Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
22/08/2026
Turchia e Israele ai ferri corti, e due “Nato” in ballo
La notizia del giorno è il mandato di cattura internazionale emesso dal ministero della giustizia turco contro Netanyahu e altri dirigenti politici e militari di Israele. Formalmente è una segnalazione all’Interpol (una “red notice”) che riguarda anche il funzionario Afek Moskovitch per l’intervento armato contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla che tentavano di portare aiuti umanitari a Gaza.
Per entrambi, insieme a una trentina di altri imputati, era già stato emesso il 14 luglio un mandato di arresto con l’accusa di genocidio.
L’iniziativa è più simbolica che reale, naturalmente, ma segnala la crescente contrapposizione tra i due paesi che fin qui hanno costituito il pilastro meridionale della Nato, anche se ufficialmente Israele non ne fa parte ma riceve il pieno sostegno materiale e militare dall’Alleanza.
La mossa di Erdogan arriva dopo il ben più concreto raid aereo israeliano contro la base di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, nel nord della Siria, dove era appena finita una visita di “controllo” da parte di alti ufficiali dell’aeronautica turca. Il cui scopo era manifestamente quello di verificare l’entità dei lavori necessari a rimettere in funzione lo scalo.
Israele aveva rivendicato minacciosamente questo attacco: “se i turchi avessero conquistato la base di Abu al-Duhur a Idlib, in Siria, si sarebbero trovati a soli 300 chilometri da Israele” (il che fa sospettare che la “distanza di sicurezza” per i sionisti si misuri in anni-luce), sottolineando che Israele continuerà ad agire con fermezza contro quelli che ha definito “tentativi della Turchia di destabilizzare la regione e contro qualsiasi minaccia alla sua sicurezza”.
E ancora: “La Siria stava per rompere lo status quo in materia di sicurezza e consentire alle forze turche di schierarsi in una base aerea vicino ad Aleppo”, aggiungendo che: “Israele ha ripetutamente avvertito la Siria che un tale dispiegamento rappresenterebbe una minaccia per la sua sicurezza, ma la Siria ha scelto di ignorare questi avvertimenti”.
La Turchia, com’è noto, ha supportato per anni la guerriglia delle milizie jihadiste contro il regime alawita (frazione della “Scia” musulmana, che fa capo all’Iran) di Bashar al Assad, fino a farlo crollare. Fin lì gli interessi turchi e quelli israeliani avevano corso in parallelo, tanto che parecchi miliziani dell’Isis feriti risultavano ricoverati e curati negli ospedali di Tel Aviv (del resto quell’organizzazione terroristica non hai colpito obiettivi sionisti).
Con l’avvento di Al Jolani (ora Al Sharaa) al vertice di Damasco l’esercito israeliano si era comunque premurato di distruggere a terra le residue infrastrutture militari siriane, soprattutto aeree, in modo da avere un vicino praticamente incapace di difendersi. Numerosi attacchi e sconfinamenti dell’Idf, specie nella zona di Quneitra, si erano poi susseguiti senza alcuna reazione del nuovo governo siriano.
Lo “statu quo” che ora Netanyahu vuol mantenere è questo: una Siria sotto schiaffo, senza autonomia decisionale né difesa, da utilizzare magari come ascaro contro Hezbollah in Libano, sfruttando la storica contrapposizione tra le due anime dell’Islam, sciiti e sunniti.
Per il regime di Erdogan (la foto di apertura lo ritrae con Netanyahu a New York, nel settembre del 2023), ovviamente, non se ne parla nemmeno, dopo i decenni investiti per arrivare ad avere un ruolo dominante su Damasco e rilanciare in qualche misura la prospettiva “neo-ottomana”.
Il mandato di cattura turco per Netanyahu utilizza strumentalmente anche la vicenda della Flotilla, ma bisogna ricordare che Ankara ha un conto aperto con Israele da parecchi anni per la vicenda della Mavi Marmara, nave civile che faceva parte di un’altra spedizione di aiuti umanitari a Gaza, assaltata dall’Idf che uccise undici attivisti turchi e ne ferì parecchi altri. Nel silenzio complice dell’Occidente, naturalmente.
La lenta escalation del conflitto tra i due paesi subisce ora una forte accelerazione, con minacce reciproche sempre più esplicite. Ovvio che i “motivi umanitari” o di “legalità internazionale” sono solo pretesti. Il fatto che siano agitabili da un personaggio come Erdogan rivela però quanto il “civile Occidente dei diritti umani” abbia girato la testa dall’altra parte davanti al genocidio dei palestinesi e persino agli attacchi contro i propri cittadini a bordo delle varie Flotille.
Le preoccupazioni generali però arrivano dalla constatazione che questa accelerazione avviene quando sono ancora in piedi due guerre (Iran e Ucraina) che in varia misura sono collegate anche con Turchia e Israele. Ankara ha fornito a lungo i droni Bayraktar a Kiev, così come Israele ha fornito sempre a Kiev supporto di intelligence e tecnologie avanzate.
Soprattutto, questa accelerazione arriva pochissime settimane dopo l’accordo militare tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan che di fatto dà vita ad una “Nato sunnita” di forza niente affatto trascurabile. Ankara ha infatti il secondo esercito più grande nella Nato propriamente detta, Riad fondi praticamente illimitati e Islamabad l’atomica ed i missili per lanciarla, nonché un esercito quasi pari a quello turco.
I tre paesi, cui potrebbe unirsi presto anche l’Egitto (che teme di vedersi riversare in casa i due milioni di palestinesi di Gaza), hanno firmato anche una specie di “art. 5” che li obbliga alla mutua difesa militare in caso di aggressione ad uno di loro. Difficile, se non impossibile, che possa esser fatto scattare fin da subito, ma di certo non è stato pensato per farlo restare solo sulla carta.
Stiamo parlando di quattro grandi Paesi arabi o islamici che fin qui sono stati parte integrante dello schieramento “occidentale”, variamente impegnati nella costruzione di “corridoi” o accordi (per esempio quelli detti “di Abramo”) per normalizzare entro certi limiti i rapporti con Israele.
Si può inoltre notare facilmente come la Turchia stia in entrambe le alleanze, o meglio come si stia allontanando dall’Alleanza Atlantica senza rimanere isolata. Anzi... E va ricordato che i governi del mondo sunnita, fin qui, anche a costo di scontentare le proprie popolazioni, sono stati fin troppo tolleranti con Israele che portava avanti il genocidio dei palestinesi.
I quali, pur essendo storicamente il popolo più laico del Medio Oriente, sono pur sempre in stragrande maggioranza musulmani sunniti. Che la loro difesa fosse lasciata ai rivali sciiti, in fondo, non poteva durare per sempre...
Anche in questo caso, comunque, emerge con chiarezza la follia sionista che va ad aprire un “quinto fronte” di guerra in Medio Oriente nella convinzione – che potrebbe però presto rivelarsi un’illusione – che gli Stati Uniti si faranno guidare sempre verso il baratro cui Israele si va dirigendo.
Il suprematismo (religioso o razzista) non ha più posto, nel mondo multipolare. Più tardi Israele se ne accorgerà, più traumatico sarà il risveglio. Se così si potrà chiamare...
Fonte
21/08/2026
I corridoi che stanno ridisegnando l’Asia Occidentale
La mappa delle alleanze che si estende tra l’Asia occidentale e meridionale non è più tracciata solo dalla geografia o dagli allineamenti settari. Negli ultimi anni, un nuovo ordine regionale ha iniziato a prendere forma, in cui gli interessi di sicurezza sono legati a tecnologia, energia, porti, catene di approvvigionamento e cavi di comunicazione.
Il controllo delle infrastrutture transfrontaliere è diventato centrale nella lotta per l’influenza quanto gli accordi militari e politici.
Al centro di questo cambiamento c’è una rete di collaborazione che collega Israele, India ed Emirati Arabi Uniti, supportata dal coinvolgimento diretto degli Stati Uniti attraverso il quadro I2U2.
Accanto a questa rete si trovano altre rotte in cui convergono gli interessi di Turchia, Pakistan, Qatar e Stati del Golfo Persico, estendendosi a progetti come il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Strada di Sviluppo” dell’Iraq.
La Regione non si è divisa in due blocchi coerenti, né gli Stati coinvolti condividono una posizione su ogni questione. Lo sviluppo più importante è il passaggio dalle alleanze militari convenzionali a reti di influenza economica, tecnologica e di sicurezza costruite attorno a porti, ferrovie, energia e dati.
Il quadro I2U2
Il quadro I2U2 è una delle espressioni più chiare di questo cambiamento. Riunendo India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, è nato come strumento di cooperazione in materia di sicurezza alimentare, energia pulita, tecnologia, commercio e investimenti. Al primo vertice dei leader dei quattro Paesi nel 2022, è stata sottolineata l’importanza degli investimenti e delle iniziative congiunte nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti, dello spazio, della sanità e della sicurezza alimentare.
L’importanza di I2U2, tuttavia, va oltre i progetti annunciati. Esso unisce la tecnologia israeliana, la capacità industriale e i mercati indiani, i capitali e la logistica degli Emirati e il potere politico e strategico degli Stati Uniti.
Il quadro di riferimento collega l’Asia occidentale agli oceani Indiano e Pacifico e consente a Israele, India ed Emirati Arabi Uniti di costruire partenariati che vanno oltre i tradizionali legami bilaterali.
Il raggruppamento è nato anche dall’apertura politica creata dagli Accordi di Abramo. La normalizzazione tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele ha fornito a Washington una piattaforma attraverso la quale capitali, manodopera e capacità industriali indiane potevano essere più strettamente collegati al settore tecnologico israeliano e ai centri logistici del Golfo.
Tuttavia, il suo linguaggio economico non cancella lo scopo strategico che lo sottende, con la difesa che non è più limitata ai confini e agli eserciti convenzionali. Include sempre più la resilienza delle catene di approvvigionamento, i porti, le infrastrutture digitali, la sicurezza informatica e la protezione dei flussi energetici e commerciali.
L’ideologia lubrifica gli ingranaggi
Gli interessi economici e di sicurezza sono accompagnati da una certa sovrapposizione di prospettive politiche, in particolare nei confronti dell'“islam politico” e dei gruppi armati transnazionali, sebbene le motivazioni di ciascuno Stato differiscano considerevolmente.
Nel caso degli Emirati, il contrasto all'“islam politico” è diventato un elemento centrale della visione di Abu Dhabi in materia di sicurezza nazionale e regionale. L’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale israeliano ha descritto una dottrina politico-religiosa degli Emirati Arabi Uniti che presenta la pace come un valore islamico e una componente dell’identità nazionale.
Abu Dhabi promuove questa dottrina, diretta dallo Stato, contro i Fratelli Musulmani e le correnti Salafite, nell’ambito di una più ampia campagna contro l'“islam politico” in tutta la Regione.
L’India affronta l'“islam politico” e i gruppi armati da una prospettiva di sicurezza interna e regionale, plasmata in gran parte dal conflitto con il Pakistan e dalla disputa sul Kashmir. Ciò ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con Israele e gli Emirati Arabi Uniti, in particolare nei settori dello spionaggio, della sicurezza informatica, della sorveglianza e della tecnologia militare.
I governi israeliani che si sono succeduti, soprattutto quelli guidati dal primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno sfruttato il confronto con i gruppi armati e le minacce asimmetriche per promuovere Israele come potenza tecnologica e di sicurezza su cui gli Stati regionali possono fare affidamento.
Le guerre e le crisi degli ultimi anni hanno aumentato la pressione per una più stretta cooperazione in materia di difesa e tecnologia tra Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.
Tuttavia, la sola ideologia non può spiegare queste relazioni. L’India non condivide necessariamente la posizione di Israele sull’Iran, mentre la politica estera degli Emirati Arabi Uniti non si limita a seguire quella di Nuova Delhi o di Washington. La convergenza di interessi consente lo sviluppo di collaborazioni concrete anche laddove gli Stati partecipanti divergono su altri fronti.
Il peso cruciale dell’India
L’India riveste un ruolo eccezionale in questo contesto a causa della sua influenza demografica, economica e geografica. La sua popolazione di oltre 1,4 miliardi di abitanti, i settori manifatturiero e tecnologico in espansione e la vasta Diaspora nel Golfo Persico rendono difficile escludere Nuova Delhi da qualsiasi tentativo di riorganizzare gli scambi commerciali tra Asia ed Europa.
Un’analisi del Jerusalem Post pubblicata nel 2022 descriveva un’emergente “alleanza indo-abramitica” che lega Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India attraverso la sicurezza marittima, la difesa missilistica, i droni, la sicurezza dei dati e la lotta all’estremismo islamico.
L’importanza dell’India, tuttavia, non si limita al suo ruolo militare. La sua presenza nel Golfo e le crescenti relazioni commerciali con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita le conferiscono la capacità di reindirizzare parte del commercio asiatico verso rotte che non necessariamente passano attraverso i corridoi tradizionali, dove Pakistan e Iran esercitano una maggiore influenza.
Questa posizione offre inoltre all’India un margine di manovra per diversificare le proprie strategie. L’India mantiene legami energetici e di trasporto con l’Iran, anche attraverso Chabahar, pur portando avanti il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa con Washington e i suoi alleati regionali.
Nuova Delhi può quindi partecipare a sistemi concorrenti senza rinunciare alla sua consolidata politica di autonomia strategica, anche se il suo rapporto di sicurezza con Israele continua ad approfondirsi.
Il fronte infrastrutturale del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa
Annunciato al vertice del G20 di Nuova Delhi nel 2023, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa mira a collegare l’India, il Golfo Persico e l’Europa attraverso porti, ferrovie e infrastrutture energetiche e di comunicazione.
I piani prevedono un collegamento ferroviario, un’interconnessione elettrica, infrastrutture per l’idrogeno pulito e cavi dati ad alta velocità. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha presentato il corridoio nel 2023 come un modo per accelerare gli scambi commerciali tra India ed Europa, aprendo al contempo nuove connessioni nel settore energetico e nell’economia digitale.
Nel 2025, la Commissione europea ha promosso separatamente il Corridoio Digitale UE-Africa-India nell’ambito più ampio del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa. L’iniziativa si concentra su un sistema di cavi sottomarini di 11.700 chilometri che collega l’Europa e l’India attraverso il Mediterraneo, l’Asia occidentale e l’Africa orientale, con l’obiettivo dichiarato di fornire connessioni dati sicure e ad alta capacità.
I corridoi stanno diventando sempre più sistemi integrati per il trasporto di merci, energia e dati. Gli Stati in grado di proteggere o influenzare queste reti acquisiscono una forma di potere strategico un tempo associata principalmente al controllo di porti e stretti.
Il progetto, tuttavia, rimane esposto a intrighi politici e conflitti. Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa dipende da un passaggio terrestre attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino al porto israeliano di Haifa.
Il Genocidio palestinese a Gaza e la mancata normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele hanno reso incerte le sue basi politiche, sollevando crescenti interrogativi sulla sua fattibilità.
Gwadar e la via dello sviluppo
Il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Via dello Sviluppo” irachena non dovrebbero essere considerati un unico progetto o come elementi di un’alleanza unificata guidata da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Appartengono a reti diverse, ma entrambi contribuiscono a impedire che un’unica rotta monopolizzi il commercio regionale.
Il Corridoio Economico Cina-Pakistan è il ramo pakistano della Nuova Via della Seta cinese, che collega la Cina con il Pakistan e il Porto di Gwadar sul Mar Arabico. Il Segretariato pakistano del Corridoio Economico Cina-Pakistan elenca una rete di progetti portuali, di zone franche, stradali e logistici intorno a Gwadar. Tra questi, l’Autostrada Eastbay Gwadar, costruita per collegare il porto e la sua zona franca alla rete autostradale nazionale pakistana.
La Via dello Sviluppo irachena è un’iniziativa separata, ma la posizione dell’Iraq tra il Golfo Persico, la Turchia e l’Europa le conferisce particolare importanza. Nell’aprile del 2024, Iraq, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa sul progetto, concepito per collegare il Porto di Grand Faw al confine turco attraverso circa 1.200 chilometri di strade e ferrovie in Iraq.
L’investimento previsto si aggira intorno ai 17 miliardi di dollari (14,7 miliardi di euro), con la realizzazione suddivisa in tre fasi. Il Ministero dei Trasporti del Qatar afferma che la prima fase dovrebbe essere completata nel 2028, seguita dalle fasi successive nel 2033 e nel 2050. Baghdad presenta la “Via dello Sviluppo” come un corridoio commerciale Est-Ovest concorrente, che collega il Golfo Persico all’Europa.
Questa partecipazione complica qualsiasi tentativo di dividere la competizione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e India da una parte e Turchia, Pakistan e Arabia Saudita dall’altra. Gli Emirati Arabi Uniti fanno parte anche della “Via dello Sviluppo” insieme a Turchia, Qatar e Iraq.
Ankara e Riad mantengono una posizione neutrale
La Turchia occupa un posto particolare in questa equazione. È un membro della NATO con legami economici che si estendono in Europa, Russia, Golfo Persico e Asia centrale, mentre la sua influenza politica e militare spazia dalla Siria all’Iraq al Caucaso. Per Ankara, la “Via dello Sviluppo” offre l’opportunità di rafforzare la sua posizione di ponte terrestre tra il Golfo Persico e l’Europa.
L’Arabia Saudita è più difficile da collocare all’interno di un blocco definito. Riad è firmataria del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, ma ha anche approfondito le relazioni con Cina, Russia, Turchia e Pakistan. Mostra scarso interesse per un allineamento regionale chiuso, preferendo trasformare la sua posizione geografica ed economica in una leva negoziale presso diversi centri di potere.
I principali Stati regionali evitano sempre più di scegliere tra due schieramenti. Cercano un posto in molteplici reti, utilizzando una collaborazione per rafforzare la propria posizione negoziale in un’altra.
Questo non è tanto un equilibrio stabile quanto una copertura permanente. Una ferrovia, un investimento portuale, un accordo di difesa o una collaborazione energetica possono legare due Stati su un fronte, lasciandoli però in contrapposizione su un altro.
Il Levante escluso
La competizione sta anche rimodellando il Mediterraneo Orientale. Le coste siriane e libanesi sono ben più che semplici teatro di scontri militari. Occupano territori in cui potrebbero convergere potenziali rotte energetiche, di trasporto e di comunicazione tra il Golfo Persico, il Mediterraneo e l’Europa.
Per Israele, legami più forti con il Golfo Persico, l’India e l’Europa conferirebbero al Mediterraneo Orientale un nuovo ruolo all’interno delle reti commerciali ed energetiche. Per la Turchia, qualsiasi corridoio che colleghi il Golfo Persico all’Europa aggirando il territorio turco ne eroderebbe il valore strategico.
La “Via dello Sviluppo”, invece, offre ad Ankara il ruolo di terminale e porta d’accesso per il traffico proveniente dal Golfo Persico attraverso l’Iraq.
Il Libano e la Siria rischiano di passare dal centro della loro geografia strategica ai margini delle nuove reti di trasporto e investimento. Porti, strade, ferrovie, collegamenti energetici, reti dati e stabilità politica sono tutti elementi necessari per trasformare la geografia in potere economico.
Beirut ha già manifestato interesse ad aderire alla rotta del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, incentrata su Israele, nonostante le contraddizioni politiche e di sicurezza che tale mossa comporterebbe.
La Siria, nel frattempo, rimane limitata dai danni della guerra, dalle sanzioni e da infrastrutture frammentate, il che espone entrambi i Paesi al rischio di essere aggirati da corridoi che si snodano intorno a loro.
Il potere fluisce attraverso la rete
La mappa che emerge non mostra due blocchi opposti nel vecchio senso. Segna una transizione da alleanze rigide a reti sovrapposte.
Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti cooperano laddove convergono tecnologia, sicurezza e commercio, mentre Turchia, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita e Iraq partecipano ad altre reti che si intersecano ripetutamente con la prima.
La prossima sfida si estenderà quindi oltre i confini e l’influenza politica per arrivare al controllo del movimenti commerciali, energetici e informativi.
Porti e stretti sono stati tra i principali strumenti di potere nel Ventesimo secolo. Nel Ventunesimo secolo, ad essi si sono aggiunti cavi sottomarini, centri dati, intelligenza artificiale, sistemi di sicurezza cibernetica, reti ferroviarie e gasdotti per l’idrogeno.
Il futuro dell’Asia Occidentale sarà plasmato dalla potenza militare, ma anche dagli Stati in grado di rendersi nodi indispensabili in questi nuovi sistemi.
Fonte
19/08/2026
Siria - Si sciolgono le Ypg/Ypj
Nei mesi scorsi, anche il processo siriano, così come quello turco, appariva in stallo, con le Ypg che avevano boicottato le elezioni per il parlamento siriano, in quanto blindate all’interno di un ristretto novero di nomi di nomina presidenziale.
Tuttavia, queste resistenze sembrano essere cadute nei giorni scorsi, quando Mahmoud Barkhodan, comandate di una delle brigate curde integrate nell’esercito centrale, ha annunciato il prossimo scioglimento delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e delle Ypg. “Annunceremo lo scioglimento delle YPG-FDS entro i prossimi giorni. Anche la struttura amministrativa autonoma scomparirà. Costruiremo una nuova Siria mano nella mano, nel quadro di un unico esercito, un unico Stato, un’unica bandiera e una patria comune”, ha dichiarato dalle colonne di Türkiye Gazetesi, giornale molto vicino al Erdogan.
Riguardo lo stato del processo d’integrazione delle milizie curde nell’esercito centrale, Barkhodan ha affermato: “Finora, 10.000 dei nostri combattenti sono stati integrati nell’esercito siriano. Questo numero potrebbe arrivare a 12.000. Le affermazioni secondo cui avremmo un esercito di 70-100.000 uomini, non corrispondono alla verità... non ci sono quasi più arabi tra noi”. Questi effettivi sono stati integrati nelle quattro divisioni stabilite nell’accordo di gennaio.
Barkhodan ha aggiunto che esistono ancora dei punti di disaccordo, quali il destino delle Ypj femminili – che le milizie qaediste non vorrebbero mai vedere al proprio fianco – ma nulla è insormontabile.
Per le Ypj si parla di integrazione nel Ministero dell’Interno, anziché in quello della Difesa, per operazioni antiterrorismo e di polizia; il che equivarrebbe ad un deciso ridimensionamento non facilmente accettabile per le dirette interessate, che hanno già declinato.
Anche le Università, le istituzioni civili ed i pozzi petroliferi stanno progressivamente passando sotto l’autorità di Damasco.
Significativo è che, in conseguenza di questi passi, i servizi di sicurezza di Ankara abbiano cominciato a rimuovere ufficialmente i comandanti delle Ypg dalla lista dei ricercati.
È emerso, inoltre, che anche le filiazioni politiche delle Ypg/Ypj, ovvero Il PYD (Partito dell’Unione Democratica) e il TEV-DEM (Movimento per una Società Democratica) dovrebbero sciogliersi. Il loro posto verrà preso da un partito con un nuovo nome, guidato sempre da Mozloum Abdi ed Ilhan Amed – rispettivamente capo militare e responsabile esteri dell’amministrazione del Rojava in dissolvimento – che si presenterà come libero da ogni filiazione con il PKK/KCK.
Come si vede, le condizioni sono molto restrittive per il movimento curdo, che fino a pochi mesi fa controllava il 30% dell’intero territorio nazionale siriano. Come noto, la decadenza è cominciata con la perdita dell’appoggio statunitense, che ha deciso di investire sul regime qaedista, abbandonando la causa curda in precedenza cavalcata in maniera strumentale.
Anche sul fronte turco, i dirigenti del PKK in dissolvimento continuano a lamentare i caratteri troppo restrittivi della legge di amnistia approvata dal parlamento e la mancanza di una soluzione per Ocalan.
Tuttavia, è chiaro che Erdogan, per fare maggiori concessioni e procedere alle modifiche costituzionali richieste, cerca un appoggio più marcato, da parte del partito filocurdo DEM, all’alleanza di governo, in modo da assicurarle un maggiore consenso fra i Curdi, condizione necessaria per rimanere in sella nei prossimi anni.
Su tutti e due i processi continuano a gravare le tensioni fra Iran e Regione Autonoma Curda. Il 16 agosto alcuni droni hanno colpito l’edificio degli uffici del Primo Ministro Masrour Barzani. Teheran ha declinato le accuse di coinvolgimento, denunciando che si tratta di un’operazione di falsa bandiera.
Tuttavia, è chiaro che la Repubblica Islamica sta esercitando una fortissima pressione per espellere completamente dalla Regione Autonoma Curda la presenza statunitense e, con essa, i gruppi curdo-iraniani di opposizione.
Fonte
17/08/2026
“Dove si appanna la stella Usa cresce il nuovo ordine mondiale”
Intervista a Joseph Halevi. Non è una sorpresa, per chi ha seguito e segue la dinamica militare americana. Dov’è la dimensione della sconfitta strategica? In primo luogo, gli statunitensi sono sostanzialmente disarmati per quanto riguarda i missili di precisione.
Ciò coinvolge tutto l’assetto militare strategico americano, sia nella sua capacità di vendere armi all’Europa affinché l’Europa le consegni gratuitamente all’Ucraina, sia nell’indebolimento dello schieramento americano rivolto alla Cina, perché gli statunitensi non possono rafforzare le loro punte avanzate nei confronti della Cina, ovvero il Giappone.
In altre parole, rischia di sgretolarsi la capacità da parte statunitense di mantenere lo storico “protettorato” sui Paesi amici?
Bisogna partire dal presupposto che per gli Stati Uniti questi Paesi (Giappone, Europa) in cui la distanza fisica è compensata da una forte presenza militare e ideologica, sono una cintura di protezione, al di là della retorica che ha sempre rappresentato la presenza americana come un baluardo fonte di benefici per i Paesi che ne avevano accolto le basi militari.
In altre parole, è la Nato a proteggere gli USA, rappresentando a un tempo il campo di battaglia e la carne da cannone per coprire gli Stati Uniti.
Lo stesso dicasi per il Giappone. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, in questo momento gli USA si trovano sguarniti delle loro armi di punta, i missili di precisione, pur mantenendo un arsenale di armi ordinarie di tutto rispetto.
Il fatto però è che queste ultime sono bombe che servono sostanzialmente per bombardamenti a tappeto, in questo momento improponibili e prodromo dell’uso dell’atomica. I Tomahawk, che sono i migliori missili americani e quelli più flessibili come punto di lancio, sono stati “consumati” al 50%; i missili intercettori sono stati utilizzati con percentuali che vanno intorno al 60%, mentre per quelli più avanzati si parla di un uso che sfiora l’80% delle disponibilità.
Negli ultimi giorni, è uscita la notizia che anche l’Arabia Saudita, che possiede solo armi americane, ha utilizzato circa l’86% dei suoi missili intercettori.
Le conseguenze?
Ciò significa che, se gli americani dovessero ricostituire queste scorte di armi, dovrebbero ulteriormente intaccare le loro. Ma in questo momento non le hanno.
Sempre il CSIS elenca i tempi necessari alla ricostituzione delle scorte per ciascun tipo d’arma: si va dai 42 ai 64 mesi. A ciò si deve aggiungere il fatto che queste armi sono piene zeppe di strumentazione elettronica richiedente l’uso di terre rare, in stragrande maggioranza raffinate in Cina anche quando estratte altrove.
Esattamente come gli USA nei confronti della Cina, Pechino ha un elenco di prodotti strategici da non esportare. Quindi l’invio all’estero dei prodotti delle raffinazioni delle terre rare che entrano nella produzione di queste armi è vietata o fortemente centellinata.
Ne consegue che gli USA non potranno completare il rinnovo delle scorte nei tempi tecnici previsti. Hanno poca capacità di raffinazione così come ne ha pochissima il Giappone, che in questi rami industriali fa da spalla agli USA.
Questo cosa significa, al di là del ragionamento militare?
Intanto, pensiamo al fatto che gli USA si sono fatti riconsegnare, da altre zone del mondo tanti missili intercettori che a suo tempo gli avevano fornito e che facevano parte della dotazione degli “alleati”. Armi che per ora non sono in grado di reintegrare. Di fatto, sono completamente scoperti.
Consideriamo che la vera natura di queste guerre (per questo gli Stati Uniti si sono fatti trascinare da Israele) era quella di conquistare aree cruciali, i cosiddetti punti di strangolamento per quanto riguarda il passaggio del petrolio e di staccare l’Iran dalla Cina e dalla Russia, realizzando, con bombardamenti e azioni di guerra, il cambiamento di regime.
Non dimentichiamo che se l’Iran, o prima ancora l’Iraq, fossero stati esclusivamente grandi produttori mondiali l’uno di pistacchi e l’altro di fagiolini, non sarebbe scoppiato il conflitto. Ovviamente, la causa principe è, fin dall’intervento USA in Iran del 1953 per abbattere l’allora legittimo governo di Mohammad Mossadegh, il petrolio cui si è aggiunta la strategia di condizionare e controllare la Cina.
In che senso?
Nel senso molto semplice che gli USA hanno bisogno del petrolio per sostenere il dollaro come moneta a livello mondiale.
Facciamo attenzione: gli americani vogliono essere in deficit rispetto al resto del mondo, dal momento che per loro è basilare spendere e spandere per quanto possibile per poi farsi finanziare dal resto del mondo attraverso le emissioni dei buoni del tesoro americani. Questo è il meccanismo che tiene in piedi il sistema finanziario USA e soprattutto la crescita continua della bolla di Wall Street.
D’altro lato, essendo l’Iran un importante fornitore di petrolio per la Cina, creare difficoltà a Pechino è coerente con il proprio obiettivo principale. Tuttavia, il dato di fatto rimane: in questo momento gli USA sono completamente sguarniti a livello militare e in completo caos. Anche per quanto riguarda l’amministrazione.
L’impressione è quella di una nave alla deriva prima di finire sugli scogli.
Ma con l’indebolirsi dell’egemonia statunitense, non è inevitabile che il mondo si riorganizzi?
Questo è vero in teoria. Ma il processo è caratterizzato da ciò che in statistica si chiama “passeggiata aleatoria”, in cui ogni azione può anche avere una sua logica ma nell’insieme ne scaturisce un movimento casuale.
Un esempio è dato dalla incompatibilità tra il ruolo del Giappone e la sua reale situazione. Per Washington, dal 1950 in poi, la frontiera statunitense più avanzata verso la Cina è il Giappone assieme alla Corea del Sud.
In questo momento il Giappone dà l’impressione di essere un Paese nel pallone più totale. Sta scivolando ulteriormente nella crisi economica che lo divora da oltre trent’anni, ed è incapace di riposizionarsi. Tant’è vero che nel corso delle cerimonie di commemorazione del bombardamento di Hiroshima, la primo ministro giapponese ha evitato di ricordare che i due bombardamenti nucleari sono stati compiuti dagli Stati Uniti.
L’Europa non è per niente diversa, rispetto alla sua capacità di riposizionarsi, perché la formazione dell’intero ceto politico occidentale è completamente plasmato dagli USA. Una volta scomparsi gli Adenauer, i Willy Brandt, i De Gaulle, i De Gasperi, i Moro, in Italia la Prima Repubblica, il ceto politico successivo (in Italia, alla fin fine, persino la dirigenza del PCI) è stato plasmato o rimodellato dagli Stati Uniti, così da non avere la possibilità di creare statisti.
Questo è il punto, che riguarda non solo l’Europa, ma anche il Giappone e la Corea del Sud.
Se questo è vero per Europa, Giappone, e gli alleati storici degli USA, non le sembra che altri Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Pakistan, abbiano la capacità di reagire a un mondo in cui la potenza statunitense si sta via via appannando?
Il problema che ha posto è molto reale. Intanto, bisognerebbe parlare dell’Accordo della Mecca in cui è stato stretto un patto tra i tre Paesi citati, con l’avvertenza che in realtà degli articoli del Patto non sappiamo ancora nulla.
Andando per ipotesi e ricordando che anche l’Egitto, se saranno superati alcuni nodi tecnici, potrebbe entrare a farne parte, possiamo tentare di capire qualcosa dalle reazioni degli altri Paesi.
Quella di Israele è negativa. Del resto, quando si illudevano di sconfiggere l’Iran grazie alla potenza americana, lo stesso leader dell’opposizione israeliana Neftali Bennett, aveva detto, assieme all’attuale governo, che il nuovo pericolo è un’alleanza sunnita, e la nuova minaccia è la Turchia, per cui bisognava prepararsi a fare guerra alla Turchia.
Dall’altro lato, tutti e tre i Paesi che formano questo Accordo sono profondamente dipendenti dagli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, la firma del Patto della Mecca uccide gli Accordi di Abramo, ovvero quegli Accordi del 2020 formulati dagli USA che hanno portato prima alla normalizzazione diplomatica dei rapporti fra Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Israele, che poi avrebbero dovuto sfociare nella normalizzazione fra Israele e Arabia Saudita. Questo nuovo Patto li svuota completamente.
Ma intanto come sono posizionati i Paesi che lo compongono?
La Turchia di Erdogan svolge una politica ambigua e possibilistica. Bisogna comprendere a cosa punta la Turchia e si può già capire che un loro obiettivo è quello di trasformare la Siria in un protettorato di Ankara. Uno dei segnali è che i turchi stanno installando radar militari in Siria.
Questo significa che gli aerei israeliani non potranno più posizionarsi nello spazio aereo siriano, come facevano dalla caduta di Bashar Al-Assad, posizionamento che permetteva loro di lanciare missili sull’Iran in relativa sicurezza, dal momento che gli aerei israeliani e quelli americani preferiscono evitare di entrare nello spazio aereo iraniano.
Il fatto che Ankara stia installando radar militari in Siria complica la vita a Israele, dal momento che i suoi aerei verranno “visti” dalla Turchia. Soprattutto, potrebbero essere anche operazioni sgradite alla Turchia.
Quanto alle dichiarazioni israeliane che identificano la Turchia con il nuovo nemico, Erdogan ha risposto in modo molto duro, dicendo che Israele se ne deve andare dalla Siria, dal Libano, ecc.
Tirando le fila, l’Accordo della Mecca può avere impatti diversi a seconda del lato da cui lo si prende, anche se, fintanto che non ne sappiamo di più sui contenuti degli articoli, sarà difficile dargli la giusta dimensione.
Detto ciò, la reazione iraniana non è stata negativa. Teheran ha dichiarato che il Patto, retto da una clausola di mutuo sostegno in caso di aggressione simile all’Articolo 5 della NATO, non è diretto contro l’Iran.
Ancora più esplicito è stato Wang Yi, ministro degli esteri della Repubblica Popolare Cinese, il quale ha affermato di vedere molto positivamente l’Accordo tra i tre paesi firmato alla Mecca. Wang Yi ha inoltre auspicato di poter giungere alla creazione di un quadro di sicurezza collettiva tra la Cina ed i paesi islamici dell’Asia occidentale, come oggi viene chiamato quello che fu il Medioriente, quadro che include l’Iran.
Tuttavia il ruolo del Pakistan è già emerso come molto importante per la regione...
Il Pakistan è stato un Paese fondamentale anche nello sviluppo della difesa dell’Iran sia sotto l’aspetto dei rapporti diplomatici che dal punto di vista logistico militare. L’azione della sua diplomazia verso Teheran, espletatasi sempre col pieno appoggio della Cina, è stata fondamentale per la firma dell’accordo di Islamabad che poi è stato formalizzato in Svizzera.
In quel frangente gli iraniani non parlavano direttamente con gli americani, che pure erano presenti, e i loro rapporti erano mediati dal Pakistan e dal Qatar.
In particolare si segnala per importanza la figura del capo di stato maggiore pakistano, il generale Asim Munir, il vero mediatore invisibile, com’è stato definito dalla stampa internazionale.
Il Pakistan ha rivestito questo ruolo di fondamentale importanza per il suo legame con la Cina, che, in veste di suggeritore, ha coadiuvato il Pakistan su come parlare con l’Iran per giungere alla sottoscrizione dell’accordo d’intesa.
Come evolve il rapporto con la Cina?
Il rapporto Cina-Pakistan ha funzionato anche sul terreno, dal momento che mentre gli USA bombardavano il porto iraniano al confine col Pakistan, Chabahar, il porto che ha permesso all’Iran di non fermarsi è stato lo scalo fratello pakistano di Gwadar a poca distanza da Chabahar. Gwadar fa parte dell’odierna Via della Seta ed è un nodo fondamentale dei rapporti fra Cina e Pakistan.
Quest’ultimo ha messo a disposizione dell’Iran il porto di Gwadar, sottraendo ai bombardamenti americani le navi col petrolio iraniane. Inoltre, con l’aiuto tecnico della Cina, il Pakistan ha aperto sei valichi di frontiera per il trasporto con autocisterne di petrolio fra Iran e Pakistan.
Un altro elemento di grandissima importanza, è che durante la guerra, la precisione dei missili iraniani è andata aumentando molto rapidamente. Come mai? A parte che, secondo Ted Postol, professore di fisica al MIT e già consulente del Pentagono su questione balistiche, sembra che gli iraniani abbiano sviluppato dei missili superiori al missile cinetico di alta potenza russo Oreshnik, i cinesi, con i pakistani, hanno accelerato il trasferimento all’Iran del sistema di direzione elettronica cinese BeiDou impervio alla penetrazione da parte dagli americani, superando il problema di sicurezza del sistema iraniano che aveva mantenuto la tecnologia GPS americana penetrata dagli USA e da Israele a tal punto che nella guerra di giugno del 2025 riuscirono a far deviare non pochi missili iraniani.
Tutto ciò mi porta a dire che, sebbene sia vero che il Pakistan è fortemente legato agli USA, è anche vero che è altrettanto fortemente legato all’Iran e non ne vuole la sconfitta.
Ma quali sarebbero i motivi?
Mi sembrano evidenti. Intanto, il rapporto Pakistan-Cina, che passa attraverso quello Iran-Cina. Legami molto stretti, che fanno sì che il Pakistan non voglia alterare i rapporti.
L’altro motivo è che in Pakistan, su oltre 260 milioni di abitanti, il 20% sono Sciiti, che fanno riferimento all’autorità religiosa di Teheran. Il capo di questa comunità è un personaggio molto influente con stretti legami con il ministro degli Interni pakistano Moshin Naqvi, il quale al momento di scrivere si trova in visita ufficiale a Teheran.
Naqvi è molto popolare in Pakistan in quanto presidente del comitato nazionale di cricket che, in Pakistan quanto in India, è una fede mistica di massa oltre che uno sport.
Tirando le fila, quali saranno le conseguenze di questa guerra per gli USA?
In America la sconfitta strategica, così chiamata senza peli sulla lingua, è materia di ampia discussione pubblica. Gli USA hanno ormai perso le basi in quell’area, semplicemente perché non esistono più a livello fisico.
Le basi americane sono state distrutte con una percentuale attorno all’80%. Nel Golfo esiste il problema della base nel Bahrein ove si colloca il quartier generale della V Flotta. Sembra vi sia ancora personale che non può venir via a causa della chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz.
Le altre basi sono state tutte evacuate precipitosamente, a cominciare dalla zona curda dell’Iraq, considerata strategica grazie alla presenza dei combattenti curdi, che, debitamente armati dagli americani, avrebbero dovuto invadere l’Iran da quella parte.
Gli americani si sono ritirati dall’Iraq, dalle due basi in Giordania dove ufficialmente non si trovavano. Si sono arroccati in Arabia Saudita, in Israele e in parte si sono riposizionati in Europa.
Il dato di fatto è che nell’area non c’è più presenza americana strutturalmente coordinata a prescindere dalle due portaerei con qualche unità che stazionano al largo nel Mar Arabico attuando il controblocco di Hormuz senza riuscire a scardinare la posizione dell’Iran circa la chiusura dello stretto.
La situazione USA ha raggiunto livelli di superficialità inimmaginabili. L’ammiraglio Brad Cooper capo del CENTCOM, il comando USA delle forze destinate all’area che va dall’Asia centrale al Golfo Persico, ha apertamente sollecitato tutti i soldati di qualsiasi rango ad inviare suggerimenti su come punire (verbatim) l’Iran.
Nel frattempo la condizione dell'equipaggio della portaerei Lincoln, da molti mesi in navigazione tra il mar Arabico e l’Oceano Indiano, tende a quella dei soldati in trincea durante la prima guerra mondiale: cibi avariati, igiene scarsa, tentativi di suicidio e di saltare fuori bordo.
Tutto ciò mentre non esiste di fatto alcun dialogo fra Iran e USA. Gli Stati Uniti si trovano in un vero vuoto strategico, legato, fra l’altro, anche alla situazione delle armi di cui abbiamo parlato all’inizio.
In tutto ciò, quanto pesa l’elemento petrolio?
Mi sembra che fuori dagli USA se ne parli in modo inadeguato e superficiale. L’America si sta accorgendo che manca il petrolio cosiddetto greggio-acido o pesante, ovvero quello da cui si trae kerosene per gli aerei e diesel per i camion.
Le auto usano petrolio dolce o leggero che costituisce la grande maggioranza del greggio estratto dai pozzi sul territorio americano. Il greggio acido lo devono importare e, con la chiusura di Hormuz, le importazioni non sono sufficienti.
La quantità di petrolio a disposizione come riserva strategica ufficiale, è scesa di oltre la metà, per quanto riguarda tutti i tipi. Dall’anno scorso si è passati da 700 milioni di barili a 300 milioni. Il 36% è petrolio pesante, ovvero acido.
Intanto, non solo non esce niente da Hormuz, ma – dopo il bombardamento missilistico saudita della pista dell’aeroporto di Sanaa nello Yemen il 13 luglio scorso – Ansara Allah (i “Partigiani di Dio”, conosciuti in Occidente come Houthi) hanno bloccato le esportazioni di greggio dell’Arabia Saudita.
La scarsità di petrolio per il momento, non si manifesta eccessivamente sui prezzi perché questi vengono calmierati proprio dall’uso a man bassa delle riserve strategiche. Ma la scarsità dovrà emergere. Un’eventuale espansione del mercato nero (petrolio russo comprato dall’India e rivenduto ai Paesi che non lo comprano direttamente a causa del sanzioni), non è sufficiente.
L’unica che continua ad alimentarsi col petrolio saudita è la Cina, nei cui confronti Ansar Allah, come l’Iran, non applicano blocchi di alcun genere.
Ad oggi non esiste alcuna tregua formale, solo di fatto, perché gli USA non sono in grado di continuare i combattimenti. Esistono negoziati tra l’Oman e l’Iran riguardo la gestione del traffico nello stretto di Hormuz e la spartizione degli incassi dei pedaggi.
Tuttavia Teheran, seguita da Ansar Allah per quanto riguarda lo stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso, ha dichiarato che lo stretto non verrà riaperto finché non verrà posta fine alla guerra, non verranno completamente ritirate le forze USA dall’insieme dell’area e dall’Iraq, finché Israele non cesserà ogni attacco al Libano, ritirandosi dal territorio occupato, ed dalla Palestina. Ne consegue che la scarsità di petrolio potrà durare a lungo.
Fonte
10/08/2026
Turchia - Presentata la legge sul PKK; è escalation fra Iran e gruppi curdi
La proposta prevede che indagini, processi e pene a carico di militanti del PKK relativi a reati punibili con una pena detentiva fino a 15 anni vengano sospesi per cinque anni, mentre i procedimenti che prevedono pene più severe, incluso l’ergastolo, vengano sospesi per 10 anni. Quest’ultima casistica era inaspettata alla vigilia, quando le indiscrezioni parlavano di un’esclusione totale per coloro i quali si fossero macchiati di reati molto gravi.
Tuttavia, i principali dirigenti del PKK, fra cui Ocalan, restano esclusi per effetto di un’altra clausola “ad personas”: chi è stato condannato all’ergastolo può aderire ai benefici previsti dalla legge solo se ha commesso i propri reati prima del primo giugno 2005.
Si potrà fare richiesta di adesione solo dopo che una commissione ad hoc, formata da apparati di sicurezza e apparati governativi, avrà certificato il completo disarmo del PKK, ovvero lo svuotamento di tutti i depositi di armi, ubicati nelle montagne del Kurdistan Iracheno, che i servizi segreti attribuiscono all’organizzazione curda.
La legge è estesa sia ai militanti che attualmente si trovano, appunto, nei rifugi del Kurdistan iracheno, sia a quelli che si trovano in carcere, sia a quelli che si trovano in esilio altrove. Se durante i 5 o 10 anni di sospensione degli aggravi a loro carico non commetteranno altri reati, l’amnistia per loro sarà definitiva, altrimenti perderanno tutti i benefici.
La proposta di legge è stata firmata dai parlamentari dei partiti di governo, da quelli del partito DEM e da quelli di quel che resta del Partito Popolare Repubblicano (CHP), “ammaestrato” per via giudiziaria; i 91 parlamentari del più grande gruppo di opposizione, ovvero quello neocostituito del “Partito Nuovo”, composto dai fuoriusciti del CHP, non hanno inteso firmare la legge, in protesta contro la repressione abbattutasi sul loro partito.
Ora resta da vedere se il blocco formatosi a sostegno di questa legge possa consolidarsi e portare avanti anche un progetto di modifica costituzionale, come vorrebbe Erdogan.
In tal senso, il leader del Movimento Nazionalista Devlet Bahceli, alleato di governo, ha chiesto che, parallelamente all’implementazione di questa legge quadro, anche Ocalan e Demirtas vengano rilasciati.
Del loro destino, attualmente, non si sa nulla, così come di quello dei tanti ex sindaci ed ex parlamentari della sinistra filocurda non armata, prigionieri da anni. Il loro peso politico ed il loro consenso sono sicuramente maggiori di quello di cui godrebbe qualche migliaio di ex quadri di base o quadri medi del PKK tornati alla “politica legale”.
È dall’inizio del processo di pace che Bahceli si è cucito addosso questo insolito ruolo di “colomba”, in contrasto con la maggiore durezza espressa da Erdoagn, in quello che ormai sembra essere più un gioco delle parti che una divaricazione reale.
L’efficacia di questo processo di pace, tuttavia, potrebbe essere minata da un fattore esterno, ovvero l’escalation in corso fra vari gruppi politici curdi basati anch’essi nel Kurdistan Iracheno e la Repubblica Islamica dell’Iran.
Sin da quando si sono diffuse voci su un possibile coinvolgimento di gruppi separatisti curdi – di diversa ideologia – nell’aggressione di USA e Israele nei confronti dell’Iran, la rappresaglia di Teheran nei loro confronti non si è fermata nemmeno durante i periodi di cessate il fuoco.
La Turchia, durante le prime fasi della guerra, aveva collaborato con le Guardie della Rivoluzione fornendo informazioni di intelligence circa i movimenti effettuati sul terreno da questi gruppi e aveva contribuito – a detta dello stesso Aragchi – a dissuadere Trump da dare attuazione al piano israeliano di utilizzarli per un’offensiva di terra.
Successivamente, però, la linea di Ankara è cambiata: in occasione di colloqui seguiti ai funerali di Khamenei, secondo il Middle East Eye, ufficiali turchi hanno chiesto alla controparte iraniana di fermare gli attacchi contro i gruppi curdi. Il timore è che una continuazione della rappresaglia avrebbe spinto questi ultimi a stringere ulteriormente i legami con Israele, compromettendo anche il processo di pace in Turchia.
Tuttavia, non si va nella direzione auspicata da Ankara. Il 2 agosto, un attacco con droni rivendicato dal Pjak, ala iraniana del Pkk, ha ucciso un soldato iraniano in un villaggio di confine. I droni erano partiti dal Kurdistan iracheno. Ovviamente, se emergesse che quest’organizzazione sia venuta in possesso in quantità massicce di questi letali droni esplosivi, l’escalation cambierebbe passo.
In tal caso, l’intera Regione Autonoma Curda si troverebbe completamente esposta agli attacchi missilistici iraniani a seguito del ritiro delle batterie Patriot effettuato dagli USA, i quali, come noto, dopo la fallimentare campagna contro la Repubblica Islamica, sono a corto di missili intercettori e hanno deciso che i primi ad essere lasciati scoperti siano, ancora una volta, gli “alleati curdi”.
L’esercito iraniano, da parte sua, ha affermato che le proprie forze speciali stanno effettuando una serie di operazioni di terra all’interno del territorio iracheno, di cui Baghdad è informata.
In una di queste, avvenuta due giorni dopo aver subito il letale attacco con droni, è rimasto gravemente ferito il figlio di Hussein Yazdanpanah, capo del Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), gruppo separatista curdo iraniano che più di tutti è vicino ai Barzani e rivendica legami con Israele.
Si tratta, dunque, di operazioni volte a colpire i vertici delle organizzazioni separatiste e distruggerne le basi operative, che confermano la risolutezza dell’Iran a colpire i propri nemici a 360 gradi.
Fonte
09/08/2026
Arriva la Nato sunnita, un ‘successone’ della guerra Usa-Israele all’Iran
È stato firmato in questi giorni un accordo di cooperazione militare tra sauditi, pakistani e turchi. E non è stato firmato in un luogo qualunque ma alla Mecca, “capitale” delle fede mussulmana. Potrebbe essere il nucleo di quella Nato islamica di cui si parla da tempo. Lo capiremo se i prossimi ad aderire saranno i Paesi del GCC (Il Consiglio di Cooperazione del Golfo) cioè quelli che si affacciano sul Golfo Persico salvo Iran e UAE.
È un evento in teoria epocale, se non verrà depotenziato dagli Usa e da Israele che ne subiscono il contraccolpo. Ad allearsi formalmente sono nell’ordine: le none forze armate del mondo (Turchia), le quattordicesime (Pakistan che ha l’arma atomica), le ventincinquesime (i sauditi hanno tanti soldi ma delle forze armate, sinora, dagli scarsi successi).
Questa firma sancisce in qualche modo la trasformazione di Washington da fornitore di sicurezza a fornitore di armi, grazie alla miopia di Trump che si esprime sia modo in cui tratta gli alleati, sia nell’essersi imbarcato nell’aggressione all’Iran.
Nei suoi due mandati con l’Arabia Saudita ha perseguito solo vantaggi familiari (vedi i miliardi di Kushner) e contratti per le aziende americane, in primis di armi, fino a definire Ryad partner di pari livello a quelli Nato, quindi con la possibilità di aver accesso a tecnologie di ultima generazione. A ciò si aggiunga l’accordo recentissimo sul nucleare civile che mette, almeno su carta, i sauditi in condizione di avere la bomba atomica.
I danni vengono dall’ossessione di Trump nel considerare i costi diretti di quello che fanno gli Usa ma mai i vantaggi indiretti. È lo stesso approccio che sta avendo con l’Europa: la politica estera viene ridotta ad una trattativa per una fornitura di cemento per uno dei suoi casinò ad Atlantic City (che fallirono). Nessuna valutazione geopolitica, solo un occhio alle cifre a piè di lista.
Inoltre la guerra all’Iran ha evidenziato un enorme dato: le basi che gli Usa hanno costruito nell’area dopo a partire dalla guerra all'Iraq di Saddam nel 1990 sono state a lungo una leva nelle relazioni tra Paesi del Golfo e gli Usa, l’Iran le ha trasformate in bersagli e quindi in un problema per gli Stati che le ospitano (sinora sono state un problema solo con l’opinione pubblica interna, infatti alle nostre latitudini non se ne parlava o non le si vedeva).
Oggi sono inabitabili e non utilizzabili per via degli attacchi dell’Iran, verranno sfrattate visto che sono diventate un rischio per la sicurezza? Non lo si sa, ma cresce questa tentazione nei governi dell’area. Se così fosse, tra l’altro, Israele e l’Italia con le loro basi diverrebbero ancora più strategici per collocazione geografica e allineamento politico.
I tre Paesi firmatari sono legati da un accordo (modello articolo 5 della Nato) di mutua difesa in caso di attacco. Questa intesa, che potrebbe essere l’embrione della Nato sunnita, è in chiave anti-Iran (sciita) nel senso che se domani Teheran dovesse tornare ad attaccare i sauditi, in teoria Turchia e Pakistan dovrebbero intervenire. Ma non è solo questo il punto.
Nella lista dei “prossimi nemici” di Israele, ci sono la Turchia, l’Egitto e il Pakistan. Questa alleanza salda due di loro con i sauditi, che Trump sta spingendo (invano) a sottoscrivere gli “accordi di Abramo”.
La conseguenza pratica, è la fine degli “accordi di Abramo”. I sauditi hanno più volte detto che normalizzeranno le relazioni diplomatiche con Tel Aviv quando verrà riconosciuto uno Stato palestinese, ma a questo punto è Israele che non può accettare rapporti normalizzati con i sauditi, amici dei loro nemici.
Resta da capire se (e con quali conseguenze sulla Nato) questa alleanza crescerà numericamente e geograficamente. Sta di fatto che si tratta un nuovo esempio di un mondo che si prepara a nuovi scenari (che vanno dall’uscita Usa dalla Nato alla difesa europea), ad un equilibro multi-polare e ad un mondo post cura Trump.
La firma di questa alleanza conferma comunque una cosa: la guerra all’Iran è stato un errore clamoroso per gli Usa. Convinto di poter ottenere una vittoria rapida e indolore, Trump – il presidente che aveva promesso pace – si ritrova impanato nell’ennesima guerra americana in Medio Oriente, dalla durata incerta, alla rincorsa e alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa come nell’Iraq del 2003, ma con molte meno opzioni militari di allora.
Fonte
22/07/2026
Turchia, in arrivo una legge sul PKK e una scissione forzata fra i Repubblicani
La compagine governativa appare spaccata in due fronti sul tema della prossima candidatura presidenziale: da una parte la cerchia ristretta di Erdogan, che vorrebbe proporre un suo familiare, dall’altra gli apparati di sicurezza, che fanno capo al Ministro degli Esteri Hakan Fidan, il quale sta tentando di proporsi con un profilo più marcatamente filo-NATO.
La contraddizione potrebbe essere risolta andando ad elezioni anticipate per consentire la ricandidatura di Erdogan, il quale, altrimenti, esaurendo totalmente il secondo mandato, supererebbe il limite costituzionale.
Sul fronte delle opposizioni, invece, continua la strategia governativa volta a dividerle.
Secondo varie fonti governative, nei prossimi giorni dovrebbe essere finalmente presentata la legge-quadro sul PKK, nell’ambito del processo di pace in corso oramai da circa due anni. Il Parlamento dovrebbe lavorare anche ad agosto per discuterla ed emendarla.
Il testo che si prospetta è davvero minimale: verrà concesso un periodo di tempo limitato ai membri del PKK non macchiatisi di “reati di sangue” per poter aderire ad una forma di amnistia molto parziale e tornare alla vita civile.
I dirigenti dell’organizzazione e coloro che si sono macchiati di “reati di sangue”, compreso Ocalan, non riceveranno – per ora – alcun tipo di mitigazione della pena; pertanto, chi è ancora in clandestinità non potrà tornare in Turchia e dovrà rimanere in esilio.
Il tutto è subordinato alla verifica, da parte dei servizi segreti turchi, che il disarmo sia stato effettivamente completato. Si ricorda che i miliziani hanno base sulle montagne del Kurdistan Iracheno.
I dirigenti del PKK e quelli del partito della sinistra filocurda DEM replicano che la differenzazione individuale dei militanti è inaccettabile: tutti dovrebbero essere inclusi nel processo di pace, consentendo all’organizzazione armata disciolta un passaggio collettivo alla politica legale.
Nelle ultime settimane, i capi storici del PKK, in alcune interviste, hanno abbandonato la retorica completamente pacifica, cominciando ad alludere al fatto che dispongono ancor di rilevanti capacità di combattimento, le quali verranno smantellate solo qualora venisse concessa la libertà ad Ocalan.
Un altro grave vulnus del provvedimento legislativo, così come prospettato dalle fonti governative, è che non affronta apertamente la questione dei tantissimi prigionieri del “movimento curdo legale”, ovvero i tantissimi ex-sindaci ed ex-deputati della sinistra filocurda finiti dietro le sbarre dopo la fase di forte conflittualità interna fra il 2014 ed il 2016.
Liberare questi ultimi – a partire da Selhattim Demirtas – avrebbe un peso politico sicuramente maggiore rispetto a consentire di rientrare in Turchia a qualche migliaio di ex-guerriglieri, molti dei quali probabilmente sceglierebbero di rimanere ugualmente in esilio, se non altro per prudenza.
Nulla di nulla, infine, filtra circa le intenzioni governative sul tema dello status della lingua e della cultura curde. Su questo sarebbero necessarie modifiche costituzionali profonde.
Sullo sfondo rimane la fortissima pressione militare esercitata dall’Iran sul PJAK – ala iraniana del PKK – e altri gruppi curdi anch’essi basati sui monti del Kurdistan Iracheno; questo fattore potrebbe rallentare il processo di disarmo.
Sul fronte dell’opposizione repubblicana, la situazione sta rapidamente degenerando.
Dopo una sentenza che ha invalidato l’ultimo congresso del Partito Popolare Repubblicano, destituendone la dirigenza, guidata dal segretario Ozgur Ozel e dall’incarcerato candidato presidenziale in pectore Ekrem Imamoglu, il partito si è spaccato.
È stato, infatti, reinstallato il precedente segretario Kemal Kilicdaroglu, che sta pienamente cooperando con la repressione governativa: non ha esitato nemmeno a chiedere l’intervento della polizia per sgomberare le sedi dal gruppo dirigente destituito, come accaduto clamorosamente a Istanbul nei confronti dello stesso Ozel.
Il gruppo parlamentare risulta spaccato fra le due fazioni e Kilicdaroglu sta lavorando attivamente per blindare gli organismi dirigenti, rifiutandosi di convocare un nuovo congresso in tempi brevi. Così Ozgur Ozel ha annunciato che sono in atto i preparativi per formare un nuovo partito; il quale, ovviamente, partirebbe senza poter disporre della cassa, delle proprietà delle sedi nonché del “marchio storico” del Partito Popolare Repubblicano, fondato da Ataturk.
Resta, ai dirigenti destituiti, il sostegno dei vari centrosinistra europei, che si configura, però, nell’ambito del quadro politico turco, più che altro come una iattura.
Intanto la repressione continua e minaccia l’immunità parlamentare dello stesso Ozgur Ozel, mentre su Imamoglu pendono richieste di pena tombali, formulate da un pubblico ministero divenuto ora Ministro della Giustizia.
Continua, dunque, ad avanzare la strategia governativa di spaccare al loro interno le opposizioni utilizzando il controllo sugli apparati dello stato.
Lo scopo è rendere le prossime elezioni un passaggio meramente formale, assorbendo parte del movimento curdo e scegliendo un candidato repubblicano inconsistente e subordinato, un Quisling politico.
C’è da dire che questa strategia è oggettivamente favorita dal profilo politico delle opposizioni, che in genere si propongono, in politica estera, con una debole e subordinata caratterizzazione filoeuropea; su questo, le varie fazione repubblicane e la sinistra filocurda non si differenziano molto.
Erdogan, invece, pur essendo debole sul piano economico interno, appare maggiormente in grado di affermare un profilo internazionale autonomo, navigando all’interno delle contraddizioni fra i vari blocchi geopolitici presenti sullo scenario mondiale.
Fonte
19/07/2026
Il Corridoio del Caspio che scavalca tutte le crisi
A fronte delle crisi internazionali che stanno destabilizzando il pianeta, la Cina ha deciso di reagire con una strategia che punta ad aprire nuovi assi di collegamento. Un’alternativa indispensabile, per garantire la catena degli approvvigionamenti produttivi necessari, in primo luogo, all’industria europea.
Aggirare le strettoie
Gli altri tirano bombe e lanciano missili. Per giunta a casaccio. Loro, invece, davanti ai problemi e alle rogne, che nel mondo contemporaneo spuntano come funghi, molto più saggiamente provano ad evitarli. Parliamo dei cinesi, perché se le crisi ricorrenti di una geopolitica ormai turbolenta e senza equilibrio, sembra quasi obbligarli a farsi avanti, loro hanno invece strategie diverse. Gli “hotspot”, i punti caldi che angosciano la diplomazia internazionale, a Pechino preferiscono aggirarli. E così i nipotini di Mao (e di Confucio) pensano di vincere una sofisticata partita a scacchi, senza sporcarsi le mani o, meglio ancora, senza sparare un colpo. L’idiozia di utilizzare la forza bruta la lasciano ad altri statisti (si fa per dire), che vengono da culture più “grossier”. Così, davanti a tragedie come l’invasione dell’Ucraina, la mattanza di Gaza e la guerra nel Golfo Persico, Xi Jinping e compagnia si preoccupano, prima di tutto, dell’equilibrio dei mercati e della necessità di mantenere un affidabile catena degli approvvigionamenti produttivi.
Nuovi assi di trasporto
Allora, diciamo che, per andare subito al cuore del discorso, da un certo punto di vista a Pechino si sono accorti (e non da ora) di avere il coltello dalla parte del manico. È la Cina ad alimentare molte delle industrie occidentali, ed europee in particolare, con la sua gigantesca offerta di materie prime e semilavorati indispensabili per processi produttivi di tutti i tipi. Con la differenza che adesso cominciano ad arrivare in Europa anche componenti ad alto valore aggiunto, destinati ai settori più sofisticati dell’imprenditoria. Ergo: se le crisi internazionali chiudono per rappresaglia (o per un’impennata della soglia del rischio) i passaggi-chiave, i cosiddetti “colli di bottiglia” come Hormuz, allora le prospettive per l’economia mondiale si fanno cupe. E quelle per la Cina, che è considerata la “fabbrica del mondo”, diventano nere. Ma a Pechino i vertici del partito non dormono, anzi, sono in fibrillazione, e propongono quello che sembra una specie di uovo di Colombo: la realizzazione di nuovi giganteschi corridoi transcontinentali, che servano a spostare le merci dall’immenso mercato cinese verso Ovest, fino alla lontana Europa.
Un progetto faraonico
“Secondo gli analisti – scrive Ralph Jennings, del South China Morning Post di Hong Kong – la Cina sta investendo in una rotta marittima di import-export attraverso il Mar Caspio verso l’Europa, che evita la Russia e aggira i conflitti del Medio Oriente. Le aziende statali cinesi hanno già investito centinaia di milioni di dollari per costruire il ‘Corridoio Centrale’, come viene definita la nuova opera. Sarà un’infrastruttura lungo 4.750 km (2.950 miglia), che attraversa il Kazakistan, il Mar Caspio interno e prosegue via mare fino all’Azerbaigian, per poi arrivare in Georgia e infine in Turchia. Come si desume dal programma intergovernativo georgiano ‘Corridoio di trasporto Europa-Caucaso-Asia’ – chiarisce ancora Jennings – la Cina ha fornito un sostegno finanziario di circa 70 milioni di dollari e attrezzature per un valore di circa 2 milioni di dollari per il porto di Baku sul Mar Caspio. Inoltre, aziende cinesi hanno partecipato alla costruzione di un nuovo porto marittimo da 300 milioni di dollari ad Aktau, in Kazakistan, sull’altra sponda del Mar Caspio”. Il corridoio, noto anche come ‘Rotta Internazionale di Trasporto Transcaspica’, comprende strade e ferrovie, oltre ai due porti marittimi. La cosa più importante, però, è l’analisi costi benefici, con una valutazione di impatto eccezionalmente positiva. Secondo i calcoli effettuati dagli specialisti, “il Corridoio permetterebbe a una spedizione dalla Cina di raggiungere l’Europa in 15-18 giorni, rispetto ai 45-60 necessari via mare”. La notizia dello studio è stata fornita, a condizione di anonimato, da un’importante fonte diplomatica turca al South China Morning Post. Il governo di Erdogan, infatti, è particolarmente interessato al progetto, perché ne diverrebbe il terminale mediterraneo. Tra le altre cose, ricorda il South China Morning Post, “la Cina è il principale fornitore di beni importati dall’Unione Europea”. Per cui il Corridoio Transcaspico diventerebbe, per il Vecchio continente, una formidabile valvola di sicurezza per la catena degli approvvigionamenti produttivi nel caso di crisi internazionali.
Spunta la Turchia
In questo progetto è la Turchia che mira a sfruttare la propria posizione geografica, per diventare un punto di collegamento tra Asia ed Europa. Alcuni analisti sostengono che la Cina potrebbe portare finanziamenti e competenze logistiche di ‘livello mondiale’ per accelerare lo sviluppo del Corridoio. “Un tratto fondamentale del Corridoio Medio, la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars – dice Jennings – ha ripreso a funzionare a pieno regime il 2 giugno, rafforzando la ‘connettività ininterrotta’ attraverso la Turchia. Il Corridoio di Mezzo può offrire alle aziende cinesi che operano in quel Paese un accesso più rapido e diversificato ai mercati europei e ad altri mercati regionali”. Erdogan, in fondo, ha sempre difeso la “Belt and Road Initiative”. Non per amore verso la Cina, ma perché uno statista non può sempre abbassare la testa davanti ai diktat (interessati) dei suoi alleati.
Fonte
15/07/2026
Niente “tassa sullo Stretto” e un ordine a Israele
“Emiri e Paesi del Golfo mi hanno chiamato chiedendomi di investire negli Stati Uniti al posto di pagare l’imposta del 20%” sui beni che transitano per lo stretto di Hormuz. “Investiranno un incredibile somma di denaro negli Usa”.
Probabilmente non è vero neanche questo – al massimo, come da oltre 50 anni, investiranno a Wall Street, nell’immobiliare di lusso e in titoli di stato Usa – ma tutto va bene per far passare una bufala come un grande successo.
Proprio quello che non gli riesce con l’Iran, dove l’alternanza tra colloqui diplomatici e bombardamenti prosegue senza che si possa individuare un punto di svolta in tempi non biblici.
È comprovato, ormai, che la serie di “attacchi devastanti” effettuati a giorni alterni non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi dichiarati. Certo, fanno danni e qualche vittima, ma non cambiano l’equazione strategica che regola questo conflitto.
L’attacco israelo-americano del 28 febbraio, infatti, ha avuto come conseguenza imprevista (solo dall’amministrazione Usa) il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passa il 20% delle forniture di idrocarburi per l’economia mondiale.
Tenere chiuso lo Stretto non richiede grandi sforzi – missili, droni aerei e marittimi nascosti in gallerie sotto alte montagne rocciose difficilmente vengono distrutti in numero significativo; e ne bastano un paio ogni qual volta una nave che non ha contrattato con Teheran il passaggio prova a forzare il blocco credendo nella “protezione” statunitense – e il risultato geostrategico è al contrario molto rilevante.
Incrementare la portata dei bombardamenti sull’Iran comporta il già verificato rischio di un allargamento serio del conflitto, tale da mettere il resto del mondo davanti ad una crisi energetica di proporzioni incalcolabili (la produzione e commercializzazione del petrolio o del gas è assai “rigida”, visto che i paesi produttori da sempre estraggono al limite delle possibilità fisiche).
Ergo, metter fine a questa guerra è interesse del mondo, ma anche degli Stati Uniti – il prezzo dei carburanti si alza per tutti, e da quelle parti è un problema politico serio – e di tutti i paesi del Golfo, che fin qui avevano fatto affidamento sulla presenza militare Usa per sentirsi al sicuro.
Hanno verificato, invece, che quelle basi attirano missili e droni, bloccando le loro esportazioni e danneggiando anche qualche impianto.
Sappiamo che Israele è l’unico soggetto al mondo e in Medio Oriente che ha bisogno di proseguire all’infinito la guerra contro tutti i suoi vicini, per realizzare quella “Grande Israele” di una mitologia da pecorai di 3.000 anni fa.
Ma questo interesse non è palesemente quello statunitense, se non altro. E infatti se ne lamenta il sito Axios – che ha affidato il tema “guerra all’Iran” a Ravid Barak, ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano – secondo cui “giovedì, durante una telefonata, il presidente Trump ha detto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che Israele dovrebbe iniziare a ritirare le sue forze dalla Siria e lo ha esortato a fare lo stesso in Libano”.
Per Netanyahu e il suo governo di suprematisti sarebbe una tragedia, in pratica l’ennesima sconfitta politica che segue una non trionfale offensiva militare condotta con metodi genocidi. È noto, infatti, che nel sud del Libano, proprio come a Gaza, l’Idf abbia proceduto a demolire tutte le infrastrutture civili e le abitazioni per rendere impossibile il ritorno dei profughi fuggiti durante l’offensiva. Qualcosa del genere sta avvenendo anche in Siria.
L’intento, come sempre dal 1948, è quello di rendere eterna l’occupazione di quei territori per trasformarli in tempi rapidi i “territorio dello Stato ebraico”, utilizzando la scusa di “cuscinetti di sicurezza” che si spostano verso nord ad ogni crisi. Alcuni giornali locali ironizzano spesso sul fatto che prima o poi quel “cuscinetto” arriverà fino ad Oslo...
Ma questa volontà coloniale impedisce di fatto qualsiasi composizione, anche provvisoria, del conflitto. Ci arriva persino Trump che, sempre secondo Axios, nella telefonata a Netanyahu avrebbe detto “Non ti vogliono lì. Dovresti trasferirti altrove”.
Il problema dei territori siriani occupati è infatti una bomba messa sotto l’Alleanza Atlantica. L’attuale “presidente” Al Sharaa – vero nome di Al Jolani, ex dirigente dell’Isis e di Al Qaeda – è stato fin qui più che condiscendente con l’aggressivo vicino sionista. Ma certo non può restare a lungo silente davanti a un’erosione continua della parte più abitata e abitabile del suo paese.
Ancor meno può tollerarlo la Turchia, vero “protettore” degli ex jihadisti che hanno alla fine cacciato Assad, che si propone come leader dei musulmani sunniti in alternativa-coabitazione con l’Arabia Saudita.
Ecco quindi che i mille fili della rete che “contengono” l’irascibile Hulk di Washingon diventano automaticamente anche lacci e lacciuoli per i killer di Tel Aviv.
Per ora questi ultimi provano a praticare il loro più antico gioco: far finta di accettare un “ritiro parziale”, in “zone pilota”, che diventeranno ben presto occasioni di provocazioni e scontro, da cui verrà fuori l’ennesima “offensiva difensiva” per “costruire un cuscinetto di sicurezza” ancora più ampio.
Spezzare questa spirale infernale è possibile – senza provocare una catastrofe globale – solo se il “bandito più grande” (ossia Washington) riesce ad obbligare il “cane pazzo” di Tel Aviv a moderare i suoi appetiti.
Non sarà facile, anche perché questa sarebbe comunque una confitta strategica per entrambi.
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11/07/2026
I funerali di Khamenei visti da Kabul
Le agenzie di stampa hanno battuto la notizia: oltre 23 milioni di movimenti – persona registrati durante i solenni e maestosi funerali della Guida suprema Alì Khamenei, svoltisi tra il 3 e il 9 luglio. È un dato attendibile: quando un paese viene bombardato, minacciato di estinzione si stringe attorno al governo, quale esso sia. Trump, dopo aver azzerato la dirigenza della Repubblica islamica con il blitz del 28 febbraio, aveva chiesto la resa incondizionata. Un invito a nozze per i movimenti islamici più o meno radicali e una opportunità per consolidare un inedito fronte unitario. Si scatenava un meccanismo infernale ai danni dei cosiddetti islamici moderati, accusati di collaborazionismo, cui era fino poco prima annoverato l’attuale presidente iraniano Masoud Pezeshkian.
A Teheran era presente la Turchia, membro dissidente della Nato e perenne candidato all’ingresso nell’Unione Europea, nella figura del vicepresidente Cevdet Yilmaz Turky. L’emirato talebano aveva mandato due elementi di spicco: Abdul GhanBaradar e il ministro degli esteri Amir Khan Muttaqi, protagonista dei colloqui del 2021 con l’ex presidente Karzai rimasto a Kabul dopo la fuga del successore Ghani. Imponente la delegazione pakistana, guidata dal Primo ministro Shehbaz Sharif, grande mediatore del recente conflitto. Alla cerimonia era presente il Ministro degli Esteri indonesiano Sugiono, potenza emergente nel sud est asiatico, quello degli Affari esteri indiano Pabitra Margherita, i vertici, religiosi e intellettuali da 100 paesi del mondo. Il feretro era sfilato accompagnato da folle immense nei viali delle città sante allo sciismo di Najaf e Karbala in Iraq l’8 di luglio, per poi essere sepolto nella città natale di Mashad il giorno successivo.
La linea di demarcazione tra moderati e radicali è sottile e si sposta con le derive geopolitiche. Il fatto che un acuto mediatore, laureato in filosofia occidentale, come Ali Larijani sia stato fatto fuori in il 16 marzo 2026 a Pardis, testimonia che l’obiettivo in Iran non fosse un cambio di regime. Da parte sua l’opposizione iraniana, decimata dopo le manifestazioni di gennaio, non ha mai chiesto che le città persiane venissero bombardate e che le province del sud fossero lasciate senza acqua. Non ha nemmeno inneggiato all’insediamento di Ciro Pahlavi, figlio del defunto Scià iraniano e sponsorizzato dal primo ministro israeliano Netanyahu.
L’incombere di una minaccia comune ha creato le condizioni per un superamento degli schieramenti. Esiste un precedente diretto: la guerra con l’Iraq del 1980. Allora il regime di Saddam Hussein era visto dagli Usa come possibile risorsa per contrastare la marea islamica che in Khomeini aveva avuto il suo profeta. Un conflitto che fece 500 mila vittime con il corollario di orrori e violenze sui civili che ogni guerra contemporanea produce. Per attraversare i campi minati i mullah facevano marciare sopra le bombe i bambini, che in quanto martiri della jihad sarebbero andati dritti in paradiso. Il conflitto durò sette anni e non produsse cambiamenti territoriali. Saddam Hussein non perse la città costiera di Bassora ma il regime degli ayatollah sopravvisse alla prima aggressione militare. C’è un episodio di quella guerra che richiama l’attualità. Nella fase post-rivoluzionaria la maggioranza dei piloti dell’aviazione era stata messa in prigione, perché sospettata d’essere fedele allo scià. Ai piloti fu concesso di scegliere: risalire sugli aerei o marcire in una cella del già famoso carcere di Evian. I piloti presero posto sui Phantom e difesero la repubblica, morendo quasi tutti in combattimento.
L’impressione è che l’operazione voluta da Israele, cui inopinatamente Trump ha aderito e sulla quale i sauditi hanno mantenuto una posizione ambigua, nasconda altro. Se le regole del diritto internazionale saltano, tutto diviene possibile, soprattutto se si riesce ad innescare una visione millenaristica del conflitto. In Oriente non si parla di guerra: l’Iran è un paese aggredito. La logica dell’intervento militare preventivo trasforma i paesi della regione in potenziali bersagli. Il tema è ripreso in un recente intervento di Massimo D’Alema – La 7, 28 giugno 2026 –, nel quale l’ex premier sostiene che il conflitto avrà quale ricaduta un’accelerazione della corsa agli armamenti nella regione, in quanto possedere la bomba atomica rappresenta un deterrente per non essere attaccati.
La narrazione della destra trumpiana, che descrive gli eventi come lotta metafisica tra bene e male, prescinde da un dato fondamentale. La corsa all’atomica in Oriente non è partita da un’entità islamica o dalla defunta URSS, ma da un paese alleato dell’Occidente: il Pakistan. Il protagonista della conquista della bomba nel Paese dei puri è uno scienziato nato in India nel 1936, che alla causa dedicò la vita. Dopo aver assistito al primo test nucleare indiano nel 1972, Abdul Qadeer Khan prese una decisione che avrebbe avuto una rilevanza internazionale: avrebbe dato la bomba al suo paese. Si laureò in Olanda alla Delft University of Technology per poi ottenere un master in metallurgia in Belgio. E qui avviene il punto di svolta. Il giovane ingegnere viene assunto alla Verenigde Machinefabrieken di Amsterdam, filiale locale di un consorzio specializzato nell’arricchimento dell’uranio. Narrano le cronache – al fatto seguì un’inchiesta – che Khan rientrò con tutti gli onori in Pakistan trafugando dall’azienda in cui lavorava il progetto della centrifuga che nel 1998 avrebbe originato il primo test atomico.
Khan divenne negli anni successivi un teorico della proliferazione nucleare in chiave antimperialista e fondò un’impresa privata. La Khan Research Laboratories negli anni ’90 collaborò ai programmi di molti paesi, incluse Nord Corea, Libia, Indonesia e Iran. All’origine del caso iraniano e del ben più pericoloso precedente nordcoreano ci sarebbe la leggerezza di un consorzio europeo: la URECO, colosso tecnologico compartecipato dai governi di Gran Bretagna, Germania e Paesi Bassi.
La rivoluzione iraniana del settembre 1979 non fu un moto religioso, quanto l’effetto di un fermento popolare diffuso contro un’invisa dinastia posta sul soglio reale dagli inglesi negli anni ’20 del secolo passato. Poi la rivoluzione, come spesso avviene, divorò i propri figli e agli alleati di ieri – liberali, socialisti, comunisti – furono messi ai ferri, poi eliminati. La repubblica che ne nacque fu la prima a definirsi islamica, rivisitazione in chiave religiosa di un sistema politico. Rispetto all’emirato islamico, il modello iraniano mostra profonde differenze. In primo luogo, il popolo resta sovrano ed elegge sia il parlamento, sia il presidente, meccanismo che ha permesso che al governo si alternassero conservatori come Ahmadinejad e riformisti, come l’attuale presidente. Il tutto sotto l’egida dell’islam e della Giuda Suprema, eletta da un consiglio ristretto. Il terzo modello di governo religioso sono le monarchie e gli autodefiniti emirati della penisola arabica. Qui la figura del sovrano si dice ispirata dall’islam, ma ha una radice dinastica, il che alimenta le critiche da parte dei movimenti religiosi radicali. Da sottolineare che l’Arabia Saudita ha al proprio interno una minoranza sciita pari al 15% della popolazione, storicamente perseguitata.
Nell’oriente contemporaneo, sono numerosissime le attestazioni di solidarietà popolare all’Iran. Un paese che non ha confini né costituzione, ove la metà dei residenti è discriminata ed è in corso un genocidio – Israele – aggredisce in nome della libertà una nazione dotata di carta costituzionale, parlamento e in cui si tengono regolari elezioni. Un paese ove il numero delle donne universitarie è superiore a quello degli uomini e ove due donne sono vicepresidente. Realtà che non può nascondere il carattere repressivo del regime, le persecuzioni di genere, né le migliaia di giovani oppositori uccisi dai Pasdaran dopo le manifestazioni di gennaio. Si tratta di fare luce sulla complessità del contesto, su come le azioni di guerra preventiva stiano consolidando un ampio fronte islamico radicale e una pericolosa deriva anti occidentale.
Una coalizione interetnica e interconfessionale, cui partecipano persiani, baluchi, pashtun, tagiki, libanesi, punjabi, kurdi e siriani. Quanto l’oceano sunnita, sciiti, ismaeliti, drusi, le mille anime sufi. Ne fornisce testimonianza il cadere della tensione tra Pakistan e Afghanistan, quanto tra Siria e Turchia, che continua ad occupare ampie aree al confine settentrionale del paese. Sull’altro fronte, la tempesta perfetta scatenata il 28 febbraio favorisce la possibile annessione di Cisgiordania, Gaza, Libano Meridionale e del Cordone di sicurezza in Siria da parte di Israele. Altro effetto prevedibile è il definitivo tramonto degli Accordi di Abramo, tiepidamente accolti dall’Arabia Saudita, firmati dagli Emirati arabi uniti nel 2020 e invisi al mondo islamico.
Assenti eccellenti al funerale di Khamenei, emirati e monarchie della penisola arabica appaiono in stato confusionale stretti tra la fino a oggi vantaggiosa alleanza con l’Occidente e il ruolo di guida dell’islam. Un’assenza che versa a vantaggio della Turchia di Erdogan, che si pone quale erede del sultanato ottomano. In questione è il primato saudita, custode di due dei tre luoghi sacri all'Islam. In molti individuano uno spartiacque nel tentativo di Israele di decimare la delegazione di Hamas in Qatar nel 2025. Il piccolo emirato è lo stato sovrano che ospita la più grande base militare degli Stati Uniti nell’area. Spartiacque che avrebbe dovuto aprire gli occhi ad ovest di Hormuz, in quanto era dai tempi Gengis Khan che l’immunità di una delegazione diplomatica non veniva violata in modo così plateale.
09/07/2026
Il vertice di Ankara conferma il pericoloso stato confusionale della Nato
di Alessandro Volpi
I lavori del consesso presieduto da Erdogan sono facilmente riassumibili in pochi punti: sostegno all’Ucraina per una continuazione sine die della guerra, riaffermazione – sia pur con mille formule esoteriche – del finanziamento del riarmo, apertura di un altrettanto fantomatico “fronte Sud” voluto dalla disorientatissima Meloni, beneplacito alla folle guerra di Trump in Iran che sta prolungando la devastante chiusura di Hormuz.
In pratica la Nato, incarnata da un pazzo scatenato come Rutte, soffia costantemente sul fuoco.
Ma il fuoco può accendersi molto presto a partire dal piano economico.
Il nuovo attacco all’Iran è motivato dalla irrazionalità di Trump che spera davvero di puntare tutto sul rialzo del prezzo del petrolio e del gas: un errore madornale e costosissimo.
In queste condizioni il rialzo del prezzo del gas e del petrolio determinerà infatti un ulteriore incremento dell’inflazione negli Stati Uniti, già oltre il 4%, obbligando assai probabilmente la Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi con effetti pesantissimi per il debito federale Usa, che già paga quasi il 4,6% sul decennale, e per milioni di americani indebitati.
A questo riguardo vorrei aggiungere un interessante dato specifico. Nelle ultime aste il 30% dei titoli del debito Usa sono stati acquistati da fondi hedge con sede in Lussemburgo o nelle Cayman, con evidenti fini speculativi e per l’alto interesse.
Tali acquisti sono stati compiuti però da simili fondi prendendo denaro a prestito che, in caso di rialzo dei tassi, dovranno sborsare rapidamente magari vendendo proprio il debito Usa, con conseguenze insidiosissime.
Gli Stati Uniti sono ormai l’origine del caos, ma i paesi Nato continuano ad ossequiarli e a finanziarli facendosi trascinare nel baratro.
Meloni difende la scelta del “nazionalismo Occidentale” come la migliore soluzione, mentre Merz, Macron e Starmer sono dei figuranti che dipendono dalle fabbriche di armi dell’Ucraina di Zelensky per sostenere la loro riconversione produttiva e dalla Turchia di Erdogan perché resta l’unico hub energetico dopo la chiusura dei rapporti con la Russia.
Non male per la culla dei liberal obbedire a Trump, a Zelensky e a Erdogan.
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08/07/2026
Ad Ankara il valzer degli scontenti, tra Meloni e Netanyahu
Il vertice NATO che si tiene ad Ankara pare che sancirà un riavvicinamento strategico tra USA e Turchia. Ciò inevitabilmente determinerà in maniera formale l’allentamento del rapporto tra USA e Israele.
Trump è infuriato con Netanyahu che lo ha trascinato nell’avventura bellica contro l’Iran da cui – nonostante le fandonie della propaganda – è uscito sconfitto e umiliato. Oltretutto, Netanyahu vuole continuare la guerra, almeno in Libano, mentre Trump ha firmato con l’Iran una tregua in cui ci si impegna a cessare le ostilità anche nel Paese dei cedri.
Il fragile accordo siglato tra Israele e Governo libanese di fatto scontenta tutti: Israele perché gli limita le attività militari, governo libanese perché non prevede il ritiro degli israeliani dal sud del Paese, Hezbollah perché non è stato invitato al tavolo di trattativa e soprattutto scontenta gli USA che sanno che l’accordo non reggerà e la cosa gli creerà problemi con l’Iran.
Negli ultimi tempi la rivalità tra Turchia e Israele si è sempre più esasperata, sfociando in scontri armati, seppur indiretti, come quelli che ci sono attualmente in Siria. Lì, le truppe regolari israeliane si confrontano con formazioni che sono diretta espressione della Turchia.
Macron si è recato a Damasco per incontrare il tagliagole al Sharaa (già noto come ‘al Jolani’), con l’intento di cercare di calmare gli animi. Bisogna notare che gli interessi turchi collidono con quelli israeliani anche per il Libano, la Palestina, Cipro e tanti altri posti, alcuni dei quali sono teatri di guerra.
In definitiva, al netto di ogni eventuale novità che possa riguardare le posture verso la Russia (tutt’altro che trascurabili), il vertice NATO di Ankara potrebbe ridefinire l’intero sistema di alleanze tra Europa e Medio Oriente, ma soprattutto il rapporto tra USA e Israele.
Parallelamente a tutto ciò, è proseguita la grottesca manfrina tra Trump e la Meloni. Il primo dato di rilievo è che la Meloni non era presente a Villa Taverna (ossia la residenza dell’ambasciatore USA a Roma) per i festeggiamenti del Giorno dell’Indipendenza. O meglio, non era presente Giorgia, perché invece si è presentata la sorella Arianna.
Oltre a lei c’erano politici di ogni rango e schieramento, ma tutti ferventi atlantisti. Dopo di ciò, Trump ha fatto un post in cui dice che per la Meloni è “necessario un’ordine restrittivo”, ossia una sorta di divieto d’avvicinamento. Nelle relazioni internazionali tra paesi occidentali non si ricordano attacchi simili tra capi di Stato.
In sintesi, Trump ha fatto due strappi, il primo con Netanyhau e il secondo con la Meloni. Ciò potrebbe portare a un rafforzamento del legame tra Italia e Israele. I due esclusi e isolati si potrebbero consolare e sostenere vicendevolmente.
Il fatto che sia arrivato l’annuncio a sorpresa che i prossimi colloqui di pace tra Israele e Libano non si terranno più a Washington – con la mediazione di Trump – ma a Roma, lascia pensare che la manovra di avvicinamento tra Italia e Israele sia già iniziata.
Noi sollevati dall’allentamento del vincolo con gli USA, ci troviamo però a fare i conti con una prospettiva altrettanto triste, quella di una rafforzata sinergia con Israele. Prospettiva da osteggiare in ogni caso, ma ancor di più nel pieno di un genocidio su cui il nostro Paese già ha delle responsabilità.
Non è il caso di avere ulteriori livelli di complicità.
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