C’era una volta una famiglia che non fuggiva dalla guerra, né dalla fame. No. Fuggiva verso il privilegio. Aveva un piano: raggiungere una terra dove il colore della pelle garantiva dominio, non sopravvivenza. Dove nascere bianchi significava comandare, possedere, esistere al di sopra.
Il capofamiglia, Joshua Haldeman, non era un uomo qualsiasi. Chiropratico canadese, appassionato di aviazione, sì – ma anche fervente sostenitore dell’estrema destra. Negli anni ’30 fu arrestato per simpatie filofasciste. Non un errore di gioventù, ma una convinzione ideologica profonda: quella dell’uomo bianco superiore, destinato a guidare le masse “inferiori”.
Sua moglie, Wyn Haldeman, tedesca, non era da meno. Nata in una famiglia di coloni tedeschi nella Namibia, all’epoca protettorato imperiale, proveniva da una stirpe che aveva tratto profitti diretti dal genocidio. Sì, genocidio: il massacro degli Herero e dei Nama, tra il 1904 e il 1908, in cui furono sterminati decine di migliaia di africani. Avvelenamento dei pozzi, deserti trasformati in campi di morte, fame come strumento di sterminio. Fu il primo genocidio del XX secolo, e tra i carnefici c’erano anche i suoi antenati.
E quando il nazismo crollò e l’Europa mostrò la sua vergogna, Joshua e Wyn non cercarono redenzione. Scelsero l’apartheid. Si trasferirono in Sudafrica, attratti da un sistema che legalizzava la segregazione, che dava tutto ai bianchi e niente agli altri. Un’utopia razzista mascherata da ordine sociale. Fu lì che nacque Errol, il figlio della supremazia.
Cresciuto in un sistema che premiava il colore, non il merito, Errol divenne uomo nell’età d’oro dell’élite bianca. Partecipò a un’impresa redditizia: una miniera di smeraldi, situata tra Sudafrica e Zambia. Una miniera scavata da mani nere, sfruttate, dimenticate. Gli smeraldi venivano venduti sul mercato globale. Il denaro, però, restava nelle mani bianche. Ma non solo pietre preziose: Errol commerciava anche cromo, un metallo indispensabile per l’industria mondiale, estratto tra abusi, miseria e sangue.
Nel 1971 nacque suo figlio. Un bambino bianco, ricco, nato a Pretoria, cuore pulsante del regime dell’apartheid, dove i neri non erano cittadini ma numeri, servi, forza lavoro senza voce.
Quel bambino non dovette attraversare deserti, né barconi. Non visse nei campi profughi, né affrontò i respingimenti. Si spostò da un continente all’altro con passaporti, valigie piene e conti bancari. Portava con sé un bagaglio invisibile, ma potentissimo: il privilegio ereditato dal colonialismo e dal razzismo legalizzato.
Negli Stati Uniti divenne l’uomo del futuro. Il visionario. L’imprenditore geniale. Il simbolo del “self-made man”. Ma quale self-made? Di che fatica parliamo, quando si parte con tutto?
Non si racconta che le sue fortune affondano le radici in miniere africane, in generazioni che hanno calpestato la dignità di interi popoli. Non si ricorda che fu la pelle bianca, non il merito, a spalancargli le prime porte.
E oggi, ironia amara, quello stesso uomo, tuona contro i migranti. Vuole muri, respingimenti, blocchi navali. Lui, che da migrante bianco è stato accolto e protetto, ora alza barricate contro i disperati del mondo.
Ma non è tutto. In un crescendo grottesco, rivendica persino la “restituzione delle terre ai bianchi” in Sudafrica. Non parla di campi coltivati, ma di miniere, di diamanti, di carbone: ricchezze strappate alla terra africana con la violenza, e mai restituite. È il ritorno mascherato dell’apartheid. Un revisionismo pericoloso, sostenuto da frange estreme, nostalgiche di un’epoca di dominio razziale.
E allora chiediamoci: in quale Paese del mondo le miniere appartengono a privati cittadini? In quale costituzione democratica si legittima la rapina delle risorse collettive da parte di pochi privilegiati?
C’è chi dice che sia un miracolo americano. Ma nessuno ricorda che, se oggi è uno degli uomini più ricchi del pianeta, è anche grazie a Nelson Mandela. Perché Mandela, nella sua grandezza e nel suo desiderio di riconciliazione, non confiscò le ricchezze accumulate sotto l’apartheid. Nazionalizzò le miniere, sì, ma lasciò intatti i patrimoni sporchi del sangue africano.
Così si chiude il cerchio. Dalla Namibia coloniale alle miniere sudafricane, fino alla Silicon Valley: è una traiettoria disegnata dal privilegio, dal razzismo sistemico, dall’impunità dei potenti.
Il suo nome è Elon Musk.
E allora, prima di parlarmi di meritocrazia, fatica e talento, guardate bene da dove comincia la sua storia.
Perché quando si nasce con tutto, si può arrivare ovunque.
Ma non si può, e non si deve, riscrivere la verità.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/07/2025
12/09/2024
Sudafrica pronto a presentare le prove che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza
Il Sudafrica ha annunciato l’intenzione di presentare il mese prossimo un memorandum alla Corte Internazionale di Giustizia, che includa prove che dimostrino che Israele sta commettendo il “crimine di genocidio” in Palestina.
In una dichiarazione pubblicata sul proprio sito web la scorsa notte, il governo sudafricano ha dichiarato che: “Il Sudafrica presenterà il suo memorandum alla Corte internazionale di giustizia il mese prossimo”.
Ha poi aggiunto: “Il Sudafrica intende presentare i fatti e le prove per dimostrare che Israele sta commettendo il crimine di genocidio in Palestina” e ha sottolineato che “questo caso continuerà fino a quando la corte non emetterà la sua sentenza”. Ha espresso inoltre la speranza che “Israele rispetti gli ordini provvisori emessi finora dalla corte”.
Il Sudafrica ha sottolineato che “diversi paesi, vale a dire Nicaragua, Palestina, Turchia, Spagna, Messico, Libia e Colombia, si sono uniti al caso presentato dal Sudafrica contro Israele”.
Alla fine di dicembre 2023, il Sudafrica ha intentato una causa contro Israele presso la Corte internazionale di giustizia per aver violato la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 sulla prevenzione del crimine di genocidio.
Dal 7 ottobre 2023, Israele sta conducendo una devastante aggressione a Gaza che ha causato circa 136.000 tra morti e feriti, la maggior parte dei quali bambini e donne, e più di 10.000 dispersi.
Intanto il procuratore della Corte penale internazionale (CPI), Karim Khan, martedi ha chiesto di accelerare l’emissione di mandati d’arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro dell’esercito di occupazione Yoav Galant.
I resoconti dei media hanno notato che Khan ritiene che la CPI stia procrastinando nel rispondere alla sua richiesta diverse settimane dopo che dozzine di paesi e parti interessate hanno presentato le loro argomentazioni legali, poiché desidera che tali mandati siano emessi prima dell’arrivo di Netanyahu a New York per pronunciare il suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
A maggio, Khan aveva annunciato di aver chiesto alla CPI di emettere mandati di arresto contro Netanyahu e Galant, sullo sfondo di diverse accuse, tra cui aver commesso crimini contro l’umanità a Gaza.
La CPI ha presentato 64 argomenti a sostegno della posizione del Procuratore.
Fonte
In una dichiarazione pubblicata sul proprio sito web la scorsa notte, il governo sudafricano ha dichiarato che: “Il Sudafrica presenterà il suo memorandum alla Corte internazionale di giustizia il mese prossimo”.
Ha poi aggiunto: “Il Sudafrica intende presentare i fatti e le prove per dimostrare che Israele sta commettendo il crimine di genocidio in Palestina” e ha sottolineato che “questo caso continuerà fino a quando la corte non emetterà la sua sentenza”. Ha espresso inoltre la speranza che “Israele rispetti gli ordini provvisori emessi finora dalla corte”.
Il Sudafrica ha sottolineato che “diversi paesi, vale a dire Nicaragua, Palestina, Turchia, Spagna, Messico, Libia e Colombia, si sono uniti al caso presentato dal Sudafrica contro Israele”.
Alla fine di dicembre 2023, il Sudafrica ha intentato una causa contro Israele presso la Corte internazionale di giustizia per aver violato la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 sulla prevenzione del crimine di genocidio.
Dal 7 ottobre 2023, Israele sta conducendo una devastante aggressione a Gaza che ha causato circa 136.000 tra morti e feriti, la maggior parte dei quali bambini e donne, e più di 10.000 dispersi.
Intanto il procuratore della Corte penale internazionale (CPI), Karim Khan, martedi ha chiesto di accelerare l’emissione di mandati d’arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro dell’esercito di occupazione Yoav Galant.
I resoconti dei media hanno notato che Khan ritiene che la CPI stia procrastinando nel rispondere alla sua richiesta diverse settimane dopo che dozzine di paesi e parti interessate hanno presentato le loro argomentazioni legali, poiché desidera che tali mandati siano emessi prima dell’arrivo di Netanyahu a New York per pronunciare il suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
A maggio, Khan aveva annunciato di aver chiesto alla CPI di emettere mandati di arresto contro Netanyahu e Galant, sullo sfondo di diverse accuse, tra cui aver commesso crimini contro l’umanità a Gaza.
La CPI ha presentato 64 argomenti a sostegno della posizione del Procuratore.
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16/06/2024
Sudafrica - L’Anc governerà con i conservatori di Alleanza Democratica
Cyril Ramaphosa dell’African National Congress (Anc) ieri è stato rieletto presidente del Sudafrica. Ha ricevuto 283 voti sui 400 dell’Assemblea nazionale. La sua riconferma è avvenuta sulla base di un accordo politico raggiunto dall’Anc con i tradizionali avversari di Alleanza Democratica (DA, conservatori) per la formazione di un governo di coalizione.
L’intesa è stata contestata da non pochi sostenitori del partito di maggioranza relativa poiché DA è considerato l’erede di formazioni politiche legate al periodo dell’Apartheid abbattuto proprio dall’Anc.
Due settimane fa, l’Anc, per la prima volta dalla fine dell’Apartheid, aveva perso la maggioranza assoluta ed è stato costretto a cercare alleati per formare il nuovo governo e assicurare la riconferma di Ramaphosa a capo dello Stato. John Steenhuisen, leader di DA, ha definito l’accordo un momento “storico”. Il segretario generale dell’Anc, Fikile Mbalula, si è detto certo che la partnership con DA “creerà stabilità”.
L’accordo prevede anche l’inclusione del Inkatha Freedom Party (Ifp), dominato dagli Zulu, e della piccola Alleanza Patriottica. Esclude invece l’Economic Freedom Fighters (Eff, sinistra radicale) e l’Umkhonto weSizwe (Mk) dell’ex presidente Jacob Zuma. Julius Malema, leader di Eff da tempo accusa l’Anc di aver smarrito buona parte della sua linea progressista e di non aver migliorato le condizioni di vita della maggioranza nera del Paese. Insiste inoltre per la confisca delle terre ai grandi proprietari a beneficio dei più poveri.
In queste ore si considerano anche i riflessi dell’accordo di governo sul ruolo del Sudafrica sulla scena globale, in particolare in Medio Oriente. A inizio anno Pretoria ha chiesto alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia di avviare un procedimento per genocidio contro Israele per la sua devastante offensiva militare contro Gaza e in questi mesi ha continuato a chiedere misure internazionali a protezione della popolazione palestinese.
Il nuovo Sudafrica emerso dalla fine dell’Apartheid si identifica con la causa palestinese e vede nella politica israeliana nei confronti di Gaza e della Cisgiordania dei paralleli con i Bantustan per i neri realizzati dal governo bianco dell’Apartheid.
Il caso alla Corte dell’Aia potrebbe andare avanti per anni, il che significa che il nuovo esecutivo di coalizione sudafricano lo erediterà. Alleanza Democratica non è d’accordo con l’accusa di genocidio contro Tel Aviv e preferirebbe vedere il Sudafrica impegnato a sostegno di soluzione negoziata tra israeliani e palestinesi. Il nuovo governo, perciò, potrebbe adottare una linea più morbida nei confronti di Israele.
Fonte
L’intesa è stata contestata da non pochi sostenitori del partito di maggioranza relativa poiché DA è considerato l’erede di formazioni politiche legate al periodo dell’Apartheid abbattuto proprio dall’Anc.
Due settimane fa, l’Anc, per la prima volta dalla fine dell’Apartheid, aveva perso la maggioranza assoluta ed è stato costretto a cercare alleati per formare il nuovo governo e assicurare la riconferma di Ramaphosa a capo dello Stato. John Steenhuisen, leader di DA, ha definito l’accordo un momento “storico”. Il segretario generale dell’Anc, Fikile Mbalula, si è detto certo che la partnership con DA “creerà stabilità”.
L’accordo prevede anche l’inclusione del Inkatha Freedom Party (Ifp), dominato dagli Zulu, e della piccola Alleanza Patriottica. Esclude invece l’Economic Freedom Fighters (Eff, sinistra radicale) e l’Umkhonto weSizwe (Mk) dell’ex presidente Jacob Zuma. Julius Malema, leader di Eff da tempo accusa l’Anc di aver smarrito buona parte della sua linea progressista e di non aver migliorato le condizioni di vita della maggioranza nera del Paese. Insiste inoltre per la confisca delle terre ai grandi proprietari a beneficio dei più poveri.
In queste ore si considerano anche i riflessi dell’accordo di governo sul ruolo del Sudafrica sulla scena globale, in particolare in Medio Oriente. A inizio anno Pretoria ha chiesto alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia di avviare un procedimento per genocidio contro Israele per la sua devastante offensiva militare contro Gaza e in questi mesi ha continuato a chiedere misure internazionali a protezione della popolazione palestinese.
Il nuovo Sudafrica emerso dalla fine dell’Apartheid si identifica con la causa palestinese e vede nella politica israeliana nei confronti di Gaza e della Cisgiordania dei paralleli con i Bantustan per i neri realizzati dal governo bianco dell’Apartheid.
Il caso alla Corte dell’Aia potrebbe andare avanti per anni, il che significa che il nuovo esecutivo di coalizione sudafricano lo erediterà. Alleanza Democratica non è d’accordo con l’accusa di genocidio contro Tel Aviv e preferirebbe vedere il Sudafrica impegnato a sostegno di soluzione negoziata tra israeliani e palestinesi. Il nuovo governo, perciò, potrebbe adottare una linea più morbida nei confronti di Israele.
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07/06/2024
Sud Africa - L’ANC costretto a governo di coalizione
I risultati delle elezioni politiche in Sud Africa tenutesi il 29 maggio costringono per la prima volta l’African National Congress a dover governare in coalizione.
La percentuale di votanti è stata la più bassa della storia del Sud Africa dopo l’apartheid, con solo il 58,64% che si è recato alle urne su 27,7 milioni di aventi diritto. La banda di oscillazione dei votanti nelle 9 province di cui è composto il paese è stata dal 61,6% del Gauteng al 51,4% a North West.
L’ANC ha avuto una emorragia fortissima di voti attestandosi al 40,3%, il secondo partito è la Democratic Alliance, mentre la “lancia della nazione” MKA dell’ex leader ed ex presidente dimissionario Zuma ottiene il 14,6%, con gli Economic Freedom Fighters di Malema – ex leader dell’organizzazione giovanile della ANC – al 9,5%. Tra le formazioni minori la IFP si conferma la prima con il 3,9%. Tutte le altre organizzazioni che compongono il quadro della rappresentanza politica, si assestano poco sopra il 10% e 24 deputati.
L’ANC cala di più del 17%, la DA sale circa di un punto percentuale, mentre la MKA fa la sua irruzione nel parlamento e la sinistra radicale dell’EFF perde poco più dell’1%.
Solo in 5 province su 9 l’ANC supera il 50% dei votanti: Limpopo (74%), Eastern Cape (62%), North West (59%), Free State (53%) e Mpumalanga (52%).
L’AD conquista il 53% nel WC in cui continua a governare dal 2009, mentre nel KwaZulu-Natal, il primo Partito è la formazione di Zuma con il 46%, mentre l’ANC ottiene solo il 18%.
Dei 230 deputati che aveva ottenuto nel 2019, l’ANC oggi ne ottiene 159, molto al di sotto della soglia dei 200+1 che gli avrebbero permesso di governare.
Dalle elezioni del 2004 in cui raggiunse i 279 con un tasso di partecipazione che aveva sfiorato il 90% – erano 266 nel 1999 – ad oggi l’ANC ha perso ben 120 deputati.
Certamente i quasi 6 milioni e 500 mila voti all’ANC, poco meno del doppio del DA, ne fanno ancora il maggiore partito del Paese, ma la necessità di dovere comporre una coalizione per governare il Paese è un cambiamento epocale.
Entro 14 giorni dall’ufficializzazione dei risultati elettorali, la nuova Assemblea Nazionale con i suoi 400 membri deve tenere la sua prima seduta in cui viene eletto lo speaker.
Durante la prima seduta, o subito dopo, l’assemblea elegge il presidente che deve formare il governo.
Riportiamo più sotto la dichiarazione del Partito Comunista Sud Africano (SACP) che insieme alla confederazione sindacale COSATU, ha dato indicazione di voto e fatto campagna con la ANC sua storica alleata.
Il leader del SACP, Solly Maipala, ha detto mercoledì che la sua formazione opera attivamente affinché non ci sia una coalizione governativa dell’ANC con la DA o il MK di Zuma, usando parole molto nette nei confronti di entrambe le formazioni.
Riportiamo la traduzione della dichiarazione del Bureau Politico del SACP sui risultati con un focus sulle coalizioni.
La percentuale di votanti è stata la più bassa della storia del Sud Africa dopo l’apartheid, con solo il 58,64% che si è recato alle urne su 27,7 milioni di aventi diritto. La banda di oscillazione dei votanti nelle 9 province di cui è composto il paese è stata dal 61,6% del Gauteng al 51,4% a North West.
L’ANC ha avuto una emorragia fortissima di voti attestandosi al 40,3%, il secondo partito è la Democratic Alliance, mentre la “lancia della nazione” MKA dell’ex leader ed ex presidente dimissionario Zuma ottiene il 14,6%, con gli Economic Freedom Fighters di Malema – ex leader dell’organizzazione giovanile della ANC – al 9,5%. Tra le formazioni minori la IFP si conferma la prima con il 3,9%. Tutte le altre organizzazioni che compongono il quadro della rappresentanza politica, si assestano poco sopra il 10% e 24 deputati.
L’ANC cala di più del 17%, la DA sale circa di un punto percentuale, mentre la MKA fa la sua irruzione nel parlamento e la sinistra radicale dell’EFF perde poco più dell’1%.
Solo in 5 province su 9 l’ANC supera il 50% dei votanti: Limpopo (74%), Eastern Cape (62%), North West (59%), Free State (53%) e Mpumalanga (52%).
L’AD conquista il 53% nel WC in cui continua a governare dal 2009, mentre nel KwaZulu-Natal, il primo Partito è la formazione di Zuma con il 46%, mentre l’ANC ottiene solo il 18%.
Dei 230 deputati che aveva ottenuto nel 2019, l’ANC oggi ne ottiene 159, molto al di sotto della soglia dei 200+1 che gli avrebbero permesso di governare.
Dalle elezioni del 2004 in cui raggiunse i 279 con un tasso di partecipazione che aveva sfiorato il 90% – erano 266 nel 1999 – ad oggi l’ANC ha perso ben 120 deputati.
Certamente i quasi 6 milioni e 500 mila voti all’ANC, poco meno del doppio del DA, ne fanno ancora il maggiore partito del Paese, ma la necessità di dovere comporre una coalizione per governare il Paese è un cambiamento epocale.
Entro 14 giorni dall’ufficializzazione dei risultati elettorali, la nuova Assemblea Nazionale con i suoi 400 membri deve tenere la sua prima seduta in cui viene eletto lo speaker.
Durante la prima seduta, o subito dopo, l’assemblea elegge il presidente che deve formare il governo.
Riportiamo più sotto la dichiarazione del Partito Comunista Sud Africano (SACP) che insieme alla confederazione sindacale COSATU, ha dato indicazione di voto e fatto campagna con la ANC sua storica alleata.
Il leader del SACP, Solly Maipala, ha detto mercoledì che la sua formazione opera attivamente affinché non ci sia una coalizione governativa dell’ANC con la DA o il MK di Zuma, usando parole molto nette nei confronti di entrambe le formazioni.
Riportiamo la traduzione della dichiarazione del Bureau Politico del SACP sui risultati con un focus sulle coalizioni.
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Partito Comunista Sudafricano
Dichiarazione dell’Ufficio Politico sui risultati delle elezioni del maggio 2024 con particolare attenzione alle coalizioni
Mercoledì 5 giugno 2024: L’Ufficio politico del Partito Comunista Sudafricano (SACP) ha tenuto una riunione speciale mercoledì 5 giugno 2024, a Johannesburg. Questa seduta è stata preceduta da una riunione delle delegazioni degli uffici nazionali con la Segreteria come nucleo centrale lunedì 3 giugno 2024, un giorno dopo che la Commissione elettorale indipendente ha annunciato e dichiarato liberi ed equi i risultati delle elezioni nazionali e provinciali del maggio 2024. Nell’ambito del processo consultivo, l’Ufficio politico è stato esteso e ha visto la partecipazione dei segretari e dei presidenti provinciali del SACP.
Il SACP desidera cogliere l’occasione per ringraziare tutti i sudafricani che hanno esercitato il loro diritto democratico al voto e per esprimere la sincera gratitudine del Partito a tutte le persone che, in maggioranza appartenenti alla classe operaia, hanno votato per il nostro alleato, l’African National Congress. Il SACP ha fatto campagna per l’ANC in tutto il Paese nel quadro della nostra Alleanza guidata dall’ANC, dei suoi risultati collettivi, degli impegni di riconfigurazione e del manifesto consultato congiuntamente.
I voti ricevuti dall’ANC la mantengono come il più grande partito per sostegno elettorale nel nostro Paese e riaffermano la sua maggioranza assoluta in cinque province: Limpopo con il 73,3%, Eastern Cape con il 62,16%, North West con il 57,73%, Free State con il 51,87% e Mpumalanga con il 51,15%. Questa è la volontà del popolo. Il SACP la difenderà nel portare avanti gli interessi della classe operaia in tutti i settori e nel considerare la strada da seguire a livello nazionale e nelle province in cui l’ANC, pur rimanendo il maggior partito per consenso elettorale, non ha ottenuto il 50% più uno necessario per formare una maggioranza di governo.
Questioni di principio, guidate dagli interessi della classe operaia, mantenendo la coerenza strategica
Abbiamo condotto una campagna contro le reti neo-liberali e corrotte di cattura dello Stato.
Per mantenere la coerenza strategica, il SACP è contrario alla ricerca di un accordo di coalizione con le forze neoliberiste di destra anti-ANC guidate dal DA. Il nucleo delle forze neoliberali guidate dalla DA, fortemente sostenute dai settori dominanti del capitale, principalmente dalla borghesia bianca le cui radici possono essere fatte risalire all’epoca dell’oppressione coloniale e dell’apartheid della maggioranza nera, si è organizzato nella cosiddetta Carta multipartitica. Questo raggruppamento ha ricevuto anche il sostegno di fondazioni occidentali.
Allo stesso modo, il SACP è contrario a cercare un accordo di coalizione con l’MKP, le cui origini sono riconducibili al fazionalismo, alla corruzione della cattura dello Stato e alla resistenza alla responsabilità, come evidenziato nel rapporto della Commissione d’inchiesta sulla cattura dello Stato e nelle relative sentenze della Corte costituzionale.
La ristrutturazione economica neoliberista, che comprende i licenziamenti – tra cui quelli annunciati durante la campagna elettorale del maggio 2024 nel settore minerario e in altri settori, l’opposizione al salario minimo nazionale, gli attacchi al nostro quadro di contrattazione collettiva e la resistenza all’assicurazione sanitaria nazionale, tra gli altri, ha colpito duramente i lavoratori e le popolazioni impoverite del nostro Paese. Queste forze rimangono arroganti e contrarie alla classe operaia, come dimostrano le dichiarazioni sconsiderate del DA.
Il saccheggio su scala industriale sotto il controllo dello Stato ha paralizzato molte delle nostre imprese statali, enti pubblici e risorse finanziarie, con un impatto negativo sulla capacità del nostro Stato di servire il popolo. La condotta faziosa e il nazionalismo etnico di coloro che guidano l’MK hanno avuto un impatto negativo sul nostro movimento, guidato dall’ANC, e sulla performance elettorale dell’ANC.
I voti e il numero di seggi delle elezioni nazionali e provinciali del maggio 2024 offrono permutazioni di coalizione, con le caratteristiche di un governo di unità nazionale guidato dall’ANC, orientato allo sviluppo e alla trasformazione, che escluda sia il DA che l’MKP. Il SACP si impegnerà attivamente affinché questo diventi il risultato del processo di impegno della coalizione dell’Alleanza guidata dall’ANC, sia all’interno dell’Alleanza che pubblicamente, attraverso campagne e mobilitazioni della classe operaia. Questo compito strategico, delineato nel nostro programma adottato durante il Quindicesimo Congresso Nazionale del nostro Partito del luglio 2022, è fondamentale per difendere e portare avanti gli interessi della classe operaia contro i suoi avversari strategici.
Gli avversari strategici della classe operaia comprendono le reti di classe neoliberiste e “saccheggiatrici”, nonché i latitanti della giustizia che hanno tratto profitto dalla cattura dello Stato e sono fuggiti dal Sudafrica per sottrarsi alle responsabilità. Intensificare gli sforzi per rintracciare e ritenere responsabili coloro che sono stati coinvolti e hanno beneficiato dei proventi della corruzione e delle frodi legate alla cattura dello Stato deve essere una componente centrale della base programmatica degli accordi di coalizione che il nostro movimento dovrebbe perseguire.
Nel perseguire lo scenario ideale, date le circostanze e nell’interesse della classe operaia, il SACP darà priorità alla stabilità della governance rispetto all’instabilità spesso associata alle coalizioni di governo locale.
L’instabilità associata alle coalizioni nel governo locale ha ostacolato una governance efficace e la fornitura di beni e servizi pubblici e deve essere evitata, attraverso chiare garanzie. Insisteremo anche sulla responsabilità e sugli interessi del popolo, soprattutto della maggioranza – la classe operaia.
Gli interessi della classe operaia comprendono priorità come la creazione di posti di lavoro su larga scala per risolvere la crisi della disoccupazione attraverso l’industrializzazione e la trasformazione economica strutturale, l’eliminazione della povertà, l’attuazione di una politica macroeconomica di sviluppo e di trasformazione per raggiungere questi obiettivi insieme ad altri interessi della classe operaia.
Una politica sociale più attenta, che comprenda un decisivo avanzamento verso la concessione di un reddito di base universale e l’introduzione di un’assicurazione sanitaria nazionale che garantisca un’assistenza sanitaria di qualità per tutti, fa parte degli interessi cruciali della classe operaia.
La tutela dei diritti dei lavoratori e altre conquiste, insieme all’affrontare le sfide che incidono sulla fornitura di beni e servizi pubblici, tra cui lo sviluppo e la manutenzione delle infrastrutture nei comuni, dovrebbero essere componenti integrali della base programmatica degli accordi di coalizione che il nostro movimento dovrebbe ricercare.
L’abbandono delle misure di austerità e di altre prescrizioni politiche neoliberiste sarà fondamentale per ottenere una svolta economica e per garantire la fornitura di servizi sociali essenziali, come una sanità di qualità. Questo deve essere incluso nella base programmatica degli accordi di coalizione.
A livello internazionale, rimaniamo fermi nel nostro incrollabile sostegno al popolo palestinese contro il genocidio e l’espropriazione da parte dello Stato colonizzatore israeliano dell’apartheid.
Il mantenimento dell’intero orientamento progressista della politica sudafricana in materia di relazioni e cooperazione internazionale, compreso l’approfondimento dell’allineamento con la comunità di Stati BRICS Plus e il sostegno solidale a Cuba contro l’aggressione imperialista, dovrebbe essere mantenuto come parte della base programmatica degli accordi di coalizione che il nostro movimento dovrebbe sostenere.
La Commissione elettorale indipendente
L’Ufficio politico ha elogiato la Cei, ma ha espresso profonda preoccupazione per i problemi che hanno condizionato le elezioni da parte della commissione.
Tra le questioni che hanno destato preoccupazione vi sono i gravi guasti tecnologici che hanno contribuito a ritardare il processo di voto e i tempi di inattività del sistema che hanno interrotto il processo di spoglio. È essenziale un’indagine sui motivi per cui si sono verificati questi problemi.
L’indagine deve comprendere l’esame della provenienza della tecnologia utilizzata dalla CEI. Se è stata acquistata da un altro Paese, l’indagine deve valutare l’atteggiamento di quel Paese e le sue attuali relazioni con il nostro e le implicazioni che possono aver avuto.
L’indagine è fondamentale per prevenire future interruzioni e garantire la credibilità delle nostre elezioni, salvaguardando la nostra sovranità democratica nazionale.
Valutazione dettagliata
La riunione dell’Ufficio politico si è concentrata sulla questione immediata degli accordi di coalizione, in considerazione dell’imperativo di istituire un nuovo governo in linea con i tempi stretti della Costituzione e della legge elettorale.
Il prossimo passo sarà una valutazione approfondita delle elezioni nazionali e provinciali del maggio 2024, considerando tutte le variabili che hanno contribuito ai risultati. Ciò guiderà il miglioramento della base programmatica degli accordi di coalizione che desideriamo che il nostro movimento persegua.
La valutazione approfondita informerà anche la direzione che il SACP prenderà al suo Congresso nazionale straordinario di quest’anno e al 16° Congresso nazionale del Partito nel 2027, per quanto riguarda le elezioni future.
Fonte
12/05/2024
Sudafrica - Inizia la conferenza mondiale contro l’apartheid israeliano
Si è aperta a Johannesburg, in Sud Africa, e continuerà fino a domenica, la Conferenza mondiale contro l’Apartheid israeliano.
È la prima azione a livello mondiale contro l’occupazione israeliana della terra palestinese e contro la discriminazione sistematica alla quale sono sottoposti gli abitanti della Palestina occupata. Vi parteciperanno oltre 200 personalità mondiali della solidarietà con la lotta di liberazione nazionale palestinese.
La Conferenza è stata aperta dalla ministra degli esteri del Sud Africa, Naledi Pandor, che ha annunciato tra l’altro: “Tutti i cittadini sudafricani che hanno prestato servizio militare a Gaza saranno arrestati al loro ritorno nel paese e saranno giudicati per genocidio”.
La conferenza getterà le basi per intensificare la mobilitazione, l’organizzazione e il coordinamento globale contro l’apartheid israeliano e “svilupperà strategie politiche, legali, di diplomazia pubblica e mediatiche globali volte a isolare il regime di oppressione di Israele”, hanno affermato gli organizzatori in una nota.
In modo particolare sarà sviluppato il coordinamento delle azioni BDS di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, a livello mondiale.
Fonte
È la prima azione a livello mondiale contro l’occupazione israeliana della terra palestinese e contro la discriminazione sistematica alla quale sono sottoposti gli abitanti della Palestina occupata. Vi parteciperanno oltre 200 personalità mondiali della solidarietà con la lotta di liberazione nazionale palestinese.
La Conferenza è stata aperta dalla ministra degli esteri del Sud Africa, Naledi Pandor, che ha annunciato tra l’altro: “Tutti i cittadini sudafricani che hanno prestato servizio militare a Gaza saranno arrestati al loro ritorno nel paese e saranno giudicati per genocidio”.
La conferenza getterà le basi per intensificare la mobilitazione, l’organizzazione e il coordinamento globale contro l’apartheid israeliano e “svilupperà strategie politiche, legali, di diplomazia pubblica e mediatiche globali volte a isolare il regime di oppressione di Israele”, hanno affermato gli organizzatori in una nota.
In modo particolare sarà sviluppato il coordinamento delle azioni BDS di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, a livello mondiale.
Fonte
30/04/2024
Elezioni in Sud Africa: la posizione del Partito Comunista (SACP)
Pubblichiamo la dichiarazione del Partito Comunista del Sud Africa (SACP) in occasione del 30° anniversario delle prime elezioni libere nel paese, il 27 aprile del 1994.
La formazione, per lungo tempo costretta alla clandestinità, è stata uno dei perni della lotta contro l’apartheid ed alleata dell’African National Congress anche nella lotta armata contro il regime di Pretoria.
In questo documento il SACP fa un bilancio della lotta intrapresa dai popoli sudafricani prima contro il colonialismo e poi contro l’apartheid sostenuti dall’imperialismo. Successivamente rinnovando l’alleanza degli ultimi trent’anni con l’ANC e chiarendo il significato politico della propria indicazione di voto alla formazione di cui è stato leader Nelson Mandela per le decisive elezioni che si terranno il prossimo 29 maggio.
Nel documento di alcuni anni fa, in cui venivano “celebrati” i propri 100 anni di lotta, erano già ben chiari i caratteri della doppia sfida che dovevano affrontare i comunisti nel paese: da un lato contro i tentativi di “destabilizzazione” imperialista per mano dei suoi agenti locali e dall’altro contro l’ala neoliberista della ANC, che andava minando il raggiungimento degli obiettivi prefissati dalla “Carta delle Libertà”.
Come viene ben spiegato in quest’ultimo documento, non si tratta di elezioni che hanno solo una valenza locale: “La nostra non è una semplice lotta nazionale. È una lotta internazionale contro un sistema internazionale. Un voto per l’ANC il 29 maggio è un voto per la nostra sovranità nazionale democratica e per la continuazione della lotta di solidarietà internazionale” che vede il Sud Africa, membro dei BRICS +, uno dei perni del mondo multipolare ed uno dei maggiori sostenitori della causa palestinese come ha dimostrato la sua azione alla Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU sostenuta da un amplio fronte al primo interno.
La formazione, per lungo tempo costretta alla clandestinità, è stata uno dei perni della lotta contro l’apartheid ed alleata dell’African National Congress anche nella lotta armata contro il regime di Pretoria.
In questo documento il SACP fa un bilancio della lotta intrapresa dai popoli sudafricani prima contro il colonialismo e poi contro l’apartheid sostenuti dall’imperialismo. Successivamente rinnovando l’alleanza degli ultimi trent’anni con l’ANC e chiarendo il significato politico della propria indicazione di voto alla formazione di cui è stato leader Nelson Mandela per le decisive elezioni che si terranno il prossimo 29 maggio.
Nel documento di alcuni anni fa, in cui venivano “celebrati” i propri 100 anni di lotta, erano già ben chiari i caratteri della doppia sfida che dovevano affrontare i comunisti nel paese: da un lato contro i tentativi di “destabilizzazione” imperialista per mano dei suoi agenti locali e dall’altro contro l’ala neoliberista della ANC, che andava minando il raggiungimento degli obiettivi prefissati dalla “Carta delle Libertà”.
Come viene ben spiegato in quest’ultimo documento, non si tratta di elezioni che hanno solo una valenza locale: “La nostra non è una semplice lotta nazionale. È una lotta internazionale contro un sistema internazionale. Un voto per l’ANC il 29 maggio è un voto per la nostra sovranità nazionale democratica e per la continuazione della lotta di solidarietà internazionale” che vede il Sud Africa, membro dei BRICS +, uno dei perni del mondo multipolare ed uno dei maggiori sostenitori della causa palestinese come ha dimostrato la sua azione alla Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU sostenuta da un amplio fronte al primo interno.
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Dichiarazione in occasione del 30° anniversario della svolta democratica dell’aprile 1994
Dichiarazione in occasione del 30° anniversario della svolta democratica dell’aprile 1994
Giovedì 25 aprile 2024
Mercoledì 27 aprile 1994 ha segnato la nostra vittoria nella lunga battaglia contro il regime oppressivo consolidato nella nostra terra dalla Gran Bretagna imperialista e dai suprematisti della minoranza bianca fin dal 1910, nelle precedenti formazioni coloniali del Capo, del Fiume Orange, del Natal e del Transvaal.
Sabato 27 aprile ricorre il 30° anniversario della storica svolta democratica dell’aprile 1994 contro il regime dell’apartheid, l’ultima delle formazioni statali coloniali razziste che espropriavano e opprimevano la maggioranza e detenevano il potere nel nostro Paese.
Celebriamo la conquista democratica dell’aprile 1994, duramente conquistata, senza perdere di vista il fatto che, nonostante i lodevoli progressi di cui hanno beneficiato milioni di persone, non tutti gli obiettivi della Carta della Libertà sono stati pienamente realizzati.
A luta continua!
La lotta per smantellare l’intera eredità dell’oppressione razziale e di genere, trasformare e sviluppare il Sudafrica per raggiungere tutti gli obiettivi della Carta della Libertà e avanzare verso una società socialista, in cui lo sfruttamento di una persona da parte di un’altra e tutte le forme di oppressione saranno eliminate, continua.
Questo è il nostro messaggio centrale nel 30° anniversario della nostra liberazione democratica faticosamente conquistata.
Guardare indietro, apprezzare i nostri progressi, marciare in avanti con maggiore determinazione
Come sudafricani, non dobbiamo dimenticare il doloroso passato, le nostre lotte per superarlo, e la sua eredità. Gli imperialisti britannici e i suprematisti delle minoranze bianche erano ugualmente interessati allo spietato sfruttamento capitalistico dell’Africa oppressa in particolare e dei neri in generale. L’agenda dei colonialisti era vecchia di secoli e risaliva all’espansione mondiale del sistema capitalistico di sfruttamento dall’Europa.
Come dimostra Karl Marx nel suo libro in tre volumi de Il Capitale: l’Inghilterra è stata il “locus classicus”, cioè il terreno classico, del sistema capitalistico di sfruttamento. L’Inghilterra ha usato questo come base per espandere il sistema, costruendo il suo programma imperialista.
Anche gli olandesi si sono espansi, culminando nel colonialismo della minoranza bianca suprematista in Sudafrica. Così come i tedeschi, i francesi e i portoghesi, che hanno colonizzato altre parti dell’Africa. L’elenco continua, risalendo all’inizio dei coloni e delle altre miserie coloniali che gli africani hanno sopportato, compresa la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia per gli schiavi.
Gli africani hanno vissuto una miseria incalcolabile nella storia dell’umanità. Questo aspetto è globalmente sminuito dalla storiografia prevalente. La miseria subita dagli africani e la sua eredità rimangono problemi irrisolti. Ciò richiede il rinvigorimento e l’intensificazione della rivoluzione africana per ottenere responsabilità, assicurare la giustizia e garantire la completa libertà.
Nel “Manifesto del Partito Comunista”, di cui fu coautore insieme a Frederick Engels, Marx sottolinea che l’accerchiamento del Capo da parte degli europei è stato uno degli sviluppi chiave che hanno dato impulso all’espansione del sistema capitalistico mondiale. Questo sviluppo ha aperto la strada a una lunga miseria coloniale dopo che gli europei si sono stabiliti nella nostra terra nel 1600. Ma siamo chiari.
Ciò non è avvenuto senza resistenza. La nostra lotta di liberazione non è stata quindi la prima risposta al colonialismo nella nostra terra. È stata una continuazione rivoluzionaria delle valorose guerre di resistenza combattute dai nostri antenati, principalmente sotto eroici leader tradizionali.
Durante la nostra lotta di liberazione, abbiamo affrontato un blocco di potenze imperialiste che avevano interessi economici e politici radicati nella nostra terra. Negli anni ’70, oltre alla Gran Bretagna, le principali potenze imperialiste, tra cui Germania Ovest, Francia, Stati Uniti e Giappone, avevano stabilito un enorme controllo economico e un’influenza politica nel nostro Paese.
Come l’ANC ha osservato nella sua “Strategia e tattica” adottata nel 1969 in esilio a Morogoro, in Tanzania, il blocco imperialista costituiva “un formidabile sostegno al regime di apartheid”. I regimi imperialisti potevano, in una “situazione di crisi… passare dal sostegno all’intervento attivo per salvare il regime razzista”.
Gli Stati Uniti consideravano la nostra lotta di liberazione nient’altro che un programma terroristico. In seguito, hanno inserito nell’elenco dei terroristi molti dei principali esponenti della lotta, tra cui il presidente Nelson Mandela. E non è finita qui. Gli Stati Uniti hanno mantenuto Mandela nella loro “lista di controllo dei terroristi” anche dopo la sua elezione democratica a presidente del Sudafrica nel 1994. Di conseguenza, egli rimase in quella lista per tutto il suo mandato di presidente sudafricano e oltre, fino al 2008.
La nostra vittoria nella battaglia contro il regime dell’apartheid ha segnato una rottura radicale con l’era secolare della colonizzazione e dell’espropriazione coloniale, della disumanizzazione e dell’oppressione, tutte basate sul sistema di sfruttamento capitalistico. Si tratta di una svolta democratica radicale che passerà alla storia come una pietra miliare rivoluzionaria contro un regime oppressivo sostenuto dall’imperialismo.
Il SACP coglie l’occasione per rendere omaggio alla classe operaia per il grande ruolo svolto in tutti e quattro i pilastri della nostra lotta di liberazione: lotta armata, mobilitazione di massa, organizzazione clandestina e isolamento internazionale del regime dell’apartheid.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio
Nel celebrare il 30° anniversario del nostro regime democratico, la classe operaia, le sue organizzazioni e i suoi alleati non devono perdere di vista il fatto che “il lupo perde il pelo ma non il vizio”.
Come ha detto il segretario generale del SACP Solly Mapaila durante la commemorazione annuale del 31° giorno della morte di Chris Hani il 10 aprile, i sostenitori o i beneficiari impenitenti dell’oppressione, come le forze imperialiste, non hanno cambiato atteggiamento.
Hanno formato partiti separati sotto la guida di bianchi in un Paese la cui popolazione è a stragrande maggioranza nera. Questo fa parte dell’ostinata eredità dell’apartheid, delle precedenti forme di oppressione coloniale e della realtà del sistema capitalista in corso.
I beneficiari impenitenti dell’oppressione sguazzano felicemente nelle ricchezze ereditate da essa, senza risparmiare alcuno sforzo per salvaguardare questo retaggio di oppressione. I loro partiti sono ancora sostenuti dai regimi imperialisti e fungono da tramite per la trasmissione interna delle agende imperialiste, comprese, ma non solo, le articolazioni della politica estera imperialista.
Questi partiti, come sotto l’apartheid, hanno stabilito connessioni politiche con partiti che sono guidati da ex leader dei Bantustan o che hanno le loro radici nella politica di apartheid dei Bantustan. Oltre a sostenere queste due categorie di partiti, gli imperialisti stanno ora sostenendo nuovi partiti “popcorn” elettorali.
Gli imperialisti cercano senza sosta di dividere le forze e le circoscrizioni della nostra storica lotta di liberazione. Nelle prossime elezioni nazionali e provinciali, il loro obiettivo è quello di estromettere l’ANC dal potere e sostituirla con un regime fantoccio composto da una coalizione asservita e di destra.
A questa controrivoluzione si sono uniti gli scarti del nostro movimento, tra i quali i più identificabili sono noti per le loro tendenze indisciplinate, egoistiche e corrotte, legate agli interessi dell’accumulazione capitalistica, per non parlare di alcuni apparati dello Stato.
Se a questi impenitenti sostenitori o beneficiari dell’oppressione viene data un’altra opportunità, faranno di nuovo la stessa cosa, anche se in modo diverso sotto certi aspetti, dato che i tempi sono cambiati. In un video che Clive Derby-Lewis, l’assassino razzista condannato, ha ordinato di diffondere solo dopo la sua morte per aggirare le condizioni di libertà vigilata, professa spudoratamente che ripeterebbe la stessa cosa se gli venisse data un’altra opportunità.
Quando gli assassini e chi faceva parte del loro complotto hanno pianificato e portato a termine l’assassinio a sangue freddo di Hani, il loro obiettivo era quello di far precipitare il Sudafrica in una guerra civile. Volevano bloccare la nostra transizione alla democrazia e l’espansione della democratizzazione verso una società socialista.
Con grande sconcerto, la diffusa rabbia della classe operaia in risposta all’assassinio costrinse il regime dell’apartheid a fissare il 27 aprile 1994 come data per le prime elezioni in Sudafrica. In questo modo si pose fine al regno del regime dell’apartheid con un voto democratico a maggioranza. Al di là della sua pluridecennale attività rivoluzionaria, il sangue dell’instancabile martire comunista Chris Hani ha avuto un ruolo significativo nella svolta democratica che ha posto fine al regime dell’apartheid.
Ricordiamo coloro che hanno pagato il prezzo più alto con la loro vita.
Dedichiamo il 30° anniversario della svolta democratica dell’aprile 1994 alla memoria dei guerrieri che hanno combattuto nelle guerre di resistenza alla colonizzazione e di tutti i martiri della nostra lotta per la libertà.
Il modo migliore per farlo è utilizzare ogni anno il Giorno della Libertà come momento di riflessione strategica, con lo scopo di intensificare la lotta per la realizzazione di tutti gli obiettivi della “Carta della Libertà” verso la completa libertà, in contrapposizione al “Finalmente liberi”, “La lotta è finita” e ad altre nozioni superficiali che caratterizzano in maniera miope la nostra transizione dal regime dell’apartheid e il Giorno della Libertà.
L’appello “A luta continua!”, che significa “La lotta continua!”, rimane più che mai attuale. Dovrebbe continuare a guidare la classe operaia, comprese le donne, i giovani, i disoccupati e tutti coloro che subiscono l’ingiustizia capitalista, compresa l’eredità dell’oppressione razziale, lo sfruttamento di classe, la disuguaglianza di genere e lo sviluppo ineguale.
Queste condizioni sottolineano l’intrinseca disuguaglianza di classe all’interno del sistema capitalista ed evidenziano che la libertà completa può essere raggiunta solo superando l’intero sistema.
È compito storico della classe operaia e dei suoi alleati, con il Partito Comunista che sviluppa e svolge il suo ruolo di avanguardia, intensificare la lotta per l’emancipazione universale.
Il Partito Comunista ha svolto il suo ruolo di avanguardia quando ha aperto la strada al non razzismo e alla lotta per trasformare il Sudafrica in una repubblica indipendente con uguali diritti per tutti e con un governo democratico a maggioranza, tra gli altri. Il Partito ha collegato questo aspetto direttamente con l’imperativo di avanzare verso una società socialista.
Quando è stato necessario, il Partito Comunista ha assunto un ruolo guida nell’adottare e integrare la lotta armata nei pilastri della nostra più ampia lotta per il rovesciamento dell’apartheid.
Questo culminò nella formazione, con l’ANC, dell’originale uMkhonto weSizwe (MK) nel 1961 e in una risposta clamorosa da parte della classe operaia. L’eredità dell’MK è sempre stata e sarà sempre sotto la guida politica dell’Alleanza guidata dall’ANC. Non si deve permettere che venga usato per fini privati.
Uniamoci e difendiamo il nostro patrimonio di liberazione, comprese le conquiste del nostro regime democratico.
Nel celebrare il 30° anniversario della svolta democratica del 1994, uniamoci per difendere le conquiste ottenute da milioni di persone. In parlamento e al governo, è stato sotto la guida dell’ANC, democraticamente eletta, grazie al coinvolgimento attivo della nostra Alleanza e al sostegno della classe operaia, che abbiamo adottato la nostra attuale Costituzione e che il Sudafrica ha intrapreso il complesso viaggio per annullare le secolari ingiustizie coloniali.
Al di là della Costituzione, in cui abbiamo inserito la Carta dei diritti, le conquiste democratiche ottenute da milioni di persone includono, ma non solo, i seguenti aspetti.
I diritti dei lavoratori, che ora includono il salario minimo nazionale e i suoi aumenti annuali.
Una legislazione progressista sul lavoro, che consente ai lavoratori di confrontarsi con le pratiche lavorative scorrette, facilita lo sviluppo delle competenze e l’equità occupazionale e contribuisce a migliorare le condizioni di lavoro e di vita.
Di conseguenza, il volto di molte aree rurali, in particolare delle township, è migliorato. Un numero crescente di sudafricani si è costruito una casa. Il governo guidato dall’ANC è intervenuto per riqualificare coloro che ancora non lo sono. Ciò ha fatto sì che oltre cinque milioni di stand o case di mattoni e malta, in gran parte costruiti dal governo, siano stati assegnati gratuitamente ai beneficiari.
Più di 17 milioni di persone hanno beneficiato di questa politica di assistenza, secondo il censimento del Sudafrica del 2022, che ha rilevato che 3,5 persone costituiscono la dimensione media della nostra famiglia nazionale.
Entro il 2022, oltre l’82% delle famiglie sudafricane ha avuto accesso all’acqua potabile all’interno o all’esterno delle abitazioni o dei cortili.
La distribuzione percentuale delle famiglie che utilizzano lo sciacquone come tipo di servizio igienico principale è aumentata, passando da una bassa base razziale prima del 1994 fino a circa il 71% nel 2022.
L’espansione dell’elettrificazione delle famiglie ha riguardato gli ex oppressi – esclusi dai successivi regimi coloniali e di apartheid per cento anni, dal 1894 al 1994. Ora le famiglie sudafricane che utilizzano l’elettricità come fonte principale di energia, almeno per l’illuminazione, hanno raggiunto quasi il 95%.
Ora abbiamo strade di accesso asfaltate nelle aree rurali, in cui gli ex oppressi erano confinati e trascurati o, nel migliore dei casi, poco sviluppati dai successivi regimi coloniali e di apartheid. La rete stradale sudafricana è aumentata a oltre 750.000 chilometri entro il 2020, portando il nostro Paese ad avere la decima rete stradale più lunga del mondo.
Abbiamo raggiunto un accesso quasi universale all’istruzione per i bambini di cinque e sei anni. Anche l’accesso all’istruzione di base per coloro che hanno più di sei anni, a livello di scuola primaria e secondaria, si è notevolmente ampliato.
Questo è sostenuto, tra le altre politiche governative, dal Programma di nutrizione scolastica. Noto anche come programma di alimentazione scolastica, questo programma protegge i bambini, soprattutto quelli provenienti da famiglie povere, dall’insegnamento e dall’apprendimento a stomaco vuoto.
Il National Student Financial Aid Scheme (NSFAS) ha finanziato oltre cinque milioni di studenti sin dalla sua istituzione. Prima dell’istituzione del NSFAS con la legge del 1999, il Fondo per l’istruzione terziaria del Sudafrica non copriva gli studenti delle università di istruzione e formazione tecnica e professionale (TVET).
Il governo guidato dall’ANC ha ampliato gli aiuti finanziari agli studenti delle scuole TVET, contribuendo in modo lodevole all’accesso gratuito all’istruzione universitaria attraverso le borse di studio del NSFAS.
L’espansione dell’assistenza sanitaria, compresa l’assistenza sanitaria gratuita per le donne incinte e gli anziani, nonché il trattamento dell’HIV, sono tra le nostre conquiste democratiche nazionali. L’ampio programma anti-HIV del governo ha fatto sì che il 79% di coloro che conoscono il proprio stato ricevano il trattamento e che nel 93% dei casi sia stato viralmente soppresso.
Quasi 19 milioni di persone ricevono sussidi sociali. Durante l’anno finanziario che va da aprile 2022 a marzo 2023, 8,5 milioni di persone hanno ricevuto il sussidio sociale di soccorso, che il governo ha introdotto al culmine della pandemia mortale COVID-19.
Ciò ha portato il numero totale di persone che hanno ricevuto i sussidi sociali a oltre 26 milioni. I sussidi sociali svolgono un ruolo fondamentale nella riduzione della povertà.
Sebbene i progressi siano lenti e continuino a destare grande preoccupazione, evidenziando l’imperativo di potenziare, finanziare adeguatamente e accelerare i programmi di sradicamento della povertà, il tasso di povertà in Sudafrica è sceso dal 71,1% del 1993 al 60,9% del 2010, per poi scendere ulteriormente al 55,5% nel 2020.
I nostri progressi avrebbero potuto essere più ampi in termini di estensione e portata. Il sistema capitalistico, caratterizzato da un lato dall’accumulo della ricchezza della società e dalla sua concentrazione nelle mani di un’esigua minoranza di capitalisti e dall’altro dal lavoro salariato, in cui i salari sono inferiori al valore creato dal lavoro, porta alla povertà di massa, alla miseria e perpetua la disuguaglianza di classe.
Il capitalismo, così come la corruzione che genera, ostacola il progresso imponendo vincoli di risorse al pubblico.
Abbiamo bisogno di una più ampia unità della classe operaia e di un cambiamento fondamentale per risolvere questo problema sistemico e portare la trasformazione e lo sviluppo a livelli più alti, puntando infine all’uguaglianza e a una migliore qualità della vita per tutti.
Una vittoria decisiva per l’ANC il 29 maggio
Il SACP fa appello alla classe operaia, sia femminile che maschile, e ai giovani, così come agli studenti, ai contadini, ai settori progressisti della classe media e a tutti coloro che sostengono la trasformazione democratica e lo sviluppo:
Rechiamoci alle cabine elettorali il 29 maggio ed esprimiamo un voto clamoroso per una decisiva vittoria elettorale dell’ANC su tutte le schede.
Sforziamoci di raggiungere la massima unità patriottica per salvaguardare le nostre conquiste democratiche verso vette più alte.
Uniamoci per espandere la democratizzazione e smantellare l’eredità secolare dell’espropriazione capitalistica dell’epoca coloniale e dell’apartheid, nonché l’oppressione razziale e di genere.
Il manifesto elettorale dell’ANC, redatto in consultazione con i partner dell’alleanza, è ancorato a uno slancio progressista. Esso comprende i seguenti impegni da attuare nei prossimi cinque anni.
– Espansione dei programmi di impiego pubblico per creare e sostenere almeno 2,5 milioni di opportunità di lavoro nella fornitura di beni e servizi pubblici. Contrariamente all’interpretazione errata degli elementi dell’opposizione, questo non è affatto l’unico impegno per la creazione di occupazione e la riduzione della povertà nel manifesto, come dimostrano molti degli impegni successivi.
– Attuazione dell’assicurazione sanitaria nazionale (NHI) per garantire a tutti un’assistenza sanitaria di qualità. A seguito delle lotte della classe operaia, ora il Parlamento ha approvato il disegno di legge sull’NHI e il Presidente sta pensando di firmarlo.
– Allineamento della politica monetaria, fiscale e commerciale, insieme all’avanzamento della trasformazione del settore finanziario, per soddisfare i bisogni di base e perseguire l’industrializzazione.
– Utilizzo della trasformazione del settore finanziario per passare a un settore bancario pubblico, creando banche statali di sviluppo e banche settoriali specifiche allineate con gli obiettivi di politica industriale, e costruendo un sistema bancario pubblico al dettaglio per servire le esigenze finanziarie della popolazione.
– Maggiori investimenti in infrastrutture sociali ed economiche su larga scala.
– Aumento dei livelli di esportazione verso destinazioni globali e continentali, sfruttando, tra l’altro, l’area di libero scambio continentale africana e le relazioni e la cooperazione internazionale BRICS Plus.
– Accelerazione della ridistribuzione delle terre per ridurre le disuguaglianze patrimoniali, tutelare la sicurezza della proprietà, migliorare la produzione agricola e la sicurezza alimentare, promuovere lo sviluppo rurale e urbano e consentire un maggiore accesso alle abitazioni.
– Creazione di un fondo sovrano per sostenere una più ampia trasformazione sociale e lo sviluppo.
– Misure per superare l’aumento del costo della vita, tra l’altro, rafforzando il sostegno al reddito attraverso i sussidi sociali esistenti e utilizzando il sussidio sociale per il disagio come base per l’introduzione graduale di un sussidio di base per il sostegno al reddito. Questo, a nostro avviso, dovrebbe servire come passo verso il tanto necessario sussidio universale per il reddito di base.
Unità della classe operaia e patriottica più ampia
Negli ultimi tre decenni, i lavoratori, in particolare all’interno del movimento sindacale progressista, così come nel settore informale, e la più ampia classe operaia, anche nella comunità, hanno condotto lotte cruciali. Il Partito Comunista, come parte del movimento rivoluzionario, ha continuato a svilupparsi e a svolgere il suo ruolo di avanguardia nelle lotte della classe operaia.
La classe operaia ha svolto un ruolo fondamentale nel promuovere i progressi compiuti dal Sudafrica. Oltre a questo, la classe operaia si è impegnata in conflitti con la classe capitalista, che domina l’economia e gli sviluppi che derivano o sono influenzati dalla proprietà economica, dal controllo e da altri rapporti sociali di produzione.
Le contraddizioni di classe sono ancora presenti in tutti i luoghi chiave del potere. È in queste lotte che la classe operaia, con il Partito Comunista che ha svolto un ruolo attivo, ha combattuto contro le ristrutturazioni e le politiche neoliberiste sul posto di lavoro, come “Crescita, occupazione e redistribuzione”, le privatizzazioni, le gare d’appalto, l’austerità e la conversione del settore statale in un campo di accumulazione capitalista. Dobbiamo intensificare questa lotta verso la vittoria finale.
Il SACP ha guidato la campagna per la trasformazione del settore finanziario. Questa lotta ha registrato importanti progressi. Tuttavia, come altre lotte operaie, la trasformazione del settore finanziario deve ancora essere avanzata e approfondita per raggiungere gli obiettivi della Carta della Libertà. Questi obiettivi includono un settore bancario pubblico e fiorente, così come un settore bancario cooperativo e un settore finanziario più ampio.
Le imprese statali e altri enti pubblici sono stati colpiti dalla macchinazione neoliberista, dalla cattura delle imprese e da altre forme di corruzione. Una parte di ciò è avvenuta attraverso la corporativizzazione e la riduzione degli investimenti statali per ricapitalizzare e migliorare queste entità. Ciò ha lasciato la capacità produttiva di molte di queste entità in ritardo rispetto alle capacità moderne, in declino e incapace di stare al passo con i tempi.
Alla fine, molte imprese statali ed enti pubblici sono cadute in crisi finanziarie e operative. Questo ha fatto parte dell’attacco neoliberista contro la proprietà pubblica, presentando l’impresa privata come l’infallibile strada da percorrere, come se il mondo non fosse inondato di prove di imprese private che hanno fallito o causato crisi economiche globali.
Ci sono molte aziende private che sono state salvate dall’intervento dello Stato, anche attraverso salvataggi finanziari diretti dalle finanze pubbliche, come è avvenuto, ad esempio, dopo la crisi capitalistica globale del 2008.
Costruire la più ampia unità rivoluzionaria possibile per salvaguardare e risollevare le imprese statali e altri enti pubblici è una delle sfide principali che la classe operaia del nostro Paese deve affrontare. Dobbiamo difendere e riaffermare l’economia pubblica, riposizionarla in modo che si trasformi, si espanda e prosperi.
Questo deve essere unito alla lotta per strappare alla borghesia il controllo economico e i proventi economici della nostra transizione democratica. Gli obiettivi di questa lotta includono l’imperativo di far progredire la proprietà collettiva nell’economia, non da ultimo attraverso le cooperative e altre forme di proprietà collettiva dei lavoratori, e di rafforzare la capacità di sconfiggere il neoliberismo, compresa l’austerità, nonché le vecchie e nuove forme di privatizzazione.
Attraverso le lotte, la classe operaia deve affrontare lo sfruttamento economico e la disuguaglianza, anche nella sua articolazione razziale e geografica e di genere, combattere i licenziamenti, promuovere l’accesso al lavoro e la sicurezza del reddito per tutti, combattere la corruzione e la criminalità fino in fondo, approfondendo la lotta anticapitalista e antimperialista per il socialismo.
Il riscaldamento globale e il cambiamento climatico sono una sfida fondamentale che la società deve affrontare a causa dei modelli capitalistici di produzione e consumo. La classe operaia deve rafforzare la propria capacità di affrontare questo problema e garantire che la necessaria transizione verso un’economia verde e a basse emissioni di carbonio diventi una transizione veramente giusta.
Il SACP continuerà a rafforzare la sua capacità di avanguardia e il suo ruolo di attivista nel perseguire queste e altre lotte della classe operaia, anche attraverso la creazione di un movimento popolare di sinistra.
Solidarietà internazionale
Mentre celebriamo il 30° anniversario della nostra svolta democratica, ricordiamo che ci sono milioni di persone in tutto il mondo che hanno bisogno della nostra solidarietà internazionale, così come noi stessi abbiamo avuto bisogno della solidarietà internazionale nella nostra lotta contro l’apartheid e le sue precedenti articolazioni dell’oppressione coloniale.
Il SACP è al fianco del popolo palestinese per la libertà della Palestina storica e contro il genocidio da parte dello Stato colonizzatore israeliano dell’apartheid. Ribadiamo il nostro sostegno al deferimento del regime israeliano alla Corte internazionale di giustizia da parte del governo guidato dall’ANC.
È contro la coraggiosa azione di ricerca di giustizia del Sudafrica per il popolo palestinese, l’adesione attiva alla cooperazione internazionale BRICS Plus e il rifiuto della cooptazione imperialista in situazioni come la guerra in Ucraina provocata dalla NATO, che il nucleo duro dell’Occidente collettivo-imperialista cerca un “cambio di regime” in Sudafrica, anche sul fronte elettorale, contro l’ANC.
Ribadiamo la nostra solidarietà con il popolo e il governo di Cuba contro l’aggressione imperialista e chiediamo l’immediata revoca del blocco illegale di Cuba e dell’occupazione della Baia di Guantanamo da parte degli Stati Uniti.
Siamo al fianco del popolo dello Swaziland nella sua lotta per la democrazia e del popolo del Sahara occidentale per l’autodeterminazione nazionale e contro l’occupazione del Marocco.
Il SACP sostiene ogni lotta rivoluzionaria contro l’aggressione imperialista e gli oppressori in ogni parte del mondo.
La nostra non è una semplice lotta nazionale. È una lotta internazionale contro un sistema internazionale. Un voto per l’ANC il 29 maggio è un voto per la nostra sovranità nazionale democratica e per la continuazione della lotta di solidarietà internazionale.
Pubblicato dal Partito Comunista Sudafricano,
Fondato nel 1921 come Partito Comunista del Sudafrica.
Fonte
30/01/2024
Gideon Levy sulla bizzarra difesa di Israele alla Corte Internazionale
Gaza, è genocidio?
“Come definire, in altro modo, i bambini moribondi sui pavimenti degli ospedali, alcuni dei quali non hanno più nessuno al mondo, e i civili anziani affamati che fuggono per salvarsi la vita dall’incessante minaccia delle bombe che cadono ovunque?”
“La definizione giuridica cambierà il loro destino? Israele tirerà un sospiro di sollievo se la Corte respingerà le accuse? Per quanto riguarda il nostro Paese, se questa situazione non sarà giudicata come genocidio, la nostra coscienza sarà di nuovo pulita. Se L’Aia proclamerà che ‘non c’è un genocidio in atto’, saremo di nuovo gli uomini più morali del mondo”.
Quindi, Levy ironizza sulla difesa esposta dai legali israeliani presso la Corte, ricordando anche l’accusa lanciata al Sudafrica di essere il “braccio legale di Hamas”, che riportiamo perché significativa della poca lucidità che stanno dimostrando nell’occasione gli esperti di pubbliche relazioni di Tel Aviv, che sperano di coprire quanto si sta consumando nella Striscia brandendo l’accusa di connivenza con Hamas contro chiunque devii dalla narrativa della Hasbara.
Israele e la Corte di giustizia internazionale
Levy segnala, in particolare, due passaggi della difesa, riguardo ai quali, annota, “era difficile decidere se ridere o se piangere. Come quando si è sostenuto che solo Hamas è responsabile della situazione di Gaza. Israele non vi ha alcun ruolo né partecipazione. Dirlo a una prestigiosa istituzione internazionale significa mettere in dubbio e insultare l’intelligenza dei suoi giudici”.
“E che dire delle osservazioni del capo della squadra della difesa israeliana, professor Malcolm Shaw, il quale ha affermato: ‘Le azioni di Israele sono proporzionate e prendono di mira solo le forze armate?’ Che dire, appunto di quanto avviene realmente? Proporzionate con tutta la distruzione in atto? Se questo significa proporzionato, cos’è sproporzionato? Hiroshima?”
[La cui devastazione, peraltro, è stata evocata da alti funzionari israeliani per quanto riguarda Gaza (New York Times), sulla quale si è abbattuta una potenza esplosiva doppia di quella di Hiroshima (al Jazeera)].
Inoltre, continua Levy, che dire delle altre affermazioni di Shaw, secondo il quale la nostra azione è rivolta “‘solo contro le forze armate’, quando si registra una moltitudine di bambini morti? Di cosa stava parlando? E poi quel ‘telefoniamo per evacuare le persone non coinvolte’; quante persone hanno ancora un telefono funzionante a Gaza e dove, esattamente, dovrebbero evacuare in quell’inferno, nel quale non rimane un solo angolo di territorio sicuro? E poi la conclusione definitiva: ‘Anche se i soldati violassero le leggi di guerra, il sistema legale israeliano se ne farà carico’”.
“Sembra che Shaw non abbia mai sentito parlare del sistema legale israeliano e ancor meno di quello che viene definito ‘sistema legale militare’. Non ha sentito che dopo l’operazione Piombo Fuso, il conflitto con Gaza del 2008-2009, solo quattro soldati sono stati incriminati per reati penali e solo uno di loro è finito in prigione per il furto di una carta di credito (!). Tutti gli altri, che hanno imperversato con bombe e proiettili contro degli innocenti, non sono stati incriminati, né mai lo saranno”.
“E che dire delle osservazioni della dottoressa Galit Rejwan, la scoperta del fine settimana – la quale senza dubbio sarà scelta per accendere la fiaccola di quest’anno alla cerimonia del Giorno dell’Indipendenza sul monte Herzl – che ha affermato: ‘L’IDF sta trasferendo gli ospedali in un luogo più sicuro’. Al Shifa verrà trasferita a Saba? Rantisi a Soroka? Di quali luoghi sicuri a Gaza sta parlando e quali ospedali sposterà l’IDF?”
“Niente di tutto ciò, ovviamente, prova che Israele ha commesso un genocidio. Lo deciderà il tribunale. Ma come sentirsi a proprio agio con tali argomenti a favore della difesa? Come sentirsi bene dopo L’Aia? Come sentirsi bene dopo Gaza?”
L’ombra di Mandela sulla causa del Sudafrica
Un’ultima annotazione la riprendiamo dall’Associated Press, che racconta l’incontro tra Nelson Mandela con Yasser Arafat, quando i due leader politici ebbero ad associare le rispettive cause, la fine dell’Apartheid e la lotta di liberazione del popolo palestinese.
Tanto che, quando tutto il mondo si felicitò con Mandela per la vittoria della sua causa, dopo aver ringraziato per le felicitazioni, aggiunse: “Sappiamo troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.
Così suona convincente il titolo che l’AP ha inteso dare alla sua nota: “L’impegno di Mandela per la causa palestinese continua oggi con la causa intentata del Sudafrica a Israele per genocidio”.
Per questo è così importante che a intentare la causa per genocidio sia stato il Sudafrica, che ha conosciuto gli orrori dell’apartheid, condizione alla quale erano sottoposti i palestinesi ben prima del 7 ottobre e della guerra di Gaza, come denunciato da Amnesty international e come hanno affermato più volte tanti intellettuali israeliani, compresi tanti recalcitranti ad accettare tale accusa, e addirittura l’ex capo del Mossad Tamir Pardo, che sapeva perfettamente di cosa stesse parlando.
Fonte
“Come definire, in altro modo, i bambini moribondi sui pavimenti degli ospedali, alcuni dei quali non hanno più nessuno al mondo, e i civili anziani affamati che fuggono per salvarsi la vita dall’incessante minaccia delle bombe che cadono ovunque?”
“La definizione giuridica cambierà il loro destino? Israele tirerà un sospiro di sollievo se la Corte respingerà le accuse? Per quanto riguarda il nostro Paese, se questa situazione non sarà giudicata come genocidio, la nostra coscienza sarà di nuovo pulita. Se L’Aia proclamerà che ‘non c’è un genocidio in atto’, saremo di nuovo gli uomini più morali del mondo”.
Quindi, Levy ironizza sulla difesa esposta dai legali israeliani presso la Corte, ricordando anche l’accusa lanciata al Sudafrica di essere il “braccio legale di Hamas”, che riportiamo perché significativa della poca lucidità che stanno dimostrando nell’occasione gli esperti di pubbliche relazioni di Tel Aviv, che sperano di coprire quanto si sta consumando nella Striscia brandendo l’accusa di connivenza con Hamas contro chiunque devii dalla narrativa della Hasbara.
Israele e la Corte di giustizia internazionale
Levy segnala, in particolare, due passaggi della difesa, riguardo ai quali, annota, “era difficile decidere se ridere o se piangere. Come quando si è sostenuto che solo Hamas è responsabile della situazione di Gaza. Israele non vi ha alcun ruolo né partecipazione. Dirlo a una prestigiosa istituzione internazionale significa mettere in dubbio e insultare l’intelligenza dei suoi giudici”.
“E che dire delle osservazioni del capo della squadra della difesa israeliana, professor Malcolm Shaw, il quale ha affermato: ‘Le azioni di Israele sono proporzionate e prendono di mira solo le forze armate?’ Che dire, appunto di quanto avviene realmente? Proporzionate con tutta la distruzione in atto? Se questo significa proporzionato, cos’è sproporzionato? Hiroshima?”
[La cui devastazione, peraltro, è stata evocata da alti funzionari israeliani per quanto riguarda Gaza (New York Times), sulla quale si è abbattuta una potenza esplosiva doppia di quella di Hiroshima (al Jazeera)].
Inoltre, continua Levy, che dire delle altre affermazioni di Shaw, secondo il quale la nostra azione è rivolta “‘solo contro le forze armate’, quando si registra una moltitudine di bambini morti? Di cosa stava parlando? E poi quel ‘telefoniamo per evacuare le persone non coinvolte’; quante persone hanno ancora un telefono funzionante a Gaza e dove, esattamente, dovrebbero evacuare in quell’inferno, nel quale non rimane un solo angolo di territorio sicuro? E poi la conclusione definitiva: ‘Anche se i soldati violassero le leggi di guerra, il sistema legale israeliano se ne farà carico’”.
“Sembra che Shaw non abbia mai sentito parlare del sistema legale israeliano e ancor meno di quello che viene definito ‘sistema legale militare’. Non ha sentito che dopo l’operazione Piombo Fuso, il conflitto con Gaza del 2008-2009, solo quattro soldati sono stati incriminati per reati penali e solo uno di loro è finito in prigione per il furto di una carta di credito (!). Tutti gli altri, che hanno imperversato con bombe e proiettili contro degli innocenti, non sono stati incriminati, né mai lo saranno”.
“E che dire delle osservazioni della dottoressa Galit Rejwan, la scoperta del fine settimana – la quale senza dubbio sarà scelta per accendere la fiaccola di quest’anno alla cerimonia del Giorno dell’Indipendenza sul monte Herzl – che ha affermato: ‘L’IDF sta trasferendo gli ospedali in un luogo più sicuro’. Al Shifa verrà trasferita a Saba? Rantisi a Soroka? Di quali luoghi sicuri a Gaza sta parlando e quali ospedali sposterà l’IDF?”
“Niente di tutto ciò, ovviamente, prova che Israele ha commesso un genocidio. Lo deciderà il tribunale. Ma come sentirsi a proprio agio con tali argomenti a favore della difesa? Come sentirsi bene dopo L’Aia? Come sentirsi bene dopo Gaza?”
L’ombra di Mandela sulla causa del Sudafrica
Un’ultima annotazione la riprendiamo dall’Associated Press, che racconta l’incontro tra Nelson Mandela con Yasser Arafat, quando i due leader politici ebbero ad associare le rispettive cause, la fine dell’Apartheid e la lotta di liberazione del popolo palestinese.
Tanto che, quando tutto il mondo si felicitò con Mandela per la vittoria della sua causa, dopo aver ringraziato per le felicitazioni, aggiunse: “Sappiamo troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.
Così suona convincente il titolo che l’AP ha inteso dare alla sua nota: “L’impegno di Mandela per la causa palestinese continua oggi con la causa intentata del Sudafrica a Israele per genocidio”.
Per questo è così importante che a intentare la causa per genocidio sia stato il Sudafrica, che ha conosciuto gli orrori dell’apartheid, condizione alla quale erano sottoposti i palestinesi ben prima del 7 ottobre e della guerra di Gaza, come denunciato da Amnesty international e come hanno affermato più volte tanti intellettuali israeliani, compresi tanti recalcitranti ad accettare tale accusa, e addirittura l’ex capo del Mossad Tamir Pardo, che sapeva perfettamente di cosa stesse parlando.
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12/01/2024
Il giorno del Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia
Ieri davanti alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) si è tenuta la prima udienza del procedimento promosso dal Sudafrica contro Israele. Lo scorso 29 dicembre, infatti, il Sudafrica aveva depositato un corposo documento con il quale formulava l’accusa, indirizzata verso Israele, di commettere a Gaza il crimine di genocidio.
Israele si è sempre difesa, ripetendo che la sua è l’adeguata risposta agli attacchi, uccisioni e sequestri commessi da Hamas lo scorso 7 ottobre.
In via preliminare, il Sudafrica ha chiesto alla ICJ una misura cautelare, ossia di ordinare a Israele la sospensione della sua campagna militare a Gaza. Gli avvocati hanno poi proseguito dichiarando che Israele tiene una condotta genocidaria, che mostra l’intento di distruggere Gaza, portata ormai al livello più alto.
Dopo l’introduzione del ricorso da parte degli avvocati, il Ministro degli Esteri sudafricano ha dichiarato che, se non si procede immediatamente, si assisterà alla distruzione dei palestinesi nella Striscia.
Ha poi precisato che gli attacchi dello scorso 7 ottobre non possono essere una scusa per commettere il crimine di genocidio. Ha continuato sottolineando che il mondo guarda con orrore al massacro che si sta compiendo a Gaza.
Il crimine orrendo di genocidio è stato definito nel 1948 dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio.
All’articolo 1 la Convenzione sancisce che il genocidio è un crimine di diritto internazionale.
È nell’articolo 2 che viene data, però, la definizione di genocidio. Il Sudafrica dovrà quindi fornire le prove necessarie e sufficienti per dimostrare che gli attacchi di Israele a Gaza configurano questo crimine.
Il genocidio verrà provato, secondo la Convenzione, solo se saranno dimostrati tanto l’elemento oggettivo quanto quello soggettivo del crimine in oggetto.
Secondo la Convenzione, l’elemento oggettivo risiede in uno dei seguenti atti: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.
L’elemento soggettivo invece stabilisce che chi commette questo crimine deve avere volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, nel caso specifico i palestinesi residenti a Gaza.
Le dichiarazioni di alti esponenti delle istituzioni israeliane lasciano pochi spazi a interpretazioni rispetto alla volontà di azzerare un popolo.
Come interpretare, infatti, frasi quali “Il popolo palestinese è un’invenzione che ha meno di cent’anni di vita. Hanno una storia o una cultura? No, non le hanno. I palestinesi non esistono, esistono solo gli arabi”, del Ministro delle Finanze, Bazalel Smotrich.
Oppure “C’è un’intera nazione là fuori che è responsabile. Questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera. Non ci sono civili innocenti a Gaza”, del Presidente di Israele, Isaac Herzog, che giustifica la feroce azione militare nella striscia.
O ancora le parole del Ministro della Difesa, Yoav Gallant che ha dichiarato “Ho ordinato un assedio totale su Gaza. Stiamo combattendo animali umani e agiamo di conseguenza”?
La lista di queste dichiarazioni, presentata dal Sudafrica a sostegno del suo ricorso presso la ICJ, è ben più lunga.
Netanyahu e altri corrono ai ripari adesso, o almeno ci provano, perché se anche il procedimento davanti al ICJ dovesse essere lungo, il rischio di una condanna esiste. Poco importa se poi sarà difficilmente applicabile, perché quello che conta è il danno d’immagine che il Paese subirebbe.
Il Primo Ministro ieri ha così dichiarato che Israele non vuole sfollare la popolazione palestinese da Gaza.
Ma c’è discordia, perché il Ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha dichiarato pochi giorni fa che “incoraggiare l’emigrazione di massa da Gaza consentirà agli israeliani che vivono al confine di tornare a casa in sicurezza” e il solito ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha fatto sapere che più del 70 per cento dell’opinione pubblica israeliana ritiene necessario che i palestinesi siano “incoraggiati” a lasciare Gaza.
Sul tema, anche gli Stati Uniti si smarcano, forse riescono a vedere più in là del loro naso e non vogliono finire implicati in accuse che non li vedano impegnati, quantomeno, a prevenire il crimine di genocidio che, a dir loro, Israele non starebbe comunque commettendo.
Oggi tocca a Israele. Dovrà convincere la ICJ che più di 23.000 civili palestinesi uccisi, di cui quasi 10.000 minori, gran parte di Gaza rasa al suolo, con case e infrastrutture distrutte, che impediranno a lungo un ritorno nei centri devastati, migliaia di bambini palestinesi orfani e senza più legami familiari nella Striscia, interi nuclei famigliari spazzati via, perché nessuno è sopravvissuto, un trauma collettivo di dimensioni eccezionali sono l’”equilibrata risposta” agli attacchi di Hamas e non invece il tentativo di annientare l’intera comunità palestinese di Gaza.
Fonte
Israele si è sempre difesa, ripetendo che la sua è l’adeguata risposta agli attacchi, uccisioni e sequestri commessi da Hamas lo scorso 7 ottobre.
In via preliminare, il Sudafrica ha chiesto alla ICJ una misura cautelare, ossia di ordinare a Israele la sospensione della sua campagna militare a Gaza. Gli avvocati hanno poi proseguito dichiarando che Israele tiene una condotta genocidaria, che mostra l’intento di distruggere Gaza, portata ormai al livello più alto.
Dopo l’introduzione del ricorso da parte degli avvocati, il Ministro degli Esteri sudafricano ha dichiarato che, se non si procede immediatamente, si assisterà alla distruzione dei palestinesi nella Striscia.
Ha poi precisato che gli attacchi dello scorso 7 ottobre non possono essere una scusa per commettere il crimine di genocidio. Ha continuato sottolineando che il mondo guarda con orrore al massacro che si sta compiendo a Gaza.
Il crimine orrendo di genocidio è stato definito nel 1948 dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio.
All’articolo 1 la Convenzione sancisce che il genocidio è un crimine di diritto internazionale.
È nell’articolo 2 che viene data, però, la definizione di genocidio. Il Sudafrica dovrà quindi fornire le prove necessarie e sufficienti per dimostrare che gli attacchi di Israele a Gaza configurano questo crimine.
Il genocidio verrà provato, secondo la Convenzione, solo se saranno dimostrati tanto l’elemento oggettivo quanto quello soggettivo del crimine in oggetto.
Secondo la Convenzione, l’elemento oggettivo risiede in uno dei seguenti atti: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.
L’elemento soggettivo invece stabilisce che chi commette questo crimine deve avere volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, nel caso specifico i palestinesi residenti a Gaza.
Le dichiarazioni di alti esponenti delle istituzioni israeliane lasciano pochi spazi a interpretazioni rispetto alla volontà di azzerare un popolo.
Come interpretare, infatti, frasi quali “Il popolo palestinese è un’invenzione che ha meno di cent’anni di vita. Hanno una storia o una cultura? No, non le hanno. I palestinesi non esistono, esistono solo gli arabi”, del Ministro delle Finanze, Bazalel Smotrich.
Oppure “C’è un’intera nazione là fuori che è responsabile. Questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera. Non ci sono civili innocenti a Gaza”, del Presidente di Israele, Isaac Herzog, che giustifica la feroce azione militare nella striscia.
O ancora le parole del Ministro della Difesa, Yoav Gallant che ha dichiarato “Ho ordinato un assedio totale su Gaza. Stiamo combattendo animali umani e agiamo di conseguenza”?
La lista di queste dichiarazioni, presentata dal Sudafrica a sostegno del suo ricorso presso la ICJ, è ben più lunga.
Netanyahu e altri corrono ai ripari adesso, o almeno ci provano, perché se anche il procedimento davanti al ICJ dovesse essere lungo, il rischio di una condanna esiste. Poco importa se poi sarà difficilmente applicabile, perché quello che conta è il danno d’immagine che il Paese subirebbe.
Il Primo Ministro ieri ha così dichiarato che Israele non vuole sfollare la popolazione palestinese da Gaza.
Ma c’è discordia, perché il Ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha dichiarato pochi giorni fa che “incoraggiare l’emigrazione di massa da Gaza consentirà agli israeliani che vivono al confine di tornare a casa in sicurezza” e il solito ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha fatto sapere che più del 70 per cento dell’opinione pubblica israeliana ritiene necessario che i palestinesi siano “incoraggiati” a lasciare Gaza.
Sul tema, anche gli Stati Uniti si smarcano, forse riescono a vedere più in là del loro naso e non vogliono finire implicati in accuse che non li vedano impegnati, quantomeno, a prevenire il crimine di genocidio che, a dir loro, Israele non starebbe comunque commettendo.
Oggi tocca a Israele. Dovrà convincere la ICJ che più di 23.000 civili palestinesi uccisi, di cui quasi 10.000 minori, gran parte di Gaza rasa al suolo, con case e infrastrutture distrutte, che impediranno a lungo un ritorno nei centri devastati, migliaia di bambini palestinesi orfani e senza più legami familiari nella Striscia, interi nuclei famigliari spazzati via, perché nessuno è sopravvissuto, un trauma collettivo di dimensioni eccezionali sono l’”equilibrata risposta” agli attacchi di Hamas e non invece il tentativo di annientare l’intera comunità palestinese di Gaza.
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11/01/2024
Genocidio a Gaza. Prima riunione della Corte Internazionale. Israele mobilita i suoi complici
I prossimi 11 e 12 gennaio, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja comincerà l’esame della richiesta del Sudafrica di deferire Israele per violazione della convenzione internazionale sul genocidio per quanto sta facendo ai palestinesi a Gaza.
Il ministero degli Esteri israeliano ha incaricato le sue ambasciate negli altri paesi di fare pressione su diplomatici e politici affinché rilascino dichiarazioni contro il deferimento di Israele da parte del Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia, con l’accusa di “commettere genocidio” nella Striscia di Gaza.
Il portale di informazione statunitense Axios rivela il tutto facendo riferimento ad una copia del telegramma al quale aveva avuto accesso.
“Vi chiediamo di fare subito una dichiarazione pubblica sul seguente principio: dichiarare che il vostro paese rifiuta le più oltraggiose e infondate accuse rivolte a Israele”, ha detto il giornale citando il cablogramma ricevuto da tre fonti israeliane.
Secondo il portale, il cablogramma, inviato dal dipartimento israeliano giovedì, illustra il piano di azioni diplomatiche di Tel Aviv in vista delle udienze presso la Corte Internazionale di Giustizia: fare pressione internazionale sulla corte in modo che non proibisca a Israele di condurre operazioni militari nell’enclave.
Le ambasciate israeliane in altri paesi sono state istruite a chiedere ai diplomatici e ai politici ai più alti livelli di “riconoscere pubblicamente” che Tel Aviv sta lavorando per aumentare gli aiuti umanitari a Gaza e ridurre al minimo i danni ai civili nell’enclave. “Gli ambasciatori israeliani sono stati anche incaricati di lavorare urgentemente per ottenere tali dichiarazioni prima delle udienze in tribunale. Il Primo Ministro di Israele Netanyahu invierà le stesse lettere a dozzine di leader mondiali”, riferisce Axios
Il Sudafrica a dicembre ha intentato presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aja una causa contro Israele ai sensi della Convenzione sul genocidio per la situazione nella Striscia di Gaza, chiedendo alla corte di adottare misure provvisorie contro Tel Aviv. Le prime udienze sono state fissate per l’11 e il 12 gennaio.
Fonte
Il ministero degli Esteri israeliano ha incaricato le sue ambasciate negli altri paesi di fare pressione su diplomatici e politici affinché rilascino dichiarazioni contro il deferimento di Israele da parte del Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia, con l’accusa di “commettere genocidio” nella Striscia di Gaza.
Il portale di informazione statunitense Axios rivela il tutto facendo riferimento ad una copia del telegramma al quale aveva avuto accesso.
“Vi chiediamo di fare subito una dichiarazione pubblica sul seguente principio: dichiarare che il vostro paese rifiuta le più oltraggiose e infondate accuse rivolte a Israele”, ha detto il giornale citando il cablogramma ricevuto da tre fonti israeliane.
Secondo il portale, il cablogramma, inviato dal dipartimento israeliano giovedì, illustra il piano di azioni diplomatiche di Tel Aviv in vista delle udienze presso la Corte Internazionale di Giustizia: fare pressione internazionale sulla corte in modo che non proibisca a Israele di condurre operazioni militari nell’enclave.
Le ambasciate israeliane in altri paesi sono state istruite a chiedere ai diplomatici e ai politici ai più alti livelli di “riconoscere pubblicamente” che Tel Aviv sta lavorando per aumentare gli aiuti umanitari a Gaza e ridurre al minimo i danni ai civili nell’enclave. “Gli ambasciatori israeliani sono stati anche incaricati di lavorare urgentemente per ottenere tali dichiarazioni prima delle udienze in tribunale. Il Primo Ministro di Israele Netanyahu invierà le stesse lettere a dozzine di leader mondiali”, riferisce Axios
Il Sudafrica a dicembre ha intentato presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aja una causa contro Israele ai sensi della Convenzione sul genocidio per la situazione nella Striscia di Gaza, chiedendo alla corte di adottare misure provvisorie contro Tel Aviv. Le prime udienze sono state fissate per l’11 e il 12 gennaio.
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07/01/2024
Genocidio a Gaza
Scrivo per segnalare un documento veramente importante che dovrebbe essere ampiamente diffuso e letto attentamente da chiunque sia interessato alla guerra in corso a Gaza.
In particolare, mi riferisco alla “domanda” di 84 pagine che il Sudafrica ha presentato presso la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) il 29 dicembre 2023, accusando Israele di commettere genocidio contro i palestinesi a Gaza.
Sostiene che le azioni di Israele dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023 “sono intese a portare alla distruzione di una parte sostanziale del gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese nella Striscia di Gaza.” Quell’accusa rientra chiaramente nella definizione di genocidio della Convenzione di Ginevra, della quale Israele è firmatario.
L’applicazione è una descrizione eccellente di ciò che Israele sta facendo a Gaza. È completa, ben scritta, ben argomentata e documentata in modo approfondito. L’applicazione ha tre componenti principali.
In primo luogo, descrive dettagliatamente gli orrori inflitti dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ai palestinesi dal 7 ottobre 2023 e spiega il motivo per cui li attende ancora più morte e distruzione. In secondo luogo, l’applicazione fornisce un corpo consistente di prove che dimostrano l’intenzione genocida dei leader israeliani nei confronti dei palestinesi. I commenti dei leader israeliani – tutti scrupolosamente documentati – sono scioccanti.
Si è portati a pensare a come i nazisti parlavano del trattamento degli ebrei leggendo come i leader israeliani in “posizioni di massima responsabilità” parlano dei palestinesi.
In sostanza, il documento sostiene che le azioni di Israele a Gaza, unite alle dichiarazioni di intenti dei suoi leader, rendono chiaro che la politica israeliana è “calcolata per portare alla distruzione fisica dei palestinesi a Gaza.”
In terzo luogo, il documento sforza notevolmente di inserire la guerra a Gaza in un contesto storico più ampio, chiarendo che Israele ha trattato i palestinesi a Gaza come animali in gabbia per molti anni.
Cita numerose relazioni dell’ONU che dettagliano il crudele trattamento israeliano dei palestinesi.
In breve, l’applicazione chiarisce che ciò che gli israeliani hanno fatto a Gaza dal 7 ottobre è una versione più estrema di ciò che facevano già prima di quella data.
Non c’è dubbio che molti dei fatti descritti nel documento sudafricano siano stati precedentemente riportati dai media. Quello che rende così importante l’applicazione, tuttavia, è che raccoglie tutti quei fatti in un unico luogo e fornisce una descrizione generale e accuratamente supportata del genocidio israeliano.
In altre parole, offre la visione d’insieme senza trascurare i dettagli. Non sorprendentemente, il governo israeliano ha etichettato le accuse come “calunnia del sangue” priva di “fondamento fattuale e giuridico”.
Inoltre, Israele sostiene che “il Sudafrica sta collaborando con un gruppo terroristico che chiede la distruzione dello stato di Israele.”
Una lettura attenta del documento, tuttavia, chiarisce che non vi è alcun fondamento per tali affermazioni. In effetti, è difficile vedere come Israele potrà difendersi in modo razionale e legale quando inizieranno le udienze. Dopotutto, i fatti bruti sono difficili da contestare.
Permettetemi di offrire alcune osservazioni aggiuntive riguardo alle accuse sudafricane.
Prima di tutto, il documento sottolinea che il genocidio è distinto da altri crimini di guerra e crimini contro l’umanità, anche se “c’è spesso una stretta connessione tra tutti questi atti.”
Ad esempio, mirare a una popolazione civile per aiutare a vincere una guerra, come è avvenuto quando Gran Bretagna e Stati Uniti hanno bombardato città tedesche e giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, è un crimine di guerra, ma non è genocidio.
Gran Bretagna e Stati Uniti non cercavano di distruggere “una parte sostanziale” o tutta la popolazione di quegli Stati bersaglio.
Anche la pulizia etnica sostenuta da violenza selettiva è un crimine di guerra, anche se non è genocidio, un’azione che Omer Bartov, esperto dell’Olocausto di origine israeliana, definisce “il crimine di tutti i crimini.”
Per inciso, credevo che Israele fosse colpevole di gravi crimini di guerra, ma non di genocidio, durante i primi due mesi della guerra, anche se c’erano crescenti prove di quella che Bartov ha chiamato “intenzione genocida” da parte dei leader israeliani.
Ma è diventato chiaro per me dopo la tregua dal 24 al 30 novembre 2023 e il ritorno all’offensiva da parte di Israele che i leader israeliani stavano effettivamente cercando di distruggere fisicamente una parte sostanziale della popolazione palestinese di Gaza.
In secondo luogo, anche se l’applicazione sudafricana si concentra su Israele, ha enormi implicazioni per gli Stati Uniti, specialmente per il Presidente Biden e i suoi principali collaboratori. Perché?
Perché c’è poco dubbio che l’amministrazione Biden sia complice nel genocidio di Israele, che è anche un atto punibile secondo la Convenzione sul Genocidio.
Nonostante il riconoscimento che Israele sta impegnato in “bombardamenti indiscriminati“, il Presidente Biden ha dichiarato anche che “non faremo assolutamente nulla se non proteggere Israele. Non una sola cosa.”
Ha mantenuto fede alla sua parola, arrivando addirittura a bypassare il Congresso due volte per fornire rapidamente armamenti aggiuntivi a Israele.
Tralasciando le implicazioni legali del suo comportamento, il nome di Biden – e quello dell’America – sarà per sempre associato a ciò che probabilmente diventerà uno dei casi di tentato genocidio nei libri di testo.
In terzo luogo, non avrei mai immaginato di vedere il giorno in cui Israele, un paese pieno di sopravvissuti all’Olocausto e dei loro discendenti, si troverebbe ad affrontare una grave accusa di genocidio.
Indipendentemente da come si sviluppa questa causa presso la CIG – e qui sono pienamente consapevole delle manovre che gli Stati Uniti e Israele adotteranno per evitare un processo equo – in futuro Israele sarà ampiamente considerato come principalmente responsabile di uno dei casi canonici di genocidio.
In quarto luogo, il documento sudafricano sottolinea che non c’è motivo di pensare che questo genocidio finirà presto, a meno che la CIG non intervenga con successo.
Cita due volte le parole del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu del 25 dicembre 2023 per sottolineare questo punto: “Non ci fermiamo, continuiamo a combattere, e approfondiremo la lotta nei prossimi giorni, questa sarà una lunga battaglia e non è vicina alla conclusione.”
Speriamo che il Sudafrica e la CIG pongano fine alla lotta, ma in ultima analisi il potere dei tribunali internazionali di costringere paesi come Israele e gli Stati Uniti è estremamente limitato.
Infine, gli Stati Uniti sono una democrazia liberale ricca di intellettuali, editori di giornali, responsabili delle politiche, esperti e studiosi che proclamano routinariamente il loro profondo impegno nella protezione dei diritti umani in tutto il mondo. Tendono a essere molto vocali quando i paesi commettono crimini di guerra, specialmente se gli Stati Uniti o uno dei suoi alleati sono coinvolti.
Nel caso del genocidio di Israele, tuttavia, la maggior parte degli esperti dei diritti umani nel mainstream liberale ha detto poco riguardo alle azioni selvagge di Israele a Gaza o alla retorica genocida dei suoi leader.
Speriamo che spiegheranno il loro inquietante silenzio in qualche momento. Indipendentemente da ciò, la storia non sarà gentile con loro, poiché hanno detto a malapena una parola mentre il loro paese era complice di un orribile crimine, perpetrato davanti agli occhi di tutti.
Fonte
In particolare, mi riferisco alla “domanda” di 84 pagine che il Sudafrica ha presentato presso la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) il 29 dicembre 2023, accusando Israele di commettere genocidio contro i palestinesi a Gaza.
Sostiene che le azioni di Israele dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023 “sono intese a portare alla distruzione di una parte sostanziale del gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese nella Striscia di Gaza.” Quell’accusa rientra chiaramente nella definizione di genocidio della Convenzione di Ginevra, della quale Israele è firmatario.
L’applicazione è una descrizione eccellente di ciò che Israele sta facendo a Gaza. È completa, ben scritta, ben argomentata e documentata in modo approfondito. L’applicazione ha tre componenti principali.
In primo luogo, descrive dettagliatamente gli orrori inflitti dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ai palestinesi dal 7 ottobre 2023 e spiega il motivo per cui li attende ancora più morte e distruzione. In secondo luogo, l’applicazione fornisce un corpo consistente di prove che dimostrano l’intenzione genocida dei leader israeliani nei confronti dei palestinesi. I commenti dei leader israeliani – tutti scrupolosamente documentati – sono scioccanti.
Si è portati a pensare a come i nazisti parlavano del trattamento degli ebrei leggendo come i leader israeliani in “posizioni di massima responsabilità” parlano dei palestinesi.
In sostanza, il documento sostiene che le azioni di Israele a Gaza, unite alle dichiarazioni di intenti dei suoi leader, rendono chiaro che la politica israeliana è “calcolata per portare alla distruzione fisica dei palestinesi a Gaza.”
In terzo luogo, il documento sforza notevolmente di inserire la guerra a Gaza in un contesto storico più ampio, chiarendo che Israele ha trattato i palestinesi a Gaza come animali in gabbia per molti anni.
Cita numerose relazioni dell’ONU che dettagliano il crudele trattamento israeliano dei palestinesi.
In breve, l’applicazione chiarisce che ciò che gli israeliani hanno fatto a Gaza dal 7 ottobre è una versione più estrema di ciò che facevano già prima di quella data.
Non c’è dubbio che molti dei fatti descritti nel documento sudafricano siano stati precedentemente riportati dai media. Quello che rende così importante l’applicazione, tuttavia, è che raccoglie tutti quei fatti in un unico luogo e fornisce una descrizione generale e accuratamente supportata del genocidio israeliano.
In altre parole, offre la visione d’insieme senza trascurare i dettagli. Non sorprendentemente, il governo israeliano ha etichettato le accuse come “calunnia del sangue” priva di “fondamento fattuale e giuridico”.
Inoltre, Israele sostiene che “il Sudafrica sta collaborando con un gruppo terroristico che chiede la distruzione dello stato di Israele.”
Una lettura attenta del documento, tuttavia, chiarisce che non vi è alcun fondamento per tali affermazioni. In effetti, è difficile vedere come Israele potrà difendersi in modo razionale e legale quando inizieranno le udienze. Dopotutto, i fatti bruti sono difficili da contestare.
Permettetemi di offrire alcune osservazioni aggiuntive riguardo alle accuse sudafricane.
Prima di tutto, il documento sottolinea che il genocidio è distinto da altri crimini di guerra e crimini contro l’umanità, anche se “c’è spesso una stretta connessione tra tutti questi atti.”
Ad esempio, mirare a una popolazione civile per aiutare a vincere una guerra, come è avvenuto quando Gran Bretagna e Stati Uniti hanno bombardato città tedesche e giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, è un crimine di guerra, ma non è genocidio.
Gran Bretagna e Stati Uniti non cercavano di distruggere “una parte sostanziale” o tutta la popolazione di quegli Stati bersaglio.
Anche la pulizia etnica sostenuta da violenza selettiva è un crimine di guerra, anche se non è genocidio, un’azione che Omer Bartov, esperto dell’Olocausto di origine israeliana, definisce “il crimine di tutti i crimini.”
Per inciso, credevo che Israele fosse colpevole di gravi crimini di guerra, ma non di genocidio, durante i primi due mesi della guerra, anche se c’erano crescenti prove di quella che Bartov ha chiamato “intenzione genocida” da parte dei leader israeliani.
Ma è diventato chiaro per me dopo la tregua dal 24 al 30 novembre 2023 e il ritorno all’offensiva da parte di Israele che i leader israeliani stavano effettivamente cercando di distruggere fisicamente una parte sostanziale della popolazione palestinese di Gaza.
In secondo luogo, anche se l’applicazione sudafricana si concentra su Israele, ha enormi implicazioni per gli Stati Uniti, specialmente per il Presidente Biden e i suoi principali collaboratori. Perché?
Perché c’è poco dubbio che l’amministrazione Biden sia complice nel genocidio di Israele, che è anche un atto punibile secondo la Convenzione sul Genocidio.
Nonostante il riconoscimento che Israele sta impegnato in “bombardamenti indiscriminati“, il Presidente Biden ha dichiarato anche che “non faremo assolutamente nulla se non proteggere Israele. Non una sola cosa.”
Ha mantenuto fede alla sua parola, arrivando addirittura a bypassare il Congresso due volte per fornire rapidamente armamenti aggiuntivi a Israele.
Tralasciando le implicazioni legali del suo comportamento, il nome di Biden – e quello dell’America – sarà per sempre associato a ciò che probabilmente diventerà uno dei casi di tentato genocidio nei libri di testo.
In terzo luogo, non avrei mai immaginato di vedere il giorno in cui Israele, un paese pieno di sopravvissuti all’Olocausto e dei loro discendenti, si troverebbe ad affrontare una grave accusa di genocidio.
Indipendentemente da come si sviluppa questa causa presso la CIG – e qui sono pienamente consapevole delle manovre che gli Stati Uniti e Israele adotteranno per evitare un processo equo – in futuro Israele sarà ampiamente considerato come principalmente responsabile di uno dei casi canonici di genocidio.
In quarto luogo, il documento sudafricano sottolinea che non c’è motivo di pensare che questo genocidio finirà presto, a meno che la CIG non intervenga con successo.
Cita due volte le parole del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu del 25 dicembre 2023 per sottolineare questo punto: “Non ci fermiamo, continuiamo a combattere, e approfondiremo la lotta nei prossimi giorni, questa sarà una lunga battaglia e non è vicina alla conclusione.”
Speriamo che il Sudafrica e la CIG pongano fine alla lotta, ma in ultima analisi il potere dei tribunali internazionali di costringere paesi come Israele e gli Stati Uniti è estremamente limitato.
Infine, gli Stati Uniti sono una democrazia liberale ricca di intellettuali, editori di giornali, responsabili delle politiche, esperti e studiosi che proclamano routinariamente il loro profondo impegno nella protezione dei diritti umani in tutto il mondo. Tendono a essere molto vocali quando i paesi commettono crimini di guerra, specialmente se gli Stati Uniti o uno dei suoi alleati sono coinvolti.
Nel caso del genocidio di Israele, tuttavia, la maggior parte degli esperti dei diritti umani nel mainstream liberale ha detto poco riguardo alle azioni selvagge di Israele a Gaza o alla retorica genocida dei suoi leader.
Speriamo che spiegheranno il loro inquietante silenzio in qualche momento. Indipendentemente da ciò, la storia non sarà gentile con loro, poiché hanno detto a malapena una parola mentre il loro paese era complice di un orribile crimine, perpetrato davanti agli occhi di tutti.
Fonte
04/01/2024
Gaza - Israele sta pensando alla pulizia etnica. Gli Usa attaccano il Sudafrica per aver deferito Israele
Il governo israeliano prepara la pulizia etnica dei palestinesi da Gaza
Il governo israeliano sta adottando sempre più il reinsediamento “volontario” dei palestinesi da Gaza come politica ufficiale, con un funzionario di alto rango che ha rivelato di essersi impegnato in discussioni con più paesi in merito al potenziale di tali mosse.
Non ci sono solo le dichiarazioni dei ministri ultrasionisti Modrich e Ben Gvir, Secondo la versione in ebraico del Times of Israel la coalizione di governo di Netanyahu sta esplorando con discrezione l’accoglienza di migliaia di palestinesi provenienti da Gaza, con la Repubblica Democratica del Congo che è uno dei paesi presi in considerazione.
“Il Congo sarà disposto ad accogliere i migranti”, ha detto una fonte di alto livello del gabinetto di sicurezza, “e siamo in trattative con altri paesi”.
Durante una riunione della fazione del Likud lunedì, Netanyahu ha annunciato di essere attivamente coinvolto nell’organizzazione della “migrazione volontaria” degli abitanti di Gaza in altri paesi.
“Il nostro problema è trovare paesi che siano disposti ad assorbire gli abitanti di Gaza”, ha detto, “e ci stiamo lavorando”.
Martedì il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha criticato le recenti dichiarazioni dei ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir che sostengono “l’emigrazione volontaria” dei palestinesi da Gaza, definendo la retorica “incendiaria e irresponsabile”, ha riferito la Reuters. Anche la Francia ha espresso la sua contrarietà alla pulizia etnica dei palestinesi di Gaza.
Gli USA attaccano il Sudafrica per aver deferito Israele alla Corte Internazionale
L’amministrazione Biden ha attaccato il Sudafrica per aver presentato domanda alla Corte internazionale di giustizia chiedendo di avviare un procedimento per dichiarare che Israele sta violando i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio del 1948 nella sua guerra a Gaza.
Il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, John Kirby, ha definito la proposta del Sudafrica priva di merito, controproducente e completamente priva di qualsiasi fondamento nei fatti.
Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Matt Miller, ha osservato che gli Stati Uniti “non stanno assistendo ad alcun atto che costituisca genocidio” da parte di Israele nella sua guerra contro Hamas.
La richiesta presentata dal Sudafrica la scorsa settimana al tribunale dell’Aja accusa le operazioni militari israeliane contro Hamas “sono di carattere genocida, in quanto sono commesse con il necessario intento specifico… per distruggere i palestinesi di Gaza come parte del più ampio gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese”.
Il discorso di Nasrallah
Il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah, nel suo discorso di ieri ha messo in guardia Israele dal lanciare una guerra totale contro il Libano, affermando che la Resistenza islamica combatterà senza alcun limite.
Nasrallah ha affermato che Hezbollah ha deciso di partecipare alla guerra dell’8 ottobre per sostenere il popolo e la resistenza palestinese di fronte alla guerra sionista contro Gaza, indicando che, finora, le operazioni condotte da Hezbollah sono regolate in modo da rispettare gli interessi nazionali libanesi, minacciando il nemico israeliano ma che questi limiti spariranno in caso di guerra sionista al Libano.
Sayyed Nasrallah ha sottolineato che Hezbollah ha dimostrato il massimo coraggio entrando in guerra il 7 ottobre nonostante tutte le capacità militari israeliane e le minacce statunitensi, aggiungendo che i combattenti di Hezbollah sono pronti ad affrontare tutte le scelte militari del nemico.
Dopo l’operazione Al-Aqsa Flood, gli israeliani e tutti i loro alleati si sono arrabbiati moltissimo e hanno pianificato di sfruttare l’occasione per scatenare una guerra totale contro il Libano e la Cisgiordania oltre che contro Gaza, ma gli attacchi di Hezbollah e la sua prontezza militare hanno impedito l’attuazione di questo piano.
Se il fronte libanese fosse stato calmo quando è iniziata la guerra israeliana contro Gaza, i libanesi si sarebbero svegliati a mezzanotte per vedere i jet da guerra israeliani che distruggevano tutto, ha affermato Sayyed Nasrallah.
Sayyed Nasrallah ha aggiunto che l’allerta e la prontezza militare di Hezbollah hanno vanificato il piano di “sorpresa” israeliano, affermando che gli attacchi della Resistenza hanno inviato un chiaro messaggio al nemico israeliano.
I funzionari statunitensi hanno consigliato agli israeliani di evitare una guerra totale con Hezbollah.
Nasrallah ha spiegato che l’8 e il 9 ottobre il gabinetto israeliano ha discusso dei piani di attacco al Libano, aggiungendo che uno dei generali ha messo in guardia il comando politico da qualsiasi coinvolgimento in una guerra aperta con Hezbollah per evitare la massiccia distruzione dell’area di Gush Dan, abitata da tre quarti della popolazione sionista.
Ma ha sottolineato che tutte le minacce americane, britanniche, francesi e tedesche non sono riuscite a costringere Hezbollah a smettere di attaccare i siti di confine sionisti, sottolineando che chi ha intenzione di intraprendere una guerra con la Resistenza se ne pentirà.
“La guerra con Hezbollah sarà molto costosa. Hezbollah sta ora prendendo in considerazione gli interessi e le condizioni libanesi, ma gli stessi interessi supereranno ogni limite se verrà lanciata una guerra totale contro il Libano”.
Rivolgendosi alla cerimonia di Hezbollah tenutasi in occasione del quarto anniversario del martirio del generale Qassem Suleimani e di Hajj Abu Mahdi Al-Muhandis, Nasrallah ha affermato che l’assassinio israeliano del funzionario di Hamas Saleh Arouri, avvenuto nel sobborgo meridionale di Beirut, è un’aggressione simultanea al comando di Hamas e a Dahiyeh (zona di Beirut sotto il controllo di Hezbollah, ndr).
Il Segretario Generale di Hezbollah ha condannato l’assassinio del comandante palestinese, ribadendo che questo crimine non rimarrà senza risposta.
Fonte
Il governo israeliano sta adottando sempre più il reinsediamento “volontario” dei palestinesi da Gaza come politica ufficiale, con un funzionario di alto rango che ha rivelato di essersi impegnato in discussioni con più paesi in merito al potenziale di tali mosse.
Non ci sono solo le dichiarazioni dei ministri ultrasionisti Modrich e Ben Gvir, Secondo la versione in ebraico del Times of Israel la coalizione di governo di Netanyahu sta esplorando con discrezione l’accoglienza di migliaia di palestinesi provenienti da Gaza, con la Repubblica Democratica del Congo che è uno dei paesi presi in considerazione.
“Il Congo sarà disposto ad accogliere i migranti”, ha detto una fonte di alto livello del gabinetto di sicurezza, “e siamo in trattative con altri paesi”.
Durante una riunione della fazione del Likud lunedì, Netanyahu ha annunciato di essere attivamente coinvolto nell’organizzazione della “migrazione volontaria” degli abitanti di Gaza in altri paesi.
“Il nostro problema è trovare paesi che siano disposti ad assorbire gli abitanti di Gaza”, ha detto, “e ci stiamo lavorando”.
Martedì il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha criticato le recenti dichiarazioni dei ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir che sostengono “l’emigrazione volontaria” dei palestinesi da Gaza, definendo la retorica “incendiaria e irresponsabile”, ha riferito la Reuters. Anche la Francia ha espresso la sua contrarietà alla pulizia etnica dei palestinesi di Gaza.
Gli USA attaccano il Sudafrica per aver deferito Israele alla Corte Internazionale
L’amministrazione Biden ha attaccato il Sudafrica per aver presentato domanda alla Corte internazionale di giustizia chiedendo di avviare un procedimento per dichiarare che Israele sta violando i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio del 1948 nella sua guerra a Gaza.
Il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, John Kirby, ha definito la proposta del Sudafrica priva di merito, controproducente e completamente priva di qualsiasi fondamento nei fatti.
Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Matt Miller, ha osservato che gli Stati Uniti “non stanno assistendo ad alcun atto che costituisca genocidio” da parte di Israele nella sua guerra contro Hamas.
La richiesta presentata dal Sudafrica la scorsa settimana al tribunale dell’Aja accusa le operazioni militari israeliane contro Hamas “sono di carattere genocida, in quanto sono commesse con il necessario intento specifico… per distruggere i palestinesi di Gaza come parte del più ampio gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese”.
Il discorso di Nasrallah
Il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah, nel suo discorso di ieri ha messo in guardia Israele dal lanciare una guerra totale contro il Libano, affermando che la Resistenza islamica combatterà senza alcun limite.
Nasrallah ha affermato che Hezbollah ha deciso di partecipare alla guerra dell’8 ottobre per sostenere il popolo e la resistenza palestinese di fronte alla guerra sionista contro Gaza, indicando che, finora, le operazioni condotte da Hezbollah sono regolate in modo da rispettare gli interessi nazionali libanesi, minacciando il nemico israeliano ma che questi limiti spariranno in caso di guerra sionista al Libano.
Sayyed Nasrallah ha sottolineato che Hezbollah ha dimostrato il massimo coraggio entrando in guerra il 7 ottobre nonostante tutte le capacità militari israeliane e le minacce statunitensi, aggiungendo che i combattenti di Hezbollah sono pronti ad affrontare tutte le scelte militari del nemico.
Dopo l’operazione Al-Aqsa Flood, gli israeliani e tutti i loro alleati si sono arrabbiati moltissimo e hanno pianificato di sfruttare l’occasione per scatenare una guerra totale contro il Libano e la Cisgiordania oltre che contro Gaza, ma gli attacchi di Hezbollah e la sua prontezza militare hanno impedito l’attuazione di questo piano.
Se il fronte libanese fosse stato calmo quando è iniziata la guerra israeliana contro Gaza, i libanesi si sarebbero svegliati a mezzanotte per vedere i jet da guerra israeliani che distruggevano tutto, ha affermato Sayyed Nasrallah.
Sayyed Nasrallah ha aggiunto che l’allerta e la prontezza militare di Hezbollah hanno vanificato il piano di “sorpresa” israeliano, affermando che gli attacchi della Resistenza hanno inviato un chiaro messaggio al nemico israeliano.
I funzionari statunitensi hanno consigliato agli israeliani di evitare una guerra totale con Hezbollah.
Nasrallah ha spiegato che l’8 e il 9 ottobre il gabinetto israeliano ha discusso dei piani di attacco al Libano, aggiungendo che uno dei generali ha messo in guardia il comando politico da qualsiasi coinvolgimento in una guerra aperta con Hezbollah per evitare la massiccia distruzione dell’area di Gush Dan, abitata da tre quarti della popolazione sionista.
Ma ha sottolineato che tutte le minacce americane, britanniche, francesi e tedesche non sono riuscite a costringere Hezbollah a smettere di attaccare i siti di confine sionisti, sottolineando che chi ha intenzione di intraprendere una guerra con la Resistenza se ne pentirà.
“La guerra con Hezbollah sarà molto costosa. Hezbollah sta ora prendendo in considerazione gli interessi e le condizioni libanesi, ma gli stessi interessi supereranno ogni limite se verrà lanciata una guerra totale contro il Libano”.
Rivolgendosi alla cerimonia di Hezbollah tenutasi in occasione del quarto anniversario del martirio del generale Qassem Suleimani e di Hajj Abu Mahdi Al-Muhandis, Nasrallah ha affermato che l’assassinio israeliano del funzionario di Hamas Saleh Arouri, avvenuto nel sobborgo meridionale di Beirut, è un’aggressione simultanea al comando di Hamas e a Dahiyeh (zona di Beirut sotto il controllo di Hezbollah, ndr).
Il Segretario Generale di Hezbollah ha condannato l’assassinio del comandante palestinese, ribadendo che questo crimine non rimarrà senza risposta.
Fonte
30/12/2023
Israele deferita dal Sudafrica alla Corte Internazionale per genocidio. A Gaza la resistenza palestinese fa giustizia
Secondo il Wall Street Journal, la guerra nella Striscia di Gaza ha lasciato una distruzione paragonabile alla campagna più distruttiva della storia moderna, confermando che Israele ha sganciato 29.000 bombe che hanno distrutto circa il 70% delle case nella Striscia.
Scontri con mitragliatrici pesanti si sono verificati tra la resistenza palestinese e le forze di occupazione israeliane nel campo di Bureij. Le Brigate Al-Qassam rivendicano che i loro combattenti hanno fatto saltare in aria un carro armato Merkava con una mina e hanno completamente distrutto un trasporto truppe con un proiettile Al-Yassin 105 a nord del campo profughi di Bureij, nella Striscia di Gaza centrale.
Le Brigate Al Quds affermano che i propri combattenti sono impegnati in feroci scontri con le forze di occupazione nelle aree di avanzata a nord e ad est della città di Khan Yunis. Gli aerei israeliani hanno lanciato una serie di violenti raid sulla città di Khan Yunis, a sud della Striscia di Gaza, e Israele ha anche preso di mira le vicinanze dell’ospedale Nasser.
Un ufficiale israeliano che festeggiava le brutalità dei coloni è stato ucciso dalla resistenza palestinese
Un video postato poche settimane fa dal 33enne ufficiale della riserva israeliana, faceva vedere il capitano Harel Sharafit, nella città di Beit Lahia, a nord di Gaza. Nel video l’ufficiale israeliano esprimeva il suo sostegno ad un colono che aveva sterminato una famiglia palestinese. Questo ufficiale è stato ucciso a Beit Lahia per mano della resistenza palestinese.
Il capitano Sharafit si mostrava nel video mentre esprimeva i suoi saluti e la sua gratitudine a un colono estremista israeliano, incriminato per l’uccisione della famiglia palestinese Dawabsheh nella città di Duma, nella Cisgiordania occupata, nel 2015.
La famiglia Dawabsheh era stata uccisa nel sonno quando la loro casa è stata attaccata e data alle fiamme da estremisti ebrei, causando la dolorosa morte di un uomo e una donna, Saad e Reham, e del loro bambino di 18 mesi Ali.
L’unico sopravvissuto è stato Ahmed, 5 anni, che ha riportato gravi ustioni.
Il colono israeliano che è stato incriminato per il raccapricciante omicidio è stato celebrato come una figura eroica da un gran numero di israeliani del movimento di estrema destra del paese.
Nel video, diventato virale dopo la morte di Sharafit, si vede l’ufficiale israeliano piantare un albero a Gaza, dedicandolo agli estremisti israeliani, tra cui Amiram Ben-Uliel, che ha ucciso la famiglia Dawabsheh. Il soldato aveva anche chiesto al governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu di rilasciare quegli estremisti.
Ma poco dopo aver espresso il suo sostegno all’assassino della famiglia Dawabsheh, il capitano Harel Sharafit….. è stato ucciso a Beit Lahia per mano della Resistenza palestinese. E’ stato ucciso ieri, secondo i media israeliani, citati da Al-Jazeera e altre agenzie di stampa.
Il Sudafrica chiede il deferimento di Israele alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio
Il Sudafrica ha presentato una richiesta di avvio di un procedimento contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), chiedendo che la corte indichi misure provvisorie.
La richiesta presentata dal Sudafrica denuncia “presunte violazioni da parte di Israele dei suoi obblighi ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio in relazione ai palestinesi nella Striscia di Gaza”, ha dichiarato la Corte Internazionale di Giustizia in un comunicato stampa.
“Atti e omissioni da parte di Israele … hanno carattere genocida, in quanto commessi con il necessario intento specifico … per distruggere i palestinesi di Gaza come parte del più ampio gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese”, si legge nella dichiarazione.
“La condotta di Israele – attraverso i suoi organi statali, agenti statali e altre persone ed entità che agiscono su sue istruzioni o sotto la sua direzione, controllo o influenza – in relazione ai palestinesi a Gaza, è in violazione dei suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio”, ha aggiunto la dichiarazione, citando la domanda del Sudafrica, il quale ha anche accusato Israele di “non aver impedito il genocidio” e di “perseguire l’incitamento diretto e pubblico al genocidio” nella domanda.
“Israele si è impegnato, si sta impegnando e rischia di impegnarsi ulteriormente in atti di genocidio contro il popolo palestinese a Gaza”, ha detto il paese africano.
La domanda presentata dal Sudafrica chiede inoltre alla CIG di:“indicare misure provvisorie al fine di proteggere da ulteriori, gravi e irreparabili danni ai diritti del popolo palestinese ai sensi della Convenzione sul genocidio e per garantire il rispetto da parte di Israele dei suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio di non impegnarsi in genocidio, e di prevenire e punire il genocidio”.
All’inizio di dicembre, il Sudafrica aveva presentato tutti i documenti necessari alla Corte Penale Internazionale (CPI), accusando Israele di crimini di guerra per la sua guerra genocida a Gaza.
Inoltre, a novembre, i legislatori del paese hanno approvato una mozione per sospendere i legami con Israele fino a quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non si impegnerà a un cessate il fuoco nel territorio palestinese assediato.
Fonte
Scontri con mitragliatrici pesanti si sono verificati tra la resistenza palestinese e le forze di occupazione israeliane nel campo di Bureij. Le Brigate Al-Qassam rivendicano che i loro combattenti hanno fatto saltare in aria un carro armato Merkava con una mina e hanno completamente distrutto un trasporto truppe con un proiettile Al-Yassin 105 a nord del campo profughi di Bureij, nella Striscia di Gaza centrale.
Le Brigate Al Quds affermano che i propri combattenti sono impegnati in feroci scontri con le forze di occupazione nelle aree di avanzata a nord e ad est della città di Khan Yunis. Gli aerei israeliani hanno lanciato una serie di violenti raid sulla città di Khan Yunis, a sud della Striscia di Gaza, e Israele ha anche preso di mira le vicinanze dell’ospedale Nasser.
Un ufficiale israeliano che festeggiava le brutalità dei coloni è stato ucciso dalla resistenza palestinese
Un video postato poche settimane fa dal 33enne ufficiale della riserva israeliana, faceva vedere il capitano Harel Sharafit, nella città di Beit Lahia, a nord di Gaza. Nel video l’ufficiale israeliano esprimeva il suo sostegno ad un colono che aveva sterminato una famiglia palestinese. Questo ufficiale è stato ucciso a Beit Lahia per mano della resistenza palestinese.
Il capitano Sharafit si mostrava nel video mentre esprimeva i suoi saluti e la sua gratitudine a un colono estremista israeliano, incriminato per l’uccisione della famiglia palestinese Dawabsheh nella città di Duma, nella Cisgiordania occupata, nel 2015.
La famiglia Dawabsheh era stata uccisa nel sonno quando la loro casa è stata attaccata e data alle fiamme da estremisti ebrei, causando la dolorosa morte di un uomo e una donna, Saad e Reham, e del loro bambino di 18 mesi Ali.
L’unico sopravvissuto è stato Ahmed, 5 anni, che ha riportato gravi ustioni.
Il colono israeliano che è stato incriminato per il raccapricciante omicidio è stato celebrato come una figura eroica da un gran numero di israeliani del movimento di estrema destra del paese.
Nel video, diventato virale dopo la morte di Sharafit, si vede l’ufficiale israeliano piantare un albero a Gaza, dedicandolo agli estremisti israeliani, tra cui Amiram Ben-Uliel, che ha ucciso la famiglia Dawabsheh. Il soldato aveva anche chiesto al governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu di rilasciare quegli estremisti.
Ma poco dopo aver espresso il suo sostegno all’assassino della famiglia Dawabsheh, il capitano Harel Sharafit….. è stato ucciso a Beit Lahia per mano della Resistenza palestinese. E’ stato ucciso ieri, secondo i media israeliani, citati da Al-Jazeera e altre agenzie di stampa.
Il Sudafrica chiede il deferimento di Israele alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio
Il Sudafrica ha presentato una richiesta di avvio di un procedimento contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), chiedendo che la corte indichi misure provvisorie.
La richiesta presentata dal Sudafrica denuncia “presunte violazioni da parte di Israele dei suoi obblighi ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio in relazione ai palestinesi nella Striscia di Gaza”, ha dichiarato la Corte Internazionale di Giustizia in un comunicato stampa.
“Atti e omissioni da parte di Israele … hanno carattere genocida, in quanto commessi con il necessario intento specifico … per distruggere i palestinesi di Gaza come parte del più ampio gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese”, si legge nella dichiarazione.
“La condotta di Israele – attraverso i suoi organi statali, agenti statali e altre persone ed entità che agiscono su sue istruzioni o sotto la sua direzione, controllo o influenza – in relazione ai palestinesi a Gaza, è in violazione dei suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio”, ha aggiunto la dichiarazione, citando la domanda del Sudafrica, il quale ha anche accusato Israele di “non aver impedito il genocidio” e di “perseguire l’incitamento diretto e pubblico al genocidio” nella domanda.
“Israele si è impegnato, si sta impegnando e rischia di impegnarsi ulteriormente in atti di genocidio contro il popolo palestinese a Gaza”, ha detto il paese africano.
La domanda presentata dal Sudafrica chiede inoltre alla CIG di:“indicare misure provvisorie al fine di proteggere da ulteriori, gravi e irreparabili danni ai diritti del popolo palestinese ai sensi della Convenzione sul genocidio e per garantire il rispetto da parte di Israele dei suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio di non impegnarsi in genocidio, e di prevenire e punire il genocidio”.
All’inizio di dicembre, il Sudafrica aveva presentato tutti i documenti necessari alla Corte Penale Internazionale (CPI), accusando Israele di crimini di guerra per la sua guerra genocida a Gaza.
Inoltre, a novembre, i legislatori del paese hanno approvato una mozione per sospendere i legami con Israele fino a quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non si impegnerà a un cessate il fuoco nel territorio palestinese assediato.
Fonte
25/11/2023
Gaza - La tregua regge. Rilasciati i primi prigionieri. Israele attacca Spagna e Belgio
È avvenuto senza problemi il rilascio dei primi13 ostaggi israeliani nel quadro dello scambio di prigionieri tra Hamas e Israele. Oggi tocca ad un secondo gruppo.
Gli ostaggi israeliani – nove donne e quattro bambini – ieri sono stati consegnati da Hamas alla Croce rossa internazionale e sono giunti poi in Egitto, attraverso Rafah, il valico di confine tra la Striscia di Gaza e il territorio egiziano.
Successivamente, sono stati imbarcati su elicotteri militari israeliani e condotti verso la base dell’Aeronautica di Hatzerim, nel sud di Israele, e poi portati negli ospedali.
La tregua sembra reggere ma l’esercito israeliano intende riprendere i combattimenti nella Striscia di Gaza scaduti i quattro giorni. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa, Benny Gantz, davanti a una folla di centinaia di persone che partecipavano a un raduno a Tel Aviv. Come riferito dal quotidiano israeliano Times of Israel al raduno erano presenti i familiari degli ostaggi. “Voglio rassicurare le famiglie di tutti gli ostaggi: non ci fermeremo, riprenderemo l’azione militare a Gaza per ripristinare la dissuasione”, ha affermato Gantz davanti alla folla.
Più difficile invece è stato il rilascio dei prigionieri palestinesi. Ci sono infatti stati spari e lacrimogeni dei militari israeliani contro i familiari che davanti al carcere di Ofer attendevano il rilascio dei detenuti palestinesi per lo scambio prigionieri. Si tratta di prigioniere donne e di minorenni.
Gli scontri sono scoppiati nei pressi della prigione di Ofer a Beitunia, a ovest di Ramallah, mentre la gente del posto e i giornalisti si riunivano in attesa del rilascio del primo gruppo di prigionieri. Le autorità israeliane avevano vietato ogni tipo di festeggiamento per la liberazione dei prigionieri palestinesi.
L’atmosfera è precipitata quando le forze di sicurezza israeliane sono intervenute per disperdere la folla di famiglie e i giornalisti in attesa di coprire l’evento e dare il benvenuto alle persone rilasciate.
Non solo. Ieri sera le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie delle tre detenute palestinesi, che dovevano essere rilasciate ieri e hanno minacciato le loro famiglie di non festeggiare il loro rilascio.
Il corrispondente di WAFA ha detto che le forze israeliane si sono schierate in vari quartieri di Gerusalemme, hanno fatto irruzione nelle case di tre detenute palestinesi che saranno rilasciati più tardi stasera come parte di un accordo di scambio con Israele.
Le detenute sono Amani al-Hashim, Marah Bakir e Zaina Abdo, dei quartieri di Jabal Mukaber e Beit Hanina.
Due bambini e un fotoreporter sono stati feriti a colpi d’arma da fuoco dalle forze di occupazione israeliane questa sera dopo che queste ultime hanno attaccato le famiglie dei detenuti palestinesi che aspettavano il rilascio dei loro cari davanti alla prigione militare di Ofer a Beitunia, a ovest di Ramallah.
Israele infuriata con Spagna e Belgio. “Sono amici di Hamas”
Il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen, su istruzione di Netanyahu, ha convocato gli ambasciatori di Belgio e Spagna per i commenti fatti dai loro primi ministri al valico di Rafah venerdì e ha accusato i due paesi europei di essere complici di Hamas.
Da dove nasce tutta questa acrimonia? Durante una visita al valico di frontiera di Rafah in Egitto venerdì, Spagna e Belgio hanno chiesto un cessate il fuoco permanente. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e il primo ministro belga Alexander De Croo hanno visitato il valico di Rafah dopo aver incontrato il presidente egiziano Abdel-Fattah El-Sisi all’inizio di venerdì.
Durante la conferenza stampa, Sánchez ha descritto la situazione a Gaza come “il peggior disastro umanitario dei tempi moderni”.
“Quello che sta accadendo è un disastro e lo abbiamo affrontato in modo efficace, riuscendo a fermare il fuoco, portando all’arrivo degli aiuti”, ha dichiarato Sánchez.
Il primo ministro spagnolo ha anche esortato la comunità internazionale a riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina, affermando che: “Potremmo decidere di riconoscere lo Stato di Palestina se l’Unione Europea non lo farà”.
Da parte sua, il primo ministro belga De Croo ha invitato Israele a fermare l’uccisione di civili nella Striscia di Gaza, sottolineando che un cessate il fuoco di quattro giorni non è sufficiente e chiedendo una cessazione permanente delle ostilità.
Il Sudafrica vuole portare Israele alla Corte Penale Internazionale
“Il Sudafrica presenterà direttamente una petizione alla Corte Internazionale di Giustizia per fornire un parere consultivo sulle conseguenze legali derivanti dalla continua violazione da parte di Israele del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione dalla sua prolungata occupazione, insediamento e annessione del territorio palestinese occupato dal 1967”, ha detto il ministro degli Esteri sudafricano Pandor, in risposta a un’interrogazione parlamentare di un deputato.
Pandor ha anche detto che il Sudafrica lavorerà affinché la Palestina ottenga l’adesione alle Nazioni Unite.
“A livello globale, il Sudafrica sostiene gli sforzi palestinesi per l’adesione alle Nazioni Unite e la creazione di meccanismi internazionali positivi, credibili e duraturi per affrontare la causa palestinese sulla base del diritto internazionale”, ha spiegato il ministro degli Esteri del Sudafrica.
Fonte
Gli ostaggi israeliani – nove donne e quattro bambini – ieri sono stati consegnati da Hamas alla Croce rossa internazionale e sono giunti poi in Egitto, attraverso Rafah, il valico di confine tra la Striscia di Gaza e il territorio egiziano.
Successivamente, sono stati imbarcati su elicotteri militari israeliani e condotti verso la base dell’Aeronautica di Hatzerim, nel sud di Israele, e poi portati negli ospedali.
La tregua sembra reggere ma l’esercito israeliano intende riprendere i combattimenti nella Striscia di Gaza scaduti i quattro giorni. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa, Benny Gantz, davanti a una folla di centinaia di persone che partecipavano a un raduno a Tel Aviv. Come riferito dal quotidiano israeliano Times of Israel al raduno erano presenti i familiari degli ostaggi. “Voglio rassicurare le famiglie di tutti gli ostaggi: non ci fermeremo, riprenderemo l’azione militare a Gaza per ripristinare la dissuasione”, ha affermato Gantz davanti alla folla.
Più difficile invece è stato il rilascio dei prigionieri palestinesi. Ci sono infatti stati spari e lacrimogeni dei militari israeliani contro i familiari che davanti al carcere di Ofer attendevano il rilascio dei detenuti palestinesi per lo scambio prigionieri. Si tratta di prigioniere donne e di minorenni.
Gli scontri sono scoppiati nei pressi della prigione di Ofer a Beitunia, a ovest di Ramallah, mentre la gente del posto e i giornalisti si riunivano in attesa del rilascio del primo gruppo di prigionieri. Le autorità israeliane avevano vietato ogni tipo di festeggiamento per la liberazione dei prigionieri palestinesi.
L’atmosfera è precipitata quando le forze di sicurezza israeliane sono intervenute per disperdere la folla di famiglie e i giornalisti in attesa di coprire l’evento e dare il benvenuto alle persone rilasciate.
Non solo. Ieri sera le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie delle tre detenute palestinesi, che dovevano essere rilasciate ieri e hanno minacciato le loro famiglie di non festeggiare il loro rilascio.
Il corrispondente di WAFA ha detto che le forze israeliane si sono schierate in vari quartieri di Gerusalemme, hanno fatto irruzione nelle case di tre detenute palestinesi che saranno rilasciati più tardi stasera come parte di un accordo di scambio con Israele.
Le detenute sono Amani al-Hashim, Marah Bakir e Zaina Abdo, dei quartieri di Jabal Mukaber e Beit Hanina.
Due bambini e un fotoreporter sono stati feriti a colpi d’arma da fuoco dalle forze di occupazione israeliane questa sera dopo che queste ultime hanno attaccato le famiglie dei detenuti palestinesi che aspettavano il rilascio dei loro cari davanti alla prigione militare di Ofer a Beitunia, a ovest di Ramallah.
Israele infuriata con Spagna e Belgio. “Sono amici di Hamas”
Il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen, su istruzione di Netanyahu, ha convocato gli ambasciatori di Belgio e Spagna per i commenti fatti dai loro primi ministri al valico di Rafah venerdì e ha accusato i due paesi europei di essere complici di Hamas.
Da dove nasce tutta questa acrimonia? Durante una visita al valico di frontiera di Rafah in Egitto venerdì, Spagna e Belgio hanno chiesto un cessate il fuoco permanente. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e il primo ministro belga Alexander De Croo hanno visitato il valico di Rafah dopo aver incontrato il presidente egiziano Abdel-Fattah El-Sisi all’inizio di venerdì.
Durante la conferenza stampa, Sánchez ha descritto la situazione a Gaza come “il peggior disastro umanitario dei tempi moderni”.
“Quello che sta accadendo è un disastro e lo abbiamo affrontato in modo efficace, riuscendo a fermare il fuoco, portando all’arrivo degli aiuti”, ha dichiarato Sánchez.
Il primo ministro spagnolo ha anche esortato la comunità internazionale a riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina, affermando che: “Potremmo decidere di riconoscere lo Stato di Palestina se l’Unione Europea non lo farà”.
Da parte sua, il primo ministro belga De Croo ha invitato Israele a fermare l’uccisione di civili nella Striscia di Gaza, sottolineando che un cessate il fuoco di quattro giorni non è sufficiente e chiedendo una cessazione permanente delle ostilità.
Il Sudafrica vuole portare Israele alla Corte Penale Internazionale
“Il Sudafrica presenterà direttamente una petizione alla Corte Internazionale di Giustizia per fornire un parere consultivo sulle conseguenze legali derivanti dalla continua violazione da parte di Israele del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione dalla sua prolungata occupazione, insediamento e annessione del territorio palestinese occupato dal 1967”, ha detto il ministro degli Esteri sudafricano Pandor, in risposta a un’interrogazione parlamentare di un deputato.
Pandor ha anche detto che il Sudafrica lavorerà affinché la Palestina ottenga l’adesione alle Nazioni Unite.
“A livello globale, il Sudafrica sostiene gli sforzi palestinesi per l’adesione alle Nazioni Unite e la creazione di meccanismi internazionali positivi, credibili e duraturi per affrontare la causa palestinese sulla base del diritto internazionale”, ha spiegato il ministro degli Esteri del Sudafrica.
Fonte
23/08/2023
I BRICS hanno cambiato l’equilibrio globale, ma non cambieranno da soli il mondo
Nel 2003, alti funzionari dal Brasile, dall’India e dal Sudafrica si sono incontrati in Messico per discutere dei reciproci interessi nel commercio di farmaci.
L’India era ed è uno dei maggiori produttori mondiali di vari farmaci, compresi quelli utilizzati per il trattamento dell’HIV-AIDS; il Brasile e il Sudafrica avevano entrambi bisogno di farmaci a prezzi accessibili per i pazienti affetti da HIV e da una serie di altri disturbi curabili.
Ma a questi tre Paesi è stato impedito di commerciare facilmente tra loro a causa delle rigide leggi sulla proprietà intellettuale stabilite dall’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Pochi mesi prima del loro incontro, i tre Paesi hanno formato un gruppo, noto come IBSA, per discutere e chiarire le questioni relative alla proprietà intellettuale e al commercio, ma anche per confrontarsi con i Paesi del Nord globale per la loro richiesta asimmetrica di cessare i sussidi agricoli dei Paesi più poveri. Il concetto di cooperazione Sud-Sud ha fatto da cornice a queste discussioni.
L’interesse per la cooperazione Sud-Sud risale agli anni ’40 del '900, quando il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite istituì il primo programma di aiuti tecnici per favorire il commercio tra i nuovi Stati post-coloniali di Africa, Asia e America Latina.
Sei decenni dopo, proprio in concomitanza con la nascita di IBSA, questo spirito è stato commemorato dalla Giornata delle Nazioni Unite per la Cooperazione Sud-Sud, il 19 dicembre 2004.
In quell’occasione, le Nazioni Unite crearono anche l’Unità speciale per la cooperazione Sud-Sud (dieci anni dopo, nel 2013, questa istituzione fu rinominata Ufficio delle Nazioni Unite per la cooperazione Sud-Sud), che si basava sull’accordo del 1988 sul Sistema globale di preferenze commerciali tra i Paesi in via di sviluppo.
A partire dal 2023, questo patto include 42 Stati membri provenienti da Africa, Asia e America Latina, che complessivamente ospitano quattro miliardi di persone e hanno un mercato combinato di 16.000 miliardi di dollari (circa il 20% delle importazioni globali di merci).
È importante ricordare che questo programma di lunga data per aumentare il commercio tra i Paesi del Sud costituisce la preistoria del BRICS, istituito nel 2009 e attualmente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.
L’intero progetto del BRICS è incentrato sulla questione se i Paesi che si trovano all’estremità inferiore del sistema neocoloniale possano uscirne attraverso il commercio e la cooperazione reciproci, o se i Paesi più grandi (compresi quelli dei BRICS) godranno inevitabilmente di asimmetrie di potere e di scala nei confronti dei Paesi più piccoli e quindi riprodurranno le disuguaglianze piuttosto che trascenderle.
Il nostro ultimo dossier, sulla teoria marxista della dipendenza, mette in discussione qualsiasi progetto capitalista nel Sud del mondo che creda di potersi liberare in qualche modo dal sistema neocoloniale importando debito ed esportando merci a basso costo.
Nonostante i limiti del progetto BRICS, è chiaro che l’aumento del commercio Sud-Sud e lo sviluppo di istituzioni del Sud (per il finanziamento dello sviluppo, ad esempio) sfidano il sistema neocoloniale, anche se non lo trascendono immediatamente.
Noi di Tricontinental: Institute for Social Research abbiamo seguito da vicino gli sviluppi e le contraddizioni del progetto BRICS fin dal suo inizio e continuiamo a farlo.
Alla fine di questo mese, il quindicesimo vertice dei BRICS si terrà a Johannesburg, in Sudafrica, dal 22 al 24 agosto. Questo incontro avviene mentre due dei membri del gruppo, la Russia e la Cina, stanno affrontando una nuova guerra fredda con gli Stati Uniti e i suoi alleati, mentre gli altri membri subiscono enormi pressioni per essere coinvolti in questo conflitto.
Di seguito, troverete il briefing n. 9, pubblicato in collaborazione con No Cold War, che offre una breve ma necessaria panoramica dell’imminente vertice BRICS. Potete leggere il briefing qui sotto.
Il prossimo quindicesimo vertice BRICS (22-24 agosto) a Johannesburg, in Sudafrica, ha il potenziale per fare la storia. I capi di Stato di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica si riuniranno per il loro primo incontro faccia a faccia dopo il vertice del 2019 a Brasilia, in Brasile.
L’incontro avrà luogo a diciotto mesi dall’inizio del conflitto militare in Ucraina, che non solo ha sollevato le tensioni tra le potenze occidentali guidate dagli Stati Uniti e la Russia a un livello mai visto dai tempi della Guerra Fredda, ma ha anche acuito le differenze tra il Nord e il Sud del mondo.
Ci sono crepe crescenti nell’ordine internazionale unipolare imposto da Washington e Bruxelles al resto del mondo attraverso l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), il sistema finanziario internazionale, il controllo dei flussi di informazione (sia nelle reti tradizionali che nei social media) e l’uso indiscriminato di sanzioni unilaterali contro un numero crescente di Paesi.
Come ha recentemente affermato il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, “il periodo successivo alla guerra fredda è finito. È in corso una transizione verso un nuovo ordine globale”.
In questo contesto globale, tre dei dibattiti più importanti da monitorare al vertice di Johannesburg sono: (1) la possibile espansione dei membri del BRICS, (2) l’espansione dell’adesione alla Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e (3) il ruolo della NDB nella creazione di alternative all’uso del dollaro USA.
Secondo Anil Sooklal, ambasciatore del Sudafrica presso il BRICS, ventidue Paesi hanno chiesto formalmente di entrare nel gruppo (tra cui Arabia Saudita, Argentina, Algeria, Messico e Indonesia) e altre due dozzine hanno espresso interesse.
Nonostante le numerose sfide da superare, il BRICS è ora considerato una forza trainante dell’economia mondiale e degli sviluppi economici del Sud globale in particolare.
I BRICS oggi
A metà dello scorso decennio, i BRICS hanno incontrato una serie di problemi. Con l’elezione del Primo Ministro Narendra Modi in India (2014) e il colpo di Stato contro la Presidente Dilma Rousseff in Brasile (2016), due dei Paesi membri del gruppo sono stati guidati da governi di destra più favorevoli a Washington.
Sia l’India che il Brasile si sono ritirati nella loro partecipazione al gruppo. L’assenza de facto del Brasile, che fin dall’inizio era stato una delle principali forze trainanti del BRICS, ha rappresentato una perdita significativa per il consolidamento del gruppo.
Questi sviluppi hanno minato e ostacolato i progressi della NDB e del Contingent Reserve Arrangement (CRA), istituito nel 2015, che ha rappresentato il più grande risultato istituzionale dei BRICS fino ad oggi. Sebbene la NDB abbia compiuto alcuni progressi, non ha raggiunto i suoi obiettivi originari.
Ad oggi, la banca ha approvato circa 32,8 miliardi di dollari di finanziamenti (in realtà, ne sono stati emessi meno), mentre il CRA – che dispone di 100 miliardi di dollari di fondi per assistere i Paesi che hanno carenza di dollari USA nelle loro riserve internazionali e stanno affrontando pressioni a breve termine sulla bilancia dei pagamenti o sulla liquidità – non è mai stato attivato.
Tuttavia, gli sviluppi degli ultimi anni hanno rinvigorito il progetto BRICS. Le decisioni di Mosca e Pechino di rispondere all’escalation di aggressioni nella Nuova Guerra Fredda da parte di Washington e Bruxelles; il ritorno di Luiz Inácio Lula da Silva alla presidenza del Brasile nel 2022 e la conseguente nomina di Dilma Rousseff alla presidenza della NDB; il relativo allontanamento, in varia misura, di India e Sudafrica dalle potenze occidentali hanno dato vita a una “tempesta perfetta” che sembra aver ricostruito un senso di unità politica nei BRICS (nonostante le tensioni irrisolte tra India e Cina).
A ciò si aggiunge il crescente peso del BRICS nell’economia globale e il rafforzamento dell’interazione economica tra i suoi membri. Nel 2020, la quota globale del Prodotto interno lordo (PIL) dei BRICS in termini di parità di potere d’acquisto – 31,5% – ha superato quella del Gruppo dei Sette (G7) – 30,7% – e si prevede che questo divario aumenti.
Anche il commercio bilaterale tra i Paesi BRICS è cresciuto in modo robusto: il Brasile e la Cina battono record ogni anno, raggiungendo i 150 miliardi di dollari nel 2022; le esportazioni russe verso l’India sono triplicate da aprile a dicembre 2022, su base annua, raggiungendo i 32,8 miliardi di dollari; mentre il commercio tra Cina e Russia è balzato dai 147 miliardi di dollari del 2021 ai 190 miliardi di dollari del 2022, con un aumento di quasi il 30%.
Cosa c’è in gioco a Johannesburg?
Di fronte a questa situazione internazionale dinamica e alle crescenti richieste di espansione, i BRICS si trovano ad affrontare una serie di questioni importanti.
Oltre a fornire risposte concrete ai candidati interessati, l’espansione dei membri ha il potenziale di aumentare il peso politico ed economico del BRICS e, eventualmente, di rafforzare altre piattaforme regionali a cui appartengono i suoi membri.
Ma l’espansione richiede anche di decidere la forma specifica che l’adesione dovrebbe assumere e può aumentare la complessità della costruzione del consenso, con il rischio di rallentare il progresso del processo decisionale e delle iniziative. Come si dovrebbero affrontare queste questioni?
Come aumentare la capacità di finanziamento della NDB e il suo coordinamento con le altre banche di sviluppo del Sud globale e con le altre banche multilaterali? E, soprattutto, come può la NDB, in collaborazione con la rete di think tank dei BRICS, promuovere la formulazione di una nuova politica di sviluppo per il Sud globale?
Poiché i Paesi membri dei BRICS dispongono di solide riserve internazionali (il Sudafrica ne ha un po’ meno), è improbabile che debbano ricorrere al CRA; invece, questo fondo potrebbe fornire ai Paesi in difficoltà un’alternativa al ricatto politico del Fondo Monetario Internazionale, che impone ai Paesi in via di sviluppo di adottare misure di austerità devastanti in cambio di prestiti.
I BRICS starebbero discutendo la creazione di una valuta di riserva che consentirebbe il commercio e gli investimenti senza l’uso del dollaro USA. Se venisse istituita, potrebbe essere un ulteriore passo avanti negli sforzi per creare alternative al dollaro, ma rimangono degli interrogativi.
Come si potrebbe garantire la stabilità di una tale valuta di riserva? Come potrebbe articolarsi con i nuovi meccanismi commerciali che non utilizzano il dollaro, come gli accordi bilaterali Cina-Russia, Cina-Brasile, Russia-India e altri?
In che modo la cooperazione e il trasferimento tecnologico possono sostenere la reindustrializzazione di Paesi come il Brasile e il Sudafrica, soprattutto in settori strategici come le biotecnologie, la tecnologia dell’informazione, l’intelligenza artificiale e le energie rinnovabili, combattendo al contempo la povertà e la disuguaglianza e realizzando altre esigenze fondamentali dei popoli del Sud?
I leader che rappresentano 71 Paesi del Sud globale sono stati invitati a partecipare all’incontro di Johannesburg. Xi, Putin, Lula, Modi, Ramaphosa e Dilma hanno molto lavoro da fare per rispondere a queste domande e fare progressi sulle questioni urgenti dello sviluppo globale.
Il nostro istituto continua a seguire questi sviluppi, né con la convinzione che il progetto BRICS offra la salvezza globale, né con il cinismo che lo liquida come nulla di nuovo. La storia è mossa non dalla purezza, ma dalle contraddizioni del mondo.
Quando questi grandi Paesi del Sud si incontreranno a Johannesburg, si confronteranno con le grandi ingiustizie del Sudafrica. Queste spaccature sono la materia prima delle poesie di Vonani Bila, la cui voce si leva da Shirley Village (Limpopo) e ci ricorda il lungo cammino che ci attende, attraverso il progetto BRICS e oltre:
Quando il sole si ritira
nel Soutpansberg,
Giyani Block indossa un
cappotto di vipera nera;
uno specchio di morte e disperazione.
Medici e infermieri si alzano in piedi.
Non avranno pace quando lo sciopero dei lavoratori
accenderà la sua fiamma furiosa.
Sono in punta di piedi, guardano in alto,
lottano contro il mostro senza volto e senza coda.
Con affetto,
Vijay
Fonte
L’India era ed è uno dei maggiori produttori mondiali di vari farmaci, compresi quelli utilizzati per il trattamento dell’HIV-AIDS; il Brasile e il Sudafrica avevano entrambi bisogno di farmaci a prezzi accessibili per i pazienti affetti da HIV e da una serie di altri disturbi curabili.
Ma a questi tre Paesi è stato impedito di commerciare facilmente tra loro a causa delle rigide leggi sulla proprietà intellettuale stabilite dall’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Pochi mesi prima del loro incontro, i tre Paesi hanno formato un gruppo, noto come IBSA, per discutere e chiarire le questioni relative alla proprietà intellettuale e al commercio, ma anche per confrontarsi con i Paesi del Nord globale per la loro richiesta asimmetrica di cessare i sussidi agricoli dei Paesi più poveri. Il concetto di cooperazione Sud-Sud ha fatto da cornice a queste discussioni.
L’interesse per la cooperazione Sud-Sud risale agli anni ’40 del '900, quando il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite istituì il primo programma di aiuti tecnici per favorire il commercio tra i nuovi Stati post-coloniali di Africa, Asia e America Latina.
Sei decenni dopo, proprio in concomitanza con la nascita di IBSA, questo spirito è stato commemorato dalla Giornata delle Nazioni Unite per la Cooperazione Sud-Sud, il 19 dicembre 2004.
In quell’occasione, le Nazioni Unite crearono anche l’Unità speciale per la cooperazione Sud-Sud (dieci anni dopo, nel 2013, questa istituzione fu rinominata Ufficio delle Nazioni Unite per la cooperazione Sud-Sud), che si basava sull’accordo del 1988 sul Sistema globale di preferenze commerciali tra i Paesi in via di sviluppo.
A partire dal 2023, questo patto include 42 Stati membri provenienti da Africa, Asia e America Latina, che complessivamente ospitano quattro miliardi di persone e hanno un mercato combinato di 16.000 miliardi di dollari (circa il 20% delle importazioni globali di merci).
È importante ricordare che questo programma di lunga data per aumentare il commercio tra i Paesi del Sud costituisce la preistoria del BRICS, istituito nel 2009 e attualmente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.
L’intero progetto del BRICS è incentrato sulla questione se i Paesi che si trovano all’estremità inferiore del sistema neocoloniale possano uscirne attraverso il commercio e la cooperazione reciproci, o se i Paesi più grandi (compresi quelli dei BRICS) godranno inevitabilmente di asimmetrie di potere e di scala nei confronti dei Paesi più piccoli e quindi riprodurranno le disuguaglianze piuttosto che trascenderle.
Il nostro ultimo dossier, sulla teoria marxista della dipendenza, mette in discussione qualsiasi progetto capitalista nel Sud del mondo che creda di potersi liberare in qualche modo dal sistema neocoloniale importando debito ed esportando merci a basso costo.
Nonostante i limiti del progetto BRICS, è chiaro che l’aumento del commercio Sud-Sud e lo sviluppo di istituzioni del Sud (per il finanziamento dello sviluppo, ad esempio) sfidano il sistema neocoloniale, anche se non lo trascendono immediatamente.
Noi di Tricontinental: Institute for Social Research abbiamo seguito da vicino gli sviluppi e le contraddizioni del progetto BRICS fin dal suo inizio e continuiamo a farlo.
Alla fine di questo mese, il quindicesimo vertice dei BRICS si terrà a Johannesburg, in Sudafrica, dal 22 al 24 agosto. Questo incontro avviene mentre due dei membri del gruppo, la Russia e la Cina, stanno affrontando una nuova guerra fredda con gli Stati Uniti e i suoi alleati, mentre gli altri membri subiscono enormi pressioni per essere coinvolti in questo conflitto.
Di seguito, troverete il briefing n. 9, pubblicato in collaborazione con No Cold War, che offre una breve ma necessaria panoramica dell’imminente vertice BRICS. Potete leggere il briefing qui sotto.
Il prossimo quindicesimo vertice BRICS (22-24 agosto) a Johannesburg, in Sudafrica, ha il potenziale per fare la storia. I capi di Stato di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica si riuniranno per il loro primo incontro faccia a faccia dopo il vertice del 2019 a Brasilia, in Brasile.
L’incontro avrà luogo a diciotto mesi dall’inizio del conflitto militare in Ucraina, che non solo ha sollevato le tensioni tra le potenze occidentali guidate dagli Stati Uniti e la Russia a un livello mai visto dai tempi della Guerra Fredda, ma ha anche acuito le differenze tra il Nord e il Sud del mondo.
Ci sono crepe crescenti nell’ordine internazionale unipolare imposto da Washington e Bruxelles al resto del mondo attraverso l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), il sistema finanziario internazionale, il controllo dei flussi di informazione (sia nelle reti tradizionali che nei social media) e l’uso indiscriminato di sanzioni unilaterali contro un numero crescente di Paesi.
Come ha recentemente affermato il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, “il periodo successivo alla guerra fredda è finito. È in corso una transizione verso un nuovo ordine globale”.
In questo contesto globale, tre dei dibattiti più importanti da monitorare al vertice di Johannesburg sono: (1) la possibile espansione dei membri del BRICS, (2) l’espansione dell’adesione alla Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e (3) il ruolo della NDB nella creazione di alternative all’uso del dollaro USA.
Secondo Anil Sooklal, ambasciatore del Sudafrica presso il BRICS, ventidue Paesi hanno chiesto formalmente di entrare nel gruppo (tra cui Arabia Saudita, Argentina, Algeria, Messico e Indonesia) e altre due dozzine hanno espresso interesse.
Nonostante le numerose sfide da superare, il BRICS è ora considerato una forza trainante dell’economia mondiale e degli sviluppi economici del Sud globale in particolare.
I BRICS oggi
A metà dello scorso decennio, i BRICS hanno incontrato una serie di problemi. Con l’elezione del Primo Ministro Narendra Modi in India (2014) e il colpo di Stato contro la Presidente Dilma Rousseff in Brasile (2016), due dei Paesi membri del gruppo sono stati guidati da governi di destra più favorevoli a Washington.
Sia l’India che il Brasile si sono ritirati nella loro partecipazione al gruppo. L’assenza de facto del Brasile, che fin dall’inizio era stato una delle principali forze trainanti del BRICS, ha rappresentato una perdita significativa per il consolidamento del gruppo.
Questi sviluppi hanno minato e ostacolato i progressi della NDB e del Contingent Reserve Arrangement (CRA), istituito nel 2015, che ha rappresentato il più grande risultato istituzionale dei BRICS fino ad oggi. Sebbene la NDB abbia compiuto alcuni progressi, non ha raggiunto i suoi obiettivi originari.
Ad oggi, la banca ha approvato circa 32,8 miliardi di dollari di finanziamenti (in realtà, ne sono stati emessi meno), mentre il CRA – che dispone di 100 miliardi di dollari di fondi per assistere i Paesi che hanno carenza di dollari USA nelle loro riserve internazionali e stanno affrontando pressioni a breve termine sulla bilancia dei pagamenti o sulla liquidità – non è mai stato attivato.
Tuttavia, gli sviluppi degli ultimi anni hanno rinvigorito il progetto BRICS. Le decisioni di Mosca e Pechino di rispondere all’escalation di aggressioni nella Nuova Guerra Fredda da parte di Washington e Bruxelles; il ritorno di Luiz Inácio Lula da Silva alla presidenza del Brasile nel 2022 e la conseguente nomina di Dilma Rousseff alla presidenza della NDB; il relativo allontanamento, in varia misura, di India e Sudafrica dalle potenze occidentali hanno dato vita a una “tempesta perfetta” che sembra aver ricostruito un senso di unità politica nei BRICS (nonostante le tensioni irrisolte tra India e Cina).
A ciò si aggiunge il crescente peso del BRICS nell’economia globale e il rafforzamento dell’interazione economica tra i suoi membri. Nel 2020, la quota globale del Prodotto interno lordo (PIL) dei BRICS in termini di parità di potere d’acquisto – 31,5% – ha superato quella del Gruppo dei Sette (G7) – 30,7% – e si prevede che questo divario aumenti.
Anche il commercio bilaterale tra i Paesi BRICS è cresciuto in modo robusto: il Brasile e la Cina battono record ogni anno, raggiungendo i 150 miliardi di dollari nel 2022; le esportazioni russe verso l’India sono triplicate da aprile a dicembre 2022, su base annua, raggiungendo i 32,8 miliardi di dollari; mentre il commercio tra Cina e Russia è balzato dai 147 miliardi di dollari del 2021 ai 190 miliardi di dollari del 2022, con un aumento di quasi il 30%.
Cosa c’è in gioco a Johannesburg?
Di fronte a questa situazione internazionale dinamica e alle crescenti richieste di espansione, i BRICS si trovano ad affrontare una serie di questioni importanti.
Oltre a fornire risposte concrete ai candidati interessati, l’espansione dei membri ha il potenziale di aumentare il peso politico ed economico del BRICS e, eventualmente, di rafforzare altre piattaforme regionali a cui appartengono i suoi membri.
Ma l’espansione richiede anche di decidere la forma specifica che l’adesione dovrebbe assumere e può aumentare la complessità della costruzione del consenso, con il rischio di rallentare il progresso del processo decisionale e delle iniziative. Come si dovrebbero affrontare queste questioni?
Come aumentare la capacità di finanziamento della NDB e il suo coordinamento con le altre banche di sviluppo del Sud globale e con le altre banche multilaterali? E, soprattutto, come può la NDB, in collaborazione con la rete di think tank dei BRICS, promuovere la formulazione di una nuova politica di sviluppo per il Sud globale?
Poiché i Paesi membri dei BRICS dispongono di solide riserve internazionali (il Sudafrica ne ha un po’ meno), è improbabile che debbano ricorrere al CRA; invece, questo fondo potrebbe fornire ai Paesi in difficoltà un’alternativa al ricatto politico del Fondo Monetario Internazionale, che impone ai Paesi in via di sviluppo di adottare misure di austerità devastanti in cambio di prestiti.
I BRICS starebbero discutendo la creazione di una valuta di riserva che consentirebbe il commercio e gli investimenti senza l’uso del dollaro USA. Se venisse istituita, potrebbe essere un ulteriore passo avanti negli sforzi per creare alternative al dollaro, ma rimangono degli interrogativi.
Come si potrebbe garantire la stabilità di una tale valuta di riserva? Come potrebbe articolarsi con i nuovi meccanismi commerciali che non utilizzano il dollaro, come gli accordi bilaterali Cina-Russia, Cina-Brasile, Russia-India e altri?
In che modo la cooperazione e il trasferimento tecnologico possono sostenere la reindustrializzazione di Paesi come il Brasile e il Sudafrica, soprattutto in settori strategici come le biotecnologie, la tecnologia dell’informazione, l’intelligenza artificiale e le energie rinnovabili, combattendo al contempo la povertà e la disuguaglianza e realizzando altre esigenze fondamentali dei popoli del Sud?
I leader che rappresentano 71 Paesi del Sud globale sono stati invitati a partecipare all’incontro di Johannesburg. Xi, Putin, Lula, Modi, Ramaphosa e Dilma hanno molto lavoro da fare per rispondere a queste domande e fare progressi sulle questioni urgenti dello sviluppo globale.
Il nostro istituto continua a seguire questi sviluppi, né con la convinzione che il progetto BRICS offra la salvezza globale, né con il cinismo che lo liquida come nulla di nuovo. La storia è mossa non dalla purezza, ma dalle contraddizioni del mondo.
Quando questi grandi Paesi del Sud si incontreranno a Johannesburg, si confronteranno con le grandi ingiustizie del Sudafrica. Queste spaccature sono la materia prima delle poesie di Vonani Bila, la cui voce si leva da Shirley Village (Limpopo) e ci ricorda il lungo cammino che ci attende, attraverso il progetto BRICS e oltre:
Quando il sole si ritira
nel Soutpansberg,
Giyani Block indossa un
cappotto di vipera nera;
uno specchio di morte e disperazione.
Medici e infermieri si alzano in piedi.
Non avranno pace quando lo sciopero dei lavoratori
accenderà la sua fiamma furiosa.
Sono in punta di piedi, guardano in alto,
lottano contro il mostro senza volto e senza coda.
Con affetto,
Vijay
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