Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Uranio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Uranio. Mostra tutti i post

08/04/2026

Il più grande furto nucleare della storia è fallito

Proviamo a raccontare questa storia dall’inizio, seguendo non le dichiarazioni ufficiali ma la geografia. Perché la geografia non mente.

Un F-15E americano viene abbattuto sopra l’Iran. I due membri dell’equipaggio si eiettano nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del paese. Fin qui tutto chiaro. Poi succede qualcosa che non torna.

I C-130 americani – aerei da trasporto pesante, non da combattimento, non da salvataggio – vengono trovati distrutti su una pista abbandonata alle porte di Isfahan. Nel centro-nord dell’Iran. A oltre 200 chilometri dal punto in cui il pilota si era nascosto. Duecento chilometri nella direzione sbagliata, verso l’interno del paese nemico, non verso il Golfo e la salvezza.

A 35 chilometri da quella pista c’è il sito nucleare di Isfahan, dove sono stoccati circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60% materiale sufficiente, ulteriormente raffinato, per una dozzina di bombe atomiche. Non è un’ipotesi. Lo ha confermato il direttore generale dell’AIEA. Lo ha confermato il Direttore dell’Intelligence nazionale americana, che il 19 marzo ha dichiarato al Congresso di avere “alta fiducia” nella localizzazione esatta delle riserve atomiche iraniane. Washington sapeva dove fosse l’uranio. A 35 km dalla pista dove sono stati trovati i C-130.

I C-130 sono aerei cargo. Trasportano carichi pesanti. L’uranio iraniano è stoccato in contenitori di piombo da 10-20 kg ciascuno: compatti, trasportabili, caricabili su un C-130. Gli esperti che hanno analizzato un’ipotetica operazione di estrazione hanno scritto che richiederebbe esattamente questo: piste di atterraggio costruite vicino ai siti, aerei cargo pesanti, centinaia di forze speciali a fare da perimetro di sicurezza.

Le immagini satellitari Airbus, citate dalla CNN, mostrano 28 crateri di 9 metri ciascuno lungo le strade della provincia di Isfahan. Non vicino al pilota. Vicino ai C-130. Vicino al sito nucleare. Erano lì per bloccare l’accesso iraniano a qualcosa che stava succedendo in quella zona. Ma cosa? Trump aveva dichiarato pubblicamente, settimane prima, di voler “esfiltrare” l’uranio iraniano. I generali gli avevano detto che era impossibile. Li aveva licenziati.

La tv iraniana ha mostrato oggi pomeriggio militari dei Pasdaran che ispezionano i rottami dei C-130 e trovano documenti. Tra questi, la carta d’identità di una certa Amanda M. Ryder, Maggiore dell’US Air Force, con un permesso di soggiorno israeliano visto turistico B2, scaduto il 20 marzo 2026. Un ufficiale americano con un visto turistico israeliano, sul sito di un C-130 distrutto a 35 km dal sito nucleare di Isfahan. Il Pentagono, interrogato su questo, non ha risposto. Non ha risposto nemmeno sull’identità del pilota “salvato”, che non è mai apparso in pubblico, non ha un nome ufficiale, non ha una fotografia.

Poi c’è il dettaglio più brutale di tutti: all’interno dei rottami del C-130 si vedono resti umani carbonizzati. Un’autodistruzione controllata – la procedura che il Pentagono dice di aver eseguito – prevede che il personale evacui prima di far saltare il mezzo. Se c’è un corpo dentro, significa che qualcuno non è uscito. Significa che Trump ha mentito quando ha detto “nessun americano ferito o ucciso”.

Il ministero degli Esteri iraniano, con la cautela diplomatica di chi ha ancora negoziati aperti, ha detto che l’operazione “potrebbe essere stata” una copertura per rubare l’uranio. Non lo ha urlato. Lo ha sussurrato. Ed è precisamente questo sussurro calibrato – non un’accusa urlata ma una domanda posta con le prove in mano – che dovrebbe far riflettere.

Il portavoce Baghaei ha posto una domanda semplice e ancora senza risposta: se il pilota era nel sud-ovest, perché le vostre forze speciali, i vostri elicotteri, i vostri aerei da trasporto erano a Isfahan?

L’Iran chiama questo evento la “seconda Tabas” riferimento al disastro del 1980, quando Carter tentò di liberare gli ostaggi in Iran e finì con elicotteri bruciati nel deserto e 8 soldati morti. Allora come oggi: aerei americani distrutti in territorio iraniano, morti non contati, narrativa ufficiale in pezzi.

La differenza è che nel 1980 nessuno stava cercando di portare via materiale nucleare.

Se tutto questo è vero – e le contraddizioni geografiche, logistiche e umane sono difficili da spiegare altrimenti – siamo di fronte a qualcosa di senza precedenti: un tentativo americano di compiere il più grande furto nucleare della storia, organizzato usando come copertura il salvataggio di un pilota, e fallito in modo catastrofico su una pista abbandonata a Isfahan, con morti non dichiarati e un nome su un documento – Amanda M. Ryder – che il Pentagono si rifiuta di riconoscere o smentire.

Le domande sono sul tavolo. Le risposte, per ora, sono nei rottami bruciati di due C-130 in un deserto iraniano.

Fonte

06/04/2026

“Salvare il pilota” o “rubare l’uranio” di Teheran?

La «nebbia di guerra» è più fitta quando le cose arrivano ad un punto decisivo, E si stende su tutto. Sia sulle trattative per arrivare ad un accordo, sia per quanto accade realmente sul campo di battaglia.

Andiamo con ordine, per aiutare i nostri lettori ad orizzontarsi il più possibile.

Il sito statunitense Axios, solitamente molto attendibile e con diverse «fonti anonime» nell’amministrazione Trump, ma considerato in Medio Oriente come un’agenzia di disinformazione manovrata dal Mossad, riferisce che «i mediatori stanno discutendo con le parti i termini di un accordo in due fasi; la prima fase consisterebbe in una potenziale tregua di 45 giorni durante la quale verrebbe negoziata una fine permanente della guerra»

Per la parte americana, primo problema, i «mediatori» sono sempre costituiti dalla “strana coppia” Kushner-Witkoff, indicati da tutti gli addetti ai lavori come «agenti israeliani», più che statunitensi. E dunque senza alcuna credibilità presso gli iraniani.

La questione è dunque come «costruire fiducia» sul fatto che qualsiasi accordo sarà poi rispettato sia da Washington che da Tel Aviv. Si tratta qui di offrire a Tehran garanzie concrete, ma allo stesso tempo con molta rapidità. L’ultimatum è stato per ora prorogato alle 20 (ora di Washington) di martedì 7 aprile.

Il timore esplicito è che si riproduca la situazione di Gaza e del Libano, dove ci sono da sempre «tregue» scritte sulla sabbia, in cui Israele attacca come e quando vuole e la cosiddetta «comunità internazionale» protesta solo quando la controparte, palestinese o libanese, reagisce agli attacchi.

Tutte le questioni di merito della trattativa – dalla riapertura completa dello Stretto di Hormuz, alla sorte dell’uranio arricchito, ecc. – sarebbero comunque rinviate alla «fase 2», ossia ai 45 giorni senza bombardamenti.

Ma da Teheran arriva la smentita: “Un cessate il fuoco temporaneo nell’aggressione militare israelo-americana, accompagnato dall’ombra della guerra e senza che l’Iran soddisfi le condizioni necessarie per porre fine all’offensiva, non fa altro che dare al nemico la possibilità di riorganizzarsi”.

Sul terreno le cose sono ancora più nebbiose.

Il pilota dell'F-15E abbattuto sembra sia stato effettivamente recuperato, anche se ferito. Primo «giallo»: inizialmente lo era «leggermente», nell’ultima comunicazione ufficiale è invece «abbastanza grave». In ogni caso non è stata diffusa neanche una sua foto, alimentando così le più diverse dietrologie.

L’operazione di recupero viene però definita un «fallimento» da parte iraniana, addirittura con irrisione: «tre vittorie come questa e gli Stati Uniti sono finiti».

Propaganda a parte, ci sono però alcuni punti niente affatto chiari. L’operazione, secondo la versione ufficiale Usa, è avvenuta nella provincia di Kohgiluyeh e BoyerAhmad, al confine con quella di Kuzestan, a circa 80 km dal mare. Per realizzarla sarebbero stati impiegati due aerei da trasporto HC-130, oltre a diversi tipi di velivoli (Dash-8 per il lancio di paracadutisti, elicotteri MH-60 Seahawk, droni Reaper, ecc.).

Una marea di uomini e mezzi sproporzionata per un’azione necessariamente “agile e rapida”, giocata sulla ricerca del segnale del gps a disposizione del militare in mezzo alle montagne.

I due C-130, peraltro, sono poi rimasti a terra e sarebbero stati fatti esplodere direttamente dalle truppe Usa per non farli restare a disposizione degli iraniani. Anche qui la versione ufficiale è cambiata nel corso delle ore. Prima perché sarebbero rimasti «impantanati nel fango», poi per un «guasto meccanico» (contemporaneo, su due aerei?).

Le cose che non tornano sono parecchie. Innanzitutto: gli Hercules C-130, per quanto modernizzati, sono grandi aerei da trasporto che possono portare un centinaio di soldati, ma anche mezzi per spostarsi a terra. Sono completamente inadatti a scendere tra le montagne, tanto più per recuperare un singolo militare ferito (presumibilmente non in grado di spostarsi su lunghe distanze) e hanno bisogno di piste di atterraggio.

E in effetti i video dei due C-130 distrutti mostrano una vecchia pista «agricola» ormai abbandonata (usata dagli aerei per irrorare i campi). Il problema è che quella pista, grazie proprio alla geolocalizzazione dei video, è alle porte di Isfahan. Ad oltre 200 km dal punto in cui il pilota – anzi: l’“addetto ai sistemi d’arma”, in pratica quello che sgancia le bombe – è stato recuperato. Sono 200 km verso l’interno dell’Iran come si vede dalla cartina, anziché verso il mare e quindi «la salvezza».

Insomma: l’esercito Usa aveva concentrato alcune centinaia di navy seals, o altri reparti speciali, ad Isfahan. Per fare cosa ?

A 35 km dalla città c’è notoriamente uno dei siti di arricchimento dell’uranio, che proprio il direttore dell’Aiea, Raphael Grossi, aveva visitato al tempo in cui l’Iran aderiva al trattato poi denunciato... da Trump durante il primo mandato. Lunedì scorso Grossi aveva confermato che «Quasi metà dell’uranio iraniano arricchito fino al 60% di purezza, un passo fondamentale per raggiungere il livello necessario alla produzione di armi nucleari, era stoccato in un complesso di tunnel a Isfahan e probabilmente si trova ancora lì».

Va ricordato come, nei primi giorni di guerra, lo stesso Trump aveva parlato di «esfiltrare» l’uranio iraniano, un’operazione che avrebbe però richiesto la costruzione di piste di atterraggio all’interno dell’Iran, in prossimità dei laboratori da attaccare. Operazione definita «impossibile» dai vertici militari, che infatti sono stati licenziati.

Appare quindi più probabile che sia stato fatto lo stesso il tentativo di irruzione e «furto», sfruttando la pista abbandonata non troppo lontana dall’obbiettivo (il che spiega anche l’uso di diversi elicotteri, droni, ecc., altrimenti «sovradimensionati» per una rapida operazione di salvataggio).

Evidente che sia questo il «fallimento» che ha provocato l’ironia iraniana e il vero cuore militare di tutto quanto è accaduto intorno alla lacrimevole storia del “pilota da salvare”.

Se fosse riuscita, Trump avrebbe potuto sventolare la sua «vittoria» e predisporsi ad una fine della guerra rapida.

Ma non è andata così. E questo spiega probabilmente anche il tono indecente, perfino per lui, con cui è andato poi minacciando Teheran – «Aprite il maledetto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE!» – con la promessa di colpire “martedì” le centrali elettriche e i ponti. Ben sapendo, tra l’altro, che Teheran reagirebbe facendo altrettanto con gli impianti degli altri paesi nel Golfo ed anche con Israele.

Questa insistenza sulla distruzione delle infrastrutture civili, unita alle frequenti dichiarazioni sull’«abbiamo distrutto tutte le strutture militari che c’erano», sembra confermare indirettamente gli analisti militari che spiegano come, in effetti, gli iraniani si siano preparati a questa guerra predisponendo un gran numero di «esche» – vecchi camion travestiti da lanciamissile, capannoni apparentemente «militari» senza nulla dentro, ecc. – e nascondendo quasi tutto sottoterra, facilitati da un territorio montuoso e roccioso che offre opportunità in tal senso praticamente infinite.

Frustrazione, “gradimento” sceso al 31% (peggio di Biden quando inciampava, dicono tutti), necessità di finire la guerra e inesistenza di uno specchietto delle allodole adatto a far sembrare la ritirata come una vittoria. Brutta situazione. Che non fa presagire nulla di buono. Neanche mentre si finge di «trattare» (sarebbe la quarta volta, peraltro, che un «dialogo» nasconde un attacco).

Fonte

17/02/2026

Il Niger si prepara “alla guerra contro la Francia”. La posta in gioco sull’uranio nigerino

Venerdì scorso, il leader della giunta al potere in Niger, il generale Abdourahamane Tiani, ha rinnovato le accuse secondo cui la Francia sarebbe dietro l’attacco del 29 gennaio all’aeroporto di Niamey, un attacco rivendicato dagli jihadisti dello Stato Islamico nel Sahel.

Ha descritto l’incidente come parte di una “malata agenda di destabilizzazione”, sostenendo che il suo apparente obiettivo di paralizzare il trasporto aereo del Niger fosse infine fallito. Ma ha anche accusato direttamente quelli che ha definito “gli sponsor di questi mercenari” facendo i nomi di Macron e dei presidenti della Costa d’Avorio Quattara e del Benin Patrice Talon. “Li abbiamo sentiti abbaiare abbastanza, ora si preparino a sentirci ruggire” ha dichiarato Tiani in un discorso tenuto durante un raduno allo stadio di Njamey,

Parigi ha ripetutamente negato qualsiasi coinvolgimento attraverso il portavoce delle forze armate francesi, colonnello Guillaume Vernet, il quale ha definito le accuse come parte di una “guerra informativa”.

Il Financial Times titola che in Niger ci sono “Mille tonnellate di uranio nel mirino dell’Isis”. Il riferimento è alla spedizione di circa 1.000 tonnellate di “yellow cake” (concentrato di uranio) bloccato all’aeroporto di Niamey da diverse settimane e oggetto, appunto, delle tensioni tra Francia e Niger.

“Ci troviamo di fronte a persone che, a causa dei nostri beni, della nostra ricchezza, vogliono a tutti i costi riportarci alla situazione che li ha resi prosperi”, ha affermato un altro membro della giunta nigerina, il generale Amadouu Ibro, l’11 febbraio scorso.

Lo stesso Ibro, membro della giunta al potere in Niger dal 2023, ha invitato la popolazione “a prepararsi a una guerra con la Francia”.

Il Niger accusa regolarmente Parigi di voler destabilizzare il paese e il capo della giunta, il generale Aboudrahamane Tiani, ha designato direttamente il presidente francese Emmanuel Macron come “lo sponsor” dei jihadisti dello Stato Islamico che hanno attaccato l’aeroporto internazionale di Niamey alla fine di gennaio.

Gli ultimi soldati francesi della missione Barkhane, hanno lasciato il Niger alla fine del 2023. E la Francia da allora non ha mai smesso di pensare a come rimettere sotto controllo l'ex colonia africana.

Secondo Jeune Afrique, Niamey rivendica una politica di sovranità, in particolare sulle materie prime, ed ha nazionalizzato Somaïr, una sussidiaria del colosso francese Orano (la ex Areva, ndr), che a sua volta ha avviato diverse azioni legali contro il governo. Il Niger ha annunciato alla fine del 2025 la sua intenzione di mettere l’uranio prodotto sul mercato internazionale.

Il giornale francese La Tribune riferisce che il presidente nigerino Abdourahamane Tiani ha riaffermato la posizione di Niamey riguardo all’uranio prodotto ad Arlit prima della nazionalizzazione. “Niamey non torna indietro sulla nazionalizzazione, ma distingue tra l’uranio prodotto prima dell’acquisizione della miniera, che considera rimborsabile in proporzione alla precedente partecipazione di Orano, e quello estratto successivamente, che sostiene essere esclusivamente nigerino”.

Si tratta del 63,4% di 156.231 tonnellate di uranio prodotte prima della nazionalizzazione della francese Orano. Per la nuova giunta nigerino tutto quello prodotto successivamente è di proprietà del Niger.

È bene rammentare che se la Francia ha dovuto ritirare il suo contingente militare dal Niger, l’Italia è ancora presente su quel territorio.

L’Italia infatti dal 2018 ha circa 250 soldati nel paese africano ingaggiati nella cosiddetta Missione bilaterale di supporto in Niger (Misin), una presenza militare ufficialmente finalizzata “all’addestramento e alla formazione delle forze di sicurezza locali, al supporto logistico e alla cooperazione con le autorità nigerine nel contrasto al terrorismo, al traffico illecito e ai flussi migratori”.

È altrettanto utile rammentare che il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio – il secondo in Africa, dopo la Namibia – con circa il 5% della produzione mineraria globale nel 2022, pari a circa 2.020 tonnellate di uranio. L’uranio nigerino, tra l’altro, è anche quello di qualità più alta del continente africano. Basta questo per capire quale sia veramente la posta in gioco in questo paese africano.

Fonte

07/01/2025

Orano guarda alla Mongolia dopo la cacciata dal Niger

Mentre le truppe francesi vengono cacciate anche dalla Costa d’Avorio, perdendo l’ultimo tassello di quella Françafrique che negli ultimi due è stata smontata pezzo per pezzo, il grande capitale dell’Esagono deve trovare altri luoghi da cui trarre risorse per le sue esigenze.

È il caso della Orano. Attiva nel settore nucleare, la multinazionale francese rifornisce le centrali transalpine. Ma tramite i diritti di estrazione del metallo radioattivo in Niger, essa andava assumendo sempre più un ruolo centrale per l’approvvigionamento dell’intera Europa, e anche per le mire strategiche della UE (sul tema energia come su quello militare).

L’estromissione da parte del governo di Niamey ha mandato in crisi questa prospettiva. E nonostante la Orano abbia infine deciso di procedere ad un arbitrato internazionale contro il Niger riguardo al sito di Imouraren, è ovvio che il quadro geopolitico non le è più congeniale e deve trovare al più presto delle alternative.

Alla fine del 2024 è stato annunciato un accordo preliminare tra il governo della Mongolia e la compagnia francese per sviluppare un nuovo progetto minerario. Il documento dovrà ora passare per il Parlamento del paese asiatico per essere approvato, e solo in quel momento l’intesa diventerà ufficiale.

Le informazioni rese note parlano di un dossier di cui si è cominciato a discutere nel 2023, e che ora prevede un impegno del valore totale di 1,6 miliardi di dollari, con un investimento iniziale di 500 milioni.

Si intende cominciare la fase di preparazione delle attività estrattive al più presto, e comunque entro il 2027 per avere la miniera attiva entro il 2028.

Si stima di raggiungere il picco produttivo nei successivi 15 anni, arrivando all’estrazione di 2.600 tonnellate del materiale nel 2044. Grossomodo, si tratta di una quantità pari a quella che fruttava la società Somair, prima che le autorità nigerine ne prendessero il controllo operativo a inizio dicembre, interrompendo le attività della Orano nel paese.

In Mongolia, invece, la multinazionale è presente da circa un quarto di secolo per iniziative di esplorazione di possibili giacimenti. Sembra dunque che un sito papabile (col progetto rinominato Zuuvch Ovoo) sia stato individuato nel sud-est del paese, nella provincia di Dorgonovi.

Il primo ministro mongolo, Oyun-Erdene Luvsannamsrain, ha dichiarato che “questo accordo rappresenta un significativo passo avanti nel promuovere gli investimenti esteri e le opportunità di lavoro per il popolo mongolo”. A sfruttare il sito sarà la joint venture Badrakh Energy, formata da Orano Mining e MonAtom, un’impresa statale mongola.

Zuuvch Ovoo, secondo alcuni studi preliminari, potrebbe portare il paese asiatico ad essere il sesto produttore mondiale al mondo di uranio. Per la Mongolia ciò significa approfondire un modello già fortemente improntato sulle attività minerarie: rappresentano il 25% del PIL e il 90% delle esportazioni.

Nonostante le garanzie sugli appalti e sull’occupazione, che dovrà coinvolgere lavoratori e imprese locali, è risaputo che un modello fondamentalmente estrattivista dominato da multinazionali occidentali porta con sé irrisolvibili contraddizioni sociali. A guadagnarne senza dubbio sarà invece Orano.

Il suo amministratore delegato, Nicolas Maes, aveva ribadito l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalla Russia e garantire forniture stabili di uranio, divenute un miraggio di fronte alla sollevazione anticoloniale del Sahel. A suo avviso erano necessari nuovi investimenti e contratti a lungo termine, e l’accordo con la Mongolia sembra proprio rispondere a questa strategia.

Orano prevede ricavi per 13 miliardi e mezzo di dollari, nel ciclo di vita del sito. La Francia prevede invece di assicurare alla UE le risorse necessarie a tentare l’ambizioso salto di qualità tra gli attori globali.

Fonte

10/12/2024

La Francia è fuori anche dall’ultima miniera di uranio del Niger

Una settimana fa la Orano, multinazionale francese tra le più importanti del settore nucleare, ha dato notizia che le autorità del Niger hanno preso il controllo operativo della Société des mines de l’Air (Somair). Questa è posseduta al 63,4% dal colosso francese, e per il resto dalla società di stato nigerina Sopamin.

In estate, era già stata revocata la licenza per il sito di Imouraren, in un braccio di ferro tra Niamey e i vertici aziendali dell’Orano che sapeva molto di riflesso delle nuove geometrie economiche e geopolitiche che si vanno delineando.

Il nuovo governo instauratisi alla fine del luglio 2023 ha fatto in modo di tutelare la propria sovranità, cacciando i soldati statunitensi e francesi, e non ha poi nascosto di voler porre fine allo sfruttamento delle proprie risorse da parte di Parigi.

Già il 31 ottobre era stato decretato che Somair interrompesse le operazioni estrattive, a causa del peggioramento dei suoi conti. Ma ciò è dovuto anche alla chiara opposizione che il governo nigerino sta esercitando sulle attività della multinazionale francese.

Nel comunicato che ha pubblicato pochi giorni fa si legge che “da diversi mesi Orano allerta sulle ingerenze che il gruppo subisce nella gestione di Somair”. E anche che “le spese di produzione che continuano a essere sostenute sul sito peggiorano ogni giorno di più la situazione finanziaria della società”.

Infatti, l’uranio estratto non riesce a uscire dal paese, perché il Niger ha bloccato il suo passaggio attraverso il Benin, a sud, per motivi di sicurezza. Il petrolio è tornato a transitare, ma il metallo radioattivo continua a restare fermo: sono oltre mille le tonnellate bloccate, estratte tra il 2023 e il 2024.

L’Orano ha valutato varie soluzioni per spostare quello che è l’equivalente di quasi la metà della produzione del sito, per un valore di 300 milioni di euro, compreso il trasporto aereo attraverso la Namibia. Ma dalla società si sono lamentati che “tutte le proposte fatte alle autorità nigerine sono rimaste senza risposta”.

Già la perdita della licenza di Imouraren aveva causato perdite per 133 milioni alla multinazionale francese. È chiaro che questi ulteriori 300 milioni bloccati rappresentano una pietra tombale sulle sue operazioni nel paese del Sahel, che era centrale per le mire nella zona.

L’azienda dell’Esagono si è detta preoccupata per i lavoratori (non c’è bisogno di sottolineare l’ipocrisia del colonizzatore), che comunque continueranno a ricevere il salario fino alla fine del mese. Ed essendo quasi tutti nigerini, sembra molto difficile verranno dimenticati da Niamey.

Del resto, se per alcuni mesi dopo il ritiro della licenza per Imouraren si sono rincorse voci sul possibile affidamento alla Russia, bisogna porre in evidenza che il 19 settembre il governo del Niger ha decretato la creazione della Timersoi National Uranium Company (TNUC).

Il ruolo che dovrà svolgere non è stato chiarito, ma non c’è molto spazio lasciato a dubbi: sarà lo strumento statale per garantire la sovranità sulle risorse di uranio del sottosuolo, e per inserire il loro sfruttamento in un’agenda fondata sulle esigenze del paese, non di una multinazionale straniera.

È possibile, anzi sicuro, che ci sarà anche la collaborazione di esperti e forse capitali stranieri (e qui potrebbero tornare in gioco i russi), ma è anche probabile che le attività produttive e i suoi lavoratori vengano ereditati da questa TNUC. In un orizzonte di autonomia in un mondo che offre nuove opportunità oltre i vecchi conquistatori.

La vicenda rappresenta un duro colpo per la Francia, ma anche per le prospettive del nucleare targato UE. Circa un quarto della fornitura di uranio naturale alle centrali nucleari europee, nel 2022, proveniva dal Niger, facendo di quest’ultimo il secondo fornitore del continente dopo il Kazakhstan e davanti al Canada.

Proprio su questi due paesi la Orano ha detto di contare per garantire l’approvvigionamento del continente. Ma anche la canadese GoviEx Uranium, per fare un esempio, si è vista revocare alcune licenze, e questo fa presagire che le cose potrebbero non essere così lineari come annunciato.

Negli ultimi anni lo stato francese aveva proceduto ad acquistare grandi quote della multinazionale, divenendone il maggiore azionista, e mostrandone così il ruolo centrale a livello strategico. Non era più solo una questione d’affari, ma di gestione politica diretta dentro un scenario globale turbolento.

Il “più stato per il mercato”, in questo caso, si è dovuto scontrare però col ministro delle Miniere del Niger, il colonnello Abarchi Ousmane. Egli aveva già ribadito come non si potesse tollerare che aziende francesi continuassero a sfruttare i giacimenti senza un equo ritorno per il paese, e la presa del controllo di Somair si inserisce evidentemente in questo quadro.

Fonte

24/07/2024

Niger - Arriva anche la Turchia mentre Parigi perde l'uranio

Dal Niger, che sta cercando di creare un blocco regionale insieme a Mali e Burkina Faso, sono giunte nei giorni scorsi due conferme del tramonto dell’egemonia occidentale sulla regione africana del Sahel.

Mentre il contingente italiano – 250 militari – inquadrato nella Missione Bilaterale di Supporto (Misin) continua la sua collaborazione con le forze armate di Niamey, impegnate a reprimere l’insorgenza jihadista, dopo la cacciata delle truppe statunitensi e francesi nelle prossime settimane toccherà anche a quelle tedesche tornare a casa.

Via anche i soldati tedeschi
I negoziati in corso dalla fine di maggio tra il governo tedesco e la giunta militare nigerina per un rinnovo della cooperazione militare tra i due paesi non sono infatti andati a buon fine, perché – secondo indiscrezioni – il Niger avrebbe rifiutato di concedere l’immunità ai militari di Berlino.

Il 6 luglio il governo tedesco ha informato che i soldati della Bundeswehr, quindi, dovranno abbandonare la base aerea di Niamey che occupavano entro il prossimo 31 agosto.

Negli ultimi anni i membri della Bundeswehr avevano aiutato i colleghi nigerini a realizzare alcuni centri di addestramento, in particolare nel nord-est del paese vicino al confine con il Mali.

Nel paese erano rimasti sono una quarantina di militari tedeschi, ma si tratta comunque di un segnale inequivocabile sugli orientamenti del governo militare impostosi grazie al colpo di stato del 26 luglio 2023.

Già a marzo il leader del cosiddetto governo di transizione, Abdourahamane Tchiani, aveva dichiarato illegale la presenza nel paese delle truppe statunitensi che hanno dovuto ritirarsi dall’aeroporto di Niamey e da parte della base nella città settentrionale di Agadez nel corso del primo fine settimana di luglio. L’accordo firmato a maggio prevede che l’ultimo dei quasi mille soldati statunitensi lasci il Niger entro il 15 settembre 2024.

Il consistente contingente francese – in totale più di 1500 uomini – ha invece dovuto ritirarsi completamente dal paese africano già nel dicembre scorso.

Niamey guarda a Mosca
Al posto dei paesi occidentali, nella lotta contro i gruppi armati legati ad Al Qaeda e a Daesh, Tchiani ha scelto di affidarsi a Mosca. Ad aprile hanno cominciato ad arrivare a Niamey i primi istruttori militari russi accompagnati da grossi quantitativi di armi e sistemi logistici.

Contemporaneamente, la giunta militare ha affidato alcune operazioni di contrasto ai jihadisti e di addestramento delle proprie truppe ai mercenari dell’African Corps, compagnia militare privata succeduta alla Wagner e strettamente controllata dall’amministrazione russa.

Nei giorni scorsi la cosiddetta “Casa russa” ha inaugurato la propria sede a Niamey, con il compito di aumentare la cooperazione culturale ed economica tra i due paesi.

Mercenari siriani per conto della Turchia
Ma la presenza militare di Mosca evidentemente non basta, e la giunta militare nigerina intende differenziare le proprie alleanze lasciando spazio agli appetiti di Erdogan.

Le indiscrezioni erano già filtrate nei mesi scorsi, ma nelle ultime settimane sembrano arrivate conferme sostanziali sul fatto che in Niger sono stati già schierati ben 1100 combattenti siriani.

I mercenari provenienti dal paese arabo sono stati reclutati, di fatto, su iniziativa della Turchia nei territori nord-occidentali della Siria, occupati ormai da qualche anno dalle truppe di Ankara.

I mercenari del cosiddetto “Esercito Nazionale Siriano” vengono impiegati soprattutto per sorvegliare miniere, installazioni petrolifere, depositi di carburante e di armi e per proteggere le imprese turche operanti nel paese. Alcuni però sarebbero stati coinvolti in scontri con i miliziani jihadisti e avrebbero perso la vita, mentre una parte sarebbe stata di fatto subappaltata a Mosca e trasferita in alcune basi dell’esercito russo o dell’African Corps.

Ad occuparsi del trasferimento in Sahel dei mercenari siriani sarebbe stato il gruppo paramilitare turco Sadat, che ha permesso finora al presidente Recep Tayyip Erdogan di intervenire in alcune aree che la sua agenda neo-ottomana ritiene interessanti senza coinvolgere direttamente le forze armate di Ankara.

Parigi perde il suo uranio
La presenza militare russa e turca si accompagna ad una sempre maggiore penetrazione in Niger delle imprese dei due paesi.

A farne le spese, ancora una volta, gli interessi economici e geopolitici occidentali. È stata soprattutto la Francia a perdere contratti milionari e strategici, come quelli per l’estrazione dell’uranio che alimenta le sue centrali nucleari.

Il 20 giugno scorso la multinazionale energetica statale francese Orano ha annunciato la revoca da parte delle autorità di Niamey dei permessi di sfruttamento della miniera di Imouraren, nel nord del paese, considerata tra le più grandi del mondo.

L’estrazione del minerale dal sito da parte di Orano, che possedeva il 63% delle quote di un’impresa controllata locale (la Société des mines de l’Aïr), avrebbe dovuto iniziare nel 2015 ma il crollo del prezzo dell’uranio dopo il grave incidente di Fukushima aveva convinto a rimandare l’apertura, in attesa di tempi migliori.

Lo stop della giunta militare nigerina è arrivato proprio mentre stavano per riprendere le attività e le prime squadre di operai erano tornate nelle gallerie.

La decisione di revocare a Orano la licenza è arrivata pochi giorni dopo che il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria – così si è ribattezzata la giunta golpista – aveva intimato all’impresa francese di iniziare lo sfruttamento del sito entro il 19 giugno, ben sapendo che sarebbe stato impossibile.

Nel frattempo alcune indiscrezioni, per ora non confermate, affermano che la miniera di Imouraren potrebbe essere affidata alla compagnia statale russa Rosatom.

Nel 2022 il Niger forniva un quarto dell’uranio necessario per il funzionamento delle centrali nucleari in Europa, dietro al Kazakistan e davanti al Canada.

Il Niger nazionalizza il petrolio
Alla fine di giugno, intanto, il primo ministro nigerino Ali Mahamane Lamine Zeine ha dato il via alla fase 2 del progetto Agadem che punta a nazionalizzare l’estrazione e la commercializzazione del petrolio, che nel paese si estrae dal 2011.

Nelle ultime settimane, però, il Fronte Patriottico di Liberazione – un gruppo armato che si oppone all’attuale regime – ha più volte sabotato l’oleodotto che si estende per 2 mila chilometri collegando il giacimento di Agadem con la costa del Benin.

Il leader del movimento, Mahamoud Sallah ha rivendicato i sabotaggi chiedendo la liberazione del presidente deposto, Mohamed Bazoum, e l’annullamento del prestito di 400 milioni di dollari elargito dalla China National Petroleum Corporation in cambio dei diritti di commercializzazione del greggio.

Fonte

07/08/2023

Niger - Cos’è il movimento M62 che lotta contro la Francia e sostiene la nuova giunta

Mentre Francia, UE, USA e l’ECOWAS, sostenuto dall’Occidente, minacciano l’intervento militare se il presidente deposto Bazoum non sarà reintegrato, ogni giorno migliaia di cittadini scendono in piazza organizzati dal Movimento M62, che da anni si batte contro la presenza francese e per una reale indipendenza del paese.

Migliaia di persone sono mobilitate nelle strade per sostenere il Consiglio Nazionale di Salvaguardia della Patria, il gruppo di ufficiali che ha preso le redini del paese, con parole d’ordine e slogan contro il loro ex colonizzatore: “Abbasso la Francia”, “Fuori le basi straniere”, “Per un nuovo ordine”, “Il Niger ai nigerini”.

Sin dalle elezioni dell’aprile 2021 in seguito alla vittoria, Bazoum – supportato dalla Francia – ha istituito blocchi di Internet, dei media e attacchi ai movimenti popolari. Le forze di sicurezza hanno represso le proteste e arrestato centinaia di oppositori.

Nel novembre dello stesso anno, con proteste di massa, i manifestanti cercarono di fermare il transito di un convoglio dell’esercito francese attraverso il paese, i soldati francesi e i gendarmi nigerini che scortavano il convoglio, spararono, uccidendo 2 nigerini e ferendone 18.

Annunciando il ritiro di 2.400 soldati dal Mali nel febbraio 2022, il presidente francese Macron aveva detto all’epoca che il “cuore” delle operazioni militari francesi nel Sahel “non sarà più in Mali ma in Niger”.

Indifferente al sentimento popolare antifrancese in Niger e nelle altre ex colonie dell’Africa occidentale, il “democratico” Bazoum, reclamizzato dalla BBC come un alleato occidentale chiave, ha subito accolto in Niger le truppe francesi cacciate dal Mali.

“...È inaccettabile e intollerabile accettare questo ridispiegamento sul nostro territorio”, aveva detto Maïkol Zodi, uno dei leader del movimento di protesta che chiedeva il ritiro delle truppe francesi, avvertendo che “li tratteremo come una forza di occupazione”.

Obiettivo difesa della “democrazia” o dell’uranio?

Va sottolineato che il Niger è il terzo fornitore di uranio della Francia ed al settimo posto a livello mondiale.

La crisi in Niger si è impennata improvvisamente quando la Giunta militare ha vietato l’esportazione di uranio verso la Francia. Il metallo è fondamentale per Parigi, in quanto serve per alimentare le centrali nucleari francesi, che producono circa il 60% dell’elettricità nel Paese europeo, oltre che per l’industria marittima e degli armamenti.

Inoltre la stessa UE importa il 24% di uranio dalla Nazione africana.

Il Niger, che ha i minerali di uranio di più alta qualità, l’anno scorso ha prodotto 2.020 tonnellate, circa il 5% della produzione mondiale e ha una riserva di 311.110 tonnellate in totale, secondo la World Nuclear Association (WNA),

La Francia ha bisogno, in media, di circa 7.800 tonnellate di uranio all’anno per far funzionare 56 reattori in 18 centrali nucleari. Questo è il motivo per cui Parigi importa uranio dalla sua ex colonia da 50 anni e perché la occupa da sempre.

Il Niger è anche il secondo fornitore di uranio dell’Unione Europea.

Il 4 luglio 2022, una coalizione di circa 20 associazioni, alcuni sindacati di varie categorie e comitati popolari, forma M62, che riunisce le maggiori realtà di lotta contro la presenza militare straniera.

Questo movimento è impegnato da anni nel tentativo di espellere i soldati stranieri dal Niger e oggi è diventato protagonista delle manifestazioni popolari.

Abdourhamane Ide è un membro del consiglio generale e una delle anime delle manifestazioni che attraversano Niamey e altre città. Così si è espresso in questi giorni a nome del Movimento:
“...Il nostro è un movimento radicato nel territorio e cerchiamo di rappresentare le diverse anime della società nigerina.

Da anni stiamo lottando duramente per cacciare tutti i militari stranieri dal nostro Paese, non abbiamo bisogno di balie internazionali, l’esercito del Niger può benissimo difendere la sua gente...

I francesi non sono qui per aiutarci, solo per sfruttarci. Appoggiamo con tutto il cuore il colpo di stato dei nostri soldati che si sono ripresi la dignità che le truppe straniere avevano loro tolto.

L’ex presidente Bazoum era al servizio di Parigi e Washington e non ha servito gli interessi del popolo nigerino, ma solo quelli degli stranieri che vengono qui a rubare il nostro uranio...

Vogliamo lavorare con il Mali e il Burkina Faso, i nostri vicini, che hanno migliorato le loro condizioni di vita da quando hanno cacciato i francesi e operano con i russi.

Parigi ha solo finto di combattere il jihadismo, usandolo come scusa per avere basi militari qui e sfruttare la nostra ricchezza. Con Mosca possiamo lavorare diversamente, è finito il tempo dei francesi in Africa...”.
Una presa di posizione forte e decisa che vede nella Russia il partner migliore per il Niger.

L’obiettivo principale del programma politico di M62 e di tutte le proteste è la matrigna Francia, che, se perde anche il Niger e il suo uranio, subirebbe quasi un colpo di grazia per l’impero morente della Francafrique.

Coordinatore del movimento M62, è Abdoulaye Seydou, uno dei militanti antifrancesi più noti nel paese, il quale ha denunciato che le truppe francesi, schierate come parte dell’operazione Barkhane, hanno “ucciso più civili che terroristi”.

Indossando una maglietta con l’immagine di Thomas Sankara alla protesta guidata dall’M62 nel settembre 2022, ha detto all’AFP “ci sono slogan antifrancesi perché chiediamo l’immediata partenza della forza Barkhane in Niger, che sta alienando la nostra sovranità e destabilizzando il Sahel”.

Il 23 gennaio 2023, Bazoum ha fatto arrestare Seydou, una detenzione arbitraria direttamente collegata al suo lavoro politico ed a una posizione fortemente patriottica; ad aprile, è stato condannato a nove mesi di reclusione per “diffusione di notizie suscettibili di turbare l’ordine pubblico e complicità in incendio doloso”. In questi giorni è stato liberato dalle nuove autorità.

Durante il colpo di stato di luglio il gruppo ha marciato a sostegno del colpo di stato. Su richiesta di Omar Tchiani, migliaia di nigerini si sono riuniti in Place de la Concertation a Niamey, davanti all’Assemblea nazionale, e hanno marciato verso l’ambasciata francese sventolando bandiere nigerine e russe, con slogan come “Abbasso la Francia, fuori Barkhane, non ci interessa l’ECOWAS, l’Unione Europea e l’Unione Africana!”, “Arrestare gli ex dignitari per recuperare i milioni rubati”, “Viva la Russia” e “Abbasso la Francia, lunga vita a Putin!”.

I manifestanti hanno anche chiesto un intervento immediato del gruppo paramilitare russo Wagner.

Durante la marcia sono stati chiusi gli ingressi alle ambasciate francese e americana. Le mura e i cancelli dell’ambasciata francese sono stati incendiati e danneggiati mentre i soldati nigerini e il generale Salifou Modi sono stati visti invitare la folla a disperdersi pacificamente.

Minacciando un intervento militare la Francia e gli Stati Uniti, con Macron e Blinken, attraverso la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), hanno chiesto al presidente del Ciad, Mahamat Idriss Déby, di attivarsi per “...aiutare a pianificare/guidare una possibile forza di intervento in Niger, essendo la forza più operativa nelle immediate vicinanze”.

Solo per chiarezza, va ricordato che anche il generale Deby ha preso il potere con un colpo di stato, dopo che suo padre ed ex presidente Idriss Deby è morto in uno scontro delle sue forze armate contro un gruppo ribelle nel nord del Ciad nell’aprile 2021.

Ma, a differenza del caso del Mali, del Burkina Faso o del Niger, dove i colpi di stato sono stati accolti da manifestazioni popolari di massa, il leader del golpe ciadiano ha dovuto affrontare proteste di massa, tra cui una importante il 20 ottobre 2022, che ha incontrato una violenta repressione.

ForeignPolicy la definì come “una delle peggiori repressioni nella storia del Paese”. Centinaia di persone furono imprigionate e le organizzazioni civili e i partiti politici locali hanno affermato che fino a 200 persone sono state uccise.

Ma siccome Deby non ha chiesto il ritiro delle truppe francesi, egli rimane nella lista dei ‘buoni’ per i suoi sostenitori occidentali.

Il portavoce delle nuove autorità, Abdramane ha detto che l’obiettivo è “approvare un piano di aggressione contro il Niger attraverso un imminente intervento militare in collaborazione con alcuni paesi occidentali. Vogliamo ricordare ancora una volta all’ECOWAS o a qualsiasi altro avventuriero, la nostra ferma determinazione a difendere la nostra patria con tutti mezzi...”.

Il noto giornalista televisivo camerunense Gilles-Claude Mbong Etoundi, in una intervista al giornale francese Le Parisienne, ha così spiegato il programma della giunta militare: “...L’esercito ha compiuto il suo putsch, ma allo stesso tempo i militari si stanno organizzando e coordinando con una spirale di gruppi della società civile e politici patriottici, come alleati dell’esercito. Questi gruppi, raggruppati sotto l’ombrello del movimento M62, danno forza e sostegno popolare al rovesciamento militare...”.

Tra questi vi è il Partito Panafricano del Niger che si è schierato al fianco della posizione di M62. Per Abdourahamane Oumarou, presidente del partito, è una questione prioritaria di sovranità e indipendenza.

In una intervista del 1 agosto all’agenzia di stampa Ria Novosti, Oumarou ha dichiarato che:
“...il Niger vede la Russia come un partner serio e affidabile che può sostituire quelli da sempre presenti, che hanno solo sfruttato il popolo nigerino. Con essa si potranno attuare progetti congiunti reciprocamente vantaggiosi e sviluppare i depositi di uranio e petrolio nel Paese...

Abbiamo uranio, petrolio e molto altro nel nostro Paese, ma dobbiamo vedere come lavorare e come svilupparli e condividerli, perché finora gli scambi con i paesi occidentali e con la Francia in particolare, non sono stati fruttuosi per il Paese, quindi l’Africa ora deve lavorare con la Russia, perché la Russia è seria e ci aiuterà a condividere tutto ciò che facciamo insieme...

Il rafforzamento delle relazioni andrà a beneficio non solo dei popoli dell’Africa, ma anche dei cittadini russi. I russi non hanno molte aziende nel mio Paese, ma spero e penso che questo dovrà essere fatto. E penso che servirà a rafforzare la loro presenza reciprocamente vantaggiosa in Africa”.
Abdourahamane Oumarou ritiene che “...Noi come partito panafricanista che sostiene la sovranità di ogni paese e popolo, siamo fermamente contrari alla presenza delle forze militari straniere dell’operazione Barkhane in Niger. E facciamo appello al popolo del Niger affinché si alzi come un solo uomo per bloccare tutto questo. Continueremo a denunciare e manifesteremo per riconquistare la nostra sovranità...”.

Alcuni video della TV Francese dalle piazze di Niamey:

- video 1

- video 2

Fonte

04/08/2023

L’uranio del Niger è la vera posta in gioco per la Francia e l’Occidente

All’indomani delle proteste del 30 luglio davanti all’ambasciata di Niamey, il presidente Emmanuel Macron ha dichiarato che non tollererà alcun attacco al suo Paese e ai suoi interessi. “Chiunque attacchi i cittadini francesi, l’esercito, i diplomatici e le imprese vedrebbe la Francia rispondere immediatamente e intrattabilmente”, ha avvertito l’Eliseo.

Oltre ai 1.500 soldati e dai 500 ai 600 cittadini francesi sul posto, Niamey rappresenta una posta economica strategica per Parigi. Con Orano, la multinazionale posseduta al 45% dallo Stato francese, il Paese importa uranio naturale dal deserto del Niger, indispensabile per il funzionamento delle centrali nucleari in Francia.

Prima fonte di produzione e consumo di elettricità in Francia, con una flotta di 56 reattori distribuiti su tutto il territorio, l’energia nucleare è pilotata dal gruppo EDF. Se l’azienda energetica francese si rifiuta di comunicare i dati sul suo portafoglio di forniture, afferma a Jeune Afrique “di non dipendere da nessun sito, da nessuna compagnia e da nessun Paese”.

Il gruppo importa 7.000 tonnellate di uranio ogni anno, ovvero quasi il 10% della domanda globale. E le importazioni di uranio del Niger coprirebbero tra il 10 e il 15% del fabbisogno della Francia. “Per motivi di sicurezza dell’approvvigionamento delle centrali nucleari, EDF sta massimizzando la diversificazione delle sue fonti geografiche e dei suoi fornitori”, precisa un portavoce della direzione.

La società mineraria francese e il governo nigeriano hanno firmato il 4 maggio un “accordo di partenariato globale” che prevede l’estensione dell’attività di Somaïr, l’unica miniera di uranio del gruppo ancora in funzione nel nord del Niger, fino al 2040.

All’inizio delle discussioni, l’orizzonte citato era l’anno 2029. La data del 2040 dovrebbe consentire lo sfruttamento della miniera fino al suo esaurimento.

Le due parti hanno invece deciso di posticipare l’inizio dello sfruttamento di Imouraren, uno dei giacimenti di uranio più grandi al mondo, sempre nel nord del Niger, le cui riserve sono state stimate intorno alle 200.000 tonnellate.

Il suo sfruttamento sarebbe dovuto iniziare nel 2015, ma il calo dei prezzi dell’uranio sul mercato mondiale, dopo il disastro nucleare di Fukushima in Giappone nel 2011, lo ha congelato.

Mentre i timori sono stati sollevati dopo il colpo di stato contro Mohamed Bazoum, le centrali nucleari francesi sembrano, in questa fase, immuni dalle ripercussioni della situazione della sicurezza in Niger.

Una società responsabile dell’estrazione dell’uranio nel deserto nigerino, Orano (ex-Areva) ha confermato che continuerà le sue attività nella sua sede di Niamey, e nei siti operativi di Arlit e Akokan.

Presente nel Paese da 50 anni attraverso 3 società, Cominak, Somaïr e Imouraren, la multinazionale ha annunciato una riorganizzazione adeguata al contesto attuale. “La sicurezza di tutti i nostri dipendenti presenti in Niger e dei nostri cantieri continua ad essere assicurata con maggiore vigilanza”, precisa una comunicazione del gruppo datata 1 agosto.

Fonte

01/08/2023

Il Niger è un test decisivo per l’imperialismo europeo in Africa

Il Niger è già diventato un test decisivo. Non sarà come per il Mali, il Burkina Faso, la Repubblica Centroafricana, la Guinea, per il semplice motivo che l’imperialismo europeo non può fare a meno del Niger.

Uno dei paesi più poveri del mondo ha la disgrazia di essere ricco di materie prime strategiche per le industrie europee: uranio, oro, silicio. E poi in Niger i militari europei e statunitensi sono già presenti sul campo con i loro contingenti, inclusi Italia e Germania.

Domenica 30 luglio ad Abuja i paesi “ascari” della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao) – hanno già imposto sanzioni alla giunta golpista, arrivando a minacciare l’uso della forza in caso di mancato ripristino del presidente filofrancese.

Dal canto loro i governi di Burkina Faso e Mali hanno avvertito in una dichiarazione di lunedì 31 luglio che “qualsiasi intervento militare contro il Niger” con l’obiettivo di restaurare il presidente eletto Mohamed Bazoum, “equivarrebbe a una dichiarazione di guerra” contro di loro. Insomma un posizionamento forte al fianco dei militari nigerini che hanno rovesciato il presidente filofrancese.

La Francia si è già dichiarata sempre più preoccupata per l’evolversi degli eventi in un Paese ritenuto strategico da Parigi sia per la massiccia presenza militare sia – e soprattutto – per le riserve di uranio presenti in Niger, da cui dipende buona parte del fabbisogno energetico francese.

Una preoccupazione resa ancor più acuta dalle manifestazioni di massa che si sono tenute nella capitale Niamey a sostegno dei militari golpisti, in cui si sono viste sventolare bandiere della Russia ed è stata presa d’assalto anche l’ambasciata francese. L’attacco ha suscitato la pronta reazione di Parigi, con l’Eliseo che ha fatto sapere che “non tollererà alcun attacco contro la Francia e i suoi interessi”.

Alla luce di quanto sta avvenendo, e vista l’importanza strategica che il Niger riveste per l’Europa, l’eventualità di un intervento militare da parte della Francia non può affatto essere scartata.

Lo stesso Macron ha usato parole molto dure: “Chiunque attacchi i cittadini francesi, l’esercito, i diplomatici e la sedi francesi vedrà la Francia reagire in modo immediato e inflessibile”, ha fatto sapere l’Eliseo in una nota.

Un possibile intervento francese è stato paventato anche dalla stessa giunta militare di Niamey, che ha accusato la Francia di voler cercare “modi e mezzi per intervenire militarmente in Niger”.

In un comunicato letto in diretta dal colonnello maggiore Amadou Abdramane, portavoce del Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria (Cnsp), la giunta ha denunciato il fatto che sarebbe avvenuto un incontro tra i soldati francesi, l’ex ministro delle Finanze, Hassoumi Massaoudou, e l’ex capo della Guardia nazionale del Niger, Midou Guirey, per firmare un documento che autorizzi la Francia a compiere attacchi contro il palazzo presidenziale.

È evidente come, a differenza di quanto accaduto negli ultimi tre anni con i colpi di Stato in Mali, Guinea e Burkina Faso, questa volta la Francia difficilmente potrà tollerare la perdita d’influenza in quello che da anni era il suo principale alleato strategico nel Sahel, oggi accreditato piuttosto goffamente come “ultimo bastione democratico” in una regione ormai quasi interamente formata da Paesi guidati da giunte militari golpiste riconducibili all’orbita russa.

È al Niger che Francia, Unione europea e Stati Uniti si erano finora aggrappati per non vedersi definitivamente estromessi nel Sahel a vantaggio della Russia.

In Niger la Francia ha già ricollocato i circa 2.400 militari della missione francese Barkhane precedentemente stanziati in Mali, come voluto dal presidente Emmanuel Macron in seguito all’escalation delle tensioni antifrancesi nel paese.

La stessa sorte è toccata ai militari della task force europea Takuba (cui l’Italia contribuiva con circa 200 uomini), ora riposizionati proprio in Niger alla frontiera con il Mali, in seguito alla chiusura delle basi militari maliane di Gossi, Menaka e Gao. Un eventuale scivolamento del Niger in orbita russa sancirebbe dunque la definitiva estromissione francese ed europea dal Sahel, con conseguenze che andrebbero ben oltre la dimensione militare. Con due miniere di uranio – quelle di Acuta e di Arlit – gestite entrambe dalla società francese Orano, il Niger è infatti il primo fornitore di uranio dell’Ue, assicurando il 24 per cento del fabbisogno europeo.

Il presidente del Ciad, Mahamat Idriss Déby Itno, uno dei pochi alleati rimasti alla Francia nel Sahel, ha effettuato due giorni fa una visita di qualche ora a Niamey per trovare una soluzione negoziata, mentre a Niamey andavano in scena manifestazioni di massa.

Il Niger, appunto, sarà un test decisivo della competizione nelle relazioni internazionali in Africa. Non è difficile prevedere un intervento militare dei pochi paesi africani rimasti fedeli all’Occidente con il sostegno dei militari europei e statunitensi già presenti nel paese e nel vicino Ciad.

Fonte

30/07/2023

Niger - I risvolti internazionali del colpo di stato

di Francesco Dall'Aglio

La situazione in Niger diventa sempre più complessa e, soprattutto, le ramificazioni internazionali del colpo di stato aumentano.

Il 26 luglio il generale Abdourahamane Tchiani, capo della Guardia Presidenziale, si è proclamato "capo del Consiglio Nazionale per la Difesa della patria" e il 29 è stato proclamato nuovo capo di stato, ma il presidente Mohamed Bazoum ha dichiarato che non ha intenzione di lasciare il suo posto e che continuano i negoziati con i ribelli, anche se non è chiaro chi le conduce e a che scopo.

Il 27, anche l'esercito si è schierato con i ribelli e nella capitale Niamey sono cominciate manifestazioni pro-esercito e sono comparse le prime bandiere russe, il cui numero è aumentato di parecchio nei giorni successivi. E mentre la Russia, tramite Prigožin, si è complimentata con i ribelli e ha promesso sostegno, le reazioni internazionali sono state ovviamente molto critiche, soprattutto quelle di Francia e USA che hanno dichiarato che non riconoscono il cambio di governo.

Oggi ad Abuja (Nigeria) si sta tenendo un vertice straordinario dei capi di stato dei paesi dell'ECOWAS, la Comunità Economica dei Paesi dell'Africa Occidentale, preoccupati delle potenzialità destabilizzanti del colpo di stato. Il vertice ha dato sette giorni di tempo ai rivoltosi per sgomberare il campo, altrimenti non esclude la possibilità di un intervento militare; anche l'Unione Economica e Monetaria dell'Africa Occidentale (UEMOA), che raggruppa i paesi che utilizzano come valuta il Franco CFA, ha minacciato sanzioni quali la sospensione del Niger dall'associazione, l'esclusione dalla Banca Centrale e dai mercati finanziari UEMOA, e la chiusura dello spazio aereo dell'Associazione agli aerei del Niger.

Anche il Ciad, che confina a est con il Niger ma non è membro di nessuna delle due organizzazioni, è stato invitato al summit ECOWAS. Inoltre, a parte la presenza militare statunitense e francese, con circa 15000 soldati, in Niger è attiva da febbraio una missione militare dell'Unione Europea guidata da un italiano, il colonnello guastatore paracadutista Antonio D’Agostino (questo il sito della missione), cosa che spiace ulteriormente ai ribelli – e siccome nessuna crisi internazionale può dirsi completa senza un elemento surreale, il 25 luglio il governo dell'Estonia ha chiesto al proprio parlamento di approvare la partecipazione di cinque (CINQUE) militari estoni alla missione, cosa che, senza dubbio, chiuderà la crisi.

La prospettiva (che in realtà non è chiaro quanto fondata) di un intervento militare dell'ECOWAS ha ulteriormente esacerbato la situazione: le manifestazioni si sono fatte più accese, la presenza di bandiere russe più diffusa, e la folla ha dato l'assalto all'ambasciata francese senza fare in realtà troppi danni – come al solito, i tricolori sventolati dagli insorti non sono quelli francesi ma quelli russi.

Se il colpo di stato dovesse avere successo, si tratterebbe del quarto paese dell'area che si libera della presenza francese e occidentale con un colpo di stato e la creazione di una giunta militare, dopo Mali, Guinea e Burkina Faso, e che ovviamente guarda con simpatia, ricambiata, alla Russia per garantire la propria sopravvivenza politica e militare.

Ma oltre a motivi di prestigio, ciò che preoccupa maggiormente la Francia è la questione dell'uranio, di cui il Niger è il settimo produttore al mondo e che in buona parte viene estratta in una miniera di proprietà del gruppo francese Orano. A fine giugno, però, la Cina si era già fatta avanti, proponendo al governo del Niger la riapertura di una miniera di uranio chiusa e la costruzione di un oleodotto e di un parco industriale.

Il governo precedente si era detto interessato ed è molto verosimile che lo sarà anche quello attuale, se riuscirà a reggere. Che ci sia una correlazione tra le offerte economiche cinesi, le offerte militari russe, e il colpo di stato?

Fonte

17/03/2023

Libia - Sparite e ritrovate 2,5 tonnellate di uranio

L’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) aveva denunciato che circa 2,5 tonnellate di uranio naturale erano sparite da un sito in Libia. Il quotidiano libico Al Wasat, riferisce però che l’esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar ha fatto sapere che l’uranio dato per disperso dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) è stato ritrovato nei pressi del sito da cui era scomparso. I fusti di uranio sono stati ritrovati a 5 km di distanza dal precedente deposito. Ma adesso sono in mano alla fazione rivale del governo centrale di Tripoli.

Gli ispettori dell’Aiea martedì scorso avevano scoperto che 10 container con circa 2,5 tonnellate di uranio naturale sotto forma di concentrato di uranio (yellowcake) “non erano più dove le autorità avevano dichiarato che fossero”. Nessun dettaglio era stato fornito sul sito in questione. La Libia ha abbandonato il suo programma di sviluppo delle armi nucleari nel 2003, durante la leadership di Gheddafi. Dopo il colpo di stato che l’ha deposto nel 2011, il Paese è precipitato nel caos politico e militare con due governi che si contendono attualmente il potere, uno a Tripoli, l’altro a Tobruk.

Attualmente l’Africa riveste un ruolo di primo piano nelle attività estrattive di uranio a livello planetario. Secondo i dati pubblicati nel settembre scorso dalla World Nuclear Association e riferiti al 2020, sono 3 i Paesi africani inclusi nella classifica dei primi venti produttori mondiali: Namibia al terzo posto con 5.413 tonnellate, il Niger che si attesta al sesto posto con 2.991 tonnellate, segue poi in undicesima posizione il Sudafrica con 250 tonnellate.

Il Niger, che per anni è stato il leader africano nella produzione di uranio, dal 2016 è stato superato dalla Namibia.

In Niger opera la multinazionale francese Orano (ex Areva) che è azionista di maggioranza della Somaïr (Societé minière de l’Aïr con il 66 per cento delle quote) e della Cominak (Compagnie Minière d’Akouta con il 59 per cento), gestendo rispettivamente le miniere di Arlit e Akouta, cittadine della regione nordorientale di Agadez, a cui è stata attribuita fino al 2020 tutta la produzione nigerina. Sebbene in questo Paese sia avvenuta, nel marzo scorso, la chiusura per esaurimento della miniera di Akouta, la Orano si è impegnata presso il governo di Niamey a sviluppare un nuovo sito, quello di Imouraren.

La società russa Rosatom ha deciso invece di portare avanti il progetto di sfruttamento dell’uranio nella zona di Mkuju River, situata nel settore meridionale della Tanzania, non lontano dal confine con la provincia mozambicana di Cabo Delgado. Già nel decennio scorso era stata avviata una proficua collaborazione tra il governo di Mosca e quello tanzaniano attraverso la società Uranium One, divisione mineraria internazionale della Rosatom.

Fonte

23/05/2022

Torna lo spettro della fame, questa volta mondiale

Uno dei temi più agitati negli ultimi tempi da governi e media occidentali è quello dell’imminente catastrofe alimentare che si prospetterebbe nel mondo. Ovviamente, quando parlano di “mondo”, intendono esclusivamente le terre emerse abitate dai popoli “civili” che, messi insieme (diciamo: USA, Canada, Gran Bretagna e paesi UE), costituiscono meno di un ottavo della popolazione mondiale.

Così pure, quando parlano di catastrofe alimentare, non intendono certo l’affamamento delle popolazioni di quello che un tempo si chiamava Terzo Mondo, per le politiche di rapina e di guerra delle élite monopolistiche del Primo mondo; intendono solo la fame di profitti di quelle élite.

In ogni caso, causa della catastrofe annunciata è, manco a dirlo, la guerra della Russia in Ucraina e il blocco delle esportazioni di grano e in generale, di cereali ucraini, imposto da Mosca.

Joe Biden tira ipocritamente in ballo proprio il continente africano, urlando che «le azioni della Russia in Ucraina hanno bloccato fonti cruciali di prodotti alimentari. Se tonnellate di grano non raggiungono il mercato, molte persone in Africa moriranno di fame».

Da Europa e America si grida al nuovo “Golodomor” imbastito da Mosca, questa volta ai danni del mondo intero, e non della sola Ucraina, come nel 1932; per inciso, sembra che questa settimana il PD porti davvero in Parlamento la mozione per far riconoscere dall’Italia il “Holodomor” quale «crimine contro l’umanità».

A dire il vero, anche Mosca lancia l’allarme del disastro alimentare: l’assistente presidenziale Maksim Oreškin ha detto che «di fronte alla fame globale che si verificherà il prossimo autunno in tutto il mondo, è importante che la Russia non abbia a soffrire, ma si faccia trovare pienamente garantita sul piano alimentare».

Oreškin ribalta anzi le accuse occidentali e afferma che «ciò che sta tentando di fare ora l’America, cioè di portar via dall’Ucraina le sue riserve di grano, rappresenta un ulteriore passo che condanna l’Ucraina a seri problemi e il mondo intero a grossi problemi alimentari».

Secondo la FAO, già a marzo i prezzi del grano erano cresciuti del 19,7% e del granturco del 19,1%. Il Ministero degli esteri russo parla di un aumento, negli ultimi due anni (prima del 24 febbraio 2022), del 162% per il granturco e del 175% per la colza, causato da pandemia, rincaro di noli, aumento del prezzo del petrolio e dei fertilizzanti, guerre commerciali e sanzioni.

Secondo varie stime, Russia e Ucraina rappresentano insieme circa il 30% delle esportazioni mondiali di grano, il 20% delle esportazioni di mais e l’80% delle esportazioni di olio di girasole.

In una conversazione “casalinga” tra direttore e vice-direttore di Vita Internazionale (una delle più vecchie riviste sovietiche: esce dall’agosto 1954) Armen Oganesjan e Mikhail Kurakin, esaminano la situazione generale, partendo dalle dichiarazioni occidentali su circa venticinque milioni di tonnellate di grano che sarebbero ferme nei depositi ucraini per colpa della Russia, con USA, Canada e UE che si sbracciano in “proposte” per portare il grano: ovviamente, ognuno nei propri paesi, non certo in Africa.

È pura volontà di lucrare, dice Oganesjan: «togliete le sanzioni che avete imposto alla Russia sui trasporti e noi ci incaricheremo, sotto controllo ONU, delle forniture dirette a quei paesi che davvero soffrono la fame».

Il britannico Economist giunge a proporre lo sblocco dei porti ucraini sul mar Nero, imponendo alla Russia l’uscita di navi ucraine sotto scorta NATO e chiedendo alla Turchia l’apertura del Bosforo (nonostante Montreaux).

Ma, sbotta Oganesjan, «se non rimuovete le sanzioni, non avrete un solo chicco di grano». Guardiamo prima quali siano i paesi davvero alla fame e, malgrado la Russia «vieti esportazioni di grano dal proprio territorio, non li lasceremo morire di fame».

Oggi però, a fronte delle riserve ufficiali ucraine di 25 milioni di tonnellate, se USA e UE cominciano a portarle via i cereali, quale “pagamento” per le forniture di armamenti, l’Ucraina sarà ridotta alla fame e non avranno nulla per seminare.

Ma, ricorda Kurakin, appena due anni fa, il Ministero degli interni ucraino aveva parlato di «riserve statali ridotte a zero», completamente inghiottite da «topi molto grossi»: il riferimento implicito è ai monopoli agroalimentari internazionali (Cargill, Monsanto, Dupont, AgroGeneration, ecc.) che, profittando dell’eliminazione della moratoria, già dal 2016, sulla privatizzazione dei terreni agricoli in Ucraina, hanno messo le mai sulle fertili terre nere dell’Ucraina occidentale e meridionale.

Di fatto, oggi l’Ucraina è rimasta quasi l’unica, tra i maggiori produttori cerealicoli, a consentire l’esportazione – pochi giorni fa, erano circolati video su lunghe colonne di TIR con targhe lituane, lettoni, polacche, nei pressi di Nizza, che presumibilmente portavano cereali ucraini da imbarcare per oltreoceano – di grano: Russia, Cina, India, Serbia, Kazakhstan, Egitto la vietano, per motivi di sicurezza alimentare.

L’ex Primo ministro del Benin, Lionel Zinsou, ricorda ancora Vita Internazionale, parlando il marzo scorso al Cercle des Nouveaux Mondes, aveva detto che «Oggi non sentiamo parlare d’altro che di crisi ucraina, sanzioni anti-russe, petrolio, gas... Ma, capite cosa significhi questa crisi, ad esempio, per l’Africa? La Russia ci fornisce grano e mais. Tutta la logistica passa attraverso il mar Nero.

Il mondo africano si è bloccato inorridito per ciò che sta accadendo. Inorridito dalle azioni di USA e UE... Per voi, al primo posto ci sono sempre i problemi energetici. Nel peggiore dei casi, avrete meno calore e meno macchine, ma in Africa avremo la fame! E una crisi in Africa significherà la distruzione dell’Europa»
, con l’afflusso di profughi in cerca di cibo.

Post scriptum: su notizie diffuse da N-TV, Colonelcassd nota che sì, è un quotidiano gran vociare di sanzioni alla Russia, di embargo; nella UE si parla molto di embargo su petrolio e gas russi, ma «per dimenticanza o deliberatamente tacciono sull’uranio arricchito», nonostante che la UE dipenda da questo più che dal gas naturale.

Secondo Euratom, la UE acquista da Russia e Kazakhstan circa il 40% dell’uranio arricchito necessario per il funzionamento delle centrali nucleari; la UE acquista da Mosca anche la tecnologia necessaria al processo di arricchimento dell’uranio e 18 paesi dell’Unione hanno reattori russi. E, nota N-TV, a dispetto della guerra in Ucraina, la cooperazione in questo settore non si è finora interrotta e anzi Mosca profitta dell’aumento, ora, del 30% del prezzo dell’uranio.

Alla maniera delle novelle del vecchio testamento, ognuno faceva quel che gli pareva meglio.

Fonte

04/05/2018

La missione in Mali e la presenza della Francia in Africa

L’obiettivo ultimo della guerra francese in Mali, iniziata nel 2013, non è né la lotta contro il terrorismo né l’instaurazione della democrazia.

In un contesto di rivalità internazionale, la Parigi di Sarkozy, di François Hollande e di Macron scatena sempre nuove guerre nel continente africano solo per proteggere i propri interessi imperialisti tra cui in particolare le vaste miniere di uranio del Sahel che alimentano le centrali nucleari francesi.

Questa crisi nel Sahel è il risultato diretto e concreto della guerra libica lanciata sette anni fa dalla NATO con l’aiuto delle milizie islamiche per rovesciare il regime del grande leader Muhammar Gheddafi.

Dopo la caduta di Gheddafi, i tuareg che avevano combattuto con quest'ultimo entrarono nel nord del Mali e sostennero i gruppi locali tuareg tra cui l’MNLA (Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad) nella loro guerra contro l’esercito del Mali nel nord del paese.

Questo determinò una crisi politica a Bamako, la capitale del Mali, e portò al colpo di stato che rovesciò il presidente Amadou Toumani Touré (detto ATT) nel marzo 2012.

All’inizio di questa storia, Parigi cercò di cacciare la giunta militare che si era insediata dopo il golpe, costringendo il capitano Sanogo Amadou, che aveva guidato la rivolta, a cedere la sua poltrona ad un governo provvisorio, per altro nominato dalla stessa giunta militare.

Ed è così che nel gennaio 2013 Parigi ha potuto lanciare la propria guerra in Mali come una guerra per proteggere la democrazia contro l’islamismo.

Come promemoria va ricordato che il giovane Macron, appena eletto, ha promesso di intensificare la guerra lanciata dal fratello maggiore Francois Holland e il 2 luglio 2017, lo stesso Macron ha partecipato a un vertice straordinario dei capi di stato del G5-Sahel (Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania e Niger) a Bamako.

Questo vertice ha messo in campo 5.000 soldati messi a disposizione dai paesi del G5-Sahel.

Ma il giovane Macron ha confermato che la Francia rimarrà in Africa e manterrà comunque i suoi 4.000 soldati dispiegati nel Sahel nell’ambito dell’operazione Barkhane, iniziata il 1° agosto del 2014 dal suo predecessore Hollande.

Macron dichiara che il suo esercito rimarrà in Mali fintantoché durerà la lotta contro il terrorismo, senza fornire alcuna indicazione sulla data in cui Parigi ritirerà i propri soldati.

Va sottolineato che il G5-Sahel ha stimato il costo previsto di questa operazione militare in 423 milioni di euro nel solo primo anno.

A questo proposito, l’Unione Europea ha promesso 50 milioni di euro e ciascun paese del G5-Sahel ha dovuto versare un contributo di 10 milioni di euro.

Quindi la Francia di Macron cercherà finanziamenti anche dai suoi alleati imperialisti come la Germania e gli Stati Uniti.

Come effetto di questa guerra, secondo le Nazioni Unite, quasi 5 milioni di persone hanno abbandonato le loro case e 24 milioni hanno bisogno di aiuti umanitari.

Va sottolineato che anche i governi locali mantenuti al potere dall’intervento francese criticano duramente la guerra in Libia e il caos che ne è seguito nella regione.

Tuttavia anche le truppe americane intervengono in Niger e nel Sahel e in questo modo aumentano le contraddizioni tra le potenze imperialiste e con la Cina la cui influenza politica in Africa aumenta in parallelo con il crescere della sua influenza commerciale.

Gli Stati Uniti, ostili alla richiesta francese di operazioni in Africa sotto l’egida dell’ONU e riluttanti a finanziare l’esercito francese, hanno espresso serie riserve sul G5-Sahel.

Inoltre, Washigton rifiuta in particolare di finanziare il G5-Sahel attraverso il canale ONU, mentre l’amministrazione di Donald Trump mira a ridurre i sussidi pagati all’ONU dagli Stati Uniti e sovvenziona direttamente i paesi membri del G5-Sahel.

Washington ha annunciato 51 milioni di euro in aiuti a questi paesi e ha ribadito che questi fondi non andranno alle Nazioni Unite.

Rex Tillerson, l’ex Segretario di Stato americano, riteneva che l’aiuto degli Stati Uniti dovesse andare direttamente ai propri partner regionali per garantire sicurezza e stabilità contro lo stato islamico e le altre reti terroristiche. “Questa è una lotta che dobbiamo vincere e questi soldi giocheranno un ruolo chiave nel raggiungere la vittoria”, ha dichiarato.

Queste guerre e questa instabilità politica spingono migliaia di persone a fuggire dal continente per raggiungere l’Europa attraverso il Mali, il Niger e l’Algeria.

La metà di loro si ritrova intrappolata nelle prigioni della Libia, dove vengono maltrattati, uccisi e ridotti in schiavitù sotto gli occhi della comunità internazionale.

L’altra metà riesce ad arrivare in Europa su imbarcazioni di fortuna.

Ma a questi rifugiati in fuga dalle persecuzioni viene dato un nuovo nome che in base alla legge Bossi e alla legge Orlando-Minniti, è quello di “migranti economici”.

Fonte

04/03/2018

La rabbia del vento: dall’uranio al Sahel

Ad Arlit la gente beve l’acqua radioattiva. Il titolo dell’articolo su Le Monde non fa che confermare quanto denunciato a suo tempo dalla società civile locale. La ditta francese Areva da oltre quarantanni estrae l’uranio in questa zona al confine con l’Algeria. La realizzatrice nigerina Amina Weira, intervistata dal giornale francese, è nata e ha vissuto per anni sul posto. Ricorda che da bambina, ancora senza capire, notava l’esistenza di molti problemi di salute. Difficoltà respiratorie, tumori, neonati deformi… da bimbi si diceva come dappertutto che ‘quello era il destino’, che era Dio a dare un figlio così. Ma erano soprattutto i pensionati ad accusare malesseri, paralisi o malattie strane. Amina ha scelto di fare un documentario, la cui diffusione è vietata nel Niger, nel quale mostra la polvere radioattiva di Arlit, l’acqua avvelenata che si beve, le case costruite con materiale di riporto delle miniere, il cibo contaminato e gli animali che muoiono. ‘La rabbia del vento’ è il titolo del film, presentato a Dakar nel Senegal e vietato in patria.

Dal 27 gennaio di quest’anno il nome Areva si è mutato in Orano. Questo nome, che deriva dal latino uranus, fa anche eco a Ouranos, il dio greco del cielo che diventa Uranus nella mitologia romana. E’ lo stesso che dà il nome al pianeta poi dirottato al minerale dell’atomica. La lettera O indica il ciclo del combustibile nucleare che permette di trasformare il materiale in ‘yellow cake’, il dolce giallo, che col nero è il colore di Orano. Accade ancora il miracolo, l’uranio si trasforma in oro per qualcuno e in morte per gli altri che non entrano nel conto, ecco il senso della striscia nera dello stemma della ditta francese. La rabbia del vento è militarizzata come la zona di Arlit dove alcuni tecnici erano stati rapiti e poi rilasciati dopo il pagamento del riscatto. Hanno comprato il silenzio della città miniera in cambio di case, scuole, dispensario e una strada che usano i camion per trasportare il minerale trattato fino al mare. E’ un silenzio contaminato dagli interessi della potenza coloniale che compra la morte dei poveri con la complicità dei politici.

Sono gli stessi che ricompensano coloro che questa domenica marceranno per sostenere la politica economica del governo. La ‘radio del marciapiede’ insinua che oltre 700 milioni in moneta locale (oltre un milione di euro) stanno distribuendosi per ‘facilitare’ la partecipazione governativa alternativa a quella dell’opposizione di domenica scorsa. Di domenica in domenica e forse con l’ingresso in campo delle associazioni islamiche, forse anch’esse oggetto di compravendita da questo governo, tacciato di ‘Charlie’, con riferimento ai fatti del settimanale satirico nel 2015.

La rabbia del vento soffia sull’università statale di Niamey in fase di demolizione, stavolta a scioperare sono i docenti e i ricercatori senza stipendio. Passa all’ospedale nazionale dove si muore davanti alla porta delle urgenze se prima non si paga la ricetta per acquistare quanto si trova di sottobanco sotto gli occhi di tutti. Il vento di rabbia scorre tra le regioni dove i granai sono vuoti e si dichiara lo stato di carestia. Peraltro il programma del ‘rinascimento’, ufficialista, sostiene che tutto va bene e chi afferma il contrario non ha capito la domanda.

La rabbia del vento soffia sulla vita di Monica, che vorrebbe tornare in Costa d’Avorio, e delle due amiche del Camerun che invece si fermano in città. Sono scampate dall’inferno della Libia, dell’Algeria e del vento, rabbioso, del deserto. Chi voleva andare in Spagna, chi in Italia e chi, invece, dove ancora non sa. Arrestate, detenute, vendute, comprate e stuprate varie volte. Teresa e Anna non credono nel loro paese e preferiscono la polvere del Niger alla possibile guerra civile della loro patria. Domandano una camera, da nutrirsi, curarsi e cominciare un lavoro qualsiasi per vivere ancora. Monica si trova all’ottavo mese di gravidanza e per questo desidera tornare in fretta da sua sorella di cui ha dimenticato il numero di telefono. Ha scelto di chiamare Angela la figlia che verrà, col vento.

Niamey, Marzo 018

Fonte

02/01/2018

Petrolio, droni e italiani: il Niger è ai confini della realtà

“L’uranio sta trasformando il Niger da uno degli stati più poveri del mondo in un paese da boom economico”. Così recitava il New York Times nel 1972 parlando di Arlit, che sarebbe poi diventata la capitale mondiale dell’uranio impoverito. Il New York Times di allora raccontava, oltre a indicare gli interessi al potenziale investitore americano, di italiani, francesi e tedeschi che erano già sul campo per fare affari. Quasi cinque decenni dopo il Niger è ancora uno degli stati più poveri del mondo e americani, francesi, tedeschi e italiani si intrecciano, talvolta alleandosi talvolta facendosi concorrenza, per il controllo di quel paese. Nel frattempo sono stati fatti profitti da boom, finiti regolarmente fuori dal paese, e, come sappiamo, il sessanta per cento degli abitanti del Niger vive al di sotto della soglia di povertà. Potenza della crescita economica.

Certo, come ha scritto il Guardian, nel frattempo il Niger è diventato una delle zone di guerra più remote e caotiche del mondo. Una sorta di zona ai confini della realtà dove si mescolano miseria estrema ed estrema estrazione di ricchezza.

E, in questo scenario, dopo il decreto Gentiloni che a Camere chiuse istituisce la missione, dove verranno collocati i soldati italiani? 

Lasciamo la discussione sul fatto se sarà una missione combat o non combat agli amanti delle procedure da decreto e del gergo delle regole militari di ingaggio. Tanto, come sempre, deciderà il campo. Concentriamoci piuttosto su questo luogo: Agadez. Si tratta di una città, nel bel mezzo del Niger, la cui area circostante è stata indicata dallo stesso Gentiloni come snodo del “jihadismo e del traffico di esseri umani” (https://www.difesaesicurezza.com/difesa-e-sicurezza/gentiloni-la-missione-niger-sacrosanta-linteresse-nazionale-dellitalia/ ). Sarà, anzi molto probabilmente lo è visti i numerosi report che circolano su Agadez, ma si tratta anche dello stesso territorio che è ricco di uranio (https://ejatlas.org/conflict/areva-uranium-mines-in-agadez-niger ). E quando Gentiloni, nello stesso discorso, qui riportato, sul jihadismo e sul “traffico di esseri umani” parla di “nuove opportunità da cogliere in Niger” è molto probabile che si tratti di quelle vecchie, descritte dall’articolo del New York Times nel 1972. Magari di opportunità in un mercato mondiale dell’uranio molto cambiato da allora, anche per l’invadenza della finanza, ma con i soliti attori. E con il popolo del Niger che resta tra i più poveri del mondo.

Non bisogna però dimenticare che il Niger, e con lui la zona di Agadez (quella dove vanno colte le opportunità secondo Gentiloni), è anche una zona ricca di petrolio. A nord di Agadez, ad esempio, nell’estrazione di petrolio ha investito Gazprom il colosso russo dello sfruttamento dell’energia.

Già, se stupisce infatti che il Niger sia il quinto esportatore al mondo di uranio (una materia prima che potrebbe ricoprire di soldi una intera nazione) e uno dei dieci paesi più poveri del mondo, ci si prepari al resto. Nel Niger si trova l’oro (tanto da scatenare una popolare corsa all’oro tipo California dei tempi eroici http://www.dailymail.co.uk/wires/afp/article-4468280/Niger-gold-seekers-dig-deep-bullion-dreams.html) e vi è una consistente produzione di petrolio. Certo non ancora al livello della vicina Nigeria, tra i maggiori produttori al mondo oggi e stimata ancora su quel piano ancora nel 2035, ma in una fase di razionalizzazione dello sfruttamento di questa materia prima. Fase che incontra, come si vede da questo grafico, una flessione proprio nel 2017.

Tra i maggiori protagonisti del petrolio in Niger, come in Nigeria, ci sono la Shell e la Chevron con progetti rinnovati nel 2014 (http://afriqueinside.com/niger-un-pipeline-tchad-cameroun-pour-exporter-son-brut/). E se dici Shell e Chevron dici Usa e Francia. Ed entrambi i paesi sono stati presenti nel Niger con Texaco e Elf-Aquitaine. Non manca la presenza cinese, vista l’attenzione di Pechino verso il continente africano ( https://www.huffingtonpost.com/eric-olander/niger-chinese-oil-africa_b_8278254.html)

La caduta della produzione di petrolio, come da grafico, e l’insorgere della guerriglia islamista in Niger sono fenomeni da collegarsi, tanto che la Gulf si è fatta donatore diretto ed esplicito di fondi contro la guerriglia nel Sahel  (https://www.capitalfm.co.ke/news/2017/12/africa-europe-seek-boost-sahel-anti-terror-force/)e tutto questo avviene in un contesto africano dove l’allentamento della guerriglia viene prezzato in tempo reale sul mercato del petrolio (si veda http://www.chron.com/business/energy/article/Oil-surge-in-U-S-Libya-and-Nigeria-could-offset-11267444.php). E’ evidente che questo enorme conglomerato di interessi, del petrolio e aggiungersi all’ancora più grande business dell’uranio, fa parte delle “opportunità da cogliere” in Niger da parte di Gentiloni. Molto più degli “scafisti” da contenere sui quali diversi analisti sostengono che, in caso di particolare pressione occidentale possono benissimo trovare altri percorsi, c’è quindi la guerriglia. Un soggetto che incide direttamente sul prezzi del petrolio e, come abbiamo visto in Libia, anche in tempo reale.

Ma di che tipo di guerriglia stiamo parlando?

Di sicuro non l’ISIS o, meglio, la sua versione fiction alimentata dalla stessa propaganda dello stato islamico. Secondo la Reuters di effettivi inquadrabili come Isis in Niger non ci sono più di 80 persone (non in un cortile ma in un territorio vasto quattro volte l’Italia, su una popolazione di 20 milioni di individui). Piuttosto la guerriglia assume, nelle sue figure specifiche, caratteristiche di professione sostitutiva di quelle precedenti come nel caso degli allevatori di bestiame (https://www.reuters.com/article/us-niger-mali-security-insight/why-niger-and-malis-cattle-herders-turned-to-jihad-idUSKBN1DC06A ). Insomma piuttosto che lo jiahdismo professionale dei guerriglieri specializzati e apolidi, che comunque è solo una punta di questo tipo di guerriglia, in Niger, come in altre zone del Sahel, ha preso piede una guerriglia diretta espressione delle durissime condizioni di vita dei territori. E come in Nigeria, dove Boko Haram a suo tempo ha fatto registrare casi di cannibalismo nei confronti dei prigionieri, la ferocia delle condizioni di esercizio della guerriglia nel Niger è immediatamente espressione della disumana condizione sociale a cui è sottoposta la parte largamente maggioritaria della popolazione. Classicamente poi la ferocia della guerriglia è una sorta di effetto collaterale di quella esercitata nell’estrazione di profitto. E, come sempre, l’effetto collaterale, dell’estrazione di profitto passata, finisce per danneggiare i livelli di produzione presenti e minacciare quelli futuri. L’Italia, a supporto di altri paesi, interverrà in questo scenario.

E per ridurre al massimo gli effetti collateriali, ma anche come laboratorio delle prossime guerre oltre lo scenario afgano o mediorientale, gli Usa hanno stanno ingaggiando una vera e propria Drone War in Niger. Non solo perché recentemente hanno perso quattro soldati proprio in quell’area, e dopo Iraq e Afghanistan non è il caso di proseguire tanto oltre, ma sia per valorizzare i risultati ottenuti nell’uso dei droni in altre aree che per una esplicita divisione del lavoro sul campo: gli Usa fanno prevalentemente la guerra tecnologica, gli altri prevalentemente quella sul campo. La cosa va benissimo ai francesi, ai quali ha economicamente pesato la recente presenza di oltre 4000 soldati nel Sahel e possono ridurre gli effettivi. E va bene agli italiani che, sul campo, trovano un ruolo nel ritiro dei francesi e a supporto dell’intervento tecnologico.

In questo articolo di securitypraxis, blog globale di analisti della sicurezza,  (https://securitypraxis.eu/drone-warfare-niger/) c’è quindi, non a caso, la notizia del dispiegamento di una vera e propria strategia americana di drone war, i cui contorni, leggi regole di ingaggio, non sono affatto chiari. Sul tema, qualche giorno dopo la notizia è tornata l’agenzia italiana Agi, parlando di futuro chiarimento tra Niger e Usa sulle regole di ingaggio e su “opportunità” e “inefficienze” di questo tipo di guerra (https://www.agi.it/estero/sahel_droni_guerra-3313908/news/2017-12-27/) In poche parole, gli italiani faranno da supporto, sul campo, alla drone war americana. Obiettivi ufficiali: jihadisti e “trafficanti di uomini” poi, come appare oramai evidente, c’è soprattutto l’uranio e il petrolio da tutelare. La Drone War, la guerra condotta per mezzo dei droni, ha decuplicato il proprio numero di interventi proprio sotto Obama (https://www.thebureauinvestigates.com/stories/2017-01-17/obamas-covert-drone-war-in-numbers-ten-times-more-strikes-than-bush) e ha prodotto un enorme strascico di polemiche, e di inchieste, a causa dell’alto numero di civili innocenti rimasti uccisi in questo genere di operazioni. Si tratta però di uno dei pochi atti della presidenza Obama che non sono stati messi in discussione da Trump. La logica è chiara: mettere a frutto l’esperienza afgana, irachena e yemenita nella Drone War, sperimentando nuove tecnologie, e strategie,  cercando di contribuire a risolvere una guerra difficile dall’alto. Poi le polemiche sul numero dei civili morti, sempre piuttosto alto negli scenari descritti, verranno lasciate ai giornalisti liberal americani (perché su quelli italiani non c’è da scommettere. Basta parlare di “scafisti” uccisi e sono a posto). Con i francesi sul campo e gli italiani a supporto. E anche con i tedeschi che, come dimostra questo articolo di Junge Welt, cercano un nuovo posto al sole del Niger per diversi motivi ( https://www.jungewelt.de/artikel/323989.wettlauf-um-afrika.html ) E così anche la principale potenza europa, leader Ue e gigante della produzione di energia, cerca di posizionarsi, anche militarmente, in Niger. Una guerra tecnologica, con una pluralità di scopi, giocata sul campo, un terreno duro e difficile, dove non è pero’ ancora chiaro il rapporto tra le potenze occidentali.

Infatti la stessa Analisi difesa, che abbiamo citato nel primo articolo della serie, non trova chiara la cornice della missione poi istituita per decreto. Se una prima missione Ue in Africa, con supporto Drone War americano o altro. Non è un problema da poco perché riguarda obiettivi, catena di comando, finanziamenti, scopi e durata della missione. Intanto però il decreto di istituzione della missione, a Camere sciolte, è stato fatto. Per una missione che, secondo questa analisi, “potrebbe comportare un costo elevato in termini di mezzi impiegati e vite umane” (http://eastwest.eu/it/opinioni/open-doors/niger-missione-militare-italia-terrorismo )

Ma sono temi che, oggi, interessano poco all’opinione pubblica italiana. Indirizzata piuttosto sui temi del dolore a distanza ( http://www.corriere.it/esteri/17_dicembre_28/aerei-bambini-trafficanti-cuore-sabbioso-niger-64941f5a-ec03-11e7-9fa2-1bd82b1c1e98.shtml ). Tutto vero per carità, solo che scompaiono le cause del dolore sul terreno. Sono fatte di uranio, petrolio, droni, miseria e appetiti dei grandi paesi occidentali. Paesi che sono passati dal Niger prelevando fortune e lasciando la popolazione a livello record di povertà planetaria. Ma le intenzioni italiane guardano altrove: pochi morti, alzo massimo sulla propaganda fatta di Isis e scafisti per poi sedersi al tavolo degli appalti e delle concessioni dello sfruttamento delle materie prime. Le idee chiare in questa strategia, quella di sempre, non contano. Contano il basso profilo e il saper afferrare l’occasione, se capita. Come è accaduto in Iraq recentemente. Insomma, un modello di sviluppo pericolosissimo, l’uranio, uno bollito, il petrolio, una guerra feroce e tecnologica, con i droni che si candidano a fare il killer di una popolazione ridotta alla fame, e l’Italia è presente. Triste fine, tra l’altro, di Paolo Gentiloni – che da direttore de La Nuova Ecologia ha fatto la colomba ecopacifista per quasi dieci anni- che rischia di trascinare l’Italia in quell’inferno del Niger che si disloca in quella zona ai confini della realtà che si chiama guerra.

Comunque con i media che sono ufficio stampa delle missioni militari, l’opposizione o complice o senza idee, per non dire senza strategia, ci penserà la routine della vita del nostro paese a attutire ogni cosa. Silenzio e rimozione, finchè dura. E magari qualche appalto e qualche commessa prima che tutto finisca.

Redazione, 29 dicembre 2017