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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2026

Congresso Antisionista a Dublino. “Decolonizzare la Palestina”

Aprendo il suo discorso programmatico al Secondo Congresso Ebraico Antisionista a Dublino, lo storico israeliano Ilan Pappé ha ammesso che, dopo più di quattro decenni di attivismo, si era spesso chiesto se un movimento antisionista specificamente ebraico fosse davvero necessario.

Dopo tutto, ha riflettuto, la lotta per la Palestina non dovrebbe mai dipendere dall’identità religiosa o etnica.

“Ciò di cui abbiamo bisogno è una voce universale per la Palestina”, ha detto Pappé durante il suo intervento. “A chi importa se sei ebreo, musulmano o cristiano? Se sei un essere umano con un briciolo di decenza, come puoi rimanere indifferente alla sofferenza del popolo palestinese?”

Eppure, ha riconosciuto, i recenti sviluppi politici lo hanno convinto che una distinta voce ebraica antisionista rimanga indispensabile – non perché gli ebrei abbiano una responsabilità morale maggiore degli altri, ma perché il giudaismo continua a essere invocato per giustificare le politiche di Israele e mettere a tacere le critiche nei loro confronti.

Facendo riferimento alla nomina di un importante lobbista filoisraeliano come consigliere capo del prossimo primo ministro britannico, Pappé ha sostenuto che se queste reti di lobbying possiedano o meno l’influenza straordinaria che spesso viene loro attribuita è quasi secondario. Ciò che conta politicamente, ha detto, è che i governi credano che ce l’abbiano.

Questa percezione, ha sostenuto, continua a plasmare la politica occidentale, dove le accuse di antisemitismo vengono sistematicamente strumentalizzate per proteggere Israele da qualsiasi responsabilità, nonostante le prove schiaccianti che documentano occupazione, apartheid e genocidio.

“Questo è anormale”, ha detto Pappé. “È ingiusto. È immorale”.

Per questa ragione, ha sostenuto, gli ebrei antisionisti hanno una responsabilità particolare nel demolire l’idea che il sionismo rappresenti il giudaismo stesso.

“Se non riusciamo a sfidare l’idea che il sionismo rappresenti l’unica espressione autentica del giudaismo”, ha avvertito, “non dovremmo sorprenderci se altri alla fine concluderanno che questo è ciò che il giudaismo stesso rappresenta”.

La solidarietà inizia dall’ascolto

Sebbene gran parte del suo intervento si sia concentrato sullo sfidare le narrazioni politiche dominanti, Pappé è tornato ripetutamente a un principio più semplice: la solidarietà inizia dall’ascolto dei palestinesi, piuttosto che dal parlare per loro.

“Questo Congresso è dedicato all’azione”, ha detto, riferendosi al suo tema, Dalle parole ai fatti. “La solidarietà non consiste nel dire ai palestinesi di cosa hanno bisogno”.

Invece, ha sostenuto, sono gli stessi palestinesi a dover definire le priorità del movimento di solidarietà internazionale.

“Il nostro ruolo è ascoltare”, ha detto Pappé, esprimendo preoccupazione che anche all’interno dei circoli progressisti, le autentiche voci palestinesi siano ancora troppo spesso emarginate da quelle che ha descritto come persistenti presupposti coloniali – e talvolta islamofobi.

“Il palcoscenico appartiene ai palestinesi”, ha insistito, “non solo per descrivere la loro sofferenza – ma per articolare la loro visione politica”.

Questa responsabilità, ha sostenuto, si estende oltre il lavoro di solidarietà immediato.

Gli ebrei antisionisti devono anche continuare a smantellare due narrazioni che rimangono profondamente radicate nelle società occidentali: l’affermazione che il sionismo sia l’espressione naturale del giudaismo e l’asserzione che l’antisionismo sia intrinsecamente antisemita.

Entrambe, ha detto, richiedono un’educazione storica sostenuta piuttosto che slogan politici.

“Questo richiede pazienza”, ha osservato Pappé. “Richiede educazione. Richiede lavoro storico”.

Queste conversazioni, ha sostenuto, devono andare oltre il pubblico già favorevole alla Palestina e raggiungere le persone comuni la cui comprensione del conflitto è stata in gran parte plasmata da decenni di mitologia politica.

Andando oltre il presente, Pappé ha dedicato gran parte del suo intervento a quella che ha descritto come la responsabilità storica irrisolta dell’Europa nei confronti della Palestina.

L’ordine internazionale stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha sostenuto, si presentava come universale attraverso istituzioni come le Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Eppure le persone che hanno progettato quell’ordine erano quasi esclusivamente rappresentanti delle potenze coloniali, mentre il mondo colonizzato è rimasto assente dal dialogo.

Questa omissione, ha suggerito, è diventata decisiva quando l’Europa ha affrontato quella che chiamava “la questione ebraica”.

“Quando quegli stessi leader hanno affrontato quella che chiamavano ‘la questione ebraica’, quasi nessuno di loro ha proposto la soluzione ovvia”, ha detto Pappé. “Quasi nessuno ha detto: ‘Invitiamo gli ebrei d’Europa a tornare in Europa’”.

Invece, ha sostenuto, i governi europei hanno abbracciato la colonizzazione sionista in Palestina, trasferendo le conseguenze di secoli di antisemitismo europeo su un popolo che non aveva alcuna responsabilità per quei crimini.

La Germania, ha detto, occupa un posto centrale in questa storia.

Contrariamente alla narrazione dominante del dopoguerra, Pappé ha sostenuto che la Germania “non è stata denazificata” in alcun senso politico significativo. Invece, ha detto, la relazione del paese con Israele è diventata un sostituto per affrontare le strutture più profonde che avevano prodotto il nazismo e l’antisemitismo.

Secondo Pappé, le riparazioni del dopoguerra fecero più che compensare i sopravvissuti all’Olocausto. Aiutarono anche a costruire l’apparato militare israeliano, mentre il successivo sostegno politico e militare tedesco – incluso l’assistenza che rafforzò le capacità strategiche di Israele – cementò una relazione che continua a plasmare la politica europea odierna.

“Questa relazione storica plasma ancora la politica contemporanea”, ha detto, sostenendo che l’Europa “non ha mai veramente fatto i conti con le conseguenze dell’esportazione dei propri crimini storici sul popolo palestinese”.

Per Pappé, riconoscere questa storia non significa immaginare che gli ebrei israeliani dovrebbero in qualche modo tornare in Europa. Piuttosto, richiede che l’Europa riconosca che i palestinesi hanno pagato il prezzo per crimini commessi in un altro continente.

Recuperare un’altra storia dimenticata, ha continuato, è altrettanto importante.

Molto prima del sionismo, la Palestina faceva parte di un più ampio mondo arabo in cui musulmani, cristiani ed ebrei vivevano insieme nonostante le inevitabili tensioni e disuguaglianze.

“C’era una presenza ebraica in Palestina”, ha ricordato Pappé. “C’erano ebrei arabi”. Quasi nessuno, ha detto, credeva che il futuro richiedesse uno stato esclusivamente ebraico.

Questa storia di convivenza fu frantumata dal colonialismo e dal sionismo, ma rimane ancora oggi una delle sfide più forti ai fondamenti ideologici dello stato israeliano.

“Recuperare la storia della vita ebraica araba”, ha sostenuto, “è uno dei modi più potenti per smantellare la mitologia sionista”, perché dimostra che la convivenza esisteva prima dell’intervento coloniale – e quindi può esistere di nuovo.

Tornando al tema centrale del suo intervento, Pappé ha respinto l’idea che il nazionalismo o la supremazia etnica possano mai costituire una risposta significativa a secoli di antisemitismo.

“La più grande risposta all’antisemitismo oggi”, ha concluso, “è la decolonizzazione della Palestina”.

Questo, ha sostenuto, richiede lo smantellamento del sionismo “come progetto politico coloniale” consentendo ai palestinesi di vivere come persone libere “sulla propria terra”.

Fonte

10/08/2025

Un omaggio a tutti coloro che hanno lottato per un mondo migliore e sono morti giovani

A luglio, pochi giorni dopo il centenario della nascita di Frantz Fanon, ho pranzato con sua figlia, Mireille Fanon Mendès-France. Quando, parlando, ho detto che Fanon era morto così giovane, a trentanove anni, Mireille mi ha subito corretto: “No, trentasei”.

Anche solo tre anni in più sarebbero stati un dono – per lui, perché avrebbe potuto portare a termine altri lavori e trascorrere più tempo con la sua famiglia; e per noi, perché avremmo potuto leggere il libro che sarebbe seguito a I dannati della terra, magari un’opera su come costruire un progetto nazionale che non cade nella trappola del nazionalismo miope. Ma non è stato così.

Pensando alla mia conversazione con Mireille e all’eredità lasciata da suo padre, ho chiesto al team di Tricontinental: Institute for Social Research di aiutarmi a stilare un elenco di leader rivoluzionari e intellettuali morti prima dei quarant’anni.

I nomi sono venuti fuori uno dopo l’altro e, prima che me ne rendessi conto, avevo davanti a me diverse pagine, un memoriale digitale di persone assassinate per le loro idee, un elenco che andava da Josina Machel (25 anni) del Mozambico a Che Guevara (39 anni) di Cuba.

Ero tentato di pubblicare una versione breve dell’elenco in questa newsletter, ma ho deciso di non farlo. Come si può abbreviare un elenco già inadeguato, visto che così tante persone, leader e intellettuali in così tanti posti del mondo sono stati assassinati dalle immense strutture di repressione create dal sistema imperialista?

Invece di produrre una lista inadeguata, ci soffermiamo un attimo su Fanon, che durante la sua breve vita ha pubblicato due libri: nel 1952 Pelle nera, maschere bianche e I dannati della terra nel 1961, pochi mesi prima della sua morte. Altri due scritti, Un colonialismo morente del 1959 [pubblicato in francese e italiano in L’anno V della rivoluzione algerina], e Per la rivoluzione africana, una raccolta di saggi redatti tra il 1952 e il 1961, sono stati pubblicati postumi nel 1964.

È impossibile prendere la totalità dell’opera e dire che questo è Fanon, che tutto ciò che ha prodotto e fatto – la sua pratica psichiatrica, il suo lavoro per il movimento di liberazione algerino – corrisponda al contributo da lui dato. Gli studiosi trattano Fanon come un’opera completata, ma in realtà non è così. La chiarezza dell’argomentazione nel suo ultimo libro aveva aperto nuovi percorsi di ricerca che avrebbe potuto intraprendere dopo il 1961 soprattutto alla luce dei limiti interni ed esterni imposti agli Stati post-coloniali – se la sua vita non fosse stata inaspettatamente stroncata.

Cinque anni fa, a marzo del 2020, Tricontinental: Institute for Social Research ha pubblicato un dossier su Fanon, The Brightness of Metal. Il dossier presenta una tesi provvisoria sul pensiero di Fanon riguardo alla liberazione nazionale. Ma è solo provvisoria: la teoria di Fanon è rimasta incompleta al momento della sua prematura scomparsa.

Gli elementi del libro che doveva essere pubblicato a seguito di I dannati della terra vengono già menzionati nel saggio scritto da Fanon dopo l’assassinio del trentacinquenne Patrice Lumumba, il 17 gennaio 1961. Pubblicato su Afrique Action nel febbraio 1961, l’argomento di “La morte di Lumumba: avremmo potuto fare diversamente?” è riassunto in un paragrafo potente:
Il nostro errore, l’errore che noi africani abbiamo commesso, è stato quello di dimenticare che il ritiro del nemico non è mai sincero. Non capisce mai. Si arrende, ma non si converte.
Il nostro errore è stato quello di credere che il nemico avesse perso la sua combattività e la sua pericolosità. Se Lumumba è d’intralcio, Lumumba scompare. L’imperialismo non ha mai esitato a uccidere.
Infatti, l’imperialismo non è mai buono o umanitario.

Nel suo saggio su Lumumba, Fanon cita anche altri due nomi, senza però approfondirli: “Guardate ben M’hidi, guardate Moumié, guardate Lumumba”.

Mohammed Larbi ben M’hidi (1923-1957) è stato uno dei sei membri fondatori del Fronte di Liberazione Nazionale algerino (FLN). Conosciuto come “Larbi il Saggio”, è stato il comandante della zona militare Wilaya V nella regione di Orano e in seguito ha guidato il FLN nella battaglia di Algeri. Fu catturato nel febbraio del 1957, brutalmente torturato e giustiziato un mese dopo all’età di trentatré anni. La Francia non poteva tollerare questo integro algerino.

Félix-Roland Moumié (1925-1960) ha guidato l’Unione dei Popoli del Camerun durante la lotta per l’indipendenza del Paese, scoppiata nel 1955. Come in Algeria, la repressione francese in Camerun fu diabolica e provocò la morte di decine di migliaia di persone in duri attacchi contro centri civili. Questa storia è stata in gran parte dimenticata. Moumié fu assassinato a Ginevra da un membro dei servizi segreti francesi, che lo avvelenò con del del metallo pesante, il tallio. Aveva trentacinque anni.

La morte di M’hidi, Moumié e Lumumba – Fanon li aveva conosciuti personalmente tutti e tre – sottolinea la brutalità dell’imperialismo. Se all’orizzonte appare un radicale che guida un popolo verso la sovranità, allora non si può permettere che sopravviva.

Lumumba era un radicale, un uomo “venduto all’Africa”, scriveva Fanon, intendendo che il suo cuore era con il popolo africano e non era stato venduto all’imperialismo. Ecco perché fu ucciso.

Belgio, Gran Bretagna, Francia e Portogallo si rifiutarono di ritirarsi pacificamente dalle loro colonie africane. Utilizzarono ogni tattica, comprese quelle usate dai nazisti e dai giapponesi nella seconda guerra mondiale, che furono successivamente dichiarate crimini di guerra durante i processi rispettivamente di Norimberga e Tokyo.

Se la definizione utilizzata in questi processi fosse stata applicata alle guerre coloniali nel continente africano, dall’Algeria al Camerun, i leader militari e civili di questi Paesi europei sarebbero stati impiccati.

Il generale Tomoyuki Yamashita dell’esercito imperiale giapponese, ad esempio, fu impiccato nel 1946 dopo che il tribunale di Tokyo lo aveva dichiarato colpevole in base al principio della responsabilità di comando (in seguito noto come Standard Yamashita) per le atrocità commesse dalle sue truppe contro le persone civili nelle Filippine.

Se questo standard fosse stato applicato in modo coerente, il feldmaresciallo britannico Gerald Walter Robert Templer sarebbe stato impiccato per il suo ruolo nell’Emergenza malese (1948-1960) in cui gli inglesi costruirono campi di internamento e applicarono metodi di guerra usando diserbanti contro la popolazione civile, perfino prima dell’utilizzo dell'Agent Orange da parte degli Stati Uniti in Vietnam.

Con lo stesso metro di giudizio, i generali francesi Jean-Marie Lamberton e Max Briand sarebbero stati impiccati per il loro ruolo nella guerra in Camerun (1955-1964), dove le forze armate francesi usarono estrema brutalità contro gli insorti e i civili, compresi massacri documentati e decapitazioni come arma psicologica.

Ma, naturalmente, questi generali sono tutti morti con le medaglie al collo.

È importante ricordare che verso la fine della guerra, il 13 febbraio 1960, i francesi testarono la loro bomba atomica a Reggane, in Algeria, nel deserto del Sahara, affermandosi come quarto Paese al mondo a possedere armi nucleari. Nel 1963, la Francia rifiutò di aderire al Trattato di divieto parziale dei test nucleari.

L’Algeria ottenne l’indipendenza nel 1962, ma la Francia mantenne un contratto di locazione quinquennale per continuare i test nucleari a Reggane, cosa che effettivamente continuò a fare fino al 1966. Successivamente, la Francia trasferì i suoi test agli atolli di Fangataufa e Moruroa nell’Oceano Pacifico, dove condusse 193 test nucleari nei successivi trent’anni.

Mentre la Francia testava le sue bombe atomiche a Reggane, Fanon scriveva in I dannati della terra: “Quelle somme letteralmente astronomiche che vengono investite nelle ricerche militari, quegli ingegneri trasformati in tecnici della guerra nucleare potrebbero, in quindici anni, aumentare il livello di vita dei paesi sottosviluppati del 60 per cento”.

Sebbene parlasse dei test in termini economici, avrebbe potuto benissimo farlo in termini di minacce politiche: se gli omicidi non funzionavano, la Francia poteva sempre ricorrere alla bomba atomica contro le sue colonie ribelli.

Fanon incontrò Lumumba e Moumié a nome del governo provvisorio dell’Algeria alla Conferenza panafricana di Accra organizzata dal primo ministro ghanese Kwame Nkrumah nel 1958. Parlarono della necessità delle lotte di liberazione nazionale, del modo migliore per proteggersi dalla brutalità delle forze imperialiste e di come superare i tentacoli della struttura neocoloniale.

Fanon era interessato alla creazione di una Legione africana, una forza militare per le guerre di liberazione del continente che sarebbe stata addestrata dagli algerini e dai loro alleati. Nei suoi appunti su questi incontri, Fanon scrisse della morte di Moumié:
Una morte astratta che colpisce l’uomo più concreto, più vivo, più impetuoso. Il tono di Félix era sempre alto. Aggressivo, violento, pieno di rabbia, innamorato del suo Paese, odiava i codardi e i manipolati. Austero, duro, incorruttibile. Un concentrato di spirito rivoluzionario racchiuso in sessanta chili di muscoli e ossa.
Queste frasi su Moumié potrebbero benissimo definire Fanon.

La causa ufficiale della morte di Fanon è una polmonite bronchiale, ma questo è solo ciò che dice il certificato. C’era un uomo della CIA, C. Oliver Iselin, presente quando morì. Le cose vanno così.

Con affetto,
Vijay

Fonte

26/07/2025

USA all’assalto diplomatico della Confederazione degli Stati del Sahel

Le batoste prese in Africa dalla Francia (ultima in ordine di tempo, il ritiro delle truppe dal Senegal) e dall’Unione Europea devono aver fatto pensare a Washington che un ritorno statunitense nelle grazie dei Paesi del Sahel sia effettivamente possibile.

Sono diversi mesi, infatti, che si registra un incremento delle visite yankee ad alto livello verso quegli Stati dell’Africa subsahariana che stanno provando a scrivere una storia di riscatto ed emancipazione non solo della regione, ma del continente intero.

La Confederazione degli Stati del Sahel

Parliamo della Confederazione degli Stati del Sahel, organizzazione regionale istituita nel settembre 2023 da Mali, Burkina Faso e Niger per garantire la sicurezza e la stabilità dei suoi membri, contrastando il terrorismo – soprattutto di matrice islamica – e il neocolonialismo.

Tale cooperazione è stata poi estesa a settori come finanza, economia, infrastrutture, sanità ed educazione, ponendosi così come un’alleanza strategica a tutto tondo e fornendo un esempio di reazione al colonialismo e all’imperialismo per il mondo intero.

La Confederazione rompe con gli organismi filoccidentali

Una delle prime misure intraprese dall’alleanza è stata la rottura con la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), considerata come un’estensione degli interessi occidentali nell’area, segnando d’altra parte una discontinuità importante con la storia anche recente dei tre Paesi.

Per gli Stati Uniti, i colloqui vorrebbero riprendere la cooperazione nell’ambito della difesa e della sicurezza, presentandosi come un partner affidabile contro la sempre più intensa attività jihadista nella regione.

La visita in Mali

Come riassunto dal sito specializzato Nigrizia, a inizio luglio il vicedirettore generale per l’Antiterrorismo della Casa Bianca Rudolph Atallah ha visitato ufficialmente Bamako, incontrando nella capitale maliana il ministro degli Esteri e il ministro della Sicurezza.

Sul tavolo, la proposta di una “cooperazione rinnovata e costruttiva” per la ripresa del controllo di tutto il territorio da parte delle autorità maliane (una parte è sotto il controllo deli jihadisti), il rafforzamento delle forze armate e la denuncia da parte di Bamako del sostegno esterno, in particolare di matrice ucraina, ai gruppi armati attivi nella regione.

Il messaggio recapitato al Burkina Faso

A fine maggio invece il sottosegretario di stato per l’Africa occidentale Will Stevens ha consegnato a Ouagadougou in Burkina Faso un “messaggio del presidente Donald Trump” al ministro degli Esteri burkinabé, Karamoko Jean Marie Traoré.

Nell’incontro bilaterale, gli Stai Uniti hanno discusso di una cooperazione che “rispetti la sovranità” del Paese africano. Da notare come Stevens abbia riconosciuto le critiche del Burkina Faso sulle restrizioni occidentali all’acquisizione di equipaggiamento militare, contro cui ha promesso di lavorare per la loro rimozione.

Le relazioni con il Niger

Sempre a maggio, dal Kenya il comandante generale dell’Africom Michael Langley ha sottolineato l’aumento degli attacchi terroristici nel Sahel provenienti dal Niger dopo il ritiro statunitense dal Paese nel 2024, ribadendo il sostegno americano ai partner saheliani e nigerini attraverso servizi di intelligence, addestramento e supporto materiale.

Un mese prima, ancora la diplomazia yankee aveva ricevuto a Washington il primo ministro del Niger Ali Mahamane Lamine Zeine. L’incontro con l’ambasciatore Troy Fitrell ha messo al centro la ripresa delle relazioni Usa-Niger, dopo che Niamey, al momento dell’insediamento della giunta militare, aveva gradualmente fatto ritirare le truppe a stelle e strisce dalla base di Agadez.

Il Sud Globale abbandona il sogno amerikano

Le manovre diplomatiche statunitensi si inseriscono nel più generale rientro in varie aree del mondo deciso dall’amministrazione Trump, vuoi manu militari come in Medio Oriente o in Europea orientale, o più sobriamente per ora in Africa occidentale.

Tuttavia, l’Occidente bianco colonizzatore e imperialista sembra aver finito le cartucce a sua disposizione per “mettere le mutande al mondo” e far coincidere gli interessi del Sud Globale con i propri, come testimoniano plasticamente le votazioni in sede Onu sui più disparati temi (sanzioni, guerra in Ucraina, Cuba, Palestina ecc.).

Inoltre, in ambito militare l’abbrivio preso dalle collaborazioni tra Russia, Cina e Stati africani sembra difficilmente rovesciabile in breve tempo, tema questo legato a doppio filo all’appartenenza geopolitica di un Paese.

Il bluff del Piano Mattei non cambierà gli equilibri

Né per “parte nostra” il bluff del Piano Mattei potrà minimamente scalfire gli equilibri politici e commerciali nella regione, intriso com’è di retorica eurocentrica e coloniale a fronte di una scarsità di risorse imbarazzante se confrontata per esempio con gli investimenti cinesi.

Nubi nere si addensano sui cieli delle potenze euroatlantiche. Lavorare alla danza della pioggia qui, in una cittadella dell’impero, non può che aiutare il mondo multipolare a rompere la gabbia degli imperialismi occidentali.

Fonte

20/07/2025

La Francia si ritira anche dal Senegal, finisce la presenza militare in Africa occidentale

In una cerimonia ufficiale svoltasi il 17 luglio a Dakar, capitale del Senegal, la Francia ha restituito al paese africano le due ultime basi in cui erano presenti sue forze militari. Finisce, dunque, la presenza transalpina in Africa occidentale, dopo alcuni anni in cui Parigi ha dovuto registrare una sconfitta strategica dopo l’altra del sistema della Françafrique.

Il capo di stato maggiore delle forze armate senegalesi, Mbaye Cissé, ha affermato che questo evento arriva al “culmine di diversi mesi di discussioni amichevoli e fraterne” e che il partenariato di sicurezza tra i due paesi continua. Ma ha anche sottolineato che ora la volontà è quella di consolidare “i numerosi successi ottenuti lungo il percorso verso l’autonomia strategica”.

Una tale posizione può essere compresa solo nella cornice più ampia delle vicende del Sahel e dell’Africa occidentale, dal Covid in poi. I nuovi governi che ora guidano Burkina Faso, Niger e Mali hanno costituito l’Alleanza degli Stati del Sahel e si sono posti in netta rottura con la tradizionale dominazione neocoloniale francese.

La rottura dello stallo mondiale, frantumatosi con la guerra in Ucraina, ha visto l’emergere di un mondo multipolare e, con esso, nuove opportunità di emancipazione rispetto ai precedenti padroni coloniali. Ciò non ha fatto che accelerare il processo di espulsione dei militari francesi da tutta la zona occidentale dell’Africa.

Dopo i tre paesi citati, anche il Ciad ha chiesto e ottenuto, all’inizio dell’anno, il ritiro dei soldati transalpini. Lo stesso ha fatto anche il Senegal dove, dal marzo 2024, al governo c’è Bassirou Diomaye Faye. Si tratta del presidente più giovane che il paese abbia mai avuto, e anche una figura di rottura col passato: basti pensare che fino a una decina di giorni prima dell’elezione si trovava in carcere... 

Tale rottura è evidenziata anche dal tentativo attuato da Macron di salvare le apparenze della grandeur francese, quando lo scorso gennaio aveva detto a vari ambasciatori che Parigi non si stava ritirando dall’Africa, ma si stava semplicemente “riorganizzando”. La risposta era arrivata poco dopo dal primo ministro senegalese Ousmane Sonko, che ha ricordato il ruolo francese nella destabilizzazione di buona parte dell’Africa sopra l’Equatore, con conseguenze disastrose per la sicurezza.

Bisogna sottolineare che la strategia dei paesi della regione non prevede la cesura definitiva di ogni legame, nemmeno di quelli nel settore militare e della sicurezza. Prendendo ad esempio il Senegal, Parigi è ancora il principale investitore estero, con 3,5 miliardi di euro per 250 progetti nel paese africano.

Ma è sufficientemente chiaro che l’Africa occidentale non è più terreno di dominio europeo, per interposta presenza francese. Basti pensare che, proprio a fine giugno, Sonko si è recato a Pechino per firmare un partenariato strategico finalizzato a rafforzare la cooperazione nel Sud Globale.

L’area del Sahel rappresenta una regione fondamentale per la proiezione dell’imperialismo europeo, sia per le risorse che possiede, sia per il ruolo di gestione dei flussi migratori verso la più vicina periferia europea del Nord Africa. Perderla è un duro colpo, e oggi i militari francesi rimangono solo in un campo d’addestramento condiviso col Gabon, sulla costa atlantica centrale del continente, e in Gibuti, nel Corno d’Africa.

Se ne sono andati anche dalla Costa d’Avorio, anche se qui la decisione non è stata unilaterale, ma probabilmente concordata una volta che è stato considerato il clima politico generale della regione, in vista delle elezioni del prossimo autunno. Il paese rimane uno degli ultimi appigli francesi nella zona, anche se i suoi politici hanno cominciato a guardare con più interesse oltre l’Atlantico.

Ad ogni modo, le votazioni autunnali rappresenteranno un altro momento fondamentale per la definizione degli equilibri in una parte non piccola dell’Africa, e dunque degli equilibri nelle crescenti tensioni della competizione globale.

Fonte

04/07/2025

Frantz Fanon, a cent’anni dalla nascita

di Geraldina Colotti

È un centenario drammatico, quello che celebra la nascita di Frantz Fanon, avvenuta in Martinica il 20 luglio del 1925. È drammatico per l’ovvio, evidente e traumatico rimando a quanto sta avvenendo a Gaza dal 7 ottobre 2023 in poi. Ed è drammatico perché ci obbliga a un contatto diretto con la parte più urticante del pensiero e della vita dello psichiatra antillano: quella dei muscoli che si flettono in attesa di assestare la zampata, quella dell’«uomo con la roncola», preoccupato di averla a portata di mano, quando «sente un discorso sulla cultura occidentale» (Frantz Fanon, I dannati della terra, Torino, p. 10)

È inutile far finta di niente. I cinquantenari e i centenari che si susseguono senza posa nel primo secolo del nuovo millennio, ci abituano a srotolare la pellicola del Novecento come turisti della Storia. La cosa è ambiguamente piacevole. Attiva la nostalgia. Giustifica la malinconia. Produce uno spaesamento pensoso che in fondo è rassicurante, nella misura in cui legittima la contemplazione scettica dei sacrifici e dei fallimenti accumulati dalle generazioni precedenti.

Con Fanon, adesso, questa recita è impossibile. È come se, per un malvagio tiro giocato dal caso ai dipartimenti dei cultural studies, dovessimo nuovamente sbattere la testa sulle parole dure: sullo scandalo della violenza che disintossica1, sull’eresia che mette in quarantena le etiche immacolate, perché «il bene è semplicemente quel che a loro fa male»2.

Certamente, sono posizioni che vanno inserite nel loro contesto. E il contesto è quello della guerra d’Algeria. Centinaia di migliaia di morti fra la popolazione e i combattenti in lotta per l’indipendenza nazionale. I francesi che reagiscono con i massacri, con i linciaggi degli arabi organizzati dai coloni, con la tortura praticata regolarmente sui militanti del Fronte di Liberazione Nazionale, ma anche, in larghissima scala, sulla popolazione civile. L’FLN algerino risponde usando tutti i mezzi, e giungendo anche all’uccisione di civili francesi, con bombe piazzate nei bar dei pieds-noirs e accoltellamenti casuali dei coloni, sorpresi mentre passeggiano nei loro quartieri tranquilli e blindati. Molto crudo, n’est-ce pas? E non va dimenticato che i comunisti francesi erano schierati dalla parte del loro governo, e avevano votato a favore delle misure di repressione dell’insurrezione algerina.

In questo quadro dipinto con il sangue, con la ferocia e anche con la mistificazione, Frantz Fanon incontra la lotta di un popolo ricattato dall’umanismo ipocrita dell’Occidente e determinato a ogni sacrificio pur di liberarsi dall’oppressione coloniale. Fanon è pronto a capire perché ha già alle spalle un percorso di tormentata indipendenza personale. Viene dalla Martinica e al liceo è stato allievo di Aimé Césaire, uno dei fondatori, insieme a Senghor, del movimento della négritude. Fanon rispetta e ammira il professore comunista di letteratura, ma già nel 1952, nella sua prima opera, Pelle nera, maschere bianche, cerca qualcosa di più di un programma, sia pure sovversivo, di indipendenza culturale. Da dove incominciare? Dalla «sola cosa al mondo che valga la pena d’incominciare: la fine del mondo, che diamine». Sono parole di Césaire, citate non a caso da Fanon nel suo libro3. Ma la verità è che, in questa «fine del mondo», lo psichiatra antillano scorge innanzitutto l’obbligo di una resa dei conti con se stesso, e con l’illusione di una possibile salvezza mediante il salto in una archeologia mitologica dalla cui resurrezione verrebbe scossa la coscienza occidentale. Non credeteci, dice Fanon. Non cadete nel tranello di costruire un «passato negro» consumabile come lenitivo per l’intollerabilità del presente. Già qui, nel 1952, Fanon risulta volutamente drastico: «Non è perché ha scoperto una cultura propria – scrive – che l’indocinese si è ribellato. È perché “semplicemente” gli era diventato, per più motivi, impossibile respirare»4.

Beninteso, in Pelle nera, maschere bianche si trovano molti altri temi culturali di preziosa attualità. C’è la critica alla letteratura negra evoluta, che è godibilissima e, in parte, ricorda la spietata requisitoria pronunciata da Marx nella Sacra Famiglia contro l’umanitarismo filantropico dei Misteri di Parigi. C’è la discussione sul linguaggio, sui fantasmi consci e inconsci generati dal razzismo, che ancora oggi colpisce per il potenziale analitico dei guasti provocati dal meccanismo coloniale sia nella psiche del Bianco, sia in quella del Nero. Ma la forza d’urto del programma (che è anche progetto di vita) fanoniano sta, in qualche modo, nella sua semplicità: «In quanto psicoanalista, devo aiutare il mio cliente a coscientizzare il suo inconscio, a non tentare più una lattificazione allucinatoria, ma ad agire nel senso di un cambiamento delle strutture sociali»5.

Ovvio. In un certo senso persino banale. Eppure quando Fanon si abbandona alla digressione sul riconoscimento hegeliano, noi sentiamo che è in gioco qualcosa di più di un comprensibile sfoggio di cultura, teso a perorare un facile superamento dialettico dell’antitesi razzista. Il nero, immerso in una servitù inessenziale che preclude il cammino dell’autocoscienza tracciato dalla Fenomenologia dello spirito, è stato liberato dal padrone. «Non ha sostenuto la lotta per il riconoscimento», dice Fanon. «Il Nero è stato agito. Dei valori che non sono nati dalla sua azione, dei valori che non risultano dalla montata sistolica del suo sangue, sono venuti a danzare la loro ronda intorno a lui»6.

È qui che Fanon volta la faccia e guarda altrove. Dien Bien Phu sta per umiliare la grandeur della Francia. E, mentre si avvia alle conclusioni, lo psichiatra allievo di Césaire sente il bisogno di indicare una strada che, a suo stesso dire, osservata dall’Europa, non può essere compresa:

Un compagno, a fianco del quale mi ero ritrovato durante l’ultima guerra, è tornato d’Indocina. Mi ha messo al corrente di molte cose. Per esempio della serenità con cui i giovani vietnamiti di sedici o diciassette anni cadevano davanti a un plotone d’esecuzione. Una volta, mi disse, fummo obbligati a sparare inginocchiati: i soldati tremavano davanti a questi giovani “fanatici”. In conclusione aggiungeva: “La guerra che abbiamo fatto insieme era un gioco in confronto a ciò che succede laggiù”7.

Capiamo che, nell’ingranaggio dei suoi pensieri, Fanon fa le cose maledettamente sul serio. Capiamo che l’incontro con Francesc Tosquelles, esule comunista dalla guerra civile spagnola e promotore della cosiddetta socioterapia nell’ospedale di St. Alban, non è avvenuto invano. Certamente Fanon ci appare rimpinzato di fenomenologia e di esistenzialismo. Quando, nella pagina finale di Pelle nera, maschere bianche, scrive che «la densità della Storia non determina nessuno dei miei atti» sentiamo anche troppo l’influenza sartriana. «Io sono il mio proprio fondamento», aggiunge in puro stile rive gauche. «Ed è superando il dato storico, strumentale, che introduco il ciclo della mia libertà», conclude con parole fatte apposta per suscitare diffidenza tra i marxisti8.

Ma cos’è il marxismo, in quegli anni, in Europa occidentale? L’umanismo furbo e sorvegliato di Roger Garaudy? Lo storicismo accorto e proteiforme di Palmiro Togliatti? Sta per andarsene Stalin. Dopo sarà la volta del disgelo, della coesistenza pacifica, delle vie nazionali e democratiche al socialismo. L’umanismo di cui parla Fanon in chiusura del suo primo libro, acre e non perfettamente calcolato, è sicuramente un’altra cosa. Sarà anche ingenuamente sartriano, ma, nella sua autenticità radicale, ha il merito di cercare le stesse cose che hanno già cercato e trovato i cinesi e i vietnamiti, che stanno per sperimentare gli algerini e che, di lì a qualche anno, anche Castro e Guevara incontreranno nella Sierra Maestra di Cuba.

Così Frantz Fanon decide di lasciare la Francia. Non bisogna pensare a chissà quale disegno. Nella sua breve parabola non agisce alcuna predestinazione. Vorrebbe lavorare qualche anno in Africa nera e poi tornare in Martinica. Ma si libera un posto nell’ospedale psichiatrico di Blida-Joinville, e Fanon accetta, trasferendosi a cinquanta chilometri da Algeri nel novembre del 1953. Un anno e mezzo prima, su «Esprit», è uscito un suo articolo intitolato La «sindrome nordafricana». Sono poche pagine davvero magnifiche, di una bellezza insostenibile. Gli arabi inurbati nella metropoli non sanno spiegarsi. Hanno male dappertutto. Il dottore alla fine si stufa di interrogarli, e conclude che sono tutti millantatori, tutti furbi. Fanon illustra questo dialogo fra sordi senza chiamare in causa cattive volontà. La comunicazione non funziona perché non può funzionare. Badate, la Storia della follia nell’età classica di Foucault è del 1961. Siamo quasi dieci anni prima. Fanon scrive: «questo corpo che sono costretto a supporre attraversato da una coscienza, questo corpo che non è più del tutto un corpo, o almeno lo è due volte, in quanto stordito dallo spavento – questo corpo che mi chiede di essere ascoltato senza esitare – provocherà in me una rivolta»9.

Ecco la disposizione d’animo, la Stimmung se volete, catturato nella quale Fanon sbarca in Nordafrica. Un anno dopo, il 1° novembre 1954, con una serie di azioni dimostrative, il Fronte di Liberazione Nazionale Algerino annuncia la propria fondazione e la lotta armata contro l’occupazione coloniale. Nel suo ospedale, Fanon cura torturatori e torturati. Ma non c’è e non ci può essere equidistanza, sicché nel 1956 lo psichiatra brillante e senza dubbio evoluto, rassegna le sue dimissioni dal dispensario coloniale. Scrive un’acida lettera a Robert Lacoste, proconsole del governo francese, nella quale definisce lo statuto dell’Algeria «una disumanizzazione sistematica»10. Anche qui, registriamo di passaggio che Lacoste era stato una figura di rilievo della resistenza francese al nazismo, e che, per quanto riguarda l’Algeria, si era adoperato in prima persona per reprimere nel sangue l’insurrezione dell’FLN.

Insomma, lo stridore dei comportamenti, delle scelte, degli interessi e delle ideologie è davvero assoluto. Ma questa è la famosa Storia, la Weltgeschichte che avanza triturando ogni cosa, e nella quale Fanon scivola di buon grado, senza rinnegare le complicate atmosfere esistenzialistiche di cui si è nutrito a Parigi. Perciò, senza tante chiacchere, abbandona il suo posto di lavoro da psichiatra a Blida-Joinville, ed entra al servizio del Fronte di Liberazione Nazionale Algerino. È il punto di svolta. Lo è come per chiunque giunga a sottomettere il proprio io a una potenza trascendente, sovrapersonale: la potenza materiale di una comunità in lotta.

Questo è il Fanon che tutti conosciamo. I combattenti non sono intellettuali, e non sono psichiatri. Loro compito non è guarire, ma organizzare in modo efficace la rabbia dei colonizzati contro i colonizzatori. Da parte sua, lo psichiatra antillano è nelle condizioni migliori per analizzare, comprendere e giustificare il guanto di sfida che gli algerini hanno lanciato al dissennato orgoglio francese. Dietro la retorica della République c’è solo violenza: una usurpazione cieca e inumana travestita di civiltà. È dunque inevitabile tagliare i ponti. È sano e necessario adottare un punto di vista che la faccia finita, una volta per sempre, con il linguaggio democratico dei torturatori.

Negli anni Venti, in Europa, questo modo di ragionare si chiamava spirito di scissione. Negli anni Trenta, Brecht inseguiva ancora questa congiunzione di radicalità e realismo, ricordando agli scrittori democratici riuniti per combattere il fascismo che le crudeltà di Hitler e Mussolini erano crudeltà necessarie11. Che lo sappia o meno, che lo desideri o meno, Fanon si muove su questa linea. Lo si vede bene negli articoli scritti per «El Moudjahid» tra il 1957 e il 1960. Uno, in particolare, merita di essere ricordato per la lucidità portata all’estremo che lo caratterizza. Il pezzo si intitola L’Algeria e i torturatori francesi, e in esso Fanon si fa beffe degli scrupoli di coscienza del colonialismo democratico:

I francesi che si indignano per la tortura, o ne deplorano l’uso massiccio, fanno immancabilmente pensare alle anime belle di cui parlava il filosofo, e l’appellativo di “intellettuali stanchi” che gli è stato affibbiato dai loro compatrioti Lacoste e Lejune è davvero pertinente. Non è possibile volere insieme il mantenimento del dominio francese in Algeria e condannare i mezzi impiegati per mantenerlo12.

Chiunque abbia partecipato a una lotta giunta all’impiego delle armi contro una nazione o una classe dominante e oppressiva, chiunque l’abbia studiata e capita sul serio, sa che Fanon ha perfettamente ragione. E ha perfettamente ragione anche quando parla di «perversione morale», mettendo a nudo l’ipocrisia degli intellettuali atterriti dalla disumanizzazione provocata nella gioventù francese dal suo impiego nelle operazioni di repressione dei patrioti algerini. «Solo le conseguenze morali di tali crimini sull’animo dei francesi – egli scrive – hanno un qualche interesse per questi umanisti»13. L’accento batte sempre sullo stesso punto: le maschere democratiche del colonialismo, la mistificazione del dialogo, che costituisce una potente e subdola arma di riserva dell’oppressione, nella misura in cui riesce a infiltrare la coscienza dell’oppresso, appannando la concretezza priva di illusioni di cui il combattente ha bisogno come dell’aria. Per questo, Fanon non dà tregua agli stessi scrittori e artisti neri, chiedendo loro di togliere la sordina alla tromba del «vecchio negro preso tra cinque whisky»14. Per questo, di fronte alla richiesta di presa di distanze da questa o quella azione troppo cruda della guerriglia, ribatte sarcastico: «Quindi la lotta di un popolo per la propria indipendenza deve essere cristallina se vuole l’appoggio dei democratici»15.

Lo sguardo febbrile che il lettore francese di Pelle nera, maschere bianche non poteva evitare di sentire addosso con qualche turbamento, ha acquisito ormai un orizzonte solido: una prospettiva sfacciatamente autonoma, la cui autosufficienza è proclamata senza giri di parole di fronte alla tracotanza dello Spirito europeo. Agli scrittori e artisti neri riuniti a Roma nel 1959, Fanon ricorda che, in fondo, le «recriminazioni amare e disperate», le «violenze spiegate e sonanti», tranquillizzano l’oppressore. È necessaria invece una «letteratura di battaglia» che sia «volontà temporalizzata». «Il presente – intimorisce quasi Fanon con parole che sembrano sgocciolare da una sala di chirurgia o da un mattatoio – non è più chiuso su se stesso ma squarciato»16.

Eppure, non si deve credere che questo squarcio consista soltanto nella violenza rivoluzionaria agita senza complessi di colpa. Nell’Anno V della rivoluzione algerina, Fanon insiste molto sul lato costruttivo della lotta per l’indipendenza. Un popolo che combatte, che compie sacrifici inauditi per raggiungere la propria liberazione, è un insieme di donne e di uomini che trasforma se stesso in modo irreversibile. L’Algeria si toglie il velo segue l’evoluzione del ruolo della donna nella lotta armata con una partecipazione psicologica e una finezza di analisi che ancora oggi lasciano sbalorditi17. E, in generale, la rivoluzione è sempre, per Fanon, l’«ossigeno che inventa e prepara una nuova umanità»18.

Giungiamo così al cuore del problema. Qual è la cifra più autentica del particolare umanismo fanoniano? Se ne è discusso a lungo, per l’ovvio motivo che I dannati della terra è stato considerato spesso, anche da molti marxisti, una esagerata e vitalistica apologia della violenza, scritta convulsamente da un uomo che sapeva di avere i giorni contati. A questa percezione ha del resto contribuito l’affascinante e controversa prefazione ai Damnés stesa da Jean-Paul Sartre, che aggiungeva minaccia a minaccia, e trasformava il testo di Fanon in una specie di ultimatum rivolto alla coscienza occidentale. Senza dubbio la prosa di Fanon non risparmia al lettore le iperboli, e non è fatta per acquietarlo in «quel movimento immobile in cui la dialettica, a poco a poco, si è mutata in logica dell’equilibrio»19. C’è anche del compiacimento nel suo modo di scrivere: una carnalità del linguaggio che si esprime talora in immagini veramente furenti. La rivoluzione popolare è presentata come una «tremenda macchina impastatrice e frangitrice»20. E l’uomo della roncola fa paura, inutile negarlo. Ma i progetti di Fanon sull’Africa, le sue amare considerazioni sulle «disavventure della coscienza nazionale», l’attenzione che egli ripone su una idea di mondo potenzialmente emancipata dai ritmi irragionevoli e disastrosi del capitalismo, ci dicono molto sul suo programma di «disalienazione». Quando infatti, acutamente, lo psichiatra antillano parla di «una brutalità e un disprezzo delle sottigliezze e dei casi individuali che è tipicamente rivoluzionario», si affretta poi a distinguerla dalla «brutalità pura, totale» che va recisamente combattuta, onde evitare disfatte rovinose e repentine21. Dentro la guerra, la linea di confine fra i due atteggiamenti non si traccia facilmente. E non è nemmeno detto che corrisponda al rassicurante parametro aritmetico della partecipazione popolare. Su questo Fanon torna e ritorna nel tormentato capitolo intitolato «Grandezza e debolezza della spontaneità». Il marxista dottrinario può leggere queste pagine con il sorriso stampato in faccia di chi sa già tutto in anticipo. Ma non ci guadagna molto. E perde l’occasione di pensare daccapo le formule scolpite nel marmo dell’ortodossia, confrontandole con il processo vivo di fenomeni sociali drammatici, che inventano la storia nel vivo del suo farsi.

Del resto, checché se ne dica, Fanon non posava a teorico della rivoluzione algerina. Ma è difficile negare che i Dannati della terra raggiunga spesso accenti profetici di inusitata prepotenza. La conclusione del libro lascia indubbiamente emozionati.

La colossale semplicità dell’invito sembra quasi compensare l’implacabile ferocia con la quale molti ragionamenti sono stati proposti al lettore. «Per l’Europa – scrive Fanon – , per noi stessi e per l’umanità, compagni, bisogna rinnovarsi, sviluppare un pensiero nuovo, tentare di metter su un uomo nuovo»22. Si capisce alla fine, si capisce meglio perché Fanon abbia voluto intitolare la sua ultima opera (sapendo che sarebbe stata l’ultima) al primo verso dell’Internazionale. Debout, les damnés de la terre, aveva scritto Eugène Pottier, reduce dal massacro della Comune. Versi forti, apocalittici. Occorre fare tabula rasa del passato, non siamo niente e saremo tutto, uniamoci nella lotta finale, l’Internazionale sarà il genere umano23. Fanon deve avere letto queste parole davvero molte volte, prima di scegliere il titolo del suo libro. L’umanismo a cui si appellava era dunque vero, ma assai esigente. E il cammino della sua opera lo attesta fuori da ogni dubbio, capace come si è dimostrato di ravvivare e sorreggere l’impegno teorico e pratico, le scelte individuali e collettive, di tanti rivoluzionari in moltissimi paesi.

Detto questo, sull’influenza del pensiero di Fanon nei due decenni successivi alla comparsa dei Damnés è bene non fare della retorica o del facile semplicismo. Fanon non è Mao Tse Tung. E non è nemmeno Guevara. C’è una irregolarità del suo pensiero che non può essere addomesticata, né sistemata in comode categorie. Inoltre, è bene rammentare che lo psichiatra antillano non svolse mai funzioni di effettiva dirigenza nella lotta di liberazione algerina. In nome dell’FLN ricoprì sicuramente incarichi diplomatici delicati nel contesto del primo panafricanismo. E fu anche protagonista di una missione nell’Africa subsahariana (di cui rimane un breve ma intenso taccuino di viaggio)24, intrapresa con l’obiettivo di saggiare la possibile apertura di un nuovo fronte Sud nella guerra algerina. È commovente apprendere che, ormai malato senza speranza, pensò di trasferirsi a Cuba come rappresentante permanente del Governo Provvisorio Algerino. E non è meno significativo che, durante la breve degenza nell’ospedale americano in cui trovò la morte, abbia dichiarato a un esponente del Dipartimento di Stato Americano che negli anni a venire l’imperialismo statunitense si sarebbe dovuto scontrare con le guerriglie in America Latina e con le rivolte dei neri nei ghetti delle metropoli25. Sappiamo che Fanon era molto sfiduciato nei confronti del proletariato europeo e dei suoi dirigenti politici e sindacali. Sappiamo anche che, proprio nei Dannati della terra, questa diffidenza raggiunge anche il proletariato indigeno impiegato nelle fabbriche e nei servizi delle città algerine, giacché ritenuto compromesso nei meccanismi di privilegio indotti dal colonialismo. D’altra parte, è sufficiente leggere l’articolo scritto da Fanon in morte di Patrice Lumumba, per capire quanto e come il credito da lui riposto nelle masse contadine africane dovesse confrontarsi con problemi tragici e complessi. La «fiducia sconfinata nel popolo» di cui Lumumba aveva dato prova eroica, sino al sacrificio della vita, non era bastata. Alla prima grande crisi del suo nuovo cammino, l’Africa si era dimostrata disunita, e aveva dimenticato «che il nemico non retrocede mai sinceramente. Che non impara mai. Capitola, ma non si converte»26.

Leggendo queste parole amare, e anche pensando alle critiche rivolte da Fanon alla borghesia coloniale proprio nei Damnés, o agli sviluppi delle vicende algerine successive al conseguimento dell’indipendenza, si potrebbe dare la stura a quella malinconia postmoderna di cui parlavamo all’inizio, che in fondo è la gemella rovesciata dei peggiori e più grotteschi trionfalismi novecenteschi. Ma la verità è che Fanon ha vissuto e pensato dentro un intero mondo che stava alzando la testa, insieme a enormi masse di donne e di uomini che si erano messe in moto, disposte a pagare per questo prezzi altissimi. Egli dice: non scrivo per gli europei, non servirebbe a niente. E, alludendo alla sua stessa biografia, parla del letterato colonizzato che sceglie di rompere i ponti dietro di sé, e «passa di stupore in stupore (...) letteralmente disarmato dalla buona fede e dall’onesta del popolo». Per gli intellettuali, incalza, è una fortuna «seppellirsi tra il popolo». Non è un rifugio, e nemmeno una nicchia protetta. È una comunità che, finalmente, ha imparato a infischiarsene dei valori creati per domarla, e, a buon bisogno, per ucciderla. Questi valori, la massa colonizzata adesso li insulta: «li vomita a gola spiegata»27.

Sì, li vomita proprio. Come il vecchio di Patmos che urlava: «poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca»28. È facile quindi intendere la prima ricezione europea di Fanon, il cui discorso venne accolto principalmente come domanda scomoda e tagliente, come fatto quanto mai perturbante, capace di imbarazzare le sicurezze morali di una sinistra ammalata di coesistenza pacifica e di lungimiranti guerre di posizione. Ancora oggi, ad esempio, fa pensare il giudizio olimpico di Simone De Beauvoir. Pur rammentando la completa consonanza di vedute fra Sartre e l’intellettuale martinicano, la cui vita «sembrava un’avventura tragica, spesso orribile, ma di un valore infinito», il Castoro definì I dannati della terra «un manifesto del Terzo Mondo, eccessivo, rigido, incendiario, ma anche complesso e sottile»29. Con meno finezza e più impeto, una giovane Grazia Cherchi si espose nei “Quaderni Piacentini”, presentando i Damnés come il «massimo documento teorico della rivoluzione dei popoli coloniali»30. Ben altra ponderazione venne invece impiegata sulla allora più autorevole “Rinascita”, dove Romano Ledda parlò del libro maneggiandone con diplomazia la radicalità, ma sottolineando anche, con un tocco di paternalismo togliattiano, il «limite» della visione totalmente anti-europea31.

Il problema c’era. Non si poteva far finta di niente. La carica di violenza del libro era difficile da occultare. E la prefazione di Sartre amplificava a dismisura l’intemerata rivolta all’Europa, culla del movimento operaio, ancora fresca della resistenza al nazifascismo, e ciononostante tiepida e guardinga verso i problemi esplosivi determinati dalla lotta anti-coloniale. Non a caso, le riflessioni più interessanti vennero da due interpreti che partivano da una prospettiva asiatica. Enrica Collotti Pischel, nel 1962, pubblicò un lungo e interessante articolo che era di fatto un colloquio rispettosissimo intessuto con Fanon, e condotto principalmente alla luce dell’esperienza maoista32. Un anno dopo, sulla rivista teorica del Partico Comunista Francese, lo storico vietnamita Nguyễn Khắc Viện, sotto lo pseudonimo di Nguyen Nghe, fece uscire un saggio abbastanza ortodosso, che, data l’ormai avvenuta indipendenza algerina, nelle intenzioni dei redattori della rivista doveva serviva a sistemare e proteggere la precedente ignavia dei comunisti francesi sotto l’ombrello dei ragionamenti formulati da un anti-colonialista marxista al di sopra di ogni sospetto33. In effetti, il vietnamita si dimostrava assai più rigido dell’italiana, che, da parte sua, rifiutava di «mettere alla prova» le tesi di Fanon nel quadro, facile e scontato, della schematizzazione del marxismo. Ma entrambi gli scritti erano pieni di acume. Ricollegavano le affermazioni dello psichiatra antillano alle prime riflessioni anti-coloniali del Comintern. Davano respiro alle sue affermazioni più aspre, collocandole nel quadro della gigantesca ondata iniziata, militarmente ma anche eticamente, con la rivoluzione cinese. Gli riconoscevano soprattutto la capacità di esprimere, con il linguaggio della collera, la forza creativa e insospettata delle masse impegnate in una guerra di liberazione.

Masse, però, erano anche quelle che nel 1960 avevano cacciato Tambroni rivoltando il selciato di Genova, e si erano gettate all’assalto della sede della UIL torinese di piazza Statuto nel 1962. Mario Tronti si apprestava a scrivere Lenin in Inghilterra, un saggio quant’altri mai lontano dalle atmosfere fanoniane. Ma un anno prima, ancora sui “Quaderni Piacentini”, Giovanni Giudici aveva provato a confrontarsi con Fanon, chiedendosi dove potesse trovarsi in Italia nientemeno che l’uomo della roncola. Il poeta parlava di filo-cinesi, della dissidenza operaia che iniziava a decollare nelle fabbriche, dell’alienazione dei tecnici, individuando in queste figure i fratelli in potenza dell’algerino furibondo di Fanon. D’altra parte Giudici osservava che, all’inizio del XIX secolo, anche gli operai organizzati nelle prime associazioni di lotta avevano dovuto rompere con il filantropismo ipocrita degli umanisti borghesi, fottendosene dell’universo di valori del citoyen democratico. Niente poteva escludere che il velo sonnolento della guerra di posizione venisse strappato da un nuovo coagulo di forze capaci non di «dialogare», ma di lottare a fianco dei popoli oppressi dall’imperialismo. Tuttavia, avvertiva il poeta, su questi nuovi guastafeste del neocapitalismo europeo, si sarebbero abbattute le solite accuse: teppisti, provocatori. Il marchio dell’infamia era pronto a scaricarsi su di loro, impresso non solo dalla destra padronale, ma anche da una sinistra ufficiale, che non rinunciava a proiettare la sua morale esausta sui destini della rivoluzione mondiale, ipotecando la nascita di un vero orizzonte comune fra gli oppressi di tutti i continenti34.

Ebbene, l’orizzonte comune iniziò a delinearsi ben presto, in un gioco di rimbalzi che oggi appare straordinario. Nel 1971, infatti, Giovanni Pirelli (sicuramente l’uomo che aveva fatto più di chiunque altro per far conoscere Fanon in Italia) poteva scrivere: «Una decina di anni è trascorsa. Nel frattempo è accaduto questo: messo al bando e infine ignorato dal marxismo ortodosso e dai radicali europei così come dai leaders più “socialisti” dei paesi di nuova indipendenza, Fanon ha trovato cittadinanza e sempre più ne trova tra le nuove generazioni e nelle nuove situazioni di lotta»35.

Cosa era successo? Non pretendiamo di esaurire la materia. Ci limitiamo a mettere in fila qualche fatto.
A Cuba, il poeta haitiano René Depestre fa conoscere Fanon a Guevara, che nell’aprile del 1964, nel corso di un viaggio a Parigi, discute con Maspero di una sua possibile prefazione a un’edizione cubana dei Dannati della terra 36.

A dicembre dello stesso anno il Che rilascia una intervista a Josie Fanon, moglie di Frantz, nella quale definisce l’Africa «uno dei più importanti, se non il più importante, campo di battaglia contro tutte le forme di sfruttamento esistenti nel mondo»37. Non sono parole dette in ossequio alla vedova dell’uomo sepolto in incognito nelle terre algerine. Guevara parte davvero per il Congo. E si tratterà di una impresa silenziosamente sfortunata, drammaticamente incompiuta. Il Che ricompare a Cuba a marzo del 1965, per incamminarsi subito alla volta della Bolivia. Che ne avrebbe pensato Fanon? Domanda stupida. Ma nel primo numero della rivista “Tricontinental”, pubblicato nel settembre 1967, c’è il suo articolo sulla morte di Lumumba.

E poi succede un’altra cosa. Nei Damnés Fanon aveva proposto un giudizio, abbastanza originale dati i tempi, sul Lumpenproletariat:

Gli uomini che la popolazione crescente delle campagne, l’espropriazione coloniale hanno portato a disertare la terra familiare, girano instancabilmente attorno alle diverse città, sperando che un giorno o l’altro si permetterà loro di entrarvi. È in questa massa, è in questo popolo delle bidonvilles, in seno al Lumpenproletariat che l’insurrezione troverà il suo puntale urbano. Il Lumpenproletariat, coorte di affamati detribalizzati, declanizzati, costituisce una delle forze più spontaneamente e radicalmente rivoluzionarie del popolo colonizzato38.

Questo ragionamento arriva ad Harlem e produce quello che si dice un corto circuito. I neri sono una colonia interna degli Stati Uniti razzisti. Malcolm X muore nel 1965. È nato il 19 maggio del 1925. Anche per lui, nel 2025, ricorre il centenario della nascita. Detto di passaggio, anche Patrice Lumumba nasce nel 1925. È il caso, e non bisogna dargli troppa importanza. Ma non è un caso che Fanon si trasformi in benzina sul fuoco della lotta dei neri americani. Basta leggere Bobby Seale39, Stokely Carmichael40, Eldridge Cleaver41, George Jackson42, per capire quanto Fanon abbia contato nella lotta delle Black Panters. E da qui Fanon rimbalza di nuovo in Europa, ma stavolta senza produrre drammi di coscienza. Lo legge Rudi Dutschke, il leader della contestazione studentesca berlinese43; lo legge Renato Curcio a Trento44; lo leggono i militanti della Rote Armee Fraktion tedesca45; lo legge Bobby Sands nel carcere di Maze46; lo leggono i combattenti dell’ETA47, lo leggono i detenuti italiani, delle cui lotte dà conto la rubrica che, a partire dal giugno 1971, Lotta Continua inserisce nel proprio giornale, intitolandola, appunto, «I dannati della terra». Forse proprio qui, proprio in Italia, si compie il più concreto e drammatico innesto delle asprezze fanoniane in territorio europeo. Parliamo dei Nuclei Armati Proletari, costruiti nelle carceri, orgogliosi della loro provenienza dal Lumpenproletariat, capaci di lottare insieme agli operai di catena, e per i quali Fanon è un punto di riferimento assoluto48. Insomma, spinto dalle correnti nemmeno troppo misteriose che animano le lotte degli oppressi, l’autore di Pelle nera, maschere bianche torna nell’Europa che aveva abbandonato con furia e amarezza. È un’Europa che lo capisce. È un’Europa che lo miscela senza problemi con Mao e Guevara, perché scommette in proprio, capace di guadagnarsi, per questo, il rispetto degli uomini con la roncola. Vogliamo dirlo? Insieme a questa Europa Fanon combatte. Insieme a questa Europa Fanon viene sconfitto.

Ora, è stupefacente che, nella sterminata letteratura fanoniana alimentata e stimolata dai rispettabilissimi studi postcoloniali, di tutto questo, molto spesso, non ci sia quasi nulla. Nel frattempo qualcuno ha anche cominciato a parlare di Schmitt, e delle analogie fra l’inimicizia assoluta teorizzata dal giurista nazista e l’odio muscolare rivendicato dallo psichiatra antillano. La cosa è molto originale. Nel contesto degli studi dedicati ai Global Sixties, può anche gettare un ponte, una vera liaison dangereuse, fra i Dannati della terra e Operai e capitale. Ma noi siamo meno brillanti. E, dato il nostro semplicismo, a questo punto vogliamo domandare: dove è finito Frantz Fanon? Nei dipartimenti delle università? Nei convegni internazionali dei cultural studies? Nelle citazioni dei letterati preoccupati di impreziosire le loro inquietudini con qualche espressione particolarmente cruda?

Certo è così. Ma non è solo così. Ci sono movimenti carsici della storia che riallacciano fili apparentemente spezzati. Ci sono rami a prima vista estinti che riprendono vita in modo complicato e doloroso. Guardate l’insieme di sollevazioni, militari e non, che hanno scosso l’Africa negli ultimi anni mettendo in crisi la morsa continentale dell’imperialismo francese e americano. Fate attenzione ai Mapuche. Osservate le banlieues francesi. Date un’occhiata al comportamento dei ragazzini che vivono in Italia come immigrati di seconda generazione, e iniziano a riunirsi in bande per depredare la jeunesse dorée delle movide romane e milanesi. Abbiamo incominciato parlando di una attualità traumatica di Fanon. Chiudiamo proponendo un esperimento. Leggete, o rileggete, I dannati della terra. Poi prendete il testamento di Yahya Sinwar, scritto nei tunnel di Gaza. Provate. Leggete. Sentite l’effetto che fa.

Note

  1. Frantz Fanon, I dannati della terra, Torino,, p. 53.  
  2. Ivi, p. 16.  
  3. Frantz Fanon, Pelle nera, maschere bianche, Pisa 2015, p. 97.  
  4. Ivi, pp. 202-204.  
  5. Ivi, p. 100.  
  6. Ivi, pp. 196-197.  
  7.  Ivi, p. 204.  
  8.  Ivi, p. 207.  
  9.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, Roma 2006, p. 27.  
  10.  Ivi, p. 63.  
  11.  Bertolt Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, Torino 1975, pp. 132-136.  
  12.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., p. 75.  
  13.  Ivi, p. 79.  
  14.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., p. 179.  
  15.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., p. 94.  
  16.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., pp. 176-177.  
  17.  Frantz Fanon, Sociologia della rivoluzione algerina, Torino 1963, pp. 23-50.  
  18.  Ivi, p. 145.  
  19.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., p. 242.  
  20.  Ivi, p. 16  
  21.  Ivi, p. 97.  
  22.  Ivi, p. 244.  
  23.  Eugène Pottier, Chants révolutionnaires, Paris 1937, p. 29-31.  
  24.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., pp. 169-180.  
  25.  Si veda, per queste notizie, la nota biografica redatta da Giovanni Pirelli e contenuta in Frantz Fanon, Opere scelte, I, Torino 1971, pp. 17-37.  
  26.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., pp. 181-186.  
  27. Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., pp. 10-14.  
  28.  Ap. 3, 16.  
  29.  Simone De Beauvoir, La forza delle cose, Torino 1966, pp. 562-567.  
  30.  “Quaderni Piacentini”, Anno I, n. 2-3, luglio 1962, pp. 26-28.  
  31.  “Rinascita”, Anno XIX, n. 10, luglio 1962, pp. 11-12.  
  32.  “Problemi del socialismo”, n. 9-10, settembre-ottobre 1962, pp. 834-864.  
  33.  “La Pensée”, Nouvelle Série, n. 107, février 1963, pp. 23-36.  
  34.  “Quaderni Piacentini”, Anno II, n. 12, settembre-ottobre 1963, pp. 4-12.  
  35.  Giovanni Pirelli, Frantz Fanon, in I protagonisti della storia universale, XIV, La pace e la rivoluzione, Milano 1971, p. 396.  
  36.  Pierre Kalfon, Il Che. Una leggenda del secolo, Milano 2003, p. 423.  
  37.  Ernesto Che Guevara, Opere, III, t. 2, Milano 1969, p. 340.  
  38.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., p. 82.  
  39.  Bobby Seale, Cogliere l’occasione. La storia del Black Panther Party e di Huey P. Newton, Torino 1971, pp. 33-34, pp. 37-40.  
  40.  Stokely Carmichael, Potere negro, in Dialettica della liberazione, Torino 1969, pp. 77-78.  
  41.  Intervista con Eldridge Cleaver, in Il Black Panther Party, Torino 1971, p. 94.  
  42.  I fratelli di Soledad. Lettere dal carcere di George Jackson, Torino 1971, p. 31; George L. Jackson, Col sangue agli occhi, Torino 1972, p. 36, pp. 40-42, p. 142.  
  43.  Uwe Bergmann – Rudi Dutschke – Wolfgang Lefèvre – Bernd Rabehl, La ribellione degli studenti, ovvero la nuova opposizione, Milano 1968, p. 103, p. 116.  
  44.  Renato Curcio, A viso aperto, Milano 1993, p. 31. La circostanza trova conferma nel primo numero della rivista “Lavoro Politico” (1, ottobre 1967), dove un inserto monografico è dedicato al Potere Nero (pp. 25-37) con numerosi riferimenti elogiativi a Fanon. Per l’importanza di Fanon tra i militanti del nucleo originario delle BR cfr. anche Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Milano 2023 (2a ed.), p. 60.  
  45.  RAF, La guerriglia nella metropoli, vol. I, Verona 1979, p. 82; vol. II, Verona 1980, p. 30. Ma cfr. anche, in maniera più completa, le occorrenze presenti nel lungo e importante documento del gennaio 1976, riprodotto integralmente in Rote Armee Fraktion, Texte und Materialen zur Geschichte der RAF, Berlin 1997, pp. 198-265.  
  46.  Richard English, Armed Struggle. The history of the IRA, New York 2003, pp. 197-199, 234-235; Denis O’Hearn, Nothing but an unfinisched song. Bobby Sands, the irish hunger striker who ignited a generation, New York 2006, pp. 52-55.  
  47.  La raccolta Per la rivoluzione africana, pubblicata da Maspero nel 1964, fu tradotta in basco nel 1970 (Frantz Fanon, Afrikar iraultzaren alde, San Sebastian 1970); ma già la famosa Carta a los intelectuales, del 1965, appare influenzata dalle esortazioni fanoniane agli scrittori neri.  
  48.  Pasquale Abatangelo, Correvo pensando ad Anna, Milano 2018 (2a ed.), p. 87.

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17/06/2025

Il Burkina Faso continua la nazionalizzazione del proprio oro

Il governo del Burkina Faso ha ufficializzato il trasferimento in mani statali di due miniere d’oro e di tre licenze di esplorazione per la ricerca del metallo prezioso. Una notizia che fa seguito a quelle di inizio maggio, che avevano già preannunciato l’intenzione della giunta guidata da Ibrahim Traoré di togliere ulteriore spazio alle compagnie minerarie occidentali nel proprio paese.

Al potere dalla fine del 2022, il nuovo governo, dopo aver rivisto il codice minerario e aver istituito la Société de Participation Minière du Burkina (SOPAMIB), un ente statale investito del compito di gestire e sviluppare le risorse strategiche, aveva già ritirato i permessi per le miniere d’oro di Inata e di manganese di Tambaoil nel marzo 2024.

La giunta burkinabè aveva poi nazionalizzato anche altre due miniere d’oro, quella di Boungou e quella di Wangnon, con un accordo dal valore di circa 80 milioni di dollari. Il primo sito era della britannica Endeavour Mining, mentre il secondo era affidato alla statunitense Burkina Lilium Mining. Ora, dunque, il paese africano fa un passo ulteriore su questo percorso.

La SOPAMIB, dal momento della sua fondazione, ha raccolto più di 8 tonnellate di oro nel 2024, e più di 11 solo nel primo trimestre del 2025, creando una vera e propria riserva aurea nazionale. Bisogna inoltre considerare l’importanza che il metallo ha riassunto negli ultimi mesi come bene rifugio, con i prezzi che sono aumentati in maniera sostenuta.

Va ricordato che il Burkina Faso è il quarto produttore africano d’oro, ed esso rappresenta anche il principale prodotto d’esportazione del paese. Tra il 2016 e il 2021 la quantità del metallo estratto era già aumentata del 74%, ed ora la giunta burkinabè vuole ridefinire i rapporti di potere nel settore, rispetto alle multinazionali occidentali, per assicurare benefici maggiori alla sua popolazione.

È la logica che hanno seguito le altre realtà che si sono ribellate al neocolonialismo occidentale e hanno formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES). Il Niger ha tagliato le fondamentali forniture di uranio di Parigi, mentre il Mali si è concentrato, anch’esso, sulle sue miniere d’oro. Tutti insieme, hanno assestato un duro colpo alla penetrazione occidentale nell’Africa sub-sahariana.

Forse anche per questo il tentativo di rovesciare il governo di Traoré è sempre in agguato. Ma bisogna anche dire che, seppur le ultime informazioni abbiano suscitato ulteriore preoccupazione negli investitori occidentali, nelle ultime settimane si è parlato di un accordo minerario tra i vertici burkinabè e l’australiana West African Resources Ltd, purché i termini siano favorevoli alla popolazione africana.

È questo il nodo. I processi politici di marcata impronta anticoloniale innescatisi negli ultimi anni dall’inasprirsi delle contraddizioni nella cintura del Sahel, ai margini dell’area che l’Unione Europea – in particolare attraverso la presenza francese – vorrebbe dichiarare come propria sfera di influenza, accanto al Mediterraneo allargato, continuano a mettere in crisi le mire imperialistiche unioneuropeiste.

Il Burkina Faso e i suoi alleati regionali vogliono evitare di tornare nella morsa dei vecchi padroni coloniali.

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24/02/2025

La Francia mantiene soldati in Costa d’Avorio

La Francia ha annunciato giovedì che manterrà una presenza militare in Costa d’Avorio, lasciando sul territorio 80 soldati con funzioni principalmente di addestramento. La decisione è arrivata mentre Parigi ha ufficialmente ceduto il controllo di una base militare nella capitale economica Abidjan, nell’ambito di un più ampio ridimensionamento delle proprie forze in Africa occidentale e centrale dopo una lunga storia di colonialismo nel continente.

Durante la cerimonia di consegna della base, il ministro della Difesa francese Sébastien Lecornu ha voluto rassicurare sul ruolo della Francia nella regione. “Non stiamo scomparendo”, ha dichiarato, sottolineando che il contingente residuo fungerà da nucleo per un distaccamento congiunto, adattato alle necessità locali e costantemente rivalutato in base alle esigenze di addestramento.

Già a fine novembre, fonti di Reuters avevano riferito che Parigi stava valutando una significativa riduzione della sua presenza militare in Africa occidentale e centrale, con l’ipotesi di ridurre il contingente in Costa d’Avorio da 2.200 a circa 600 unità. A dicembre, Ouattara aveva confermato il ritiro delle truppe francesi dal Paese.

La Francia ha inoltre iniziato il ritiro delle proprie forze dal Ciad, dopo che il governo locale ha deciso di porre fine all’accordo di cooperazione in materia di difesa. In precedenza, Parigi aveva già abbandonato le proprie basi in Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai colpi di Stato militari e alla crescente ondata di sentimenti anti-francesi nella regione.

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01/01/2025

Macron s’è perso in Africa

Due secoli di influenza e presenza militare francese in Africa spazzati via da due mandati presidenziali di Emmanuel Macron. Il che dimostra, tra l’altro, la differenza che c’è tra un promettente banchiere spietato (con Rotschild, mica poco..) e un presidente imperiale vincente.

Dopo Mali, Niger e Burkina Faso, le cui giunte militari avevano cacciato le truppe francesi (ma anche quelle della UE sotto comando francese in Mali della “Operation Barkhane” e quelle tedesche e statunitensi in Niger), i militari e le basi di Parigi vengono estromessi ora anche da Senegal e Ciad.

Il paradosso apparente è che questo accade mentre lo stesso Macron stava mettendo a punto un piano per ridimensionare la presenza nelle nazioni africane che ancora accettano la sempre più ingombrante “tutela” francese.

Il 27 dicembre il nuovo primo ministro senegalese Ousmane Sonko, prigioniero politico sotto il regime pro-Parigi, ha annunciato in Parlamento la “prossima chiusura di tutte le basi militari straniere in Senegal”.

Sonko ha precisato che questa decisione è stata presa dal presidente della Repubblica, Bassirou Diomaye Faye (anche lui prigioniero politico, poi amnistiato a furor di popolo) senza rendere nota la data ma garantendo che ciò avverrà presto.

“È arrivato il momento che il Senegal gestisca la propria difesa e il proprio territorio, senza influenze esterne”, ha affermato Sonko.

La decisione non arriva certo inattesa. Già a maggio Sonko aveva messo sul tavolo la possibilità di chiudere le basi militari francesi perché la sovranità nazionale del Paese “è incompatibile con la presenza delle basi militari straniere”. Strano che non venga mai in mente ai “nazionalisti” di casa nostra, no?

Anche il governo del Ciad, fin qui il partner più stabile della Francia in Africa, ha annunciato il 28 novembre la fine della cooperazione militare con Parigi allo scopo di “ridefinire la propria sovranità” (dovranno perciò andarsene un migliaio di militari e una dozzina di velivoli).

“Il Ciad e la Francia continueranno a lavorare strettamente” ma solo per “assicurare un ritiro rapido e rispettoso delle forze francesi, preservando allo stesso tempo la sovranità di ciascun Paese”.

All’aeroporto di N’djamena sono ancora schierate le forze aeree francesi con UAV Reaper, velivoli da combattimento e arei da trasporto, ma anche questi verranno trasferiti nel porto camerunense di Douala per poi rientrare in Francia.

Un primo reparto di 120 militari francesi è già stato rimpatriato da N’Djamena prima di Natale e dallo stesso aeroporto erano rientrati in Francia il 10 dicembre 2 cacciabombardieri Mirage 2000.

Il Ciad era rimasto l’ultimo bastione della presenza francese nel Sahel dopo che Mali, Burkina Faso e Niger avevano aperto la porta alla presenza militare russa e alla cooperazione militare anche con Cina e Turchia.

Nell’aprile scorso il Ciad aveva interrotto anche la cooperazione militare con gli Stati Uniti, allontanando il centinaio di militari americani di aeronautica e forze speciali presenti a N’Djamena. Il 20 dicembre il governo del Ciad ha chiesto a Parigi di accelerare le operazioni per completarle entro il 31 gennaio.

Come detto, le decisioni di Senegal e Ciad sono arrivate ​​mentre la Francia stava cercando di rilanciare la sua influenza in declino in Africa.

“La decisione del Ciad segna l’ultimo chiodo nella bara del dominio militare postcoloniale della Francia nell’intera regione del Sahel”, ha affermato Mucahid Durmaz, analista senior presso la società di consulenza sui rischi globali Verisk Maplecroft, intervistato dall’Associated Press (AP).

Le decisioni del Senegal e del Ciad “fanno parte della più ampia trasformazione strutturale nell’impegno della regione con la Francia, in cui l’influenza politica e militare di Parigi continua a diminuire”, ha aggiunto Durmaz.

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10/12/2024

La Francia è fuori anche dall’ultima miniera di uranio del Niger

Una settimana fa la Orano, multinazionale francese tra le più importanti del settore nucleare, ha dato notizia che le autorità del Niger hanno preso il controllo operativo della Société des mines de l’Air (Somair). Questa è posseduta al 63,4% dal colosso francese, e per il resto dalla società di stato nigerina Sopamin.

In estate, era già stata revocata la licenza per il sito di Imouraren, in un braccio di ferro tra Niamey e i vertici aziendali dell’Orano che sapeva molto di riflesso delle nuove geometrie economiche e geopolitiche che si vanno delineando.

Il nuovo governo instauratisi alla fine del luglio 2023 ha fatto in modo di tutelare la propria sovranità, cacciando i soldati statunitensi e francesi, e non ha poi nascosto di voler porre fine allo sfruttamento delle proprie risorse da parte di Parigi.

Già il 31 ottobre era stato decretato che Somair interrompesse le operazioni estrattive, a causa del peggioramento dei suoi conti. Ma ciò è dovuto anche alla chiara opposizione che il governo nigerino sta esercitando sulle attività della multinazionale francese.

Nel comunicato che ha pubblicato pochi giorni fa si legge che “da diversi mesi Orano allerta sulle ingerenze che il gruppo subisce nella gestione di Somair”. E anche che “le spese di produzione che continuano a essere sostenute sul sito peggiorano ogni giorno di più la situazione finanziaria della società”.

Infatti, l’uranio estratto non riesce a uscire dal paese, perché il Niger ha bloccato il suo passaggio attraverso il Benin, a sud, per motivi di sicurezza. Il petrolio è tornato a transitare, ma il metallo radioattivo continua a restare fermo: sono oltre mille le tonnellate bloccate, estratte tra il 2023 e il 2024.

L’Orano ha valutato varie soluzioni per spostare quello che è l’equivalente di quasi la metà della produzione del sito, per un valore di 300 milioni di euro, compreso il trasporto aereo attraverso la Namibia. Ma dalla società si sono lamentati che “tutte le proposte fatte alle autorità nigerine sono rimaste senza risposta”.

Già la perdita della licenza di Imouraren aveva causato perdite per 133 milioni alla multinazionale francese. È chiaro che questi ulteriori 300 milioni bloccati rappresentano una pietra tombale sulle sue operazioni nel paese del Sahel, che era centrale per le mire nella zona.

L’azienda dell’Esagono si è detta preoccupata per i lavoratori (non c’è bisogno di sottolineare l’ipocrisia del colonizzatore), che comunque continueranno a ricevere il salario fino alla fine del mese. Ed essendo quasi tutti nigerini, sembra molto difficile verranno dimenticati da Niamey.

Del resto, se per alcuni mesi dopo il ritiro della licenza per Imouraren si sono rincorse voci sul possibile affidamento alla Russia, bisogna porre in evidenza che il 19 settembre il governo del Niger ha decretato la creazione della Timersoi National Uranium Company (TNUC).

Il ruolo che dovrà svolgere non è stato chiarito, ma non c’è molto spazio lasciato a dubbi: sarà lo strumento statale per garantire la sovranità sulle risorse di uranio del sottosuolo, e per inserire il loro sfruttamento in un’agenda fondata sulle esigenze del paese, non di una multinazionale straniera.

È possibile, anzi sicuro, che ci sarà anche la collaborazione di esperti e forse capitali stranieri (e qui potrebbero tornare in gioco i russi), ma è anche probabile che le attività produttive e i suoi lavoratori vengano ereditati da questa TNUC. In un orizzonte di autonomia in un mondo che offre nuove opportunità oltre i vecchi conquistatori.

La vicenda rappresenta un duro colpo per la Francia, ma anche per le prospettive del nucleare targato UE. Circa un quarto della fornitura di uranio naturale alle centrali nucleari europee, nel 2022, proveniva dal Niger, facendo di quest’ultimo il secondo fornitore del continente dopo il Kazakhstan e davanti al Canada.

Proprio su questi due paesi la Orano ha detto di contare per garantire l’approvvigionamento del continente. Ma anche la canadese GoviEx Uranium, per fare un esempio, si è vista revocare alcune licenze, e questo fa presagire che le cose potrebbero non essere così lineari come annunciato.

Negli ultimi anni lo stato francese aveva proceduto ad acquistare grandi quote della multinazionale, divenendone il maggiore azionista, e mostrandone così il ruolo centrale a livello strategico. Non era più solo una questione d’affari, ma di gestione politica diretta dentro un scenario globale turbolento.

Il “più stato per il mercato”, in questo caso, si è dovuto scontrare però col ministro delle Miniere del Niger, il colonnello Abarchi Ousmane. Egli aveva già ribadito come non si potesse tollerare che aziende francesi continuassero a sfruttare i giacimenti senza un equo ritorno per il paese, e la presa del controllo di Somair si inserisce evidentemente in questo quadro.

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30/11/2024

Francia estromessa anche da Ciad e Senegal

Il 28 novembre diverrà una giornata per certi versi periodizzante per la fine del dominio occidentale in Africa.

Le truppe francesi – dopo essere state cacciate grazie ai colpi di Stato dei “militari patriottici” in Mali, Burkina Faso e Niger, fortemente sostenuti dalla popolazione e poi unitisi nell’Alleanza degli Stati del Sahel – dovranno fare letteralmente “armi e bagagli” e sloggiare sia dal Ciad che dal Senegal.

L’annuncio, per quanto riguarda il Ciad, è stato dato – senza specificare le tempistiche della partenza dei militari francesi – attraverso un comunicato ufficiale questo giovedì in cui viene espressamente messa nero su bianco la volontà di mettere fine agli accordi militari con Parigi che sembra non sia stata preventivamente informata della decisione.

Un vero e proprio schiaffo in faccia alla Francia che aveva nel Ciad uno dei suoi ultimi perni nell’area ed aveva taciuto sulle criticità del processo di transizione militare triennale che ha portato alla presidenza Mahamat Idriss Déby, che era capo di quella giunta, dopo la morte in combattimento del presidente precedente, padre del nuovo presidente eletto a maggio di quest’anno.

L’aiuto militare di Parigi era stato fondamentale alla classe dirigente ciadiana per respingere l’insorgenza dei “ribelli” in due occasioni: nel 2008 e nel 2019. Ed il legame con la Francia era stato un’assicurazione sulla vita per uno dei regimi più inclini ad assecondare la strategia dell’Africa Francese anche durante gli anni della transizione.

Andando ancora indietro, bisogna ricordare che il Ciad è il paese che ha avuto il più gran numero di operazioni francesi sul suo territorio dai tempi dell’indipendenza, in cui fu amministrato per i primi 5 anni dall’esercito francese: “Limousin” (1969-1971) e “Epervier” (1986-2014).

Per questo Parigi aveva sempre tenuto un “bassissimo” profilo anche quando, in piena campagna elettorale presidenziale, era stato assassinato il capo dell’opposizione nella sede della propria formazione politica con una operazione di tipo militare da parte dell’esercito.

E pensare che il 4 ottobre Macron e Déby si erano visti all’Eliseo, e si erano pubblicamente accordati per rafforzare la propria cooperazione bilaterale a livello economico, militare e culturale.

Parigi aveva annunciato di voler ridimensionare il suo contingente di un migliaio di militari, ma non la loro partenza, come ora chiede ufficialmente il Ministro degli Esteri proprio il giorno del 66simo anniversario dell’indipendenza.

Non si tratta di una rottura netta con Parigi e si lascia la porta aperta ad un “dialogo costruttivo per esplorare nuove forme di partnership” – come recita il comunicato – ma ormai il paese ha una pluralità di partner con cui ha intensificato gli scambi, come la Turchia, l’Ungheria e soprattutto gli Emirati Arabi Uniti; deve inoltre affrontare le difficili conseguenze della guerra in Sudan e la minaccia terrorista di Boko Haram.

Inoltre l’attuale uomo forte del Ciad ha caratterizzato i propri discorsi in senso “sovranista”, non nascondendo le critiche alla Francia, per cercare di guadagnare il consenso di un’opinione pubblica che vede con grande ostilità la presenza militare francese sul proprio territorio.

Recentemente, al ritorno dal suo viaggio in Africa, Jean-Marie Bockel, inviato personale del presidente francese nel continente – nonché ex segretario di stato alla cooperazione durante la presidenza Sarkozy (2007-2012) – aveva formalizzato questa settimana al presidente francese (senza che fosse reso pubblico) il piano di ridimensionamento dell’impegno militare transalpino in Africa.

Una fonte militare confidenziale dell’AFP aveva rivelato che, nei piani di Parigi, il progetto mirava a conservare un centinaio di militari in Gabon (contro i precedenti 350), così come in Senegal (contro 350 attuali) ed in Costa d’Avorio (contro i 600 di oggi), oltre a circa trecento in Ciad.

“Wishfull thinking”, si direbbe.

Ma, come abbiamo scritto all’inizio dell’articolo, la partenza dal Ciad non è stata l’unica cattiva notizia per Parigi.

In un’intervista ufficiale a “Le Monde” il neo-eletto presidente del Senegal, Bassirou Diomaye Faye, in quella che probabilmente era stata pensata come occasione di discussione sul “massacro di Thiaroye” – avvenuto il primo dicembre del 1944 nei confronti dei soldati senegalesi che avevano combattuto per la “Francia Libera”, ammesso solo da poco come tale da Parigi – è stato più che esplicito rispetto alla prossima partenza delle truppe francesi.

Riportiamo integralmente la risposta al giornalista che chiede se la presenza di militari francesi mini oppure no la sovranità senegalese:

“Quanti soldati senegalesi ci sono in Francia? Perché ci dovrebbero essere soldati francesi in Senegal? Perché deve competere al Signor M. Bockel od ad un altro francese decidere che, in un paese sovrano e indipendente, bisognerebbe mantenere 100 soldati? Questo non corrisponde alla nostra concezione della sovranità e dell’indipendenza. Bisogna rovesciare i ruoli (...) sia che i francesi l’accettino o meno”.

Parole come pietre da parte dei uno dei leader della coalizione pan-africanista che ha vinto le elezioni presidenziali, otto mesi fa, e che nelle elezioni politiche anticipate del 17 novembre ha fatto incetta di voti ottenendo una maggioranza schiacciante, conquistando 130 seggi su 165.

Questo successo ha posto fine alla difficile coabitazione tra l’ex maggioranza eletta nel 2022, fedele al presidente uscente Macky Sall – la cui formazione ha ottenuto ora solo 16 deputati – ed alla possibilità di realizzare il proprio programma “di rottura” da parte del governo, con a capo l’ex prigioniero politico Sanko.

Sall, che ha governato il Paese dal 2012 al 2024, e che ha gestito la sua campagna elettorale dal Marocco attraverso messaggi “Whatsapp”, dovrà rispondere anche a livello giudiziario all’Alta Corte di Giustizia dell’edificazione di un sistema il cui principale beneficiario, a parte una ristretta élite a lui legata, era la Francia stessa, ora derubricata a partner come gli altri.

Se il progetto della FrançeAfrique è ormai al tramonto, lo è anche quello dell’Unione Europea che ha considerato il continente il proprio “cortile di casa”, trattandolo come una “periferia integrata” colonizzata dal proprio polo imperialista in formazione.

Il “mancato” intervento militare in Niger da parte della CEDEAO/ECOWAS, dopo il colpo di Stato in Niger che la Francia avrebbe fortemente voluto, aveva suonato le campane a morte per le aspirazioni francesi in Sahel.

Questo doppio “scacco matto alla Francia” è duro colpo per Parigi e per Bruxelles – ed in generale per il blocco euro-atlantico – ed un ottima notizia per la nuova alba dei popoli africani contro il giogo neo-colonialista che prende forma nel mondo multipolare.

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