Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Jimmy Carter. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jimmy Carter. Mostra tutti i post

01/01/2025

[Contributo al dibattito] - 2024 seppellito senza lacrime, ma il 25 con Trump cosa minaccia?

di Ennio Remondino

Mica avrete creduto che l’elezione di Trump avrebbe portato davvero la fine della guerra in Ucraina in 24 ore? Trump non ferma le guerre e non porta la pace, soprattutto in Medio Oriente dove continuerà ad armare e a coprire il suo grande amico Netanyahu su qualunque altra nefandezza voglia compiere. E anche col suo amico Putin per l’Ucraina, la svolta non sarà facile, e con molti rischi, soprattutto per noi europei. Un disimpegno Usa dall’Ucraina mal gestito potrebbe diventare per il miliardario d’avventura la sua disordinata fuga dall’Afghanistan che aveva lasciato a Biden.

Prima delle minacce 2025, la memoria dei 100 anni buoni che ci hanno lasciato

Jimmy Carter, presidente Usa per un solo mandato, morto all’età di 100 anni, tra i capi di Stato Usa forse il più sottovalutato, ma con straordinari successi di una vita per il bene comune. Con l’aiuto dell’ambasciatore Giuseppe Cassini, dal manifesto, copiamo a man bassa una biografia di valori dimenticati dai più. Cassini lo colloca nell’Empireo degli statisti operatori di pace, semivuoto. «Vi si troverebbe, al massimo, con Gandhi, Nehru, Olaf Palme e Willy Brandt, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, Mandela, Luther King e Michail Gorbaciov». Senza litigare se uno di voi vuole escludere qualcuno o aggiungere pochi altri.

Un presidente senza più eredi

I suoi primati dimenticati: «Gli accordi di pace di Camp David tra Egitto e Israele; riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba; blocco degli esperimenti sulla Bomba N (al neutrone); firma del trattato Salt II con l’Urss per limitare le armi strategiche; restituzione a Panama della sovranità sul Canale; storica visita a Washington di Deng Xiaoping; riforma dell’immigrazione con regole più umanitarie; nomina di afro-americani negli alti ranghi della giustizia federale, in un sistema piagato dal razzismo; raddoppio dei parchi nazionali; finanziamenti alla ricerca sull’energia solare (primo presidente a parlare di cambi climatici e a montare pannelli solari alla Casa Bianca). Ovviamente ognuno di questi provvedimenti gli procurò acerrime inimicizie».

1979 dopo Camp David, discorso profetico

«Aleggiano attorno a noi i sintomi di una crisi dello spirito americano, disse. Troppi di noi venerano il consumismo. Ci identifichiamo con ciò che possediamo e non con ciò che facciamo; ma accumulare beni materiali non può riempire il vuoto di una vita priva di scopo». Infine l’affondo: «Credevamo che la nostra fosse una nazione del voto, non delle pallottole (ballot, not bullet), finché non furono uccisi i fratelli Kennedy e Luther King. Ci avevano insegnato che i nostri eserciti erano invincibili e le nostre cause giuste, finché non subimmo l’agonia del Vietnam. La Presidenza era rispettata come una carica onorevole, finché non subimmo il trauma del Watergate».

Di lui si citano spesso gli accordi di Camp David, ma si dimenticano i suoi sforzi per frenare l’insediamento di coloni ebrei in Cisgiordania. Il 13 giugno 1980 un Consiglio Europeo riunito a Venezia approvò la Dichiarazione per il riconoscimento di uno Stato palestinese».

Trappola Iran e «October suprise»

Il fallito tentativo di liberare gli ostaggi americani segregati nella loro ambasciata a Teheran segnerà la fine del suo mandato. «Ci si dimentica, però, che gli studenti iraniani assalirono l’ambasciata solo quando seppero che i ‘falchi’ di Washington avevano deciso di ospitare lo Scià malato contro il parere personale di Carter, convinto che accogliere lo Scià in quel clima incandescente avrebbe infiammato le folle in Iran. E così fu. Peggio: si scoprì in seguito che – mentre gli algerini mediavano per il rilascio degli ostaggi – il capo della campagna di Reagan, Bill Casey, si incontrava in segreto a Madrid con emissari di Khomeini per spingerli a tirare in lungo la crisi fin dopo le elezioni Usa a novembre». Se ne occupò allora anche il Tg1, con l’inchiesta «Cia-P2», che cambiò la vita professionale all’autore e di alcuni vertici dell’allora gloriosa testata.

Con Reagan l’era del ‘turbo capitalismo’

Nel 1981 si apriva con Reagan l’era del ‘turbo-capitalismo’, all’insegna di altro mantra, rinnovato ora da Trump: «Il governo non è la soluzione, il governo è il problema». Carter nel 2003 si battè contro l’aggressione all’Iraq. Dietro i principi di guerra giusta. «Per esser tale, una guerra deve osservare criteri ben definiti. Primo, va iniziata solo come extrema ratio. Secondo, le armi devono distinguere i combattenti dai civili. Terzo, la violenza va proporzionata alle offese subite. Quarto, l’attacco va legittimato dal Consiglio di Sicurezza. Ora la nostra statura nel mondo è compromessa e non potrà che declinare ancora, se agiremo in contrasto con l’Onu». È esattamente ciò che si sta verificando costantemente oggi da personaggi molto vicino alle amministrazioni Usa sia repubblicane sia Dem. O alla Russia di Putin se preferite altri protagonisti analogamente colpevoli.

2024, chi governa perde e l’Europa si sposta a destra

Il 31 dicembre 1999, a Mosca, Boris Eltsin annuncia la consegna del potere a Vladimir Putin, ci ricorda Francesco Strazzari. A 25 anni esatti di distanza, il grande anno elettorale 2024 delle democrazie, s’è chiuso con la sconfitta di tutte le forze politiche presentatesi al governo, Usa inclusi. E la guerra che la Russia di Putin ha scatenato in Ucraina 1.043 giorni fa, «lascia la propria impronta negli scenari più disparati, dal Baltico alla Corea del Nord, dall’Azerbaigian alla Siria. Nel frattempo a Parigi come a Berlino è difficile decifrare il segno e il contorno della maggioranza politica che governa. Fra Bruxelles e Strasburgo, la Commissione e il Parlamento europei si trovano il baricentro politico spostato a destra». Con Elon Musk – consigliere di Trump e amico di Meloni – che un giorno evoca la guerra civile nel Regno Unito e quello dopo appoggia l’estrema destra dell’AfD in Germania.

‘Burden sharing’, condivisione degli oneri con gli alleati

Scommessa sulla prima mossa di Trump sull’Ucraina e in Europa? Lui passerà direttamente al disimpegno degli oneri (burden shifing), scaricando tutto il peso di una guerra non ancora risolta e di una ricostruzione da brivido che dovrà venire, sulle spalle e sulle tasche dell’Europa servile complice. E ancora da Stazzari. «Un disimpegno mal ponderato dall’Ucraina rischia di diventare per Trump quello che il caotico disimpegno americano dall’Afghanistan è stato per Biden. Per quanto prema sugli europei (pattugliamento del fronte ucraino), o sui paesi del Golfo, ritirarsi dalla Siria o dall’Ucraina è oggi tutt’altro che semplice: sono in gioco equilibri globali e i teatri di guerra sono tra loro connessi.

Antagonismo militarista e nazionalismo sono sintomi di patologie strutturali più profonde: le stesse cavalcate da chi predica, a ogni latitudine, la democrazia come raggiungimento di grandi risultati per i quali è necessario spaccare ogni regola e ogni diritto».

Fonte

31/12/2024

L'eredità di Jimmy Carter

Il 29 dicembre l'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter è morto all'età di 100 anni, quasi 44 anni dopo aver terminato il suo mandato nel gennaio 1981.

Dopo essersi laureato all'Accademia navale degli Stati Uniti nel 1946, Carter fu in servizio attivo nella Marina dal 1946 al 1953, prima di prestare servizio nelle riserve dal 1953 al 1961.

Una delle eredità più durature di Carter come presidente fu l'inizio del coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Afghanistan, con la sua amministrazione che ha supervisionato l’armamento e l’addestramento dei ribelli islamici contro il governo alleato dei sovietici nel paese dal 1978, aprendo la strada all’ascesa dei talebani e di Al Qaeda e provocando Mosca a lanciare una costosa campagna militare per sostenere il governo afghano contro la minaccia jihadista.

La strategia di destabilizzare i partner strategici di Mosca attraverso il sostegno ai gruppi islamici fondamentalisti sarebbe diventata un punto fermo della politica del blocco occidentale nei decenni successivi, inclusa la Jugoslavia negli anni ’90 e la Siria negli anni 2010 e 2020, in entrambi i casi con grande successo.

L'amministrazione Carter segnò anche l'inizio di relazioni ostili tra gli Stati Uniti e l'Iran, in seguito al rovesciamento della dinastia iraniana Pahlavi nel 1979 e alla formazione di una Repubblica islamica, con la Casa Bianca che formò una stretta partnership strategica con il nuovo governo iracheno del presidente Saddam Hussein che invase l'Iran nel 1980. Da allora le relazioni tra Washington e Teheran sono rimaste di basso livello, con l'anno 2024 che ha visto di gran lunga la più grande serie di scontri armati tra gli Stati Uniti e le risorse missilistiche e aeree iraniane nella storia.

Un'eredità meno nota dell'amministrazione Carter è che fu la prima a rivelare al mondo lo sviluppo di bombardieri stealth per l'aeronautica degli Stati Uniti. Il 22 agosto 1980 l’esistenza della tecnologia stealth fu annunciata dal Segretario alla Difesa Harold Brown, che dichiarò: “Non è troppo presto per dire che renderemo i sistemi di difesa aerea esistenti sostanzialmente inefficaci, ciò altera significativamente l’equilibrio militare”.

La decisione di annunciare lo sviluppo della nuova tecnologia è stata considerata una risposta alle critiche rivolte alla decisione dell'amministrazione nel suo primo anno di mandato di annullare lo sviluppo del bombardiere supersonico B-1, citata dagli oppositori politici per sostenere che il presidente Carter era compromettente per le difese americane.

La modernizzazione delle difese aeree sovietiche, tuttavia, aveva reso gli aerei come il B-1 progettati per penetrare nello spazio aereo del Patto di Varsavia effettivamente obsoleti, con l’amministrazione Carter che invece stanziò fondi per sviluppare il caccia d’attacco F-117 e il bombardiere strategico B-2. Entrambi questi programmi hanno aperto la strada a capacità stealth avanzate che hanno reso i velivoli più resistenti in guerra.

Sebbene Carter possa essere ricordato soprattutto per le azioni della sua amministrazione in Afghanistan, dove furono sperimentati metodi offensivi nuovi e altamente non convenzionali, il fatto che le capacità stealth siano oggi sinonimo di aerei da combattimento con equipaggio all'avanguardia rende la sua amministrazione significativa per aver portato le tecnologie attraverso i loro primi test di volo e in fasi di produzione in serie nell'ambito del programma F-117 in particolare.

Fonte

05/10/2019

Israele - 40 anni dopo il test nucleare è ancora un segreto

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Israele dovrebbe essere più riconoscente nei confronti di Jimmy Carter, al quale, a quanto pare, non ha perdonato l’aver espresso qualche anno fa sostegno ai diritti dei palestinesi.

Il presidente americano fautore del primo accordo di pace tra lo Stato ebraico e un paese arabo, l’Egitto, è intervenuto più volte a sostegno e copertura delle politiche degli alleati israeliani. Come nel 1979 quando Carter stese un velo di silenzio su un esperimento nucleare segreto che chiamava in causa Israele e di cui nei giorni scorsi è stato ricordato il 40/mo anniversario. Ancora oggi quel test non è mai avvenuto ma la verità è nota da sempre agli americani.

L’anniversario dell’incidente Vela, dal nome del satellite che registrò l’esplosione sospetta, cade mentre crescono le pressioni economiche e diplomatiche degli Usa su Tehran, di pari passo alle accuse che Israele lancia agli iraniani di voler costruire armi nucleari.

Che questa sia l’intenzione della Repubblica islamica è da provare – gli iraniani negano di voler assemblare ordigni atomici – ma la Casa Bianca e Israele non escludono un attacco militare. In ogni caso Israele, che non ha mai firmato il Trattato di non proliferazione, voluto proprio dagli Usa, resta l’unico paese del Medio oriente a possedere segretamente bombe atomiche.

Il Vela era uno dei satelliti lanciati da Washington sulla scia del Trattato di divieto parziale dei test del 1963 (PTBT) che vieta gli esperimenti nucleari nell’atmosfera, sott’acqua e nello spazio. Alle 00:53 del 22 settembre di 40 anni fa il Vela localizzò un’esplosione vicino alle Isole del Principe Edoardo, a circa 1.000 miglia dalla costa meridionale del Sudafrica. Si trattava di un “doppio lampo”, uguale ai test nucleari rilevati in 41 precedenti occasioni dai satelliti Vela.

I sospetti caddero sul Sudafrica e successivamente su Israele che aveva legami segreti con il regime dell’apartheid. Per Carter, sottolinea Foreign Policy, che a questo anniversario ha dedicato uno speciale, si presentò subito un problema politico e diplomatico di eccezionale importanza: i due paesi coinvolti erano nell’orbita americana. Inoltre una legge approvata due anni prima sul controllo delle esportazioni di armi, imponeva la fine dell’assistenza militare e l’applicazione automatica di sanzioni statunitensi se fosse stato accertato che uno Stato (diverso da quelli autorizzati dal Trattato di non proliferazione nucleare) aveva fatto detonare un ordigno nucleare dopo il 1977.

L’amministrazione Carter perciò si mosse per mettere in dubbio la validità dei dati satellitari. Disse che il Vela, in orbita da dieci anni, era vecchio. Ma il satellite sino a quel momento aveva funzionato alla perfezione. Quindi il “doppio lampo” fu attribuito alla collisione tra il Vela e un minuscolo meteorite.

Infine l’anno successivo un comitato scientifico, in linea con la posizione della Casa Bianca, accertò senza ombra di dubbio che non c’era stata una esplosione nucleare. I risultati delle indagini erano profondamente diversi da ciò che si sapeva e che lo stesso Carter scrisse nel suo diario, nel febbraio 1980. «Cresce la convinzione tra i nostri scienziati – annotò il presidente – che gli israeliani hanno effettivamente condotto un test nucleare nell’oceano vicino all’estremità meridionale dell’Africa». Eppure non agì di conseguenza e fece secretare i documenti relativi all’inchiesta.

Il caso fu chiuso e gli Stati Uniti ancora oggi fingono di non sapere che Israele possiede armi atomiche. Il programma atomico israeliano, partito negli anni ’50, è stato rivelato nel 1986 al Sunday Times da un tecnico della centrale di Dimona (Neghev), Mordechai Vanunu, che ha pagato il suo gesto con 18 anni di carcere ed isolamento, dopo essere stato rapito dal Mossad a Roma.

In un articolo del New Yorker del giugno 2018 si afferma che Israele avrebbe lettere di Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Donald Trump, in cui i quattro presidenti si impegnano a proteggere le sue armi nucleari. Le Amministrazioni Usa non solo non hanno imposto a Israele la firma del trattato di non proliferazione ma hanno anche accettato la linea della «ambiguità nucleare», ossia lo Stato ebraico che non conferma e non nega di possedere armi atomiche.

La cooperazione militare tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid è andata avanti per decenni anche se il primo ministro israeliano Menachem Begin nel 1977 negò l’esistenza di qualsiasi collaborazione per lo sviluppo di armi. Il giornalista e ricercatore Sasha Polakow-Suransky la descrive dettagliatamente nel suo libro del 2010, “The Unspoken Alliance: Israel’s Secret Relationship with Apartheid South Africa”.

Polakow-Suransky, dopo aver consultato oltre 7mila pagine di documenti ufficiali sudafricani declassificati, presenta nel libro prove sull’offerta di testate nucleari fatta dal leader israeliano Shimon Peres al ministro della difesa sudafricano Botha nel 1975. Testate che il Sudafrica non comprò poiché intenzionato a costruirle da solo, però con la collaborazione di Israele. La cooperazione bellica tra i due paesi, anche in campo missilistico, è andata avanti per decenni, «quasi fino alla vigilia della presidenza di Mandela», secondo Polakow-Suransky. Israele, aggiunge, denunciava l’apartheid in pubblico e in segreto vendeva armi ai razzisti sudafricani.

Fonte

02/05/2015

Jimmy Carter vola a Mosca: "inevitabile annessione russa della Crimea"


L'ex presidente degli Stati Uniti, in una dichiarazione, ha smentito di fatto il discorso ufficiale di Obama e di tutta l'amministrazione statunitense attuale impegnata in un duro braccio di ferro contro Mosca con la scusa di contrastare quella che considera e rappresenta come un'annessione - quella della Crimea alla Russia - illegale e illegittima. Ma Jimmy Carter sostiene che l'annessione della Crimea alla Russia, avvenuta un anno fa dopo il colpo di stato filoccidentale a Kiev che ha portato al potere forze nazionaliste e di estrema destra ferocemente antirusse, era "un passo quasi inevitabile".

"Penso che fosse quasi inevitabile, che altri lo accetteranno o no" ha affermato Carter nel corso di un'intervista a Voice of America. "Lo chiedevano il popolo della Crimea e i russi, e dubito che in un prossimo futuro ci sarà la cancellazione di quanto accaduto", ha aggiunto.

Carter ha anche spiegato ciò che i più attenti sanno già. Cioè che negli anni '50 del secolo scorso il leader sovietico Nikita Krusciov cedette all'Ucraina la penisola della Crimea solo perché i due territori erano parte dello stesso stato, cioè l'Unione Sovietica.

Nei giorni scorsi Jimmy Carter e cinque altri membri di un "gruppo di saggi" hanno incontrato a Mosca il presidente russo Vladímir Putin. Alla guida della delegazione c'era l'ex segretario generale dell'ONU Kofi Annan. Oltre ad Annan, l'ex presidente finlandese Martti Ahtisaari, l'ex ministro degli Esteri algerino Lakhdar Brahimi, l'ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland, Carter e l'ex presidente del Messico Ernesto Zedillo.

Fonte

23/04/2015

Netanyahu e Rivlin non riceveranno Jimmy Carter

Il presidente egiziano Sadat, Carter e il premier israeliano Begin,
foto di David Hume Kennerly/Getty Images
di Michele Giorgio – Il Manifesto

Jimmy Carter, il presidente americano che alla fine degli anni '70 fu protagonista della lunga trattativa che portò allo storico trattato di pace tra Israele ed Egitto, non sarà ricevuto dal premier Netanyahu e dal capo dello stato Rivlin durante il suo tour in Medio Oriente previsto a maggio. La notizia anticipata lunedì dalla tv Canale 10, è stata rilanciata ieri dal quotidiano Israel HaYom, vicino al primo ministro. L’uomo al quale Israele dovrebbe perenne riconoscenza per quel trattato di pace, al quale si è aggiunto nel corso degli anni solo quello con la Giordania, non è “gradito” dallo Stato ebraico per le posizioni che ha espresso e per i libri che ha scritto sul Medio Oriente e sul conflitto israelo-palestinese. Netanyahu e Rivlin hanno accolto la raccomandazione a non incontrarlo giunta dal ministero degli esteri, ha riferito Israel HaYom. Sulla questione Carter, ha aggiunto il giornale, è stato consultato anche il Consiglio per la sicurezza nazionale che si è espresso a sostegno della raccomandazione del ministero degli esteri. Carter però sarà autorizzato ad andare a Gaza.

All’ex presidente degli Stati Uniti, che con un lungo lavoro diplomatico portò il premier Menachem Begin e il presidente Anwar Sadat a stringersi la mano, Israele non perdona le critiche rivolte all’occupazione militare dei territori palestinesi e, la scorsa estate, all’offensiva “Margine Protettivo” contro Gaza. Non vi è «alcuna giustificazione al mondo per quello che Israele sta facendo», affermò Carter, denunciando le distruzioni provocate dai bombardamenti aerei e dai cannoneggiamenti delle forze armate israeliane. Ma è stata soprattutto la pubblicazione nel 2006 di “Palestine: Peace Not Apartheid” che ha messo Israele contro l’ex presidente Usa. Carter, in quel libro, ha spiegato che le politiche di occupazione, in particolare la colonizzazione ebraica della Cisgiordania, creano un sistema di apartheid e riducono le possibilità di un accordo di pace israelo-palestinese. Al contrario per una fonte anonima governativa, citata da Israel HaYom, l’ex presidente Usa è «tutt’altro che un amico di Israele e non è obiettivo verso le sue politiche».

Da alcune settimane Israele, attraverso le sue sedi diplomatiche e i media più vicini al governo, è impegnato in una campagna, in Occidente, che punta a condannare e ostacolare il recente accordo con l’Iran sul nucleare e a mettere sotto pressione delle istituzioni ed ong internazionali che criticano le sue politiche. L’ambasciatore di Israele in Italia, Naor Gilon, ieri, durante un forum all’agenzia Ansa, ha condannato con forza la decisione dell’Ue di imporre che le merci prodotte nelle colonie ebraiche nella Cisgiordania occupata non siano più etichettate come “Made in Israel”. Da parte sua il quotidiano Makor Rishon, legato alla destra religiosa, ieri ha accusato Amnesty International di mantenere un atteggiamento ostile verso Israele e di non aver avviato una campagna per la denuncia e la lotta all’antisemitismo.

Fonte