Ora si può dire con assoluta certezza: “al centro si perde”. E in misura persino drammatica...
Un altro turno di elezioni in Germania, ancora una volta nell’Est, l’ex Ddr sacrificata cinicamente con l’Anschluss dopo la caduta del muro (assorbimento delle industrie di punta, sacrificio di tutto il resto). Ma un risultato che smentisce la vulgata idiota dei “liberali” che dicono di essere preoccupati dell'“onda nera” neonazista.
Nel Meclemburgo-Pomerania – land natale di Angela Merkel – la Cdu del cancelliere Merz non passa la soglia di sbarramento al 5%. Il peggior risultato di sempre, non era mai avvenuto, la dimostrazione classica di un rifiuto di massa delle politiche del governo in carica (e di quelli precedenti). Che il partito del cancelliere non sia ammesso al “parlamentino” di una regione è qualcosa di inimmaginabile in qualsiasi paese, ma soprattutto in Germania.
Qui l’Afd registra effettivamente un’altra avanzata mostruosa, raggiungendo il 38% circa, a conferma che il presunto “muro di fuoco” elettorale non serve a niente. Sopravvive la socialdemocrazia Spd grazie ad una candidata molto “di sinistra” rispetto alla media di quel partito e all'“effetto paura”.
A Berlino, invece, tutto il contrario. Stravince Die Linke, guidata da Elif Eralp, una donna di origine turca (nella capitale c’è la più grande comunità di tutta Europa), con un programma “ultrasinistro”:
- una nuova “tassa sulle ville di lusso” di valore superiore ai 4 milioni di euro, i cui introiti dovrebbero finanziare il blocco degli affitti e nuove case popolari in città (qui i prezzi sono impazziti negli ultimi 20 anni);
- innalzamento della tassa sulle seconde case non affittate;
- chiusura degli Share Deals, le operazioni societarie con cui i grandi fondi evitano il pagamento delle imposte di registro acquistando quote azionarie immobiliari anziché i singoli fabbricati fisici;
- esenzione totale dell’imposta di acquisto della prima casa per le famiglie a basso reddito;
- reintroduzione della patrimoniale, con franchigia iniziale di 1 milione di euro di patrimonio netto e aliquote progressive dall’1% fino al 5% per chi ha di più;
- finanziare la gratuità o quasi dei trasporti pubblici urbani, gli asili nido (Kitas) e l’ammodernamento delle scuole;
- portare al 25% l’imposta sulle società per le multinazionali;
- una tassa straordinaria sugli extra-profitti accumulati dai colossi dell’energia.
Qui l’AfD si ferma a meno del 14%, perché le classi popolari hanno un’offerta migliore dell’odio ipocrita contro gli immigrati e i “diversi” (la “capa” dell’AfD, Alice Weidel, è peraltro lesbica e sposata con una donna cingalese, con cui vive ma in Svizzera...), ma perfettamente il linea col governo su Israele, Ucraina e riarmo.
Il partito Die Linke, a livello nazionale, è decisamente più “moderato” e “compatibile”, esprime posizioni del tutto inaccettabili sul conflitto in Ucraina o il sostegno a Israele – per esempio – e non è in grado di dare nessuna prospettiva di reale cambiamento. Ma nella capitale, evidentemente, un diverso personale politico è riuscito a dare almeno l’impressione di una possibilità alternativa.
Non sarà comunque facile formare una maggioranza a sostegno della nuova sindaca di Berlino. Il 26% (+13,8 rispetto a cinque anni fa) non basta e i possibili soci (Spd, al minimo storico del 12%, in caduta libera, e soprattutto i Verdi, al 15,5%, ma comunque -3) non sono esattamente in linea con il programma sociale di Elif Eralp. Non poter mantenere le “promesse” per le prevedibili divisioni nella giunta potrebbe essere fatale a medio termine.
Nonostante “il disastro”, come ha detto lui stesso, l’uomo politico più odiato di Germania, Friedrich Merz, non intende andarsene. Anzi, ha spiegato che resta per “fare le riforme”. Ossia per andare avanti sul programma – riarmo, conversione dell’industria automobilistica in produzione militare, guerra alla Russia nel breve periodo, smantellamento del welfare, ecc. – che sta provocando un rigetto generalizzato in tutto il Paese.
Da questa tornata di elezioni locali la Germania esce infatti con poche certezze. La principale è che sulla strada indicata da Merz (e dall’Spd) non intende andare. La destra neonazista offre “chiacchiere e distintivo” – il suo programma sociale non è molto diverso, con la guerra agli immigrati messa in pole position, e si distingue quasi soltanto per la disponibilità a ripristinare i più economici rifornimenti di gas dalla Russia – ma è riuscita a sembrare un’alternativa per assenza di competizione.
A sinistra la situazione è assai più sfrangiata. La formazione di Sarah Wagenknecht (Bsw) non supera lo sbarramento in Meklemburgo (si ferma al 4,8) ed è ancora incerto il suo risultato a Berlino. La Linke trionfa nella capitale, ma è altrettanto debole nel land orientale (6,5%).
I verdi sono ormai da tempo un partito atlantista, guerrafondaio e ben poco interessato alle questioni ambientali. La sua ragione sociale è scomparsa, la struttura ancora no, ma sembra solo questione di tempo. Altrettanto si può dire dell’Spd, che in Meklemburgo ha potuto capitalizzare il “voto utile” in funzione anti-nazista, ma in generale non è più distinguibile dalla Cdu di Merz su quasi tutte le questioni di primo piano.
L’ottusità del cancelliere – non vuol cambiare direzione di marcia, a dispetto del Paese – garantisce solo che la tendenza alla polarizzazione si aggraverà, favorendo soprattutto i nazisti di AfD, che sono stati più pronti e disinvolti nel cogliere l’insofferenza popolare per una crisi generale che colpisce da oltre un decennio l’intero continente europeo.
L’incubo, che sta diventando ormai una certezza concreta, è che la Germania metterà in moto il suo enorme programma di riarmo solo per consegnare poi ai nazisti l’arsenale necessario a tornare la maledizione d’Europa.
Al centro si muore e si favorisce l’ultradestra.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento