Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Messianesimo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Messianesimo. Mostra tutti i post

04/04/2026

Teologia dello sterminio

L’orrore del genocidio dei palestinesi a Gaza presenta due versanti differenti ma complementari. Il secondo riguarda direttamente la passività e/o la complicità dell’intero Occidente con il genocidio, nonostante e contro il “mai più” su cui è stata ufficialmente costruita la cultura di massa dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta dei nazifascisti. Su questa passività/complicità esistono molti studi e interventi, cui rimandiamo.

Il primo aspetto riguarda invece soltanto Israele e la sua popolazione, che fin dal primo momento ha fatto ricorso alla violenza più feroce contro la popolazione palestinese ed araba in generale, prima ancora che questa si rendesse pienamente conto della sventura che il mondo le aveva fatto precipitare addosso decidendo di far nascere in Palestina lo Stato di Israele.

Una violenza inspiegabile con il preteso “diritto ad esistere”, intanto perché esercitata a prescindere dalla reazione palestinese o araba (sempre, semmai, successiva all’insediamento e ai suoi crimini), ma soprattutto perché sempre totalmente sproporzionata rispetto ai danni subiti. Vista da un osservatore esterno Israele agisce con la logica di un Kesselring che ordina una rappresaglia non di dieci, ma di cento o mille contro uno.

L’adesione della popolazione israeliana a questa logica non è ovviamente totale, ma un recente sondaggio ha registrato che per il 91,5 per cento le scelte genocide e guerrafondaie del governo Netanyahu sono “giuste”. Anzi: sacre agli occhi della popolazione.

E del resto ben difficilmente si è visto tra i soldati o i riservisti dell’Idf – uomini e donne, senza distinzioni – un rigetto delle pratiche più atroci. Fin dalle magliette stampate con lo slogan “un colpo, due centri” con cui rivendicano l’omicidio di donne palestinesi incinte.

Chi, tra loro, non regge a tanto orrore consuma la propria crisi in privato – con la depressione o il suicidio – ma non con l’opposizione attiva al genocidio.

Al fondo di una propensione di massa allo sterminio del “nemico”, cui non viene riconosciuta alcuna legittimità ad esistere e vivere, addirittura da prima di nascere, non ci può essere soltanto un “interesse nazionale” o una brama di possesso territoriale fuori misura.

In fondo la modernità, con tutti i suoi massacri, aveva raggiunto lo stadio del reciproco riconoscimento del nemico come un altro soggetto con opposti interessi, ma simile a noi, e con cui si poteva stare in guerra o in pace. Non solo tra “capi di stato” che ben si conoscevano e frequentavano, spesso imparentati, ma anche tra la “carne da cannone” (celebri alcune tregue spontanee tra truppe contrapposte in occasione del Natale o della Pasqua, nella Prima guerra mondiale).

Solo nella pratica e nel pensiero coloniale era sopravvissuto, o si era imposta, la concezione dell’altro come res nullius, animale da soma da sfruttare o, se ribelle, sterminare. Solo nel colonialismo per la sostituzione etnica – la nascita e la creazione degli Stati Uniti, dell’Australia, in parte del Sudamerica – il genocidio era diventato “pratica normale”, ma comunque occultata, negata, minimizzata.

Da dove vien fuori, dunque, questa riduzione di intere popolazioni a bestia eliminabile? Con tanto di rivendicazione spudorata?

La mente corre immediatamente al nazismo, alla sua partizione dell’umanità in un “popolo eletto” – gli “ariani”, bianchi, possibilmente biondi – e untermenschen, ossia slavi, rom, ebrei, neri, minoranze “devianti” o nemici ideologici, come i comunisti.

Ma anche in questo caso la “fondazione valoriale” della partizione era affidata a miti misterici, riti esoterici, teorie pseudoscientifiche facilmente smentite. Infame e pericoloso, insomma, ma circoscrivibile, sradicabile, prima con le cattive e poi con una cultura di massa degna di questo nome.

Il sionismo genocida è oltre. La fondazione sul Vecchio Testamento riporta i ragionamenti a un mondo scomparso da duemila anni e più. A un libro collazionato con gli scritti di invasati vissuti in periodi diversi, ma tutti convinti di mettere nero su bianco gli ordini deliranti di un unico dio creatore dell’universo, ma che in tutta quella creazione ha a cuore solo alcune tribù di un territorio semidesertico che oggi sappiamo essere parte infinitesima di un pianeta minore in un sistema solare periferico, ai margini di una galassia altrettanto periferica dentro un cosmo che ne conta a milioni. Un dio piuttosto strambo, diciamo la verità... 

Favole e “leggi” per pecorai di 3.000 anni fa, per i quali il mondo coincideva con quello che i loro occhi potevano vedere e i loro piedi avvicinare. In un tempo in cui l’universo era fatto di stelle fisse, con una Terra al centro, neanche ben conosciuta, e i popoli conosciuti forse qualche decina.

È chiaro come il sole che rispolverare queste cazzate senza senso nel terzo millennio è un modo sbrigativo di legittimare “divinamente” una pretesa suprematista e razzista comunque inaccettabile per l’umanità.

Ma è anche chiaro come il sole che chi fa questa operazione sa benissimo di sparare palle buone per i gonzi, riparandosi dietro l’orrore dell’Olocausto per ripeterne modalità e finalità. Solo che ora lo si fa su qualcun altro, che con quell’orrore non c’entra nulla (pure la storia del Gran Mufti filonazista è storicamente un falso, dato che era stato scelto, nominato e imposto dagli inglesi).

Eppure quel fantasy senza senso è invocato come fondazione di un diritto divino a sputare in faccia a tutta l’umanità. Perché i palestinesi e poi gli arabi sono soltanto il “nemico di oggi”, il più vicino e quello con i territori che fanno gola ora. Ma nessun essere umano è considerato in questo “pensiero” come “amico”. Lì dentro ci sono solo servi o nemici, a parte il “popolo eletto”.

Si dirà che però questa follia biblica è in fondo anche il fondamento della cultura ebraica, e in parte anche di quella cristiana. È parzialmente vero, ma è un falso.

Il cristianesimo si è caratterizzato fin da subito – come poi l’Islam – come religione potenzialmente universale. Chiunque poteva diventare cristiano, nessuno era escluso per principio, tutti erano e sono “recuperabili”. Nessuna comunità era “eletta”. Ed anche la perversione avvenuta con il potere temporale e poi il colonialismo non riuscì a cancellare completamente questa universalità.

La cultura ebraica della diaspora, da parte sua, pur conservando la tradizione, si era evoluta convivendo – spesso in modo difficile e discriminato – con innumerevoli culture differenti. Era diventata in maggioranza per forza di cose “internazionalista”, dando vita e spessore al pensiero socialista o comunista in misura persino superiore alla quota proporzionale degli ebrei coinvolti nei movimenti politici.

Un merito, certamente, di cui bisogna esser loro grati. Da lì venivano anche Marx, Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, il controverso Trotski, lo stalinista Kaganovic, Joe Slovo (comunista lituano diventato capo dell’ala militare dell’Anc nel Sudafrica dell’apartheid), Primo Levi, e migliaia di altri compagni che continuano ad insegnarci moltissimo.

E poi tanti scrittori, musicisti, registi, attori, scienziati (l’immenso Einstein su tutti, non a caso fermamente antisionista).

Questo mondo che puntava alla liberazione di tutta l’umanità, anche con la Rivoluzione, sembra oggi quasi scomparso, divorato da un sionismo che, una volta ricevuta una “nazione” come compensazione dell’Olocausto, si è velocemente trasformato nell’etnonazionalismo più integralista e razzista che ci sia mai stato. Col genocidio nel dna, ma “per ordine divino”.

Conoscere i fondamenti di questo delirio genocida è necessario, anche perché il conoscerlo spazza via molte fantasiose ipotesi di risoluzione diplomatica della questione mediorientale. Bisogna sapere con chi si ha a che fare, per definire le scelte politiche realistiche.

Questa ricerca “biblico-giornalistica” di Lavinia Marchetti, a cavallo tra testi “sacri” e dichiarazioni politiche degli attuali ministri di Israele, permette di soppesare quanto di quel che ognuno di noi sa o pensa di Israele e quel che invece, e purtroppo, è.

Buona lettura.

*****

Teologia dello sterminio - Breve vocabolario del messianismo sionista contemporaneo

di Lavinia Marchetti

Premessa

L’indagine sulle radici profonde del conflitto (perpetuo) che logora la terra tra il Giordano e il Mediterraneo impone di guardare oltre la superficie dei rapporti di forza militari. Se l’osservatore si limita a contare i battaglioni, i fronti di guerra aperti da Israele, rischia di smarrire il nucleo che orienta le scelte di una parte consistente della leadership e della base sociale israeliana.

Esiste un sistema di significati che ha smesso di appartenere esclusivamente alle accademie rabbiniche per farsi prassi politica e giustificazione morale per l’esercizio della forza estrema.

Questo sistema trasforma la contesa territoriale in una vicenda cosmica. Le parti in causa perdono la loro fisionomia umana per assumere ruoli prestabiliti in un disegno di redenzione che ammette poche mediazioni.

Il massacro del 7 ottobre 2023, pur nella sua atroce concretezza, è stato assorbito dentro questa struttura concettuale. Ha agito come un acceleratore per processi di radicalizzazione che erano già operativi nel profondo della società israeliana.

La comprensione di termini quali Gog e Magog, Amalek o Erev Rav permette di decifrare una realtà in cui la prudenza diplomatica si fa colpa e la distruzione totale dell’avversario viene percepita come un dovere assoluto.

Ovviamente questo breve testo è solo un accenno al tema, un tema complesso che investe più di duemila anni di storia. Però, per orientarsi in categorie per molti sconosciute, può essere un punto di partenza per poi approfondire ulteriormente.

Gog e Magog

“Siamo i figli della luce, mentre loro sono i figli delle tenebre; l’umanità contro la legge della giungla. Realizzeremo la profezia di Isaia e la battaglia sarà vinta non solo per noi, ma per l’intera civiltà contro le forze del male che cercano di riportarci in un’era di oscurità” [Benjamin Netanyahu, Discorso all’apertura della sessione invernale della Knesset, Gerusalemme, 16 ottobre 2023, Ministero degli Affari Esteri d’Israele]

La profezia contenuta nei capitoli trentotto e trentanove del libro di Ezechiele costituisce il fulcro di questa trasposizione bellica.

Il testo biblico evoca la figura di Gog, principe supremo di Mesec e Tubal, che muove dal settentrione alla testa di una schiera sterminata per assalire un Israele restituito alla propria terra. Il profeta descrive un assalto condotto sul finire degli anni contro un popolo radunato dalle nazioni che abita fiducioso in villaggi privi di sbarre.

La ricerca accademica di Lydia Lee sottolinea come gli attributi letterari di questo nemico riflettano quelli precedentemente assegnati agli alleati politici di Giuda, suggerendo una natura composita dell’avversario.

Mentre alcuni studiosi identificano Gog come un codice per il re babilonese Nabucodonosor, critici contemporanei come Klein leggono in lui una personificazione di tutte le potenze ostili che si parano dinanzi al cammino nazionale.

Questa lettura biblica nomina esplicitamente la Persia accanto a popoli come l’Etiopia o Put, fornendo la base per la sovrapposizione ideologica con l’attuale Repubblica Islamica.

Nel vocabolario del messianismo sionista contemporaneo, l’Iran cessa di essere un attore politico regionale con interessi strategici per diventare l’incarnazione di questo antagonista finale. L’identificazione di Gog con l’Iran moderno permette di depoliticizzare il conflitto. Lo eleva a un piano dove svanisce la possibilità di negoziazione.

Se l’avversario è il nemico predetto dai profeti, la guerra non è guerra in quanto tale, ma un consequenziale passaggio obbligato verso “la salvezza”.

La tradizione rabbinica e cristiana ha ciclicamente adattato queste categorie ai propri avversari, passando dai Romani ai Mongoli fino alla Russia sovietica. Oggi l’enfasi sulla minaccia sciita serve a dare un senso redentivo alla violenza subita e inflitta. Il dolore viene allora interpretato come segnale del “parto messianico” (come vedremo successivamente) e non come un male da arginare.

Quando i missili solcano il cielo, la lettura messianica suggerisce che queste siano le doglie necessarie perché nasca un ordine nuovo. In tale scenario il nemico viene disumanizzato, non è un popolo che fa rivendicazioni territoriali ma “il” nemico che fa diventare la guerra lo strumento di un evento epocale in cui Dio manifesta la propria potenza attraverso la catastrofe dell’aggressore (una delle letture del 7 ottobre 2023 che in qualche modo spiega anche il lassismo negli interventi di protezione e soccorso).

“Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell’uomo, volgi la faccia verso Gog nel paese di Magog, principe supremo di Mesec e Tubal, e profetizza contro di lui. Dirai: Così dice il Signore Dio: Eccomi contro di te Gog, principe supremo di Mesec e Tubal. Ti volterò, ti metterò ganci alle mascelle e ti trascinerò con tutto il tuo esercito” (Ezechiele 38, 1-4, La Sacra Bibbia)

Kiddush HaShem

“I nostri eroici soldati hanno un unico obiettivo supremo: distruggere il nemico omicida e garantire la nostra esistenza nella nostra terra. I valorosi soldati dell’esercito si uniscono a una catena di eroi d’Israele che prosegue da tremila anni, agendo per la nostra sopravvivenza e per il bene dell’umanità” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione sull’avvio dell’offensiva di terra, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

Il concetto di Kiddush HaShem, ovvero la santificazione del Nome divino, rappresenta uno dei nuclei più profondi dell’etica ebraica, ma la sua interpretazione ha subito una mutazione radicale nel passaggio dalla diaspora alla sovranità statale.

In epoca medievale, il termine era indissolubilmente legato alla dimensione del martirio e della purezza religiosa. Gli studi evidenziano una divergenza significativa tra il modello sefardita di Maimonide, propenso a preservare la vita in contesti di persecuzione, e quello aschenazita dell’epoca delle Crociate.

In quest’ultimo ambito, la santificazione si esprimeva nel sacrificio estremo, con tradizioni che prevedevano l’uso delle vesti dei martiri per confezionare i paramenti sacri delle sinagoghe. Era un tempo in cui l’ebreo onorava Dio morendo per non abiurare alla Legge.

Con l’ascesa del sionismo religioso, specialmente dopo il 1967, questa categoria ha abbandonato la passività del martirio per farsi dottrina della conquista territoriale.

Rav Soloveitchik sostenne che la nascita dello Stato di Israele rappresentasse di per sé una santificazione del Nome dinanzi al mondo cristiano, ribaltando secoli di narrazioni sulla debolezza ebraica.

La santificazione non passa più per la condotta morale del singolo credente, ma investe la storia come campo di prova collettivo. La forza armata diventa lo strumento privilegiato per dimostrare che il tempo dell’esilio è terminato.

La torsione più violenta giunge con Meir Kahane. Nel suo saggio del 1976, Kahane sostiene che lo Stato ebraico sia sorto non come premio per gli ebrei, ma come punizione inflitta da Dio ai Gentili per le persecuzioni passate.

In questa prospettiva, la forza militare è un atto devozionale. La vittoria sul campo di battaglia e il timore suscitato negli avversari diventano la prova suprema della gloria divina. La violenza si trasforma in un’affermazione di potere che non ammette mediazioni umane, liberando il soldato dalla responsabilità individuale e iscrivendo i suoi gesti in una missione di purificazione del mondo.

“Osserverete dunque i miei comandi e li metterete in pratica. Io sono il Signore. Eviterete di profanare il mio santo nome, perché io sia santificato in mezzo agli Israeliti. Io sono il Signore che vi santifica” (Levitico 22, 31-32, La Sacra Bibbia)

Hillul HaShem

“Smettere di pregare sul Monte perché abbiamo timore delle minacce arabe costituisce un enorme Hillul HaShem, un’umiliazione inaccettabile per il Dio d’Israele. Dobbiamo dimostrare chi siano i padroni di casa in questo luogo sacro senza mostrare esitazioni” (Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale, Intervista a Radio Kol Berama, Gerusalemme, 24 agosto 2023).

Il contrappeso speculare della santificazione è Hillul HaShem, la profanazione del Nome divino. In senso classico, questo termine designa qualunque comportamento che reca vergogna alla comunità o che disonora la Legge.

Nel lessico del nazionalismo estremo, la profanazione viene riempita di contenuti politici e territoriali inediti. La ritirata da un insediamento, il compromesso sui confini o la rinuncia all’annientamento del nemico sono interpretati come segni di debolezza che umiliano la divinità davanti alle nazioni.

Tale mentalità spiega come la teologia penetri direttamente nel fare la guerra. La prudenza politica viene degradata come una colpa religiosa, rendendo impraticabile qualsiasi forma di moderazione strategica. Se cedere una porzione della terra promessa significa profanare il Nome, allora la pace diventa un atto di apostasia.

Meir Kahane sostenne con vigore che ciascuna affermazione di forza israeliana risultava necessaria per lavare l’offesa della Shoah. L’assassinio di Yitzhak Rabin nel 1995 trova le sue radici in questo clima di intolleranza sacralizzata.

Definire un leader politico come un profanatore del Nome permette di trasformare immediatamente il sui omicidio politico in un dovere religioso. Quando il nemico esterno non basta più a sostenere la tensione messianica, il marchio di Hillul HaShem viene rivolto verso l’interno. Esso colpisce chiunque cerchi di fermare la macchina della guerra o proponga soluzioni di convivenza, espellendo il dissenziente dal perimetro della legittimità nazionale.

“Non avrai altro Dio fuori di me... Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce l’iniquità dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione di coloro che mi odiano” (Esodo 20, 3-5, La Sacra Bibbia)

Chevlei Mashiah

“La guerra all’interno della Striscia di Gaza sarà lunga e faticosa, ma noi siamo pronti a ciascuna prova. Questa rappresenta la nostra seconda guerra di indipendenza e porterà a una vittoria del bene sul male, affinché la vita prevalga finalmente sulla morte” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

L’espressione Chevlei Mashiah indica i dolori del parto messianico, la fase di tribolazione estrema che precede la fine dei tempi. Si tratta di un’immagine che descrive un mondo in preda al caos, alle guerre e alla carestia.

Se nelle fonti rabbiniche questa idea suscitava paura, nel sionismo messianico contemporaneo viene usata per dare un senso provvidenziale alla sofferenza. Il collasso dell’ordine e il dolore dei civili diventano passaggi obbligati verso la redenzione.

Questa lettura trasforma la catastrofe in un segno di speranza paradossale. Più la situazione peggiora, più si crede che la salvezza sia vicina. La violenza non è un sintomo di fallimento o qualcosa da “evitare”, anzi è l’annuncio che il vecchio mondo sta morendo per lasciare spazio al regno di Dio sulla terra.

Questa ideologia della catastrofe disarma l’opposizione morale alla guerra, perché suggerisce che ogni tentativo di alleviare il dolore sia un ostacolo al compimento del piano divino.

La sofferenza dei palestinesi, ridotti a semplici spettatori o vittime di questo travaglio, viene completamente cancellata. Essi non sono considerati esseri umani con diritti, ma semplici elementi di un paesaggio che deve essere purificato.

La violenza inflitta a Gaza diventa allora solo un sintomo della ferocia necessaria perché il nuovo ordine possa finalmente manifestarsi. Così, la destra israeliana giustifica il genocidio.

“Come una donna incinta che sta per partorire si contorce e lancia lamenti nei dolori, così siamo stati noi di fronte a te, Signore. Abbiamo concepito e abbiamo sentito i dolori come se dovessimo partorire” (Isaia 26, 17-18, La Sacra Bibbia)

Mashiach Ben Yosef

“Abbiamo fiducia nel nostro cammino e sconfiggeremo queste bestie umane con piena forza fino a cancellarle. La spada di Davide è stata estratta dal fodero e l’arco di Gionata non tornerà indietro finché la missione non sarà compiuta” (Benjamin Netanyahu, Discorso ai soldati della 98a Divisione IDF, 12 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

La tradizione mistica e rabbinica parla di due figure messianiche distinte. Mashiach ben Yosef è il redentore precursore, incaricato della preparazione materiale, della raccolta degli esuli e della guerra contro i nemici. La sua opera è terrena, politica e spesso segnata dal sacrificio. Mashiach ben David appartiene invece al compimento spirituale e alla sovranità definitiva.

Il rabbino Abraham Isaac Kook ha riletto il sionismo laico come la manifestazione di Mashiach ben Yosef. Anche se i pionieri non erano osservanti, il loro lavoro di costruzione dello Stato e di difesa del territorio era iscritto in un disegno sacro.

Questa interpretazione ha permesso di unire il nazionalismo moderno con la speranza religiosa, dando una consacrazione teologica all’esercito e alle istituzioni civili. La forza armata non è allora una necessità contingente, ma una fase preliminare della redenzione finale.

In questo quadro si inserisce il testo Kol HaTor, che propone una visione attiva della salvezza. La redenzione avviene attraverso un accumulo di atti storici e politici, i famosi 999 passi.

La vittoria militare diventa la prova del favore divino e un anticipo della gloria futura. La politica della forza viene così sottratta al giudizio umano e consegnata alla teleologia, rendendo ogni avanzata territoriale un passo avanti verso il regno messianico.

“Il suo re sarà più grande di Agag e il suo regno sarà celebrato. Dio, che lo ha fatto uscire dall’Egitto, è per lui come le corna del bufalo. Egli divora le genti che lo avversano e spezza le saette scagliate contro di lui” (Numeri 24, 7-8, La Sacra Bibbia)

Amalek

“Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto, dice la nostra Sacra Bibbia. E noi ricordiamo, e stiamo combattendo. I nostri valorosi soldati si uniscono a una catena di eroi d’Israele che prosegue da tremila anni con l’obiettivo di distruggere il nemico” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione sull’avvio dell’offensiva di terra, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

La categoria di Amalek rappresenta nel sistema dottrinale del messianismo coloniale lo strumento di legittimazione suprema per l’eliminazione fisica dell’avversario. Nella Bibbia, Amalek è la nazione che attacca gli israeliti in cammino nel deserto, colpendo i più deboli e gli esausti che chiudono la carovana.

Questo gesto istituisce un comando divino di ostilità perpetua che non prevede tregua. Il testo di Samuele è esplicito nel prescrivere lo sterminio totale, ingiungendo di non risparmiare nessuno e di mettere a morte uomini e donne, fanciulli e lattanti.

Si tratta di un nemico archetipico che la ricerca accademica di Atalia Omer definisce attraverso il processo di “Amalekizzazione”, ovvero la trasformazione di un popolo contemporaneo nella personificazione metafisica del male assoluto.

Il richiamo a questa figura è uscito dalle dispute esegetiche ed è diventato discorso pubblico di governo. Il 28 ottobre 2023, Benjamin Netanyahu ha dichiarato solennemente: «Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto», citando il comando del Deuteronomio nel momento dell’avvio dell’offensiva di terra su Gaza.

Questo riferimento fissò una precisa istruzione operativa rivolta a un esercito in cui la presenza di gruppi ultranazionalisti è in crescita costante. Nel vocabolario dei soldati sul campo, l’identificazione dei palestinesi con Amalek serve a superare ciascuna barriera morale verso l’uso della forza indiscriminata.

Il saggio di Yagil Levy documenta come questo nuovo discorso violento coltivi la vendetta come giustificazione sufficiente, trasformando lo sterminio in un comando religioso che libera l’esecutore da qualunque rimorso.

L’analisi di Carl Schmitt sull’archetipo del nemico assoluto trova in questa riattivazione di Amalek un riscontro concreto. Se l’avversario è il male in quanto tale, allora la sua distruzione è l’unico modo per ristabilire la santità del mondo.

La letteratura accademica evidenzia come questa lettura produca una licenza per il genocidio (al-ibada\ al-jama’iya), poiché l’esistenza stessa dell’altro è percepita come una minaccia alla divinità e dunque allo Stato che in massimo grado la rappresenta.

Netanyahu ha ribadito questo concetto più volte, parlando di una lotta tra “i figli della luce” e “i figli delle tenebre”, iscrivendo il massacro di Gaza in una sequenza di giustizia divina. La deumanizzazione che ne deriva è totale. I civili scompaiono per lasciare posto a parassiti o animali umani destinati all’eradicazione.

In questo scenario la politica si fa teologia della morte, rendendo le avanzate militari un rito di purificazione della terra sacra attraverso il sangue dei nemici, compresi i bambini. Se non capiamo questo continueremo a chiederci: “Ma come fanno a uccidere neonati?”. Semplice, sono educati a vederli come forme del male. Dissimili da loro. Demoni.

“Ora va’ e colpisci Amalek, e vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene. Evita di risparmiarli, ma uccidi uomini e donne insieme ai bambini e ai lattanti, arrivando ai buoi e alle pecore fino ai cammelli e agli asini” (Samuele 15, 3, La Sacra Bibbia)

Ishmael

“I palestinesi costituiscono un’invenzione dell’ultimo secolo e la loro pretesa su questa terra rappresenta una ribellione contro il decreto divino. Siamo impegnati in un processo di purificazione che ristabilirà la sovranità ebraica negando qualunque legittimità a chi occupa abusivamente il suolo dei nostri padri” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Intervento pubblico a Parigi, 19 marzo 2023).

La figura di Ishmael, figlio di Abramo e Hagar, è stata storicamente associata al mondo arabo e musulmano. In molte esegesi tardoantiche e medievali, Ishmael entra nel quadro escatologico come la forza che opprime Israele prima della redenzione.

Nel vocabolario del nazionalismo religioso, questa figura viene irrigidita in un antagonista perenne, destinato alla sottomissione. Il conflitto attuale viene riletto come l’episodio terminale della lotta con Ishmael.

La resistenza palestinese e la presenza musulmana nei luoghi santi sono viste come afflizioni necessarie che precedono il compimento finale. L’Islam viene descritto come un regno di argilla destinato a crollare davanti alla forza di ferro dello Stato ebraico, secondo una lettura parziale del libro di Daniele.

Questa tipizzazione riduce la complessità storica a una faida familiare millenaria, dove la vittoria di Isacco deve essere ristabilita attraverso la sottomissione di Ishmael.

La teologia entra così nella pianificazione urbana e nella gestione dei territori occupati. Ogni tentativo palestinese di mantenere un legame con la propria terra è visto come un atto di ribellione contro il decreto divino. La sovranità israeliana deve manifestarsi in modo assoluto per dimostrare che il tempo della sottomissione ebraica è finito.

La lotta per la terra si trasforma in una lotta per la legittimità religiosa, dove l’esistenza stessa dell’altro è percepita come una minaccia all’ordine sacro.

“L’angelo del Signore le disse ancora: Ecco, sei incinta e partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele. Egli sarà come un onagro; la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro di lui, e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli” (Genesi 16, 11-12, La Sacra Bibbia)

Erev Rav

“Mentre combattiamo i nemici esterni, dobbiamo guardarci dai traditori interni che continuano a incitare contro il governo e la nazione. Questi elementi rappresentano una piaga che inquina la nostra purezza e ostacola il cammino verso la redenzione collettiva” (Estratto dalle osservazioni diffuse dai circoli vicini alla presidenza del Consiglio, citato in report sulla polarizzazione interna, YNet, 14 ottobre 2023).

L’espressione Erev Rav indica la moltitudine mista che scelse di seguire gli israeliti durante la fuga dall’Egitto. Se nel testo dell’Esodo la definizione appare neutra, la sapienza rabbinica e la letteratura mistica hanno trasformato questo gruppo nel corpo estraneo responsabile delle peggiori cadute morali e politiche.

Il Zohar individua in tali anime l’origine dell’idolatria del vitello d’oro, descrivendole come manipolatori che cercarono di deviare il popolo dalla retta via fin dal primo istante. Attraverso l’acronimo “nega ra”, ovvero una piaga maligna, il testo descrive cinque specie di intrusi che inquinano la purezza nazionale: i caduti, i superbi, coloro che seminano disordine, i traditori e gli eredi di Amalek.

La dottrina della reincarnazione suggerisce che simili esseri ritornino in ciascuna epoca, infiltrandosi nelle posizioni di comando per ostacolare il cammino verso la redenzione.

Nelle visioni contenute nel Kol HaTor, attribuito ai discepoli del Gaon di Vilna, lo scontro con l’Erev Rav viene descritto come la sfida più amara della fine dei giorni. Essi sono accusati di agire attraverso l’inganno, ponendosi come falsi amici per poi spezzare il legame tra le figure messianiche.

Nel panorama politico israeliano contemporaneo, specialmente tra le frange dell’ultranazionalismo religioso, questa categoria serve a teologizzare la guerra civile simbolica. La dirigenza laica, i movimenti liberali e i fautori dell’universalismo vengono additati come la manifestazione odierna dell’Erev Rav.

Definire un avversario interno in questi termini permette di spogliarlo di legittimità umana, trasformando il dissenso in un peccato contro Dio. L’uso di tale espressione apre una via verso l’esclusione sociale radicale. Se l’altro viene percepito come un intruso annidato nel corpo della nazione, allora la sua repressione diventa un dovere per garantire la salvezza collettiva.

La massima del profeta Isaia, secondo cui i distruttori provengono dall’interno, viene invocata per giustificare la caccia al nemico che abita nelle stesse città. Questa retorica ha alimentato la delegittimazione di esponenti dello Stato considerati troppo inclini al compromesso o critici verso l’uso della forza, identificandoli come un corpo estraneo da purificare per permettere il compimento del piano redentivo.

In tal modo la fede si trasforma in uno strumento di epurazione che rifiuta il pluralismo, pretendendo una uniformità che espelle chiunque sia ritenuto insufficientemente fedele.

“Gli Israeliti partirono da Ramesse alla volta di Succot, in numero di circa seicentomila uomini adulti, senza contare i bambini. Anche una folla mista di gente di ciascuna specie salì con loro” (Esodo 12, 37-38, La Sacra Bibbia)

Geulah

“L’insediamento in ciascuna porzione della terra d’Israele costituisce la redenzione stessa, poiché realizza il piano divino che ci riporta a essere un popolo sovrano. La nostra missione supera il semplice calcolo politico per insediarsi nel compimento della promessa eterna” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Intervento alla Conferenza di Katif, Gerusalemme, 7 agosto 2023).

Geulah, ovvero redenzione, trasmuta il suo significato originario da invocazione escatologica a categoria operativa. Se nella tradizione ebraica classica la redenzione appariva come un orizzonte metafisico, un riscatto affidato interamente all’iniziativa divina per liberare il popolo d’Israele dall’umiliazione storica della dispersione (Galut), nell’ottica del sionismo religioso essa subisce un ribaltamento concettuale radicale.

La Geulah smette di essere un’attesa per farsi “lettura del presente”, scendendo dalle regioni eteree dell’attesa divina, per informare l’esercito, le istituzioni e la gestione dei confini. Si assiste, dunque, a una vera e propria secolarizzazione invertita.

Il sacro non si uniforma al mondano, ma il mondano viene sussunto integralmente entro una cronologia sacra che non ammette pause o arretramenti. Il concetto di redenzione, inteso come riapertura di un vincolo spezzato tra popolo, terra e promessa, diviene nel contesto israeliano attuale un dispositivo di interpretazione della storia in atto.

Non siamo davanti a un tempo lineare, storico e se vogliamo “astratto”, ma a quello che Walter Benjamin definiva Jetztzeit, un tempo “pieno” di “adesso”, in cui ogni evento politico porta in sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione.

In questa prospettiva, la sovranità riacquistata è l’evidenza empirica di un processo teologico inarrestabile. La Geulah, dunque, si “attacca ai fatti”, trasformando il bulldozer e il posto di blocco in strumenti di una prassi che non riconosce più la distinzione tra ordine del profano e ordine del sacro.

“Io ristabilirò la sorte del mio popolo Israele: riedificheranno le città desolate e vi abiteranno, pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai più sradicati dal suolo che io ho dato loro” (Amos 9, 14-15, La Sacra Bibbia)

Atchalta de Geulah

“L’inizio della redenzione sta avvenendo indubbiamente davanti ai nostri occhi e gli occhi di ciascun individuo dotato di spirito devono elevarsi verso questa realtà. La mano di Dio dirige gli eventi storici verso un fine che non ammette arretramenti né compromessi territoriali” (Rabbi Zvi Yehuda Kook, citato come riferimento dottrinale dai ministri del sionismo religioso, Londra, 1917).

L’espressione aramaica Atchalta de Geulah, ovvero “l’inizio della redenzione”, rappresenta il nucleo pulsante di questa nuova teologia politica. In certi ambienti religiosi nazionalisti, lo Stato d’Israele non è visto come un rifugio perseguitato, ma come l’apertura effettiva del tempo redentivo.

Questa formula agisce come un convertitore alchemico dove ogni avanzata militare, dalla vittoria del 1967 alla colonizzazione della Cisgiordania, cessa di appartenere alla cronaca bellica. Viene letteralmente assorbita nella cronologia messianica.

Se lo Stato è l’inizio della redenzione, allora la sovranità ebraica è un valore metafisico indisponibile. Ogni atto di governo è investito di una sacralità che scavalca la dialettica democratica e il diritto internazionale, ponendo l’azione statale sotto l’egida di un mandato divino inappellabile.

La potenza di questa visione risiede nella sua capacità di neutralizzare il “fallimento” come categoria storica. Se la storia è governata dalla necessità redentiva, ogni arretramento o concessione territoriale diviene una “ferita teologica”. La politica non è altro che l’esecuzione di un piano escatologico.

Questo approccio si scontra frontalmente con il monito di Yeshayahu Leibowitz, il quale avvertiva che l’attribuzione di valore religioso a un’istituzione politica come lo Stato avrebbe inevitabilmente condotto all’idolatria del potere.

Per i sostenitori dell’Atchalta de Geulah, invece, è proprio la mancanza di questa lettura a costituire un’apostasia, una riduzione della missione d’Israele a una banale esistenza nazionale tra le altre.

In questa cornice, il tempo non scorre più in modo lineare, ma è scandito da “segni” redentivi. La presa di possesso del territorio diventa facilmente una “restituzione” di qualcosa di Sacro perso e ritrovato. Il linguaggio diplomatico, basato sulla trattativa e sul compromesso, appare dunque intrinsecamente menzognero, poiché tenta di frammentare ciò che la divinità ha dichiarato integro.

La formula Atchalta de Geulah crea un regime di verità in cui l’evidenza dei fatti, l’esercito, il controllo, la forza, diventa la prova definitiva della correttezza della lettura teologica. Si assiste a una “stasiologia del sacro”, dove il conflitto con l’esterno e con il nemico interno è la condizione stessa del manifestarsi della redenzione.

“Il Signore tuo Dio ti ricondurrà nel paese che i tuoi padri avevano posseduto e tu lo possederai; Egli ti farà del bene e ti moltiplicherà più dei tuoi padri” (Deuteronomio 30, 5, La Sacra Bibbia)

Reshit Tzemichat Geulatenu

“Il ritorno del popolo ebraico alla sua terra ancestrale costituisce un miracolo senza precedenti nella storia umana. Questo rappresenta il primo germoglio di una rinascita che prosegue attraverso la nostra forza militare e la nostra fede ostinata nella missione assegnataci” (Benjamin Netanyahu, Discorso per il 75° Giorno dell’Indipendenza, Gerusalemme, 26 aprile 2023).

Accanto alla formula dell’inizio, compare l’immagine vegetale di Reshit tzemichat geulatenu: “il primo germogliare della nostra redenzione”. Questa metafora è decisiva per comprendere come il messianismo sionista giustifichi la fase attuale di transizione e conflitto.

La redenzione “cresce” organicamente e si radica nella terra, nelle istituzioni, nella continuità della presenza armata e amministrativa. Questa immagine del germoglio permette di interpretare la violenza e le asperità del presente come fasi necessarie di uno sviluppo vitale. Ciò che per l’osservatore laico è una contingenza storica, per questi ambienti è già un processo sacro in via di maturazione.

Questa visione produce un’idea del tempo storico che educa il soggetto a vedere l’invisibile nel visibile. Il colono che edifica un avamposto illegale si vede come colui che irriga il germoglio della Geulah. Le istituzioni statali, pur nella loro attuale imperfezione laica, sono i vasi attraverso cui scorre la linfa del sacro. Si osserva qui una singolare coincidenza tra materialismo e misticismo.

La redenzione ha bisogno di pietre, di strade, di acqua e di leggi per manifestarsi. È una “metafisica concreta” che trasforma l’amministrazione del territorio in una pratica di salvezza collettiva.

“In quel giorno, il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria e il frutto della terra sarà a magnificenza e ornamento per gli scampati di Israele” (Isaia 4, 2, La Sacra Bibbia).

Eretz Yisrael Hashlema

“Gaza appartiene interamente alla Terra d’Israele e verrà il giorno in cui vi faremo ritorno per stabilirvi nuovamente gli insediamenti. Non possiamo negoziare l’assoluto né rinunciare a ciò che la divinità ha dichiarato integro e indivisibile” (Orit Strock, Ministro delle Missioni Nazionali, Intervista televisiva a Channel 7, Gerusalemme, maggio 2024).

Il sintagma Eretz Yisrael HaShlema – la Terra d’Israele integra o completa – segna il punto in cui la geografia si carica di assoluto. Dopo la guerra del 1967, luoghi come Hebron, Nablus, Betlemme e la valle del Giordano smettono di essere semplici coordinate cartografiche per diventare frammenti di un corpo sacro indivisibile.

Questa visione investe il territorio di un valore che “travolge il linguaggio diplomatico” e supera le categorie del diritto internazionale. Cedere anche un solo palmo di terra equivale, in questa prospettiva, a mutilare la promessa divina e ad amputare il corpo stesso della redenzione.

La trattativa territoriale non è dunque un atto politico, ma un sacrilegio, un tradimento della storia sacra. La terra, per intenderci, non è un oggetto di possesso, ma un soggetto di appartenenza. La “completezza” della terra è la condizione della completezza del popolo.

Ne consegue che ogni presenza estranea che pretenda sovranità su queste terre è percepita come un’intrusione nel corpo stesso della nazione/identità. L’idea di Eretz Yisrael HaShlema agisce come un dispositivo di bloccaggio contro ogni possibile compromesso.

Se la terra è un “tutto” indisponibile, la diplomazia non ha più spazio di manovra, poiché non si può negoziare l’assoluto. La geografia diventa così il tribunale ultimo della verità teologica e di riflesso il colonialismo è un atto dovuto alla divinità che li ha eletti. Il “Grande Israele” ne è consequenziale.

“In quel giorno il Signore concluse un’alleanza con Abram dicendo: Alla tua discendenza io do questo paese, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, il fiume Eufrate” (Genesi 15, 18, La Sacra Bibbia)

Yishuv e Mitzvat Yishuv Haaretz

“Conquistare la terra e stabilirvi lo Stato ebraico rappresenta il nazionalismo più autentico, coincidente con il precetto religioso di popolare il suolo sacro. Abitare ogni collina costituisce un obbligo che si pone sopra il calcolo politico ordinario” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Manifesto politico “Il piano decisivo”, Gerusalemme, 2017).

L’atto di abitare la terra, Yishuv Eretz Yisrael, nel lessico sionista religioso supera di gran lunga la semplice residenza per configurarsi come un “compito storico” e una “missione collettiva”. È il gesto che inscrive il corpo ebraico nella terra promessa, trasformando la colonizzazione in una veste insieme agricola e militare e infine, teologica. Case, strade e uliveti sono atti di compimento della Geulah.

La prassi insediativa diventa così una “teologia del bulldozer”, dove la trasformazione fisica del suolo è l’unico linguaggio efficace contro le pretese degli altri. Quando l’insediamento entra nel dominio del comandamento (Mitzvat Yishuv HaAretz), l’obbligo religioso consacra definitivamente l’azione politica e diventa una mitzvah, un precetto divino dove il passaggio dal testo sacro alla recinzione elettrificata, dalla visione profetica al posto di blocco, diviene fluido e inarrestabile.

L’insediamento ottiene una giustificazione che si pone “sopra il calcolo politico ordinario”, rendendo la figura del colono quella di un esecutore della volontà trascendente. In questo slittamento, la morale convenzionale viene sospesa in favore di un rigore che pretende di rispondere solo a Dio.

La trasformazione dell’abitare in comandamento implica che ogni ostacolo a tale abitare sia un’offesa alla divinità. La forza militare, allora, sarà lo strumento attraverso cui la mitzvah viene realizzata.

In questo contesto, il dialogo con l’alterità palestinese è strutturalmente impossibile, infatti non si può mediare tra un comando divino e una rivendicazione umana. Il risultato è una radicalizzazione che vede nella devastazione del nemico un atto di santificazione del Nome.

“Prenderete possesso del paese e vi abiterete, perché io ho dato a voi il paese in possesso. Vi spartirete il paese a sorte secondo le vostre famiglie” (Numeri 33, 53-54, La Sacra Bibbia)

Har Habayit e Beit Hamikdash

“Il Monte del Tempio costituisce il luogo più importante per il popolo d’Israele e noi siamo gli unici padroni di casa su questa montagna sacra. La nostra presenza qui manifesta la sovranità che non accetta minacce né compromessi con chi vorrebbe scacciarci” (Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale, Dichiarazione durante la visita ad Har HaBayit, Gerusalemme, 3 gennaio 2023)

Il Monte della Casa, Har HaBayit, rappresenta nella coscienza messianica contemporanea il luogo di massima saturazione simbolica. Un tempo confinato nell’attesa rituale, oggi è diventato un “detonatore politico di prim’ordine”.

Parlare del Monte significa parlare di sovranità totale, di accesso rituale inteso come possesso politico, di una gerarchia confessionale che non ammette parità. Il sito concentra in pochi metri quadrati l’intreccio esplosivo tra archeologia sacralizzata, nazionalismo armato e desiderio di supremazia.

Le preghiere sulla spianata diventano una “sovranità in atto”, una provocazione calcolata per ribadire chi sia il signore della storia. Il riferimento al Terzo Tempio, Beit HaMikdash, agisce come l’orizzonte ultimo di questa restaurazione.

Per le correnti più radicali, il Tempio incarna un programma concreto che richiede attivismo e pressione costante contro lo status quo. La redenzione si salda a un progetto di sovranità totale sulla memoria stessa delle pietre. Il Tempio diventa il simbolo di una “fine della storia” che deve essere forzata dall’azione umana, un punto di rottura messianica che non tollera più la presenza dell’Altro.

“Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti” (Isaia 2, 2, La Sacra Bibbia)

Kahanismo

“Dobbiamo espellere i nemici dalla nostra terra per ripulirla dalle contaminazioni che minacciano la nostra santità. La forza costituisce l’unico linguaggio che i nostri avversari comprendono e noi la useremo per stabilire la supremazia totale del popolo eletto” (Dottrina politica di Meir Kahane, rivendicata e applicata nelle politiche di segregazione dai ministri dell’attuale coalizione, Gerusalemme, 2023-2024).

Il kahanismo, dal nome di Meir Kahane, rappresenta la traduzione più brutale di queste figure escatologiche in un programma di governo fondato sul suprematismo e sull’espulsione. Questa matrice è penetrata profondamente nella destra di governo e nell’immaginario dei coloni.

Il kahanismo eleva la forza pura a sola lingua storicamente efficace e giustifica la devastazione come “autodifesa assoluta” dove la figura del Messia si sovrappone a quella del vincitore dell’Anticristo, e il nemico è chiunque si opponga alla supremazia ebraica. Si inscrive in un vero è proprio insegnamento alla disuguaglianza.

Il kahanista ordina il mondo in cerchi concentrici di valore. In questo sistema, la vita dell’ebreo e quella del non-ebreo non hanno lo stesso statuto ontologico. La violenza diventa una forma di “pietas” verso il proprio popolo, un rigore che pretende di “pulire” la terra promessa dalle “contaminazioni” morali e intellettuali esterne (e ci ricorda tempi storici non molto diversi da questa prospettiva).

Questa visione trasforma il conflitto in una condizione cronica e necessaria. La pace è vista come un’apostasia, poiché implicherebbe il riconoscimento di un’uguaglianza che la teologia messianica nega alla radice.

“Ecco un popolo che si leva come leonessa e si erge come un leone; non si accovaccia, finché non abbia divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi” (Numeri 23, 24, La Sacra Bibbia)

Goy e Goyim

“In questo scontro saremo saldi e uniti, certi della giustizia della nostra causa davanti al mondo. Chi tra le nazioni ci accusa di crimini di guerra manifesta un’ipocrisia priva di qualunque briciolo di moralità, poiché noi rispondiamo solo alla nostra storia” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

La disamina del termine Goy (Goyim al plurale) è essenziale per comprendere la struttura identitaria del messianismo sionista. Sebbene in origine significasse semplicemente “nazione”, nell’uso contemporaneo ha assunto una connotazione marcatamente gerarchica.

I Goyim sono la massa indistinta degli “esterni”, privi di elezione e di piena legittimità storica. Nel lessico messianico radicale, i Goyim diventano il “teatro umano” davanti al quale Israele deve manifestare la propria eccezione e il proprio mandato. È contro i Goyim che la vittoria militare assume il valore di una prova teologica definitiva.

Questa trasformazione dell’alterità in categoria politica serve a giustificare un vero e proprio insegnamento alla disuguaglianza che ordina il mondo secondo il grado di prossimità al sacro. Il non-ebreo cessa di essere un soggetto storico tra gli altri per diventare una figura dell’esteriorità da dominare o espellere.

Nei momenti di massima radicalizzazione, la parola Goy serve a stabilire un confine invalicabile: chi non appartiene al popolo eletto non ha diritto di parola sulla terra promessa. La figura del Goy è dunque lo sfondo necessario su cui si staglia la “luce” dell’eccezione israeliana, un’alterità ridotta a pura funzione del processo redentivo.

“Il Signore ti metterà per gloria, rinomanza e splendore sopra tutte le nazioni che ha fatte e tu sarai un popolo consacrato al Signore tuo Dio com’egli ha promesso” (Deuteronomio 26, 19, La Sacra Bibbia).

Fonte

17/03/2026

In Libano è guerra e pulizia etnica. L’ossessione israeliana per Khiam

Poco prima dell’alba i carri armati israeliani e i soldati della 91a divisione sono entrati nel Libano del Sud. Ma appena entrati hanno subito incontrato la resistenza dei combattenti di Hezbollah, soprattutto nell’area orientale appena dopo il confine. Sull’asse occidentale sarebbero invece avanzati di quattro km.

Nella città di Khiam in particolare, le truppe israeliane stanno incontrando una forte resistenza. Domenica sera, Israele ha bombardato questa località con il fosforo bianco. Khiam ha un alto valore simbolico essendo stato il luogo in cui i mercenari del colonnello Haddad al servizio degli israeliani imprigionavano e torturavano i prigionieri della resistenza libanese fino al 2000, quando vennero cacciati militarmente dal paese.

Il giornale The Cradle sottolinea quella che definisce “la fissazione israeliana per Khiam”. E la spiega con i riferimenti biblici che ispirano la vera e propria ossessione per una collina contesa in decenni di scontri nel Libano meridionale.

Secondo la tradizione biblica, il patriarca Giacobbe piantò le sue tende sulla piana di Khiam – un nome che significa letteralmente “le tende”. Millenni dopo, la stessa collina è diventata un campo di battaglia ricorrente nel tempo.

“Lo Stato di occupazione che invoca l’eredità di Giacobbe come giustificazione storica da decenni cerca di conquistare questa collina, senza mai riuscire a mantenerla” – scrive The Cradle“Oggi, con la forza d’élite Radwan di Hezbollah ridispiegata tra le rovine e le squadre anticarro Kornet posizionate all’interno dei resti di un ex complesso di detenzione dove migliaia di libanesi furono torturati sotto la supervisione israeliana, l’esercito di occupazione sta spingendo ancora una volta verso Khiam – un campo di battaglia che non riuscì a controllare nel 1978, nel 2000, nel 2006 e nel 2024. A guidare questa insistenza non è una necessità operativa. È la dottrina religiosa”.

Il giornale libanese l’Orient le Jour sottolinea come l’offensiva di terra israeliana rischia di far salire pesantemente il bilancio delle vittime libanesi, che ieri era già cresciuto a 886 morti mentre si registrano già quasi un milione di profughi.

Israele ha ammassato sei divisioni, composte da circa 100.000 soldati, lungo il confine.

Dall’inizio dell’incursione di terra, Hezbollah ha impegnato le truppe israeliane in combattimenti feroci, lanciando contemporaneamente attacchi transfrontalieri contro le posizioni militari di Israele. La resistenza libanese afferma di aver anche colpito nuovi avamposti istituiti da Tel Aviv dopo l’inizio della tregua del 2024.

Domenica due funzionari israeliani hanno affermato che Israele e Libano potrebbero tenere colloqui nei prossimi giorni con l’obiettivo di un cessate il fuoco duraturo e il disarmo di Hezbollah. Una fonte libanese ha però definito poco probabile l’eventualità di colloqui in questi giorni di pesanti bombardamenti e di offensiva militare israeliana in Libano.

Le condizioni che Israele ha posto al governo libanese per fermare l’offensiva sono pesanti: una zona cuscinetto sotto controllo israeliano a sud del fiume Litani, la fine della presenza politica effettiva di Hezbollah in Libano e l’avvio di relazioni diplomatiche a partire dall’apertura di un ufficio di rappresentanza israeliano a Beirut.

Il ministro della Difesa israeliano Katz ha inoltre dichiarato che “i residenti sciiti del Libano meridionale che hanno lasciato o stanno lasciando le loro case non faranno ritorno alle proprie abitazioni a sud della zona del Litani finché non sarà garantita la sicurezza degli abitanti del nord di Israele”.

Questa dichiarazione è forse quella che va analizzata con maggiore attenzione. In essa infatti si evoca la pulizia etnica del Sud del Libano fino al fiume Litani, ripristinando quello che era il controllo israeliano su quell’area fino al 2000, quando i miliziani pagati da Israele del col. Haddad e le stesse truppe israeliane di supporto, furono costretti a ritirarsi dal Libano sotto l’incalzare della resistenza libanese.

La conquista del Libano meridionale è da sempre tra gli obiettivi dell’allargamento territoriale di Israele a discapito del paese confinante.

“La spinta strategica verso il fiume Litani non ha origine nei recenti dibattiti sulla sicurezza. Ha una lunga storia leggibile nei documenti” rammenta The Cradle“Nel 1919, il leader sionista Chaim Weizmann sostenne di fronte al primo ministro britannico David Lloyd George che i confini di una futura patria ebraica avrebbero dovuto estendersi a nord, in profondità nel Libano, sottolineando il valore economico e strategico delle risorse idriche. Il Litani, suggerì, era indispensabile”.

Fonte

27/02/2026

L’origine non è Trump: è nei geni statunitensi

“Il continente ci è stato assegnato dalla Divina Provvidenza per lo sviluppo del grande esperimento di libertà e autogoverno”. No, non l’ha detto il dittatore Donald Trump; lo espresse e lasciò scritto John Cotton, leader della setta puritana, una delle due che iniziarono a popolare con anglosassoni quelli che più tardi sarebbero diventati gli Stati Uniti.

Per “mandato divino”, quegli invasori si appropriarono delle terre dei popoli nativi.

Ricordiamo che tanto la setta puritana quanto quella pellegrina seminarono la cornice ideologica messianica di quella nazione, come vedremo in alcuni esempi.

“L’America per gli americani” è una frase che, nelle ultime settimane, si ripete nei bar e nelle riunioni, principalmente in America Latina. Nemmeno questa è stata pronunciata dal dittatore Trump. Essa sintetizza il celebre discorso del presidente James Monroe del 2 dicembre 1823, pronunciato davanti al Congresso e noto come “Dottrina Monroe”.

Con essa, il governo statunitense si attribuiva la proprietà del continente e assumeva il ruolo di protettore, un guardiano che nessuno aveva richiesto, ma che gli servì come giustificazione per numerosi interventi regionali durante i secoli XIX e XX. Ed è stata questa dottrina che Trump ha deciso di far rivivere.

“Tutto il continente ci è stato assegnato dalla Divina Provvidenza per lo sviluppo del grande esperimento di libertà e autogoverno. È un diritto simile a quello di un albero di ottenere l’aria e la terra necessarie per il pieno sviluppo delle sue capacità e per raggiungere la crescita che gli è stata destinata. Non è un’opzione per gli americani, ma un destino a cui non possono rinunciare, poiché farlo implicherebbe rifiutare la volontà di Dio. Gli americani hanno una missione da compiere: estendere la libertà e la democrazia, e aiutare le razze inferiori. Poi devono portare la luce del progresso nel resto del mondo e garantire la loro leadership, dato che sono l’unica nazione libera sulla Terra”

“Il carbone è un dono della Provvidenza, custodito dal Creatore di tutte le cose nelle viscere del Giappone per il beneficio della famiglia umana. La quantità di carbone che possiede quel paese è così abbondante che il suo governo non ha alcun argomento valido per non fornirci quella risorsa a un prezzo ragionevole”. Cioè, quasi regalato.

Forse Trump ha copiato l’idea per riferirsi al petrolio di Venezuela, Iraq, Afghanistan o Siria... ma la verità è che queste parole furono pronunciate dal Segretario di Stato Daniel Webster il 10 giugno 1851, durante la presidenza di Millard Fillmore.

Questa dichiarazione non solo illustra la logica interventista e invasiva degli Stati Uniti fin dal XIX secolo, ma ha anche stabilito un precedente per legittimare il saccheggio delle risorse di altri popoli. Sotto questa prospettiva, la sovranità altrui si trasformava in un ostacolo illegittimo, poiché le risorse erano considerate proprie, sebbene “depositate” fuori dai loro confini.

“Siamo i padroni delle Filippine. Siamo stati scelti da Dio per portare la civiltà in queste isole. Il nostro compito è imperiale. Non c’è altro destino per noi. [...] La bandiera del nostro paese deve essere la bandiera della libertà, e deve sventolare in tutti gli angoli del mondo. Non rinunceremo alla nostra parte nella missione della nostra razza, fiduciaria, sotto Dio, della civiltà del mondo”.

Nemmeno queste parole furono pronunciate dal dittatore Trump. Appartengono al senatore Albert Beveridge, in un discorso al Senato il 9 febbraio 1900.

“Se una nazione dimostra di saper agire con efficacia ragionevole e con senso delle convenienze in materia sociale e politica, se mantiene l’ordine e rispetta i suoi obblighi, non ha motivo di temere un intervento degli Stati Uniti. Ma l’ingiustizia cronica o l’inettitudine che risulti da un rilassamento generale delle norme di una società civilizzata può esigere, di conseguenza, che – in America o fuori di essa – una nazione civilizzata intervenga. Nell’emisfero occidentale, l’adesione degli Stati Uniti alla Dottrina Monroe può obbligarli, sebbene contro i loro desideri, in casi flagranti di ingiustizia o di impotenza, a esercitare un potere di polizia internazionale”

No, l’origine di queste terribili frasi non è il dittatore Trump, sebbene gli piaccia appropriarsene. Le pronunciò il presidente Theodore Roosevelt nel suo messaggio al Congresso il 6 dicembre 1904, in quello che poi sarebbe stato conosciuto come il “Corollario alla Dottrina Monroe”, o “Corollario Roosevelt”.

“Non è lontano il giorno in cui tre bandiere a stelle e strisce segneranno in tre siti equidistanti l’estensione del nostro territorio: una al Polo Nord, un’altra al Canale di Panama e la terza al Polo Sud. Tutto l’emisfero sarà nostro, come di fatto, in virtù della nostra superiorità razziale, lo è già moralmente”

Sebbene quel sentimento lo porti nella pelle, il dittatore Trump non ha abbastanza intelligenza nemmeno per formulare una frase del genere. La espresse il presidente William Howard Taft nel 1912, in mezzo alle interventi militari che allora le truppe statunitensi realizzavano in America Latina.

Così parlarono e così fecero. Così continuano ad essere. La colpa, naturalmente, è della Divina Provvidenza, che li ha condannati a quel ‘destino manifesto’ di imporre civiltà e democrazia a forza di ricatto delle armi. Trump, come i suoi predecessori, non ha avuto altra scelta.

Fonte

20/07/2024

Corte Internazionale di Giustizia: “Israele ponga fine all’occupazione illegale dei territori palestinesi”

Sin dalla risoluzione 242 del 1967, l’ONU ha dichiarato l’occupazione dei territori conquistati da Israele ai tempi della Guerra dei Sei Giorni assolutamente illegale. Ogni richiamo al rispetto di questa delibera del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite è finito sempre inascoltato.

Visto il rilancio del colonialismo di insediamento, accelerato dopo il 7 ottobre 2023, l’Assemblea ONU ha deciso di chiedere alla Corte Internazionale di Giustizia un nuovo parere consultivo. Ancora una volta, è stato intimato a Tel Aviv di porre fine all’occupazione della Cisgiordania, delle alture del Golan, di Gerusalemme Est e di Gaza.

Questo scempio del diritto internazionale, tanto osannato in Occidente quando si tratta di condannare coloro che non sono nostri alleati, dura da quasi sessant’anni, ma le dichiarazioni della Corte sembrano addirittura aver sortito l’effetto contrario. Non c’è nessuna intenzione di evacuare i coloni, né di risarcire i danni, come richiesto dai giudici dell’Aja.

Il ministro della Sicurezza nazionale Ben Gvir e quello delle Finanze Smotrich (che è un rappresentante politico dei coloni) hanno rilanciato chiedendo l’annessione diretta di ampie porzioni della Cisgiordania. Anche Benny Gantz, da poco dimessosi dal gabinetto di guerra, sottolinea come questo parere sia un’ingerenza esterna inaccettabile.

Ma forse ancor peggio ha fatto il primo ministro Netanyahu: “il popolo ebraico non è conquistatore nella propria terra, né nella nostra eterna capitale Gerusalemme, né nella terra dei nostri antenati in Giudea e Samaria”. Dichiarazioni che palesano tutta la carica millenaristica ed etnico-religiosa di cui è ammantato il progetto sionista.

Progetto che prevede costituzionalmente la pulizia etnica del popolo palestinese e l’affermazione dello Stato Ebraico. La recente votazione della Knesset israeliana, che con una maggioranza schiacciante ha vietato la formazione di uno stato palestinese non fa che confermare questa intenzione.

Un pronunciamento del genere dovrebbe interrogare le cancellerie euroatlantiche sulla possibilità di continuare la retorica del “due popoli, due stati”, di cui i vertici di Tel Aviv sono i primi oppositori.

Fonte

23/06/2024

Il collasso del sionismo

di Ilan Pappé

L’assalto di Hamas del 7 ottobre può essere paragonato a un terremoto che colpisce un vecchio edificio. Le crepe cominciavano già a manifestarsi, ma ora sono visibili nelle sue stesse fondamenta.

A più di 120 anni dal suo inizio, il progetto sionista in Palestina – l’idea di imporre uno Stato ebraico in un Paese arabo, musulmano e mediorientale – potrebbe trovarsi di fronte alla prospettiva di un crollo?

Storicamente una pletora di fattori può causare il crollo di uno Stato. Esso può derivare da attacchi costanti da parte dei Paesi vicini o da una guerra civile cronica. Può seguire il crollo delle istituzioni pubbliche, che diventano incapaci di fornire servizi ai cittadini.

Spesso inizia come un lento processo di disintegrazione che prende slancio e poi, in breve tempo, fa crollare strutture che un tempo sembravano stabili e consolidate.

La difficoltà sta nell’individuare i primi indicatori. In questa sede sosterrò che questi sono più chiari che mai nel caso di Israele. Stiamo assistendo a un processo storico – o, più precisamente, al suo inizio – che probabilmente culminerà nella caduta del sionismo.

E, se la mia diagnosi è corretta, stiamo anche entrando in una congiuntura particolarmente pericolosa. Infatti, quando Israele si renderà conto della portata della crisi, scatenerà una forza feroce e disinibita per cercare di contenerla, come fece il regime sudafricano dell’apartheid durante i suoi ultimi giorni.

1. Un primo indicatore è la frattura della società ebraica israeliana. Attualmente è composta da due campi rivali che non riescono a trovare un terreno comune.

La frattura deriva dalle anomalie della definizione di ebraismo come nazionalismo. Se l’identità ebraica in Israele è sembrata talvolta poco più che un argomento di dibattito teorico tra fazioni religiose e laiche, ora è diventata una lotta sul carattere della sfera pubblica e dello Stato stesso. La lotta non si svolge solo sui media, ma anche nelle strade.

Un campo può essere definito “Stato di Israele”. Comprende gli ebrei europei più laici, liberali e per lo più, ma non esclusivamente, della classe media e i loro discendenti, che sono stati determinanti per la creazione dello Stato nel 1948 e sono rimasti egemoni al suo interno fino alla fine del secolo scorso.

Non bisogna ingannarsi: la loro difesa dei “valori democratici liberali” non intacca il loro impegno nel sistema di apartheid che viene imposto, in vari modi, a tutti i palestinesi che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Il loro desiderio fondamentale è che i cittadini ebrei vivano in una società democratica e pluralista da cui gli arabi siano esclusi.

L’altro campo è lo “Stato di Giudea”, che si è sviluppato tra i coloni della Cisgiordania occupata. Gode di crescenti livelli di sostegno all’interno del Paese e costituisce la base elettorale che ha garantito la vittoria di Netanyahu nelle elezioni del novembre 2022.

La sua influenza nelle alte sfere dell’esercito e dei servizi di sicurezza israeliani sta crescendo esponenzialmente. Lo Stato di Giudea vuole che Israele diventi una teocrazia che si estende su tutta la Palestina storica.

Per raggiungere questo obiettivo, è determinato a ridurre il numero dei palestinesi al minimo indispensabile e sta contemplando la costruzione di un Terzo Tempio al posto di al-Aqsa. I suoi membri ritengono che ciò consentirà loro di rinnovare l’epoca d’oro dei regni biblici. Per loro, gli ebrei laici sono eretici quanto i palestinesi, se rifiutano di unirsi a questo sforzo.

I due campi avevano iniziato a scontrarsi violentemente prima del 7 ottobre. Per le prime settimane dopo l’assalto, sembravano aver messo da parte le loro differenze di fronte a un nemico comune. Ma era un’illusione.

Gli scontri di strada si sono riaccesi ed è difficile capire cosa possa portare alla riconciliazione. L’esito più probabile si sta già svolgendo sotto i nostri occhi. Più di mezzo milione di israeliani, che rappresentano lo Stato di Israele, hanno lasciato il Paese da ottobre, segno che il Paese sta per essere fagocitato dallo Stato di Giudea.

Si tratta di un progetto politico che il mondo arabo, e forse anche il mondo in generale, non tollererà.

2. Il secondo indicatore è la crisi economica di Israele. La classe politica non sembra avere un piano per riequilibrare le finanze pubbliche in mezzo a continui conflitti armati, oltre a dipendere sempre più dagli aiuti finanziari americani.

Nell’ultimo trimestre dello scorso anno, l’economia è crollata di quasi il 20%; da allora la ripresa è stata fragile. È improbabile che l’impegno di Washington di 14 miliardi di dollari possa invertire la tendenza.

Al contrario, l’onere economico non potrà che peggiorare se Israele darà seguito alla sua intenzione di entrare in guerra con Hezbollah e di intensificare l’attività militare in Cisgiordania, in un momento in cui alcuni Paesi – tra cui Turchia e Colombia – hanno iniziato ad applicare sanzioni economiche.

La crisi è ulteriormente aggravata dall’incompetenza del ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, che incanala costantemente denaro verso gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, ma sembra altrimenti incapace di gestire il suo dipartimento.

Il conflitto tra lo Stato di Israele e lo Stato di Giudea, insieme agli eventi del 7 ottobre, sta nel frattempo inducendo alcune élite economiche e finanziarie a spostare i propri capitali al di fuori dello Stato. Coloro che stanno considerando di trasferire i loro investimenti costituiscono una parte significativa di quel 20% di israeliani che paga l’80% delle tasse.

3. Il terzo indicatore è il crescente isolamento internazionale di Israele, che diventa gradualmente uno Stato paria. Questo processo è iniziato prima del 7 ottobre, ma si è intensificato dall’inizio del genocidio palestinese.

Lo dimostrano le posizioni senza precedenti adottate dalla Corte internazionale di giustizia e dalla Corte penale internazionale. In precedenza, il movimento globale di solidarietà con la Palestina è stato in grado di galvanizzare le persone a partecipare alle iniziative di boicottaggio, ma non è riuscito a far avanzare la prospettiva di sanzioni internazionali. Nella maggior parte dei Paesi, il sostegno a Israele è rimasto incrollabile nell’establishment politico ed economico.

In questo contesto, le recenti decisioni della Corte internazionale di giustizia e della Corte penale internazionale – che Israele potrebbe commettere un genocidio, che deve fermare la sua offensiva a Rafah, che i suoi leader dovrebbero essere arrestati per crimini di guerra – devono essere viste come un tentativo di ascoltare le opinioni della società civile globale, invece di riflettere semplicemente l’opinione delle élite.

I tribunali non hanno alleviato i brutali attacchi contro la popolazione di Gaza e della Cisgiordania. Ma hanno contribuito al crescente coro di critiche rivolte allo Stato israeliano, che proviene sempre più spesso dall’alto e dal basso.

4. Il quarto indicatore, interconnesso, è il cambio di rotta tra i giovani ebrei di tutto il mondo.

In seguito agli eventi degli ultimi nove mesi, molti sembrano ora disposti ad abbandonare il loro legame con Israele e il sionismo e a partecipare attivamente al movimento di solidarietà palestinese. Le comunità ebraiche, in particolare negli Stati Uniti, un tempo garantivano a Israele un’efficace immunità alle critiche.

La perdita, o almeno la parziale perdita, di questo sostegno ha importanti implicazioni per la posizione globale del Paese. L’AIPAC può ancora contare sui sionisti cristiani per fornire assistenza e sostenere i suoi membri, ma non sarà la stessa formidabile organizzazione senza una significativa circoscrizione ebraica.

Il potere della lobby si sta erodendo.

5. Il quinto indicatore è la debolezza dell’esercito israeliano. Non c’è dubbio che l’IDF rimanga una forza potente con armi all’avanguardia a sua disposizione. Tuttavia i suoi limiti sono stati messi a nudo il 7 ottobre. Molti israeliani ritengono che l’esercito sia stato estremamente fortunato, poiché la situazione avrebbe potuto essere molto peggiore se Hezbollah si fosse unito ad Hamas in un assalto coordinato.

Da allora Israele ha dimostrato di dipendere disperatamente da una coalizione regionale, guidata dagli Stati Uniti, per difendersi dall’Iran, il cui attacco di avvertimento in aprile ha visto il dispiegamento di circa 170 droni e missili balistici guidati.

Il progetto sionista dipende più che mai dalla rapida consegna di enormi quantità di rifornimenti da parte degli americani, senza le quali non potrebbe nemmeno combattere un piccolo esercito di guerriglieri nel sud del Paese. La percezione dell’impreparazione e dell’incapacità di Israele di difendersi è ormai diffusa tra la popolazione ebraica del Paese.

Ciò ha portato a forti pressioni per rimuovere l’esenzione militare per gli ebrei ultraortodossi – in vigore dal 1948 – e iniziare ad arruolarli a migliaia. Questo non farà molta differenza sul campo di battaglia, ma riflette la portata del pessimismo nei confronti dell’esercito, che a sua volta ha approfondito le divisioni politiche all’interno di Israele.

6. L’ultimo indicatore è il rinnovamento dell’energia nella nuova generazione di giovani palestinesi. È molto più unita, organicamente connessa e chiara sulle sue prospettive rispetto all’élite politica palestinese. Dato che la popolazione di Gaza e della Cisgiordania è tra le più giovani al mondo, questa nuova coorte avrà un’influenza immensa sul corso della lotta di liberazione.

Le discussioni in corso tra i giovani gruppi palestinesi mostrano che essi sono preoccupati di creare un’organizzazione realmente democratica – un’OLP rinnovata o una nuova organizzazione – che persegua una visione di emancipazione antitetica alla campagna dell’Autorità Palestinese per il suo riconoscimento come Stato. Sembrano preferire la soluzione di un solo Stato al modello screditato dei due Stati.

Saranno in grado di dare una risposta efficace al declino del sionismo?

È una domanda a cui è difficile rispondere. Il crollo di un progetto statale non è sempre seguito da un’alternativa più brillante. Altrove in Medio Oriente – in Siria, Yemen e Libia – abbiamo visto quanto sanguinosi e prolungati possano essere i risultati.

In questo caso, si tratterebbe di una decolonizzazione, e il secolo scorso ha dimostrato che le realtà post-coloniali non sempre migliorano la condizione coloniale. Solo l’azione dei palestinesi può portarci nella giusta direzione.

Credo che, prima o poi, una fusione esplosiva di questi indicatori porterà alla distruzione del progetto sionista in Palestina. Quando ciò avverrà, dovremo sperare che un robusto movimento di liberazione sia in grado di riempire il vuoto.

Per oltre 56 anni, quello che è stato definito “processo di pace” – un processo che non ha portato a nulla – è stato in realtà una serie di iniziative americano-israeliane a cui i palestinesi sono stati chiamati a reagire.

Oggi, la “pace” deve essere sostituita dalla decolonizzazione e i palestinesi devono essere in grado di articolare la loro visione della regione, mentre agli israeliani viene chiesto di reagire.

Per la prima volta da decenni, il movimento palestinese assumerebbe la guida nell’esporre le proprie proposte per una Palestina post-coloniale e non sionista (o come si chiamerà la nuova entità). Nel farlo, guarderà probabilmente all’Europa (forse ai cantoni svizzeri e al modello belga) o, più giustamente, alle vecchie strutture del Mediterraneo orientale, dove gruppi religiosi secolarizzati si sono gradualmente trasformati in gruppi etno-culturali che vivevano fianco a fianco nello stesso territorio.

Che le persone accolgano l’idea o la temano, il collasso di Israele è ormai prevedibile. Questa possibilità dovrebbe strutturare i dibattiti a lungo termine sul futuro della regione.

Verrà inserita nell’agenda quando ci si renderà conto che il tentativo secolare, guidato dalla Gran Bretagna e poi dagli Stati Uniti, di imporre uno Stato ebraico in un Paese arabo sta lentamente volgendo al termine.

Il successo è stato tale da creare una società di milioni di coloni, molti dei quali ora di seconda e terza generazione. Ma la loro presenza dipende ancora, come al loro arrivo, dalla capacità di imporre con la violenza la loro volontà su milioni di indigeni, che non hanno mai rinunciato a lottare per l’autodeterminazione e la libertà nella loro patria.

Nei prossimi decenni, i coloni dovranno abbandonare questo approccio e dimostrare la loro disponibilità a vivere come cittadini uguali in una Palestina liberata e decolonizzata.

Fonte

31/05/2024

L’umanità tra mistica e cultura digitale

di Gioacchino Toni

Guerino Nuccio Bovalino, Algoritmi e preghiere. L’umanità tra mistica e cultura digitale, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 212, € 17,00, ebook € 9,99

Nell’indagare la dimensione mediologica assunta ultimamente dal politico e l’immaginario attorno a cui si sviluppa, Guerino Nuccio Bovalino, nel suo volume Imagocrazia. Miti, immaginari e politiche del tempo presente (Meltemi 2018) [su Carmilla], ha messo in luce come alle figure deistiche, mitologiche, religiose e ideologiche a cui l’essere umano ha storicamente fatto ricorso per colmare il vuoto fra sé e il mondo che abita, si siano ormai sostituiti i media e gli immaginari derivanti dall’intrecciarsi di nuovi e vecchi simboli trasfigurati dalle nuove tecnologie.

Con il suo nuovo libro, Algoritmi e preghiere. L’umanità tra mistica e cultura digitale (Luiss University Press, 2024), lo studioso continua la sua analisi indagando come, per affrontare le paure di questo mondo, gli esseri umani tendano sempre più ad affidarsi messianicamente alla tecnologia confidando nelle sue capacità salvifiche. Al centro del volume sono dunque le modalità contemporanee di sottrarsi alla realtà, tentativo che da sempre contraddistingue gli esseri umani «tra esodi e ritorni, tra terra e cielo, carne e spirito, beatitudine e dannazione, pesanti macchine e religioni eteree, algoritmi e preghiere». Modalità che oggi, sostiene Bovalino, guardano sempre più all’universo dell’intelligenza artificiale e, più in generale, al mondo delle tecnologie più avanzate come a potenze in grado di garantire una fuga dalla realtà, l’accesso al paradiso terrestre.

Con la Rivoluzione industriale prende il via il processo di colonizzazione dell’immaginario collettivo da parte delle macchine; l’essere umano, affogato in una massa indistinta, tenuto a vivere all’interno del sistema fabbrica/metropoli, si trova a vivere una situazione di spaesamento a cui non riesce più a dare risposta la proiezione salvifica personificata dalle tradizionali divinità.

Tale inedita configurazione dell’immaginario, scrive Bovalino, ha il suo mito fondativo nel frankensteiniano essere costituito con parti tratte da diversi corpi, efficace metafora «della massa indistinta che ha con-fuso gli esseri umani nel magma indistinto della nuova metropoli, e ibridato gli stessi con le macchine con le quali operano nelle fabbriche dalle quali sono agiti»1. Inoltre, il mostruoso frankensteiniano, non essendo più un’entità riconducibile al non-umano, si differenzia dall’idea di mostro propria dell’epoca pre-industriale. Non più figura pre-umana o dis-umana, il mostro si trasforma in un essere iper-umano o post-umano nella mitologia del cyborg e dell’androide. Si tratta di «una trasformazione sociale che sancisce la nascita di una relazione inedita tra organico e inorganico, carne e macchina»2. Come scrive Bovalino, si inaugura così una nuova idea di mostruosità non più fatta derivare da un qualche castigo divino, bensì proiezione di un disagio umano figlio delle trasformazioni introdotte dal processo di industrializzazione con la sua disseminazione di macchine.

L’avvento della fotografia sancisce il trionfo della dimensione immateriale su quella materiale; essa vampirizza il reale rendendo morto ciò che è vivo proiettandolo verso un’immortalità artificiale. La dilatazione delle esistenze determinata dall’eliminazione delle distanze spazio-temporali introdotta dalla metropoli trova nel cinema e, successivamente, nella televisione medium capaci di amplificare un processo che viene ripreso e amplificato dagli schermi dei computer e degli smartphone che, però, non rappresentano più una superficie trattenente ma un vortice, una vertigine risucchiante.

È ormai evidente la frattura tra l’essere sé stessi e l’essere ciò che si vuole apparire. I soggetti si muovono dentro le rete come fossero in esilio dal mondo fisico. Fuori dalla realtà cercano di ricostruire una verità alternativa di sé stessi e del mondo che li circonda. È l’affermarsi di una bolla, di un micromondo che il soggetto edifica lentamente, creando un ambiente digitale abitato molto spesso dai propri “simili”, coloro con i quali si condivide la visione del mondo o con cui, perlomeno, si reputa degno condividere le proprie idee3.

L’utopia digitale si è velocemente trasformata in distopia. «Lo splendore del consumo e il capitalismo gioioso si rovesciano, come katastrophé, in una fase cupa e crepuscolare caratterizzata dal controllo tecnologico e dallo sfruttamento dei dati degli utenti. È l’era della disillusione. Il crepuscolo delle tecnoutopie»4.

In Squid Game (2021-in produzione) di Hwang Dong-hyuk, nel suo presentarsi come “il gioco della fine”, suggerisce Bovalino, è possibile vedere una metafora della “fine dei giochi”, la catastrofe di un capitalismo che si manifesta direttamente nella sua crudeltà senza nemmeno mascherarsi dietro l’illusione spettacolare del consumo. L’universo messo in scena dalla serie coreana è costruito sulla colpa e sul debito. Chi partecipa al gioco mortale lo fa per ripagare i propri debiti così da poter essere reintegrato nel circuito perverso del consumo capitalista. Un circuito che non prevede via d’uscita non contemplando una reale espiazione del debito, della colpa: anche estinguendo il debito, il vincitore resta prigioniero delle atrocità commesse per raggiungere lo scopo.

Al capitalismo digitale si affida il compito di ordinare il mondo ma, scrive Bovalino, si tratta di un capitalismo triste e crepuscolare, palesante «una discrasia evidente fra le promesse di felicità e la rinuncia alla dimensione edonistica e onirica cui sottopone»5 l’essere umano.

La smaterializzazione digitale si trova ora costretta a confrontarsi con la percezione della fragilità umana, con la morte che, tra malattie e guerre, ha fatto irruzione nella realtà facendo riemergere il senso di finitudine umana. «Si tratta di un processo di ri-umanizzazione, fra androidi in lacrime perché bramano di divenire umani, guerre combattute sul campo, identità rinascenti, necessità di appartenenza e rinascita della più importante delle mitopoiesi realizzare dall’uomo: il ritorno del divino nella vita quotidiana»6.

Curiosamente, nel momento di massima espansione tecnologica, riemergono forme di vissuto arcaico in una variate che Vincenzo Susca ha definito tecnomagia [su Carmilla]: la dimensione magica viene riattivata dalla tecnologia. Alla smaterializzazione dei corpi umani succede l’umanizzazione delle macchine e l’intelligenza artificiale, con le sue capacità oracolari, si presenta come lo strumento di tale trasformazione, vera e propria tecno-magia.

La tecnologia non è la profezia ma “il profeta”: essa parla per conto dell’uomo nuovo, colui che vuole disintegrare ogni forma esistente e riconfigurare ogni ambito umano, ossia i nuovi creatori come Zuckerberg, Musk e Altman, i guru di Meta, X e Open AI. Dio parla ai profeti come l’uomo parla alla tecnologia, la con-forma e le fa “pronunciare” le parole che costruiscono e configurano il tempo a venire. L’IA è l’oracolo che parla la lingua dell’ultima versione, il più recente upgrade dell’homo deus. Nel profetizzare i futuri stravolgimenti, essa trasforma il reale e come ogni nuova lingua costruisce una inedita architettura della realtà, la ri-forma7.

A ben guardare, suggerisce Bovalino, l’IA ricalca, estremizzandoli, i valori della società capitalista contemporanea – velocità, efficienza, semplificazione, funzionalità – indirizzati al profitto associandoli ad una dimensione del controllo iperstatalista.

È un capitalismo antilibertario costruito su un patto iniquo fra il singolo che elemosina illusioni social tecno-utopiche e le grandi aziende che gliele forniscono chiedendo in cambio di poter nutrirsi dell’intimità del soggetto sotto forma di dati, materiale che usano per rendere più efficienti le loro macchine disumanizzanti. È un processo surreale per cui l’uomo concede alle azioni ciò che consente alle medesime di tenerlo sotto scacco8.

Il paradosso è che, come ormai tanta fantascienza di matrice distopica ha messo in scena, le ibridazioni tecno-umane finiscono per desiderare di essere soltanto umane. E ciò palesa l’incapacità dell’essere umano di immaginare qualcosa totalmente fuori da sé.

Opporsi alla nuova utopia/distopia del progressismo apocalittico, rimasta l’ultimo appiglio tattico cui aggrapparsi per sopravvivere dopo il fallimento definitivo del fideismo progressista, cesura che ci ha trasformati in zombie intenti a consumare la nostra residua energia nella lotta per scansare la fine. Soggetti e individui oppressi nell’ultima possibile narrazione: l’ideologia del penultimo. Il progressismo ormai ridotto alla stancante ricerca di estemporanee soluzioni utili a contrastare l’eterno non compiersi dell’apocalisse, che ci si prospetta di continuo sotto forma di mutanti, di virus, catastrofi ambientali e nuove guerre nucleari. L’uomo si è cristallizzato nella figura tragica di un disperato che staziona inerme al bordo di un precipizio: schiavo della paura che scaturisce dalla percezione dell’imminenza della morte mentre cerca di eluderla9.

Se, come è sempre stato, l’essere umano si trova a fare i conti con il vuoto, ad essere profondamente cambiato è il contesto e, con esso l’essere umano stesso, costretto a confrontarsi con inedite e disorientanti tecnomagie.

Note

  1. Guerino Nuccio Bovalino, Algoritmi e preghiere. L’umanità tra mistica e cultura digitale, Luiss University Press, Roma 2024, p. 39. 

  2. Ibid

  3. Ivi, p. 59. 

  4. Ivi, p. 115. 

  5. Ivi, p. 136. 

  6. Ivi, p. 139. 

  7. Ivi, pp. 183-184. 

  8. Ivi, p. 186. 

  9. Ivi, p. 194.

Fonte