Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/01/2025
Orano guarda alla Mongolia dopo la cacciata dal Niger
È il caso della Orano. Attiva nel settore nucleare, la multinazionale francese rifornisce le centrali transalpine. Ma tramite i diritti di estrazione del metallo radioattivo in Niger, essa andava assumendo sempre più un ruolo centrale per l’approvvigionamento dell’intera Europa, e anche per le mire strategiche della UE (sul tema energia come su quello militare).
L’estromissione da parte del governo di Niamey ha mandato in crisi questa prospettiva. E nonostante la Orano abbia infine deciso di procedere ad un arbitrato internazionale contro il Niger riguardo al sito di Imouraren, è ovvio che il quadro geopolitico non le è più congeniale e deve trovare al più presto delle alternative.
Alla fine del 2024 è stato annunciato un accordo preliminare tra il governo della Mongolia e la compagnia francese per sviluppare un nuovo progetto minerario. Il documento dovrà ora passare per il Parlamento del paese asiatico per essere approvato, e solo in quel momento l’intesa diventerà ufficiale.
Le informazioni rese note parlano di un dossier di cui si è cominciato a discutere nel 2023, e che ora prevede un impegno del valore totale di 1,6 miliardi di dollari, con un investimento iniziale di 500 milioni.
Si intende cominciare la fase di preparazione delle attività estrattive al più presto, e comunque entro il 2027 per avere la miniera attiva entro il 2028.
Si stima di raggiungere il picco produttivo nei successivi 15 anni, arrivando all’estrazione di 2.600 tonnellate del materiale nel 2044. Grossomodo, si tratta di una quantità pari a quella che fruttava la società Somair, prima che le autorità nigerine ne prendessero il controllo operativo a inizio dicembre, interrompendo le attività della Orano nel paese.
In Mongolia, invece, la multinazionale è presente da circa un quarto di secolo per iniziative di esplorazione di possibili giacimenti. Sembra dunque che un sito papabile (col progetto rinominato Zuuvch Ovoo) sia stato individuato nel sud-est del paese, nella provincia di Dorgonovi.
Il primo ministro mongolo, Oyun-Erdene Luvsannamsrain, ha dichiarato che “questo accordo rappresenta un significativo passo avanti nel promuovere gli investimenti esteri e le opportunità di lavoro per il popolo mongolo”. A sfruttare il sito sarà la joint venture Badrakh Energy, formata da Orano Mining e MonAtom, un’impresa statale mongola.
Zuuvch Ovoo, secondo alcuni studi preliminari, potrebbe portare il paese asiatico ad essere il sesto produttore mondiale al mondo di uranio. Per la Mongolia ciò significa approfondire un modello già fortemente improntato sulle attività minerarie: rappresentano il 25% del PIL e il 90% delle esportazioni.
Nonostante le garanzie sugli appalti e sull’occupazione, che dovrà coinvolgere lavoratori e imprese locali, è risaputo che un modello fondamentalmente estrattivista dominato da multinazionali occidentali porta con sé irrisolvibili contraddizioni sociali. A guadagnarne senza dubbio sarà invece Orano.
Il suo amministratore delegato, Nicolas Maes, aveva ribadito l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalla Russia e garantire forniture stabili di uranio, divenute un miraggio di fronte alla sollevazione anticoloniale del Sahel. A suo avviso erano necessari nuovi investimenti e contratti a lungo termine, e l’accordo con la Mongolia sembra proprio rispondere a questa strategia.
Orano prevede ricavi per 13 miliardi e mezzo di dollari, nel ciclo di vita del sito. La Francia prevede invece di assicurare alla UE le risorse necessarie a tentare l’ambizioso salto di qualità tra gli attori globali.
Fonte
10/12/2024
La Francia è fuori anche dall’ultima miniera di uranio del Niger
In estate, era già stata revocata la licenza per il sito di Imouraren, in un braccio di ferro tra Niamey e i vertici aziendali dell’Orano che sapeva molto di riflesso delle nuove geometrie economiche e geopolitiche che si vanno delineando.
Il nuovo governo instauratisi alla fine del luglio 2023 ha fatto in modo di tutelare la propria sovranità, cacciando i soldati statunitensi e francesi, e non ha poi nascosto di voler porre fine allo sfruttamento delle proprie risorse da parte di Parigi.
Già il 31 ottobre era stato decretato che Somair interrompesse le operazioni estrattive, a causa del peggioramento dei suoi conti. Ma ciò è dovuto anche alla chiara opposizione che il governo nigerino sta esercitando sulle attività della multinazionale francese.
Nel comunicato che ha pubblicato pochi giorni fa si legge che “da diversi mesi Orano allerta sulle ingerenze che il gruppo subisce nella gestione di Somair”. E anche che “le spese di produzione che continuano a essere sostenute sul sito peggiorano ogni giorno di più la situazione finanziaria della società”.
Infatti, l’uranio estratto non riesce a uscire dal paese, perché il Niger ha bloccato il suo passaggio attraverso il Benin, a sud, per motivi di sicurezza. Il petrolio è tornato a transitare, ma il metallo radioattivo continua a restare fermo: sono oltre mille le tonnellate bloccate, estratte tra il 2023 e il 2024.
L’Orano ha valutato varie soluzioni per spostare quello che è l’equivalente di quasi la metà della produzione del sito, per un valore di 300 milioni di euro, compreso il trasporto aereo attraverso la Namibia. Ma dalla società si sono lamentati che “tutte le proposte fatte alle autorità nigerine sono rimaste senza risposta”.
Già la perdita della licenza di Imouraren aveva causato perdite per 133 milioni alla multinazionale francese. È chiaro che questi ulteriori 300 milioni bloccati rappresentano una pietra tombale sulle sue operazioni nel paese del Sahel, che era centrale per le mire nella zona.
L’azienda dell’Esagono si è detta preoccupata per i lavoratori (non c’è bisogno di sottolineare l’ipocrisia del colonizzatore), che comunque continueranno a ricevere il salario fino alla fine del mese. Ed essendo quasi tutti nigerini, sembra molto difficile verranno dimenticati da Niamey.
Del resto, se per alcuni mesi dopo il ritiro della licenza per Imouraren si sono rincorse voci sul possibile affidamento alla Russia, bisogna porre in evidenza che il 19 settembre il governo del Niger ha decretato la creazione della Timersoi National Uranium Company (TNUC).
Il ruolo che dovrà svolgere non è stato chiarito, ma non c’è molto spazio lasciato a dubbi: sarà lo strumento statale per garantire la sovranità sulle risorse di uranio del sottosuolo, e per inserire il loro sfruttamento in un’agenda fondata sulle esigenze del paese, non di una multinazionale straniera.
È possibile, anzi sicuro, che ci sarà anche la collaborazione di esperti e forse capitali stranieri (e qui potrebbero tornare in gioco i russi), ma è anche probabile che le attività produttive e i suoi lavoratori vengano ereditati da questa TNUC. In un orizzonte di autonomia in un mondo che offre nuove opportunità oltre i vecchi conquistatori.
La vicenda rappresenta un duro colpo per la Francia, ma anche per le prospettive del nucleare targato UE. Circa un quarto della fornitura di uranio naturale alle centrali nucleari europee, nel 2022, proveniva dal Niger, facendo di quest’ultimo il secondo fornitore del continente dopo il Kazakhstan e davanti al Canada.
Proprio su questi due paesi la Orano ha detto di contare per garantire l’approvvigionamento del continente. Ma anche la canadese GoviEx Uranium, per fare un esempio, si è vista revocare alcune licenze, e questo fa presagire che le cose potrebbero non essere così lineari come annunciato.
Negli ultimi anni lo stato francese aveva proceduto ad acquistare grandi quote della multinazionale, divenendone il maggiore azionista, e mostrandone così il ruolo centrale a livello strategico. Non era più solo una questione d’affari, ma di gestione politica diretta dentro un scenario globale turbolento.
Il “più stato per il mercato”, in questo caso, si è dovuto scontrare però col ministro delle Miniere del Niger, il colonnello Abarchi Ousmane. Egli aveva già ribadito come non si potesse tollerare che aziende francesi continuassero a sfruttare i giacimenti senza un equo ritorno per il paese, e la presa del controllo di Somair si inserisce evidentemente in questo quadro.
Fonte
24/07/2024
Niger - Arriva anche la Turchia mentre Parigi perde l'uranio
Dal Niger, che sta cercando di creare un blocco regionale insieme a Mali e Burkina Faso, sono giunte nei giorni scorsi due conferme del tramonto dell’egemonia occidentale sulla regione africana del Sahel.
Mentre il contingente italiano – 250 militari – inquadrato nella Missione Bilaterale di Supporto (Misin) continua la sua collaborazione con le forze armate di Niamey, impegnate a reprimere l’insorgenza jihadista, dopo la cacciata delle truppe statunitensi e francesi nelle prossime settimane toccherà anche a quelle tedesche tornare a casa.
Via anche i soldati tedeschi
I negoziati in corso dalla fine di maggio tra il governo tedesco e la
giunta militare nigerina per un rinnovo della cooperazione militare tra i
due paesi non sono infatti andati a buon fine, perché – secondo
indiscrezioni – il Niger avrebbe rifiutato di concedere l’immunità ai
militari di Berlino.
Il 6 luglio il governo tedesco ha informato che i soldati della Bundeswehr, quindi, dovranno abbandonare la base aerea di Niamey che occupavano entro il prossimo 31 agosto.
Negli ultimi anni i membri della Bundeswehr avevano aiutato i colleghi nigerini a realizzare alcuni centri di addestramento, in particolare nel nord-est del paese vicino al confine con il Mali.
Nel paese erano rimasti sono una quarantina di militari tedeschi, ma si tratta comunque di un segnale inequivocabile sugli orientamenti del governo militare impostosi grazie al colpo di stato del 26 luglio 2023.
Già a marzo il leader del cosiddetto governo di transizione, Abdourahamane Tchiani, aveva dichiarato illegale la presenza nel paese delle truppe statunitensi che hanno dovuto ritirarsi dall’aeroporto di Niamey e da parte della base nella città settentrionale di Agadez nel corso del primo fine settimana di luglio. L’accordo firmato a maggio prevede che l’ultimo dei quasi mille soldati statunitensi lasci il Niger entro il 15 settembre 2024.
Il consistente contingente francese – in totale più di 1500 uomini – ha invece dovuto ritirarsi completamente dal paese africano già nel dicembre scorso.
Niamey guarda a Mosca
Al posto dei paesi occidentali, nella lotta contro i gruppi armati legati ad Al Qaeda e a Daesh, Tchiani ha scelto di affidarsi a Mosca.
Ad aprile hanno cominciato ad arrivare a Niamey i primi istruttori
militari russi accompagnati da grossi quantitativi di armi e sistemi
logistici.
Contemporaneamente, la giunta militare ha affidato alcune operazioni di contrasto ai jihadisti e di addestramento delle proprie truppe ai mercenari dell’African Corps, compagnia militare privata succeduta alla Wagner e strettamente controllata dall’amministrazione russa.
Nei giorni scorsi la cosiddetta “Casa russa” ha inaugurato la propria sede a Niamey, con il compito di aumentare la cooperazione culturale ed economica tra i due paesi.
Mercenari siriani per conto della Turchia
Ma la presenza militare di Mosca evidentemente non basta, e la giunta
militare nigerina intende differenziare le proprie alleanze lasciando
spazio agli appetiti di Erdogan.
Le indiscrezioni erano già filtrate nei mesi scorsi, ma nelle ultime settimane sembrano arrivate conferme sostanziali sul fatto che in Niger sono stati già schierati ben 1100 combattenti siriani.
I mercenari provenienti dal paese arabo sono stati reclutati, di fatto, su iniziativa della Turchia nei territori nord-occidentali della Siria, occupati ormai da qualche anno dalle truppe di Ankara.
I mercenari del cosiddetto “Esercito Nazionale Siriano” vengono impiegati soprattutto per sorvegliare miniere, installazioni petrolifere, depositi di carburante e di armi e per proteggere le imprese turche operanti nel paese. Alcuni però sarebbero stati coinvolti in scontri con i miliziani jihadisti e avrebbero perso la vita, mentre una parte sarebbe stata di fatto subappaltata a Mosca e trasferita in alcune basi dell’esercito russo o dell’African Corps.
Ad occuparsi del trasferimento in Sahel dei mercenari siriani sarebbe stato il gruppo paramilitare turco Sadat, che ha permesso finora al presidente Recep Tayyip Erdogan di intervenire in alcune aree che la sua agenda neo-ottomana ritiene interessanti senza coinvolgere direttamente le forze armate di Ankara.
Parigi perde il suo uranio
La presenza militare russa e turca si accompagna ad una sempre maggiore penetrazione in Niger delle imprese dei due paesi.
A farne le spese, ancora una volta, gli interessi economici e geopolitici occidentali. È stata soprattutto la Francia a perdere contratti milionari e strategici, come quelli per l’estrazione dell’uranio che alimenta le sue centrali nucleari.
Il 20 giugno scorso la multinazionale energetica statale francese Orano ha annunciato la revoca da parte delle autorità di Niamey dei permessi di sfruttamento della miniera di Imouraren, nel nord del paese, considerata tra le più grandi del mondo.
L’estrazione del minerale dal sito da parte di Orano, che possedeva il 63% delle quote di un’impresa controllata locale (la Société des mines de l’Aïr), avrebbe dovuto iniziare nel 2015 ma il crollo del prezzo dell’uranio dopo il grave incidente di Fukushima aveva convinto a rimandare l’apertura, in attesa di tempi migliori.
Lo stop della giunta militare nigerina è arrivato proprio mentre stavano per riprendere le attività e le prime squadre di operai erano tornate nelle gallerie.
La decisione di revocare a Orano la licenza è arrivata pochi giorni dopo che il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria – così si è ribattezzata la giunta golpista – aveva intimato all’impresa francese di iniziare lo sfruttamento del sito entro il 19 giugno, ben sapendo che sarebbe stato impossibile.
Nel frattempo alcune indiscrezioni, per ora non confermate, affermano che la miniera di Imouraren potrebbe essere affidata alla compagnia statale russa Rosatom.
Nel 2022 il Niger forniva un quarto dell’uranio necessario per il funzionamento delle centrali nucleari in Europa, dietro al Kazakistan e davanti al Canada.
Il Niger nazionalizza il petrolio
Alla fine di giugno, intanto, il primo ministro nigerino Ali Mahamane
Lamine Zeine ha dato il via alla fase 2 del progetto Agadem che punta a
nazionalizzare l’estrazione e la commercializzazione del petrolio, che
nel paese si estrae dal 2011.
Nelle ultime settimane, però, il Fronte Patriottico di Liberazione – un gruppo armato che si oppone all’attuale regime – ha più volte sabotato l’oleodotto che si estende per 2 mila chilometri collegando il giacimento di Agadem con la costa del Benin.
Il leader del movimento, Mahamoud Sallah ha rivendicato i sabotaggi chiedendo la liberazione del presidente deposto, Mohamed Bazoum, e l’annullamento del prestito di 400 milioni di dollari elargito dalla China National Petroleum Corporation in cambio dei diritti di commercializzazione del greggio.
26/06/2024
Il Niger revoca la licenza della francese Orano per le miniere di uranio
Le previsioni degli ultimi mesi affermano che, entro il 2040 e per effetto del rinnovato interesse di vari paesi per il nucleare, la domanda annuale di uranio arriverà a 100 mila tonnellate, una quantità doppia rispetto alla capacità estrattiva attuale. A Imouraren si stimano 200 mila tonnellate del prezioso metallo.
Ed è giusto definirlo prezioso metallo perché i prezzi, visto l’incremento della domanda, sono tornati a schizzare verso l’alto. Nel 2020, ogni libbra costava 25 dollari, mentre a inizio 2024 è stato toccato il picco di 106 dollari per libbra.
Anche se ora il valore dell’uranio si è stabilizzato più in basso (intorno agli 85 dollari) è comunque più alto del prezzo che aveva nel 2011, prima del disastro di Fukushima che ne ha poi fatto crollare i prezzi. Un crollo che nel 2015 aveva fermato anche le prospettive di sfruttamento del giacimento di Imouraren.
Infatti, può sembrare paradossale, ma la motivazione della revoca della concessione è la mancata ripresa dei lavori alla miniera. In una nota dell’11 giugno, il ministero delle Miniere di Niamey aveva annunciato il ritiro dei permessi se il sito non fosse entrato in attività entro il 19 giugno.
La Orano ha dichiarato che le infrastrutture sono state riaperte il 4 giugno, per accogliere le squadre di lavoratori. Non viene perciò compresa l’azione del governo nigerino, e infatti si riserva “il diritto di impugnare la decisione di revoca del permesso minerario davanti alle competenti giurisdizioni nazionali o internazionali“.
Anche se questa decisione non ha dunque messo in discussione le attività di estrazione già in essere, essa viene posta in relazione con la rottura diplomatica con gli ex colonizzatori. La giunta militare al potere dal luglio dello scorso anno ha fatto evacuare l’ambasciatore e le truppe francesi.
L’Orano gestisce altre due miniere, ma una è chiusa dal 2021, mentre quella di Somair nella regione settentrionale di Arlit continua a funzionare, seppur con dichiarati problemi logistici. La chiusura della frontiera con il Benin, giustificata dal nuovo governo con ragioni di sicurezza, ostacola l’esportazione della materia prima.
Tutta la situazione rappresenta un duro colpo per Parigi, che tra l’altro con Macron aveva puntato proprio sul rilancio della grandeur da potenza nucleare e geopolitica. Opzione messa progressivamente in crisi dal Niger, dalle proteste contro il sostegno a Israele, dalla ribellione dei kanak e dalle velleità belliciste espresse dall’Eliseo.
Euroatom ha calcolato che, nel 2022, un quarto dell’uranio naturale che arrivava in Europa proveniva dal Niger. Un elemento strategico, dunque, per tutta la UE, soprattutto ora che a Bruxelles vogliono far passare il nucleare per un’alternativa green ai combustibili fossili.
Ma ci sono altri aspetti della vicenda che rimandano alla competizione globale. La società mineraria Azelik, di cui la maggioranza è riconducibile alla Cina, ha annunciato la ripresa dell’estrazione dell’uranio nel nord del paese, dove le attività si erano fermate dopo i fatti Fukushima, data la bassa redditività.
Per quanto riguarda Imouraren, da Al Jazeera alla BBC fino a Bloomberg, la Russia viene subito evocata come un interlocutore a cui Niamey potrebbe affidare il giacimento. Nel maggio scorso Le Monde aveva rivelato che un accordo segreto prevedeva la consegna di 300 tonnellate di yellow cake (concentrato di uranio) all’Iran.
In sostanza, il Niger continua a essere il punto debole dell’imperialismo europeo, e piano piano si sta inserendo in quel mondo multipolare che sta facendo saltare l’egemonia dell’intera catena imperialistica euroatlantica.
Fonte
04/08/2023
L’uranio del Niger è la vera posta in gioco per la Francia e l’Occidente
Oltre ai 1.500 soldati e dai 500 ai 600 cittadini francesi sul posto, Niamey rappresenta una posta economica strategica per Parigi. Con Orano, la multinazionale posseduta al 45% dallo Stato francese, il Paese importa uranio naturale dal deserto del Niger, indispensabile per il funzionamento delle centrali nucleari in Francia.
Prima fonte di produzione e consumo di elettricità in Francia, con una flotta di 56 reattori distribuiti su tutto il territorio, l’energia nucleare è pilotata dal gruppo EDF. Se l’azienda energetica francese si rifiuta di comunicare i dati sul suo portafoglio di forniture, afferma a Jeune Afrique “di non dipendere da nessun sito, da nessuna compagnia e da nessun Paese”.
Il gruppo importa 7.000 tonnellate di uranio ogni anno, ovvero quasi il 10% della domanda globale. E le importazioni di uranio del Niger coprirebbero tra il 10 e il 15% del fabbisogno della Francia. “Per motivi di sicurezza dell’approvvigionamento delle centrali nucleari, EDF sta massimizzando la diversificazione delle sue fonti geografiche e dei suoi fornitori”, precisa un portavoce della direzione.
La società mineraria francese e il governo nigeriano hanno firmato il 4 maggio un “accordo di partenariato globale” che prevede l’estensione dell’attività di Somaïr, l’unica miniera di uranio del gruppo ancora in funzione nel nord del Niger, fino al 2040.
All’inizio delle discussioni, l’orizzonte citato era l’anno 2029. La data del 2040 dovrebbe consentire lo sfruttamento della miniera fino al suo esaurimento.
Le due parti hanno invece deciso di posticipare l’inizio dello sfruttamento di Imouraren, uno dei giacimenti di uranio più grandi al mondo, sempre nel nord del Niger, le cui riserve sono state stimate intorno alle 200.000 tonnellate.
Il suo sfruttamento sarebbe dovuto iniziare nel 2015, ma il calo dei prezzi dell’uranio sul mercato mondiale, dopo il disastro nucleare di Fukushima in Giappone nel 2011, lo ha congelato.
Mentre i timori sono stati sollevati dopo il colpo di stato contro Mohamed Bazoum, le centrali nucleari francesi sembrano, in questa fase, immuni dalle ripercussioni della situazione della sicurezza in Niger.
Una società responsabile dell’estrazione dell’uranio nel deserto nigerino, Orano (ex-Areva) ha confermato che continuerà le sue attività nella sua sede di Niamey, e nei siti operativi di Arlit e Akokan.
Presente nel Paese da 50 anni attraverso 3 società, Cominak, Somaïr e Imouraren, la multinazionale ha annunciato una riorganizzazione adeguata al contesto attuale. “La sicurezza di tutti i nostri dipendenti presenti in Niger e dei nostri cantieri continua ad essere assicurata con maggiore vigilanza”, precisa una comunicazione del gruppo datata 1 agosto.
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