservatori infiltrati negli apparati governativi di Washington pronti a intervenire per ‘correggere la realtà’ quando questa non si adattava alla loro ‘luminosa visione’. Con interventi invasivi all’interno dei paesi dell’ex impero sovietico (e non solo) finalizzati a «costruire la democrazia con complesse operazioni di ingegneria sociale abbondantemente finanziate da Washington». Citata da Florio, l’Operazione TechCamp», che tra il 2012 e il 2013 ha preceduto in Ucraina lo spodestamento di Janukovyč, «rivoluzioni colorate» a favorire cambi di regime, dalla Serbia alla Georgia, all’Ucraina e alla Bielorussia. Con risultati diversi. «Tipica dei neoconservatori americani a ‘la Kagan’, una ‘spintarella Usa’ ad aiutare la Provvidenza a fare più velocemente il suo corso».
La negazione dei timori e dei diritti altrui
Washington che si ostina a negare le preoccupazioni degli altri. «Il sogno della ‘zona democratica di pace’, fondato sull’egemonia della nazione e nell’intolleranza per l’esistenza di altri centri di potere, visioni e ambizioni». Spingendola ad alimentare – torniamo all’Ucraina –, uno scontro militare nel continente senza riuscire a immaginare un’alternativa. Facendo saltare il possibile accordo che nell’aprile 2022 avrebbe potuto stabilizzare la regione. Per tenere, anche dopo la fine della guerra fredda, «la Russia fuori, la Germania sotto e l’America dentro». Ragion d’essere della Nato sin dalla sua fondazione. L’America (con al traino i suoi clientes europei) in una politica fondata su princìpi di irrealtà, spacciati come valori universali. Usati come giustificazione (e spesso maschera) delle proprie ambizioni di potenza.
Dopo due anni di conflitto, Europa al bivio
Dopo oltre due anni di conflitto sostenuto artificialmente in vita, l’Europa è al bivio. La strategia occidentale – puntare sulla vittoria militare sul campo rifiutando qualsiasi compromesso con la Russia – si è rivelata irrealizzabile. «Due sole strade: quella dell’accordo (“la prova migliore della giustizia di qualsiasi accordo è che non soddisfi del tutto nessuna delle due parti”) o la ripida discesa agli inferi». Tertium non datur. «Se, alla fine il principio di ragione prevarrà, la guerra d’Ucraina sarà stata per l’Occidente il traumatico risveglio al principio di realtà. Che ci può essere uno Stato, o più di uno Stato, che tutta la restante comunità mondiale insieme non è in grado di indurre coercitivamente a seguire una linea d’azione a cui esso è violentemente avverso».
Il Paradiso perduto della Pace perpetua
Il mondo sembra inesorabilmente scivolare verso il baratro di una terribile catastrofe, avverte Limes. L’infiammarsi del conflitto russo-ucraino nel cuore dell’Europa e l’incapacità di sedarlo, anzi «la spensierata corsa ad alimentarlo, fino a ventilare come plausibile, e forse necessario, uno scontro militare con la Russia». L’immagine di una classe dirigente «incapace di comprendere l’effetto cumulativo delle proprie scelte (e dei propri errori). Incurante della possibile irrazionalità di tali decisioni dal punto di vista del loro esito». Per noi italiani, la terna di premier e due vice, sono l’esempio assoluto. Ma puoi pescare nell’Europa che preferisci, e non trovi consolazione.
I profeti millenaristici della guerra totale
Dopo due anni di miraggi paghiamo il prezzo della verità, e la cronaca senza fronzoli. «La guerra d’Ucraina non finirà come era stato assicurato dai profeti della ‘guerra giusta’: ovvero con lo sradicamento del Male e l’umiliazione dell’‘ultimo impero d’Europa’». Nessuna ‘Pax Americana’, né per gli ucraini ‘l’agognata prosperità’. Con buona pace di chi pensa che l’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia abbia rovesciato a vantaggio dell’Occidente i rapporti di forza mondiali. La confusione sugli obiettivi della politica di allargamento dell’Alleanza Atlantica, che è all’origine della lunga serie di errori che hanno condotto alla guerra russo-ucraina e allo sconvolgimento del continente europeo.
La pace possibile dell’aprile 2022
Boicottando, nell’aprile 2022, qualsiasi accordo diplomatico tra russi e ucraini nell’illusione di poter infliggere una sconfitta militare «strategica» a Mosca, si è condannata l’Ucraina alla più tragica delle fini. E questo, i non totalmente sciocchi e bugiardi, lo sanno. Immolando gli ucraini sull’altare di una guerra invincibile, che sarà catastrofe nazionale, ma «sostenuta con metodico cinismo dalla classe politica euroatlantica». «Esito dello schianto dell’hollywoodiana propaganda di guerra contro il tragico muro della realtà, in una dinamica vagamente reminiscente di italiche vicende (dal famoso «vincere, vinceremo» alla destituzione di Mussolini con mezzo paese invaso).
La distruzione del paese più povero d’Europa
Una guerra artificialmente tenuta in vita dagli «amici» dell’Ucraina. Facendo peggiorare sul campo la posizione negoziale di Kiev. Le favole e gli inganni di chi assicurava l’imminente sconfitta del «gigante dai piedi d’argilla» di Mosca, nella confusione tra tattica e strategia e fraintendendo completamente il senso degli eventi. Con testimoni diretti di quei negoziati, come Oleksij Arestovyč, all’epoca consigliere presidenziale di Zelens’kyj (e ora suo popolare avversario politico), a cui veniva vietato di scalfire la narrazione a uso e consumo delle opinioni pubbliche occidentali. Almeno sino al contraccolpo dell’annuncio della possibile catastrofe.
Nessuno col coraggio di dire ‘Il Re è nudo’
«Come avrebbe potuto lo Stato più povero d’Europa, con meno di 31 milioni di abitanti, vincere sul campo militare contro l’impero di cui fino al 1991 era parte, una potenza nucleare di oltre 144 milioni di persone e quasi cinque secoli di storia, non è dato sapere». E la gestione politica interna che sospende l’uso del pensiero critico non aiuta l’Ucraina a vincere la guerra, ma quasi certamente le garantirà di ‘perdere la pace’ (oltre a svariate regioni e centinaia di migliaia di figli). «Ma il dramma doveva continuare, contro ogni logica e soprattutto contro gli interessi degli stessi paesi europei (Ucraina inclusa), esecutori più o meno consapevoli di linee politiche contrarie ai propri più elementari interessi.
La retorica dei ‘princìpi non negoziabili’
Una sorta di crociata contro gli infedeli, rispetto ad una ricerca del compromesso come insegna la storia. La negazione delle cause dell’incendio in corso che ha già indebolito il Vecchio Continente e rischia di dargli fuoco. Attitudine alimentata dall’ignoranza, dal rifiuto di accettare realtà geopolitiche, ambizioni e interessi diversi dal punto di vista nordatlantico. «L’esaltante trionfalismo che all’indomani del crollo dell’Urss accompagnò l’ingresso degli Stati Uniti nel paradiso del potere mondiale, che non vuole tramontare». E il suo spettro continua ad attanagliare le vicende del mondo
Il conflitto russo-americano per procura
L’attuale conflitto russo-americano, combattuto (finora) sulla pelle degli ucraini -analisi John Florio-, è lo strascico dell’implosione dell’Unione Sovietica. La scomparsa del Patto di Varsavia (1° luglio 1991) e l’implosione dell’Urss (25 dicembre 1991), liberano gli Stati dell’Europa orientale dall’abbraccio russo, e creano una ‘terra di nessuno’. Praterie di potere immense per gli Stati Uniti. L’America di Clinton pensò di allargare la propria egemonia dall’Elba agli Urali, cominciando col travolgere la Jugoslavia. «Creando in Europa centro-orientale una rete di democrazie di mercato (o sistema di sicurezza collettiva a guida statunitense)». Attraverso l’allargamento della Nato, chiave di volta della Pax Americana in Europa.
La ‘fine della storia’ e Ucraina dal 1993
L’intera impalcatura geopolitica di Washington si fondava sul presupposto di poter portare la Russia, nella «comunità di difesa delle nazioni democratiche» a guida statunitense. Cooptare nel nuovo ordine a guida americana l’antico nemico. Come quanto accaduto dopo la seconda guerra mondiale, quando la Germania sconfitta fu cooptata all’interno della neo-costituita Alleanza Atlantica, si legge può leggere in un memo segreto (ora declassificato) del dipartimento di Stato del 1993. L’espansione dell’Alleanza Atlantica in quattro fasi, di cui l’ultima prevedeva, entro il 2005, l’ingresso nella Nato di Ucraina, Bielorussia e Russia.
Promesse mancate e inganni al mondo
Il ritiro unilaterale di 300 mila militari, 200 mila civili, 5 mila carri armati e 1.700 aerei dalla Germania orientale in cambio della promessa americana di non allargare la Nato. Con le prime e ripetute obiezioni russe già dalla lunga presidenza di Boris El’cin (1991-99), «obiezioni considerevoli circa l’allargamento della Nato a est». Le radici del conflitto, di cui la guerra in corso è manifestazione. America inebriata dall’illusione di poter essere «unica superpotenza» che da allora non ha ritenuto di dover prendere in considerazione le perplessità e le preoccupazioni espresse da Mosca. O presto dalla Cina, o dei Brics+ via via montanti nel mondo. «Ritenendole non solo infondate, ma soprattutto irrilevanti».
I neoconservatori dentro Washington
I neoconservatori infiltrati negli apparati governativi di Washington pronti a intervenire per ‘correggere la realtà’ quando questa non si adattava alla loro ‘luminosa visione’. Con interventi invasivi all’interno dei paesi dell’ex impero sovietico (e non solo) finalizzati a «costruire la democrazia con complesse operazioni di ingegneria sociale abbondantemente finanziate da Washington». Citata da Florio, l’Operazione TechCamp», che tra il 2012 e il 2013 ha preceduto in Ucraina lo spodestamento di Janukovyč, «rivoluzioni colorate» a favorire cambi di regime, dalla Serbia alla Georgia, all’Ucraina e alla Bielorussia. Con risultati diversi. «Tipica dei neoconservatori americani a ‘la Kagan’, una ‘spintarella Usa’ ad aiutare la Provvidenza a fare più velocemente il suo corso».
La negazione dei timori e dei diritti altrui
Washington che si ostina a negare le preoccupazioni degli altri. «Il sogno della ‘zona democratica di pace’, fondato sull’egemonia della nazione e nell’intolleranza per l’esistenza di altri centri di potere, visioni e ambizioni». Spingendola ad alimentare – torniamo all’Ucraina –, uno scontro militare nel continente senza riuscire a immaginare un’alternativa. Facendo saltare il possibile accordo che nell’aprile 2022 avrebbe potuto stabilizzare la regione. Per tenere, anche dopo la fine della guerra fredda, «la Russia fuori, la Germania sotto e l’America dentro». Ragion d’essere della Nato sin dalla sua fondazione. L’America (con al traino i suoi clientes europei) in una politica fondata su princìpi di irrealtà, spacciati come valori universali. Usati come giustificazione (e spesso maschera) delle proprie ambizioni di potenza.
Dopo due anni di conflitto, Europa al bivio
Dopo oltre due anni di conflitto sostenuto artificialmente in vita, l’Europa è al bivio. La strategia occidentale – puntare sulla vittoria militare sul campo rifiutando qualsiasi compromesso con la Russia – si è rivelata irrealizzabile. «Due sole strade: quella dell’accordo (“la prova migliore della giustizia di qualsiasi accordo è che non soddisfi del tutto nessuna delle due parti”) o la ripida discesa agli inferi». Tertium non datur. «Se, alla fine il principio di ragione prevarrà, la guerra d’Ucraina sarà stata per l’Occidente il traumatico risveglio al principio di realtà. Che ci può essere uno Stato, o più di uno Stato, che tutta la restante comunità mondiale insieme non è in grado di indurre coercitivamente a seguire una linea d’azione a cui esso è violentemente avverso».
«Con ciò catapultandoci dritti nel regno della dimenticata arte della diplomazia, da cui negli ultimi trent’anni (se non da sempre) l’America ha tentato inutilmente e dispendiosamente di fuggire».Fonte
21/09/2022
L’informazione arruolata nella guerra in Ucraina
Del ruolo avuto dall’informazione in questi tempi di guerra, se ne parlerà parecchio, in saggi, studi e in pubblicazioni accademiche. Se ne parlerà anche più della guerra stessa. Se ne parlerà, ma non ora, in un futuro più o meno prossimo. Magari tra venti o trent’anni, quando il mondo sarà cambiato.
O, a pensarci bene, magari non se ne parlerà perché il mondo non ci sarà più, scenario drammatico ma niente affatto fantasioso. Perché di guerre l’umanità ne ha fatte, viste e raccontate tante. Ma mai, neanche nei piani più ambiziosi dei deliri “goebbelsiani” o nelle visioni distopiche orwelliane, si erano viste tante penne trasformate in baionette, tante teste infilate sotto la sabbia, tante mezze verità da non farne una buona.
Del resto, già l’oplita greco Eschilo, reduce dalle battaglie di Salamina e Maratona, arrivò a dire che in guerra la prima vittima è la verità. Assunto di grande equilibrio politico ma di difficile comprensione se si considera che in quel tempo a contendersi tributi in terra ed acqua c’erano da una parte la Grecia, che illuminava il mondo con i primi vagiti di democrazia, e dall’altra l’oscuro impero persiano del Dio-Re Serse.
Non sappiamo se lo stesso Eschilo avesse la piena consapevolezza dell’assoluta e millenaria verità di quanto detto, quello che è certo è che tale verità la ritroviamo forte e tragica ancora oggi nel conflitto in Ucraina.
Dalla fine di febbraio di quest’anno, tv, stampa, rete, social, hanno arruolato tutti noi in guerra, e poco importa se quello stesso conflitto persista da quasi un decennio in quegli stessi territori senza sollevare o almeno solleticare l’interesse anche minimo di chicchessia, quello che conta è che adesso questa è la nostra Guerra.
La mobilitazione è stata immediata e di massa: attori, rock star, sportivi, intellettuali, chef, influencer, hanno affiancato le truppe scelte e quelle di riserva dell’informazione nazionale, e quando leggiamo che il conflitto è tra ucraini e “filorussi” o “separatisti”.
Che le Repubbliche popolari del Donbass sono “cosiddette” o nei casi migliori “autoproclamate” (come se esistesse una forma diverse oltre l’autoproclamazione per dirsi repubblica).
Che chi combatte in favore del Donbass è un “mercenario” e chi ha ripreso il proprio lavoro nei territori sotto il controllo russo è un “collaborazionista”, viene da pensare che anche la lingua italiana abbia deciso di schierarsi a favore della delirio giallo-azzurro.
“In tutto questo bailamme di bugie, contro bugie, colpi bassi e tradimenti, i giornalisti dove sono? Tutti arruolati, fra le fila dei patrioti o fra quelle dei conservatori, combattenti armati di carta e penna a esaltare ognuno la propria causa”.[1]
Parole di Ennio Remondino che evidentemente già aveva ben chiara la collocazione dei rappresentanti del quarto potere: da una parte o dall’altra della barricata a scambiarsi cannonate.
Già, peccato che di parte, in questo caso, ce n’è una sola. Il 24 febbraio per la storia, quella con la esse minuscola, la Russia ha “invaso” l’Ucraina. A leggerlo così sembra il titoletto di un bignami di storia per le scuole medie, un po’ come Cesare che varca il Rubicone, e invece è stato il tenore generale che i media ci hanno fornito sul conflitto.
Informazione diretta, schietta, quasi anglosassone direbbe qualcuno. Poco conta che non sia dato sapere il perchè e non vengano fornite argomentazioni se non che probabilmente il presidente Russo, Vladimir Putin è un pazzo e un criminale. Migliaia di “professionisti dell’informazione” si sono così riversati nel paese divenuto simbolo della libertà ferita e della democrazia che resiste.
Abbiamo ascoltato le voci tremanti di chi raccontava l’assedio di Kiev (che non c’è mai stato), le testimonianze di una guerra etnica (chissà tra quali etnie) fatta di stupri e fosse comuni (certificati da Zelensky e da Rete 4), lo sbarco dei russi a Odessa (avvenuto non si sa bene quando).
E poi, in un crescendo continuo, abbiamo appreso che il grano ucraino sfama il Terzo mondo, che se stacchi i cartelli stradali l’esercito invasore può sbagliare strada, che i russi che controllano la centrale nucleare di Zaporizhia vengono bombardati dai russi, che la controffensiva ucraina da nord, anzi da sud ma forse da centro sta avendo successo e i nuovissimi carrarmati ucraini (in realtà non proprio ucraini ma noleggiati dai polacchi che li hanno acquistati dei tedeschi) sono riusciti a portare la guerra al confine russo, cioè nel Donbass, dov’è dal 2014.
Un panorama desolante, di più, tragicamente pericoloso. “Tentativi di controllo della stampa stavano realizzandosi in zone di guerra. In molti casi ciò avveniva riducendo, per i giornalisti, mezzi tecnici e logistici; in altri, i professionisti più scomodi erano rimossi e sostituiti; in altre circostanze, infine, le eliminazioni di tutele e sicurezze faceva sì che gli stessi rimanessero coinvolti, spesso tragicamente, nelle azioni e negli scontri militari”.[2]
Come ci insegna la storia di Andrea Rocchelli, fotoreporter freelance italiano che ha documentato quanto stava avvenendo alle porte d’Europa fin dal 2014. La sua storia e purtroppo la sua morte, in un agguato teso da bande paramilitari ucraine mentre documentava gli orrori del post-Maidan nell’est del paese, si guadagnerà a mala pena alcuni trafiletti sulla stampa italiana.
Nessuna celebrazione, nessun ricordo, nessuna giornata in sua memoria. Le sue foto rimangono eredità e testimonianza del folle prezzo da pagare per chi con professionalità e coraggio svolge il proprio lavoro.
Ma anche il giornalismo anglosassone, tradizionalmente immune alle sirene del potere, agli interessi lobbistici e di casta sembra aver dimenticato la propria vocazione. Ne sa qualcosa Graham Phillips.
Giornalista della britannica BBC e corrispondente in Ucraina già dal 2012 durante gli europei di calcio. Quando due anni dopo esplode la guerra civile, mentre gli occhi dei media di tutto il mondo luccicano sul Maidan di Kiev, lui decide di seguire, unico tra i suoi colleghi occidentali, quanto stava accadendo in quelle stesse giornate nel Donbass.
Per otto lunghi anni ha provato a raccontare una guerra che sembrava non interessare nessuno. Evidentemente neanche la sua emittente che senza troppe spiegazioni lo licenzia in tronco. Senza lavoro, e quindi senza risorse, e in un paese in guerra, continua a produrre decine di reportage, centinaia di ore di girato, migliaia di interviste che rimangono straordinaria testimonianza della guerra “a bassa intensità” ma ad alto numero di vittime civili che proprio non piace ricordare alla parte importante del mondo.
Neanche alla neo-premier britannica Liz Truss che con atto unilaterale ha sanzionato il giornalista bloccando il suo conto corrente della Nationwide e sequestrando le sue proprietà. Perché le sanzioni che l’Ue ha reiterato contro la Russia sono un po come le bombe a grappolo, colpisco a caso e spesso colpiscono chi non dovrebbe essere colpito, amici compresi.
“L’idea di castigare l’aggressività di Putin con un isolamento economico di Mosca è impraticabile. Sarebbe in realtà un suicidio. La Russia di oggi assomiglia ben poco a quel gigante povero e in bancarotta che nel 1998 doveva chiamare in aiuto il Fondo monetario internazionale”.[3]
Parole di Carlo de Benedetti e Federico Rampini (proprio lui, proprio loro) che nel 2008 sembravano avere le idee chiare sui rapporti di forza tra Bruxelles e Mosca. Eppure, da più di sei mesi gli stessi, direttamente o indirettamente attraverso il gruppo editoriale che rappresentano, non perdono un giorno per ricordarci la bontà, l’utilità, la necessità dei pacchetti di sanzioni che con cadenza settimanale vengono votati nei parlamentini di tutta Europa.
Cambiare opinione, si sa, è caratteristica delle persone sagge, ma il sospetto che dietro a tutto ci sia la più classica delle genuflessioni al patto atlantico è molto forte. Insomma, si comincia a parlare di guerra, di informazione, di etica nel giornalismo e si finisce a parlare di marchette. Ognuno con la sua, in fondo anche gli aspiranti “professionisti dell’informazione” delle decine di microtestate “indipendenti” stanno sfruttando la guerra per riempirsi il piatto. Di lenticchie ovviamente.
“Nel giornalismo attuale ogni tromba che chiama all’assalto vuole un suo trombettiere. Allargando il campo al servilismo militante, possiamo aggiungere che ogni lottizzatore ha bisogno di un lottizzabile. La questione se sia la guerra a corrompere l’informazione, o se, viceversa, sia l’informazione satura di volontari trombettieri a dare il peggio di sé, somiglia all’eterno litigio sul primato tra uovo e gallina.
È come discutere se sia la prostituzione ad aumentare gli utenti del sesso a pagamento o la domanda di peccato ad aumentare l’offerta. Si tratta sempre di puttane e puttanieri”.[4]
Appunto...
*****
La foto in apertura fu scattata da Andrea Rocchelli nel 2014, quando già allora era uno dei pochi reporter occidentali che aveva avuto il coraggio di documentare gli effetti sulle popolazione del Donbass di quello che in questa parte del mondo veniva esaltata come la rivoluzione del Maidan. Di cosa in realtà si trattasse la sperimentarono, poco dopo, i lavoratori di Odessa nel 2 maggio del 2014 e lo stesso Andrea, quando fu assassinato il 24 maggio.
Note
[1] Ennio Remondino, NIENTE DI VERO SUL FRONTE OCCIDENTALE da Omero a Bush, la verità sulle bugie di guerra. Rubbettino 2009
[2] AA.VV. SE DICI GUERRA UMANITARIA, guerra e informazione e guerra all’informazione. Besa 2005
[3] Carlo De Benedetti, Federico Rampini, CENTOMILA PUNTURE DI SPILLO come l’Italia può tornare a correre. Mondadori 2008.
[4] Ennio Remondino, op. cit.
Fonte
12/09/2022
I visti alla Russia e la frattura est-ovest che peserà sul futuro d’Europa
Cremlino nemico assoluto
Gli Stati dell’Est dell’Unione a dare lezioni a quelli dell’Ovest su come (non) si tratta col Cremlino. «Come ha detto il premier polacco Mateusz Morawiecki in un’intervista al Figaro, i paesi orientali capiscono Mosca molto meglio della Francia. La Russia va chiusa in quarantena, non finché non faccia tacere le armi in Ucraina, ma finché non cesserà di sognare l’impero». Visione oltranzista diversa pure da quella degli Stati Uniti, contrari a una sospensione alla cieca dei visti. È un primo esempio di come il peso decisionale europeo stia slittando a est. E non è uno sviluppo a crescere.
Troppo Est fa male all’Unione
«Anche per questo la Germania in settimana si è dichiarata contro un ulteriore allargamento a oriente dell’Ue senza prima riformarla». Facile e assieme scioccante immaginare un’Ue a 30 o 36 membri, quindi con l’Ucraina, ancora con l’attuale vincolo di decisioni alla unanimità. La paralisi. Ad uscire allo scoperto il cancelliere tedesco Scholz, che torna a invocare l’abolizione dell’unanimità nelle decisioni di politica estera e sullo Stato di diritto. Italia silente per elezioni, e Francia e Spagna in difficoltà politiche interne, ma d’accordo. Due Europa, da Nord-Sud a Ovest-Est
Il governo di Varsavia sta affiancando la Germania alla Russia come bersaglio del proprio nazionalismo. Vale l’esempio del vicepremier Jarosław Kaczyński, che ha celebrato la ricorrenza dell’invasione nazista (1° settembre 1939) annunciando che la Polonia vuole riaprire i negoziati con Berlino per le riparazioni della seconda guerra mondiale. Il conto, astronomico: 1300 miliardi di euro.
Proposito irrealizzabile, ma che rende l’idea della competizione polacco-tedesca accesa dalla guerra d’Ucraina. E che segnerà i destini del continente, oltre che gli equilibri nell’Unione Europea.
Gli ucraini in fuga in Europa
Oltre 5 milioni di cittadini ucraini hanno lasciato il loro paese come diretta conseguenza della guerra. Singolare situazione, il principale paese di destinazione è proprio lo Stato aggressore, la Russia (1,3 milioni). «La vicinanza geografica, i legami linguistici e talvolta etnici, il costo della vita più contenuto e/o l’assenza di alternative logisticamente praticabili hanno spinto buona parte della popolazione dell’Ucraina orientale a rifugiarsi nei territori della Federazione. Il fatto che la guerra si proietti a ovest ha poi spinto la popolazione nei pressi del fronte a muovere verso est», spiega Mirko Mussetti.
Dopo la Russia, la Polonia schierata
Secondo Stato di destinazione la Polonia con oltre 1,1 milioni di rifugiati. Terzo paese per accoglienza degli sfollati ucraini è la Germania (780 mila), il cui stato sociale è visto come rifugio ottimale da gran parte dei migranti. Oltre a Russia, Polonia e Germania, seguono Cechia (379 mila), Turchia (145 mila), Italia (137 mila), Spagna (124 mila), Francia (88 mila), Moldova (85 mila), Romania (82 mila). Tra i grandi paesi europei, il Regno Unito (11°poso) è il meno virtuoso in termini di accoglienza dei rifugiati, sebbene il governo di Londra sia tra i più fervidi sostenitori della guerra.
‘Guerra d’attrito’, per quanto e per cosa?
In una recente intervista all’agenzia di stampa Ria il ministro degli Esteri russo Lavrov ha dichiarato che gli obiettivi territoriali in Ucraina sono mutati: «Le missioni che le truppe russe stanno affrontando sono sempre le stesse, ovvero la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina, ma la loro geografia è cambiata. Se prima si trattava di liberare le Repubbliche Popolari di Donec’k e Luhans’k, ora ci riferiamo a territori molto più vasti, comprese le regioni di Kherson e Zaporižžja, così come ad altri territori dell’Ucraina. Questo processo continua in modo costante e ostinato».
Le ‘oblast’ di Odessa e Mykolajiv
E quando il ministro russo parla di «altri territori», sostiene Mirko Mussetti, «si riferisce con ogni probabilità alle oblast’ di Odessa e Mykolajiv». Il tratto costiero ancora in mano a Kiev che garantisce all’Ucraina l’accesso al Mar Nero e alle rotte del Mediterraneo. L’America arma (oltre i 15 miliardi), ma le super tecnologie non bastano per un esercito non addestrato ad usarle e decisamente stanco. «L’Ukraine fatigue», paventata dal premier britannico uscente Boris Johnson. Con il fronte del Donbas che potrebbe sgretolarsi entro l’estate, temono molti analisti occidentali.
Armi ucraine a minacciare la Russia
Lavrov avverte che fino a quando l’Occidente persisterà nell’inviare all’Ucraina «armi a raggio sempre più lungo come i missili Himars», la Russia non potrà che «spostare ancor più lontano gli obiettivi strategici». Ecco perché, secondo il capo della diplomazia di Mosca, «le trattative con Kiev in questo momento non hanno senso». Tanto più che l’Occidente dovrò affrontare crescenti problemi interni: inflazione, crisi energetica, deindustrializzazione, ricostituzione delle scorte di armi, migrazioni.
Lavrov contro i Kaczyński
E ancora Lavrov: «Una nuova cortina di ferro sta calando tra Russia e Occidente. Il processo è già in corso». Aggiungendo che «gli occidentali dovrebbero stare attenti a non infilarci le dita dentro» e precisando che Mosca ha deciso di «fare tutto il necessario per non dipendere da loro nei settori critici». Per la Russia la questione non è più se vi sarà un ritorno alla logica dei blocchi contrapposti, ma come sarà concretamente rimodulata la spartizione delle sfere d’influenza nel Vecchio Continente.
Russkij Mir
In termini geostrategici, una nuova cortina il più possibile a ridosso dell’ «istmo d’Europa», la linea più breve e maggiormente difendibile che separa l’Europa occidentale dal Russkij Mir, il mondo russo.
Fonte
Gli Stati dell’Est dell’Unione a dare lezioni a quelli dell’Ovest su come (non) si tratta col Cremlino. «Come ha detto il premier polacco Mateusz Morawiecki in un’intervista al Figaro, i paesi orientali capiscono Mosca molto meglio della Francia. La Russia va chiusa in quarantena, non finché non faccia tacere le armi in Ucraina, ma finché non cesserà di sognare l’impero». Visione oltranzista diversa pure da quella degli Stati Uniti, contrari a una sospensione alla cieca dei visti. È un primo esempio di come il peso decisionale europeo stia slittando a est. E non è uno sviluppo a crescere.
Troppo Est fa male all’Unione
«Anche per questo la Germania in settimana si è dichiarata contro un ulteriore allargamento a oriente dell’Ue senza prima riformarla». Facile e assieme scioccante immaginare un’Ue a 30 o 36 membri, quindi con l’Ucraina, ancora con l’attuale vincolo di decisioni alla unanimità. La paralisi. Ad uscire allo scoperto il cancelliere tedesco Scholz, che torna a invocare l’abolizione dell’unanimità nelle decisioni di politica estera e sullo Stato di diritto. Italia silente per elezioni, e Francia e Spagna in difficoltà politiche interne, ma d’accordo. Due Europa, da Nord-Sud a Ovest-Est
Il governo di Varsavia sta affiancando la Germania alla Russia come bersaglio del proprio nazionalismo. Vale l’esempio del vicepremier Jarosław Kaczyński, che ha celebrato la ricorrenza dell’invasione nazista (1° settembre 1939) annunciando che la Polonia vuole riaprire i negoziati con Berlino per le riparazioni della seconda guerra mondiale. Il conto, astronomico: 1300 miliardi di euro.
Proposito irrealizzabile, ma che rende l’idea della competizione polacco-tedesca accesa dalla guerra d’Ucraina. E che segnerà i destini del continente, oltre che gli equilibri nell’Unione Europea.
Gli ucraini in fuga in Europa
Oltre 5 milioni di cittadini ucraini hanno lasciato il loro paese come diretta conseguenza della guerra. Singolare situazione, il principale paese di destinazione è proprio lo Stato aggressore, la Russia (1,3 milioni). «La vicinanza geografica, i legami linguistici e talvolta etnici, il costo della vita più contenuto e/o l’assenza di alternative logisticamente praticabili hanno spinto buona parte della popolazione dell’Ucraina orientale a rifugiarsi nei territori della Federazione. Il fatto che la guerra si proietti a ovest ha poi spinto la popolazione nei pressi del fronte a muovere verso est», spiega Mirko Mussetti.
Dopo la Russia, la Polonia schierata
Secondo Stato di destinazione la Polonia con oltre 1,1 milioni di rifugiati. Terzo paese per accoglienza degli sfollati ucraini è la Germania (780 mila), il cui stato sociale è visto come rifugio ottimale da gran parte dei migranti. Oltre a Russia, Polonia e Germania, seguono Cechia (379 mila), Turchia (145 mila), Italia (137 mila), Spagna (124 mila), Francia (88 mila), Moldova (85 mila), Romania (82 mila). Tra i grandi paesi europei, il Regno Unito (11°poso) è il meno virtuoso in termini di accoglienza dei rifugiati, sebbene il governo di Londra sia tra i più fervidi sostenitori della guerra.
‘Guerra d’attrito’, per quanto e per cosa?
In una recente intervista all’agenzia di stampa Ria il ministro degli Esteri russo Lavrov ha dichiarato che gli obiettivi territoriali in Ucraina sono mutati: «Le missioni che le truppe russe stanno affrontando sono sempre le stesse, ovvero la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina, ma la loro geografia è cambiata. Se prima si trattava di liberare le Repubbliche Popolari di Donec’k e Luhans’k, ora ci riferiamo a territori molto più vasti, comprese le regioni di Kherson e Zaporižžja, così come ad altri territori dell’Ucraina. Questo processo continua in modo costante e ostinato».
Le ‘oblast’ di Odessa e Mykolajiv
E quando il ministro russo parla di «altri territori», sostiene Mirko Mussetti, «si riferisce con ogni probabilità alle oblast’ di Odessa e Mykolajiv». Il tratto costiero ancora in mano a Kiev che garantisce all’Ucraina l’accesso al Mar Nero e alle rotte del Mediterraneo. L’America arma (oltre i 15 miliardi), ma le super tecnologie non bastano per un esercito non addestrato ad usarle e decisamente stanco. «L’Ukraine fatigue», paventata dal premier britannico uscente Boris Johnson. Con il fronte del Donbas che potrebbe sgretolarsi entro l’estate, temono molti analisti occidentali.
Armi ucraine a minacciare la Russia
Lavrov avverte che fino a quando l’Occidente persisterà nell’inviare all’Ucraina «armi a raggio sempre più lungo come i missili Himars», la Russia non potrà che «spostare ancor più lontano gli obiettivi strategici». Ecco perché, secondo il capo della diplomazia di Mosca, «le trattative con Kiev in questo momento non hanno senso». Tanto più che l’Occidente dovrò affrontare crescenti problemi interni: inflazione, crisi energetica, deindustrializzazione, ricostituzione delle scorte di armi, migrazioni.
Lavrov contro i Kaczyński
E ancora Lavrov: «Una nuova cortina di ferro sta calando tra Russia e Occidente. Il processo è già in corso». Aggiungendo che «gli occidentali dovrebbero stare attenti a non infilarci le dita dentro» e precisando che Mosca ha deciso di «fare tutto il necessario per non dipendere da loro nei settori critici». Per la Russia la questione non è più se vi sarà un ritorno alla logica dei blocchi contrapposti, ma come sarà concretamente rimodulata la spartizione delle sfere d’influenza nel Vecchio Continente.
Russkij Mir
In termini geostrategici, una nuova cortina il più possibile a ridosso dell’ «istmo d’Europa», la linea più breve e maggiormente difendibile che separa l’Europa occidentale dal Russkij Mir, il mondo russo.
Fonte
06/04/2022
Il giornalista e la guerra. Intervista a Ennio Remondino
L’informazione in tempi di guerra è difficile, certo, ma quello che vediamo in azione in queste settimane è un dispositivo bellico applicato alle notizie, alle fonti, all’interpretazione e alla storia.
Come se fosse all’opera un "ministero della verità” che non ammette contraddittorio (basterebbe riguardarsi l’allucinante intervento di Ettore Rosato, ex piddino renziano ora in Italia Viva, a RaiNews, in cui accusa il corrispondente da Mosca, Marc Innaro [chiamato “Iannàro”, ndr], di diffondere “propaganda filo-sovietica" [!]).
Proponiamo qui questa intervista a uno storico inviato di guerra, Ennio Remondino, anche lui della Rai, capace di servizi molto lucidi e giornalisticamente utili persino sotto le bombe, a Belgrado 1999. E che si era fatto le ossa, tra l’altro, con i servizi sul “processo Moro”, in piena isteria “anti-terrorismo” e “giornalisti in prima linea”, senza perdere mai la bussola che deve tenere un giornalista: il rispetto per i fatti e la credibilità. Quella propria e della testata per cui lavora. Altrimenti è un altro mestiere...
In ambito di Commissione di Vigilanza Rai, quindi dalla “politica” sono partiti degli attacchi contro il corrispondente Rai da Mosca, Marc Innaro, per una affermazione – decisamente oggettiva – in una sua corrispondenza. Possiamo chiederti un commento su questo visto che sei stato per anni corrispondente e inviato Rai anche in “zone critiche”?
Commento facile. È stata una interferenza indegna da parte della politica che ha inventato il caso per pura e strumentale ignoranza, e poi per i vertici aziendali, incapaci e servili. Vi ripropongo ciò che ho scritto in quei giorni su Remocontro.
«La Rai arruolata e la Russia cancellata. La corretta informazione sotto attacco» il titolo abbastanza esplicito del 10 marzo.
«Chi vi ha raccontato che tutta l’informazione occidentale è fuggita sdegnata da Mosca? Sì, la Rai ha chiuso le notizie ma non la sede di corrispondenza, con Marc Innaro che rimane, anche se ridotto a pagare bollette, affitto e stipendi, senza poter fare il suo vero mestiere. Questo mentre le televisioni e i giornali seri nel mondo sono praticamente tutti operativi a Mosca, e nessuno di loro è certo tenero con Putin. Ovviamente le versione dei fatti che raccontano è quella Russa per il necessario utile confronto».
L’Europa che c’è. «La BBC, che era stata la prima a chiudere la sede con personale russo sotto minaccia di censura, non ha mai chiuso la sua strategica BBC World in inglese. E dopo qualche giorno di tentennamenti, trasmettono regolarmente da Mosca, imprescindibile postazione nella crisi: l’EBU, il consorzio delle tv pubbliche europee; la televisione pubblica austriaca; le francesi pubbliche e private France 2 e TF1; la tv finlandese e quella giapponese, mentre stanno per riaprire tedeschi e spagnoli. E altre certamente di cui non sappiamo».
Noi Italia ci siamo ma non trasmettiamo. Autocensura di schieramento o censura e basta?
Certo che vedere l’informazione costretta ad omologarsi in momenti estremamente critici come questo non è proprio rassicurante. Cosa ne pensi?
Vado col seguito di quanto scritto allora.
«Chi c’è e chi scappa. Le stesse agenzie di stampa occidentali e molto governative non hanno mollato. L’americana Associated Press, l’inglese Reuters, la France Press, la giapponese Asahi. L’Ansa italiana manca ormai da tre mesi per cambio di corrispondente con il sostituto in attesa di accreditamento oggi difficile da ottenere. Operativo solo un suo collaboratore italiano. Operativa anche la piccola Agenzia Nova. Collaboratori free lance per tutti, a partire dai grandi quotidiani ridotti sempre più all’osso, e l’eccezione del Corriere della Sera con l’inviato Marco Imarisio, e Repubblica con Rosalba Castelletti».
Trombettieri. «Un Tg1 letteralmente militarizzato sul fronte Nato, senza neppure un barlume di terzietà di apparenza tra ragioni e torti, persino quando qualcuno parla di storia; e il resto dell’informazione del ‘Servizio pubblico’ – sottolineatura necessaria – salvo meritevoli eccezioni professionali personali, con sempre minor spazio in un palinsesto che (sempre salvo meritevoli eccezioni), tende a trasformare anche la tragedia-guerra in un talk show purché poco critico e allineato».
Perché la Rai non riapre? «Se censura Rai era (e lo è stata), ora cadono le giustificazioni pretestuose. Marc Innaro silenziato tornerà a raccontarci la guerra vista anche da Mosca? Lui, Innaro, non trasmette e non parla di cose Rai. Tocca ai vertici confusi parlare nei fatti, anche se già nei corridoi di Viale Mazzini si sussurra di un prossimo ‘promoveatur ut amoveatur’. Corrispondenze estere spesso come storico esilio dorato. A questo punto della mortificante vicenda, una domanda d’obbligo: dalla lottizzazione dei partiti a cosa? Chi comanda realmente in Rai oggi?»
Resocontare in televisione un teatro di guerra quali problemi comporta? Quali cautele deve adottare e quali margini di autonomia ha un corrispondente sul campo?
Prima regola non farsi ammazzare (quando il giornalista diventa lui la notizia si è all’errore fatale), seconda non farsi cacciare, perché ruberesti al pubblico (parlo da vecchia Rai) una informazione che gli è dovuta.
Non compromesso di contenuti, ma solo di linguaggio. Tu racconti di una parte in guerra e lo devi ribadire più volte citando rigorosamente le fonti, sempre dubitativo (da qualunque parte di trovi), poi devi chiamare persone e cose col loro nome ufficiale.
Nella mia memoria, per fare un esempio facile, quando da studio mi chiedevano del ‘conflitto’ io rispondevo con ‘guerra’ (con Putin pare sia alla rovescia), quanto citavano il ‘despota Milosevic’, io riferivo del ‘presidente serbo Milosevic’, dando ovviamente spazio anche alle ridotte opposizioni interne.
Per molti della nostra generazione sei stato il corrispondente Rai da Belgrado sotto i bombardamenti Nato. Anche allora la politica pretendeva l’allineamento dell’informazione alle scelte di guerra del governo. Vedi paragoni possibili con quello che stiamo vivendo adesso con la guerra in Ucraina?
Si, e non molto incoraggianti. Gli attacchi politici, anche personali, a chi le bombe le prendeva da parte di certa politica da talk show. Questa volta l’aggravante è che il primo attacco a Innaro è arrivato da una “sinistra” evidentemente in carica di accreditamento di parte.
A mio vantaggio la dignità dell’allora vertice Rai che seppe sempre difendermi, anche rischiando politicamente qualcosa. Due galantuomini, Zaccaria presidente, Celli Dg, che oggi considero amici.
Hai suggerimenti da mettere in campo per contrastare questo scenario di informazione “embedded”?
Mi sembra il quesito chiave del ‘Che fare’, posto da ben altre autorevolezze. Una editoria monopolizzata oggi peggio che ai tempi di Berlusconi e dei suoi ‘editti bulgari’, e una Rai di cui ho già detto.
E anche qui mi rifugio in qualcosa già scritto, questa volta da altri. Un gruppo di colleghi che denunciano una informazione omologata, ‘embedded’, appunto. La ‘non informazione’ sostituita da un coro di opinioni.
E l’assenza o quasi di analisi, non a giustificare la tragica scelta del presidente russo Putin, ma a cercare di capirne le origini per favorire la ricerca di un rimedio, una pace che superi i problemi invece di crearne altri che prima o poi riesploderanno.
Come se la storia non avesse insegnato nulla. Salvo non esistano obiettivi diversi a noi non noti da parte delle forze politiche in campo. E non parliamo di Russia-Ucraina, ma di Russia-Cina rispetto al blocco occidentale Nato sotto egemonia Usa.
Fonte
Come se fosse all’opera un "ministero della verità” che non ammette contraddittorio (basterebbe riguardarsi l’allucinante intervento di Ettore Rosato, ex piddino renziano ora in Italia Viva, a RaiNews, in cui accusa il corrispondente da Mosca, Marc Innaro [chiamato “Iannàro”, ndr], di diffondere “propaganda filo-sovietica" [!]).
Proponiamo qui questa intervista a uno storico inviato di guerra, Ennio Remondino, anche lui della Rai, capace di servizi molto lucidi e giornalisticamente utili persino sotto le bombe, a Belgrado 1999. E che si era fatto le ossa, tra l’altro, con i servizi sul “processo Moro”, in piena isteria “anti-terrorismo” e “giornalisti in prima linea”, senza perdere mai la bussola che deve tenere un giornalista: il rispetto per i fatti e la credibilità. Quella propria e della testata per cui lavora. Altrimenti è un altro mestiere...
In ambito di Commissione di Vigilanza Rai, quindi dalla “politica” sono partiti degli attacchi contro il corrispondente Rai da Mosca, Marc Innaro, per una affermazione – decisamente oggettiva – in una sua corrispondenza. Possiamo chiederti un commento su questo visto che sei stato per anni corrispondente e inviato Rai anche in “zone critiche”?
Commento facile. È stata una interferenza indegna da parte della politica che ha inventato il caso per pura e strumentale ignoranza, e poi per i vertici aziendali, incapaci e servili. Vi ripropongo ciò che ho scritto in quei giorni su Remocontro.
«La Rai arruolata e la Russia cancellata. La corretta informazione sotto attacco» il titolo abbastanza esplicito del 10 marzo.
«Chi vi ha raccontato che tutta l’informazione occidentale è fuggita sdegnata da Mosca? Sì, la Rai ha chiuso le notizie ma non la sede di corrispondenza, con Marc Innaro che rimane, anche se ridotto a pagare bollette, affitto e stipendi, senza poter fare il suo vero mestiere. Questo mentre le televisioni e i giornali seri nel mondo sono praticamente tutti operativi a Mosca, e nessuno di loro è certo tenero con Putin. Ovviamente le versione dei fatti che raccontano è quella Russa per il necessario utile confronto».
L’Europa che c’è. «La BBC, che era stata la prima a chiudere la sede con personale russo sotto minaccia di censura, non ha mai chiuso la sua strategica BBC World in inglese. E dopo qualche giorno di tentennamenti, trasmettono regolarmente da Mosca, imprescindibile postazione nella crisi: l’EBU, il consorzio delle tv pubbliche europee; la televisione pubblica austriaca; le francesi pubbliche e private France 2 e TF1; la tv finlandese e quella giapponese, mentre stanno per riaprire tedeschi e spagnoli. E altre certamente di cui non sappiamo».
Noi Italia ci siamo ma non trasmettiamo. Autocensura di schieramento o censura e basta?
Certo che vedere l’informazione costretta ad omologarsi in momenti estremamente critici come questo non è proprio rassicurante. Cosa ne pensi?
Vado col seguito di quanto scritto allora.
«Chi c’è e chi scappa. Le stesse agenzie di stampa occidentali e molto governative non hanno mollato. L’americana Associated Press, l’inglese Reuters, la France Press, la giapponese Asahi. L’Ansa italiana manca ormai da tre mesi per cambio di corrispondente con il sostituto in attesa di accreditamento oggi difficile da ottenere. Operativo solo un suo collaboratore italiano. Operativa anche la piccola Agenzia Nova. Collaboratori free lance per tutti, a partire dai grandi quotidiani ridotti sempre più all’osso, e l’eccezione del Corriere della Sera con l’inviato Marco Imarisio, e Repubblica con Rosalba Castelletti».
Trombettieri. «Un Tg1 letteralmente militarizzato sul fronte Nato, senza neppure un barlume di terzietà di apparenza tra ragioni e torti, persino quando qualcuno parla di storia; e il resto dell’informazione del ‘Servizio pubblico’ – sottolineatura necessaria – salvo meritevoli eccezioni professionali personali, con sempre minor spazio in un palinsesto che (sempre salvo meritevoli eccezioni), tende a trasformare anche la tragedia-guerra in un talk show purché poco critico e allineato».
Perché la Rai non riapre? «Se censura Rai era (e lo è stata), ora cadono le giustificazioni pretestuose. Marc Innaro silenziato tornerà a raccontarci la guerra vista anche da Mosca? Lui, Innaro, non trasmette e non parla di cose Rai. Tocca ai vertici confusi parlare nei fatti, anche se già nei corridoi di Viale Mazzini si sussurra di un prossimo ‘promoveatur ut amoveatur’. Corrispondenze estere spesso come storico esilio dorato. A questo punto della mortificante vicenda, una domanda d’obbligo: dalla lottizzazione dei partiti a cosa? Chi comanda realmente in Rai oggi?»
Resocontare in televisione un teatro di guerra quali problemi comporta? Quali cautele deve adottare e quali margini di autonomia ha un corrispondente sul campo?
Prima regola non farsi ammazzare (quando il giornalista diventa lui la notizia si è all’errore fatale), seconda non farsi cacciare, perché ruberesti al pubblico (parlo da vecchia Rai) una informazione che gli è dovuta.
Non compromesso di contenuti, ma solo di linguaggio. Tu racconti di una parte in guerra e lo devi ribadire più volte citando rigorosamente le fonti, sempre dubitativo (da qualunque parte di trovi), poi devi chiamare persone e cose col loro nome ufficiale.
Nella mia memoria, per fare un esempio facile, quando da studio mi chiedevano del ‘conflitto’ io rispondevo con ‘guerra’ (con Putin pare sia alla rovescia), quanto citavano il ‘despota Milosevic’, io riferivo del ‘presidente serbo Milosevic’, dando ovviamente spazio anche alle ridotte opposizioni interne.
Per molti della nostra generazione sei stato il corrispondente Rai da Belgrado sotto i bombardamenti Nato. Anche allora la politica pretendeva l’allineamento dell’informazione alle scelte di guerra del governo. Vedi paragoni possibili con quello che stiamo vivendo adesso con la guerra in Ucraina?
Si, e non molto incoraggianti. Gli attacchi politici, anche personali, a chi le bombe le prendeva da parte di certa politica da talk show. Questa volta l’aggravante è che il primo attacco a Innaro è arrivato da una “sinistra” evidentemente in carica di accreditamento di parte.
A mio vantaggio la dignità dell’allora vertice Rai che seppe sempre difendermi, anche rischiando politicamente qualcosa. Due galantuomini, Zaccaria presidente, Celli Dg, che oggi considero amici.
Hai suggerimenti da mettere in campo per contrastare questo scenario di informazione “embedded”?
Mi sembra il quesito chiave del ‘Che fare’, posto da ben altre autorevolezze. Una editoria monopolizzata oggi peggio che ai tempi di Berlusconi e dei suoi ‘editti bulgari’, e una Rai di cui ho già detto.
E anche qui mi rifugio in qualcosa già scritto, questa volta da altri. Un gruppo di colleghi che denunciano una informazione omologata, ‘embedded’, appunto. La ‘non informazione’ sostituita da un coro di opinioni.
E l’assenza o quasi di analisi, non a giustificare la tragica scelta del presidente russo Putin, ma a cercare di capirne le origini per favorire la ricerca di un rimedio, una pace che superi i problemi invece di crearne altri che prima o poi riesploderanno.
Come se la storia non avesse insegnato nulla. Salvo non esistano obiettivi diversi a noi non noti da parte delle forze politiche in campo. E non parliamo di Russia-Ucraina, ma di Russia-Cina rispetto al blocco occidentale Nato sotto egemonia Usa.
Fonte
27/11/2017
Giornalismo e influenza dei servizi segreti. Quando sequestrarono un servizio del Tg1
Ad uno dei veterani del giornalismo nel nostro paese, Ennio Remondino, ex inviato RAI, non è sfuggito quanto è accaduto a Nicola Borzi, giornalista del Sole 24 Ore, al quale sono stati sequestrati tutti i supporti informatici per l’inchiesta sui conti bancari dei servizi segreti nella Banca Popolare di Vicenza e destinati a giornalisti, conduttori di talk show su televisioni pubbliche e private etc.
Nel suo blog remocontro.it, contestualizza l’accaduto ricordando un episodio che merita di non essere dimenticato: quando nel 1993 gli venne sequestrato quasi in diretta un servizio che sarebbe dovuto andare in onda al Tg delle 20 (praticamente quello centrale). Allora i servizi segreti si chiamavano Sisde, oggi si chiamano Aisi, e anche in quella occasione la rogna erano i conti neri dei servizi segreti e il loro uso.
In giro si sentono starnazzamenti vari sul fatto che i servizi russi possano manipolare l’informazione, i mass media e addirittura le elezioni anche nel nostro paese. Quello che invece sta trapelando concretamente è che gli apparati dello Stato “italiano” influenzano giornalisti e mass media pagandoli con bonifici della Banca Popolare di Vicenza (adesso acquisita e blindata da Banca Intesa). La cosa può non sorprendere ma non può passare senza una adeguata reazione, a cominciare dal mondo dell’informazione e poi nel resto della società.
Adesso fuori i nomi!!
di Ennio Remondino*
Toccare in qualche modo le spie, soprattutto quelle dei servizi segreti interni, tutte con origini dalla polizia giudiziaria e quindi di frequentazione stretta con la magistratura inquirente, sono guai garantiti. A consolazione del collega Nicola Borzi, del Sole 24Ore, una storia di 25 anni fa, per molti versi simile alla vicenda che lo coinvolge oggi. Memoria per omaggio al suo operato e per un po’ di storia del giornalismo non sempre smidollato e consenziente.
A Borzi hanno sequestrato la memoria del suo computer e archivio, e non si capisce bene il perché, a me sequestrarono un pezzo pronto per andare in onda nel Tg1 delle 20. Lui la Finanza, io la Digos, ma analoga ordinanza della procura di Roma; la storia che si ripete. Allora, il conduttore del Tg1 pronto in studio in attesa della sigla, e il direttore Demetrio Volcic alle prese col capo della Digos con tanto di ordinanza del magistrato.
Telefonate concitate con i vertici aziendali, il pezzo di Remondino sfilato dal sommario, e alla fine Volcic che va in studio a dire in diretta agli stupefatti telespettatori del sequestro avvenuto. Mai accaduto prima e dopo, per quanto a me noto, in tutta la storia del giornalismo in Paesi democratici.
Che c’entra quella lontana storia con la vicenda d’attualità? Il coinvolgimento dei servizi segreti, quelli interni, oggi Aisi, ai miei tempi Sisde. E l’intervento ‘decisamente forte’ – delicatezza lessicale – della Procura di Roma in entrambi i casi. Sulla base di quali ‘input’, violazione di legge evidente, segnalazione o denuncia che sia?
Anno 1993, tra tangentopoli e il primo governo Berlusconi. Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Personaggi ai vertici del Sisde, il direttore amministrativo Maurizio Broccoletti e altri agenti segreti del suo giro personale che gestiscono miliardi di fondi neri, necessari – dicono – alle operazioni coperte di spionaggio. Soldi pubblici e vantaggi molto privati, si scoprirà dopo.
La banda Broccoletti, chiamiamola così, cerca di diffamare la famiglia del presidente della Repubblica. Probabile vendetta contro l’ex ministro dell’interno.
Giornalista ficcanaso, vengo in possesso di documenti molto delicati sulla possibile gravissima crisi istituzionale. Attenti riscontri svelano la montatura e la pericolosa minaccia, e di quello scrivo con attorno direttore e tante preoccupazioni. Persino la consulenza preventiva di avvocati Rai (ricordo Franco Coppi al capezzale del pezzo delicatissimo), e il ponderato ‘si stampi’.
Peccato che le spie che mi spiavano non avessero capito un bel nulla. Temevano un attacco al presidente (o forse il contrario?), e corsero dal magistrato. Procura della Repubblica e l’azione di forza finale già narrata. A salvare almeno in parte l’onore del giornalismo un ripetuto va e vieni tra Procura e Rai. Primo ordine di sequestro delle registrazioni sul presidente. ‘Mi dispiace ma non ho registrazioni’. Qualche ora dopo, il ritorno per il sequestro del ‘materiale’. Il ‘materiale’ c’è, ma sequestro notificato alla persona sbagliata. Mica è roba del giornalista! Lo sequestrino al direttore generale Rai, se lo trovano. Alla fine e come sempre ha prevalso la forza.
Pigliatela come una storia curiosa, ricordi di giornalismo datato. Con una lezione utile ancora oggi che motiva questo ripescaggio di memorie lontane. L’inevitabile conflitto di ruoli tra chi fa informazione, chi deve tutelare i segreti (legittimi), e l’arbitro giudiziario tra chi ‘segreta’ e chi svela.
Con un sospetto che ricavo dai due casi di cui ci stiamo occupando. Colpire il bersaglio sbagliato, Borzi o Remondino che sia, o far colpire il bersaglio giusto con una motivazione truccata?
Caro Nicola Borzi del Sole 24Ore, ho il sospetto, da vecchio investigativo, che le tue inchieste sulle porcate delle banche venete non siano estranee a quanto ti sta accadendo. Ed ecco che strumentalizzare qualche nota vocazione d’autorità diventa facile, e a volte basta ‘aggiustare’ un po’ la verità. Le vie del cielo sono infinite, e quelle delle pressioni/ritorsioni trasversali quasi altrettanto.
Finale sull’equilibrio possibile tra segreti da svelare segreti da tutelare. Il rispetto reciproco dei diversi ruoli diventa il solo comportamento possibile, se da tutti praticato. Purtroppo invece, prevaricazioni gerarchiche ed esercizio d’autorità sono le pratiche più diffuse. Atti legittimi quanto vuoi, ma percepiti come ‘oltre misura’ da parte del giornalismo e di chi ancora lo considera bene primario per la democrazia, e lo difende.
Quel giornalismo che ama la magistratura e la difende da sempre, a volte anche a costo di rischi personali in tempo duri, molto duri, quando fu tra terrorismi di casa e mafie.
Pretendere rispetto, come quello che ha chiesto Nicola Borzi, nella sua lettera in pagina su Remocontro.
Pretendere rispetto per diritto di dignità e per quell’articolo 21 della Costituzione che in troppi sembra abbiano dimenticato.
https://www.remocontro.it/2017/11/21/giornalismo-magistratura-spie-sequestrarono-tg1/
Vedi anche:
I soldi dei servizi segreti per influenzare i mass media
I giornalisti non devono ficcare il naso, ma possono “obbedir tacendo”
Guerra alle fake news per fare “il ministero della verità”
Fonte
Nel suo blog remocontro.it, contestualizza l’accaduto ricordando un episodio che merita di non essere dimenticato: quando nel 1993 gli venne sequestrato quasi in diretta un servizio che sarebbe dovuto andare in onda al Tg delle 20 (praticamente quello centrale). Allora i servizi segreti si chiamavano Sisde, oggi si chiamano Aisi, e anche in quella occasione la rogna erano i conti neri dei servizi segreti e il loro uso.
In giro si sentono starnazzamenti vari sul fatto che i servizi russi possano manipolare l’informazione, i mass media e addirittura le elezioni anche nel nostro paese. Quello che invece sta trapelando concretamente è che gli apparati dello Stato “italiano” influenzano giornalisti e mass media pagandoli con bonifici della Banca Popolare di Vicenza (adesso acquisita e blindata da Banca Intesa). La cosa può non sorprendere ma non può passare senza una adeguata reazione, a cominciare dal mondo dell’informazione e poi nel resto della società.
Adesso fuori i nomi!!
*****
Giornalismo, magistratura e spie. Quando sequestrarono il Tg1
di Ennio Remondino*
Toccare in qualche modo le spie, soprattutto quelle dei servizi segreti interni, tutte con origini dalla polizia giudiziaria e quindi di frequentazione stretta con la magistratura inquirente, sono guai garantiti. A consolazione del collega Nicola Borzi, del Sole 24Ore, una storia di 25 anni fa, per molti versi simile alla vicenda che lo coinvolge oggi. Memoria per omaggio al suo operato e per un po’ di storia del giornalismo non sempre smidollato e consenziente.
A Borzi hanno sequestrato la memoria del suo computer e archivio, e non si capisce bene il perché, a me sequestrarono un pezzo pronto per andare in onda nel Tg1 delle 20. Lui la Finanza, io la Digos, ma analoga ordinanza della procura di Roma; la storia che si ripete. Allora, il conduttore del Tg1 pronto in studio in attesa della sigla, e il direttore Demetrio Volcic alle prese col capo della Digos con tanto di ordinanza del magistrato.
Telefonate concitate con i vertici aziendali, il pezzo di Remondino sfilato dal sommario, e alla fine Volcic che va in studio a dire in diretta agli stupefatti telespettatori del sequestro avvenuto. Mai accaduto prima e dopo, per quanto a me noto, in tutta la storia del giornalismo in Paesi democratici.
Che c’entra quella lontana storia con la vicenda d’attualità? Il coinvolgimento dei servizi segreti, quelli interni, oggi Aisi, ai miei tempi Sisde. E l’intervento ‘decisamente forte’ – delicatezza lessicale – della Procura di Roma in entrambi i casi. Sulla base di quali ‘input’, violazione di legge evidente, segnalazione o denuncia che sia?
Anno 1993, tra tangentopoli e il primo governo Berlusconi. Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Personaggi ai vertici del Sisde, il direttore amministrativo Maurizio Broccoletti e altri agenti segreti del suo giro personale che gestiscono miliardi di fondi neri, necessari – dicono – alle operazioni coperte di spionaggio. Soldi pubblici e vantaggi molto privati, si scoprirà dopo.
La banda Broccoletti, chiamiamola così, cerca di diffamare la famiglia del presidente della Repubblica. Probabile vendetta contro l’ex ministro dell’interno.
Giornalista ficcanaso, vengo in possesso di documenti molto delicati sulla possibile gravissima crisi istituzionale. Attenti riscontri svelano la montatura e la pericolosa minaccia, e di quello scrivo con attorno direttore e tante preoccupazioni. Persino la consulenza preventiva di avvocati Rai (ricordo Franco Coppi al capezzale del pezzo delicatissimo), e il ponderato ‘si stampi’.
Peccato che le spie che mi spiavano non avessero capito un bel nulla. Temevano un attacco al presidente (o forse il contrario?), e corsero dal magistrato. Procura della Repubblica e l’azione di forza finale già narrata. A salvare almeno in parte l’onore del giornalismo un ripetuto va e vieni tra Procura e Rai. Primo ordine di sequestro delle registrazioni sul presidente. ‘Mi dispiace ma non ho registrazioni’. Qualche ora dopo, il ritorno per il sequestro del ‘materiale’. Il ‘materiale’ c’è, ma sequestro notificato alla persona sbagliata. Mica è roba del giornalista! Lo sequestrino al direttore generale Rai, se lo trovano. Alla fine e come sempre ha prevalso la forza.
Pigliatela come una storia curiosa, ricordi di giornalismo datato. Con una lezione utile ancora oggi che motiva questo ripescaggio di memorie lontane. L’inevitabile conflitto di ruoli tra chi fa informazione, chi deve tutelare i segreti (legittimi), e l’arbitro giudiziario tra chi ‘segreta’ e chi svela.
Con un sospetto che ricavo dai due casi di cui ci stiamo occupando. Colpire il bersaglio sbagliato, Borzi o Remondino che sia, o far colpire il bersaglio giusto con una motivazione truccata?
Caro Nicola Borzi del Sole 24Ore, ho il sospetto, da vecchio investigativo, che le tue inchieste sulle porcate delle banche venete non siano estranee a quanto ti sta accadendo. Ed ecco che strumentalizzare qualche nota vocazione d’autorità diventa facile, e a volte basta ‘aggiustare’ un po’ la verità. Le vie del cielo sono infinite, e quelle delle pressioni/ritorsioni trasversali quasi altrettanto.
Finale sull’equilibrio possibile tra segreti da svelare segreti da tutelare. Il rispetto reciproco dei diversi ruoli diventa il solo comportamento possibile, se da tutti praticato. Purtroppo invece, prevaricazioni gerarchiche ed esercizio d’autorità sono le pratiche più diffuse. Atti legittimi quanto vuoi, ma percepiti come ‘oltre misura’ da parte del giornalismo e di chi ancora lo considera bene primario per la democrazia, e lo difende.
Quel giornalismo che ama la magistratura e la difende da sempre, a volte anche a costo di rischi personali in tempo duri, molto duri, quando fu tra terrorismi di casa e mafie.
Pretendere rispetto, come quello che ha chiesto Nicola Borzi, nella sua lettera in pagina su Remocontro.
Pretendere rispetto per diritto di dignità e per quell’articolo 21 della Costituzione che in troppi sembra abbiano dimenticato.
https://www.remocontro.it/2017/11/21/giornalismo-magistratura-spie-sequestrarono-tg1/
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Vedi anche:
I soldi dei servizi segreti per influenzare i mass media
I giornalisti non devono ficcare il naso, ma possono “obbedir tacendo”
Guerra alle fake news per fare “il ministero della verità”
Fonte
01/05/2017
Gabriele, il giornalismo e l’improvvido Alfano
Due fulminanti articoli messi insieme da un duo di inviati di guerra di lungo corso. Che smontano con disarmante semplicità l'operazione di santificazione di Gabriele Del Grande. Articoli molto istruttivi per capire cos'è il giornalismo – mestiere onorabilissimo se esercitato con spirito critico e autonomia di giudizio, miserabile se ridotto al servizio del potente di turno –, ma anche come funzione il ministro degli esteri in carica e la figura del "personaggio" di cui siamo stati costretti ad occuparci.
Adesso che la vicenda di Gabriele Del Grande è finita bene, assorbiti gli applausi troppo facili della prima ora, e i giramenti di scatole educatamente nascosti per la montatura mediatica che abbiamo visto in scena, al terzo giorno un piccolo tentativo di ragionamento.
Qualche osservazione dovuta al giovanotto Del Grande sulle regole elementari del mestiere che vorrebbe praticare, visto che con i turchi si è dichiarato giornalista. All’improvvido ministro Alfano la colpa dell’infelice sceneggiata messa in piedi all’aeroporto di Bologna.
Datato reporter, frequentatore abituale di zone di guerra, allergico agli improvvisatori con la mancia sul loro eroismo. Può valere come autobiografia dello scrivente, può valere per l’amico e collega Amedeo Ricucci, inviato speciale del Tg1 che ho beccato a Beirut dove sta seguendo qualche pista mediorientale. Oggi, sul sito fecebook di Amedeo, una rilettura eccellente su quanto accaduto a Gabriele Del Grande in Turchia. «Ad avventura finita – scrive Amedeo – vorrei provare a levarmi qualche sassolino dalla scarpa e offrirlo a tutti come spunto per la riflessione».
Troppo gentile il collega, ma è per questo che ho scelto di cedergli la parola, nel timore di un mio eccesso di severità. Che lascerò alla fine, tutta riservata al ministro.
Amedeo Ricucci
Troppo buono Amedeo Ricucci, ma lui è persona buona.
Io che sono cattivo, tutta la mia cattiveria la riservo alla vergognosa sceneggiata di un ministro degli esteri che va ad esibirsi di fronte alle telecamere vantando meriti inesistenti. Il rilascio dell’avventuroso italiano è avvenuto nei termini fissati dalle severe leggi turche del dopo golpe, e non per merito di una qualsiasi azione diplomatica o di servizi segreti o di trattativa occulta e rischiosa, comunque dovuta per qualsiasi cittadino italiano e senza strombazzamenti.
A perderci, in questo caso, è stata soltanto la dignità del ruolo di ministro degli esteri di questo nostro piccolo ma dignitoso Paese.
Gabriele, il giornalismo e l’improvvido Alfano
La scelta di aprire un confronto su un tema di attualità su cui, alcuni di noi, giornalisti di antico mestiere, avevamo maturato dubbi. Ne ha scritto Remocontro rilanciando anche quanto espresso su Facebook da Amedeo Ricucci, inviato di punta del Tg1, e si è scatenato il mondo del web. Molti a condividere, molti a dissentire, molti ad attribuirci cosa mai dette. Al punto da spingere Ricucci, poco fa, a rilanciare: «DUE O TRE COSE SU GABRIELE (II Parte e fine, spero)». Essendo stati parte in causa nel confronto, anche Remocontro fa il bis, non per avere ragione parlando per ultimi, ma per chiarire quelli che a noi sono apparsi gli equivoci più grossi. Contro la malafede e posizioni preconcette, ovviamente c’è solo la resa.
Partiamo ancora una volta da Amedeo Ricucci, ma ‘alla rovescia’, dalla conclusione del suo accorato ‘bis’ su Gabriele, come lo chiama affettuosamente avendone confidenza. «Il mio post era partito da una riflessione non tanto su quello che Gabriele aveva fatto o detto, quanto sulla rappresentazione mediatica che era stata data dalla sua vicenda: quella cioè che ne aveva fatto un eroe oppure un mostro. In pochi se ne sono ricordati e questo mi fa tristezza. È l’ennesima conferma che su Facebook i ragionamenti un po’ più complessi del solito BIANCO/NERO hanno poco spazio. E non conta quello che dici ma quello che gli altri vogliono farti dire».
Anche Remocontro si era trovato a replicare a molto osservazioni che ci erano apparse fuorvianti. Chiarimento utile che fa il paio con quanto ha detto sopra Amedeo. «Una sola considerazione ancora da parte mia. Migliaia di giornalisti seri e valorosi scrivono con coraggio e senza remore da Paesi governati da despoti e dittatori senza farsi arrestate o farsi ammazzare. Nomi indiscussi nella storia del giornalismo e non nelle leggende. Ciò va detto a difesa dei colleghi ancora operativi in zone decisamente pericolose del mondo che bene ci informano senza diventare loro la notizia, che è l’errore assoluto del mestiere. Che la Turchia sia uno stato autoritario con derive dispotiche è noto e fuori discussione. Che il fermo di due settimane di Gabriele De Grande sia un intervento di polizia consentito da leggi emergenziali assurde, altrettanto scontato. Che la Farnesina dovesse intervenire, faceva solo parte dei suoi doveri e lo ha fatto bene. Che il ministro Alfano abbia scelto di sbandierare il rilascio di Gabriele Del Grande come un successo personale è solo meschinità sua».
Ancora Amedeo Ricucci, puntiglioso.
1. […] Sono finiti i tempi della “casta” giornalistica che decideva quali fossero le notizie, quali le modalità per confezionarle e diffonderle, quale la gerarchia da imporre all’opinione pubblica. Proprio per questo, da cittadino prima che da giornalista, mi sento in diritto di criticare il lavoro dei colleghi – quando, secondo me beninteso, violano le regole della professione (perché questo nuoce a noi tutti) – oppure perché informano male e in maniera non corretta (e questo nuoce all’opinione pubblica) [...].
2. [...] Quel post [su Gabriele] l’ho scritto, non a caso, dopo la sua liberazione, per la quale anch’io mi sono mobilitato, come chiunque può verificare, perché ritenevo che innanzitutto bisognasse riportare Gabriele a casa. Poi, solo poi, ho voluto chiare “due o tre cose” che mi sembravano importanti. Ed ho voluto metterci la faccia perché conosco Gabriele e lo stimo, il che (speravo) mi avrebbe messo al riparo dalle accuse scontate di avere un pregiudizio nei suoi confronti [...].
E qui Amedeo si offende per alcune delle accuse che gli sono state rivolte. Quella di aver tradito una amicizia, ad esempio, o addirittura di ‘attacco vile’. Eppure il rispetto nei confronti di Gabriele permeava tutto il suo post. «Hanno un’idea diversa dell’amicizia: pensano cioè che debba essere cieca, stupidamente cieca, da esibire cioè anche a dispetto dell’evidenza e rinunciando all’esercizio dell’intelligenza critica, in nome di chissà quale militanza. Io invece penso che le critiche servano, sempre, e se vengono fatte in buona fede, senza pregiudizi di sorta, aiutano a far meglio questo lavoro [...]»
Sul giornalismo variamente inteso e poco praticato. La trasgressione delle regole per scoprire pezzi di verità. «Mi limito ad invitare questi signori a leggersi un po’ più in dettaglio la storia del Watergate, una delle pagine più nobili del giornalismo (non solo americano), magari per scoprire quanta fatica ebbero a fare Bernstein & Woodward – i due autori di quello scoop che portò alle dimissioni di Nixon – pur di portare avanti la loro inchiesta nel rispetto delle regole imposte dalle leggi vigenti». La differenza tra un po’ di polemichetta politica che dura un giorno e costringere alle dimissioni un presidente.
3. Accredito stampa e dintorni. «I più avveduti fra i miei critici mi hanno spiegato che avere o meno l’accredito stampa in Turchia fa poca differenza. Ma non è vero: come dimostra il caso del giornalista inglese fermato negli stessi giorni di Gabriele – è stato rilasciato dopo qualche ora – e come posso testimoniare anch’io, fermato a Killis meno di un anno fa, con tanto di accredito: mi hanno bloccato per tre ore, ho dovuto cambiare il mio programma di lavoro ma quel pezzo di carta mi ha comunque salvaguardato. Certo, dopo il tentato golpe dell’estate scorsa la libertà di stampa in Turchia è molto più a rischio. Ma proprio per questo mi chiedo: non era forse il caso di non rischiare troppo e di volare più bassi, soprattutto in considerazione del lavoro assai delicato che Gabriele stava portando avanti (un’inchiesta su ISIS)?»
Infine una accusa che in parte ha colpito anche Remocontro. L’aver dato la stura alla ‘macchina del fango che si è messa in moto contro Gabriele’. Macchina del fango o montatura sul caso Gabriele? Ricucci, che è buono, si limita ad assumersi la responsabilità delle sue opinioni, «Io non mi nascondo dietro una foglia di fico e non ho paura delle mie idee quando sono scomode e fuori dal coro». Lo aveva fatto ai tempi delle due irresponsabili ragazze sequestrate in Siria. «Così come dissi che Greta & Vanessa, due mie amiche, avevano sbagliato ad andare in Siria – e lo dissi anche quella volta ben dopo la liberazione – allo stesso modo non mi sento vincolato da una stupida omertà sulla vicenda di Gabriele».
Remocontro, che è il cattivo, non solo è stato molto più severo allora, nel giudizio nei confronti di Greta e Vanessa, ma sul caso Gabriele Del Grande cambia bersaglio. A porre al centro dell’attenzione e di tante critiche il giovane Gabriele Del Grande è stata sopratutto la irresponsabile gestione stampa dal ministro degli esteri Alfano e del suo apparato di pubbliche relazioni platealmente elettorali a spese della Farnesina. Col giovane protagonista trascinato ad assumersi ruoli forzati e non propri. E con ciò, salvo una spazio che volesse chiedere lo stesso Gabriele Del Grande (o il ministro Alfano), per Remocontro il caso è chiuso. Ora libero web in libero stato, e non lapidateci.
Fonte
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Adesso che la vicenda di Gabriele Del Grande è finita bene, assorbiti gli applausi troppo facili della prima ora, e i giramenti di scatole educatamente nascosti per la montatura mediatica che abbiamo visto in scena, al terzo giorno un piccolo tentativo di ragionamento.
Qualche osservazione dovuta al giovanotto Del Grande sulle regole elementari del mestiere che vorrebbe praticare, visto che con i turchi si è dichiarato giornalista. All’improvvido ministro Alfano la colpa dell’infelice sceneggiata messa in piedi all’aeroporto di Bologna.
Datato reporter, frequentatore abituale di zone di guerra, allergico agli improvvisatori con la mancia sul loro eroismo. Può valere come autobiografia dello scrivente, può valere per l’amico e collega Amedeo Ricucci, inviato speciale del Tg1 che ho beccato a Beirut dove sta seguendo qualche pista mediorientale. Oggi, sul sito fecebook di Amedeo, una rilettura eccellente su quanto accaduto a Gabriele Del Grande in Turchia. «Ad avventura finita – scrive Amedeo – vorrei provare a levarmi qualche sassolino dalla scarpa e offrirlo a tutti come spunto per la riflessione».
Troppo gentile il collega, ma è per questo che ho scelto di cedergli la parola, nel timore di un mio eccesso di severità. Che lascerò alla fine, tutta riservata al ministro.
Amedeo Ricucci
«1) Come sempre in Italia, ha prevalso una rappresentazione deformata di quanto stava realmente succedendo, sia sui media che sui social network. Da un lato c’era chi vedeva in Gabriele un EROE che si stava immolando sull’altare della libertà di stampa e dall’altra chi lo additava come un MOSTRO, capace delle peggiori nefandezze.Amedeo Ricucci, dovrete riconoscerlo tutti, è stato decisamente buono, e conclude concedendo il beneficio del dubbio sui presunti finanziamenti al giovanotto italiano da parte della Open Society Foundation di Georges Soros, rimproverandogli, alla fine soltanto «che poteva e doveva essere più accorto (e magari evitare qualche parola di troppo, al suo ritorno, sulla libertà di stampa che sarebbe stata violata)».
Non c’è bisogno al proposito di scomodare Bertold Brecht per ricordarci che così proprio non va: un Paese infatti che ha bisogno di eroi – o di mostri, è lo stesso – non è un Paese messo bene.
2) E allora cominciamo col dire che Gabriele Del Grande – di cui mi ritengo un amico e che stimo – recandosi nelle zone di confine fra Turchia e Siria ha fatto una stupidaggine colossale.
Perché chiunque va da quelle parti per un lavoro giornalistico non può non sapere che serve un "accredito stampa" senza il quale lavorare è assai arduo, soprattutto a partire dall’ultimo anno.
Perché Gabriele non l’ha chiesto? Non mi risulta che ne abbia parlato in conferenza stampa e però, se si decide di contravvenire alle regole, bisogna accettarne le conseguenze senza fare i martiri.
Per anni, quando si entrava in Siria illegalmente dal confine turco, noi giornalisti abbiamo rischiato di farci espellere dal Paese – oltre a pagare una multa salatissima, di 3000 o 5000 dollari, se non ricordo male.
Ebbene, nessuno di quelli che si sono fatti beccare – e sono colleghi validissimi, solo sfortunati – si è mai sognato di protestare e di ergersi a paladino dei diritti umani.
3) A chi mi ribatte che Gabriele non poteva chiedere l’accredito stampa, non essendo iscritto all’Ordine dei Giornalisti, rispondo che occorreva comunque “metterci una pezza”, in un qualche modo, magari chiedendo l’accredito attraverso un qualsiasi sito on line. Perché il lavoro che lui andava a fare in quella zona di confine – un lavoro sull’ISIS – avrebbe di sicuro scatenato l’attenzione dei servizi segreti turchi.
Faccio un esempio per chiarire meglio: se un giornalista vuole andare a Gaza deve e non può non sapere che serve l’accredito stampa israeliano, che si ottiene (fra l’altro) esibendo una lettera di assignement di una testata.
E’ così, punto e basta. E chi vuole andarci si arrampica sugli specchi e si inventa qualsiasi cosa pur di avere le carte in regola. Nessuno si lamenta.
4) Com’è ovvio, visti i tempi, la Turchia non poteva non approfittare di un’occasione così ghiotta. Il fermo di Gabriele si è protratto perciò fino ai limiti del consentito – 14 giorni, come previsto dalla legislazione d’emergenza, se non erro – e bene hanno fatto sia le autorità italiane sia la società civile a mobilitarsi per vigilare sulla situazione.
Ma per favore, non confondiamo fischi per fiaschi: la stretta alle libertà civili in Turchia, così come il fatto che ci siano 150 giornalisti nelle galere turche, hanno poco a che vedere con il fermo di Gabriele, che è del tutto legittimo, ripeto – nei tempi e nelle modalità. E se si vuole protestare contro il regime di Erdogan, per come maltratta i diritti umani, che non si scelga per favore questo caso, perché con la questione ha una parentela molto, molto alla lontana».
Troppo buono Amedeo Ricucci, ma lui è persona buona.
Io che sono cattivo, tutta la mia cattiveria la riservo alla vergognosa sceneggiata di un ministro degli esteri che va ad esibirsi di fronte alle telecamere vantando meriti inesistenti. Il rilascio dell’avventuroso italiano è avvenuto nei termini fissati dalle severe leggi turche del dopo golpe, e non per merito di una qualsiasi azione diplomatica o di servizi segreti o di trattativa occulta e rischiosa, comunque dovuta per qualsiasi cittadino italiano e senza strombazzamenti.
A perderci, in questo caso, è stata soltanto la dignità del ruolo di ministro degli esteri di questo nostro piccolo ma dignitoso Paese.
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Gabriele, il giornalismo e l’improvvido Alfano
La scelta di aprire un confronto su un tema di attualità su cui, alcuni di noi, giornalisti di antico mestiere, avevamo maturato dubbi. Ne ha scritto Remocontro rilanciando anche quanto espresso su Facebook da Amedeo Ricucci, inviato di punta del Tg1, e si è scatenato il mondo del web. Molti a condividere, molti a dissentire, molti ad attribuirci cosa mai dette. Al punto da spingere Ricucci, poco fa, a rilanciare: «DUE O TRE COSE SU GABRIELE (II Parte e fine, spero)». Essendo stati parte in causa nel confronto, anche Remocontro fa il bis, non per avere ragione parlando per ultimi, ma per chiarire quelli che a noi sono apparsi gli equivoci più grossi. Contro la malafede e posizioni preconcette, ovviamente c’è solo la resa.
Partiamo ancora una volta da Amedeo Ricucci, ma ‘alla rovescia’, dalla conclusione del suo accorato ‘bis’ su Gabriele, come lo chiama affettuosamente avendone confidenza. «Il mio post era partito da una riflessione non tanto su quello che Gabriele aveva fatto o detto, quanto sulla rappresentazione mediatica che era stata data dalla sua vicenda: quella cioè che ne aveva fatto un eroe oppure un mostro. In pochi se ne sono ricordati e questo mi fa tristezza. È l’ennesima conferma che su Facebook i ragionamenti un po’ più complessi del solito BIANCO/NERO hanno poco spazio. E non conta quello che dici ma quello che gli altri vogliono farti dire».
Anche Remocontro si era trovato a replicare a molto osservazioni che ci erano apparse fuorvianti. Chiarimento utile che fa il paio con quanto ha detto sopra Amedeo. «Una sola considerazione ancora da parte mia. Migliaia di giornalisti seri e valorosi scrivono con coraggio e senza remore da Paesi governati da despoti e dittatori senza farsi arrestate o farsi ammazzare. Nomi indiscussi nella storia del giornalismo e non nelle leggende. Ciò va detto a difesa dei colleghi ancora operativi in zone decisamente pericolose del mondo che bene ci informano senza diventare loro la notizia, che è l’errore assoluto del mestiere. Che la Turchia sia uno stato autoritario con derive dispotiche è noto e fuori discussione. Che il fermo di due settimane di Gabriele De Grande sia un intervento di polizia consentito da leggi emergenziali assurde, altrettanto scontato. Che la Farnesina dovesse intervenire, faceva solo parte dei suoi doveri e lo ha fatto bene. Che il ministro Alfano abbia scelto di sbandierare il rilascio di Gabriele Del Grande come un successo personale è solo meschinità sua».
Ancora Amedeo Ricucci, puntiglioso.
1. […] Sono finiti i tempi della “casta” giornalistica che decideva quali fossero le notizie, quali le modalità per confezionarle e diffonderle, quale la gerarchia da imporre all’opinione pubblica. Proprio per questo, da cittadino prima che da giornalista, mi sento in diritto di criticare il lavoro dei colleghi – quando, secondo me beninteso, violano le regole della professione (perché questo nuoce a noi tutti) – oppure perché informano male e in maniera non corretta (e questo nuoce all’opinione pubblica) [...].
2. [...] Quel post [su Gabriele] l’ho scritto, non a caso, dopo la sua liberazione, per la quale anch’io mi sono mobilitato, come chiunque può verificare, perché ritenevo che innanzitutto bisognasse riportare Gabriele a casa. Poi, solo poi, ho voluto chiare “due o tre cose” che mi sembravano importanti. Ed ho voluto metterci la faccia perché conosco Gabriele e lo stimo, il che (speravo) mi avrebbe messo al riparo dalle accuse scontate di avere un pregiudizio nei suoi confronti [...].
E qui Amedeo si offende per alcune delle accuse che gli sono state rivolte. Quella di aver tradito una amicizia, ad esempio, o addirittura di ‘attacco vile’. Eppure il rispetto nei confronti di Gabriele permeava tutto il suo post. «Hanno un’idea diversa dell’amicizia: pensano cioè che debba essere cieca, stupidamente cieca, da esibire cioè anche a dispetto dell’evidenza e rinunciando all’esercizio dell’intelligenza critica, in nome di chissà quale militanza. Io invece penso che le critiche servano, sempre, e se vengono fatte in buona fede, senza pregiudizi di sorta, aiutano a far meglio questo lavoro [...]»
Sul giornalismo variamente inteso e poco praticato. La trasgressione delle regole per scoprire pezzi di verità. «Mi limito ad invitare questi signori a leggersi un po’ più in dettaglio la storia del Watergate, una delle pagine più nobili del giornalismo (non solo americano), magari per scoprire quanta fatica ebbero a fare Bernstein & Woodward – i due autori di quello scoop che portò alle dimissioni di Nixon – pur di portare avanti la loro inchiesta nel rispetto delle regole imposte dalle leggi vigenti». La differenza tra un po’ di polemichetta politica che dura un giorno e costringere alle dimissioni un presidente.
3. Accredito stampa e dintorni. «I più avveduti fra i miei critici mi hanno spiegato che avere o meno l’accredito stampa in Turchia fa poca differenza. Ma non è vero: come dimostra il caso del giornalista inglese fermato negli stessi giorni di Gabriele – è stato rilasciato dopo qualche ora – e come posso testimoniare anch’io, fermato a Killis meno di un anno fa, con tanto di accredito: mi hanno bloccato per tre ore, ho dovuto cambiare il mio programma di lavoro ma quel pezzo di carta mi ha comunque salvaguardato. Certo, dopo il tentato golpe dell’estate scorsa la libertà di stampa in Turchia è molto più a rischio. Ma proprio per questo mi chiedo: non era forse il caso di non rischiare troppo e di volare più bassi, soprattutto in considerazione del lavoro assai delicato che Gabriele stava portando avanti (un’inchiesta su ISIS)?»
Infine una accusa che in parte ha colpito anche Remocontro. L’aver dato la stura alla ‘macchina del fango che si è messa in moto contro Gabriele’. Macchina del fango o montatura sul caso Gabriele? Ricucci, che è buono, si limita ad assumersi la responsabilità delle sue opinioni, «Io non mi nascondo dietro una foglia di fico e non ho paura delle mie idee quando sono scomode e fuori dal coro». Lo aveva fatto ai tempi delle due irresponsabili ragazze sequestrate in Siria. «Così come dissi che Greta & Vanessa, due mie amiche, avevano sbagliato ad andare in Siria – e lo dissi anche quella volta ben dopo la liberazione – allo stesso modo non mi sento vincolato da una stupida omertà sulla vicenda di Gabriele».
Remocontro, che è il cattivo, non solo è stato molto più severo allora, nel giudizio nei confronti di Greta e Vanessa, ma sul caso Gabriele Del Grande cambia bersaglio. A porre al centro dell’attenzione e di tante critiche il giovane Gabriele Del Grande è stata sopratutto la irresponsabile gestione stampa dal ministro degli esteri Alfano e del suo apparato di pubbliche relazioni platealmente elettorali a spese della Farnesina. Col giovane protagonista trascinato ad assumersi ruoli forzati e non propri. E con ciò, salvo una spazio che volesse chiedere lo stesso Gabriele Del Grande (o il ministro Alfano), per Remocontro il caso è chiuso. Ora libero web in libero stato, e non lapidateci.
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18/04/2014
Russia e Occidente sulla crisi in Ucraina. Chi racconta più palle
Il prestigio delle posizioni ricoperte è garanzia di autorevolezza e di valutazioni alte. L’obiettività è però un atto di fede. Abbiamo deciso di mettere a confronto le analisi raccolte su Limes di Gian Luca Bertinetto, già ambasciatore d’Italia a Minsk e a Kiev e del prestigioso diplomatico russo di Sergej Kuznecov. Ognuno possiede la sua verità e la percorre in buona fede - speriamo - ma senza le certezze che verranno forse nel futuro quando gli eventi diventeranno storia e saranno scritti, pur se dal vincitore. Per ora la confusione sulle vicenda ucraina è massima, ridicolizzata da propaganda becera che vuole taroccare scherani in leader e naziskin in patrioti, per giunta europeisti convinti.
L’Ambasciatore propone di depurare gli aspetti della crisi ucraina “dalle distorsioni della propaganda e dalla cortina fumogena delle dichiarazioni politico-diplomatiche e controllandoli per quanto oggi possibile”. Ottimo. Ma subito inciampiamo nella “Rivolta di Euromaidan”. Ambasciatore, una parte del popolo di Kiev voleva l’Ue, un’altra parte non la vuole tutt’ora, ma la parte militante che ha vinto lo scontro armato sulla piazza era tutto meno che europeista. Chiamarla semplicemente “Antirussa” potrebbe risultare più onesto. L’ambasciatore dopo ci ricorda l’aspirazione di molti a trasformare l’Ucraina da paese post-sovietico in mano a oligarchi avidi e corrotti a moderno paese democratico.
Sulla Majdan di Kiev la lettura di Sergej Kuznecov è decisamente alternativa. «Su quella piazza il carattere pacifico è stato soprattutto delle forze dell’ordine, costrette a confrontarsi - armate soltanto di scudi, manganelli di gomma e granate stordenti - con l’organizzazione estremista Pravyj Sektor che ha iniziato a utilizzare cecchini. Tra le vittime degli scontri si contano soprattutto agenti feriti e ustionati dalle molotov dei miliziani. In nessun paese europeo, tanto meno negli Stati Uniti, queste azioni sarebbero state qualificate come “pacifiche”. Un doppio standard. Il risultato di quanto accaduto a Majdan, dopo le dimostrazioni avviate dai partiti moderati, beneficiano ora i neonazisti».
Controcanto di Gian Luca Bertinetto che narra un altro film. «L’opposizione si è radicalizzata reagendo alla repressione poliziesca, ai metodi ripugnanti impiegati dai servizi ucraini e alle leggi liberticide del 16 gennaio. Le accuse di fascismo, estremismo, nazionalismo intollerante, razzismo e antisemitismo rivolte indiscriminatamente ai manifestanti e alle organizzazioni che li hanno difesi sono in massima parte uno strumento propagandistico delle fonti filo-russe e in massima parte facilmente confutabili. Un aspetto di forte rilevanza per gli sviluppi della crisi è stato il crescente timore che le ripetute minacce di legge marziale preludessero a una sanguinosa, totale repressione».
Sapore di tifo più che di accademia, ma procediamo verso Mosca, letta dall’Ambasciatore. «La Russia è impegnata nello sforzo di recuperare il suo status di grande potenza. Ottenere successi in questo campo è importante per Putin anche per assicurare il suo potere interno di fronte a crescenti difficoltà economiche e ai problemi interni della Federazione, in cui i cittadini di etnia russa sono circa la metà. Annettere la Crimea forse non è il suo obiettivo strategico: la Russia ha la già piena disponibilità della base di Sebastopoli e dal punto di vista economico la penisola ha un valore quasi esclusivamente turistico. Salvo che la Crimea è carica di valori simbolici per il nazionalismo russo»
Sergej Kuznecov. «Tra le ex repubbliche sovietiche, l’Ucraina occupa per la Russia una posizione del tutto particolare. Kiev è anche conosciuta come “la madre delle città russe”: da essa ha avuto inizio la costruzione dello Stato russo. Metà della popolazione ucraina è russofona, e molti su entrambi i lati del confine reputano quello russo e quello ucraino un unico popolo, oggi diviso per equivoco da una frontiera. Sensazioni simili, sembra, a quelle provate dai tedeschi della Germania Est e Ovest dal dopoguerra fino alla riunificazione. La Russia è stata tra i primi paesi a riconoscere l’indipendenza dell’Ucraina. Le tensioni nascono dal tentativo palese di portare l’Ucraina alla Nato».
Gian Luca Bertinetto. «Malgrado le accuse di Mosca e le stravaganze di certi falchi americani, mossi essenzialmente dalla loro polemica contro il presidente Obama, Europa e Stati Uniti non hanno ambizioni di alcun genere sull’Ucraina, nè intendono usarla per indebolire o minacciare la Russia. Cercano piuttosto di arginare una crisi che è stata causata dalle ambizioni egemoniche russe, salvaguardando alcuni principi fondamentali: il divieto della minaccia e dell’uso della forza, il rispetto dei trattati internazionali, la salvaguardia dell’indipendenza e il diritto di ogni paese a scegliere liberamente la propria strada». La Nato quasi ambasciatrice di pace in Europa e nel mondo. Un punto di vista.
Il che fare da parte Ue? «L’Unione Europea deve quindi ribadire come i propri trattati fondativi riconoscano solennemente a paesi europei e democratici, capaci di adempiere alle condizioni pre-fissate, il diritto di chiedere di entrare a far parte dell’Unione stessa. Anche se il percorso dovesse rivelarsi lento e difficoltoso, come sarà il caso per l’Ucraina. L’Occidente deve inoltre rassicurare il Cremlino, chiarendo di non esser mosso da intenti ostili alla Russia. Ribadendo con fermezza che la Nato è una alleanza esclusivamente difensiva cui non intenderà ammettere l’Ucraina, a patto che da parte russa vi sia il pieno rispetto della sua indipendenza e integrità territoriale». La Nato applaude.
Per l’analista russo la Nato è solo il braccio armato di Washington. «L’obiettivo Usa è di fiaccare Bruxelles, alleato MA serio concorrente in campo politico, economico e finanziario, Washington ha inanellato una serie di iniziative. Tra queste: dislocare in Europa nuovi componenti per lo scudo di difesa missilistica, spingere l’Ue verso un costante allargamento a paesi economicamente depressi, amplificare i contrasti tra i membri europei e la Russia prima in campo politico e ora in campo economico. Buoni rapporti tra Ue e Russia in base alle rispettive risorse naturali e tecnologiche è percepita dagli Stati Uniti come una minaccia al proprio status di unico leader globale».
Ancora Kuznekov per parità di spazi. «Si avvicinano elezioni dalle quali si prevede nell’Unione Europea il rafforzamento delle forze e delle tendenze conservatrici. I loro leader sono meno influenzati dalle scelte americane e più disposti a prendere decisioni di interesse nazionale senza dogmi ideologici da guerra fredda. Un atteggiamento che manterranno durante la campagna elettorale. L’incertezza “variabile” dipenderà da quanto coerentemente i leader conservatori vorranno o potranno di fronte alla pressione statunitense mantenere la linea dopo le elezioni. È un’incertezza non di poco conto».
Infine, tra i tanti argomenti trattati, la questione Russia Ucraina dopo la secessione Crimea.
«Il nuovo governo ucraino mostra sempre più la sua dipendenza dai neonazisti. Cosa che diventa evidente per la popolazione, per le forze di opposizione moderate e per la comunità internazionale. L’economia del paese si trova in una situazione di pre-default (se non di default) dalla quale può uscire soltanto attraverso un rapido ripristino dei legami economici con la Russia e con gli altri paesi dell’Unione doganale. Per un certo periodo di tempo, i bisogni di bilancio più urgenti potranno essere soddisfatti attraverso prestiti e aiuti finanziari da parte di paesi occidentali. Ma aiuti del genere non servono al paese, perché diretti non a rifondarne l’economia ma a sostenerne il regime».
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17/04/2014
Sarajevo e la Bosnia il vescovo Pero Sudar e Papa Wojtyla piange
La notizia è di quelle che noi, vecchi cronisti, chiamiamo “da collezione”. Notizie per appassionati di interessi solitamente minoritari. Per me una delle parole magiche nella memoria è “Balcani” con tutti i suoi derivati geopolitici. Bosnia, ad esempio. Oppure Sarajevo. Oppure Pero Sudar. Prima vediamo cosa c’entra il vescovo ausiliare di Sarajevo nelle mie senescenze di guerra. «A quasi vent’anni dalla fine del conflitto, in Bosnia Erzegovina non è ancora arrivata una pace “giusta”. Il Paese soffre divisione ed emarginazione, mentre la sua popolazione continua ad andare all’estero, soprattutto i giovani». Sempre stato un po’ sanguigno il prelato. Nel frattempo il vescovo cattolico di Bosnia continua: «La guerra è terminata con una pace invivibile, perché imposta per soddisfare interessi che non hanno niente a che vedere con quelli degli abitanti della Bosnia Erzegovina».
Pero Sudar è un uomo che non ama le misure di mezzo. Molto prete, ed è la sua forza, e molto croato, ed è il suo punto debole. Poi vedrete il perché. Gioco volutamente alla suspence del giallo. Intanto continua: «L’accordo di Dayton, firmato alla fine del 1995 dopo oltre tre anni di conflitto, ha dato vita a uno Stato “artificiale”, nel quale alle vecchie ingiustizie e diffidenze se ne sono aggiunte di nuove, con la conseguenza che, vent’anni dopo la guerra, la Bosnia Erzegovina risulta essere una società moribonda, dalla quale chi può fugge». E l’Europa? Pone la domanda il sito www.ancoraonline.it/tag/pero-sudar/ che sto saccheggiando. «Per ora resta solo a guardare» conclude il vescovo intervenuto a Gorizia al convegno nazionale della Fisc, la Federazione italiana settimanali cattolici, dedicato proprio a “Europa e confini”. L’uomo giusto al posto giusto.
Monsignor Sudar ha oggi 53 anni ed era stato nominato vescovo ausiliare di Sarajevo nel 1993, in pieno assedio. Ci siamo conosciuti nel 1995 quando di anni lui ne aveva solo 44 ed io qualcuno in più. Tra i due forse il più saggio non era definito dalla tonaca, ma deciderete voi. Ora vedo che il vescovo condivide come allora certi nostri pessimismi. «Sarajevo avvelenata dalle ingiustizie inflitte e patite», «Il peso che ci schiaccia sono le profonde ferite della guerra, che a causa di una pace ingiusta non trovano modo di guarire». «Gli accordi di pace imposti dagli Usa a Dayton rendono il nostro Paese ingovernabile», «La situazione sociopolitica è oggi ancora peggiore che nell’immediato dopoguerra». Le avessi dette io quelle cose sarei passato per il solito ‘comunista’ antiUsa. Lei Monsignore… Bella l’immagine della Bosnia “cuore malconcio dei Balcani”. Reggerà?
Ho conosciuto Pero Sudar nel settembre 1995 a Sarajevo, tra bombe e cecchini. Abbiamo dovuto lavorare assieme per una delle solite sfide lanciate da papa Wojtyla: la diretta televisiva sul Tg1 con Sarajevo è il momento centrale del meeting degli oltre trecentomila pellegrini giunti a Loreto da ogni angolo d’ Europa per partecipare col pontefice al 7° centenario del santuario della Santa Casa. L’anticipo delle Giornate mondiali della gioventù. Cose da vaticanisti, ma a Sarajevo allora servivano esperienze diverse da quelle del contesto vaticano. Con Pero Sudar ci prendemmo le misure da subito: io lo chiamavo rispettosamente “Monsignore”, evitando l’Eccellenza che gli spettava, e lui evitava con me il catechismo. Dovevamo mettere in piedi una baracca da brividi. Portare in trasmissione ragazzi e ragazze a parlare e cantare per il Papa senza farsi ammazzare.
Facile, direte voi. Bastava andare alla Tv e alla sicurezza pensava il governo, oppure l’Onu. Col cavolo, avrei detto di fronte a Monsignore. Il governo Izetbeghovic aveva ben altro cui pensare (o voler pensare) e l’Onu garantiva soltanto il trasporto andata e ritorno sui blindati dei ragazzotti lungo il Viale dei Cecchini, sino alle cantine antibomba della Tv, da dove avremmo trasmesso e poi pernottato. Perché di notte a Sarajevo si muovevano soltanto i lupi. Va beh, voi direte, qualche disagio in guerra ci sta tutto. Chi lo dice non ha mai avuto a che fare col Vaticano. Neppure io, sino a quel momento. Resta il fatto che io avrei dovuto governare da Sarajevo dieci minuti di diretta con dall’altra parte il Pontefice in Mondovisione ad ascoltarci senza alcun filtro. Da brividi per me, per il Tg1, per non so chi in Vaticano e per Monsignore che doveva rendere conto al Papa e alla Bosnia.
Forse Pero Sudar l’avrà immaginato, ma quel suo breve intervento “rifilato” da Roma non è stato colpa mia: “problemi di tempi, Monsignore” disse Pinocchio. Pero Sudar, come avrete notato da quanto scritto sopra, è molto prete ma anche molto croato! Del resto il bastone del comando era mio: il telefono satellitare che mi collegava con Roma e il microfono in trasmissione. Due, tre testimoni oltre il Monsignore, tra cui un giovane ferito da un cecchino e il coro della cattedrale con ragazzi e ragazze con la loro bella camiciola bianca. Ecco il racconto fatto allora da Repubblica. “Non abbandonateci. Non lasciateci soli”. E’ notte fonda quando l’appello viene lanciato attraverso i sette grandi schermi sulla piana di Montorso, a Loreto, da un gruppo di giovani di Sarajevo ai quali il Papa, con il volto rigato di lacrime, risponde con un accorato “Vorrei essere in mezzo a voi!”».
Adesso la vera cronaca di quando facemmo piangere il Papa. Dieci minuti vaticani sono esatti come le parole di una preghiera. Andiamo in onda verso la mezzanotte dopo Belfast, Parigi, Santiago de Compostela, la Collina delle Croci in Lituania e Dresda. Sarajevo è il martirio in corso ed è il momento clou. Fifa blu da parte mia. Monsignore fa il prete e non il croato, i due testimoni sono concisi ed efficaci, la traduzione scorre, poi il coro: bravi, splendidi, e i 10 minuti di avvicinano. Io in mezzo come in una foto di gruppo per i saluti. Ma la regia da Roma non stacca. Cambio di inquadratura e compare il volto del Papa rigato di lacrime. E noi restiamo in onda. Due ragazze, due gemelle, una piange e l’altra sorride al Papa mentre cantano. La piazza di Loreto piange col Papa e applaude. Il più piccolo del coro mi si appoggia contro e nasconde il pianto nel mio maglione.
I 10 minuti di telecronaca più silenziosi della storia. Non è possibile parlare col groppo alla gola. Tanti saluti Monsignore, a Lei, al cardinale Pulic e alla tanto amata Sarajevo. Con una coincidenza di opinioni che Lei può smentire e sua convenienza pastorale: «La guerra è terminata con una pace invivibile, perché imposta per soddisfare interessi che non hanno niente a che vedere con quelli degli abitanti della Bosnia Erzegovina». «L’accordo di Dayton, firmato alla fine del 1995 dopo oltre tre anni di conflitto, ha dato vita a uno Stato “artificiale”, nel quale alle vecchie ingiustizie e diffidenze se ne sono aggiunte di nuove, con la conseguenza che, vent’anni dopo la guerra, la Bosnia Erzegovina risulta essere una società moribonda, dalla quale chi può fugge». Ultimo quesito: ha ancora qualche contatto con quei ragazzi con cui facemmo piangere il Papa? Me li saluti.
| Monsignor Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo |
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05/03/2014
Chi vuole la Russia arrabbiata veramente? E poi, «Fuck the Eu»
Smettiamola una buona volta di raccontarci frottole. Basta parlare di “Pro-European protesters” per i protagonisti degli scontri a Kiev. E’ stata una violenza organizzata attraverso neonazisti ucraini che amano e vogliono la Comunità Europea più o meno come amano e desiderano la vicina Russia. Sulle piazze di Kiev abbiamo visto i “Pravy Sektor”, neonazisti epigoni di quell’UPA, l’Esercito Insurrezionale Ucraino che, durante la guerra, sterminò in Volinia, assieme ai tedeschi, la comunità ebraica residente, per poi passare a una ferocissima pulizia etnica nei confronti di migliaia di polacchi.
Gli stessi nerboruti giovanotti che abbiamo visto esibire croci celtiche mentre usavano armi da fuoco o lanciavano bottiglie Molotov, oggi vorrebbero continuare quanto iniziato dai loro nonni: cacciare dalle province dell’ovest polacchi, slovacchi e ungheresi, per costruire la loro “Grande Ucraina”. Neonazisti che nutrono verso democrazia, pluralismo e liberalismo, che loro chiamano “liberalismo totalitario europeo”, lo stesso odio che hanno nutrito verso il totalitarismo sovietico. Altro che “pro-European”, scrive con lucidità un anonimo coraggioso analista sul sito LookOut.
S’è parlato di Jugoslavia per questa crisi. Io direi più Kosovo. Pensateci. Innalzare lo scontro per provocare un intervento russo. A catena si conta su un intervento internazionale a difesa. Già visto. In Kosovo, per contrastare la pesante e stupida repressione degli scherani di Milosevic contro la popolazione albanese, l’Occidente, trascinato dagli Stati Uniti, si è trovato ad intervenire in favore di un gruppo terroristico-criminale che era allora l’Uck: In politica accadono miracoli di questo tipo. I terroristi per gli Usa sino al 1998, diventano patrioti l’anno dopo. Idem i neonazisti ucraini.
Ovviamente in piazza non c’erano soltanto i “Pravy Sektor”. C’era anche il risentimento popolare anti despota e per le condizioni economiche che stanno mettendo l’Ucraina alla fame. Chiarito ciò - ad evitare sterili polemiche da tifoseria - che risposta potrà venire domani dall’Europa nei confronti di quel guazzabuglio di problemi e di razze e di antichi odi che è l’Ucraina? Perché gli elementi di scontro tra la parte occidentale del Paese, filoeuropea, contro quella orientale, filorussa, ci sono tutti e restano. Mentre preme la componente nazionalista neonazista, antieuropea quanto antirussa.
L’Europa intanto si rivela per ciò che è: una Comunità economico-monetaria e poco altro. Questa Europa mercantile, nella vicenda Ucraina, ha raggiunto il massimo di incapacità politica proprio verso quell’Est Europa postcomunista nei cui confronti non ne ha mai azzeccata una. Dalla Polonia a scendere, tutta la fascia dai Paesi ex satelliti sovietici aggregati all’Unione con lo sconto di buona parte delle regole e garanzie di varia natura imposte ad altri. Fu economicamente controproducente e da allora la comunità è paralizzata. L’ipotesi Ucraina sarebbe soltanto il gran finale prima del crac.
Ora tutti guardano alla Russia che tiene in allerta la 14° armata in Transnistria. Mosca è disponibile a molto compromessi - valutazione di RemoContro - purché qualche pazzo non voglia installazioni Nato da quelle parti minacciando la sua base navale strategica di Sebastopoli. E qui tornano gli Stati Uniti. Che non sono molto amici della Russia ma non lo sono neppure dell’Europa. «Fuck the Eu», “l’Unione europea si fotta“ aveva detto Victoria Nuland, una delle vice del capo della diplomazia Usa John Kerry, al telefono con l’ambasciatore americano a Kiev, Geoffrey Pyatt. Strano vero?
O forse no.
Ennio Remondino
Fonte
Gli stessi nerboruti giovanotti che abbiamo visto esibire croci celtiche mentre usavano armi da fuoco o lanciavano bottiglie Molotov, oggi vorrebbero continuare quanto iniziato dai loro nonni: cacciare dalle province dell’ovest polacchi, slovacchi e ungheresi, per costruire la loro “Grande Ucraina”. Neonazisti che nutrono verso democrazia, pluralismo e liberalismo, che loro chiamano “liberalismo totalitario europeo”, lo stesso odio che hanno nutrito verso il totalitarismo sovietico. Altro che “pro-European”, scrive con lucidità un anonimo coraggioso analista sul sito LookOut.
S’è parlato di Jugoslavia per questa crisi. Io direi più Kosovo. Pensateci. Innalzare lo scontro per provocare un intervento russo. A catena si conta su un intervento internazionale a difesa. Già visto. In Kosovo, per contrastare la pesante e stupida repressione degli scherani di Milosevic contro la popolazione albanese, l’Occidente, trascinato dagli Stati Uniti, si è trovato ad intervenire in favore di un gruppo terroristico-criminale che era allora l’Uck: In politica accadono miracoli di questo tipo. I terroristi per gli Usa sino al 1998, diventano patrioti l’anno dopo. Idem i neonazisti ucraini.
Ovviamente in piazza non c’erano soltanto i “Pravy Sektor”. C’era anche il risentimento popolare anti despota e per le condizioni economiche che stanno mettendo l’Ucraina alla fame. Chiarito ciò - ad evitare sterili polemiche da tifoseria - che risposta potrà venire domani dall’Europa nei confronti di quel guazzabuglio di problemi e di razze e di antichi odi che è l’Ucraina? Perché gli elementi di scontro tra la parte occidentale del Paese, filoeuropea, contro quella orientale, filorussa, ci sono tutti e restano. Mentre preme la componente nazionalista neonazista, antieuropea quanto antirussa.
L’Europa intanto si rivela per ciò che è: una Comunità economico-monetaria e poco altro. Questa Europa mercantile, nella vicenda Ucraina, ha raggiunto il massimo di incapacità politica proprio verso quell’Est Europa postcomunista nei cui confronti non ne ha mai azzeccata una. Dalla Polonia a scendere, tutta la fascia dai Paesi ex satelliti sovietici aggregati all’Unione con lo sconto di buona parte delle regole e garanzie di varia natura imposte ad altri. Fu economicamente controproducente e da allora la comunità è paralizzata. L’ipotesi Ucraina sarebbe soltanto il gran finale prima del crac.
Ora tutti guardano alla Russia che tiene in allerta la 14° armata in Transnistria. Mosca è disponibile a molto compromessi - valutazione di RemoContro - purché qualche pazzo non voglia installazioni Nato da quelle parti minacciando la sua base navale strategica di Sebastopoli. E qui tornano gli Stati Uniti. Che non sono molto amici della Russia ma non lo sono neppure dell’Europa. «Fuck the Eu», “l’Unione europea si fotta“ aveva detto Victoria Nuland, una delle vice del capo della diplomazia Usa John Kerry, al telefono con l’ambasciatore americano a Kiev, Geoffrey Pyatt. Strano vero?
O forse no.
Ennio Remondino
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