Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

12/09/2026

La sovranità finanziaria europea è un’illusione

di Alessandro Volpi 

La difficile condizione del debito federale degli Stati Uniti, con rischi non trascurabili in termini di finanziamento, pone alcune questioni che in passato parevano meno rilevanti e ora risultano molto più preoccupanti.

L’illusione della sovranità finanziaria europea si infrange, infatti, sempre più contro la realtà di un sistema globale dove il controllo dei flussi monetari è diventato il principale strumento di proiezione della potenza geopolitica degli Stati Uniti, trasformando le banche europee in attori dotati di un’autonomia puramente formale. Nonostante lo Swift, il sistema di pagamenti utilizzato in Europa, abbia la propria sede legale in Belgio e ricada sotto la giurisdizione dell’Unione europea, la sua operatività è intrinsecamente legata all’architettura del dollaro, permettendo a Washington di esercitare una pressione asfissiante che va ben oltre la semplice regolamentazione bancaria.

Attraverso il meccanismo della cosiddetta extraterritorialità del diritto statunitense, ogni transazione che tocca il suolo americano o che avviene in valuta Usa fornisce agli Stati Uniti il potere legale di sanzionare, multare o escludere dai mercati globali qualsiasi istituto di credito europeo che non si allinei alle direttive del dipartimento del Tesoro. I recenti casi italiani delle sanzioni secondarie nei confronti di Francesca Albanese e del collettivo Autistici/Inventati mostrano quale sia la pervasività di simili meccanismi rispetto a qualsiasi traccia di autonomia degli istituti di credito, persino nelle loro espressioni più attente.

Questa capacità di interdizione trasforma lo Swift in una vera e propria arma di ricatto: le banche europee, terrorizzate dalla prospettiva di perdere l’accesso al sistema di clearing in dollari o di subire, appunto, sanzioni secondarie devastanti, si trovano costrette a troncare rapporti commerciali sgraditi a Washington. In questo contesto di subordinazione strutturale, la pressione politica statunitense si manifesta, e potrebbe manifestarsi sempre più, anche attraverso un’induzione indiretta ma ferrea all’acquisto di debito pubblico americano, poichè i Treasury rimangono il collaterale indispensabile per operare in un mercato dominato dal dollaro. Le banche europee vengono spinte a finanziare il deficit statunitense non solo per ragioni di gestione della liquidità ma come garanzia implicita di fedeltà a un sistema che garantisce la loro stessa sopravvivenza operativa che però, ora, è in reale pericolo.

La recente sentenza della Corte di giustizia europea, che ha contestato l’automatismo dell’applicazione delle decisioni del governo statunitense e degli effetti legati all’inserimento nelle liste Ofac, non ha certo risolto la questione della protezione giuridica e finanziaria sia degli operatori che intendano opporsi ai diktat Usa sia del diritto a potere esercitare pagamenti liberi.

Si configura così un circolo vizioso in cui il risparmio europeo viene drenato verso l’economia americana per sostenere un dominio che, a sua volta, utilizza quegli stessi strumenti finanziari per imporre vincoli politici all’Europa. Il ricatto è onnipresente: l’accesso alla liquidità d’emergenza della Federal Reserve e la stabilità dei mercati interbancari dipendono dall’allineamento degli istituti europei agli interessi strategici degli Stati Uniti, rendendo ogni tentativo di autonomia strategica dell’Unione europea un esercizio retorico privo di basi materiali. Finché l’architettura dei pagamenti internazionali resterà centrata sul dollaro e soggetta ai veti di Washington, le banche europee continueranno a operare sotto una sovranità limitata, agendo come terminali di un sistema di potere che trasforma il debito Usa in un asset obbligatorio e la fedeltà politica in una condizione necessaria per la continuità aziendale.

Dunque chi può davvero escludere che il Tesoro Usa, di fronte al rischio del crollo del proprio debito, non usi il monopolio del sistema dei pagamenti per costringere le banche – e dunque i loro risparmiatori – a comprare quel debito dalle sorti molto incerte? Continuiamo a dare agli Stati Uniti le chiavi di accesso esclusivo ai risparmi europei ed è certo che, prima di tracollare, le useranno per gettare sul lastrico milioni di concittadini.

In questa prospettiva può essere collocato un altro elemento critico. Il patrimonio aureo italiano, con le sue 2.452 tonnellate che lo rendono il terzo al mondo per entità, almeno in base ai dati ufficiali, ha un peso importante per la credibilità finanziaria del Paese ma la sua distribuzione geografica e i vincoli normativi che lo circondano aprono un dibattito complesso sulla reale sovranità nazionale sopra questo tesoro. Attualmente solo circa il 45% del metallo prezioso è custodito nei caveau della Banca d’Italia a Roma, mentre la quota maggioritaria si trova all’estero, con un peso preponderante degli Stati Uniti che ospitano presso la Federal Reserve di New York ben 1.061 tonnellate, pari a oltre il 43% del totale complessivo.

Questa enorme concentrazione di oro italiano sul suolo americano, eredità storica degli accordi del Dopoguerra e delle dinamiche di mercato del sistema di Bretton Woods, alimenta oggi più che mai i timori legati alla possibilità che la Fed, sotto la pressione di un debito pubblico statunitense ormai fuori controllo, possa in qualche modo utilizzare o bloccare queste riserve per le proprie necessità di bilancio o come leva geopolitica. Sebbene tecnicamente le riserve siano protette da immunità diplomatica e contratti di custodia internazionale, il fatto che quasi la metà della ricchezza aurea italiana dipenda dalla giurisdizione e dalla stabilità politica di una potenza straniera pone interrogativi sulla vulnerabilità del Paese in scenari di crisi globale estrema.

In sintesi, avere la metà delle riserve auree italiane nei sotterranei della Federal Reserve di New York provoca l’inevitabile paura che tali risorse possano essere utilizzate dal governo degli Stati Uniti per arginare un’insolvenza del proprio debito tutt’altro che remota. Non è un caso che altri Stati abbiano già provveduto al ritiro del loro oro dagli Usa.

A complicare il quadro interviene l’esplosione del valore di mercato di questo asset che, spinto dall’instabilità internazionale, è passato dai circa 147 miliardi di euro della fine del 2023 agli oltre 298 miliardi stimati nel 2026, generando una plusvalenza virtuale di oltre 150 miliardi di euro in meno di tre anni. Chi può escludere in toto che tali plusvalenze finiscano per essere utilizzate dal dipartimento del Tesoro?

Fonte 

Nessun commento:

Posta un commento