Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

27/09/2026

L’illusione dell’eterno primato bellico USA pesa sul voto di novembre

Per l'ex comandante NATO, l'eccessiva dispersione strategica e i limiti produttivi possono minare il consenso interno di Trump.

Dalla crisi del modello dei petrodollari nel Golfo all’inversione tattica tra droni e missili, fino alla crescente capacità industriale cinese, Mini analizza le contraddizioni di un apparato che scambia propaganda contingente con sicurezza nazionale. Nel nuovo appuntamento della serie di Krisis «Gli USA verso il voto», il punto sullo stato reale delle forze armate americane alla vigilia del midterm.

Gli Stati Uniti restano la prima potenza militare del mondo, ma la loro capacità di sostenere nel tempo le proprie ambizioni globali si sta incrinando. È questa, secondo il generale Fabio Mini, la vera vulnerabilità di Washington. Non la mancanza di arsenali o di missili strategici, ma la crescente distanza tra ciò che gli Stati Uniti pretendono di gestire e ciò che il loro sistema logistico e industriale è ancora in grado di sostenere. Una contraddizione che rischia di riflettersi anche sul fronte interno, proprio mentre il Paese si avvicina alle elezioni di midterm del 3 novembre 2026.

Già comandante delle forze NATO in Kosovo, saggista e analista di strategia militare, Mini è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis. In quest’intervista esamina lo stato delle forze armate statunitensi, le scelte del Pentagono e la dispersione delle risorse fra i diversi teatri di crisi. Dall’Iran al Golfo, dall’Ucraina alla Cina, il generale mette in discussione la sostenibilità della proiezione di potenza americana. E avverte: la perdita di credibilità all’estero rischia di presentare il conto anche sul consenso interno.

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Generale Mini, la nostra serie analizza le trasformazioni interne e globali in vista delle elezioni di midterm. Guardando al quadro geopolitico attuale, gli USA rimangono la prima potenza militare?

«Gli Stati Uniti sono ancora una potenza militare formidabile, che prevale su tutte le altre: non ci sono dubbi su questo. È anche vero che manca poco tempo al momento in cui la Cina si deciderà a riversare appieno il proprio potenziale sulla parte militare. Però, proprio nella prospettiva delle elezioni di medio termine, ho l’impressione che il popolo americano non sappia tutto quello che riguarda le crisi in giro per il mondo. Come sempre succede nelle elezioni, gli americani pensano al fronte interno molto più che a quello internazionale. Anzi, penso che più i vertici politici fanno i buffoni in giro per il mondo, maggiore è l’interesse e l’orgoglio nazionale che riescono a suscitare. Gli americani si sono abituati dalla Seconda Guerra Mondiale in poi a credersi l’unica potenza in grado di gestire il mondo: non di salvarlo, di gestirlo, sia nel bene sia nel male e anche nel peggio. Ebbene, proprio in previsione di queste elezioni di medio termine, questo non è più vero. È una realtà che appare chiara al resto del mondo, ma dovrebbe apparire evidente anche agli americani, così come appare a quelli intelligenti, ai professori e agli analisti molto informati ed equilibrati che sento e frequento. Costoro percepiscono come l’America si stia presentando dal punto di vista militare più debole di quanto non fosse prima. Non tanto perché manchino gli arsenali o i missili strategici: da quel punto di vista non manca niente. La questione vera è un’altra: anzitutto, questo potenziale cosa sta risolvendo e cosa sta ottenendo sul campo? In secondo luogo: per quanto tempo ancora, a questo ritmo di produzione e di consumo degli strumenti di guerra, Washington può andare avanti? Per cui penso che le elezioni di metà mandato, se poco poco potessero influire sull’ambito internazionale, influirebbero in maniera molto robusta, forte e negativa sulla percezione che gli americani hanno del proprio Paese».

Una potenza militare dipende dalla sostenibilità industriale e logistica. Considerando la capacità produttiva di munizioni, missili e sistemi complessi, quanto è solida oggi la base industriale della difesa statunitense per sostenere conflitti prolungati con così tanti fronti aperti?

«La risposta deve essere chiarissima se si esaminano gli elementi di base della potenza militare e di quella industriale. Le due cose non vanno più d’accordo, non combaciano più. Un tempo la potenza militare e industriale era al servizio della sicurezza della nazione. Adesso la potenza militare industriale è al servizio di tre o quattro operazioni contingenti che non riguardano affatto la sicurezza nazionale: riguardano aspettative di parte e scelte politiche che possiamo chiamare tranquillamente propaganda. Ma se c’è questo bisogno esasperato di fare propaganda, io mi chiedo la ragione. Vuol dire che la realtà sottostante non è quella che ci raccontano».

L’Iran è un caso emblematico. Che pericolo militare rappresenta per gli Stati Uniti?

«Dal punto di vista della sicurezza militare internazionale e territoriale, l’Iran non rappresenta alcun rischio per gli Stati Uniti. Quello che presenta è un enorme rischio di immagine e un grande problema sul fronte interno. Nel senso che molta gente si chiede: come mai non riusciamo ad avere la meglio su questo avversario? Si capisce che non si riesca a far fuori la Russia, dove peraltro non si è ancora capito Donald Trump da che parte voglia realmente stare. Ma l’opinione pubblica non capisce come si debba sottostare ai diktat del sistema degli Ayatollah. Ciò vuol dire che qualcosa non è tanto migliorato nel sistema iraniano, quanto piuttosto peggiorato nella parte occidentale, e non solo in America. Sono in molti a lamentarsi del fatto che gli Stati Uniti si siano auto-coinvolti senza sapere dove andare a finire e senza avere predisposto niente per il post Iran. E tra questi ci sono proprio i Paesi arabi, che si stanno ponendo le stesse domande. A me sembra sconcertante la superficialità delle risposte che vengono date. Ogni giorno c’è il presidente Trump che dice una cosa o il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che ne dice un’altra, peggiorando continuamente la situazione. Non è così che si conduce una nazione, tanto meno quando sta andando verso le elezioni».

I Paesi del Golfo iniziano a chiedersi se gli Stati Uniti siano ancora in grado di difenderli, mettendo in discussione lo storico patto dei petrodollari: in estrema sintesi, petrolio commerciato in dollari in cambio di sicurezza. Nel momento in cui le basi USA vengono colpite pesantemente, l’intero impianto non rischia di crollare?

«Penso proprio di sì. Soprattutto i Paesi arabi, i maggiori produttori ed esportatori di greggio, si chiedono dove siano andati a finire i dollari del petrolio. Una parte consistente di quei proventi doveva ritornare a loro sotto forma di sicurezza. E gli Stati Uniti facevano affari due volte: prima incassavano la fedeltà monetaria e poi vendevano le armi, imponendo un doppio balzello a cui i governi arabi sottostavano proprio in vista della protezione. Ebbene, nel momento in cui si è presentato un minimo di variabilità e di indecisione nell’ambito della situazione mediorientale, si è appurato che quella sicurezza non esiste. Le basi statunitensi in parecchi Paesi del Golfo sono state colpite, e anche pesantemente. Al di là del fatto che non si conosca bene il numero delle vittime, la vittima principale è proprio il prestigio degli Stati Uniti. Ed è un prestigio colpito a morte. Escludo categoricamente che nel giro di poco tempo possano risollevarlo e imporlo a livello globale come prima. Che vi sia una nuova amministrazione o che rimanga la stessa, gli Stati Uniti dovranno cominciare a pensare a come collaborare in giro per il mondo per ridurre i rischi alla propria sicurezza, mentre oggi stanno facendo esattamente il contrario. E stiamo parlando proprio a titolo accademico qui».

Dopotutto, uscire dalla mentalità imperiale non è facile.

«Soprattutto quando si esce perdendo. Un impero che valga veramente quello che fa è un impero che magari si trasforma, aprendosi verso la democrazia, verso un’altra forma di governo o verso un altro sistema di alleanze. Ma un sistema che perde prestigio, perde rilevanza e subisce l’iniziativa altrui finisce per andare incontro ad avventure disastrose. Ci siamo chiesti come mai gli Stati Uniti si siano cacciati in questo tipo di vicende con Israele? Israele è un Paese dal valore sostanziale limitato: poca popolazione, scarso potenziale economico autonomo. Ha un potenziale tecnologico, ma la tecnologia sta nella testa: quello che serve davvero sul terreno sono i soldi e i materiali pesanti. E dove li prende? Gli Stati Uniti non possono fidarsi di Israele all’infinito né possono continuare a sostenerlo all’infinito, anche perché questo Israele, per come si sta comportando adesso, non aiuta assolutamente né la propria causa né la sicurezza degli Stati Uniti».

Trump si è fidato ciecamente delle previsioni di Benjamin Netanyahu sulla caduta del regime degli Ayatollah?

«È sconcertante, ma secondo me è esattamente quello che è accaduto. E non è soltanto una questione che riguarda Trump o Netanyahu. Ci sono apparati statali vincolati da sempre, per i quali l’ammissione di non disporre di una determinata capacità strategica equivale a una sconfitta che non si possono permettere. Se Netanyahu è dovuto andare di persona a Washington, è stato perché Trump cominciava ad avere dubbi sui propri apparati, non sugli iraniani. E Netanyahu glielo ha confermato, dicendogli: “Qui non siamo due Paesi separati, siamo un Paese solo e abbiamo soltanto gli Stati Uniti che ci possono tirare fuori oppure ficcare dentro del tutto”. Ed è esattamente ciò che è successo».

Il Segretario alla Difesa Hegseth ha impresso una forte impronta ideologica, dall’enfasi sulla mascolinità combattente ai nuovi criteri di reclutamento. Come cambia il rapporto tra potere politico e vertici militari professionali negli USA?

«È già cambiato molto. Dobbiamo guardare ai piccoli segnali concreti piuttosto che ai grandi proclami. Una portaerei è stata costretta a rientrare alla base. Quando è rientrata, si è scoperto che era in giro da qualcosa come due anni, con militari interamente professionali che non hanno avuto un minuto di sosta. E per fare cosa? Se una portaerei sta fuori due o persino 10 anni combattendo attivamente, la missione ha un senso. Ma in questo caso sono rimasti fuori due anni senza combattere davvero nulla, sparando ordigni a vuoto senza conseguire risultati, ancorati in una postazione per poi essere schierati altrove. La Gerald Ford ha fatto il giro di tutti i teatri internazionali: è stata nel Baltico, poi l’hanno spostata vicino alla Groenlandia, poi nell’Adriatico e poi ancora in altre acque. La stessa cosa è avvenuta per la Abraham Lincoln. Si dice che gli Stati Uniti abbiano 14 grandi portaerei, ma facciamo i conti reali: la metà o persino il 70% della flotta è costantemente ferma nei bacini di carenaggio per interventi di manutenzione che comportano come minimo sei mesi di stop per ciascuna nave. Le poche unità disponibili sono ripartite tra i vari comandi unificati. Che adesso si chiamino comandi combattenti e che al Pentagono abbiano cambiato il linguaggio, poco importa. Le azioni restano le stesse, e non è che prima i vertici fossero tutti bravi e tecnici mentre oggi sono diventati sciagurati. Erano sciagurati prima e lo sono ancora oggi, ovvero colpiti da sciagure che si sono tirati addosso da soli. Ciascun comando combattente ha la propria area di responsabilità e deve garantire un margine di gestione del rischio prefissato, per esempio dell’80%, per risolvere anche un conflitto regionale minore. Quando un comandante di teatro chiede e ottiene una portaerei in più, la sottrae a un altro scacchiere, nel quale l’esposizione al rischio sale. Quello che gli Stati Uniti non si sono ancora messi in testa è che il mondo che pretendono di controllare è un mondo di conflitti diffusi. Non esiste una parte in pace e un’altra in guerra, i conflitti sono dappertutto. Il grande travisamento di Trump è stato pensare che, essendoci attori più deboli, si potesse approfittare della loro fragilità per pretendere concessioni, che si tratti del Venezuela, del Canada, della Groenlandia o dello stretto di Hormuz... Ma non funziona così: la Casa Bianca non dispone della forza necessaria per garantire sicurezza e pace, al punto che persino all’interno dell’America non c’è pace, e i cittadini se ne stanno rendendo conto».

E per l’Europa quali sono le conseguenze?

«In Europa non c’è pace. Noi europei ci stiamo preparando per una presunta guerra del 2030, ma nella realtà del 2030 ci siamo già adesso. Siamo ancora miracolati per il solo fatto che questa situazione non sia precipitata già nel 2025. Quando arriverà la fine del 2026, se noi europei non cambieremo strada e linea a prescindere da Washington, ci troveremo invischiati in una guerra che non potremo nemmeno combattere, figuriamoci vincere o perdere. Non ci sono le condizioni materiali minime per combatterla sul nostro continente: ci sono soltanto chiacchiere».

Tra fronte ucraino e Medio Oriente, la Casa Bianca si trova a gestire una complessa dispersione di risorse. In vista del voto di midterm, quale teatro rischia di pesare di più sul consenso interno?

«Penso che dal punto di vista del fronte interno l’Ucraina sia ormai archiviata. Tutti aspettano che siano gli europei a farsi carico della situazione, mentre sembra che gli americani se ne siano tirati fuori. E gli unici perdenti siamo proprio noi europei: abbiamo già perso tutto quello che potevamo perdere, viviamo di debiti, finanziamo aiuti con denaro che non abbiamo e inviamo armi e munizioni che scarseggiano, facendo sì che l’Ucraina resista in una lunga agonia soltanto per darci l’illusione che ci stiamo preparando a una guerra che ci porterebbe completamente fuori strada. Al tempo stesso, l’opinione pubblica americana non ha ancora compreso che la crisi di Hormuz o il conflitto con l’Iran non hanno tutte quelle prospettive favorevoli che vengono propagandate. Ma il vero scontro che incombe è quello asiatico. Se esiste una gerarchia d’importanza tra i vertici militari, il primo in assoluto è il comandante dell’Indo-Pacifico: vale più dello stesso presidente degli Stati Uniti. Se il comandante dell’Indo-Pacifico dice una cosa, è bene che alla Casa Bianca stiano a sentirlo, perché altrimenti i guai saranno immani e assoluti. È inutile continuare a minacciare danni spaventosi o uso di una forza mai vista: gli americani finora non hanno visto niente dalla Russia, non hanno visto niente in Ucraina o in Europa. E continuano a non vedere niente in Asia. Se proseguono su questa linea, l’eventuale guerra del 2030 non sarà in Europa ma in Asia, e si risolverà tutta a vantaggio della Cina, della Russia, dell’Iran e della Corea del Nord».

La Cina è già una superpotenza economica. Sta diventando anche una superpotenza militare?

«Vent’anni fa avevo ipotizzato che a Pechino sarebbero serviti almeno due decenni per raggiungere determinati traguardi. Mi sbagliavo: la loro avanzata tecnologica è avvenuta molto prima. E perché ho sbagliato la stima? Perché si è consentito che gli Stati Uniti continuassero a recitare il ruolo di dominus globale senza considerare che questa nuova entità stava minando alla base il dominio americano. La Cina ha sempre assegnato alla sicurezza e alla difesa nazionale la quarta priorità su quattro nei suoi piani di sviluppo, lasciando i primi tre posti all’agricoltura, alla tecnologia e all’industria civile, che beneficiano dei finanziamenti maggiori. Ebbene, pur mantenendo la difesa al quarto posto, la Cina è arrivata al punto di avere un apparato industriale che sta già lavorando per raggiungere nel 2029-2030 il primato assoluto sugli Stati Uniti ed essere la prima potenza mondiale entro il 2045. Oggi l’industria cinese è in grado di produrre decine di migliaia di missili a medio e lungo raggio al mese, a getto continuo. La Russia in Ucraina ogni notte ne lancia una frazione di quelli che produce. Dipendesse soltanto da questo, la guerra in Ucraina potrebbe andare avanti per anni. E se la guerra si allargasse a tutta l’Europa e la Cina intervenisse davvero, la guerra durerebbe una settimana. In conclusione, se Pechino deciderà di far salire la difesa di un solo gradino nelle sue priorità, esprimerà una capacità industriale che non ci sogniamo nemmeno, e che nemmeno gli Stati Uniti possono sognarsi».

È anche una questione di inversione tattica e di sostenibilità dei costi di produzione.

«Il rapporto tradizionale tra l’arma strategica e quella tattica si è completamente invertito. Oggi sono i droni a predominare e a dominare il campo di battaglia, colpendo pesantemente anche le retrovie. Sul versante missilistico, invece, la Russia conserva una capacità enorme nei confronti di tutti i Paesi europei e dell’intera NATO. Al contempo, Volodymyr Zelensky continua a pretendere batterie Patriot perché ha il cielo completamente scoperto dalla minaccia aerea russa incombente. Se li vuole, ha le sue ragioni. Ma gli Stati Uniti, nel corso di quest’anno, raggiungeranno una capacità produttiva massima di circa 600 missili Patriot all’anno. Se escludiamo il comando aerospaziale dello spazio esterno, gli Stati Uniti devono garantire sei teatri operativi nel mondo. Dividendo 600 missili per sei teatri, si ottengono 100 intercettori per comando. Ma se arriva un attacco di saturazione di 600 o 700 droni, quei 100 missili vengono consumati tutti in una sola notte. E per fare cosa? Per abbattere un drone da 5 mila dollari si finiscono per impiegare due missili Patriot che costano 2 milioni di dollari ciascuno. Una volta esaurite le scorte, non c’è la capacità industriale di riprodurli tempestivamente. Il problema è la base industriale ed è, direi, anche la tenuta morale. Quando una leadership comincia a credere ciecamente alla propria propaganda bellica, va contro ogni razionalità e non c’è più nulla che possa salvarla».

Il fattore militare, dunque, si configura come il vero convitato di pietra alle elezioni di midterm?

«È un convitato di pietra che pesa tantissimo, esattamente quanto pesano le pietre. Gli americani hanno sempre creduto che la potenza militare garantisse tutta la sicurezza e il benessere, assicurando non solo il primato mondiale, ma la prosperità quotidiana della popolazione. Ho l’impressione che questa certezza a novembre non ci sarà già più. Trump non potrà più proclamare tanto facilmente che gli Stati Uniti sono e resteranno la prima potenza militare del pianeta. E anche i cittadini più concentrati sui problemi domestici comprenderanno che le risorse hanno un limite. A Washington rimangono appena 41 giorni di riserve strategiche di petrolio, una carenza che non si vedeva da 50 anni. Se dovranno intaccare quelle riserve, i primi a soffrirne non saranno di certo i militari, che continueranno ad avere tutto il carburante necessario senza curarsi della provenienza o dei costi. A pagare il prezzo saranno gli americani comuni, in un Paese dove la forte dipendenza dall’automobile rende ogni aumento del costo dell’energia particolarmente pesante».

Quali prospettive si aprono per la Casa Bianca all’indomani del voto?

«Ho un timore preciso per queste elezioni di medio termine: se Trump prende una stangata, come molti credono avverrà, avrà davanti a sé due sole opzioni. Rinsavire o continuare a fare il matto. Rinsavire significherebbe prendere atto della realtà e cambiare completamente linea politica. Continuare a fare il matto vorrebbe dire infischiarsene del fatto che il Congresso ha una maggioranza diversa e arrivare a compiere cose mai viste prima. Cioè stupidaggini immense».

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