Archiviato il vertice NATO, che ha lasciato in eredità i tentativi della Turchia di rientrare nel programma di fornitura degli F-35 – promettendo agli USA la rivendita dei sistemi di difesa missilistica russi S-400 – e di inserirsi nella partita del riarmo europeo tramite la fornitura di droni Baykar, il governo turco si concentra sul fronte interno, in vista delle elezioni presidenziali del 2028.
La compagine governativa appare spaccata in due fronti sul tema della prossima candidatura presidenziale: da una parte la cerchia ristretta di Erdogan, che vorrebbe proporre un suo familiare, dall’altra gli apparati di sicurezza, che fanno capo al Ministro degli Esteri Hakan Fidan, il quale sta tentando di proporsi con un profilo più marcatamente filo-NATO.
La contraddizione potrebbe essere risolta andando ad elezioni anticipate per consentire la ricandidatura di Erdogan, il quale, altrimenti, esaurendo totalmente il secondo mandato, supererebbe il limite costituzionale.
Sul fronte delle opposizioni, invece, continua la strategia governativa volta a dividerle.
Secondo varie fonti governative, nei prossimi giorni dovrebbe essere finalmente presentata la legge-quadro sul PKK, nell’ambito del processo di pace in corso oramai da circa due anni. Il Parlamento dovrebbe lavorare anche ad agosto per discuterla ed emendarla.
Il testo che si prospetta è davvero minimale: verrà concesso un periodo di tempo limitato ai membri del PKK non macchiatisi di “reati di sangue” per poter aderire ad una forma di amnistia molto parziale e tornare alla vita civile.
I dirigenti dell’organizzazione e coloro che si sono macchiati di “reati di sangue”, compreso Ocalan, non riceveranno – per ora – alcun tipo di mitigazione della pena; pertanto, chi è ancora in clandestinità non potrà tornare in Turchia e dovrà rimanere in esilio.
Il tutto è subordinato alla verifica, da parte dei servizi segreti turchi, che il disarmo sia stato effettivamente completato. Si ricorda che i miliziani hanno base sulle montagne del Kurdistan Iracheno.
I dirigenti del PKK e quelli del partito della sinistra filocurda DEM replicano che la differenzazione individuale dei militanti è inaccettabile: tutti dovrebbero essere inclusi nel processo di pace, consentendo all’organizzazione armata disciolta un passaggio collettivo alla politica legale.
Nelle ultime settimane, i capi storici del PKK, in alcune interviste, hanno abbandonato la retorica completamente pacifica, cominciando ad alludere al fatto che dispongono ancor di rilevanti capacità di combattimento, le quali verranno smantellate solo qualora venisse concessa la libertà ad Ocalan.
Un altro grave vulnus del provvedimento legislativo, così come prospettato dalle fonti governative, è che non affronta apertamente la questione dei tantissimi prigionieri del “movimento curdo legale”, ovvero i tantissimi ex-sindaci ed ex-deputati della sinistra filocurda finiti dietro le sbarre dopo la fase di forte conflittualità interna fra il 2014 ed il 2016.
Liberare questi ultimi – a partire da Selhattim Demirtas – avrebbe un peso politico sicuramente maggiore rispetto a consentire di rientrare in Turchia a qualche migliaio di ex-guerriglieri, molti dei quali probabilmente sceglierebbero di rimanere ugualmente in esilio, se non altro per prudenza.
Nulla di nulla, infine, filtra circa le intenzioni governative sul tema dello status della lingua e della cultura curde. Su questo sarebbero necessarie modifiche costituzionali profonde.
Sullo sfondo rimane la fortissima pressione militare esercitata dall’Iran sul PJAK – ala iraniana del PKK – e altri gruppi curdi anch’essi basati sui monti del Kurdistan Iracheno; questo fattore potrebbe rallentare il processo di disarmo.
Sul fronte dell’opposizione repubblicana, la situazione sta rapidamente degenerando.
Dopo una sentenza che ha invalidato l’ultimo congresso del Partito Popolare Repubblicano, destituendone la dirigenza, guidata dal segretario Ozgur Ozel e dall’incarcerato candidato presidenziale in pectore Ekrem Imamoglu, il partito si è spaccato.
È stato, infatti, reinstallato il precedente segretario Kemal Kilicdaroglu, che sta pienamente cooperando con la repressione governativa: non ha esitato nemmeno a chiedere l’intervento della polizia per sgomberare le sedi dal gruppo dirigente destituito, come accaduto clamorosamente a Istanbul nei confronti dello stesso Ozel.
Il gruppo parlamentare risulta spaccato fra le due fazioni e Kilicdaroglu sta lavorando attivamente per blindare gli organismi dirigenti, rifiutandosi di convocare un nuovo congresso in tempi brevi. Così Ozgur Ozel ha annunciato che sono in atto i preparativi per formare un nuovo partito; il quale, ovviamente, partirebbe senza poter disporre della cassa, delle proprietà delle sedi nonché del “marchio storico” del Partito Popolare Repubblicano, fondato da Ataturk.
Resta, ai dirigenti destituiti, il sostegno dei vari centrosinistra europei, che si configura, però, nell’ambito del quadro politico turco, più che altro come una iattura.
Intanto la repressione continua e minaccia l’immunità parlamentare dello stesso Ozgur Ozel, mentre su Imamoglu pendono richieste di pena tombali, formulate da un pubblico ministero divenuto ora Ministro della Giustizia.
Continua, dunque, ad avanzare la strategia governativa di spaccare al loro interno le opposizioni utilizzando il controllo sugli apparati dello stato.
Lo scopo è rendere le prossime elezioni un passaggio meramente formale, assorbendo parte del movimento curdo e scegliendo un candidato repubblicano inconsistente e subordinato, un Quisling politico.
C’è da dire che questa strategia è oggettivamente favorita dal profilo politico delle opposizioni, che in genere si propongono, in politica estera, con una debole e subordinata caratterizzazione filoeuropea; su questo, le varie fazione repubblicane e la sinistra filocurda non si differenziano molto.
Erdogan, invece, pur essendo debole sul piano economico interno, appare maggiormente in grado di affermare un profilo internazionale autonomo, navigando all’interno delle contraddizioni fra i vari blocchi geopolitici presenti sullo scenario mondiale.
Fonte
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/06/2023
[Contributo al dibattito] Turchia - Cosa rimane dopo le elezioni?
Qualche settimana fa, a cena da cari amici, parlando delle imminenti elezioni in Turchia, una loro battuta mi ha allarmato: "stai a vedere che a questo giro ti toccherà sostenere Erdogan".
L'osservazione è suonata subito inaccettabile alle mie orecchie, anche sotto forma di battuta.
"Sostenere Erdogan" è un concetto talmente estraneo ai miei orizzonti che sotto nessuna condizione può essere preso in considerazione.
Tuttavia la battuta aveva una sua ragione.
Avevo appena finito di elencare alcuni passaggi del programma elettorale del CHP, il partito di Kemal Kiliçdaroglu, lo sfidante uscito perdente ai ballottaggi di ieri contro Recep Tayyip Erdogan.
Tra i principali punti del suo programma l'entrata nell'UE e il rafforzamento dell'appartenenza della Turchia alla NATO, di conseguenza un immediato congelamento del processo di adesione ai BRICS.
Tre mosse le più detestabili e scongiurabili che si possano immaginare.
Ma sono sufficienti questi 3 punti per sostenere di conseguenza il nuovo mandato presidenziale di Erdogan?
No! Lo dico chiaro e lo ripeto: no!
È sufficiente lo spostamento sul piano di politica internazionale della Turchia verso l'Asia e i BRICS (con conseguente posizione intermedia nel conflitto ucraino, garanzia per un non pieno coinvolgimento della NATO nel conflitto) per farmi apparire Erdogan l'uomo giusto in questo momento storico?
No! Lo dico chiaro e lo ripeto: no!
Chi ha spianato la strada a Erdogan
Quando mi trasferii a Istanbul nel 2008 (dove ho vissuto fino al 2015), l'AKP di Erdogan era uno strano esperimento politico.
Da alcuni anni si era assicurato la maggioranza parlamentare, al punto da aver potuto eleggere un proprio membro, Abdullah Gül, con tanto di “first lady” con la testa coperta dal velo, a Presidente della Repubblica in un contesto di repubblica parlamentare.
Obama era stato da poco eletto presidente negli USA, gli anni della "guerra al terrore" di Bush erano finiti.
Nessuno più si chiedeva pelosamente se i precetti dell'Islam sarebbero potuti andare d'accordo con la democrazia occidentale.
Erdogan era l'esperimento che provava che sì, Islam (soprattutto se "Islam moderato") e Democrazia sono compatibili.
Ricordo in quegli anni (2008-2010) le corrispondenze che tenevo da Istanbul per alcune radio italiane.
La domanda più frequente che ricevevo era sempre la stessa: "allora, parlaci di questo Islam moderato".
Insomma, non dispiaceva a nessuno questo Erdogan.
Aveva persino trovato una via d'uscita per la sinistra atlantista: nessuno voleva criminalizzare l'Islam in quanto tale e se Erdogan, oltre ad aver chiarito questo punto, era riuscito anche a mettere in riga i militari turchi responsabili tra le altre cose della decennale guerra in Kurdistan, ben venisse dunque questo "Islam moderato"!
Quel biennio fu una effimera benedizione per la Turchia.
Da un lato la richiesta di adesione all'UE, inoltrata dai predecessori di Erdogan, e la ricorrente svalutazione della Lira turca, avevano dato il via al boom economico.
Dall'altro il potere militare, fin a quel punto indiscusso, era stato messo all'angolo.
Istanbul e così tutta la Turchia stavano finalmente "respirando".
Poi arrivò il settembre 2010.
Stanco della Corte Costituzionale, allora saldamente in mano al potere laico dello Stato, Erdogan promuove un referendum truffaldino.
Un pacchetto di 26 riforme costituzionali da accettare o rigettare in blocco.
Tra questi punti alcuni erano sacrosanti e la stragrande maggioranza dei cittadini turchi aspettava da anni queste riforme, come ad esempio la processabilità dei responsabili del golpe del 1980, fino a quel momento protetti per legge.
La comunità curda non si fece pregare e votò convintamente il pacchetto per ottenere finalmente giustizia. Lo stesso fece la sinistra turca.
Chi votò contro? Il CHP, per esempio, il partito di Kilicdaroglu.
Il fatto è che tra quei 26 punti del referendum costituzionale del settembre 2010, uno prevedeva la riforma della Corte Costituzionale, fin lì baluardo della laicità dello Stato e dell'equilibrio dei poteri.
Nessuno se ne diede pena. L'Unione Europea in coro salutava il sultano come difensore dei diritti umani in Turchia (!), colui che avrebbe avvicinato la Turchia all'Europa, mettendo finalmente i paletti all'esercito e ai militari.
I Curdi gli diedero fiducia, la sinistra turca pure.
E io che mi sgolavo nelle mie corrispondenze radiofoniche a dire: "No, ma quale moderato? Quale democrazia?".
"Va bene, però lui è stato votato, se non altro è un nuovo Islam che si dimostra capace di rispettare i principi democratici", mi dicevano dall'Italia persone di sinistra e i giornalisti che mi intervistavano.
E io di nuovo: "Ma quale democrazia? Affermarsi attraverso il voto è l'unica strada per Erdogan, un colpo di Stato contro i militari non è fattibile. Ma dove sta la democrazia nella retorica di Erdogan? Lo vedremo presto quale campione di democrazia possa essere".
In quei tempi girava un adagio, attribuito allo stesso Erdogan, che diceva: "La democrazia è come un tram. Ci sali sopra, arrivi dove devi arrivare e poi scendi".
La sbornia della fratellanza musulmana
Com'è come non è, solo pochi mesi più tardi, gennaio 2011, scoppiano le cosiddette "rivoluzioni arabe".
Erdogan e la sua Fratellanza Musulmana, appena battezzati pontieri tra Occidente e Islam, diventano la classe dirigente alla quale l'impero ha promesso il potere in Tunisia, Libia, Egitto e (nei loro sogni) in Siria.
Ma in quegli anni qualcosa va storto.
Non mi riferisco alla caduta di Morsi in Egitto nel 2014.
Ben prima.
Perché già nel 2013 Erdogan non va più a genio all'impero.
Il cane da guardia è troppo esuberante e morde la mano del padrone.
Obama si spazientisce: va rimosso. Non ne fa mistero.
Durante la protesta di Gezi a Istanbul nell'estate 2013 l'amministrazione Obama sta con i manifestanti e lo ribadisce con dichiarazioni ufficiali che fanno più danni di una contraerea.
Sembra un film già visto: una nuova rivoluzione?
No, Erdogan resta in sella.
Nel 2015 lascio Istanbul, l'aria è irrespirabile dopo la doppia tornata elettorale e la ripresa della guerra in Kurdistan (Erdogan e PKK bramavano entrambi quella guerra: il primo per ricompattare le fila e ripetere le elezioni non vinte con quel margine sufficiente per trasformare la Turchia in repubblica presidenziale; il PKK bramava la guerra perché Öcalan nell'aprile 2014 dal carcere aveva chiamato il PKK al disarmo unilaterale – da lì in poi non gli sarà più permesso parlare – e quindi sia per Erdogan che per il PKK quella guerra era un toccasana, vitale a entrambi per rimanere in sella).
Nel giugno 2016 avviene il tentato golpe, organizzato dagli ultimi generali rimasti fedeli alla laicità dello Stato, quindi all'Occidente.
Il tentato golpe parte dalla base di Incirlik, nel sud est del Paese, base per metà americana.
Tutti lo sanno in Turchia chi ha voluto quel golpe: Obama.
Qualcuno sa anche chi l'ha sventato: Putin.
Da quel giorno Erdogan smette di pianificare la conquista di Damasco e l'abbattimento di Assad e si concentra sui Curdi, nel frattempo passati con la NATO, non a caso.
Cosa sia successo in questi ultimi 7 anni (a parte le purghe post fallito golpe) si può riassumere in poche frasi: la Turchia diventa una repubblica presidenziale, l'economia turca perde slancio e l'Occidente continua a tramare invano il rovesciamento di Erdogan.
Queste elezioni
Per cercare di sconfiggere Erdogan alle presidenziali, l'opposizione turca si è riunita in una sorta di "alleanza nazionale".
Oltre al suo partito CHP, altre formazioni hanno dato indicazione di voto a favore di Kiliçdaroglu tra cui i Curdi e la sinistra turca.
Il partito curdo HDP (il cui leader, Salehettin Demirtas è in carcere dal 2016) entra nell'alleanza. Stessa cosa fa la sinistra turca.
"Respirare", mi confida in questi giorni un amico turco. Lo so bene, anch’io lasciai Istanbul nel 2015 per “respirare”.
Questa è la parola d’ordine. La Turchia deve respirare. Dopo il ventennio di Erdogan il paese sta soffocando.
Però no, Kiliçdaroglu non è e non potrà mai essere l'alternativa.
In lingua turca esiste un termine per indicare quelli di sinistra: "Solcular".
Non esiste però un termine che indichi chi ormai è talmente succube dell'agenda atlantista da essersi piegato ad ogni prurito americano pur continuando a percepirsi di sinistra.
Noi in Italia sappiamo come definirli: "i sinistrati".
E allora lasciate che proponga un termine agli amici turchi, un neologismo in Turco: ne avranno bisogno. Dovrebbe suonare più o meno così: "Solulcular" = sinistrati.
Consiglio agli amici turchi di riflettere su questo termine.
Noi in Italia abbiamo avuto un altro percorso, almeno nell'ultimo decennio. Il nostro sultano è stato abbattuto, proprio nel 2011. Il Berlusconismo da allora non esiste più.
Chissà se sarebbe mai evoluto negli anni successivi in quelle derive autoritarie e criminali raggiunte da Erdogan. Ma rispondere a questa domanda importa poco oggi.
Sono passati 12 anni, la storia è andata in un altro modo.
La Turchia rimane un Paese ribelle all'impero americano.
Noi in Italia siamo una colonia in ginocchio.
La ricetta della sinistra turca (e dei Curdi) non esce dai confini atlantici: mettersi in ginocchio, cercare un nuovo padrone più mite e più fedele all’impero americano.
E l'hanno individuato in quel partito che nel 2010 votò contro la riforma di Erdogan, votò contro i desideri dell'UE e venne allora tradito dall'Occidente.
Erdogan è alla fine un mostro, creato in laboratorio dall'Occidente e sfuggito ai comandi, anzi passato addirittura con il nemico.
Ma liberarsi di un mostro rivolgendosi a chi quel mostro l'ha creato è un'idea saggia?
Io non credo.
Questa sinistra imperiale, falsa, atlantica, drogata di finanziamenti, che gioca a occuparsi degli oppressi con i soldi degli oppressori, questa sinistra si è mangiata il cuore dell’opposizione in Turchia.
Ora, con questo articolo, siatene certi, in Turchia mi odieranno tutti, tale e quale come fanno in Italia.
Ma non abbiate dubbi, al tempo stesso. Se avesse vinto Kilicdaroglu in Turchia sarei stato censurato tanto quanto lo sono oggi qui in Italia.
Fonte
L'osservazione è suonata subito inaccettabile alle mie orecchie, anche sotto forma di battuta.
"Sostenere Erdogan" è un concetto talmente estraneo ai miei orizzonti che sotto nessuna condizione può essere preso in considerazione.
Tuttavia la battuta aveva una sua ragione.
Avevo appena finito di elencare alcuni passaggi del programma elettorale del CHP, il partito di Kemal Kiliçdaroglu, lo sfidante uscito perdente ai ballottaggi di ieri contro Recep Tayyip Erdogan.
Tra i principali punti del suo programma l'entrata nell'UE e il rafforzamento dell'appartenenza della Turchia alla NATO, di conseguenza un immediato congelamento del processo di adesione ai BRICS.
Tre mosse le più detestabili e scongiurabili che si possano immaginare.
Ma sono sufficienti questi 3 punti per sostenere di conseguenza il nuovo mandato presidenziale di Erdogan?
No! Lo dico chiaro e lo ripeto: no!
È sufficiente lo spostamento sul piano di politica internazionale della Turchia verso l'Asia e i BRICS (con conseguente posizione intermedia nel conflitto ucraino, garanzia per un non pieno coinvolgimento della NATO nel conflitto) per farmi apparire Erdogan l'uomo giusto in questo momento storico?
No! Lo dico chiaro e lo ripeto: no!
Chi ha spianato la strada a Erdogan
Quando mi trasferii a Istanbul nel 2008 (dove ho vissuto fino al 2015), l'AKP di Erdogan era uno strano esperimento politico.
Da alcuni anni si era assicurato la maggioranza parlamentare, al punto da aver potuto eleggere un proprio membro, Abdullah Gül, con tanto di “first lady” con la testa coperta dal velo, a Presidente della Repubblica in un contesto di repubblica parlamentare.
Obama era stato da poco eletto presidente negli USA, gli anni della "guerra al terrore" di Bush erano finiti.
Nessuno più si chiedeva pelosamente se i precetti dell'Islam sarebbero potuti andare d'accordo con la democrazia occidentale.
Erdogan era l'esperimento che provava che sì, Islam (soprattutto se "Islam moderato") e Democrazia sono compatibili.
Ricordo in quegli anni (2008-2010) le corrispondenze che tenevo da Istanbul per alcune radio italiane.
La domanda più frequente che ricevevo era sempre la stessa: "allora, parlaci di questo Islam moderato".
Insomma, non dispiaceva a nessuno questo Erdogan.
Aveva persino trovato una via d'uscita per la sinistra atlantista: nessuno voleva criminalizzare l'Islam in quanto tale e se Erdogan, oltre ad aver chiarito questo punto, era riuscito anche a mettere in riga i militari turchi responsabili tra le altre cose della decennale guerra in Kurdistan, ben venisse dunque questo "Islam moderato"!
Quel biennio fu una effimera benedizione per la Turchia.
Da un lato la richiesta di adesione all'UE, inoltrata dai predecessori di Erdogan, e la ricorrente svalutazione della Lira turca, avevano dato il via al boom economico.
Dall'altro il potere militare, fin a quel punto indiscusso, era stato messo all'angolo.
Istanbul e così tutta la Turchia stavano finalmente "respirando".
Poi arrivò il settembre 2010.
Stanco della Corte Costituzionale, allora saldamente in mano al potere laico dello Stato, Erdogan promuove un referendum truffaldino.
Un pacchetto di 26 riforme costituzionali da accettare o rigettare in blocco.
Tra questi punti alcuni erano sacrosanti e la stragrande maggioranza dei cittadini turchi aspettava da anni queste riforme, come ad esempio la processabilità dei responsabili del golpe del 1980, fino a quel momento protetti per legge.
La comunità curda non si fece pregare e votò convintamente il pacchetto per ottenere finalmente giustizia. Lo stesso fece la sinistra turca.
Chi votò contro? Il CHP, per esempio, il partito di Kilicdaroglu.
Il fatto è che tra quei 26 punti del referendum costituzionale del settembre 2010, uno prevedeva la riforma della Corte Costituzionale, fin lì baluardo della laicità dello Stato e dell'equilibrio dei poteri.
Nessuno se ne diede pena. L'Unione Europea in coro salutava il sultano come difensore dei diritti umani in Turchia (!), colui che avrebbe avvicinato la Turchia all'Europa, mettendo finalmente i paletti all'esercito e ai militari.
I Curdi gli diedero fiducia, la sinistra turca pure.
E io che mi sgolavo nelle mie corrispondenze radiofoniche a dire: "No, ma quale moderato? Quale democrazia?".
"Va bene, però lui è stato votato, se non altro è un nuovo Islam che si dimostra capace di rispettare i principi democratici", mi dicevano dall'Italia persone di sinistra e i giornalisti che mi intervistavano.
E io di nuovo: "Ma quale democrazia? Affermarsi attraverso il voto è l'unica strada per Erdogan, un colpo di Stato contro i militari non è fattibile. Ma dove sta la democrazia nella retorica di Erdogan? Lo vedremo presto quale campione di democrazia possa essere".
In quei tempi girava un adagio, attribuito allo stesso Erdogan, che diceva: "La democrazia è come un tram. Ci sali sopra, arrivi dove devi arrivare e poi scendi".
La sbornia della fratellanza musulmana
Com'è come non è, solo pochi mesi più tardi, gennaio 2011, scoppiano le cosiddette "rivoluzioni arabe".
Erdogan e la sua Fratellanza Musulmana, appena battezzati pontieri tra Occidente e Islam, diventano la classe dirigente alla quale l'impero ha promesso il potere in Tunisia, Libia, Egitto e (nei loro sogni) in Siria.
Ma in quegli anni qualcosa va storto.
Non mi riferisco alla caduta di Morsi in Egitto nel 2014.
Ben prima.
Perché già nel 2013 Erdogan non va più a genio all'impero.
Il cane da guardia è troppo esuberante e morde la mano del padrone.
Obama si spazientisce: va rimosso. Non ne fa mistero.
Durante la protesta di Gezi a Istanbul nell'estate 2013 l'amministrazione Obama sta con i manifestanti e lo ribadisce con dichiarazioni ufficiali che fanno più danni di una contraerea.
Sembra un film già visto: una nuova rivoluzione?
No, Erdogan resta in sella.
Nel 2015 lascio Istanbul, l'aria è irrespirabile dopo la doppia tornata elettorale e la ripresa della guerra in Kurdistan (Erdogan e PKK bramavano entrambi quella guerra: il primo per ricompattare le fila e ripetere le elezioni non vinte con quel margine sufficiente per trasformare la Turchia in repubblica presidenziale; il PKK bramava la guerra perché Öcalan nell'aprile 2014 dal carcere aveva chiamato il PKK al disarmo unilaterale – da lì in poi non gli sarà più permesso parlare – e quindi sia per Erdogan che per il PKK quella guerra era un toccasana, vitale a entrambi per rimanere in sella).
Nel giugno 2016 avviene il tentato golpe, organizzato dagli ultimi generali rimasti fedeli alla laicità dello Stato, quindi all'Occidente.
Il tentato golpe parte dalla base di Incirlik, nel sud est del Paese, base per metà americana.
Tutti lo sanno in Turchia chi ha voluto quel golpe: Obama.
Qualcuno sa anche chi l'ha sventato: Putin.
Da quel giorno Erdogan smette di pianificare la conquista di Damasco e l'abbattimento di Assad e si concentra sui Curdi, nel frattempo passati con la NATO, non a caso.
Cosa sia successo in questi ultimi 7 anni (a parte le purghe post fallito golpe) si può riassumere in poche frasi: la Turchia diventa una repubblica presidenziale, l'economia turca perde slancio e l'Occidente continua a tramare invano il rovesciamento di Erdogan.
Queste elezioni
Per cercare di sconfiggere Erdogan alle presidenziali, l'opposizione turca si è riunita in una sorta di "alleanza nazionale".
Oltre al suo partito CHP, altre formazioni hanno dato indicazione di voto a favore di Kiliçdaroglu tra cui i Curdi e la sinistra turca.
Il partito curdo HDP (il cui leader, Salehettin Demirtas è in carcere dal 2016) entra nell'alleanza. Stessa cosa fa la sinistra turca.
"Respirare", mi confida in questi giorni un amico turco. Lo so bene, anch’io lasciai Istanbul nel 2015 per “respirare”.
Questa è la parola d’ordine. La Turchia deve respirare. Dopo il ventennio di Erdogan il paese sta soffocando.
Però no, Kiliçdaroglu non è e non potrà mai essere l'alternativa.
In lingua turca esiste un termine per indicare quelli di sinistra: "Solcular".
Non esiste però un termine che indichi chi ormai è talmente succube dell'agenda atlantista da essersi piegato ad ogni prurito americano pur continuando a percepirsi di sinistra.
Noi in Italia sappiamo come definirli: "i sinistrati".
E allora lasciate che proponga un termine agli amici turchi, un neologismo in Turco: ne avranno bisogno. Dovrebbe suonare più o meno così: "Solulcular" = sinistrati.
Consiglio agli amici turchi di riflettere su questo termine.
Noi in Italia abbiamo avuto un altro percorso, almeno nell'ultimo decennio. Il nostro sultano è stato abbattuto, proprio nel 2011. Il Berlusconismo da allora non esiste più.
Chissà se sarebbe mai evoluto negli anni successivi in quelle derive autoritarie e criminali raggiunte da Erdogan. Ma rispondere a questa domanda importa poco oggi.
Sono passati 12 anni, la storia è andata in un altro modo.
La Turchia rimane un Paese ribelle all'impero americano.
Noi in Italia siamo una colonia in ginocchio.
La ricetta della sinistra turca (e dei Curdi) non esce dai confini atlantici: mettersi in ginocchio, cercare un nuovo padrone più mite e più fedele all’impero americano.
E l'hanno individuato in quel partito che nel 2010 votò contro la riforma di Erdogan, votò contro i desideri dell'UE e venne allora tradito dall'Occidente.
Erdogan è alla fine un mostro, creato in laboratorio dall'Occidente e sfuggito ai comandi, anzi passato addirittura con il nemico.
Ma liberarsi di un mostro rivolgendosi a chi quel mostro l'ha creato è un'idea saggia?
Io non credo.
Questa sinistra imperiale, falsa, atlantica, drogata di finanziamenti, che gioca a occuparsi degli oppressi con i soldi degli oppressori, questa sinistra si è mangiata il cuore dell’opposizione in Turchia.
Ora, con questo articolo, siatene certi, in Turchia mi odieranno tutti, tale e quale come fanno in Italia.
Ma non abbiate dubbi, al tempo stesso. Se avesse vinto Kilicdaroglu in Turchia sarei stato censurato tanto quanto lo sono oggi qui in Italia.
Fonte
30/05/2023
Turchia - Erdogan vince e resta al potere
Erdogan, ha vinto le elezioni con il 52,1 per cento delle schede al ballottaggio contro lo sfidante Kemal Kilicdaroglu, che si è fermato al 47,9 per cento dei consensi. Tra i due il divario è stato di 2,3 milioni di voti, erano stati 2,5 milioni al primo turno di 2 settimane fa.
Leggermente più bassa, ma comunque altissima l’affluenza al voto, 83,6%, al primo turno era stata dell’88%, percentuali di partecipazione che nei paesi occidentali sono ormai un lontano ricordo. Per fare un paragone l’affluenza alle urne al secondo turno delle elezioni presidenziali francesi dello scorso anno, che ha contrapposto Emmanuel Macron a Marine Le Pen ed è stata considerata esistenziale per la Francia, è stata inferiore al 72% e Macron è stato eletto con il 58,54% dei voti.
Questo risultato sancisce l’inizio del terzo mandato di Erdogan, che rimarrà alla guida del Paese fino al 2028.
Nella giornata di ieri, a urne ancora aperte, Erdogan aveva dichiarato che è tempo di “difendere la volontà del popolo fino all’ultimo”. Lo sfidante Kilicdaroglu ha dichiarato: “Queste elezioni hanno chiaramente indicato che la nazione ha una reale volontà di combattere e cambiare il governo autocratico”.
Contro Erdogan ha votato la costa Egea e quella Mediterranea, ma anche le grandi città come Istanbul e Ankara, mentre il presidente turco ha dominato anche nelle aree colpite dal devastante sisma dello scorso 6 febbraio. Il sud est a maggioranza curda ha visto un leggero vantaggio a favore di Kilicdaroglu, che era sostenuto dai filo curdi di HDP, ma ha perso voti in seguito alle alleanze concluse da Erdogan con gli ultranazionalisti tra il primo e il secondo turno.
Kilicdaroglu aveva messo insieme un’alleanza elettorale basato sul suo partito – il CHP – di centrosinistra, cinque partiti di destra chiamati la Tavola dei Sei, e il sostegno del partito curdo HDP. Anche lui aveva fatto appello ai nazionalisti turchi con la promessa di rimpatriare tutti i 3,7 milioni di rifugiati siriani nel Paese.
Le dichiarazioni sempre più nazionaliste del candidato dell’opposizione e l’accordo con il Partito della Vittoria (di destra) hanno allontanato parte degli elettori curdi. Al ballottaggio si è registrato un calo dell’affluenza alle urne nelle aree dominate dai curdi, che è scesa dall’81,70% al 75,74%.
Erdogan fino alle elezioni del 2015 aveva governato da solo con il suo partito Akp. Da allora è stato costretto a governare in coalizione perdendo consensi, senza però che questa perdita fosse sufficiente a porre fine al suo potere.
Il primo a inviare le sue congratulazioni ad Erdogan è stato l’emiro del Qatar, – e capofila della Fratellanza Musulmana – Tamim bin Hamad Al Thani, che si è congratulato con “il mio caro fratello Recep Tayyip Erdogan”.
Curiosamente però tra i primi a congratularsi con Erdogan per la vittoria è stato anche il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, fino a ieri “rivale” della Turchia in Medio Oriente. A seguire sono arrivati gli auguri di Mohammed bin Zayed degli Emirati Arabi Uniti e del presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al Sisi. A seguire i presidenti di Francia, Russia e Ucraina, rispettivamente Emmanuel Macron, Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin, oltre che dal cancelliere tedesco, Olaf Scholz.
Fonte
Leggermente più bassa, ma comunque altissima l’affluenza al voto, 83,6%, al primo turno era stata dell’88%, percentuali di partecipazione che nei paesi occidentali sono ormai un lontano ricordo. Per fare un paragone l’affluenza alle urne al secondo turno delle elezioni presidenziali francesi dello scorso anno, che ha contrapposto Emmanuel Macron a Marine Le Pen ed è stata considerata esistenziale per la Francia, è stata inferiore al 72% e Macron è stato eletto con il 58,54% dei voti.
Questo risultato sancisce l’inizio del terzo mandato di Erdogan, che rimarrà alla guida del Paese fino al 2028.
Nella giornata di ieri, a urne ancora aperte, Erdogan aveva dichiarato che è tempo di “difendere la volontà del popolo fino all’ultimo”. Lo sfidante Kilicdaroglu ha dichiarato: “Queste elezioni hanno chiaramente indicato che la nazione ha una reale volontà di combattere e cambiare il governo autocratico”.
Contro Erdogan ha votato la costa Egea e quella Mediterranea, ma anche le grandi città come Istanbul e Ankara, mentre il presidente turco ha dominato anche nelle aree colpite dal devastante sisma dello scorso 6 febbraio. Il sud est a maggioranza curda ha visto un leggero vantaggio a favore di Kilicdaroglu, che era sostenuto dai filo curdi di HDP, ma ha perso voti in seguito alle alleanze concluse da Erdogan con gli ultranazionalisti tra il primo e il secondo turno.
Kilicdaroglu aveva messo insieme un’alleanza elettorale basato sul suo partito – il CHP – di centrosinistra, cinque partiti di destra chiamati la Tavola dei Sei, e il sostegno del partito curdo HDP. Anche lui aveva fatto appello ai nazionalisti turchi con la promessa di rimpatriare tutti i 3,7 milioni di rifugiati siriani nel Paese.
Le dichiarazioni sempre più nazionaliste del candidato dell’opposizione e l’accordo con il Partito della Vittoria (di destra) hanno allontanato parte degli elettori curdi. Al ballottaggio si è registrato un calo dell’affluenza alle urne nelle aree dominate dai curdi, che è scesa dall’81,70% al 75,74%.
Erdogan fino alle elezioni del 2015 aveva governato da solo con il suo partito Akp. Da allora è stato costretto a governare in coalizione perdendo consensi, senza però che questa perdita fosse sufficiente a porre fine al suo potere.
Il primo a inviare le sue congratulazioni ad Erdogan è stato l’emiro del Qatar, – e capofila della Fratellanza Musulmana – Tamim bin Hamad Al Thani, che si è congratulato con “il mio caro fratello Recep Tayyip Erdogan”.
Curiosamente però tra i primi a congratularsi con Erdogan per la vittoria è stato anche il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, fino a ieri “rivale” della Turchia in Medio Oriente. A seguire sono arrivati gli auguri di Mohammed bin Zayed degli Emirati Arabi Uniti e del presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al Sisi. A seguire i presidenti di Francia, Russia e Ucraina, rispettivamente Emmanuel Macron, Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin, oltre che dal cancelliere tedesco, Olaf Scholz.
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29/05/2023
Turchia - Terza presidenza per Erdogan
Erdoğan è ancora presidente della Turchia. Lui dice di tutti i turchi, ma un po’ meno della metà degli elettori non lo pensa. Hanno votato per il suo antagonista Kemal Kılıçdaroğlu. Eppure la sterzata ipernazionalista degli ultimi giorni di propaganda per il ballottaggio, che ha caratterizzato più quest’ultimo che il presidente uscente, con accordi per incamerare i due milioni e mezzo dei voti xenofobi della coppia Oğan-Özdağ, è stata equamente divisa fra Erdoğan che percepiva i consensi del primo, e Kılıçdaroğlu che calamitava quelli del secondo. Un milione e rotti ciascuno e la distanza fra i competitori è rimasta invariata a quattro punti di percentuale, com’era accaduto nel primo turno. Il Consiglio Elettorale Supremo andrà a puntualizzare le percentuali definitive che stasera incoronano Baba Tayyip per la terza volta e, eğer Tanrı isterse, fino al 2028. 52,07% per lui, 47,93% per colui che resta presidente solo del partito repubblicano. L’elezione del centenario fa di Erdoğan il padre assoluto della nuova patria turca, nazionalista e islamica, molto più di quanto l’avesse forgiata Atatürk. Da oggi l’epiteto ‘sultano’ usato a mo’ di scherno dagli avversari e per indicarne il desiderio di dominio, diventa una qualifica reale e più una virtù che un vizio. Certo, fra i sovrani dell’Impero c’è chi ha conservato il potere più a lungo: trentasei anni Orhan, il guerriero (dal 1326 al 1362), trenta Mehmed II, il conquistatore (dal 1451 al 1481) e successivamente Solimano, il magnifico che rimase sul trono per 42 anni (1520-1566). Ma quelli che potranno essere i ventisei anni di Erdoğan, sempre se Allah vorrà, hanno un valore quasi secolare. Poiché la nazione che lo mise anche in galera per aver rivendicato l’orgoglio d’una militanza islamica da poter proporre alla luce del sole, rappresenta tuttora, e dopo le tante vicissitudini di cui è stato protagonista, un collante per una maggioranza della popolazione che non è più quella da lui presa per mano alla fine degli anni Novanta, prima come sindaco di Istanbul, poi come premier. La nazione è cambiata, cresciuta, anche nelle aree anatoliche per lungo tempo arretrate. Ha conosciuto un’estensione del benessere soggettivo e collettivo. Ha anche vissuto fasi tragiche con attentati interni da parte di quei gruppi jihadisti, che si presume il leader dell’Akp avesse sostenuto nella prima fase della guerra civile siriana.
Ha conosciuto il soffocamento, partito da Istanbul e seguito in grandi città, del movimento giovanile di protesta per la ristrutturazione al Gezi park. E poi il blocco del processo di pacificazione col leader kurdo Öcalan e la conseguente repressione rivolta alla popolazione del sud-est correlata a una ripresa di guerriglia del Pkk; una repressione che ha ricadute sul Partito Democratico dei Popoli con l’arresto di parecchi parlamentari accusati di sostegno del terrorismo. E ancora: lo scontro con l’ex alleato Fethullah Gülen, a detta del governo organizzatore con la confraternita Hizmet del tentato golpe nel 2016, cui sono seguite decine di migliaia di epurazioni fra le file di militari, poliziotti, docenti, magistrati, dipendenti pubblici e privati. Una stretta autoritaria che ha colpito testate d’opposizione, la libertà di stampa e di pensiero di giornalisti, intellettuali, artisti. All’epoca verso costoro il partito repubblicano non s’è mostrato così solidale come alcuni oppositori marxisti e progressisti si sarebbero aspettati. Gli accordi con cui Dimirtaş e colleghi hanno indirizzato il voto su Kılıçdaroğlu sono stati una scommessa obbligata per l’impossibilità di presentare un proprio candidato di peso, che in ogni caso avrebbe scontato un ruolo di minoranza, corposa ma minoritaria rispetto al voto nazionale. Del resto il ‘Tavolo dei sei’ era coalizzato unicamente sulla caduta di Erdoğan, un fattore che polarizza, tanto da metterlo seriamente in difficoltà davanti agli ulteriori problemi della nazione: l’emergenza post terremoto e quella inflattiva. Ma l’alleanza risultava limitata sul proprio programma interno (contrastare il caro vita e riformare il presidenzialismo) e ancor più sul fronte internazionale. Qui il pur contraddittorio personalismo del presidente uscente ha offerto alla Turchia un ruolo di primo piano nelle aree di crisi geopolitiche. Dunque sulla voglia di cambiamento ha prevalso il timore di perdere quella guida consolidata che il sultano offre da un ventennio. Kılıçdaroğlu, passato in una manciata di giorni da uomo d’una promettente primavera turca a sostenitore di rimpatri razzisti, è parso un opportunista che stordiva le speranze progressiste.
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Ha conosciuto il soffocamento, partito da Istanbul e seguito in grandi città, del movimento giovanile di protesta per la ristrutturazione al Gezi park. E poi il blocco del processo di pacificazione col leader kurdo Öcalan e la conseguente repressione rivolta alla popolazione del sud-est correlata a una ripresa di guerriglia del Pkk; una repressione che ha ricadute sul Partito Democratico dei Popoli con l’arresto di parecchi parlamentari accusati di sostegno del terrorismo. E ancora: lo scontro con l’ex alleato Fethullah Gülen, a detta del governo organizzatore con la confraternita Hizmet del tentato golpe nel 2016, cui sono seguite decine di migliaia di epurazioni fra le file di militari, poliziotti, docenti, magistrati, dipendenti pubblici e privati. Una stretta autoritaria che ha colpito testate d’opposizione, la libertà di stampa e di pensiero di giornalisti, intellettuali, artisti. All’epoca verso costoro il partito repubblicano non s’è mostrato così solidale come alcuni oppositori marxisti e progressisti si sarebbero aspettati. Gli accordi con cui Dimirtaş e colleghi hanno indirizzato il voto su Kılıçdaroğlu sono stati una scommessa obbligata per l’impossibilità di presentare un proprio candidato di peso, che in ogni caso avrebbe scontato un ruolo di minoranza, corposa ma minoritaria rispetto al voto nazionale. Del resto il ‘Tavolo dei sei’ era coalizzato unicamente sulla caduta di Erdoğan, un fattore che polarizza, tanto da metterlo seriamente in difficoltà davanti agli ulteriori problemi della nazione: l’emergenza post terremoto e quella inflattiva. Ma l’alleanza risultava limitata sul proprio programma interno (contrastare il caro vita e riformare il presidenzialismo) e ancor più sul fronte internazionale. Qui il pur contraddittorio personalismo del presidente uscente ha offerto alla Turchia un ruolo di primo piano nelle aree di crisi geopolitiche. Dunque sulla voglia di cambiamento ha prevalso il timore di perdere quella guida consolidata che il sultano offre da un ventennio. Kılıçdaroğlu, passato in una manciata di giorni da uomo d’una promettente primavera turca a sostenitore di rimpatri razzisti, è parso un opportunista che stordiva le speranze progressiste.
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16/05/2023
Turchia - Si va al ballottaggio, ma Erdogan avrà la maggioranza in parlamento
Il 28 maggio si terrà il ballottaggio tra i due principali sfidanti delle elezioni presidenziali, svoltesi l’altroieri.
Né Erdogan, sostenuto dalla “Alleanza Popolare”, né Kiliçdaroglu, sostenuto dal “Tavolo dei Sei”, ma votato anche dalla “Alleanza per il Lavoro e la Libertà” – che integra il partito progressista filo-curdo HDP – hanno superato la soglia del 50% dei votanti.
In una elezione in cui poco meno del 90% degli aventi diritto si è recato alle urne, Erdogan, leader dell’AKP – dato sfavorito da tutti i sondaggi – ha ottenuto circa il 49,4% mentre Kiliçdaroglu, capo della CHP, ha ottenuto circa il 45%.
Una doccia fredda per il leader della formazione social-democratica di ispirazione kemalista che ha vinto (di misura) la sfida nelle principali città – Istambul ed Ankara – già precedentemente passate all’opposizione nelle ultime amministrative, e ha fatto il pieno di voti nelle regioni sud-orientali a maggioranza curda, e per cui ha votato la maggioranza delle città costiere.
Il centro anatolico, la “Turchia profonda” ha votato per Erdogan, così come non c’è stato un rinculo negativo per il Sultano nelle regioni colpite dal sisma.
Un voto “di continuità” quindi e non “di cambiamento”, come auspicavano fortemente le cancellerie occidentali e sembravano indicare i sondaggi, dove non c’è stata trasmigrazione di preferenze dalla parte islamica conservatrice verso l’opposizione.
Erdogan conferma la tenuta del sistema di consenso costruito negli ultimi vent’anni dall’AKP, che fa perno su consolidate clientele (l’industria della difesa ed il real estate in particolare, oltre che la macchina statale) ed il quasi monopolio del sistema mediatico.
In un Paese polarizzato, 27 milioni di persone desiderano che Erdogan vada al suo terzo mandato e continui con le politiche fino a qui intraprese in ambito interno ed estero.
L’altra sorpresa di queste elezioni presidenziali è stato Sinan Ogan, leader ultra-nazionalista alleato con il Partito della Vittoria di Ümit Özdag che ha superato il 5% delle preferenze.
La formazione si caratterizza per una accesa ostilità verso i profughi siriani, che le cifre ufficiali dicono essere 3,6 milioni, e la retorica anti-curda, specie contro l’HDP.
Senza avere dato indicazione di voto, il navigato politico ha detto che inviterà a far votare chi promette di cacciare i siriani dal paese e che, per dare il proprio appoggio all’opposizione, Kiliçdaroglu dovrebbe estromettere i curdi.
Se Erdogan quindi ha perso quei consensi che gli permisero di raggiungere il 52,5% al primo turno nel 2018, e di contare su un maggiore numero di parlamentari, è chiaro che l’asse politico si è spostato ulteriormente a destra, considerando anche la crescita dei suoi alleati del MHP che avranno ben 50 deputati all’interno della coalizione.
La maggioranza del Parlamento – il cui ruolo è stato notevolmente ridotto grazie alla vittoria del referendum del 2017, che ha reso la Turchia una Repubblica Presidenziale a suffragio diretto dove chi è eletto Presidente svolge anche la funzione di capo del governo – è saldamente in mano ad Erdogan ed alleati, che possono contare sulla maggioranza nel sistema mono-camerale con 321 deputati su 600, contro i soli 213 dell’Alleanza della Nazione ed i 66 della coalizione progressista.
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Né Erdogan, sostenuto dalla “Alleanza Popolare”, né Kiliçdaroglu, sostenuto dal “Tavolo dei Sei”, ma votato anche dalla “Alleanza per il Lavoro e la Libertà” – che integra il partito progressista filo-curdo HDP – hanno superato la soglia del 50% dei votanti.
In una elezione in cui poco meno del 90% degli aventi diritto si è recato alle urne, Erdogan, leader dell’AKP – dato sfavorito da tutti i sondaggi – ha ottenuto circa il 49,4% mentre Kiliçdaroglu, capo della CHP, ha ottenuto circa il 45%.
Una doccia fredda per il leader della formazione social-democratica di ispirazione kemalista che ha vinto (di misura) la sfida nelle principali città – Istambul ed Ankara – già precedentemente passate all’opposizione nelle ultime amministrative, e ha fatto il pieno di voti nelle regioni sud-orientali a maggioranza curda, e per cui ha votato la maggioranza delle città costiere.
Il centro anatolico, la “Turchia profonda” ha votato per Erdogan, così come non c’è stato un rinculo negativo per il Sultano nelle regioni colpite dal sisma.
Un voto “di continuità” quindi e non “di cambiamento”, come auspicavano fortemente le cancellerie occidentali e sembravano indicare i sondaggi, dove non c’è stata trasmigrazione di preferenze dalla parte islamica conservatrice verso l’opposizione.
Erdogan conferma la tenuta del sistema di consenso costruito negli ultimi vent’anni dall’AKP, che fa perno su consolidate clientele (l’industria della difesa ed il real estate in particolare, oltre che la macchina statale) ed il quasi monopolio del sistema mediatico.
In un Paese polarizzato, 27 milioni di persone desiderano che Erdogan vada al suo terzo mandato e continui con le politiche fino a qui intraprese in ambito interno ed estero.
L’altra sorpresa di queste elezioni presidenziali è stato Sinan Ogan, leader ultra-nazionalista alleato con il Partito della Vittoria di Ümit Özdag che ha superato il 5% delle preferenze.
La formazione si caratterizza per una accesa ostilità verso i profughi siriani, che le cifre ufficiali dicono essere 3,6 milioni, e la retorica anti-curda, specie contro l’HDP.
Senza avere dato indicazione di voto, il navigato politico ha detto che inviterà a far votare chi promette di cacciare i siriani dal paese e che, per dare il proprio appoggio all’opposizione, Kiliçdaroglu dovrebbe estromettere i curdi.
Se Erdogan quindi ha perso quei consensi che gli permisero di raggiungere il 52,5% al primo turno nel 2018, e di contare su un maggiore numero di parlamentari, è chiaro che l’asse politico si è spostato ulteriormente a destra, considerando anche la crescita dei suoi alleati del MHP che avranno ben 50 deputati all’interno della coalizione.
La maggioranza del Parlamento – il cui ruolo è stato notevolmente ridotto grazie alla vittoria del referendum del 2017, che ha reso la Turchia una Repubblica Presidenziale a suffragio diretto dove chi è eletto Presidente svolge anche la funzione di capo del governo – è saldamente in mano ad Erdogan ed alleati, che possono contare sulla maggioranza nel sistema mono-camerale con 321 deputati su 600, contro i soli 213 dell’Alleanza della Nazione ed i 66 della coalizione progressista.
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13/05/2023
La Turchia al voto
Domenica 14 maggio la Turchia va al voto per elezioni presidenziali e per quelle legislative.
Sono diventate tre le candidature alle presidenziali, mentre tre sono i principali schieramenti ma più di una ventina i partiti che si contendono i 600 seggi del parlamento turco.
64 milioni di elettori su una popolazione di 85 potranno recarsi alle urne, con circa 5 milioni di nuovi votanti; 3,4 milioni che hanno già potuto votare all’estero, fino al 9 maggio.
La Turchia è divenuta un sistema presidenziale nel 2018, dopo poco più di un mese dall’ennesima conferma di Erdogan alla guida del Paese, in cui è stata abolita la figura del Primo Ministro le cui prerogative sono state assorbite dal Presidente a capo dell’Esecutivo.
Il Presidente viene eletto al primo turno se supera il 50% dei voti, o al secondo in caso contrario. L'eventuale ballottaggio è previsto per il 28 maggio.
La soglia di sbarramento per entrare in Parlamento è pari al 7% (in precedenza era al 10%), tranne nel caso ci si presenti in coalizione e si superi una “soglia di sbarramento provinciale”. Il sistema è proporzionale con 87 distretti disegnati in proporzione alla popolazione.
Nel Parlamento uscente la coalizione di Erdogan, l’Alleanza del Popolo – composta da AKP, MHP e BBP – poteva contare su 334 seggi, l’Alleanza Nazionale (con il CHP come forza maggiore) su 174, e l’Alleanza per il Lavoro e la Libertà (con il progressista filo-curdo HDP ed il Partito dei Lavoratori della Turchia) su 60.
La stampa occidentale – dall’Economist, allo Spiegel a Le Monde – ipotizzano apertamente, in caso di vittoria di Recep Tayyip Erdogan, l’ennesima svolta autoritaria che ne completerebbe la verticale del potere.
Dalla sua elezione a sindaco di Istanbul, nel 1994, l’ascesa politica del leader dell’AKP non si è mai fermata ed è passata sempre attraverso le urne, nonostante la mano pesantissima usata anche di recente contro le formazioni progressiste curde – come l’HDP – ed i “gülenisti”, in specie dopo il tentato colpo di Stato del giugno del 2016.
Il 25 aprile, cioè in piena campagna elettorale, una “operazione antiterrorismo” compiuta in 20 province turche ha portato all’arresto di numerosi giornalisti, avvocati, attori, ed altre figure accusate di sovvenzionare il PKK – il Partito dei Lavoratori Curdi – attraverso i comuni amministrati dall’HDP e di reclutare militanti per l’organizzazione.
L’Alleanza di cui fa parte l’HDP vuole una “soluzione pacifica” della questione curda attraverso il Parlamento, e vorrebbe porre fine alla rimozione dei sindaci eletti del HDP, sempre sostituiti da fiduciari governativi.
L’HDP, in queste elezioni, a causa di una sentenza pendente della Corte Costituzionale in cui potrebbe essere resa illegale, viene “ospitata” dalla sinistra ecologista turca, Green Left Party in inglese. Il suo co-presidente, Selahttin Demirtas, è in carcere dal 2016.
La giovane formazione che nelle elezioni del 2018 prese l’8,4% è la terza organizzazione politica in Turchia, ed il secondo partito d’opposizione.
L’HDP, così come tutto lo schieramento progressista, sostiene Kemal Kiliçdarohlu, leader del partito kemalista CHP che guida il “Tavolo dei Sei”, la composita coalizione d’opposizione.
L’indicazione del voto dell’HDP e dell’Alleanza di cui fa parte potrebbe rilevarsi decisiva per la sconfitta di Erdogan e potrebbe portare ad una amnistia per i militanti curdi, aprendo in parte un nuovo ciclo politico.
Il TKP (il Partito Comunista della Turchia), che non partecipa all’Alleanza del Lavoro e della Libertà, presenterà i propri candidati insieme alla Coalizione delle Forze Socialiste (Collaboration of Socialist Forces, in inglese) ed invita a votare per Kiliçdarohlu come Presidente, pur senza lesinare critiche alla sua coalizione.
Lo sfidante di Erdogan è dato favorito, e l’abbandono della competizione elettorale da parte di Muharrem Ince, che era dato nei sondaggi tra il 2 ed il 4%, sembrerebbe favorirlo ulteriormente; si tratta comunque di un “testa a testa” il cui esito con ogni probabilità verrà deciso dal ballottaggio del 28 maggio.
Per la cronaca, il terzo competitor è Sinan Ogan.
Erdogan, che si appoggia a due formazioni minori oltre agli ultra-nazionalisti del MHP, ha ancora una notevole base d’appoggio – tra il 30-40% degli elettori – ma ha visto diminuire il suo consenso a causa dell’instabilità economica, con la Lira turca che ha ridotto notevolmente il suo valore rispetto al Dollaro, un’inflazione “ufficiale” galoppante – +44% rispetto all’anno precedente, ad aprile – e la catastrofica gestione del sisma del febbraio di quest’anno costato la vita a circa 50 mila persone, che ha causato 3 milioni di sfollati.
La campagna elettorale si è svolta in un clima di forte “polarizzazione”; l’asso nella manica del Sultano ed i suoi alleati è stato senz’altro il profilo conquistato dalla Turchia a livello internazionale ed in particolare nel mondo mussulmano.
Erdogan non ha più il monopolio dell’elettorato conservatore proveniente dall’islam politico, e non è un caso che sia stato proprio Temel Karamollaoglu, del Saadet Partisi, proveniente dalle file dell’islam politico ad annunciare il candidato presidenziale del “Tavolo dei Sei”.
In questa coalizione abbastanza eterogenea sono presenti anche due ex uomini chiave dell’AKP, insieme al partito della destra nazionalista Lyi Partisi di Meral Aksener.
Erdogan ha realizzato quell’autonomia strategica che rende la Turchia, allo stesso tempo, un membro indispensabile dell’Alleanza Atlantica ed un partner di rilevo della Russia (da cui ha acquistato il sistema di difesa missilistico S-400) e della Cina; vanta alcuni notevoli primati nell’industria della difesa, come la produzione dei droni utilizzati nel conflitto ucraino da Kiev (così come in precedenza dall’Azerbaijan contro gli armeni), è un importante hub energetico ed ha recentemente inaugurato la sua prima centrale nucleare costruita dalla russa Rosatom.
La sua sfera d’influenza si è notevolmente allargata nel corso degli anni – Balcani, Caucaso, Africa e Medio Oriente – ed è intervenuta direttamente più volte in funzione “anti-curda” in Siria ed in Iraq, ma anche in difesa del Governo di Accordo Nazionale sostenuto dall’ONU in Libia.
La politica del suo sfidante sembra più improntata a stabilire un rapporto più virtuoso con l’Occidente (USA ed UE) ed una minore ingerenza diretta negli Stati, con un più basso profilo rispetto all’intervento in Africa, dove il soft-power turco ha dato prova di una grande capacità di penetrazione.
Ma la questione cipriota e le dispute marittimo/territoriali con la Grecia resteranno comunque cronici motivi di attrito anche in caso di cambio della presidenza e di parziale cessazione dell’attuale politica “neo-ottomana”. Così come rimarranno pressoché inalterate le relazioni con Russia e Cina.
È da segnalare comunque il fatto che lo stesso candidato presidenziale dell’opposizione ha accusato la Russia di ipotetiche ingerenze, prontamente smentite da Mosca.
Una delle questioni centrali, chiunque sarà il Presidente, è quella dei circa 5 milioni di profughi siriani nel Paese, che implica anche la normalizzazione dei rapporti con Damasco, considerando che proprio Erdogan era stato un attore di primo piano nel tentativo di destabilizzare il regime di Assad.
Gli ultimi giorni della campagna elettorale si sono svolti in un clima di forte delegittimazione reciproca e scambi di accuse, nonché di violenze. Non è detto, tra l’altro, che il Rais, accetti di uscire di scena in maniera indolore, dopo avere perso il governo delle due principali città del Paese.
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Sono diventate tre le candidature alle presidenziali, mentre tre sono i principali schieramenti ma più di una ventina i partiti che si contendono i 600 seggi del parlamento turco.
64 milioni di elettori su una popolazione di 85 potranno recarsi alle urne, con circa 5 milioni di nuovi votanti; 3,4 milioni che hanno già potuto votare all’estero, fino al 9 maggio.
La Turchia è divenuta un sistema presidenziale nel 2018, dopo poco più di un mese dall’ennesima conferma di Erdogan alla guida del Paese, in cui è stata abolita la figura del Primo Ministro le cui prerogative sono state assorbite dal Presidente a capo dell’Esecutivo.
Il Presidente viene eletto al primo turno se supera il 50% dei voti, o al secondo in caso contrario. L'eventuale ballottaggio è previsto per il 28 maggio.
La soglia di sbarramento per entrare in Parlamento è pari al 7% (in precedenza era al 10%), tranne nel caso ci si presenti in coalizione e si superi una “soglia di sbarramento provinciale”. Il sistema è proporzionale con 87 distretti disegnati in proporzione alla popolazione.
Nel Parlamento uscente la coalizione di Erdogan, l’Alleanza del Popolo – composta da AKP, MHP e BBP – poteva contare su 334 seggi, l’Alleanza Nazionale (con il CHP come forza maggiore) su 174, e l’Alleanza per il Lavoro e la Libertà (con il progressista filo-curdo HDP ed il Partito dei Lavoratori della Turchia) su 60.
La stampa occidentale – dall’Economist, allo Spiegel a Le Monde – ipotizzano apertamente, in caso di vittoria di Recep Tayyip Erdogan, l’ennesima svolta autoritaria che ne completerebbe la verticale del potere.
Dalla sua elezione a sindaco di Istanbul, nel 1994, l’ascesa politica del leader dell’AKP non si è mai fermata ed è passata sempre attraverso le urne, nonostante la mano pesantissima usata anche di recente contro le formazioni progressiste curde – come l’HDP – ed i “gülenisti”, in specie dopo il tentato colpo di Stato del giugno del 2016.
Il 25 aprile, cioè in piena campagna elettorale, una “operazione antiterrorismo” compiuta in 20 province turche ha portato all’arresto di numerosi giornalisti, avvocati, attori, ed altre figure accusate di sovvenzionare il PKK – il Partito dei Lavoratori Curdi – attraverso i comuni amministrati dall’HDP e di reclutare militanti per l’organizzazione.
L’Alleanza di cui fa parte l’HDP vuole una “soluzione pacifica” della questione curda attraverso il Parlamento, e vorrebbe porre fine alla rimozione dei sindaci eletti del HDP, sempre sostituiti da fiduciari governativi.
L’HDP, in queste elezioni, a causa di una sentenza pendente della Corte Costituzionale in cui potrebbe essere resa illegale, viene “ospitata” dalla sinistra ecologista turca, Green Left Party in inglese. Il suo co-presidente, Selahttin Demirtas, è in carcere dal 2016.
La giovane formazione che nelle elezioni del 2018 prese l’8,4% è la terza organizzazione politica in Turchia, ed il secondo partito d’opposizione.
L’HDP, così come tutto lo schieramento progressista, sostiene Kemal Kiliçdarohlu, leader del partito kemalista CHP che guida il “Tavolo dei Sei”, la composita coalizione d’opposizione.
L’indicazione del voto dell’HDP e dell’Alleanza di cui fa parte potrebbe rilevarsi decisiva per la sconfitta di Erdogan e potrebbe portare ad una amnistia per i militanti curdi, aprendo in parte un nuovo ciclo politico.
Il TKP (il Partito Comunista della Turchia), che non partecipa all’Alleanza del Lavoro e della Libertà, presenterà i propri candidati insieme alla Coalizione delle Forze Socialiste (Collaboration of Socialist Forces, in inglese) ed invita a votare per Kiliçdarohlu come Presidente, pur senza lesinare critiche alla sua coalizione.
Lo sfidante di Erdogan è dato favorito, e l’abbandono della competizione elettorale da parte di Muharrem Ince, che era dato nei sondaggi tra il 2 ed il 4%, sembrerebbe favorirlo ulteriormente; si tratta comunque di un “testa a testa” il cui esito con ogni probabilità verrà deciso dal ballottaggio del 28 maggio.
Per la cronaca, il terzo competitor è Sinan Ogan.
Erdogan, che si appoggia a due formazioni minori oltre agli ultra-nazionalisti del MHP, ha ancora una notevole base d’appoggio – tra il 30-40% degli elettori – ma ha visto diminuire il suo consenso a causa dell’instabilità economica, con la Lira turca che ha ridotto notevolmente il suo valore rispetto al Dollaro, un’inflazione “ufficiale” galoppante – +44% rispetto all’anno precedente, ad aprile – e la catastrofica gestione del sisma del febbraio di quest’anno costato la vita a circa 50 mila persone, che ha causato 3 milioni di sfollati.
La campagna elettorale si è svolta in un clima di forte “polarizzazione”; l’asso nella manica del Sultano ed i suoi alleati è stato senz’altro il profilo conquistato dalla Turchia a livello internazionale ed in particolare nel mondo mussulmano.
Erdogan non ha più il monopolio dell’elettorato conservatore proveniente dall’islam politico, e non è un caso che sia stato proprio Temel Karamollaoglu, del Saadet Partisi, proveniente dalle file dell’islam politico ad annunciare il candidato presidenziale del “Tavolo dei Sei”.
In questa coalizione abbastanza eterogenea sono presenti anche due ex uomini chiave dell’AKP, insieme al partito della destra nazionalista Lyi Partisi di Meral Aksener.
Erdogan ha realizzato quell’autonomia strategica che rende la Turchia, allo stesso tempo, un membro indispensabile dell’Alleanza Atlantica ed un partner di rilevo della Russia (da cui ha acquistato il sistema di difesa missilistico S-400) e della Cina; vanta alcuni notevoli primati nell’industria della difesa, come la produzione dei droni utilizzati nel conflitto ucraino da Kiev (così come in precedenza dall’Azerbaijan contro gli armeni), è un importante hub energetico ed ha recentemente inaugurato la sua prima centrale nucleare costruita dalla russa Rosatom.
La sua sfera d’influenza si è notevolmente allargata nel corso degli anni – Balcani, Caucaso, Africa e Medio Oriente – ed è intervenuta direttamente più volte in funzione “anti-curda” in Siria ed in Iraq, ma anche in difesa del Governo di Accordo Nazionale sostenuto dall’ONU in Libia.
La politica del suo sfidante sembra più improntata a stabilire un rapporto più virtuoso con l’Occidente (USA ed UE) ed una minore ingerenza diretta negli Stati, con un più basso profilo rispetto all’intervento in Africa, dove il soft-power turco ha dato prova di una grande capacità di penetrazione.
Ma la questione cipriota e le dispute marittimo/territoriali con la Grecia resteranno comunque cronici motivi di attrito anche in caso di cambio della presidenza e di parziale cessazione dell’attuale politica “neo-ottomana”. Così come rimarranno pressoché inalterate le relazioni con Russia e Cina.
È da segnalare comunque il fatto che lo stesso candidato presidenziale dell’opposizione ha accusato la Russia di ipotetiche ingerenze, prontamente smentite da Mosca.
Una delle questioni centrali, chiunque sarà il Presidente, è quella dei circa 5 milioni di profughi siriani nel Paese, che implica anche la normalizzazione dei rapporti con Damasco, considerando che proprio Erdogan era stato un attore di primo piano nel tentativo di destabilizzare il regime di Assad.
Gli ultimi giorni della campagna elettorale si sono svolti in un clima di forte delegittimazione reciproca e scambi di accuse, nonché di violenze. Non è detto, tra l’altro, che il Rais, accetti di uscire di scena in maniera indolore, dopo avere perso il governo delle due principali città del Paese.
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14/01/2023
Turchia - Il rebus delle presidenziali
La Turchia si avvicina a grandi passi verso le elezioni Presidenziali e quelle Parlamentari, previste al momento per giugno. Tali passaggi elettorali hanno un fortissimo valore simbolico poiché cadono nell’anno del centenario della fondazione della Repubblica e dovrebbero segnare, nell’immaginario filo-governativo, l’innalzamento del Presidente Erdogan allo stesso livello simbolico, o quasi, del fondatore della Repubblica Kemal Ataturk.
Un nuovo “padre della patria”, ma di stampo islamista, in contrapposizione al laicismo di quello precedente.
La realtà, tuttavia, sta derubricando questo obiettivo ad un sogno piuttosto lontano: finito il tempo delle vacche grasse del decennio passato, l’economia turca è in pesante crisi finanziaria, con l’inflazione media che si attesta sopra l’80% e tocca le tre cifre in taluni settori, anche i disegni espansionistici zoppicano.
Così Erdogan, il suo AKP e l’”Alleanza Popolare” – ovvero la coalizione che lo sostiene – rischiano addirittura di non vincere le elezioni nonostante il controllo ferreo su tutti gli apparati statali conquistato in anni di purghe interne, effettuate in più passaggi, soprattutto dopo il tentato colpo di stato filo-occidentale del luglio 2016.
Due sono le opposizioni principali: l’”Alleanza Nazionale”, guidata dai repubblicani laici e nazionalisti del CHP, il partito fondato da Ataturk, assieme ad altri piccoli partiti di ispirazione nazionalista ed anche islamista; ed il Partito Democratico dei Popoli (HDP), laico, progressista e “plurinazionale”, a favore dell’integrazione delle minoranze.
Quest’ultimo è nato nel 2014 dall’alleanza fra gran parte di quello che era il partito a connotazione curda BDP ed altre strutture della sinistra turca per accompagnare, facilitare e dare rappresentanza politica alle istanze di trattativa fra lo stato turco ed il PKK, che all’epoca sembrava stesse centrando il risultato di giungere alla risoluzione dell’annosa questione curda.
Ma – dal momento in cui l’AKP ha interrotto il negoziato ed ha inteso imbarcare nell’alleanza di governo gli ultranazionalisti del MHP – l’HDP è stato oggetto di una pressione repressiva durissima, con l’accusa di essere il braccio politico del PKK.
Da allora molti sindaci delle aree curde eletti nelle fila del partito sono stati destituiti ed incarcerati, e lo stesso co-presidente Demirtas, già leader in precedenza del BDP, è in ostaggio delle carceri turche dal 2016, nonostante l’autorevolezza conferitagli dall’essersi candidato alle presidenziali di due anni prima, ottenendo circa il 10%.
Ancora ultimamente, la magistratura ha bloccato conti correnti del partito, bloccato i finanziamenti pubblici ad esso diretti ed aperto un processo alla Corte costituzionale per metterlo formalmente al bando.
In lunghi anni di grande repressione, l’HDP ha avuto alcuni importanti momenti di convergenza con l’opposizione repubblicana del CHP, nonostante quest’ultima, in teoria, sia ancora più nemica delle istanze plurinazionali ed ancora più ostile alle minoranze rispetto all’islamismo governativo.
Ad esempio, nel 2019 ha contribuito a far eleggere trionfalmente Ekrem Imamoglu come sindaco di Istanbul, appoggiandolo nella ripetizione delle elezioni imposta dopo un pretestuoso ricorso dell’AKP, che aveva perso di poco la prima tornata.
Ora, lo stesso Imamoglu è fra i possibili candidati dell’”Alleanza Nazionale” alle presidenziali e, secondo alcuni sondaggi, sarebbe addirittura in vantaggio su Erdogan.
Di conseguenza, già la mannaia del sistema giudiziario turco si sta abbattendo su di lui: è stato condannato a 2 anni e 7 mesi per insulti alla commissione elettorale che fece ripetere le elezioni di Istanbul e gli è stato intentato un altro processo per corruzione.
La sua candidatura è in forse anche perché, se la condanna subita diventasse definitiva, dopo la sentenza dell’ultimo grado di giudizio prevista per luglio, sarebbe interdetto dai pubblici uffici e non potrebbe insediarsi come Presidente della Repubblica in caso di vittoria.
Una tale candidatura è pensata anche per attirare la base curda e dell’HDP, che, come detto, già una volta lo ha votato in massa. Inoltre, essendo come Erdogan espressione del potente mondo dei palazzinari turchi, sembra anche in grado di contendere il loro appoggio.
Un altro possibile candidato dell’opposizione repubblicana è Kemal Kilicdaroglu, grigio Presidente del CHP che, però, ha lo svantaggio dell’appartenenza etnica e religiosa, essendo anch’egli espressione di minoranze: è infatti di etnia zaza (un gruppo etnico che si considera curdo, lo stesso di Demirtas) e di famiglia alawita (anche se lui non conferma di esserlo), ramo progressista dell’islam, la cui comunità è spesso “culla” delle organizzazioni progressiste e rivoluzionarie turche.
È quindi, propagandisticamente associabile a figure indigeribili per alti livelli dell’apparato statale, e potrebbe perciò essere costretto a spendere l’intera campagna elettorale nel negare le proprie origini. Infatti sembra lui l’avversario “preferito” di Erdogan.
In questo quadro, l’HDP è ancora segnalato al 10% circa e, mantenendo questo consenso alle presidenziali, rinvierebbe l’elezione del Presidente della Repubblica al secondo turno, poiché né Erdogan, né il rivale, raggiungerebbero il 50% al primo turno.
Un suo membro rimasto anonimo ha così spiegato ad Al-Monitor l’intenzione di correre da soli alle elezioni: “Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo implorato l’opposizione di sedersi con noi, per forgiare una strategia comune. Invece ci hanno ignorato e disprezzato, credendo che avremmo eseguito i loro ordini e mobilitato la nostra base a loro favore.
La verità è che questa opposizione è fascista quanto Erdogan e non ha alcuna inclinazione a fare qualsiasi cosa per i curdi. Piuttosto il contrario. Così noi diciamo: ‘Lascia che i fascisti si combattano tra loro e noi andremo per la nostra strada’. Se pensano che stiamo bluffando e li aiuteremo a vincere come abbiamo fatto a Istanbul, subiranno un grande shock”.
In ogni caso, la base dell’HDP e le minoranze, in generale, saranno decisive al secondo turno. Pertanto, si prevede che arriveranno offerte e promesse da entrambe le parti.
Erdogan ha ben poco da offrire politicamente, visto che proprio in queste ore sta ordinando un’operazione militare contro le aree della Siria controllate dalle milizie curde, sta continuando la repressione interna e destituendo i sindaci che le comunità curde eleggono.
Negli ultimi giorni, sta facendo trapelare informalmente di essere disposto a mettere sul piatto il destino dei prigionieri, in particolare di Ocalan, al quale potrebbero essere concessi arresti domiciliari in cambio dell’appoggio elettorale.
Il diretto interessato, secondo Al-Monitor, ha già rifiutato ogni offerta ed ogni coinvolgimento.
Il CHP, da parte sua, spera la base dell’HDP voti spontaneamente a suo favore al secondo turno in chiave anti-Erdogan.
Sull’intera vicenda, ovviamente, pendono le manovre pro-Erdogan degli apparati dello stato.
Nonostante tutto, la partita non appare scontata. L’impressione esterna è che Erdogan, in parte facendo ricorso alla forza, in parte mettendo in campo il suo proverbiale pragmatismo, abbia grandi possibilità di vincere le elezioni.
Tuttavia non vi è la certezza come nelle occasioni precedenti, quando l’unico punto di interesse era il distacco imposto ai rivali. Ed anche in caso di vittoria, non è detto che ciò coincida con un rafforzamento del blocco sociale che lo ha tenuto in sella negli ultimi 20 anni.
Anzi. Si intravedono numerosi scricchiolii.
Fonte
Un nuovo “padre della patria”, ma di stampo islamista, in contrapposizione al laicismo di quello precedente.
La realtà, tuttavia, sta derubricando questo obiettivo ad un sogno piuttosto lontano: finito il tempo delle vacche grasse del decennio passato, l’economia turca è in pesante crisi finanziaria, con l’inflazione media che si attesta sopra l’80% e tocca le tre cifre in taluni settori, anche i disegni espansionistici zoppicano.
Così Erdogan, il suo AKP e l’”Alleanza Popolare” – ovvero la coalizione che lo sostiene – rischiano addirittura di non vincere le elezioni nonostante il controllo ferreo su tutti gli apparati statali conquistato in anni di purghe interne, effettuate in più passaggi, soprattutto dopo il tentato colpo di stato filo-occidentale del luglio 2016.
Due sono le opposizioni principali: l’”Alleanza Nazionale”, guidata dai repubblicani laici e nazionalisti del CHP, il partito fondato da Ataturk, assieme ad altri piccoli partiti di ispirazione nazionalista ed anche islamista; ed il Partito Democratico dei Popoli (HDP), laico, progressista e “plurinazionale”, a favore dell’integrazione delle minoranze.
Quest’ultimo è nato nel 2014 dall’alleanza fra gran parte di quello che era il partito a connotazione curda BDP ed altre strutture della sinistra turca per accompagnare, facilitare e dare rappresentanza politica alle istanze di trattativa fra lo stato turco ed il PKK, che all’epoca sembrava stesse centrando il risultato di giungere alla risoluzione dell’annosa questione curda.
Ma – dal momento in cui l’AKP ha interrotto il negoziato ed ha inteso imbarcare nell’alleanza di governo gli ultranazionalisti del MHP – l’HDP è stato oggetto di una pressione repressiva durissima, con l’accusa di essere il braccio politico del PKK.
Da allora molti sindaci delle aree curde eletti nelle fila del partito sono stati destituiti ed incarcerati, e lo stesso co-presidente Demirtas, già leader in precedenza del BDP, è in ostaggio delle carceri turche dal 2016, nonostante l’autorevolezza conferitagli dall’essersi candidato alle presidenziali di due anni prima, ottenendo circa il 10%.
Ancora ultimamente, la magistratura ha bloccato conti correnti del partito, bloccato i finanziamenti pubblici ad esso diretti ed aperto un processo alla Corte costituzionale per metterlo formalmente al bando.
In lunghi anni di grande repressione, l’HDP ha avuto alcuni importanti momenti di convergenza con l’opposizione repubblicana del CHP, nonostante quest’ultima, in teoria, sia ancora più nemica delle istanze plurinazionali ed ancora più ostile alle minoranze rispetto all’islamismo governativo.
Ad esempio, nel 2019 ha contribuito a far eleggere trionfalmente Ekrem Imamoglu come sindaco di Istanbul, appoggiandolo nella ripetizione delle elezioni imposta dopo un pretestuoso ricorso dell’AKP, che aveva perso di poco la prima tornata.
Ora, lo stesso Imamoglu è fra i possibili candidati dell’”Alleanza Nazionale” alle presidenziali e, secondo alcuni sondaggi, sarebbe addirittura in vantaggio su Erdogan.
Di conseguenza, già la mannaia del sistema giudiziario turco si sta abbattendo su di lui: è stato condannato a 2 anni e 7 mesi per insulti alla commissione elettorale che fece ripetere le elezioni di Istanbul e gli è stato intentato un altro processo per corruzione.
La sua candidatura è in forse anche perché, se la condanna subita diventasse definitiva, dopo la sentenza dell’ultimo grado di giudizio prevista per luglio, sarebbe interdetto dai pubblici uffici e non potrebbe insediarsi come Presidente della Repubblica in caso di vittoria.
Una tale candidatura è pensata anche per attirare la base curda e dell’HDP, che, come detto, già una volta lo ha votato in massa. Inoltre, essendo come Erdogan espressione del potente mondo dei palazzinari turchi, sembra anche in grado di contendere il loro appoggio.
Un altro possibile candidato dell’opposizione repubblicana è Kemal Kilicdaroglu, grigio Presidente del CHP che, però, ha lo svantaggio dell’appartenenza etnica e religiosa, essendo anch’egli espressione di minoranze: è infatti di etnia zaza (un gruppo etnico che si considera curdo, lo stesso di Demirtas) e di famiglia alawita (anche se lui non conferma di esserlo), ramo progressista dell’islam, la cui comunità è spesso “culla” delle organizzazioni progressiste e rivoluzionarie turche.
È quindi, propagandisticamente associabile a figure indigeribili per alti livelli dell’apparato statale, e potrebbe perciò essere costretto a spendere l’intera campagna elettorale nel negare le proprie origini. Infatti sembra lui l’avversario “preferito” di Erdogan.
In questo quadro, l’HDP è ancora segnalato al 10% circa e, mantenendo questo consenso alle presidenziali, rinvierebbe l’elezione del Presidente della Repubblica al secondo turno, poiché né Erdogan, né il rivale, raggiungerebbero il 50% al primo turno.
Un suo membro rimasto anonimo ha così spiegato ad Al-Monitor l’intenzione di correre da soli alle elezioni: “Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo implorato l’opposizione di sedersi con noi, per forgiare una strategia comune. Invece ci hanno ignorato e disprezzato, credendo che avremmo eseguito i loro ordini e mobilitato la nostra base a loro favore.
La verità è che questa opposizione è fascista quanto Erdogan e non ha alcuna inclinazione a fare qualsiasi cosa per i curdi. Piuttosto il contrario. Così noi diciamo: ‘Lascia che i fascisti si combattano tra loro e noi andremo per la nostra strada’. Se pensano che stiamo bluffando e li aiuteremo a vincere come abbiamo fatto a Istanbul, subiranno un grande shock”.
In ogni caso, la base dell’HDP e le minoranze, in generale, saranno decisive al secondo turno. Pertanto, si prevede che arriveranno offerte e promesse da entrambe le parti.
Erdogan ha ben poco da offrire politicamente, visto che proprio in queste ore sta ordinando un’operazione militare contro le aree della Siria controllate dalle milizie curde, sta continuando la repressione interna e destituendo i sindaci che le comunità curde eleggono.
Negli ultimi giorni, sta facendo trapelare informalmente di essere disposto a mettere sul piatto il destino dei prigionieri, in particolare di Ocalan, al quale potrebbero essere concessi arresti domiciliari in cambio dell’appoggio elettorale.
Il diretto interessato, secondo Al-Monitor, ha già rifiutato ogni offerta ed ogni coinvolgimento.
Il CHP, da parte sua, spera la base dell’HDP voti spontaneamente a suo favore al secondo turno in chiave anti-Erdogan.
Sull’intera vicenda, ovviamente, pendono le manovre pro-Erdogan degli apparati dello stato.
Nonostante tutto, la partita non appare scontata. L’impressione esterna è che Erdogan, in parte facendo ricorso alla forza, in parte mettendo in campo il suo proverbiale pragmatismo, abbia grandi possibilità di vincere le elezioni.
Tuttavia non vi è la certezza come nelle occasioni precedenti, quando l’unico punto di interesse era il distacco imposto ai rivali. Ed anche in caso di vittoria, non è detto che ciò coincida con un rafforzamento del blocco sociale che lo ha tenuto in sella negli ultimi 20 anni.
Anzi. Si intravedono numerosi scricchiolii.
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