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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/10/2025

La Corte Internazionale di Giustizia censura le restrizioni israeliane agli aiuti umanitari

La Corte Internazionale di Giustizia, l’organo giudiziario delle Nazioni Unite, si è espressa ieri riguardo al divieto che Israele ha imposto all’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) di svolgere attività sul proprio territorio. Com’era logica aspettarsi, l’operato sionista è stato censurato su tutta la linea.

L’opinione della Corte era stata richiesta a dicembre dall’Assemblea Generale dell’ONU, dopo che Tel Aviv aveva deciso di proibire ogni attività dell’UNRWA. Ciò ha comportato che, mentre il personale palestinese presente a Gaza e in Cisgiordania ha continuato a garantire assistenza e supporto, Israele ha impedito l’accesso degli aiuti a Gaza e ha rifiutato i visti per lo staff internazionale.

Al posto dell’UNRWA e di altre agenzie è stata creata la Gaza Humantarian Foundation, di cui è stato evidenziato a più riprese il ruolo di connivenza con il genocidio. Per questo la posizione dell’Aja, seppur non vincolante, ha di certo un chiaro peso morale, a cui va aggiunto anche un evidente peso diplomatico, in un frangente in cui l’opposizione di piazza al terrorismo sionista è forte un po’ in tutto il Mondo.

A pronunciare il parere è stato il giudice Iwasawa Yuji, che ha dichiarato: “in quanto potenza occupante, Israele è obbligato a garantire i bisogni primari della popolazione locale, compresi i beni essenziali per la loro sopravvivenza”. Sotto questo aspetto, la Corte ha ritenuto che Israele ha mancato ai propri obblighi.

Inoltre, i giudici hanno sottolineato che “la potenza occupante non potrà mai invocare ragioni di sicurezza per giustificare la sospensione generale di tutte le attività umanitarie nei territori occupati”. Questa posizione si riverbera anche sul blocco illegale posto su Gaza, e sul sequestro degli attivisti delle varie Flotille, che ancora una volta viene confermato come un atto contrario al diritto internazionale.

C’è poi un nodo fondamentale: quello delle accuse di ‘collaborazionismo’ dell’UNRWA con Hamas. Non solo la Corte ha affermato che l’agenzia ONU non ha violato le regole di imparzialità e che Israele, in quanto membro delle Nazioni Unite, deve sostenerne l’attività, ma anche che Tel Aviv non ha portato prove sostanziali a dimostrazione della partecipazione del suo personale alle attività di Hamas.

Il governo Netanyahu aveva parlato di oltre mille dipendenti dell’UNRWA affiliati all’organizzazione palestinese. “La Corte – dice sempre Iwasawa – ritiene che Israele non abbia dimostrato le sue accuse secondo cui una parte significativa dei dipendenti dell’UNRWA sarebbero ‘membri di Hamas... o di altre fazioni terroristiche”.

Quelle sioniste, insomma, sono state tutte menzogne funzionali a mettere al bando ogni aiuto umanitario e poter usare la fame per portare a termine la pulizia etnica, non essendo Israele riuscita a piegare la resistenza né il popolo palestinese. Altro appunto fatto dai giudici, che hanno ricordato come anche questo è un crimine di cui Tel Aviv si è macchiata.

La reazione sionista non si è fatta attendere, al solito scomposta e mistificatoria. L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha ribadito che gli organismi dell’ONU “sono diventati focolai di terroristi”, e che il suo paese non si farà imporre “misure politiche”. Il Dipartimento di Stato statunitense ha definito il parere “corrotto” e ha affermato che “attacca ingiustamente Israele e dà all’UNRWA un lasciapassare per il suo profondo coinvolgimento e il suo sostegno materiale al terrorismo di Hamas”.

Lo spregio con cui l’ONU e il diritto internazionale viene trattato da Tel Aviv e da Washington (come sempre ha fatto anche Bruxelles, del resto) non è nuovo. Certo è che questo ulteriore pronunciamento arriva in un momento in cui la misura è piena, e in cui la consapevolezza del fatto che Israele continua a occupare illegalmente i territori palestinesi e a impedirne l’autodeterminazione è fatta propria da tutto il Mondo. Per questo bisogna continuare a bloccare tutto, per dare un’ulteriore spinta internazionalista all’abbattimento dell’apartheid.

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07/02/2025

Nordio seppellisce la credibilità di Meloni

In questi giorni intensi, in cui viene giù l’architettura dell’“ordine internazionale” fondato nel secondo dopoguerra, tra pulsioni genocide ad ampio spettro e “pensate immobiliariste” per mettere a valore anche i cimiteri, doversi occupare della miseria politica italiana provoca sommovimenti intestini insopportabili.

Ci muniamo di pazienza e proviamo a dire cosa ha dimostrato l’indegna sceneggiata parlamentare di ieri.

Com’è noto, il governo doveva spiegare perché ha mancato di rispettare un ordine di cattura emesso dalla Corte Internazionale de L’Aja, riportando a casa con un aereo dei servizi segreti il capo degli scafisti libici di Tripoli, Almasri, che è anche alla guida dei lager di quella parte di Paese.

Va ricordato che l’Italia è non solo paese membro della Corte Internazionale, ma che quella è stata fondata proprio a Roma, nel 2002, al termine di un lungo processo evolutivo che partiva dal processo di Norimberga, per istituire un organismo “terzo e neutrale” incaricato di perseguire mostruosità come il il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra.

Non che il comportamento di quella Corte sia stato irreprensibile. Un po’ perché non vi hanno aderito Stati che comunque sarebbe stato difficile perseguire (Usa, Russia, Cina, lo stesso Israele come “51° stato Usa”). Un po’ perché, anche per questo, la sua azione è stata “strabica”. Sì al processo contro Slobodan Milosevic – poi assolto dopo che era già morto in carcere – o contro capi-fazione in Ruanda, Costa d’Avorio e altri paesi africani. Silenzio totale sui massacri in Iraq, Afghanistan, territori occupati palestinesi, ecc.

Almeno fino a quando il genocidio a Gaza non è balzato anche ai suoi occhi facendo scattare il mandato di cattura per Netanyahu e l’ex ministro della difesa Gallant (quello che aveva definito i palestinesi “animali umani”, quindi da mandare al mattatoio). E con questi due mandati si è giocato la “tolleranza” da parte dell’Occidente neoliberista, costitutivamente genocida... Da allora solo sputi in faccia e pernacchie, niente più omaggi al “diritto internazionale”.

Però se si costruisce davvero un “ordine internazionale basato su regole che valgono per tutti”, sulla falsariga dei codici penali nazionali, si può naturalmente criticarne le singole decisioni, ma non far finta che quelle decisioni sono solo carta straccia.

Altrimenti si esce da quell’“ordine” e ci si adatta alla guerra di tutti contro tutti, sulla base del puro esercizio della forza. Di cui l’Italia dispone in misura quasi irrilevante, sul piano mondiale.

Sulla vicenda Almasri tutti – governo e opposizione parlamentare – hanno dato la prova della propria pochezza. Anche se ovviamente l’opposizione, almeno in questo caso, ha fatto la propria parte dicendo qualcosa (di solito non fa nulla o peggio converge con il governo, ad esempio sull’invio di armi in Ucraina).

Il ministro della giustizia Nordio, primo bersaglio di un impiccio che è nato anche dal suo comportamento omissivo, si è presentato in aula con una nuovissima versione dei fatti che è sembrata sagomata sull’esigenza – completamente diversa – di assestare un altro colpo alla magistratura. A prescindere da quel che fa e solo perché ne esiste una (pessima e servile, peraltro).

Fino a ieri si era trincerato dietro la formula “stavo valutando” cosa fare con Almasri, mentre intanto un aereo dei servizi (per evidente decisione del sottosegretario con delega, Alfredo Mantovano, d’accordo con il presidente del consiglio) aspettava all’aeroporto di Torino che il tagliagole tripolino venisse scarcerato.

Un impiccio che però segnalava un possibile malfunzionamento interno al governo – il ministro competente tace mentre “studia” e intanto un altro ministero agisce motu proprio. Per cancellare anche questa “macchietta” sulla splendida autorevolezza di un esecutivo ridicolo, Nordio ha scelto perciò una versione più “muscolare” e meno fantozziana.

Facendo un disastro.

Nota Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera (non certo un organo antipatizzante con il governo, anche se preferirebbe un tono generale più “istituzionale” e meno “pesciarolo”): «Il ministro non è un passacarte», rivendica il Guardasigilli Carlo Nordio. E spiega che nel suo ruolo di «organo politico» ha il «potere-dovere di interloquire con altri organi dello Stato, laddove se ne presenti la necessità, che in questo caso si presentava eccome».

Dunque il ministro della Giustizia che ha di fatto disapplicato il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale contro il generale libico Najeem Osama Almasri, determinando la scarcerazione del detenuto, ha discusso con i colleghi di governo. Con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, c’è da presumere, ma anche con il sottosegretario delegato alla sicurezza nazionale Alfredo Mantovano e, verosimilmente, con la stessa premier Giorgia Meloni.

Cioè i quattro indagati la cui posizione è al vaglio del Tribunale dei ministri, dopo la trasmissione degli atti da parte del procuratore di Roma.”

La logica è ferrea. O sei – in materia di mandati di cattura internazionali emessi da un Corte non italiana – un semplice “passacarte” che rispetta i trattati e i regolamenti in materia, senza entrare nel merito, oppure sei uno che può decidere per conto proprio se e quando un mandato di cattura “terzo” (contro cittadini di un altro paese, nemmeno italiani) deve essere eseguito oppure no, dopo esserselo frettolosamente letto (“48 ore, 40 pagine in inglese con allegati in arabo”, ecc.) e stabilito che “se sò sbajati...”.

E se Almasri è stato riportato a casa... allora è colpa tua. L’hai deciso tu (insieme al resto del governo, ovvio).

Detto questo, il realismo politico più cinico avrebbe richiesto la banale necessità di ammettere che “non si poteva fare altro” visti gli accordi immondi esistenti tra lo Stato italiano e gli scafisti di Tripoli – sottoscritti dal piddino Marco Minniti, peraltro, quando era ministro dell’interno – che obbligano a garantire l’impunità per quanto lì avviene, “nel nostro interesse”.

Insomma: bastava invocare il “segreto di Stato” per chiudere la vicenda, certo con una pessima figura morale per una presidente del consiglio “madre e cristiana” (tra le vittime di Almasri ci sono innumerevoli donne e bambini).

E invece no. Nemmeno questo. Il governo, via Nordio, voleva uscirne con un rafforzamento della propria traballante immagine morale (basta guardarli schierati, in effetti...).

Così ha dovuto abborracciare una “nuova versione” dei fatti – la terza – che ne cancella definitivamente ogni credibilità, sia sua che della stessa Meloni. Se, infatti, dici cose sempre diverse anche nel ricostruire quel che hai fatto nel prendere una decisione tra quattro o cinque ministri, figuriamoci quante balle puoi raccontare su questioni sicuramente più complicate come la politica economica e fiscale, l’uso dei fondi del PNRR, le alleanze internazionali, ecc.

Si potrebbe chiudere qui, limitandosi alla sola citazione del penoso intervento di Piantedosi, che nell’arzigolo questurese consegnato agli archivi si è limitato a ripetere la necessità di espellere «un soggetto pericoloso per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico». Delle due l’una: o Almasri è un alleato dell’Italia, per quanto puzzolente e impresentabile, e allora il riportarlo a casa è spiegabile (con la copertura del segreto di Stato, certo). Oppure è un “potenziale pericolo”, e allora sarebbe stato meglio consegnarlo in catene alla Corte de L’Aja.

In fondo lui è solo un poliziotto di mestiere, non avrebbe necessità di usare scioglilingua da azzeccagarbugli che non fanno neanche ridere...

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20/07/2024

Corte Internazionale di Giustizia: “Israele ponga fine all’occupazione illegale dei territori palestinesi”

Sin dalla risoluzione 242 del 1967, l’ONU ha dichiarato l’occupazione dei territori conquistati da Israele ai tempi della Guerra dei Sei Giorni assolutamente illegale. Ogni richiamo al rispetto di questa delibera del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite è finito sempre inascoltato.

Visto il rilancio del colonialismo di insediamento, accelerato dopo il 7 ottobre 2023, l’Assemblea ONU ha deciso di chiedere alla Corte Internazionale di Giustizia un nuovo parere consultivo. Ancora una volta, è stato intimato a Tel Aviv di porre fine all’occupazione della Cisgiordania, delle alture del Golan, di Gerusalemme Est e di Gaza.

Questo scempio del diritto internazionale, tanto osannato in Occidente quando si tratta di condannare coloro che non sono nostri alleati, dura da quasi sessant’anni, ma le dichiarazioni della Corte sembrano addirittura aver sortito l’effetto contrario. Non c’è nessuna intenzione di evacuare i coloni, né di risarcire i danni, come richiesto dai giudici dell’Aja.

Il ministro della Sicurezza nazionale Ben Gvir e quello delle Finanze Smotrich (che è un rappresentante politico dei coloni) hanno rilanciato chiedendo l’annessione diretta di ampie porzioni della Cisgiordania. Anche Benny Gantz, da poco dimessosi dal gabinetto di guerra, sottolinea come questo parere sia un’ingerenza esterna inaccettabile.

Ma forse ancor peggio ha fatto il primo ministro Netanyahu: “il popolo ebraico non è conquistatore nella propria terra, né nella nostra eterna capitale Gerusalemme, né nella terra dei nostri antenati in Giudea e Samaria”. Dichiarazioni che palesano tutta la carica millenaristica ed etnico-religiosa di cui è ammantato il progetto sionista.

Progetto che prevede costituzionalmente la pulizia etnica del popolo palestinese e l’affermazione dello Stato Ebraico. La recente votazione della Knesset israeliana, che con una maggioranza schiacciante ha vietato la formazione di uno stato palestinese non fa che confermare questa intenzione.

Un pronunciamento del genere dovrebbe interrogare le cancellerie euroatlantiche sulla possibilità di continuare la retorica del “due popoli, due stati”, di cui i vertici di Tel Aviv sono i primi oppositori.

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25/05/2024

La Corte Internazionale di Giustizia ordina a Israele di fermarsi. È la seconda volta in venti anni

Con 13 voti contro 2 (quello dei giudici Julia Sebutinde, ugandese, e Aharon Barak, israeliano), la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha ordinato ieri a Israele di sospendere l’operazione militare in corso a Rafah.

Il presidente della Corte, Nawaf Salam ha dichiarato in aula che Israele deve “immediatamente fermare la sua offensiva militare e qualsiasi altra azione nell’area di Rafah che possa infliggere al gruppo palestinese condizioni di vita che potrebbero portare alla sua distruzione fisica in tutto e in parte”. La Corte ha anche ordinato a Israele di consentire l’ingresso a Gaza di tutti gli aiuti umanitari necessari.

“La Corte non è convinta che gli sforzi di evacuazione e le relative misure che Israele afferma di aver intrapreso per migliorare la sicurezza dei civili nella Striscia di Gaza, in particolare nei confronti delle persone sfollate di recente dal governatorato di Rafah, siano sufficienti ad alleviare l’immenso rischio a cui la popolazione palestinese è esposta a seguito dell’offensiva militare a Rafah”.

In risposta all’ordine della Corte Internazionale di Giustizia che chiede di fermare le operazioni a Rafah per non mettere in pericolo i civili palestinesi, le autorità e la politica israeliane, in modo bipartisan, hanno accusato il tribunale dell’Aja addirittura di antisemitismo e sostegno al terrorismo.

“Ci dovrebbe essere una sola risposta all’ordine irrilevante del tribunale antisemita dell’Aja: l’occupazione di Rafah, l’aumento della pressione militare e la completa sconfitta di Hamas”, ha twittato il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. “Il nostro futuro non dipende da ciò che diranno i gentili (i non ebrei, ndr), ma da ciò che faranno gli ebrei”, ha aggiunto Ben Gvir.

Ma se gli estremisti messianici della destra israeliana tuonano contro la Corte Internazionale, anche l’opposizione moderata non è da meno.

“Come ho avvertito, la decisione del governo israeliano di comparire davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia è stata un grave errore”, ha detto il capo di Yisrael Beytenu, Avigdor Liberman. “La decisione odierna della Corte dimostra che varie istituzioni delle Nazioni Unite e anche la Corte Penale Internazionale dell’Aia sono diventate aiutanti dei terroristi in tutto il mondo e il loro intero ruolo è quello di scoraggiare i paesi democratici nella loro lotta contro le organizzazioni terroristiche”.

“Israele è quello che è stato brutalmente attaccato da Gaza e ha dovuto difendersi da un’orribile organizzazione terroristica che ha ucciso bambini, stuprato donne e ancora lancia razzi contro civili innocenti”, ha affermato il leader dell’opposizione Yair Lapid.

Hamas ha accolto con favore la decisione del tribunale dell’Aja. In un comunicato, afferma che si sarebbe aspettato però che la Corte Internazionale di Giustizia “emettesse una decisione per fermare l’aggressione e il genocidio (di Israele) contro il nostro popolo in tutta Gaza, non solo a Rafah”.

L’organizzazione palestinese ha invitato “la comunità internazionale e le Nazioni Unite a fare pressione sull’occupazione (Israele, ndr) affinché si impegni immediatamente a rispettare questa decisione e a procedere in modo reale e serio alla realizzazione di tutte le risoluzioni Onu che costringono l’esercito di occupazione sionista a fermare la guerra genocida che ha commesso contro il nostro popolo per più di sette mesi”.

Israele condannata dalla Corte Internazionale già venti anni fa

Pochi o nessuno ricordano però che già il 9 luglio 2004 la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) emise una sentenza – consultiva – sul Muro che Israele stava costruendo nella Cisgiordania occupata, e che coinvolgeva anche Gerusalemme est.

All’epoca la Corte Internazionale aveva concluso che il Muro fa parte dell’illegale sistema israeliano di insediamenti e annessioni ed aveva chiesto a Israele di cessarne la costruzione, abbattere le sezioni già costruite e pagare risarcimenti per i danni causati alla popolazione palestinese.

La sentenza della Corte Internazionale dell’Aja del 2004 aveva affermato che il diritto internazionale obbliga la comunità internazionale a non riconoscere, aiutare o dare assistenza nel mantenimento della situazione illegale creata da Israele con il Muro e con il regime associato di leggi, ordinanze e provvedimenti amministrativi. La Corte Internazionale di Giustizia aveva inoltre invitato la comunità internazionale ad adottare ulteriori misure volte a porre fine a questa situazione illegale e a garantire che Israele rispetti la Quarta Convenzione di Ginevra.

Ma già nel 2004 Israele disattese completamente la sentenza della Corte Internazionale sul Muro, proseguì e concluse la sua costruzione, aumentò gli insediamenti coloniali sui Territori Palestinesi occupati. Senza subirne né pagarne le conseguenze.

Ed è proprio in risposta a questa impunità che nacque nel 2005 la campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (Bds) contro Israele.

Venti anni dopo la situazione internazionale appare però completamente diversa e per Israele, abituato all’impunità, quanto sta accadendo anche sul piano internazionale è decisamente un trauma politico imprevedibile e imprevisto.

I dirigenti israeliani e i loro apparati ideologici di stato diffusi nella diaspora mostrano supponenza e aggressività verso tutto e tutti: dai palestinesi a Gaza e in Cisgiordania ai giudici Corte Penale e alla Corte Internazionale, dalle Nazioni Unite ai governi che riconoscono lo stato palestinese, dagli attivisti della campagna Bds agli studenti delle università di mezzo mondo.

Tutti antisemiti? No, una indignazione incubata e intimidita per anni è finalmente venuta alla luce esplodendo un po' ovunque, e stavolta Israele non se la può cavare con i soliti mezzi e la dottrina del “cane pazzo” a cui si deve lasciar fare di tutto e di più.

Qui il testo integrale della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 2024.

Qui il testo del parere della Corte Internazionale di Giustizia del 2004

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24/05/2024

Gaza - Oggi la Corte Internazionale dell’Aja si pronuncia sul cessate il fuoco

Ultim’ora: La Corte internazionale di giustizia (Cig) con sede all’Aia ha ordinato a Israele di fermare l’offensiva a Rafah, la città più a sud della Striscia di Gaza. Lo ha dichiarato il giudice Nawaf Salam, dando lettura della sentenza emessa oggi in merito alla causa intentata dal Sudafrica per chiedere che vengano imposte a Israele misure immediate per cessare l’invasione di Rafah.

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La Corte Internazionale di Giustizia (da non confondere con la Corte Penale Internazionale, ndr) questo pomeriggio emetterà la sua sentenza sulla richiesta del Sudafrica di ordinare a Israele di attuare un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza mentre le forze armate israeliane continuano la loro offensiva a Rafah.

Il Sudafrica ha esortato la Corte Internazionale di Giustizia a ordinare una cessazione “immediata” dell’azione militare israeliana anche nella città più meridionale di Rafah.

La sentenza sarà pronunciata dal presidente della Corte Internazionale di Giustizia, il giudice Nawaf Salam.

In un rapporto senza fonti di giovedì, l’agenzia israeliana Ynet ha detto che i funzionari di Tel Aviv ritengono che ci sia una bassa possibilità che la Corte Internazionale di Giustizia respinga la richiesta del Sudafrica di una cessazione delle ostilità, una media possibilità che la corte accetti la richiesta originale del Sudafrica di fermare la guerra a Gaza e una probabilità medio-alta che concentri il suo ordine di cessate il fuoco su Rafah.

Secondo l’agenzia israeliana Ynet, gli esperti ritengono che se verrà emesso un dispositivo che ordini una pausa nei combattimenti, Israele non si adeguerà. È probabile che, in uno scenario del genere, i palestinesi e i paesi che li sostengono si rivolgano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per cercare di approvare una risoluzione ed imporre un cessate il fuoco a Israele per tutta Gaza o a Rafah in particolare.

Alcuni ambiti in Israele preferiscono che il tribunale emetta un ordine per fermare tutti i combattimenti a Gaza piuttosto che solo a Rafah. Il motivo è che Israele teme che gli Stati Uniti possano non porre il veto alla mozione se l’ordine della Corte Internazionale si concentrerà solo su Rafah.

Intanto cominciano a palesarsi gli effetti della richiesta di mandato di cattura per Netanyahu. Addirittura anche in Germania, il paese europeo più fedele a Israele.

Steffen Hebestreit, portavoce del cancelliere tedesco Olaf Scholz, rispondendo a una domanda di un giornalista sul fatto che il governo tedesco avrebbe eseguito o meno un ordine di arresto della CPI contro il primo ministro Benjamin Netanyahu, ha risposto: “Certo. Sì, rispettiamo la legge”.

La Norvegia, che ha riconosciuto lo Stato palestinese indipendente, è diventata il primo paese europeo a dichiarare che avrebbe arrestato Netanyahu e Gallant se fosse stato emesso un mandato di arresto contro di loro dalla CPI e fossero entrati in territorio norvegese.

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23/05/2024

Opinionisti un tanto al chilo

Scrive Paolo Mieli in un editoriale del Corriere della Sera:
“Fossimo nei panni di Benjamin Netanyahu, ci dichiareremmo disponibili a subire il processo minacciato dalla Corte dell’Aia. Compreso l’arresto. Suggeriremmo poi al ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant di fare la stessa cosa.

Lo faremmo oggi stesso anche se quella del procuratore capo Karim Ahmad Khan è al momento solo una richiesta di incriminazione. E se Israele non ha mai riconosciuto la giurisdizione della Corte dell’Aia sul proprio Stato. Rinunceremmo a sottolineare l’anomalia della scelta di prendere una decisione di tale natura accomunandoci a tre leader di Hamas (Yahya Sinwar, Ismail Haniyeh e Mohammed Deif detto «il fantasma»).

Decisione sconvolgente sotto tre profili. In primo luogo, perché al momento non esiste uno Stato palestinese su cui Khan possa esercitare giurisdizione.”
Fare l’opinion maker deve essere diventato un mestiere dove l’ultima della qualità richieste è la mitica “competenza”. Ma Mieli si atteggia ad essere anche uno “storico”, e la faciloneria dovrebbe esser bandita anche in quella specializzazione, specie quando si occupa di istituzioni internazionali ancora attive.

Un prestigioso giornalista nonché storico, in sintesi, dovrebbe informarsi prima di scrivere (e anche prima di parlare). La Corte Penale Internazionale, infatti, ha giurisdizione sulle singole persone, non sugli Stati. E procede per quello che fanno, senza guardare al passaporto di cui dispongono.

Tant’è vero che lo scorso anno ha emesso un mandato di cattura anche per Putin, tra le lodi sperticate di tutto l’Occidente (Usa e Mieli compresi).

La sua azione è ovviamente opinabile, e infatti in questo caso non è piaciuta neanche ad Hamas, ma questo non tocca la sua funzione e “competenza”: indaga su singoli individui.

La giurisdizione sugli Stati è invece della Corte Internazionale di Giustizia, nota anche come Tribunale Internazionale dell’Aja, che ha però solo “poteri arbitrali” – non penali – nel dirimere contenziosi.

Ed è un organo delle Nazioni Unite, al contrario della Corte Penale, sempre duramente osteggiata dagli Stati Uniti. Che ormai, insieme ad Israele, vivono l’Onu e tutte le istituzioni “fra pari” come una fastidiosa limitazione al proprio suprematismo senza freni.

Proprio come Paolo Mieli, pare...

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01/05/2024

La Corte Penale Internazionale è a Gaza per indagare sui crimini di guerra. Panico nel governo israeliano

I procuratori della Corte Penale Internazionale (Cpi) hanno cominciato a interrogare come testimoni il personale dei due maggiori ospedali di Gaza. È quanto hanno riferito due fonti a Reuters, in quella che è la prima conferma che gli inquirenti della Corte hanno parlato con i medici di possibili crimini nella Striscia di Gaza.

Secondo le fonti gli inquirenti della Cpi hanno raccolto testimonianze dal personale che ha lavorato nell’ospedale principale di Gaza, nel nord dell’enclave, Al Shifa, e nell’ospedale principale di Khan Younis, nel sud, Nasser.

Le fonti non hanno voluto fornire ulteriori dettagli, dimostrandosi preoccupate per la sicurezza dei potenziali testimoni.

Il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan ha dichiarato lunedì di essere profondamente preoccupato per le notizie di bombardamenti e potenziali incursioni a terra da parte delle forze israeliane nella città meridionale di Gaza, Rafah. Khan ha postato su X dopo gli attacchi aerei nella città che è l’ultimo rifugio di circa un milione di civili sfollati.

Il procuratore ha dichiarato che il tribunale sta “indagando attivamente su qualsiasi crimine presumibilmente commesso” a Gaza e che “coloro che violano la legge saranno chiamati a risponderne”.

Le parole e le azioni avviate dalla CPI stanno seminando il panico nel vertice di governo israeliano per la paura di essere incriminati per crimini di guerra.

Il ministro degli esteri israeliano Israel Katz ha dato istruzione alle delegazioni diplomatiche all’estero di “prepararsi a una grave ondata di manifestazioni antisemite, antiebraiche e anti-israeliane a livello globale” nel caso che la Corte Penale Internazionale emetta nei prossimi giorni dei mandati d’arresto per il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della difesa Yoav Gallant e il capo di stato maggiore Herzi Halevi.

Katz ha esortato la Corte Penale Internazionale a non emettere tali mandati e a respingere le false premesse su cui si baserebbero.

“Se verranno emessi, quei mandati colpiranno i comandanti e i soldati delle Forze di Difesa israeliane impegnati nella difesa del paese e sproneranno ulteriormente l’organizzazione terroristica Hamas e l’asse islamista estremista capeggiato dall’Iran contro il quale stiamo combattendo. Israele – ha proseguito il ministro israeliano – opera nel pieno rispetto di tutte le leggi di guerra, accompagnato da un sistema legale solido e indipendente, e fornisce estesi aiuti umanitari alla popolazione di Gaza in collaborazione con organismi internazionali, nonostante Hamas usi la popolazione civile come scudi umani, aggredisca e complichi la consegna degli aiuti”.

Una dichiarazione, quella del ministro Katz, che contrasta fortemente con i fatti emersi in questi sei mesi di stragi e punizioni collettive contro la popolazione palestinese a Gaza.

Occorre rammentare che la Corte Penale Internazionale ha giurisdizione solo nei paesi che vi aderiscono, e Israele e Stati Uniti non sono tra questi. Vi ha aderito invece l’Autorità Palestinese ed altri 123 paesi. Non hanno aderito neanche Russia e Cina. Altri 32 paesi hanno aderito ma non hanno ancora ratificato il trattato.

È bene infine sottolineare che l’indagine presso la Corte penale internazionale (CPI) – che processa persone accusate di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio – è una indagine parallela ma separata dall’accusa di genocidio avviata contro Israele dal Sudafrica presso la Corte internazionale di giustizia (CIG), anch’essa con sede all’Aia.

Proprio quest’ultima non procederà, per ora, contro la Germania per la vendita di armi a Israele, ma non chiude neanche il caso.

La Corte internazionale di giustizia dell’Aja, ha infatti respinto la richiesta del Nicaragua di ordinare alla Germania di sospendere gli aiuti militari e di altro tipo a Israele. La Corte ha affermato che le condizioni legali per emettere un simile ordine non erano soddisfatte ma ha anche precisato di non aver respinto la richiesta e di volerla approfondire. Il collegio di 16 giudici ha infatti rifiutato di respingere del tutto il caso, in cui il Nicaragua sostiene che la Germania sta permettendo il genocidio a Gaza, il che significa che continuerà ad essere ascoltato in tribunale.

Il Nicaragua con il suo esposto ha cercato di persuadere la Corte Internazionale di Giustizia che le vendite di armi tedesche rendevano la Germania complice del genocidio dei palestinesi (sul quale la Corte deve però ancora pronunciarsi, ndr).

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07/02/2024

“La corrente principale di Israele ci ha portato all’Aja, non le sue frange estremiste”

Isaac Herzog, Yoav Gallant, Israel Katz: Presidente, Ministro della Difesa e Ministro degli Esteri di Israele. Il Presidente della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, Joan Donoghue, ha scelto di citarli tutti e tre come prova del sospetto incitamento al Genocidio in Israele.

Il giudice non ha citato le frange di estrema destra, né Itamar Ben-Gvir né Eyal Golan; né i generali in pensione Giora Eiland (“lasciamo che le epidemie si diffondano a Gaza”) né Yair Golan, l’’uomo di pace’ e diagnostico dei processi (“lasciamo morire di fame Gaza“).

Il terzo dei provvedimenti provvisori emessi dal tribunale venerdì, firmato dall’ex presidente della Corte Suprema israeliana Aharon Barak, giudice incaricato di Israele nel caso, ordina a Israele di adottare tutte le misure in suo potere per prevenire e punire l’incitamento diretto e pubblico al Genocidio dei palestinesi nella Striscia di Gaza.

Sembrerebbe che Israele debba ora indagare, ed eventualmente punire, il suo Presidente e i due più importanti ministri del governo che avrebbero dovuto essere convocati dalla polizia già domenica mattina. Naturalmente Israele non lo farà, ma è impossibile ignorare i sospetti sollevati dalla Corte riguardo al cuore stesso di Israele.

La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia è un capolavoro di cautela e moderazione. Solo in Israele, che si illude e nega fino all’accidia, si può “tirare un sospiro di sollievo” e perfino “festeggiare” dopo una sentenza simile. Uno Stato che è sotto processo per Genocidio davanti al tribunale delle Nazioni Unite dovrebbe vergognarsi di se stesso e non celebrare nulla.

Uno Stato il cui Presidente e alti ministri sono sospettati di incitamento al Genocidio dovrebbe fare ammenda e non meravigliarsi dei propri grandi risultati immaginari. Ogni israeliano avrebbe dovuto sobbalzare venerdì per il semplice fatto del processo, e provare un profondo senso di vergogna e umiliazione nel sentire le motivazioni della sentenza.

Potrebbero esserci degli israeliani che hanno sentito per la prima volta ciò che il loro Paese ha fatto e continua a fare a Gaza in questa guerra. Questa volta, nemmeno i suoi media propagandisti, che fino ad ora li avevano protetti con infinita dedizione, senza mostrare loro nulla, sono potuti accorrere in loro aiuto.

È un po’ più difficile accusare questa Corte di antisemitismo adesso, dopo che non ha ordinato a Israele di fermare la guerra. Ciò non ha disturbato la corrispondente politica del notiziario di Canale 13 Moriah Asraf Wolberg.

Wolberg, che indossa una collana con un pendente a forma di Israele comprendente la Cisgiordania, non ha ceduto agli “antisemiti dell’Aja”; ha continuato a recitare il mantra secondo cui la Corte è ipocrita, il mondo è ipocrita e Israele sta conducendo la guerra più giusta e morale del mondo. Chiunque voglia crederci anche dopo l’ordinanza del tribunale dell’Aja è il benvenuto; si può credere a qualsiasi finzione.

Soprattutto, però, dobbiamo prestare attenzione alla saggezza della Corte, che si è concentrata sulla corrente principale di Israele, non sulle sue frange.

Herzog, ex presidente del Partito Laburista è la persona più unificante e istituzionale in Israele; Gallant, il cui licenziamento è stato fisicamente impedito dalla protesta del centrosinistra; e Katz che, nonostante abbia chiesto sabato di perseguire penalmente il capo dell’Agenzia per i Rifugiati dell’UNRWA, è considerato relativamente moderato.

Sono loro i principali sospettati di incitamento al Genocidio. L’incitamento al Genocidio del popolo palestinese potrebbe essere stato inventato da Meir Kahane, ma è già quasi intrinseco nella società israeliana.

Nell’Israele post-7 ottobre, la reazione corretta alla punizione di Gaza è: “C’è un’intera nazione là fuori ad essere responsabile”, nelle parole del Presidente che firma le bombe; “Ho allentato tutte le restrizioni. Stiamo combattendo contro degli animali”, come ha detto il Ministro della Difesa, quando era a capo del Comando Meridionale delle Forze Armate, che amava chiedere di tagliare “la testa del serpente”.

Oppure: “Loro non riceveranno una goccia d’acqua né una sola batteria”, come ha minacciato il 13 ottobre il Ministro degli Esteri israeliano Katz, quando era Ministro dell’Energia.

I giudici dell’Aja hanno diagnosticato perfettamente ciò che qui ci rifiutiamo di ammettere: il problema di Israele è la sua corrente principale, non le sue frange estremiste.

È la corrente principale che ci ha portato all’Aja, è la corrente principale che ha incitato al Genocidio, dopo che Israele si è convinto con incredibile facilità che dopo il 7 ottobre tutto le sarebbe stato permesso. Fortunatamente all’Aja sembra che la pensino diversamente, molto diversamente.

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30/01/2024

Gideon Levy sulla bizzarra difesa di Israele alla Corte Internazionale

Gaza, è genocidio?

“Come definire, in altro modo, i bambini moribondi sui pavimenti degli ospedali, alcuni dei quali non hanno più nessuno al mondo, e i civili anziani affamati che fuggono per salvarsi la vita dall’incessante minaccia delle bombe che cadono ovunque?”

“La definizione giuridica cambierà il loro destino? Israele tirerà un sospiro di sollievo se la Corte respingerà le accuse? Per quanto riguarda il nostro Paese, se questa situazione non sarà giudicata come genocidio, la nostra coscienza sarà di nuovo pulita. Se L’Aia proclamerà che ‘non c’è un genocidio in atto’, saremo di nuovo gli uomini più morali del mondo”.

Quindi, Levy ironizza sulla difesa esposta dai legali israeliani presso la Corte, ricordando anche l’accusa lanciata al Sudafrica di essere il “braccio legale di Hamas”, che riportiamo perché significativa della poca lucidità che stanno dimostrando nell’occasione gli esperti di pubbliche relazioni di Tel Aviv, che sperano di coprire quanto si sta consumando nella Striscia brandendo l’accusa di connivenza con Hamas contro chiunque devii dalla narrativa della Hasbara.

Israele e la Corte di giustizia internazionale

Levy segnala, in particolare, due passaggi della difesa, riguardo ai quali, annota, “era difficile decidere se ridere o se piangere. Come quando si è sostenuto che solo Hamas è responsabile della situazione di Gaza. Israele non vi ha alcun ruolo né partecipazione. Dirlo a una prestigiosa istituzione internazionale significa mettere in dubbio e insultare l’intelligenza dei suoi giudici”.

“E che dire delle osservazioni del capo della squadra della difesa israeliana, professor Malcolm Shaw, il quale ha affermato: ‘Le azioni di Israele sono proporzionate e prendono di mira solo le forze armate?’ Che dire, appunto di quanto avviene realmente? Proporzionate con tutta la distruzione in atto? Se questo significa proporzionato, cos’è sproporzionato? Hiroshima?”

[La cui devastazione, peraltro, è stata evocata da alti funzionari israeliani per quanto riguarda Gaza (New York Times), sulla quale si è abbattuta una potenza esplosiva doppia di quella di Hiroshima (al Jazeera)].

Inoltre, continua Levy, che dire delle altre affermazioni di Shaw, secondo il quale la nostra azione è rivolta “‘solo contro le forze armate’, quando si registra una moltitudine di bambini morti? Di cosa stava parlando? E poi quel ‘telefoniamo per evacuare le persone non coinvolte’; quante persone hanno ancora un telefono funzionante a Gaza e dove, esattamente, dovrebbero evacuare in quell’inferno, nel quale non rimane un solo angolo di territorio sicuro? E poi la conclusione definitiva: ‘Anche se i soldati violassero le leggi di guerra, il sistema legale israeliano se ne farà carico’”.

“Sembra che Shaw non abbia mai sentito parlare del sistema legale israeliano e ancor meno di quello che viene definito ‘sistema legale militare’. Non ha sentito che dopo l’operazione Piombo Fuso, il conflitto con Gaza del 2008-2009, solo quattro soldati sono stati incriminati per reati penali e solo uno di loro è finito in prigione per il furto di una carta di credito (!). Tutti gli altri, che hanno imperversato con bombe e proiettili contro degli innocenti, non sono stati incriminati, né mai lo saranno”.

“E che dire delle osservazioni della dottoressa Galit Rejwan, la scoperta del fine settimana – la quale senza dubbio sarà scelta per accendere la fiaccola di quest’anno alla cerimonia del Giorno dell’Indipendenza sul monte Herzl – che ha affermato: ‘L’IDF sta trasferendo gli ospedali in un luogo più sicuro’. Al Shifa verrà trasferita a Saba? Rantisi a Soroka? Di quali luoghi sicuri a Gaza sta parlando e quali ospedali sposterà l’IDF?”

“Niente di tutto ciò, ovviamente, prova che Israele ha commesso un genocidio. Lo deciderà il tribunale. Ma come sentirsi a proprio agio con tali argomenti a favore della difesa? Come sentirsi bene dopo L’Aia? Come sentirsi bene dopo Gaza?”

L’ombra di Mandela sulla causa del Sudafrica

Un’ultima annotazione la riprendiamo dall’Associated Press, che racconta l’incontro tra Nelson Mandela con Yasser Arafat, quando i due leader politici ebbero ad associare le rispettive cause, la fine dell’Apartheid e la lotta di liberazione del popolo palestinese.

Tanto che, quando tutto il mondo si felicitò con Mandela per la vittoria della sua causa, dopo aver ringraziato per le felicitazioni, aggiunse: “Sappiamo troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Così suona convincente il titolo che l’AP ha inteso dare alla sua nota: “L’impegno di Mandela per la causa palestinese continua oggi con la causa intentata del Sudafrica a Israele per genocidio”.

Per questo è così importante che a intentare la causa per genocidio sia stato il Sudafrica, che ha conosciuto gli orrori dell’apartheid, condizione alla quale erano sottoposti i palestinesi ben prima del 7 ottobre e della guerra di Gaza, come denunciato da Amnesty international e come hanno affermato più volte tanti intellettuali israeliani, compresi tanti recalcitranti ad accettare tale accusa, e addirittura l’ex capo del Mossad Tamir Pardo, che sapeva perfettamente di cosa stesse parlando.

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27/01/2024

“Esistono prove sufficienti per indagare il genocidio” ma la Corte di Giustizia non ordina il cessate in fuoco

La Corte internazionale di giustizia ha emesso la sua sentenza iniziale riguardo alla causa presentata contro Israele dal Sudafrica, dichiarando che “esistono prove sufficienti per valutare l’accusa di genocidio”. La sentenza obbliga legalmente Israele a prendere tutte le misure necessarie per prevenire atti di genocidio e a consegnare eventuali prove delle stesse azioni genocidiarie. La sentenza è stata votata da 15 giudici su 17.

Questa prima decisione ha un’importante eco internazionale e potrebbe rappresentare un primo passo verso la condanna di Israele per genocidio. La giudice Joan E. Donoghue ha infatti affermato che la Corte ha giurisdizione per pronunciarsi sulle misure di emergenza del caso e che le operazioni militari di Israele hanno provocato un numero enorme di morti, feriti, una massiva distruzione e lo sfollamento della popolazione. L’ordine è che Israele prevenga l’uccisione o il ferimento dei palestinesi di Gaza, e le condizioni calcolate per distruggere in tutto o in parte la popolazione della Striscia.

Le dichiarazioni dei rappresentanti politici israeliani sono state riportate, dalla giudice che ha presieduto la seduta, come esempi di linguaggio disumanizzante e come prova dell’intenzione di commettere una punizione collettiva.

Il Ministro degli Esteri del Sudafrica, Naledi Pandorthe, ha commentato la decisione, dichiarando che la Corte ha emesso un ordine importante per salvare delle vite a Gaza ma che avrebbe voluto che la sentenza avesse contenuto il “cessate il fuoco”.

Il Ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir è stato il primo membro del governo israeliano a commentare l’ordine, definendo “antisemita” la Corte internazionale di Giustizia: “La decisione della corte antisemita dell’Aia dimostra ciò che era già noto: questa corte non cerca giustizia, ma piuttosto la persecuzione degli ebrei“. Ha continuato dichiarando che “Le decisioni che mettono in pericolo la continua esistenza dello Stato di Israele non devono essere ascoltate. Dobbiamo continuare a sconfiggere il nemico fino alla vittoria completa”. Ben Gvir ha anche accusato il Tribunale internazionale dell’Aia di essere rimasto “in silenzio durante l’Olocausto”. In realtà, la corte è stata fondata il 26 giugno 1945.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che “l’affermazione stessa che Israele stia commettendo un genocidio contro i palestinesi non è solo falsa, è oltraggiosa e la volontà della corte di discuterne è una vergogna che non verrà cancellata per generazioni”.

Anche Hamas ha commentato la sentenza in un comunicato: “è un importante sviluppo che contribuisce a isolare Israele e a smascherare i suoi crimini a Gaza”.

Israele ha provato con tutte le sue forze ad evitare la pronuncia, movimentando i propri diplomatici, facendo pressioni sui governi e rilasciando dichiarazioni infuocate contro i rappresentanti del Sudafrica. Appena ieri, prima che la Corte si riunisse, il governo Netanyahu ha detto, per bocca del suo portavoce Eylon Levi “ci aspettiamo che la Corte respinga le false accuse”. Molti altri Stati hanno però sostenuto la denuncia del Sudafrica, soprattutto quelli arabi.

Ora Israele sa di essere seriamente sotto inchiesta per il crimine di genocidio. I rappresentanti governativi sono stati avvisati, in qualche modo, che le dichiarazioni pubbliche potranno essere utilizzate contro loro stessi, come prova di incitamento al genocidio. Questo vale anche per i vertici militari, ai quali potrebbe essere ordinato di cambiare registro linguistico. Ma è improbabile che ciò avvenga con alcuni rappresentanti del governo, come il ministro israeliano Amichai Eliyanu, che un giorno prima della sentenza dell’Aia ha confermato il suo invito a sganciare una bomba nucleare su Gaza.

Il Sudafrica ha denunciato il 29 dicembre Israele alla Corte Internazionale di Giustizia. L’accusa, mossa all’interno di un documento di 84 pagine, è di compiere deliberatamente un genocidio, tentando ripetutamente di distruggere i palestinesi in quanto gruppo. Tali intenzioni, secondo i rappresentanti sudafricani, sono state più volte chiaramente espresse dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal ministro della difesa Yoav Galant.

Oltre ai bombardamenti e alle uccisioni mirate, la documentazione fa riferimento alla scelta deliberata, da parte del governo israeliano, di infliggere condizioni di vita intese a distruggere una parte sostanziale del gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese.

La Corte internazionale di giustizia è l’organo giurisdizionale principale delle Nazioni Unite. Il suo scopo è quello di definire in base al diritto internazionale controversie giuridiche presentate dagli Stati e di dare pareri su questioni sottoposte da organismi delle Nazioni Unite e da agenzie indipendenti.

Al momento della denuncia Israele ha commentato, attraverso il portavoce del Ministero degli affari esteri Lior Haiat, che la richiesta del Sudafrica “costituisce un uso spregevole della Corte” e che il governo sudafricano starebbe “cooperando con un’organizzazione terroristica che chiede la distruzione dello Stato di Israele”, aggiungendo poi che Hamas è “responsabile della sofferenza dei palestinesi nella Striscia di Gaza, perché li usa come scudi umani e ruba loro aiuti umanitari”.

Lior Haiat ha dichiarato inoltre che “Israele è impegnato nel diritto internazionale e agisce in conformità con esso e dirige i suoi sforzi militari solo contro l’organizzazione terroristica di Hamas e le altre organizzazioni terroristiche che cooperano con Hamas. Israele ha chiarito che i residenti della Striscia di Gaza non sono il nemico e sta facendo ogni sforzo per limitare i danni ai non coinvolti e per consentire agli aiuti umanitari di entrare nella Striscia di Gaza”.

Nel documento presentato alla Corte Internazionale di Giustizia, si legge, tra le altre cose:
“I fatti invocati dal Sudafrica nel presente ricorso e che dovranno essere ulteriormente sviluppati nel presente procedimento dimostrano che, in un contesto di apartheid, espulsione, pulizia etnica, annessione, occupazione, discriminazione e continua negazione del diritto del popolo palestinese alla autodeterminazione – Israele, in particolare dal 7 ottobre 2023, non è riuscito a prevenire il genocidio e non è riuscito a perseguire l’incitamento diretto e pubblico al genocidio. Ancora più grave, Israele si è impegnato, si sta impegnando e rischia di impegnarsi ulteriormente in atti di genocidio contro il popolo palestinese a Gaza. Tali atti includono l’uccisione, il causare gravi danni mentali e fisici e l’infliggere deliberatamente condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica come gruppo.

Le ripetute dichiarazioni dei rappresentanti dello Stato israeliano, anche ai massimi livelli, del presidente, del primo ministro e del ministro della Difesa israeliani esprimono intenzioni genocide. Tale intenzione deve essere correttamente dedotta anche dalla natura e dalla condotta dell’operazione militare israeliana a Gaza, tenuto conto, tra l’altro, dell’incapacità di Israele di fornire o garantire cibo, acqua, medicine, carburante, riparo e altra assistenza umanitaria essenziale per l’assediato popolo palestinese, spinto sull’orlo della carestia.

Ciò emerge chiaramente anche dalla natura e dalla portata degli attacchi militari israeliani contro Gaza, che hanno comportato il bombardamento prolungato per più di 11 settimane di uno dei luoghi più densamente popolati del mondo, costringendo all’evacuazione di 1,9 milioni di persone, l’85% della popolazione di Gaza dalle loro case e spingendoli in aree sempre più piccole, senza un riparo adeguato, in cui continuano ad essere attaccati, uccisi e feriti.

Israele al momento ha ucciso oltre 21.110 palestinesi, tra cui oltre 7.729 bambini – con oltre 7.780 altri dispersi, presumibilmente morti sotto le macerie – e ha ferito oltre 55.243 altri palestinesi, causando loro gravi danni fisici e mentali. Israele ha inoltre devastato vaste aree di Gaza, compresi interi quartieri, e ha danneggiato o distrutto oltre 355.000 case palestinesi, insieme a estesi tratti di terreni agricoli, panifici, scuole, università, aziende, luoghi di culto, cimiteri, centri culturali e di siti archeologici, edifici municipali e tribunali e infrastrutture critiche, comprese strutture idriche e igienico-sanitarie e reti elettriche, perseguendo al contempo un attacco implacabile al sistema medico e sanitario palestinese.

Israele ha ridotto e continua a ridurre Gaza in macerie, uccidendo, ferendo e distruggendo la sua popolazione e creando condizioni di vita calcolate per provocare la loro distruzione fisica come gruppo”.
All’inizio di novembre il Sudafrica aveva ritirato i propri diplomatici in Israele e l’Assemblea Nazionale sudafricana ha votato la sospensione di tutte le relazioni diplomatiche con Tel Aviv.

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18/01/2024

Contraddizioni in seno all’imperialismo: la polizia britannica con la Corte dell’Aja

La polizia britannica sostiene “il lavoro della Corte penale internazionale nelle indagini sui presunti crimini di guerra in Israele e Palestina”.

Il governo di Richi Sunak e dell’allora ministro degli Interni, Suella Braverman, invece, avevano fatto pressione sul capo della polizia britannica affinché vietasse le manifestazioni in difesa del popolo palestinese.

Ma il capo della polizia si rifiutò di emettere un divieto.

Pochi giorni fa, in seguito al deferimento di Israele da parte del Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia (CIG), l’organo giudiziario delle Nazioni Unite ha aperto un procedimento che accusa lo Stato di Israele di “commettere atti di genocidio contro il popolo palestinese” e chiede di fermare le operazioni militari a Gaza. L’indagine è stata assegnata alla Corte penale internazionale (CPI).

È in questo quadro che la polizia britannica deve partecipare alle indagini del processo (essendo il Regno Unito firmatario delle varie convenzioni sulla protezione dei civili).

Il Regno Unito è firmatario anche delle varie convenzioni sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità.

Per prepararsi al processo, la polizia britannica ha deciso di affiggere negli aeroporti dei manifesti che recitano:

“Se siete stati in Israele o nei Territori palestinesi e avete assistito o siete stati vittime di terrorismo, crimini di guerra o crimini contro l’umanità, potete segnalarlo alla polizia britannica.

La polizia britannica sostiene il lavoro della Corte penale internazionale, che dal giugno 2014 indaga su presunti crimini di guerra in Israele e Palestina.

Tutte le prove raccolte possono essere condivise con la CPI per sostenere le sue indagini”
.

La polizia ha già raccolto 631 testimonianze.

E si apprende che la decisione della polizia sta causando “tensioni diplomatiche tra Londra e Israele”...

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14/01/2024

Il giorno di Israele alla Corte Internazionale di Giustizia

Dopo la prima udienza tenutasi davanti alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), durante la quale il Sudafrica ha motivato le ragioni per le quali chiede alla Corte di condannare Israele per il crimine di genocidio a Gaza, venerdì è stato il turno del team di difensori di Israele.

La difesa ha chiesto alla ICJ di fare cadere le accuse contro Israele perché infondate. Hamas è stato indicato come il responsabile unico di quanto sta avvenendo a Gaza. La reazione di Israele è stata presentata come un atto di autodifesa, conseguente agli attacchi dello scorso 7 ottobre.

I difensori hanno accusato il Sudafrica di riportare a caso le citazioni di ministri israeliani, che invocano e auspicano la distruzione di Gaza e dei palestinesi, che non avrebbero alcun ruolo nelle decisioni, perché queste vengono assunte dal gabinetto di guerra, di cui loro non fanno parte.

Le truppe israeliane, hanno proseguito gli avvocati, dietro ordine del Governo, starebbero facendo del loro meglio per assumere tutte le misure necessarie per ridurre i danni ai civili nella Striscia e si comporterebbero in conformità al diritto internazionale in caso di guerra.

Se il diritto internazionale in caso di guerra consente a uno stato di radere al suolo il territorio su cui vive un popolo, sia esso riconosciuto internazionalmente come stato oppure no, mietendo un numero di vittime elevatissimo, ferendone e mutilando una quantità di persone enorme, in un periodo di tempo molto ristretto, rendendo orfani migliaia di bambini e permettendo di affamare e assetare un popolo, impedendogli di avere accesso alle cure e ad ambienti e strumenti idonei per fare gli interventi chirurgici necessari, questo deve essere immediatamente cancellato e chi l’ha votato deve scusarsi con l’intera umanità.

Ma ovviamente non è così e Israele lo sa, così come lo sanno i suoi alleati, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, che ripetutamente hanno chiesto a Israele di “contenere” gli attacchi e i danni ai civili.

Applaudito da una parte e criticato da un’altra, il procedimento avviato dal Sudafrica dovrebbe mantenersi dentro il perimetro giuridico, ma è ipotizzabile che le pressioni politiche sui giudici non verranno a mancare, per lo spessore delle parti in causa e il risvolto politico che questo caso inevitabilmente avrà a livello internazionale.

Sul banco degli imputati in fondo c’è Israele, considerata “l’unica democrazia del Medioriente” e alleata degli Stati Uniti, che rappresenta un popolo che ha conosciuto l’orrore dell’olocausto.

Ad accusarlo però di commettere un genocidio contro i palestinesi di Gaza c’è il Sudafrica, il paese di Nelson Mandela, terra che ha conosciuto l’orrore dell’aparthaid. Mandela aveva dichiarato: “Sappiamo troppo bene che la nostra libertà sarà incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

E là, sotto il frastuono e la morte causata dalle bombe che cadono incessantemente, c’è Gaza, la terra dei palestinesi che, dalla nakba del 1948, non conoscono pace. In meno di tre mesi, circa l’1 per cento della popolazione palestinese è morta sotto gli attacchi israeliani e circa il 2,5 per cento è rimasta ferita.

Il senso di impotenza che si prova davanti alle immagini di Gaza ridotta in macerie fanno venir voglia di dire, nei momenti di maggiore sconforto, che non è importante (anche se in realtà lo è) che la ferocia riversata sulla Striscia venga definita “genocidio”, oppure “crimini di guerra” e “contro l’umanità” o “pulizia etnica”.

Ci si accontenterebbe che venisse riconosciuto che la morte violenta sotto le bombe oppure lenta, per fame, malattie e mancanza di medicinali, a cui la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, circa 2.5 milioni di persone schiacciate su un territorio di 360km2, è sottoposta, rappresenta semplicemente un crimine intollerabile e come tale deve essere contrastato dalla comunità internazionale.

Il Sudafrica ha il merito di provarci, mentre nessun segnale in tale direzione arriva dai Paesi che avrebbero il potere di fermare la strage in corso, Stati Uniti in primis. L’Unione Europea, grazie alla sua insipienza, ha purtroppo un peso specifico piuttosto contenuto nella politica internazionale. Si accontenta di scodinzolare dietro a Washington.

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12/01/2024

Il giorno del Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia

Ieri davanti alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) si è tenuta la prima udienza del procedimento promosso dal Sudafrica contro Israele. Lo scorso 29 dicembre, infatti, il Sudafrica aveva depositato un corposo documento con il quale formulava l’accusa, indirizzata verso Israele, di commettere a Gaza il crimine di genocidio.

Israele si è sempre difesa, ripetendo che la sua è l’adeguata risposta agli attacchi, uccisioni e sequestri commessi da Hamas lo scorso 7 ottobre.

In via preliminare, il Sudafrica ha chiesto alla ICJ una misura cautelare, ossia di ordinare a Israele la sospensione della sua campagna militare a Gaza. Gli avvocati hanno poi proseguito dichiarando che Israele tiene una condotta genocidaria, che mostra l’intento di distruggere Gaza, portata ormai al livello più alto.

Dopo l’introduzione del ricorso da parte degli avvocati, il Ministro degli Esteri sudafricano ha dichiarato che, se non si procede immediatamente, si assisterà alla distruzione dei palestinesi nella Striscia.

Ha poi precisato che gli attacchi dello scorso 7 ottobre non possono essere una scusa per commettere il crimine di genocidio. Ha continuato sottolineando che il mondo guarda con orrore al massacro che si sta compiendo a Gaza.

Il crimine orrendo di genocidio è stato definito nel 1948 dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio.

All’articolo 1 la Convenzione sancisce che il genocidio è un crimine di diritto internazionale.

È nell’articolo 2 che viene data, però, la definizione di genocidio. Il Sudafrica dovrà quindi fornire le prove necessarie e sufficienti per dimostrare che gli attacchi di Israele a Gaza configurano questo crimine.

Il genocidio verrà provato, secondo la Convenzione, solo se saranno dimostrati tanto l’elemento oggettivo quanto quello soggettivo del crimine in oggetto.

Secondo la Convenzione, l’elemento oggettivo risiede in uno dei seguenti atti: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

L’elemento soggettivo invece stabilisce che chi commette questo crimine deve avere volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, nel caso specifico i palestinesi residenti a Gaza.

Le dichiarazioni di alti esponenti delle istituzioni israeliane lasciano pochi spazi a interpretazioni rispetto alla volontà di azzerare un popolo.

Come interpretare, infatti, frasi quali “Il popolo palestinese è un’invenzione che ha meno di cent’anni di vita. Hanno una storia o una cultura? No, non le hanno. I palestinesi non esistono, esistono solo gli arabi”, del Ministro delle Finanze, Bazalel Smotrich.

Oppure “C’è un’intera nazione là fuori che è responsabile. Questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera. Non ci sono civili innocenti a Gaza”, del Presidente di Israele, Isaac Herzog, che giustifica la feroce azione militare nella striscia.

O ancora le parole del Ministro della Difesa, Yoav Gallant che ha dichiarato “Ho ordinato un assedio totale su Gaza. Stiamo combattendo animali umani e agiamo di conseguenza”?

La lista di queste dichiarazioni, presentata dal Sudafrica a sostegno del suo ricorso presso la ICJ, è ben più lunga.

Netanyahu e altri corrono ai ripari adesso, o almeno ci provano, perché se anche il procedimento davanti al ICJ dovesse essere lungo, il rischio di una condanna esiste. Poco importa se poi sarà difficilmente applicabile, perché quello che conta è il danno d’immagine che il Paese subirebbe.

Il Primo Ministro ieri ha così dichiarato che Israele non vuole sfollare la popolazione palestinese da Gaza.

Ma c’è discordia, perché il Ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha dichiarato pochi giorni fa che “incoraggiare l’emigrazione di massa da Gaza consentirà agli israeliani che vivono al confine di tornare a casa in sicurezza” e il solito ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha fatto sapere che più del 70 per cento dell’opinione pubblica israeliana ritiene necessario che i palestinesi siano “incoraggiati” a lasciare Gaza.

Sul tema, anche gli Stati Uniti si smarcano, forse riescono a vedere più in là del loro naso e non vogliono finire implicati in accuse che non li vedano impegnati, quantomeno, a prevenire il crimine di genocidio che, a dir loro, Israele non starebbe comunque commettendo.

Oggi tocca a Israele. Dovrà convincere la ICJ che più di 23.000 civili palestinesi uccisi, di cui quasi 10.000 minori, gran parte di Gaza rasa al suolo, con case e infrastrutture distrutte, che impediranno a lungo un ritorno nei centri devastati, migliaia di bambini palestinesi orfani e senza più legami familiari nella Striscia, interi nuclei famigliari spazzati via, perché nessuno è sopravvissuto, un trauma collettivo di dimensioni eccezionali sono l’”equilibrata risposta” agli attacchi di Hamas e non invece il tentativo di annientare l’intera comunità palestinese di Gaza.

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11/01/2024

Genocidio a Gaza. Prima riunione della Corte Internazionale. Israele mobilita i suoi complici

I prossimi 11 e 12 gennaio, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja comincerà l’esame della richiesta del Sudafrica di deferire Israele per violazione della convenzione internazionale sul genocidio per quanto sta facendo ai palestinesi a Gaza.

Il ministero degli Esteri israeliano ha incaricato le sue ambasciate negli altri paesi di fare pressione su diplomatici e politici affinché rilascino dichiarazioni contro il deferimento di Israele da parte del Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia, con l’accusa di “commettere genocidio” nella Striscia di Gaza.

Il portale di informazione statunitense Axios rivela il tutto facendo riferimento ad una copia del telegramma al quale aveva avuto accesso.

“Vi chiediamo di fare subito una dichiarazione pubblica sul seguente principio: dichiarare che il vostro paese rifiuta le più oltraggiose e infondate accuse rivolte a Israele”, ha detto il giornale citando il cablogramma ricevuto da tre fonti israeliane.

Secondo il portale, il cablogramma, inviato dal dipartimento israeliano giovedì, illustra il piano di azioni diplomatiche di Tel Aviv in vista delle udienze presso la Corte Internazionale di Giustizia: fare pressione internazionale sulla corte in modo che non proibisca a Israele di condurre operazioni militari nell’enclave.

Le ambasciate israeliane in altri paesi sono state istruite a chiedere ai diplomatici e ai politici ai più alti livelli di “riconoscere pubblicamente” che Tel Aviv sta lavorando per aumentare gli aiuti umanitari a Gaza e ridurre al minimo i danni ai civili nell’enclave. “Gli ambasciatori israeliani sono stati anche incaricati di lavorare urgentemente per ottenere tali dichiarazioni prima delle udienze in tribunale. Il Primo Ministro di Israele Netanyahu invierà le stesse lettere a dozzine di leader mondiali”, riferisce Axios

Il Sudafrica a dicembre ha intentato presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aja una causa contro Israele ai sensi della Convenzione sul genocidio per la situazione nella Striscia di Gaza, chiedendo alla corte di adottare misure provvisorie contro Tel Aviv. Le prime udienze sono state fissate per l’11 e il 12 gennaio.

Fonte

07/01/2024

Genocidio a Gaza

Scrivo per segnalare un documento veramente importante che dovrebbe essere ampiamente diffuso e letto attentamente da chiunque sia interessato alla guerra in corso a Gaza.

In particolare, mi riferisco alla “domanda” di 84 pagine che il Sudafrica ha presentato presso la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) il 29 dicembre 2023, accusando Israele di commettere genocidio contro i palestinesi a Gaza.

Sostiene che le azioni di Israele dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023 “sono intese a portare alla distruzione di una parte sostanziale del gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese nella Striscia di Gaza.” Quell’accusa rientra chiaramente nella definizione di genocidio della Convenzione di Ginevra, della quale Israele è firmatario.

L’applicazione è una descrizione eccellente di ciò che Israele sta facendo a Gaza. È completa, ben scritta, ben argomentata e documentata in modo approfondito. L’applicazione ha tre componenti principali.

In primo luogo, descrive dettagliatamente gli orrori inflitti dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ai palestinesi dal 7 ottobre 2023 e spiega il motivo per cui li attende ancora più morte e distruzione. In secondo luogo, l’applicazione fornisce un corpo consistente di prove che dimostrano l’intenzione genocida dei leader israeliani nei confronti dei palestinesi. I commenti dei leader israeliani – tutti scrupolosamente documentati – sono scioccanti.

Si è portati a pensare a come i nazisti parlavano del trattamento degli ebrei leggendo come i leader israeliani in “posizioni di massima responsabilità” parlano dei palestinesi.

In sostanza, il documento sostiene che le azioni di Israele a Gaza, unite alle dichiarazioni di intenti dei suoi leader, rendono chiaro che la politica israeliana è “calcolata per portare alla distruzione fisica dei palestinesi a Gaza.”

In terzo luogo, il documento sforza notevolmente di inserire la guerra a Gaza in un contesto storico più ampio, chiarendo che Israele ha trattato i palestinesi a Gaza come animali in gabbia per molti anni.

Cita numerose relazioni dell’ONU che dettagliano il crudele trattamento israeliano dei palestinesi.

In breve, l’applicazione chiarisce che ciò che gli israeliani hanno fatto a Gaza dal 7 ottobre è una versione più estrema di ciò che facevano già prima di quella data.

Non c’è dubbio che molti dei fatti descritti nel documento sudafricano siano stati precedentemente riportati dai media. Quello che rende così importante l’applicazione, tuttavia, è che raccoglie tutti quei fatti in un unico luogo e fornisce una descrizione generale e accuratamente supportata del genocidio israeliano.

In altre parole, offre la visione d’insieme senza trascurare i dettagli. Non sorprendentemente, il governo israeliano ha etichettato le accuse come “calunnia del sangue” priva di “fondamento fattuale e giuridico”.

Inoltre, Israele sostiene che “il Sudafrica sta collaborando con un gruppo terroristico che chiede la distruzione dello stato di Israele.”

Una lettura attenta del documento, tuttavia, chiarisce che non vi è alcun fondamento per tali affermazioni. In effetti, è difficile vedere come Israele potrà difendersi in modo razionale e legale quando inizieranno le udienze. Dopotutto, i fatti bruti sono difficili da contestare.

Permettetemi di offrire alcune osservazioni aggiuntive riguardo alle accuse sudafricane.

Prima di tutto, il documento sottolinea che il genocidio è distinto da altri crimini di guerra e crimini contro l’umanità, anche se “c’è spesso una stretta connessione tra tutti questi atti.”

Ad esempio, mirare a una popolazione civile per aiutare a vincere una guerra, come è avvenuto quando Gran Bretagna e Stati Uniti hanno bombardato città tedesche e giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, è un crimine di guerra, ma non è genocidio.

Gran Bretagna e Stati Uniti non cercavano di distruggere “una parte sostanziale” o tutta la popolazione di quegli Stati bersaglio.

Anche la pulizia etnica sostenuta da violenza selettiva è un crimine di guerra, anche se non è genocidio, un’azione che Omer Bartov, esperto dell’Olocausto di origine israeliana, definisce “il crimine di tutti i crimini.”

Per inciso, credevo che Israele fosse colpevole di gravi crimini di guerra, ma non di genocidio, durante i primi due mesi della guerra, anche se c’erano crescenti prove di quella che Bartov ha chiamato “intenzione genocida” da parte dei leader israeliani.

Ma è diventato chiaro per me dopo la tregua dal 24 al 30 novembre 2023 e il ritorno all’offensiva da parte di Israele che i leader israeliani stavano effettivamente cercando di distruggere fisicamente una parte sostanziale della popolazione palestinese di Gaza.

In secondo luogo, anche se l’applicazione sudafricana si concentra su Israele, ha enormi implicazioni per gli Stati Uniti, specialmente per il Presidente Biden e i suoi principali collaboratori. Perché?

Perché c’è poco dubbio che l’amministrazione Biden sia complice nel genocidio di Israele, che è anche un atto punibile secondo la Convenzione sul Genocidio.

Nonostante il riconoscimento che Israele sta impegnato in “bombardamenti indiscriminati“, il Presidente Biden ha dichiarato anche che “non faremo assolutamente nulla se non proteggere Israele. Non una sola cosa.”

Ha mantenuto fede alla sua parola, arrivando addirittura a bypassare il Congresso due volte per fornire rapidamente armamenti aggiuntivi a Israele.

Tralasciando le implicazioni legali del suo comportamento, il nome di Biden – e quello dell’America – sarà per sempre associato a ciò che probabilmente diventerà uno dei casi di tentato genocidio nei libri di testo.

In terzo luogo, non avrei mai immaginato di vedere il giorno in cui Israele, un paese pieno di sopravvissuti all’Olocausto e dei loro discendenti, si troverebbe ad affrontare una grave accusa di genocidio.

Indipendentemente da come si sviluppa questa causa presso la CIG – e qui sono pienamente consapevole delle manovre che gli Stati Uniti e Israele adotteranno per evitare un processo equo – in futuro Israele sarà ampiamente considerato come principalmente responsabile di uno dei casi canonici di genocidio.

In quarto luogo, il documento sudafricano sottolinea che non c’è motivo di pensare che questo genocidio finirà presto, a meno che la CIG non intervenga con successo.

Cita due volte le parole del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu del 25 dicembre 2023 per sottolineare questo punto: “Non ci fermiamo, continuiamo a combattere, e approfondiremo la lotta nei prossimi giorni, questa sarà una lunga battaglia e non è vicina alla conclusione.”

Speriamo che il Sudafrica e la CIG pongano fine alla lotta, ma in ultima analisi il potere dei tribunali internazionali di costringere paesi come Israele e gli Stati Uniti è estremamente limitato.

Infine, gli Stati Uniti sono una democrazia liberale ricca di intellettuali, editori di giornali, responsabili delle politiche, esperti e studiosi che proclamano routinariamente il loro profondo impegno nella protezione dei diritti umani in tutto il mondo. Tendono a essere molto vocali quando i paesi commettono crimini di guerra, specialmente se gli Stati Uniti o uno dei suoi alleati sono coinvolti.

Nel caso del genocidio di Israele, tuttavia, la maggior parte degli esperti dei diritti umani nel mainstream liberale ha detto poco riguardo alle azioni selvagge di Israele a Gaza o alla retorica genocida dei suoi leader.

Speriamo che spiegheranno il loro inquietante silenzio in qualche momento. Indipendentemente da ciò, la storia non sarà gentile con loro, poiché hanno detto a malapena una parola mentre il loro paese era complice di un orribile crimine, perpetrato davanti agli occhi di tutti.

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04/01/2024

Gaza - Israele sta pensando alla pulizia etnica. Gli Usa attaccano il Sudafrica per aver deferito Israele

Il governo israeliano prepara la pulizia etnica dei palestinesi da Gaza

Il governo israeliano sta adottando sempre più il reinsediamento “volontario” dei palestinesi da Gaza come politica ufficiale, con un funzionario di alto rango che ha rivelato di essersi impegnato in discussioni con più paesi in merito al potenziale di tali mosse.

Non ci sono solo le dichiarazioni dei ministri ultrasionisti Modrich e Ben Gvir, Secondo la versione in ebraico del Times of Israel la coalizione di governo di Netanyahu sta esplorando con discrezione l’accoglienza di migliaia di palestinesi provenienti da Gaza, con la Repubblica Democratica del Congo che è uno dei paesi presi in considerazione.

“Il Congo sarà disposto ad accogliere i migranti”, ha detto una fonte di alto livello del gabinetto di sicurezza, “e siamo in trattative con altri paesi”.

Durante una riunione della fazione del Likud lunedì, Netanyahu ha annunciato di essere attivamente coinvolto nell’organizzazione della “migrazione volontaria” degli abitanti di Gaza in altri paesi.

“Il nostro problema è trovare paesi che siano disposti ad assorbire gli abitanti di Gaza”, ha detto, “e ci stiamo lavorando”.

Martedì il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha criticato le recenti dichiarazioni dei ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir che sostengono “l’emigrazione volontaria” dei palestinesi da Gaza, definendo la retorica “incendiaria e irresponsabile”, ha riferito la Reuters. Anche la Francia ha espresso la sua contrarietà alla pulizia etnica dei palestinesi di Gaza.

Gli USA attaccano il Sudafrica per aver deferito Israele alla Corte Internazionale

L’amministrazione Biden ha attaccato il Sudafrica per aver presentato domanda alla Corte internazionale di giustizia chiedendo di avviare un procedimento per dichiarare che Israele sta violando i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio del 1948 nella sua guerra a Gaza.

Il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, John Kirby, ha definito la proposta del Sudafrica priva di merito, controproducente e completamente priva di qualsiasi fondamento nei fatti.

Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Matt Miller, ha osservato che gli Stati Uniti “non stanno assistendo ad alcun atto che costituisca genocidio” da parte di Israele nella sua guerra contro Hamas.

La richiesta presentata dal Sudafrica la scorsa settimana al tribunale dell’Aja accusa le operazioni militari israeliane contro Hamas “sono di carattere genocida, in quanto sono commesse con il necessario intento specifico… per distruggere i palestinesi di Gaza come parte del più ampio gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese”.

Il discorso di Nasrallah

Il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah, nel suo discorso di ieri ha messo in guardia Israele dal lanciare una guerra totale contro il Libano, affermando che la Resistenza islamica combatterà senza alcun limite.

Nasrallah ha affermato che Hezbollah ha deciso di partecipare alla guerra dell’8 ottobre per sostenere il popolo e la resistenza palestinese di fronte alla guerra sionista contro Gaza, indicando che, finora, le operazioni condotte da Hezbollah sono regolate in modo da rispettare gli interessi nazionali libanesi, minacciando il nemico israeliano ma che questi limiti spariranno in caso di guerra sionista al Libano.

Sayyed Nasrallah ha sottolineato che Hezbollah ha dimostrato il massimo coraggio entrando in guerra il 7 ottobre nonostante tutte le capacità militari israeliane e le minacce statunitensi, aggiungendo che i combattenti di Hezbollah sono pronti ad affrontare tutte le scelte militari del nemico.

Dopo l’operazione Al-Aqsa Flood, gli israeliani e tutti i loro alleati si sono arrabbiati moltissimo e hanno pianificato di sfruttare l’occasione per scatenare una guerra totale contro il Libano e la Cisgiordania oltre che contro Gaza, ma gli attacchi di Hezbollah e la sua prontezza militare hanno impedito l’attuazione di questo piano.

Se il fronte libanese fosse stato calmo quando è iniziata la guerra israeliana contro Gaza, i libanesi si sarebbero svegliati a mezzanotte per vedere i jet da guerra israeliani che distruggevano tutto, ha affermato Sayyed Nasrallah.

Sayyed Nasrallah ha aggiunto che l’allerta e la prontezza militare di Hezbollah hanno vanificato il piano di “sorpresa” israeliano, affermando che gli attacchi della Resistenza hanno inviato un chiaro messaggio al nemico israeliano.

I funzionari statunitensi hanno consigliato agli israeliani di evitare una guerra totale con Hezbollah.

Nasrallah ha spiegato che l’8 e il 9 ottobre il gabinetto israeliano ha discusso dei piani di attacco al Libano, aggiungendo che uno dei generali ha messo in guardia il comando politico da qualsiasi coinvolgimento in una guerra aperta con Hezbollah per evitare la massiccia distruzione dell’area di Gush Dan, abitata da tre quarti della popolazione sionista.

Ma ha sottolineato che tutte le minacce americane, britanniche, francesi e tedesche non sono riuscite a costringere Hezbollah a smettere di attaccare i siti di confine sionisti, sottolineando che chi ha intenzione di intraprendere una guerra con la Resistenza se ne pentirà.

“La guerra con Hezbollah sarà molto costosa. Hezbollah sta ora prendendo in considerazione gli interessi e le condizioni libanesi, ma gli stessi interessi supereranno ogni limite se verrà lanciata una guerra totale contro il Libano”.

Rivolgendosi alla cerimonia di Hezbollah tenutasi in occasione del quarto anniversario del martirio del generale Qassem Suleimani e di Hajj Abu Mahdi Al-Muhandis, Nasrallah ha affermato che l’assassinio israeliano del funzionario di Hamas Saleh Arouri, avvenuto nel sobborgo meridionale di Beirut, è un’aggressione simultanea al comando di Hamas e a Dahiyeh (zona di Beirut sotto il controllo di Hezbollah, ndr).

Il Segretario Generale di Hezbollah ha condannato l’assassinio del comandante palestinese, ribadendo che questo crimine non rimarrà senza risposta.

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30/12/2023

Israele deferita dal Sudafrica alla Corte Internazionale per genocidio. A Gaza la resistenza palestinese fa giustizia

Secondo il Wall Street Journal, la guerra nella Striscia di Gaza ha lasciato una distruzione paragonabile alla campagna più distruttiva della storia moderna, confermando che Israele ha sganciato 29.000 bombe che hanno distrutto circa il 70% delle case nella Striscia.

Scontri con mitragliatrici pesanti si sono verificati tra la resistenza palestinese e le forze di occupazione israeliane nel campo di Bureij. Le Brigate Al-Qassam rivendicano che i loro combattenti hanno fatto saltare in aria un carro armato Merkava con una mina e hanno completamente distrutto un trasporto truppe con un proiettile Al-Yassin 105 a nord del campo profughi di Bureij, nella Striscia di Gaza centrale.

Le Brigate Al Quds affermano che i propri combattenti sono impegnati in feroci scontri con le forze di occupazione nelle aree di avanzata a nord e ad est della città di Khan Yunis. Gli aerei israeliani hanno lanciato una serie di violenti raid sulla città di Khan Yunis, a sud della Striscia di Gaza, e Israele ha anche preso di mira le vicinanze dell’ospedale Nasser.

Un ufficiale israeliano che festeggiava le brutalità dei coloni è stato ucciso dalla resistenza palestinese

Un video postato poche settimane fa dal 33enne ufficiale della riserva israeliana, faceva vedere il capitano Harel Sharafit, nella città di Beit Lahia, a nord di Gaza. Nel video l’ufficiale israeliano esprimeva il suo sostegno ad un colono che aveva sterminato una famiglia palestinese. Questo ufficiale è stato ucciso a Beit Lahia per mano della resistenza palestinese.

Il capitano Sharafit si mostrava nel video mentre esprimeva i suoi saluti e la sua gratitudine a un colono estremista israeliano, incriminato per l’uccisione della famiglia palestinese Dawabsheh nella città di Duma, nella Cisgiordania occupata, nel 2015.

La famiglia Dawabsheh era stata uccisa nel sonno quando la loro casa è stata attaccata e data alle fiamme da estremisti ebrei, causando la dolorosa morte di un uomo e una donna, Saad e Reham, e del loro bambino di 18 mesi Ali.

L’unico sopravvissuto è stato Ahmed, 5 anni, che ha riportato gravi ustioni.

Il colono israeliano che è stato incriminato per il raccapricciante omicidio è stato celebrato come una figura eroica da un gran numero di israeliani del movimento di estrema destra del paese.

Nel video, diventato virale dopo la morte di Sharafit, si vede l’ufficiale israeliano piantare un albero a Gaza, dedicandolo agli estremisti israeliani, tra cui Amiram Ben-Uliel, che ha ucciso la famiglia Dawabsheh. Il soldato aveva anche chiesto al governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu di rilasciare quegli estremisti.

Ma poco dopo aver espresso il suo sostegno all’assassino della famiglia Dawabsheh, il capitano Harel Sharafit….. è stato ucciso a Beit Lahia per mano della Resistenza palestinese. E’ stato ucciso ieri, secondo i media israeliani, citati da Al-Jazeera e altre agenzie di stampa.

Il Sudafrica chiede il deferimento di Israele alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio

Il Sudafrica ha presentato una richiesta di avvio di un procedimento contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), chiedendo che la corte indichi misure provvisorie.

La richiesta presentata dal Sudafrica denuncia “presunte violazioni da parte di Israele dei suoi obblighi ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio in relazione ai palestinesi nella Striscia di Gaza”, ha dichiarato la Corte Internazionale di Giustizia in un comunicato stampa.

“Atti e omissioni da parte di Israele … hanno carattere genocida, in quanto commessi con il necessario intento specifico … per distruggere i palestinesi di Gaza come parte del più ampio gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese”, si legge nella dichiarazione.

“La condotta di Israele – attraverso i suoi organi statali, agenti statali e altre persone ed entità che agiscono su sue istruzioni o sotto la sua direzione, controllo o influenza – in relazione ai palestinesi a Gaza, è in violazione dei suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio”, ha aggiunto la dichiarazione, citando la domanda del Sudafrica, il quale ha anche accusato Israele di “non aver impedito il genocidio” e di “perseguire l’incitamento diretto e pubblico al genocidio” nella domanda.

“Israele si è impegnato, si sta impegnando e rischia di impegnarsi ulteriormente in atti di genocidio contro il popolo palestinese a Gaza”, ha detto il paese africano.

La domanda presentata dal Sudafrica chiede inoltre alla CIG di:“indicare misure provvisorie al fine di proteggere da ulteriori, gravi e irreparabili danni ai diritti del popolo palestinese ai sensi della Convenzione sul genocidio e per garantire il rispetto da parte di Israele dei suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio di non impegnarsi in genocidio, e di prevenire e punire il genocidio”.

All’inizio di dicembre, il Sudafrica aveva presentato tutti i documenti necessari alla Corte Penale Internazionale (CPI), accusando Israele di crimini di guerra per la sua guerra genocida a Gaza.

Inoltre, a novembre, i legislatori del paese hanno approvato una mozione per sospendere i legami con Israele fino a quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non si impegnerà a un cessate il fuoco nel territorio palestinese assediato.

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