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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/03/2025

I sionisti del Likud si arruolano nell’Internazionale Nera in nome di islamofobia e suprematismo

A febbraio il Likud israeliano è stato ammesso come osservatore nel gruppo parlamentare europeo dei Patrioti, quello composto dai partiti di destra ed estrema destra. Fascisti, insomma...

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Negli anni ’90, i partiti politici post-fascisti e post-nazisti d’Europa erano chiari nel respingere Israele sulla base del loro antisemitismo.

Visti in gran parte come un’estensione del neocolonialismo degli Stati Uniti, questi partiti si sono mobilitati contro gli Stati Uniti come leader dell’ordine mondiale liberale.

Allo stesso modo, Israele ha respinto i leader dell’estrema destra. Prendiamo ad esempio Jörg Haider, uno dei primi leader di estrema destra di successo in Europa, a cui è stato impedito di entrare in Israele.

Da allora sono cambiate molte cose

Mentre un leader di estrema destra atipico come Geert Wilders ha abbracciato apertamente Israele fin dall’inizio, posizionandosi come difensore della vita ebraica nei Paesi Bassi, l’estrema destra tradizionale ha impiegato molto più tempo per essere accettata dai circoli politici israeliani.

Nel dicembre 2010, un viaggio storico ha avuto luogo quando il Partito della Libertà dell’Austria (FPO), il Vlaams Belang del Belgio, il Partito della Libertà tedesco e i Democratici svedesi si sono recati in Israele e hanno firmato la cosiddetta “Dichiarazione di Gerusalemme”.

Questa dichiarazione affermava il “diritto di Israele a difendersi” contro il terrorismo, affermando: “Siamo in prima linea nella lotta per la comunità democratica occidentale” contro la “minaccia totalitaria” dell'“Islam fondamentalista”.

L’Islam, sostenevano, era il nemico comune sia dell’Europa che di Israele.

Come ha detto un attivista tedesco di estrema destra nel 2011: “Vi garantisco che la Kristallnacht [Notte dei cristalli] tornerà. Ma questa volta, cristiani ed ebrei saranno spinti per le strade, perseguitati e uccisi dagli islamisti”.

Secondo questa nuova logica, ebrei ed europei sarebbero diventati vittime di un crescente Islam fascista. Quindi, una nuova alleanza dovrebbe essere forgiata tra Israele e l’estrema destra europea per contrastare queste minacce percepite.

All’epoca, solo pochi membri di estrema destra del parlamento israeliano, la Knesset, accolsero la delegazione di estrema destra in Israele. Non è stata programmata alcuna visita ufficiale alla Knesset.

La delegazione di estrema destra ha visitato gli insediamenti e ha effettivamente messo in discussione il diritto palestinese alla terra, riferendosi ad essa come Giudea e Samaria. Giudea e Samaria è il termine israeliano per indicare la Cisgiordania occupata.

Questo ha segnato un cambiamento nell’ideologia: dalla negazione del diritto di Israele all’esistenza alla negazione del diritto della Palestina ad esistere.

Un blocco di estrema destra

Quindici anni dopo, l’estrema destra ha adottato ulteriori misure per normalizzare i suoi legami con le forze israeliane.

Con diversi partiti di estrema destra al potere che si sono assicurati un significativo sostegno elettorale nei loro Paesi, sono emersi come il terzo gruppo politico più grande alle elezioni parlamentari europee del giugno 2024, formando i Patrioti per l’Europa (PfE).

Guidato da Jordan Bardella del Rassemblement National francese, questo blocco comprende importanti forze politiche come Fidesz del primo ministro ungherese Viktor Orban, la Lega del vice premier italiano Matteo Salvini, il Partito per la Libertà di Wilders, l’FPÖ austriaco e altri.

Sebbene alcuni partiti di estrema destra, come Fratelli d’Italia e Alternativa per la Germania (AfD), rimangano in altri gruppi politici conservatori, il PfE si è allineato con successo con altre forze politiche conservatrici e di estrema destra in tutto il mondo.

L’AfD potrebbe ancora unirsi a loro

Nel febbraio 2025, nientemeno che il partito di governo israeliano Likud, sotto il primo ministro Benjamin Netanyahu, si è unito al PfE come membro osservatore.

Data l’attenzione dell’estrema destra sulle politiche anti-immigrazione, che prendono di mira principalmente i musulmani, questa alleanza non è una sorpresa.

Accogliendo un partito politico il cui presidente è incriminato per genocidio dopo una guerra brutale che ha lasciato la Striscia di Gaza in rovina, sfollato più di un milione di persone e ucciso decine di migliaia, il PfE ha inviato diversi messaggi.

Non solo dimostra la sua probabile indifferenza nei confronti dei mandati di arresto della Corte penale internazionale per Netanyahu, ma ha anche segnalato al suo elettorato che le azioni genocide del primo ministro israeliano sono in linea con le fantasie dell’estrema destra di una guerra difensiva genocida per “rendere l’Europa di nuovo bianca”.

Una nuova era

Vedendo i musulmani come la minaccia principale nella sua teoria del complotto della “Grande Sostituzione”, il genocidio può essere semplicemente visto come l’ultima linea di difesa, un’idea già messa in pratica da estremisti di estrema destra come Anders Breivik, che ha ucciso 77 persone nel 2011.

Gli appelli dei membri dell’estrema destra a “ripulire” l’Europa dai musulmani e a impegnarsi in una “Srebrenica 2.0” sono ora simbolicamente rafforzati dallo sfondo della guerra di Israele contro Gaza, portata avanti dal leader di un partito che ora detiene lo status di osservatorio nel PfE.

È l’utopia di estrema destra di un continente libero dai musulmani a cui aspira il PfE quando imita la retorica del presidente degli Stati Uniti adottando lo slogan “Make Europe Great Again”.

Con l’emergere di un ordine mondiale illiberale sotto l’attuale amministrazione statunitense, sembra sentirsi sempre più incoraggiata.

Quando il manager di DoGE Elon Musk fa il saluto a Hitler e si lamenta del fatto che c’è “troppa attenzione sulle colpe passate” (cioè l’Olocausto) mentre si rivolge ai membri dell’AfD di estrema destra, non sorprende che il palese antisemitismo di Orban – chiave del suo successo elettorale – sarà convenientemente dimenticato.

L’estrema destra in Europa sta entrando in una nuova era, sostenuta dalle sue controparti negli Stati Uniti e in Israele.

Fonte

25/02/2025

[Contributo al dibattito] - Germania: dalla crisi economica a quella politica

di Domenico Moro

Le elezioni politiche tedesche delineano la crisi dei partiti tradizionali di governo e il rafforzamento delle ali estreme del panorama politico, come riflesso della grave crisi economico-sociale in cui versa il più importante paese della Ue. Infatti, i partiti che componevano la coalizione dell’ultimo governo sono calati fortemente. I socialdemocratici della Spd subiscono il calo maggiore passando dal 25,7% del 2011 al 16,4% del 2025, il loro peggiore risultato di sempre, i Verdi scendono dal 14,8% all’11,6% e i liberali della Fdp crollano al di sotto della barriera del 5%, restando così fuori dal parlamento tedesco. È vero che, come pronosticavano i sondaggi, il primo partito risulta la democristiana Cdu, ma questa con il 28,5% dei voti – appena 4 punti più del 2021 – rimane al di sotto della soglia “psicologica” del 30% su cui puntava.

Viceversa, i partiti all’estrema destra e all’estrema sinistra crescono in modo molto sostenuto. In particolare, Afd diventa il secondo partito della Germania, guadagnando ben 5 milioni di voti, che la portano a salire dall’11% del 2021 al 20,8%. Si tratta del primo partito di estrema destra a ottenere un risultato di questo rilievo dal 1945. All’altra estremità dello spettro politico la Linke, che era data per spacciata dopo il voto delle europee in cui aveva raccolto solo il 2,7% dei voti, ottiene l’8,7%. Tra i 18-24enni la Linke è addirittura il primo partito con il 27%. Più deludente è il risultato dell’altro partito di sinistra radicale, Bsw, guidato da Sahra Wagenknecht, che, malgrado alle europee avesse ottenuto il 6,17%, alle politiche, con il 4,97%, per un soffio non entra in parlamento.

Quali sono le ragioni di questi risultati? In primo luogo, il quadro economico generale. La Germania, un tempo locomotiva d’Europa e paese al cui modello mercantilista si ispiravano gli altri paesi europei, versa da anni in una stagnazione economica. Dal 2019 al 2024 la crescita del Pil tedesco è stata inferiore a quella di Spagna, Italia, Francia, Regno Unito, Giappone e Usa. Per il 2025 le previsioni della crescita del Pil sono appena dello 0,1%. Un forte vulnus alla crescita è stato dato dalle sanzioni contro la Russia che hanno avuto come conseguenza il taglio dei rifornimenti di gas a buon mercato dall’Est, che in Germania costava, prima della guerra, 1,8 volte più che negli Usa, ed ora costa ben cinque volte di più.

Ma il problema è più di fondo: a non funzionare più è il modello tedesco, basato sulle esportazioni e sulla disciplina di bilancio, di cui la Germania è stata la principale fautrice nell’area euro. Il freno alla spesa statale si è riverberato negativamente sugli investimenti e in particolare sulle infrastrutture e quindi sulla competitività tedesca. La coalizione di governo, formata da Spd, Verdi e Fdp, si è trovata così ad affrontare la crisi del modello tedesco, aggravata prima dalla pandemia e poi dalla guerra. L’insoddisfazione di massa per la situazione economica, a partire dall’inflazione che ha eroso la capacità d’acquisto dei salari, si è tradotta nel drastico calo di consensi. Inoltre, i risultati elettorali scontano anche la divisione in due della Germania tra una parte più ricca, l’Ovest, e una parte più povera, l’Est, che in più di trent’anni non è stata risolta. Non a caso, Afd è nata ad Est, dove continua ad avere le sue roccaforti elettorali.

Il secondo tema che spiega il risultato elettorale è l’immigrazione. La campagna elettorale si è concentrata sul tema dei respingimenti, malgrado la coalizione di governo li avesse aumentati. La questione si è esacerbata anche a causa dei recenti fatti di violenza accaduti in Germania che hanno visto protagonisti degli immigrati. La questione immigrazione è sempre stata messa da Afd in primo piano nel suo programma elettorale, ma tutti i partiti – eccetto la Linke – avevano preso posizione per il restringimento degli ingressi.

Il terzo tema è quello del neofascismo. Afd è indicata come partito non solo xenofobo ma anche con simpatie per il nazismo. Il suo rafforzamento elettorale, quindi, ha sollevato la preoccupazione di molti in Germania. Questa preoccupazione si è accresciuta quando la Cdu ha fatto approvare in parlamento una mozione anti-immigrati con l’aiuto di Afd. Le aspre polemiche, seguite a questo episodio, hanno costretto Merz, il leader della Cdu, a promettere che il suo partito non avrebbe in nessun caso fatto una alleanza di governo con Afd. Ad ogni modo, negli ultimi mesi si sono succedute numerose manifestazioni anti-fasciste e contro la Afd che hanno coinvolto centinaia di migliaia di tedeschi e che hanno influito sulla campagna elettorale.

Tutti questi fattori – la stagnazione economica, e soprattutto l’immigrazione e l’antifascismo – hanno portato a una polarizzazione del confronto e a una mobilitazione dell’elettorato come non si vedeva dalla riunificazione tedesca (la partecipazione al voto è stata dell’84%), che hanno favorito le ali estreme dello spettro politico. In particolare, l’immigrazione ha aiutato Afd a raggiungere il suo risultato. Dall’altra parte, la volontà di alcuni settori dell’elettorato, specie i giovani, di contrastare il pericolo neofascista e la xenofobia hanno aiutato la Linke, la cui leader, Heidi Reichinnek, dopo il voto della mozione anti-immigrati, tenne un discorso in parlamento divenuto virale.

Se queste sono le cause principali dei risultati elettorali quali ne sono le conseguenze? Prima di tutto, va considerato l’impegno di tutti i partiti a non fare alleanze con Afd. Quindi, con tutta probabilità la Cdu farà una grande coalizione con la Spd e, solo se necessario, con i Verdi. Un film già visto nel passato. Bisogna vedere, dunque, se ci sarà discontinuità nella disciplina di bilancio, in particolare nelle politiche di spesa e di investimenti pubblici. La cosa sembra improbabile, anche perché Merz, che è multimilionario, viene da una esperienza come top manager di Blackrock, una delle principali istituzioni finanziarie mondiali con sede a New York.

Ma la conseguenza più importante è proprio su un tema che non sembra aver avuto una adeguata centralità nella campagna elettorale, focalizzatasi sull’immigrazione, cioè la guerra in Ucraina e la posizione della Germania su di essa e sui tentativi che gli Usa stanno facendo per chiuderla. Su questo il nuovo cancelliere in pectore della Cdu, Merz, europeista e convinto sostenitore dell’Ucraina, si è espresso chiaramente: “Per me la priorità assoluta è raggiungere l’indipendenza dagli Stati Uniti. (...) sembra chiaro che gli Stati Uniti sono indifferenti al futuro dell’Ucraina”. Merz ha aggiunto che avrebbe sentito presto su questi temi Francia e Polonia, cioè i paesi che più stanno contrastando i tentativi statunitensi di chiudere il conflitto. Da qui, un’altra conseguenza probabile delle elezioni tedesche: la riedizione dell’asse franco-tedesco, che fino a qualche tempo fa aveva egemonizzato la Ue.

Certo, per l’ex manager di Blackrock, l’intenzione di rendersi indipendente dagli Usa appare velleitario, dato anche che la Germania è disseminata di basi militari statunitensi, così come è velleitario pretendere di continuare una guerra che è già persa, specie se gli Usa si sfilano. Tuttavia, è preoccupante che anche la Germania si posizioni per la continuazione della guerra e per il riarmo europeo. Anche per questa ragione, è un peccato che Bsw di Sahra Wagenknecht sia rimasta fuori dal parlamento tedesco, visto che, sin dalla sua nascita come scissione dalla Linke, aveva preso una posizione netta contro la guerra.

Fonte

22/02/2025

[Contributo al dibattito] - Germania: AfD-Linke

Revanscismo e xenofobia in una Germania riunificata

Per capire la situazione politica tedesca, bisogna considerare che la Germania vive ancora una situazione politica dicotomica, situazione che si è venuta a creare con la caduta del muro di Berlino e la riunificazione delle due Germanie, quella dell’est, la DDR sotto la sfera sovietica, e la Germania dell’ovest costituita dalla Repubblica Federale democratica.

Uno sguardo retrospettivo alla Germania, al di là del secondo dopoguerra, mostra che i tedeschi della Repubblica Federale hanno preso coscienza con sgomento di ciò che è accaduto durante il Terzo Reich. Il senso profondo di colpa che li ha invasi ha condizionato lo sviluppo culturale e il senso di sé nazionale dei tedeschi occidentali al di là del secondo conflitto.

Almeno per due generazioni, nelle scuole di alcuni lander gli studenti sono stati coinvolti in dibattiti sul razzismo, hanno assistito ai documentari sui campi di sterminio e si è insegnato loro ad atteggiarsi con umiltà nei confronti dei cittadini della Francia e del Regno Unito, Paesi devastati dalla Germania. Nella messa in discussione dei presupposti ideologici del nazionalsocialismo tedesco, le nuove generazioni della Germania dell’Ovest si sono aperte all’Europa e al confronto con le altre culture.

La separazione delle due Germanie ha posto i tedeschi occidentali costantemente di fronte a due realtà, il totalitarismo del regime comunista [1] e le libertà democratiche proiettate nella dimensione europea. A questo bisogna aggiungere che, nella fase di ricostruzione, la Germania occidentale è diventata sul piano politico, il punto di approdo di milioni di rifugiati politici fuggiti dall’Est verso la libertà, e sul piano economico centro di richiamo di manodopera dai Paesi del bacino del Mediterraneo, come l’Italia, la Grecia e dai Paesi islamici come la Turchia (con una presenza massiccia di turchi), dai Paesi arabi e africani.

Questo flusso di popolazione straniera andava incontro alle esigenze della Germania ovest, impoverita sul piano demografico dalla terribile falcidia della popolazione nel periodo bellico, e sollecitata dall’enorme compito della ricostruzione.

La convivenza tra autoctoni e stranieri, prima della riunificazione, non era caratterizzata da atteggiamenti razzisti e xenofobi e, salvo episodi circoscritti di intolleranza, era generalmente pacifica, pur senza una disposizione all’apertura culturale e all’integrazione, nonostante il forte conservatorismo alimentato dal partito cristiano-sociale di Strauss.

Nella DDR il passaggio alla sfera sovietica aveva annullato le atrocità del passato nazista dei tedeschi, aprendoli ad un’identità politica, economica, culturale dell’era comunista.

La riunificazione ha posto i tedeschi dell’una e dell’altra parte, con identità separate, come appartenenti a due mondi culturali, politici, economici, profondamente diversi.

D’altra parte, le popolazioni tedesche della DDR, di fronte alle aspettative di libertà, di democrazia, di autorealizzazione, di pari opportunità e benessere, coltivate nella DDR, si sono trovate, dopo la riunificazione, di fronte ad una realtà alquanto diversa rispetto alle aspettative. Nonostante gli sforzi del governo di Kohl, per supportare economicamente i tedeschi dell’Est, e per adeguare strutture e servizi ai livelli occidentali, i tempi sono stati molto lunghi. [2]

Di fatto, nella DDR il crollo dell’economia comunista, la chiusura di fabbriche e stabilimenti, hanno provocato al tempo della riunificazione, disoccupazione e mancanza di reddito, a fronte di una ricchezza e di un consumismo, nello stesso tempo a portata di mano e irraggiungibile.

I tedeschi della Germania dell’Est hanno vissuto una condizione di frustrante dipendenza, unita al risentimento, per il modo autoritario e sbrigativo, con cui il Governo federale è intervenuto nel sistema socio-economico orientale. Nonostante l’euforia idealistica che ha suscitato la caduta del muro, la riunificazione delle due Germanie ha messo in contatto generazioni di tedeschi che non si conoscevano, né si riconoscevano.

Sebbene il tempo passato dalla caduta del muro sia superiore a quello in cui le due Germanie sono state separate, esistono ancora pregiudizi tra gli abitanti della ex DDR (definiti i Wessi) e quelli della Germania Federale (definiti gli Ossi) [3]. Un sondaggio condotto a Berlino sulla percezione degli abitanti dell’una e dell’altra parte ha dato questi risultati: “Il 34% dei tedeschi dell’Est considera quelli dell’Ovest (Ossi) arroganti e presuntuosi.

La metà degli orientali (Wessi) pensa che vi siano profonde differenze di mentalità con i loro connazionali dell’Ovest. Pensiero ricambiato dal 53% dei tedeschi occidentali; tuttavia il 62% degli abitanti è sicuro che “le differenze di mentalità tra Est e Ovest sono destinate prima o poi a sparire, proprio come il Muro”.

Con la riunificazione delle due Germanie, lo scenario è cambiato di colpo e la violenza xenofoba ha acquistato una dimensione eclatante, tanto da sollecitare la popolazione di origine straniera a indire grandi manifestazioni di protesta.

Con la riunificazione, a una ridondanza di popolazione autoctona (la popolazione delle due parti della Germania riunificata) per il mercato del lavoro, sia intellettuale che tecnico, ha fatto riscontro la consistente presenza di forza lavoro straniera. In particolare le seconde generazioni di immigrati si consideravano tedesche, e come tali reclamavano la cittadinanza e, quindi, parità di diritti. A questa popolazione, si sono aggiunti i flussi massicci dei rifugiati politici dalle regioni del Terzo Mondo e, soprattutto, dai Paesi dell’Est ex sovietico.

Per quanto riguarda l’atteggiamento dei tedeschi riunificati verso l’Europa e gli stranieri, un’indicazione ci viene dal comportamento politico. Nonostante Kohl, nel momento della riunificazione, abbia coniato lo slogan che “unità tedesca e unione europea sono le due facce della stessa medaglia”, dalla Germania sono arrivate indicazioni contraddittorie.

Già nell’aprile 1992 l’elettorato esprimeva contemporaneamente un voto contro l’unità europea e contro lo straniero. Per la prima volta nei Parlamenti dei due importantissimi Lander della Germania occidentale, quello di Baden Württemberg e quello dello Schleswig-Holstein, è entrato un numero consistente di rappresentanti di due partiti dell’estrema destra, dichiaratamente nazionalisti, xenofobi e antieuropei, il partito Republikaner, nel primo, e, nel secondo, la Deutsche Volksunion (Unione del popolo tedesco), più radicale e sciovinista dell’altro partito, e con un accento vagamente nazista.

Il cavallo di battaglia vincente dei partiti dell’estrema destra è stato lo slogan “fuori gli stranieri!”.

I partiti di destra della Germania occidentale non hanno avuto, però, una grande presa sui tedeschi della ex Germania sovietica, nei quali rimane comunque un’identità politica propria che si richiama alla DDR. Di fatto i tedeschi orientali hanno manifestato la loro delusione e il dissenso con una politica che ha espresso una diversità che guarda al passato, un passato che ancora persiste nonostante siano trascorsi 35 anni dalla riunificazione.

È nel territorio della ex DDR che è nato il partito della Alternative Für Deutschland, partito che alle elezioni del 2017 ha ottenuto un grande successo, che si è rafforzato con l’elezione del settembre del 2019 superando il 20% dei consensi, soprattutto nei Land orientali della Sassonia e del Brandeburgo.

Per capire l’ideologia politica dell’AFD sono indicative la biografia e l’identità politica dei suoi deputati eletti: negazionisti dell’Olocausto, sostenitori di tesi xenofobe, complottisti, ex collaboratori della polizia segreta della DDR, nostalgici del nazionalsocialismo.

C’è da temere un cambiamento radicale nella politica democratica tedesca? Nonostante i successi della destra, la democrazia tedesca si è mantenuta al potere finora senza eccessivi scossoni come accaduto con Angela Merkel che dal 2018 ha tenuto alto il vessillo democratico [4], riconfermandosi al governo sino al 2021.

L’aggressione russa in Ucraina; le sanzioni contro la Russia (con la fine del rifornimento di gas e delle componenti energetiche); il sostegno militare all’Ucraina; la necessità di un maggior contributo alla Nato e il cordone ombelicale con gli Stati Uniti; hanno determinato una crisi economica e politica nella UE che ha coinvolto la Germania, crisi che in Germania ha inciso sulla crescita esponenziale dell’AFD. Di fatto nella stessa UE la crisi ha comportato una crescita delle destre. Si pensi ai sette paesi europei con governi di destra (Finlandia, Ungheria, Austria, Italia, Svezia, Paesi Bassi, Slovacchia).

La rinascita della Linke

In Germania, alla crisi economica, si è aggiunta la crisi politica che ha portato il cancelliere Scholz (SPD, verdi, indipendenti), succeduto alla Merkel, ad indire nuove elezioni il 23/02/2025, per eleggere i rappresentanti del Bundestag.

La situazione di crisi politica ed economica ha rafforzato ed aumentato le adesioni dell’elettorato tedesco all’AFD, un elettorato influenzato dai messaggi social di Elon Musk a favore dell’AFD, dopo le elezioni di Trump a presidente USA. Una Presidenza, tesa ad una politica finalizzata allo smembramento della UE, secondo il principio del divide et impera.

L’ascesa dell’AFD è stata tale che il capo del partito CDU, Friedrich Merz, politicamente molto influente, si è alleato con AFD per far passare al Bundestag una mozione antimigranti (20/01/2025). Mozione respinta.

Rispetto al pericolo di una estrema destra vincente alle prossime elezioni tedesche, ecco che si eleva la voce di una giovane tedesca della Germania dell’Est e rinasce e prende corpo la Linke, lo storico partito della sinistra tedesca. È boom tra i giovani. Le previsioni di voto pongono la Linke al 9% dei voti (nel Dicembre 2024 le previsioni di voto erano al 3%).

La porta bandiera della Linke è Heidi Reichinnek, classe 1988, nata a Merseburg, in Sassonia. Spitzenkandidatin del Linke al Bundestag, la Reichinnek è intervenuta contro Merz alleatosi con AFD, per far passare una mozione contro gli immigrati: “Che lei si stia alleando con un partito fascista è una vergogna. Mi rivolgo a voi cristiano-democratici che sedete in Parlamento. Siete ancora in tempo per evitare un errore storico. Fate marcia indietro... Signor Friedrich Merz, non mi aspetto delle scuse, mi aspetto che si dimetta”. Gli applausi nell’emiciclo all’intervento di Heidi sono stati trasversali. Il video del discorso è stato cliccato oltre 30 milioni di volte.

Heidi Reichinnek appartiene alla generazione nata prima della caduta del muro, che ha visto ancora bambina quanti persero il lavoro nella Germania dell’Est. “Le difficoltà della transizione dopo la caduta del muro, mi hanno dato una carica di energia – dice in un’intervista – che ha origine con la mia socializzazione nella Germania dell’Est”.

La rinascita della Linke trae la forza dall’adesione entusiasta delle nuove generazioni: “Siamo noi il vero muro contro i nazisti”.

Fonte

Note di redazione

[1] Qui purtroppo l'autrice cade a piedi uniti nell'immaginario occidentale per cui tutto quello che esula dalla democrazia liberale e totalitario, quindi per definizione regressivo. Non esattamente la base analitica più feconda per tracciare i contorni della realtà che si osserva...

[2] Qui si è ai limiti della mistificazioni, la ricerca economica e sociale racconta una realtà molto diversa, ben sintetizzata dal titolo i un ottimo testo sulla questione: Anschluss di Vladimiro Giacché.

[3] È il contrario: i tedeschi dell'est sono gli Ossis, i tedeschi dell'ovest sono i Wessis.

[4] Un po' come dire che nel corso del secondo dopoguerra, in Italia, la permanenza al potere della DC per quasi 40 anni è stato garanzia di democrazia... opinabile a dir poco.

10/02/2025

I “Patrioti” europei al servizio di Musk

Si è conclusa la convention dei “Patrioti per l’Europa”, la compagine di estrema destra formatasi al Parlamento Europeo dopo le elezioni della scorsa estate. Sabato e domenica, in una grande sala di Madrid, si sono riuniti tredici partiti che oggi contano 86 parlamentari a Strasburgo ben consapevoli che si giocano equilibri importanti nel Vecchio Continente.

Lo scenario in cui cercano un posto al sole è quello di una UE che deve fare i conti col cambio di approccio deciso da Washington verso l’altra sponda dell’Atlantico. E, nonostante il nome che si sono dati, le realtà presenti nella capitale dello stato spagnolo non hanno espresso alcun sussulto patriottico, anzi.

Tra richiami all’identità cristiana dell’Europa, l’attacco ai migranti e alle lotte di genere, e altri tipici cavalli di battaglia delle espressioni più reazionarie a cui ci siamo purtroppo abituati negli ultimi anni, lo slogan più usato è stato preso in prestito dal nuovo inquilino della Casa Bianca: “Make Europe Great Again”.

Certo, era già stato fatto proprio dal primo ministro ungherese Viktor Orbàn, tra i promotori della creazione dei “Patrioti”, per il semestre alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, conclusosi a dicembre. Ma pochi giorni fa è stato rilanciato da Elon Musk, chiamando a raccolta possibili alleati europei alla nuova linea statunitense.

La Lega, Rassemblement National, i fascisti di Vox, Orbàn appunto e l’estrema destra olandese capitanata da Geert Wilders, insieme ad altri soggetti hanno deciso di rispondere alla chiamata. Per capirci, una chiamata il cui contenuto nemmeno troppo nascosto è quello di relegare la UE a un ruolo di totale subordinazione agli interessi stelle-e-strisce.

Dunque, tutt’altro che la trita e ritrita adunata dei “sovranisti”, anche se qualcuno continua a raccontarli secondo il vecchio copione. Ad esempio, Elly Schlein, che dal congresso di +Europa ha detto che ci troviamo di fronte una “internazionale di nazionalisti” che ha identificato i propri nemici nei “migranti, i giornalisti liberi, i magistrati, i sindacati, gli attivisti e le opposizioni”.

Una internazionale di nazionalisti non è cosa del tutto paradossale, a differenza di quello che sembra credere la segretaria del PD. E in fondo anche negli anni ’30 del secolo scorso si è visto qualcosa di simile. Ci troviamo di fronte a una fase in cui gli interessi nazionali tra realtà fino a ieri alleate vanno divergendo profondamente, e dunque non ci si può stupire se per alcune formazioni è meglio farla finita con velleità comunitarie considerate ormai fallite e cercare sponsor più solidi cui vendere se stessi e il proprio paese.

Sia chiaro, non significa rompere la UE, considerata comunque una sovrastruttura indispensabile per la borghesia continentale. Quello a cui abbiamo assistito a Madrid è un vento reazionario che ha già deciso di piegarsi al nuovo corso trumpiano, convinto di ottenere di poterla fare finita anche qui con tutte quelle balle da establishment “presentabile e civile” (democrazia, green, stato di diritto...).

Basta pensare che la sera prima della grande riunione, i leader già presenti nella capitale dello stato spagnolo sono andati a cena con alcuni esponenti del think tank Heritage Foundation. Il suo Project 2025 è un programma di riforme di stampo palesemente autoritario, ed è stato spesso associato a Trump, anche se il tycoon ha sempre negato.

Certo, giocare sulle divisioni nazionali, ora come ora, fa la felicità della nuova amministrazione statunitense, perché aiuta ad arrestare il tentativo europeo di assumere un ruolo autonomo a livello strategico. Ma permette anche di imbarcarsi senza troppe zavorre nello scontro contro un altro nemico, che politici come la Schlein condividono con l’estrema destra ma che la segretaria del PD ha evitato consapevolmente di nominare: il mondo multipolare.

Ma la kermesse dei Patrioti è servita soprattutto ad aprire una fase da resa dei conti interna alla classe politica europea. “L’era delle élite di Bruxelles è finita”, è stato un motivo continuo degli interventi fatti dai vari politici presenti, in un quadro di profonda crisi di legittimità di tante maggioranze continentali.

Una sfida che non arriva comunque da figure tenute ai margini dalle nostre ‘democrature’. In Italia, Ungheria e Olanda i Patrioti sono al governo, Bayrou a Parigi ha appena superato la mozione di sfiducia presentata dalla France Insoumise perché i socialisti e i deputati del Rassemblement National non l’hanno votata.

Giusto alcuni esempi in linea con la maggioranza politica della seconda Commissione von der Leyen, che vede i post-fascisti di Fratelli d’Italia tra le proprie fila, e con quello che è successo in Germania sulla legge anti-migranti, che aveva visto la convergenza di conservatori e AfD, altro alleato di Musk.

Le prossime elezioni tedesche potrebbero vedere il successo del partito di ultradestra, che proprio a Madrid ha ricevuto l’appoggio da Santiago Abascal, presidente di Vox, e seppur in maniera più velata anche da Salvini. Anche se per ora fanno parte di schieramenti differenti a Strasburgo, poco conta.

Quel che conta è che c’è un evidente spinta reazionaria in Europa, e ad aprire la strada sono stati i ‘moderati’ e ‘democratici’ della UE. Ricordiamo che l’ex presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, diceva che “con l’estrema destra è possibile collaborare”. Ora però l’estrema destra vorrebbe governare da sola.

Fonte

01/02/2025

Germania - Non passa la legge contro gli immigrati voluta da conservatori e ultradestra

Alla fine il Bundestag tedesco ha respinto la legge sui migranti che era stata presentata dall’alleanza tra i conservatori di Cdu/Csu e l’ultradestra dell’AfD.

Contro la legge, presentata da Cdu/Csu con il sostegno di AfD, hanno votato 350 deputati del Bundestag, mentre 338 hanno votato in favore e cinque si sono astenuti. I presenti erano 693. Il voto viene seguito da reazioni veementi in vista delle elezioni del 23 febbraio. “Friedrich Merz è scattato come una tigre ed è finito come uno zerbino”, è stato il commento della leader dell’AfD Alice Weidel, secondo cui ad affossare la legge è stata “l’implosione del partito conservatore”.

In un’intervista all’Handelsblatt, il leader della Csu bavarese – notoriamente ultrareazionaria – Söder ha sottolineato di essere pienamente d’accordo con la politica migratoria più severa indicata del candidato cancelliere della Cdu/Csu Friedrich Merz, a suo avviso la popolazione si aspetta un cambio di direzione.

Sette deputati sui dieci dell’Alleanza Sara Wagenkcnecht hanno votato a favore della legge. “Litigi indegni prima di ogni elezione, un po’ di simbolismo: questa è la risposta dei Verdi e dell’SPD alle paure della gente” – è stato il commento della deputata Sara Wagencknecht – “E mentre l’AfD avvelena sempre di più il clima del nostro paese, di cui soffrono in particolare gli immigrati ben integrati, il signor Merz riesce a parlare delle cause della fuga, ma per non parlare delle guerre degli Stati Uniti”.

Mentre l’Afd ha votato compatta per la legge, sono stati 12 i parlamentari della Cdu-Csu che hanno votato contro la legge proposta dal loro segretario. Si erano avuti segnali di defezioni interne, in particolare dopo l’intervento dell’ex cancelliera Angela Merkel che ha duramente criticato il fatto che il suo partito potesse affidarsi al sostegno dell’estrema destra,

Mercoledì, la CDU/CSU, con l’aiuto dell’AfD, ha approvato una mozione per inasprire la politica migratoria. Venerdì è seguito il voto su un inasprimento della legge, che aveva lo scopo di limitare il ricongiungimento familiare e promuovere i cosiddetti respingimenti alle frontiere.

La mozione sul “Piano in cinque punti” ha ottenuto 348 voti a favore e 345 contro. Le astensioni erano state 10.

Nei giorni scorsi in numerose città, diverse migliaia di persone hanno manifestato contro il piano e le mozioni approvate mercoledì al Bundestag. Ad Hannover, venerdì gli attivisti sono saliti fin sopra il balcone dell’ufficio dell’associazione distrettuale CDU. Mentre circa 10.000 persone hanno protestato davanti alla sede della CDU a Berlino.

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31/01/2025

Liberalnazismo in Germania

All’inizio del 1933 in Germania il barone Franz Von Papen, capo del partito del Centro Cattolico, l’equivalente di allora della CDU di oggi, con i suoi voti permise a Hitler – che non aveva la maggioranza in Parlamento – di diventare capo del governo. Poi si sa come è andata.

All’inizio del 2025 il partito neonazista AfD di Alice Weidel, con i suoi voti ha fatto avere la maggioranza ad una mozione anti-migranti di Friedrich Merz, leader della CDU-CSU di oggi. Dopo 92 anni il favore viene restituito.

La CDU-CSU finora è destinata dai sondaggi ad essere il primo partito in Germania nelle prossime elezioni del 23 febbraio, mentre la AfD dovrebbe essere il secondo partito. Assieme queste due forze dovrebbero detenere la maggioranza nel Parlamento tedesco. Non è detto che riescano subito a governare, ma l’assenza di vere alternative spingerà in questa direzione e in ogni caso il programma dei democristiani tedeschi, oggi, è sempre più di estrema destra.

Merz, dopo aver minacciato di “guerra totale” la Russia, ha lanciato un programma di “rottura epocale” per la Germania fondato su tre punti fondamentali: ultraliberismo economico, grande riarmo e politica di potenza, espulsione dei migranti e stretta poliziesca sulla sicurezza. A questo si aggiunge poi la scelta dello schieramento totale con gli USA di Trump e con Israele dì Netanyahu.

Insomma per la prima volta in un grande paese europeo il partito destinato ad essere in testa nei sondaggi propone il programma liberalfascista e di suprematismo occidentale del presidente argentino Xavier Milei.

Del resto tutto il curriculum di Merz porta in questa direzione. Straricco e rappresentante in Germania della multinazionale della finanza BlackRock (la stessa con cui oggi dialoga di affari Giorgia Meloni), Merz è il figlio politico di Wolfgang Schaeuble.

Ricordate il ministro delle finanze della Germania che, con Mario Draghi presidente della BCE, impose alla Grecia i memorandum che distrussero il paese? Schaeuble è stato il teorico e la guida dell’austerità come modello economico e principio guida di tutte le decisioni politiche, in Germania ed in Europa. Per lui la democrazia veniva molto dopo le decisioni economiche e di mercato: i popoli possono votare come vogliono, poi l’economia decide, fu una sua brutale affermazione.

In questa scuola di disprezzo della democrazia e dell’eguaglianza, nel nome del rigore di bilancio e della crescita dei profitti, Merz è cresciuto e ha poi dato il suo contributo. Nel 2008 il candidato cancelliere per la CDU ha scritto un libello dal titolo esplicativo: Osare più capitalismo.

Le garanzie sociali, i diritti dei lavoratori, il sostegno ai disoccupati sono solo un peso per lo sviluppo e la Germania deve liberarsene, per tornare a crescere a ritmi adeguati alle esigenze delle imprese, che devono essere sostenute riducendo le tasse ai ricchi.

Merz copia sfacciatamente Milei ed Elon Musk.

Il miliardario ex sudafricano più ricco del mondo, fanatico della diseguaglianza come motore della crescita, ha anche dato un contributo fondamentale allo sdoganamento della leader neonazista tedesca. Musk non solo ha esaltato Weidel come la “sola salvezza” del suo paese, ma in una intervista le ha permesso di affermare senza pudore che Hitler fosse “comunista” ed antisemita.

Questo delirio revisionista ha una sua logica, perché in questo modo la candidata cancelliere della AfD ha potuto contemporaneamente compiere due professioni di fede legittimanti: il liberismo economico e il sostegno ad Israele.

E poi naturalmente ci sono la deportazione dei migranti e lo stato di polizia, sui quali Merz e Weidel, come abbiamo appena visto, votano assieme già oggi.

In una Germania in profonda crisi economica, dove la folle guerra contro la Russia e l’ostilità alla Cina hanno distrutto i tradizionali sbocchi del sistema industriale e dove la Volkswagen annuncia i più grandi tagli di personale dal dopoguerra, il programma economico di estrema destra ha bisogno di costruire consenso con il razzismo di stato contro i migranti.

È una ricetta antica: ai lavoratori e ai poveri che perdono lavoro e diritti, si spiega che il loro nemico non sono le banche, i ricchi, le multinazionali con i loro stratosferici profitti. Il nemico del popolo tedesco sono i migranti che rubano lavoro e diritti. La ricetta razzista di Trump e Musk è assunta totalmente da Merz.

E se Merz e Weidel sostengono le stesse posizioni e sono in piena sintonia con la nuova amministrazione USA, perché alla fine, magari dopo un poco di schermaglie tattiche, non dovrebbero governare assieme? Solo perché Scholz, la SPD e i Verdi tedeschi chiedono di mantenere l’esclusione dal governo di AfD perché neonazista?

Come sono credibili questi sedicenti “antifascisti” che hanno sostenuto in modo fanatico la guerra alla Russia, che stanno con Israele anche nel genocidio palestinese e anzi definiscono antisemita chi lo denuncia! E che ora, per seguire l’onda reazionaria si mettono anch’essi a lanciare proclami contro "l’immigrazione incontrollata".

Come sono alternativi alla destra SPD e Verdi che della destra finiscono per essere una fotocopia sbiadita e che in Europa stanno con la baronessa Ursula von der Leyen, collega di partito di Merz e alleata di Giorgia Meloni!

Quello che sta accadendo in Germania è quello che è accaduto in Italia, in gran parte d’Europa e negli Stati Uniti.

Quando le sinistre liberal-democratiche adottano politiche liberiste e di guerra, possono restare al governo solo se l’economia va molto bene. Altrimenti è l’estrema destra, comunque nominata o mascherata che vince. Certo, questo non vuol dire che tornino dittature come quelle del secolo scorso, in generale la forma esteriore della democrazia rimane, ma la sua sostanza di giustizia, eguaglianza, pace, viene distrutta passo dopo passo.

Fino a che non si costruiranno la rottura e l’alternativa a liberismo e guerra, la destra conservatrice e liberale si sposterà sempre più su posizioni reazionarie e fasciste. Liberali e fascisti si avvicinano sempre di più in Occidente; e se questo percorso può essere chiamato da noi e altrove liberalfascismo, per ovvie ragione storiche la convergenza tra Merz e Weidel diventa liberalnazismo.

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30/01/2025

Germania - Sdoganati i neonazisti, fine della recita “democratica”

Cade l’ultima fragile barriera «europea ed europeista» che impediva alla destra neofascista di determinare le politiche di un Paese. Ed è accaduto in Germania, il più importante e grande dei paesi europei.

Era anche rimasto l’unico a tener fuori dalle maggioranze parlamentari, magari solo per approvare una singola legge, gli eredi del nazismo. E non a caso l’hanno fatto sull’immigrazione, diventata dappertutto l’unico o principale «tema politico» su cui viene indirizzata una insicurezza sociale crescente che origina, però, da tutt’altre condizioni concrete: salari bloccati da anni (quasi venti, in Germania), potere d’acquisto in calo, precarietà occupazionale, crisi industriale colossale (l’automotive a pezzi), riduzione del welfare (anche se, certo, non nella misura in cui è stato tagliato in Italia), disuguaglianze crescenti e sfacciate, sottosviluppo dell’Est rispetto al resto del paese.

Il tutto per opera della «democrazia cristiana», ovvero la Cdu ora guidata da Friedrich Merz, che ha presentato e farà approvare – non appena avrà vinto le elezioni, da qui ad un mese – provvedimenti di drastica restrizione sia per nuovi ingressi di migranti che per la cacciata di colore che vengono considerati “indesiderabili” o semplicemente in esubero.

“Sì, potrebbe essere che l’AfD, per la prima volta, renda possibile l’approvazione di una legge necessaria”, ha detto Merz mercoledì in un acceso dibattito parlamentare. “Ma signore e signori, siamo di fronte alla scelta di continuare a guardare impotenti mentre le persone nel nostro paese vengono minacciate, ferite e uccise”, ha proseguito, “o di alzarci e fare ciò che è indiscutibilmente necessario in questa materia”.

AfD non è solo un partito chiaramente neonazista, ma ha anche recentemente ottenuto l’apprezzamento esplicito di Elon Musk, nuovo boss dei tecnomiliardari (“superare il complesso di colpa per il passato”), a sancire che il nuovo capitalismo occidentale spalanca di nuovo le porte alla dittatura genocida pur di provare a mantenere l’egemonia sul mondo.

Le giustificazioni per la scelta democristiana sono ridicole, perfettamente uguali a quelle che – in Italia o altrove – sono state sempre sollevate per operazioni simili. Il cambio di rotta di Merz per accettare tale sostegno fa infatti parte di un presunto sforzo pre-elettorale per “riconquistare gli elettori che sono passati all’estrema destra a causa della questione migratoria”.

Jürgen Hardt, un alto parlamentare della CDU, ha detto alla stampa che la mossa aiuterà a garantire che i partiti mainstream smettano di perdere voti a favore dell’AfD e potenzialmente ne riconquistino alcuni. “Ci stiamo assicurando che nessun altro si avvicini all’AfD, perché possono trovare una risposta politica alle loro preoccupazioni urgenti all’interno dei partiti democratici”.

Un po’ come Walter Veltroni che ogni tre per due sentenzia che “la sinistra si deve occupare della sicurezza”, no? Ed in effetti anche il cancelliere uscente Scholz, “socialdemocratico”, ha fatto qualcosa di simile negli ultimi giorni del suo mandato e nella prima parte della campagna elettorale in corso. Salvo indignarsi, ieri, dalla tribuna parlamentare quando questo modo di “cedere terreno” alla destra arriva contro il muro degli atti concreti.

Non ci vogliono geni della politica per capire che se ti adatti a seguire l’agenda politica fissata dall’ultradestra farai una politica di ultradestra (a prescindere da chi ci mette la faccia in un primo momento), diffonderai ulteriormente il virus autoritario, suprematista, razzista, “coccolandolo” come comprensibile, giustificato, ecc.

È interessante far notare che lo schema ideologico del vecchio nazismo tedesco si vada così riproponendo ora quasi integralmente. Semplicemente ha sostituito l’antisemitismo storico con l’odio razziale contro i migranti. Trovato il nuovo “nemico”, il resto può tornare (o forse non se n’era mai andato davvero)...

La Germania, ricordiamo, è in questo momento il paese europeo – insieme forse alla Francia – in cui la sedicente lotta all’“antisemitismo” si manifesta come divieto legale di qualsiasi critica allo Stato di Israele (dunque, in realtà, all’“antisionismo”; ad una linea politica, insomma, non condivisa peraltro neanche da tutti gli ebrei nel mondo).

Dopo aver pasticciato con le ideologie – prima dichiarandone la “fine” in nome del “pensiero unico” neoliberista (il famoso “non c’è alternativa” della Thatcher), poi equiparando tutte le ideologie non liberali come “dittatoriali” – ora l’establishment europeo e tedesco in particolare si ritrova esattamente al punto di partenza: imbarcare il neonazismo nella gestione del paese.

Tutte le contorsioni ideologiche possibili sono infatti rintracciabili nella “giustificazione” che lo stesso Merz ha voluto dare alla sua scelta: “Sì, potrebbe essere che l’AfD, per la prima volta, renda possibile l’approvazione di una legge necessaria”, ha detto Merz. “Ma signore e signori, siamo di fronte alla scelta di continuare a guardare impotenti mentre le persone nel nostro paese vengono minacciate, ferite e uccise, o di alzarci e fare ciò che è indiscutibilmente necessario in questa materia”.

Sfruttamento cinico di qualche episodio di cronaca nera (sulle cui cause concrete sarebbe magari il caso di interrogarsi), disinvoltura altrettanto cinica nell’accettazione dei “complici di strada” e solita teoria del “non si può fare diversamente”.

La crisi economica dell’Occidente neoliberista è lentamente scivolata verso la crisi di egemonia globale. Ma ora sta rapidamente degenerando in devastazione morale. Sotto la volontà di dominare il mondo, insomma, non c’è più niente. Né “democrazia”, né “valori”, né speranze di miglioramento.

Non c’è futuro, su questa strada...

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22/01/2025

Uno sguardo analitico verso la Germania (e non solo)

I recenti dati economici relativi, sia singoli paesi che all’intera area comunitaria, dovrebbero indurre ad una seria e approfondita riflessione sull’effettivo stato di salute dell’Ue, visto che, quest’ultima, già ad ottobre era ormai giunta al 18esimo mese consecutivo di riduzione tendenziale della produzione e del fatturato industriale (1).

Italia: bassa crescita e industria a picco

Nello specifico, per quanto concerne l’Italia, dove la crisi industriale morde più della media Ue, non riteniamo sufficienti, ai fini della ripresa degli investimenti, alcuni palliativi come l’adozione dell’Ires o gli ennesimi sconti fiscali sui nuovi assunti, quando sta venendo meno in modo strutturale proprio la propensione al rischio d’impresa che poi finisce per tradursi in minori investimenti tecnologici e produttivi. Riteniamo, invece, assolutamente necessario tornare a pianificare un’efficace politica industriale di medio periodo sotto la direzione statale, evitando di farsi trascinare alla deriva dalle nefaste correnti del mercato, come avvenuto negli ultimi anni, con il fondamentale comparto siderurgico ridotto ai minimi termini.

Se non vogliamo arrenderci a un futuro di precarietà, inutile anche ai fini del rilancio industriale con la riduzione delle ore lavorate e con la bassa produttività del lavoro, le scelte da operare in Italia dovrebbero essere ben diverse dall’immobilismo del Governo Meloni, sempre che l’obiettivo non sia quello di pensare a un futuro per il nostro paese relegato al ruolo di appendice degli Usa.

A conforto della nostra analisi, spicca la fondata preoccupazione di Confindustria che prevede, sulla base di una propria ricerca, un 2025 in grande sofferenza per l’industria nazionale, specie quella meccanica, oltre che per la sostenibilità del già mal ridotto welfare nazionale. In particolare risulta il comparto dell’automotive, con tutto il vasto indotto al seguito, a trainare la debacle dell’intero settore industriale nazionale, visto che a novembre, in base agli ultimi dati diramati dall’Istat, la sua flessione tendenziale si è inabissata addirittura a -28,5%, portando la contrazione nei primi 11 mesi dell’anno ad un pesante -21,7% (2).

E considerando la dinamica industriale nel suo complesso, la crisi sembra aver assunto carattere strutturale appurato che per ritrovare un segno positivo, sempre su base tendenziale, bisogna risalire addirittura al gennaio 2023.

Conseguentemente, preoccupazioni sempre più fondate sussistono sulla persistente debole crescita economica dell’Italia (3), da parte di istituti di ricerca nostrani e istituzioni internazionali, che prevedono si manterrà al pari del biennio precedente, assai limitata anche per l’anno appena iniziato. Ritornando in sostanza, dopo la crisi pandemica e il rimbalzo nei due anni successivi, nella condizione di bassa crescita/stagnazione che ha caratterizzato tutta la seconda metà degli anni ’10, successiva peraltro alla recessione causata dalla crisi dei debiti sovrani nei paesi periferici dell’Eurozona di inizio decennio.

Perfino analisti dei principali giornali italiani (4) iniziano a dubitare dell’efficacia delle politiche fino ad oggi intraprese, preoccupati dal declino industriale del nostro paese che, nonostante l’evidenza dei dati, non viene mai nominato pubblicamente dal governo Meloni. Impegnato, invece, a pubblicizzare i dati sull’occupazione, senza tuttavia menzionare il rovescio della medaglia della diminuzione della quota dei salari nel contesto del reddito nazionale. Salari peraltro, rispetto a prima del covid, erosi del 7,9% nel potere d’acquisto dalla recente fiammata inflattiva, non ancora del tutto domata, e di livello ben al di sotto dei principali partner europei e praticamente fermi negli ultimi 30 anni, a seguito di sconsiderate politiche salariali regressive e della precarizzazione delle forme contrattuali.

La locomotiva tedesca ormai ferma sul binario morto

Se l’Italia dovrebbe piangere, ancor più grave è la situazione in Germania con l’economia da due anni in recessione (-0,3% nel 2023 e -0,2% nel 2024) e con una pesante crisi industriale che irrompe direttamente nella campagna elettorale per le elezioni politiche di febbraio.

La crisi tedesca ha immediate ripercussioni, come visto negli ultimi mesi, anche sulle esportazioni italiane, in grande crisi soprattutto nel settore auto (5) e nella componentistica fornita tramite le filiere produttive intra Ue all’apparato industriale teutonico, principalmente dalle aziende di Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia, non casualmente quelle più in sofferenza nell’export verso Berlino (6).

Come indicato anche dagli ambienti imprenditoriali tedeschi, il rincaro del costo del gas, causato delle sanzioni con rinuncia alle forniture russe anche a causa del sabotaggio dei gasdotti del Baltico, è risultato dirimente in questa caduta.

L’intrusione di Musk e il suo sostegno all’estrema destra tedesca confermano la volontà di Trump di utilizzare strumentalmente le difficoltà crescenti della Ue per ridimensionare l’Unione Economica e Monetaria (Uem) del vecchio continente e la sua stessa economia, attraverso il prolungamento della guerra in Ucraina, gettando discredito sul vecchio continente e cercando di delegittimarne ulteriormente la classe politica che la guida, di per sé già incapace di tutelare gli interessi dei suoi cittadini e delle sue imprese.

La crisi della manifattura tedesca, e in particolare dell’industria meccanica, è confermata non solo dai forti ridimensionamenti produttivi di VW e dalla flessione di tutti i principali marchi automobilistici, ma anche dalle vendite contenute delle auto elettriche soppiantante da quelle diesel. Infatti, “Solo 380.600 veicoli elettrici sono stati immatricolati di recente. Ciò corrisponde a un calo del 27,5% rispetto all’anno precedente” (7) .

Siamo davanti a un insolito connubio tra sostenitori delle energie non rinnovabili, apparato industrial militare e settori attivi nella ricerca e produzione delle tecnologie duali, insieme alle multinazionali che controllano l’informazione, è questo l’insieme degli interessi che sostiene Trump.

I ritardi della Ue in campo tecnologico producono, da un lato la supremazia dei satelliti di Musk, ma anche il dominio di Usa e, soprattutto, della Cina nella produzione delle auto elettriche, relegandoci in una posizione sempre più marginale in questo strategico comparto.

A fine 2024 le auto elettriche in circolazione in Germania erano solo 1,4 milioni, a fronte di un obiettivo, entro il 2030, di 15 milioni di auto elettriche, traguardo ormai, allo stato attuale, impossibile di fatto da raggiungere.

Tornando alle elezioni tedesche, dall’ultimo sondaggio pubblicato (8) si evince il probabile vincitore relativo, ossia la conservatrice CDU/CSU in testa nei sondaggi (31%), mentre crollano i 3 partiti dell’attuale coalizione di governo, i verdi al 13% e la Spd al 15%, mentre i liberali sprofondano al 4%, addirittura sotto la soglia di sbarramento. Nella crisi economica e sociale continua ad avanzare la AfD, definita da Musk “l’ultima speranza della Germania”, salita grazie anche a tale endorsement al 22%. Male se la passa La Linke scesa al 3,5%, anch’essa fuori dal Bundestag, mentre BSW, dopo l’exploit delle regionali nei Lander orientali di Turingia e Sassonia, si assesta su un ben più modesto 6,5%. A conferma che una cosa sono i proclami dall’opposizione, e altro è tradurre in azione politica il consenso elettorale. Operazione che nella fattispecie ha portato in Turingia la forza sovranista di sinistra ad una coalizione di governo spuria con le due tradizionali forze dell’establishment politico tedesco, CDU e Spd, probabilmente non gradita al suo elettorato. Non un debutto politico dei migliori per la Coalizione di Sara Wagenknecht, formazione creatasi a gennaio ‘24 da una scissione da La Linke.

Ad aggravare la crisi e il malcontento sociale sono anche le spese militari renane che, in costante crescita, drenano preziose risorse pubbliche. Malessere profondo ancora non ben percepito dal governo di Berlino che poche settimane or sono ha deciso di istituire una nuova divisione militare dedicata alla difesa del territorio, portando acqua all’estrema destra che si oppone, al pari di BSW, alla continuazione della guerra in Ucraina con le sue ingenti spese, alla quale la Germania ha contribuito, in base ai dati del Kiel Institute (9), per ben 15,692 miliardi di euro, seconda per entità totale solo agli Usa, in testa con 88,334 miliardi di euro.

E mentre l’economia affonda, le esportazioni di armi vanno invece a gonfie vele con l’industria bellica tedesca che sta acquisendo partnership con analoghe aziende di vari paesi, soprattutto quelle con maggiore tasso tecnologico, anche israeliane (10).

La crisi tedesca si riflette inevitabilmente in pesanti condizioni sociali, con perdita di posti di lavoro e crescita dei disoccupati (11) e con ulteriori prospettive di aggravamento, vista la previsione di un sensibile aumento di fallimenti aziendali a livello record per l’anno appena iniziato. Insolvenze che andrebbero ad insistere soprattutto nel settore dell’indotto dell’industria automobilistica (12), vero architrave del sistema produttivo teutonico.

Ricomponendo il quadro generale, sia dal punto economico e sociale che politico, sembra delinearsi una pericolosa prospettiva che riporta alla mente la crisi strutturale che attanagliò la repubblica di Weimair dopo la prima guerra mondiale e che sfociò nell’ascesa alla Cancelleria di Berlino da parte di Adolf Hitler nel 1933 per via elettorale.

Sarebbe paradossale che le forze dell’establishment politico tedesco CDU in testa, insieme ai vertici della Commissione Europea guidata da Ursula Von der Leyen anch’essa della CDU, dopo aver provocato il disastro sopra descritto favorendo l’ascesa di AfD e invocato fino ad oggi il cordone sanitario democratico contro tale partito, alla luce del risultato delle elezioni di febbraio si accordassero con l’estrema destra riportandola alla Cancelleria di Berlino, sdoganandola definitivamente.

La storia è maestra di vita, affermavano i latini, ma evidentemente deve avere dei pessimi allievi.

Note

1) https://codice-rosso.net/economia-di-guerra-oggi-parte-xiv/

2) https://www.quattroruote.it/news/industria-finanza/2025/01/15/calo_produzione_auto_italia_.html

3) https://www.ilsole24ore.com/art/che-2025-sara-pronostici-110-esperti-bene-finanza-male-crescita-e-industria-metalmeccanica-AG6GgDLC

4) https://www.corriere.it/frammenti-ferruccio-de-bortoli/25_gennaio_17/l-industria-va-male-ma-non-preoccupa-nessuno-238ec148-29c7-4ce5-8fc3-ff3389c81xlk.shtml

5) La crisi della Germania manda in rosso il made in Italy – Il Sole 24 ORE

6) https://www.ilnordest.it/economia/export-e-manifatturiero-flettono-allarme-crescita-per-il-veneto-wdyjs2wn

https://www.romagna.camcom.it/news/news/425/il-punto-sull-economia-della-romagna-forl-cesena-e-rimini-a-fine-2024

https://www.ucer.camcom.it/api/studi-e-statistica/news/2024/congiuntura-industriale-2024t2/documenti-allegati/cs_nr_39_2024_congiuntura-er_unioncamere-er-confindustria-er-intesa-sp_15-ottobre-2024.pdf

https://cremonasera.it/cronaca/lombardia-nel-2024-pesa-il-calo-delle-esportazioni-con-stati-uniti-francia-germania-e-cina-cna-lombardia-serve-politica-di-fronte-alle-incognite-geopolitiche-per-tutelare-le-imprese-artigiane

7) Le nuove immatricolazioni di auto elettriche in Germania sono diminuite del 27,5% nel 2024

8) https://scenarieconomici.it/germania-si-riduce-il-distacco-fra-cdu-e-afd-giu-spd-e-verdi/

9) https://www.ifw-kiel.de/topics/war-against-ukraine/ukraine-support-tracker/

10) La Germania approva l’acquisto dell’artiglieria missilistica israeliana PULS

11) Germania: numero di disoccupati al massimo, tasso di disoccupazione ancora stabile

12) https://scenarieconomici.it/germania-il-2025-sara-lanno-boom-dei-fallimenti/

Fonte

17/01/2025

L’offensiva di Elon Musk e della sua X in Europa

Il magnate della finanza e proprietario del social network X, Elon Musk, è passato all’offensiva, tuffandosi a capofitto nel dibattito politico europeo.

L’uomo che sta emergendo come una potente pedina del futuro governo di Donald Trump non ha fatto mistero della sua ambizione di diventare il protagonista principale e negli ultimi giorni ha mosso pezzi nella partita a scacchi internazionale. Anticipando, così, che dal comodo potere repubblicano alla Casa Bianca potrebbe diventare un attivo promotore di quella che si sta configurando come un’internazionale di estrema destra. Niente di meno che una “internazionale reazionaria”, come molti media europei l’hanno già definita.

La stretta relazione di Musk con il capo del governo italiano Giorgia Meloni ha facilitato l’incontro della leader italiana all’inizio di gennaio con il futuro presidente Donald Trump. Questa vicinanza delinea senza dubbio quello che sarà l’asse ideologico USA-Europa di questa nuova alleanza internazionale.

La relazione molto stretta del presidente Javier Milei sia con Musk che con Meloni proietterebbe il leader argentino come “gamba” latinoamericana di questa costruzione conservatrice.

L’innesco

L’ultimo fine settimana di dicembre Musk, miliardario sudafricano naturalizzato canadese e statunitense, ha rilasciato un commento al quotidiano tedesco Welt am Sonntag (edizione domenicale di Die Welt) che ha avuto l’effetto di una bomba politica nel Paese. Secondo Musk, l’Alternativa per la Germania (AfD) di estrema destra è “l’ultima scintilla di speranza” per la Germania, che, ha osservato, “è sull’orlo del collasso economico e culturale”.

Il commento è stato pubblicato insieme a quello di Jan Philipp Burgard, nuovo caporedattore del gruppo Welt, secondo cui “la diagnosi di Musk è corretta, ma il suo approccio terapeutico, secondo cui solo l’AfD può salvare la Germania, è fatalmente errato”. Burgard ha definito l’AfD “un pericolo per i nostri valori e la nostra economia” e ha ricordato che Björn Höcke, uno dei leader dell’AfD, “è stato condannato più volte per aver usato uno slogan nazista vietato”.

L'intervista a Musk ha ampliato un messaggio pubblicato qualche giorno prima sul suo social network X, in cui aveva già anticipato in modo sintetico la sua analisi della situazione tedesca. Un’analisi che ha generato malessere in settori importanti della classe politica tedesca, che sta facendo campagna elettorale per le elezioni anticipate del 23 febbraio prossimo. Nei sondaggi preliminari, l’AfD, che gode del sostegno di Musk dagli Stati Uniti, appare con quasi il 20% dei voti.

Un giorno dopo il suo controverso commento alla Welt am Sonntag, il quotidiano francese Le Monde ha chiesto: “Fino a che punto Elon Musk estenderà la sua influenza nella campagna elettorale tedesca?” In ogni caso, scrive Le Monde, “il miliardario sembra determinato a svolgere un ruolo attivo nei dibattiti a meno di dodici settimane dalle elezioni legislative anticipate”.

La visione di Musk

A differenza delle sue brevi opinioni in X, osserva Le Monde, questa volta Elon Musk “si è preso il tempo di argomentare, giustificando la sua interferenza nel dibattito pubblico tedesco con il suo status di investitore”, riferendosi al suo gruppo imprenditoriale Tesla, la cui unica fabbrica di automobili europea si trova a Grünheide, vicino a Berlino. Secondo il quotidiano, l’aperto sostegno di Musk all’Alleanza di destra per la Germania è molto problematico, dal momento che lo considera un partito “rispettabile”. Opportunamente, le uniche richieste dell’Alleanza che Musk cita nella sua rubrica di opinione fanno parte anche dei manifesti elettorali dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU e CSU) e dei liberali del Partito Democratico Liberal (FDP): tagli alle tasse e deregolamentazione economica, controlli più severi sull’immigrazione e riforma della politica energetica a favore di un ritorno all’energia nucleare.

Nel suo commento della scorsa settimana, il magnate statunitense ha inoltre sostenuto che solo l’AfD è degno di fiducia, poiché gli altri partiti “hanno fallito”, e ha difeso la sua posizione con argomenti banali: “A coloro che condannano l’AfD come estremista, dico: ‘Non lasciate che l’etichetta che vi è stata data vi preoccupi’”. E ha citato come prova di non essere estremista di destra o anti-straniero il fatto che Alice Weidel, la principale leader dell’Alleanza e candidata cancelliera, ha una relazione saffica con la sua compagna di vita, la produttrice cinematografica dello Sri Lanka Sarah Bossard.

L’opinione di Musk ha provocato le immediate dimissioni della redazione del settimanale e le immediate reazioni dei leader politici, tra cui il cancelliere Olaf Sholz. Il suo impatto è stato tale da smuovere le acque di un dibattito che sta ancora infuriando nella prima metà di gennaio e che si è già esteso oltre la Germania ad altri Paesi europei, come il Regno Unito.

Offensiva europea

Giovedì 9 gennaio, Musk ha nuovamente fornito una piattaforma mediatica di primo piano alla sua alleata tedesca Alice Weidel, con un’intervista di oltre un’ora trasmessa in diretta sulla rete digitale del magnate, che in alcuni momenti ha superato i 200.000 follower.

Musk ha manifestato un particolare interesse per la politica britannica da quando il partito laburista socialdemocratico ha vinto le elezioni nel luglio 2024. Negli ultimi sei mesi, ad esempio, si è espresso a favore dei conservatori del Paese e ha chiesto l’incriminazione di Keir Starmer, il primo ministro britannico accusato dall’opposizione di aver coperto lo sfruttamento sessuale di giovani ragazze da parte di bande di immigrati in diverse città quando era direttore della pubblica accusa.

Il sondaggio che Musk ha appena lanciato tra i suoi utenti, con la proposta secondo la quale “l’America dovrebbe liberare il popolo britannico dal suo dominio tirannico”, parla della sua audacia. Al momento il Regno Unito, che ha affinità storiche con gli Stati Uniti, e la Germania, spina dorsale dell’Unione Europea, sono i bersagli preferiti dei dardi lanciati dal futuro ministro degli Stati Uniti.

Nella prima settimana di gennaio, Starmer, Scholz, Emmanuel Macron e Pedro Sánchez hanno criticato Musk per il suo sostegno all’estrema destra europea e per la sua ingerenza nella politica interna del continente. Il 7 gennaio, il presidente francese ha denunciato Musk per “promuovere un’internazionale reazionaria” che minaccia la democrazia, per essersi intromesso nella campagna elettorale tedesca e per le pressioni dei grandi “conglomerati tecnologici”.

Un giorno prima, l’Unione Europea ha criticato Musk e il suo social network per non aver rispettato le norme sulla trasparenza e il regolamento sui servizi digitali dell’UE e lo ha esortato a mantenere la sua piattaforma neutrale nelle prossime elezioni tedesche.

Secondo l’emittente pubblica svizzera TSR, il 4 gennaio Scholz ha condannato le “dichiarazioni erratiche” di Musk, definendolo un “pazzo” e un “imbecille incompetente” e descrivendo il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier come un “tiranno”. TSR ha anche ricordato che il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre ha espresso alla radio pubblica NRK la sua preoccupazione “per il fatto che un uomo con un considerevole accesso ai social network e con significative risorse finanziarie si coinvolga in questo modo e direttamente negli affari interni di altri Paesi”.

Ma è stato forse il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez a spingersi più in là nelle sue critiche e mercoledì 8 gennaio, in occasione della cerimonia di apertura del 50° anniversario della scomparsa del dittatore Francisco Franco, è passato all’attacco. Al Museo Reina Sofía di Madrid ha affermato che non è necessario essere di destra o di sinistra per guardare indietro con grande tristezza e terrore agli anni bui del regime di Franco e “temere che questa regressione si ripeta”. Sánchez ha aggiunto che “il fascismo che pensavamo di esserci lasciati alle spalle è ora la terza forza in Europa. E l’internazionale di destra guidata dall’uomo più ricco del pianeta” (riferendosi a Musk senza nominarlo), “attacca apertamente le nostre istituzioni, fomenta l’odio e invita a sostenere gli eredi del nazismo in Germania”. La libertà non è mai conquistata in modo definitivo, ma può essere persa, ha concluso il leader socialdemocratico spagnolo.

Un potere molto speciale

France Inter si è recentemente chiesta: “Quale altro privato cittadino al mondo ha il potere di suscitare così tante reazioni?” La conclusione è stata che Musk non è chiaramente un cittadino come gli altri: “È, allo stesso tempo, l’uomo più ricco del mondo, a capo di aziende emblematiche come Tesla o Space X; è vicino a Donald Trump, che gli ha affidato il compito di tagliare le spese federali e, soprattutto, è il proprietario del social network X, l’ex Twitter, di cui ha fatto la sua personale cassa di risonanza e delle cause che difende”.

La stessa analisi si riferiva alla “alleanza shock” tra il magnate e la nuova leadership statunitense: “Elon Musk non parla a nome di Donald Trump, ma, per il momento, è in sintonia con lui. Ha adottato i suoi codici di comunicazione e usa e abusa del potere della sua piattaforma X”. Ha sottolineato che l’unione di Musk e di altri giganti tecnologici con Donald Trump preannuncia il matrimonio tra i nuovi padroni del capitalismo statunitense e il promotore di Make America Great Again [MAGA].

E ha anticipato che questa formidabile alleanza avrà un impatto e un’influenza diretta sugli alleati degli Stati Uniti, a cominciare dagli europei.

Tra questi, il capo governo italiano Meloni, praticamente l’unico leader dei principali paesi europei che ha abbracciato con gioia la linea Trump-Musk. Meloni ha appena definito Musk un “genio” e uno “straordinario innovatore”. Proprio il ruolo che la rete X (come molti altri social media) sta già svolgendo come strumento di polarizzazione politica, come documenta uno studio pubblicato nel novembre 2024 su Nature Communications dalla City St. George’s School of Science and Technology, University of London, con il supporto dell’Alan Turing Institute.

Pur riconoscendo i propri limiti – include solo nove Paesi e l’analisi dei 375 milioni di interazioni su X è limitata a un solo giorno del settembre 2022 – questo studio serve comunque a indicare le tendenze. E conclude che i messaggi tossici influenzano e limitano il dialogo democratico nei nove Paesi studiati, promuovendo l’abuso o l’uso improprio di contenuti politici.

Più che mai il mondo reale, presentato a modo suo dalla comunicazione digitale in rete – in gran parte costruita dalla nuova intelligenza artificiale – controllata dagli uomini più ricchi del pianeta, sta diventando teatro di una crescente polarizzazione politico-ideologica che non si vedeva dalla fine della guerra fredda e che minaccia di infiammarsi in nuove guerre finora impensabili.

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11/01/2025

I pagliacci criminali dell’Afd, da Hitler a Musk

Il circo dei pagliacci dementi che si muove per conto del capitalismo finanziario si è arricchito di un nuovo personaggio, a suo modo sorprendente: Alice Weidel, “capa” del partito neonazista Alternative für Deutschland che si appresta a contendere la vittoria alla Cdu/Cdu nelle elezioni tedesche, tra sei settimane.

La signora, com’è noto, nel corso dell’intervista su X, realizzata direttamente da Elon Musk, ha deciso che era ora di togliersi dalla spalla l’ingombrante eredità di Adolf Hitler definendolo “un comunista”.

Definirla dunque un pagliaccio demente potrebbe sembrare sufficiente, viste le migliaia di comunisti tedeschi morti o imprigionati da Hitler in Germania, a cominciare dal segretario Ernst Thälmann, ucciso nel ‘44 nel campo di concentramento di Buchenwald. Stiamo parlando del segretario di un partito che nel ‘32, nelle ultime elezioni celebrate e che videro i nazisti in testa, aveva ottenuto il 20%.

Per non parlare poi dei 22 milioni di sovietici, comunisti e non, che morirono nella Seconda Guerra Mondiale, prima sotto l’attacco nazista e poi – dopo la battaglia di Stalingrado – nell’offensiva che portò l’Armata Rossa fin dentro il Reichstag, a Berlino, ponendo fine all’esistenza del nazismo come regime e alla vita infame del suo capo/fondatore.

Ma non stiamo qui a misurare il grado dell’offesa che l’ennesimo pagliaccio demente ha fatto nei confronti di tanta parte dell’umanità, segnatamente la migliore. Per quell’offesa, come si dice da sempre, col nazifascismo non si parla, lo si combatte. Punto.

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È importante invece mettere bene in luce l’operazione ideologica che sta alla base dello sproloquio di Weidel, perché involontariamente chiarisce quale sia la vera natura del risorto nazifascismo del Terzo Millennio, nelle pieghe della radicale crisi dell’imperialismo occidentale.

L’operazione si regge su due pilastri decisamente contemporanei.

In primo luogo Hitler, secondo lei, era “comunista” perché “ha nazionalizzato l’economia, voleva le grandi imprese collettive”, mentre lei e l’AfD sono “per il libero mercato”.

Come si vede, la realtà storica del nazifascismo così scompare quasi del tutto. La teoria della “razza ariana”, “geneticamente superiore”, il disprezzo per tutte le altre etnie – anche “bianche”, oltre che “colorate” – il suprematismo razzista, il Mein Kampf e qualsiasi altro carattere fondamentale del ventennio “nazional-socialista” viene dimenticato.

E soprattutto il “complotto demo-pluto-giudaico”, i “protocolli dei savi di sion” e tante altre invenzioni che hanno prodotto i lager...

La vera critica a Hitler sarebbe insomma solo la “nazionalizzazione” delle imprese.

Si comprende che un’ex funzionaria di Goldman Sachs sia rimasta colpita da quella scelta politica del “padre ignobile” del suo movimento.

Seppur ai “gradi bassi” – premette il Corriere della Sera – di una grande banca d’affari, ha comunque respirato a pieni polmoni il clima “intellettuale” che portava per esempio i colleghi di JP Morgan a stigmatizzare, già nel 2014, le Costituzioni dei paesi del Sud Europa perché “mostrano una forte influenza delle idee socialiste”.

Nel cervello bipolare di un finanziere, insomma, “socialismo” è sinonimo di “nazionalizzazione”. Il resto è contorno...

Si potrebbe parlare a lungo della Grande Depressione degli anni ‘30 del secolo scorso, conseguenza di lungo termine della “crisi del 1929”, esplosa con il crollo di Wall Street. Depressione particolarmente grave per la Germania, appesantita dal dover rimborsare i “danni di guerra” previsti dal Piano Dawes e dai Trattati di Versailles con cui si mise fine al primo conflitto mondiale.

Un “debito pubblico esorbitante”, anche quello, ma non certo dovuto ad una grande spesa sociale...

A quella crisi, tutti i principali paesi capitalistici reagirono ad un certo punto con “politiche keynesiane”. Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, indipendentemente dal regime politico vigente, “nazionalizzarono” parte del sistema economico.

L’Italia fascista, per esempio, lo fece in modo piuttosto radicale, nel tentativo (solo in parte riuscito, anche se a forza di olio di ricino) di modernizzare un paese ancora fondamentalmente agricolo.

Lo stesso New Deal rooseveltiano, pur senza toccare la proprietà privata delle grandi imprese, promosse i consumi popolari con grandi iniezioni di spesa pubblica, anche a costo di far lavorare milioni di persone “per scavare buche e poi riempirle”.

In Germania la “nazionalizzazione” fu molto parziale – altrimenti i Krupp non avrebbero finanziato il regime... – e concentrata soprattutto nella produzione di armamenti destinati ad allargare lo “spazio vitale” per il “popolo eletto” (un altro...).

Ma tutto questo è inutile spiegarlo a gente come Weidel, che ora deve solo legittimarsi agli occhi di un elettorato che potrebbe essere meno entusiasta del previsto (i grandi “padroni” non ci fanno più caso...). Via dunque il fantasma di Hitler, quel “comunista inconsapevole” che ha cercato di sterminarli...

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Il secondo pilastro del nuovo nazifascismo è ancora più infame. Siamo nel 2025, c’è un genocidio a Gaza commesso da Israele, ovvero dallo Stato che ha preso vita su decisione dell’Onu per cercare di “rimediare” all’orrore dell’Olocausto. Creando sciaguratamente le premesse di un altro genocidio da parte di un altro “popolo eletto”...

Il peso dell’accusa di antisemitismo, per quanto screditata dall’uso strumentale quotidiano che ormai ne fanno i sionisti, soprattutto in Germania e soprattutto per gli eredi ufficiali del nazismo, è ancora decisamente invalidante.

Cosa c’è di meglio, dunque, che rigettarla sulla “sinistra” e quindi scaricare Hitler perché “antisemita in quanto comunista”? In fondo c’è l’aiuto di Musk, ex sudafricano con miniere di diamanti, che sa altrettanto bene come si trattano “i negri” e i sindacati...

Anche qui, è inutile elencare gli innumerevoli ebrei – russi e non – che hanno avuto ruoli di rilievo nel movimento comunista internazionale e in genere nel movimento operaio.

Con i nazifascisti non si parla, è uno spreco di tempo.

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Con due frasette da avanspettacolo, insomma, Weidel (grazie a Musk) prova a scrollarsi di dosso una storia che non ha avuto eguali per livelli di infamia inumana.

Ma proprio questo – il fatto che sia possibile “aprire la bocca” e sparare la qualsiasi, senza trovare qualcuno che ti sputi in faccia togliendoti il microfono – spiega cosa sta avvenendo nel panorama ideologico della crisi di egemonia capitalistico-occidentale.

In ogni paese dell’Occidente ci sono movimenti o partiti nazifascisti che accrescono la propria presenza, influenza, presa elettorale. Tutti questi soggetti, nel loro paese e nel loro insieme, vengono quotidianamente “sdoganati” dal sistema mediatico, oltre che dal resto del panorama politico. Ovvero dai leccapiedi del capitale finanziario e industriale (che possiede quasi tutti i media e foraggia “la politica”).

Non è un caso, non è una tendenza fortuita, non è un imprevisto della Storia, né una disattenzione...

Il fiato del “sistema economico” è corto, le disuguaglianze sociali sono abissali, il mercato mondiale si va frammentando a velocità crescente, da nessuna parte c’è un’idea minima di come ricreare un “modello per il futuro” che sia appetibile per tutti gli strati sociali. O almeno per la maggioranza delle popolazioni.

Si va ad occhi chiusi verso la disoccupazione di massa (solo in questi giorni esce fuori che l’Intelligenza Artificiale farà prestissimo fuori almeno 200.000 funzionari di banca, a Wall Street e dintorni), salari sempre più bassi anche per le funzioni “cognitive”, servizi sociali solo a pagamento, ecc..

Per governare le prevedibili tensioni sociali in tutto l’Occidente la “democrazia” e i “diritti” sono un lusso non più funzionale. I nazisti, invece, tornano utili. Quindi “di moda”. Qualsiasi cazzata dicano...

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15/12/2024

Germania in crisi di fiducia

Il pilastro più credibile della “stabilità europea” è da decenni la Germania. Una situazione sociale interna faticosamente tenuta sotto controllo tramite una riduzione dei salari e del welfare molto minore di quanto preteso dai partner europei, un basso debito pubblico che ha consentito per anni di rifinanziarlo a costo praticamente zero, una lunga consuetudine di buoni rapporti con la Russia (fornitrice di gas e altre materie prime a basso costo) e con la Cina (uno dei principali mercati di sbocco per la propria produzione industriale).

Crisi economica e guerra, “di comune accordo”, hanno demolito questo assetto, destabilizzando il consenso sociale. Gruppi industriali multinazionali (Volkswagen, Bmw, Mercedes, ThyssenKrupp, Siemens, ecc.), per la prima volta in 70 anni, stanno chiudendo stabilimenti in patria e pianificano decine di migliaia di licenziamenti.

La guerra alle porte ha spinto l'aumento della spesa militare, mentre quasi un milione di ucraini si è rovesciato sul paese, stressando una struttura di accoglienza già logorata da altre ondate di immigrazione d’emergenza (un milione di siriani, negli ultimi dieci anni) e dal crescere di un razzismo mai completamente domato.

Inevitabile dunque che la coalizione “semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) finisse stritolata e divisa tra “austeri economici” (i liberali), guerrafondai idioti (i verdi) e “prudenti” che vivevano alla giornata (Scholz e l’Spd).

Le elezioni nei land dell’est hanno certificato l’esplosione delle forze considerate “anti-sistema”, come i nazisti dell’AfD (in versione “no war”) e la sinistra radicale di Sarah Wagenknecht (ma con pessime posizioni sugli immigrati). E il rafforzarsi del conservatorismo guerrafondaio dei democristiani guidati da Merz.

Un quadro parecchio confuso che non lasciava intravedere soluzioni “stabili” quanto a programma e identità. Quindi l’unica strada praticabile sono diventate le elezioni anticipate (una rarità nella tradizione politica tedesca). Le quali, però, devono arrivare costituzionalmente dopo un percorso piuttosto lungo, costruito per evitare tracolli rapidi in stile Repubblica di Weimar.

Quindi domani ci sarà il primo passaggio formale: il voto di fiducia chiesto dal cancelliere Scholz al Reichstag. E qui comincia la serie dei paradossi.

Scholz, infatti, non vuole avere la maggioranza per poter fissare le elezioni politiche al 23 febbraio. L’AfD – che stando ai sondaggi dovrebbe diventare il secondo partito dietro la Cdu di Merz – potrebbe invece votare a favore, perché ritiene che Merz porterebbe la Germania ad un coinvolgimento molto più diretto nel “sostegno” a Kiev, con rischi di guerra molto più alti. Ma neanche i neonazisti vanno tutti d’accordo, e una parte potrebbe comunque votare contro.

I Verdi, guerrafondai da sbarco, si sono avvicinati alla Cdu, puntando a creare una nuova coalizione. Dunque potrebbero astenersi dal dare la fiducia al governo di cui fanno parte per “compensare” l’indesiderato voto a favore dei nazisti. Ma neanche i democristiani vanno d’accordo tra loro: Merz ha lasciato intendere che con i Verdi si potrebbe anche fare, ma la Csu bavarese (il partito “gemello” del sud) lo esclude assolutamente. Dunque potrebbe astenersi o votare la fiducia per aver più tempo per risolvere le contraddizioni interne.

In teoria, dunque, il governo potrebbe addirittura restare in piedi, ma senza più alcun potere reale “grazie” alla necessità di contrattare continuamente ogni scelta con maggioranze variabili. Un po’ come cercherà di fare Bayrou in Francia, insomma...

Un caos molto “italiano”, come si vede, che probabilmente non verrebbe risolto neanche dal voto di febbraio. E che lascia “l’Europa” senza più baricentro, in balia dei suprematisti “atlantici” dell’est europeo (preoccupa il ruolo di “ministro degli esteri” assegnato da von der Leyen all’estone Kaja Kallas, discendente di un comandante “antisovietico” negli anni ’20) e delle turbolenze promesse da un Trump più nettamente “America first”.

Buon anno!

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25/10/2024

Prove tecniche di liberalfascismo al Parlamento di Strasburgo

Sul contrasto duro all’immigrazione, nel Parlamento Europeo di Strasburgo stiamo assistendo alle prove tecniche di liberalfascismo in azione in Europa.

Durante le votazioni dei giorni scorsi, un primo emendamento proposto dalla destra tedesca di Afd che chiedeva “finanziamenti adeguati per la costruzione di barriere fisiche a protezione dei confini”, è stato approvato con 329 sì grazie ai voti di Conservatori, Patrioti e Destra ma anche del Ppe.

I contrari sono stati 297: i socialisti, la sinistra, i verdi, e la maggioranza dei liberali. Un incidente di percorso? Niente affatto.

Anche un secondo emendamento, sempre firmato dalla destra europea, che in questo caso chiedeva di “esaminare la possibilità di delocalizzare parti della politica migratoria Ue e di valutare l’idea di sviluppare politiche di rimpatrio fuori dai confini Ue” (in sostanza il modello Albania “ingegnato” dal governo Meloni) è stato approvato con la medesima maggioranza. Infine, e non certo per importanza, è stato approvato anche un terzo emendamento, questa volta presentato dai Patrioti, il quale chiedeva di aumentare i fondi per la contestatissima missione Frontex.

All’inizio della settimana, questa sorta di nuova maggioranza formata dal Ppe e dalle destre europea aveva anche bloccato la richiesta di un dibattito all’Europarlamento dedicato specificamente al protocollo Italia-Albania.

Mercoledì è saltata la risoluzione della “maggioranza Ursula” sul bilancio europeo. Socialisti, popolari e verdi non l’hanno votata proprio perché contrari agli emendamenti che il Ppe aveva approvato giocando di sponda con la destra.

La capogruppo dei socialisti al Parlamento Europeo Iratxe Garcia Perez, ha lasciato intendere che se la Von der Leyen dovesse insistere sulla proposta di istituire centri per il rimpatrio dei migranti fuori dal territorio Ue, il gruppo dei socialisti e democratici a Strasburgo potrebbe far venir meno il suo sostegno nei prossimi giorni, cioè quando dovranno essere approvati i nuovi commissari indicati dalla Von der Leyen per la Commissione Europeo. Su questo è stato esplicito il parlamentare europeo spagnolo Juan Fernando Lopez Aguilar, secondo il quale la linea della Von der Leyen “melonizza la politica dell’Unione europea” e rappresenta “una concessione strategica all’estrema destra”.

Non c’è dubbio che il tema immigrati sia quello più rognoso e lacerante in sede europea ed anche all’interno dei singoli paesi. Non lo è purtroppo l’ossessione guerrafondaia della Ue in Ucraina e neanche il ripristino dell’austerity e del rigore di bilancio in economia. Ma è proprio su questo tema che stiamo assistendo a pericolose alleanze a geometria variabile tra liberalconservatori e destra, una conferma ulteriore della natura reazionaria delle istituzioni dell’Unione Europea e del clima che si respira in Europa.

È evidente come anche il clima di guerra che scuote l’Europa e il Medio Oriente stia producendo regressione civile e ferite profonde nella società europee.

Secondo l’Agenzia Ue per i diritti fondamentali (Fra) oggi un musulmano su due nell’Ue è vittima di “razzismo e discriminazione nella vita quotidiana”. Cresce dunque l’islamofobia e non solo l’antisemitismo che – a differenza della prima – gode però di maggiore attenzione, denuncia e pubblicità.

C’è stato un aumento sensibile dell’islamofobia rispetto all’ultima indagine del 2016: le persone di religione musulmana che subiscono discriminazioni razziali sono passate dal 39 per cento al 47 per cento. Potenzialmente, parliamo di oltre 13 milioni di persone, la metà di quanti ne vivono in Europa. I musulmani rappresentano infatti il secondo gruppo religioso dell’Ue, secondo il Pew Research Center nel 2016 erano 26 milioni di persone. L’Agenzia Ue ha intervistato – tra l’ottobre 2021 e l’ottobre 2022 – 9.604 musulmani in 13 Paesi dell’Ue: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Svezia. Ben prima del 7 ottobre 2023.

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10/10/2024

Il suicidio della Germania “austera”

Il ministro dell’Economia tedesco, il verde-liberale Robert Habeck, ha confermato mercoledì che il prodotto interno lordo del Paese è destinato a ridursi per il secondo anno consecutivo e ha attribuito la colpa della crescente debolezza dell’economia ai “fallimenti degli ultimi decenni”.

Il governo tedesco prevede ora una contrazione dell’economia dello 0,2% quest’anno, mentre in precedenza aveva previsto una crescita dello 0,3%, ha dichiarato Habeck ai giornalisti.

“La ripresa viene quindi nuovamente ritardata, ma ora principalmente non a causa di fattori ciclici che sono peggiorati o si sono sviluppati più lentamente, ma perché i fattori strutturali la rendono molto più difficile”.

Habeck ha attribuito la debolezza economica della Germania non tanto alle politiche della coalizione di tre partiti al governo, ma piuttosto a problemi strutturali di lunga data che sono stati “incorporati” nell’economia per decenni – in particolare la mancanza di investimenti nelle infrastrutture e la scarsità di manodopera qualificata.

Sembra evidente che il ministro in questione scambi gli effetti (“investimenti in infrastrutture “e “carenza di manodopera qualificata”) per le cause, toppando quindi clamorosamente la “prognosi” per superare la crisi (ricordiamo che per definire una fase come “recessione” servono due trimestri di crescita negativa, mentre qui si sta parlando già di due anni).

Citare quei due problemi significa infatti mettere sotto accusa la politica di tutti i governi tedeschi, almeno negli ultimi 20 anni, relativamente agli investimenti pubblici e alla formazione professionale (come minimo). Il che, inevitabilmente, porta a criticare duramente il “modello economico” scelto dalla Germania ed imposto a tutta l’economia europea tramite l’Unione, i cui ha rappresentato sempre un primus inter pares.

Si tratta, com’è noto, del “modello export oriented”, detto anche mercantilismo. Ovvero un sistema programmaticamente mirante a realizzare la maggior parte dei profitti con le merci da esportazione, abbassando o congelando i salari interni (obiettivo realizzato con le “leggi Hartz IV”, all’inizio degli anni 2000, con il governo del “socialdemocratico” Schroeder, che aveva anche legalizzato i mini-job, o “lavoretti”).

Quel modello si era imposto su tutte le filiere di contoterzisti della produzione tedesca (Italia in testa, specie il Nordest), realizzando grandi guadagni privati ma impoverendo drasticamente la “domanda interna”, ossia la capacità di spesa di lavoratori e pensionati.

Un assetto che alla lunga ha esposto le grandi imprese esportatrici a stop provocati dalle crescenti tensioni internazionali (le “sanzioni alla Russia” e soprattutto la distruzione del gasdotto North Stream hanno demolito due pilastri del sistema mercantilista tedesco), ma hanno anche eroso gravemente la coesione sociale, aprendo uno spazio gigantesco all’avventurismo neonazi.

La demolizione del “modello sociale” era infatti fin troppo chiaramente responsabilità della “Grosse Koalition” (democristiani e socialdemocratici) che aveva monopolizzato i governi del nuovo millennio.

Ora tutti i nodi stanno arrivando contemporaneamente al pettine. E l’attuale governo si ritrova di fatto bloccato proprio da quel “pilota automatico” che aveva “costituzionalizzato” nella convinzione che avrebbe impedito il ritorno alla “spesa facile” e quindi all’espansione del debito pubblico.

La risposta di Berlino alla crisi del modello, spiega anche il ministro liberale (la Storia ha un’ironia devastante) è stata limitata da un freno costituzionale al debito che limita il deficit federale allo 0,35% del PIL, tranne che nei momenti di emergenza. Il che significa impedire qualsiasi “stimolo” di una certa importanza, che vada al di là di piccoli aggiustamenti.

Politicamente tutto è cominciato a precipitare. A settembre la notizia che la casa automobilistica Volkswagen stava considerando di chiudere gli stabilimenti nazionali per la prima volta in assoluto ha fatto capire a molti tedeschi la portata dei problemi del Paese. Si sono presto aggiunte le analoghe crisi di Mercedes e Bmw, ovvero di tutto il comparto automobilistico, cuore pulsante dell’economia di Berlino.

A questo sviluppo ha fatto seguito la decisione del produttore di chip Intel di sospendere i piani di costruzione di un impianto da 30 miliardi di euro in Germania. E così.

L’avanzata neonazi in Sassonia, Turingia e Brandeburgo (tutti land dell’ex Ddr) ha messo di fronte ad un esito che avrebbe dovuto essere considerato scontato già da anni: l’impoverimento sociale e la “disponibilità socialdemocratica” alle politiche neoliberiste porta ad una reazione inevitabilmente feroce e di estrema destra. Contro cui a poco servono i richiami all’”unità antifascista” lanciati dagli stessi soggetti che hanno voluto quella demolizione di salari e diritti.

Ora i membri “di sinistra” della coalizione semaforo – il Partito Socialdemocratico (SPD) e i Verdi – sono favorevoli a un allentamento delle rigide regole di spesa, mentre i Liberi Democratici, conservatori dal punto di vista fiscale, vogliono che tali regole siano rispettate. L’impasse politica, ovvaiamente, può solo peggiorare la situazione...

E a destra, seppure solo sul piano strettamente economico, va anche l’impostazione dei democristiani: “C’è la minaccia di una spirale negativa, che ci porterà a rimanere in questa difficile situazione economica nei prossimi anni”, ha dichiarato Carsten Linnemann, leader dell’Unione cristiano-democratica conservatrice (CDU).

Il Paese, ha aggiunto, ha bisogno di un’agenda economica ambiziosa che “crei libertà e rimetta in primo piano la performance”.

Più neoliberismo per combattere gli effetti di una politica economica neoliberista, insomma. Come quei tossicodipendenti che devono aumentare la dose di eroina per avere la stessa sensazione. Non finisce mai bene…

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26/09/2024

Elezioni nel Brandeburgo, cosa c’è da capire

La prima cosa su cui mi sentirei di attirare l’attenzione è l’alta percentuale di votanti, sopra il 70%. La seconda cosa è la vittoria di Pirro della SPD, che non riesce a formare una maggioranza, una volta che i Verdi sono stati estromessi dal parlamento regionale.

È la seconda volta, dopo la Turingia, che i Verdi non raggiungono la soglia del 5%. E ben gli sta, perché un partito nato sulla protezione dell’ambiente, e quindi sulla pace, si era trasformato in un partito di bellicisti sostenitori di Zelensky. Però è anche una triste constatazione, in quanto il patrimonio costituito dall’ambientalismo tedesco aveva reso l’aria più respirabile nell’Europa neoliberale. Oggi quel patrimonio è stato disperso.

AfD, si dice, ha perso col suo 29,9%. Sì, è arrivata seconda però i numeri in Parlamento regionale sono tali che AfD ha conquistato la «Sperrminorität», ossia può bloccare tutte le decisioni che richiedono la maggioranza di due terzi, per esempio quelle per l’elezione dei giudici costituzionali. Non solo, la AfD è primo partito tra i giovani dai 18 ai 24 anni. Non solo, il candidato di punta della AfD ha ottenuto nel suo collegio il cosiddetto «Direktmandat» con il 39,9% dei voti (!).

La vittoria della SPD viene spiegata con la grande popolarità del Presidente del Land, Dietmar Woidke, che governa da 11 anni, ma stavolta è la prima volta che non riesce ad ottenere il «Direktmandat» (per soli sette voti). È considerato un critico di Scholz ma non ha un profilo da porlo sul piano della politica nazionale, è considerato un’icona regionale. Quindi Scholz ha potuto tirare un sospiro di sollievo ma fino a un certo punto, la SPD va bene se non segue la sua politica (debbo ancora analizzare meglio su quali aspetti i due sono in contrasto).

Stupisce la magra figura della CDU che si fa superare anche dalla new entry BSW (Sahra Wagenknecht). Il suo capo Friedrich Merz, l’ultraatlantista che ha fatto fuori la Merkel, si era comportato bene, addirittura era stato l’unico leader nazionale a tenere un comizio l’ultimo giorno utile per dire che loro con la AfD non volevano avere a che fare e che bisognava isolarla (coerente in questo con la posizione del suo partito in Europa).

Resta da capire cosa succede adesso con il partito BSW. Innanzitutto come collocarlo politicamente. Definito ormai dai media, anzi bollato, come rossobruno (mezzo comunista mezzo fascista), questo partito ha avuto il merito, secondo me, di guardare in faccia la AfD, invece di cancellarla con l’epiteto neonazista e risolvere così la questione (teoria del cordone sanitario ovvero della politica dello struzzo).

Ha cominciato a dire: “vi siete chiesti perché i giovani votano AfD? Noi diciamo perché soffrono il precariato, la disoccupazione, la mancanza di valori, cioè tutto quello che hanno prodotto le politiche neoliberali, ergo bisogna combattere quelle politiche”.

Ha cominciato a dire: “Ma perché tutto quello che dice la AfD deve essere sbagliato? E se per caso dicesse qualche cosa di giusto, non sarebbe il caso di starla ad ascoltare e di intervenire sulle cause della sua protesta?”. Addirittura ha detto che sarebbe disposta a votare delle mozioni di AfD se fossero ragionevoli.

Insomma ha, a mio avviso, messo il dito sulla piaga, denunciando il fatto che spesso l’”antifascismo” [del potere, ndr] è solo immobilismo, se non il modo con il quale si giustifica il persistere di politiche neoliberali.

Ma c’è un altro motivo per cui BSW va forte: per la sua campagna contro la criminalità finanziaria, contro l’evasione fiscale organizzata dalle grandi banche, quella che aveva fatto diventare famosa la procuratrice Anne Brorhilker, che aveva scoperto le colossali truffe fiscali organizzate dalle banche e le aveva portate in giudizio.

Bene, questa donna ha dato in aprile le dimissioni dalla magistratura dicendo che l’apparato statale non ha nessuna intenzione di perseguire fino in fondo l’evasione fiscale ed ha lasciato intendere che il cancelliere Scholz è uno dei primi a voler proteggere la criminalità finanziaria.

BSW ha tra i suoi uomini di punta Fabio De Masi, un oriundo italiano che ha combattuto con grande energia e competenza la criminalità finanziaria. Ma non basta, BSW ha denunciato il modo in cui il Cancelliere ha gestito l’affare dell’attentato al North Stream.

E allora tiriamo le somme: la SPD e la CDU insieme non hanno la maggioranza nel Brandeburgo, hanno bisogno di una stampella, sarebbero stati i Verdi o i Liberali, quelli che formano l’attuale governo federale, ma nessuno dei due ha superato la soglia del 5%, quindi sono fuori.

Che cosa rimane? La BSW, che ha già detto che è disposta a dare una mano ma a certe condizioni, lo ha detto la sua portavoce in Brandeburgo che si chiama Amira Mohamed Ali. Quindi in Brandeburgo si formerebbe una coalizione, comunque traballante, formata da un leader SPD avversario di Scholz e da un partito che considera Scholz un protettore degli evasori fiscali.

Si capisce la Schadenfreude di AfD, che esulta per la sedicente sconfitta pensando alla vittoria nelle prossime elezioni federali (2025) e irride alla possibile coalizione di carta che si potrebbe formare nel Land. I Verdi, invece di fare autocritica, sclerano con dichiarazioni da gente che ha perso il cervello.

Per dire l’aria che tira da quelle parti. Tra i candidati AfD c’era un commerciante di auto che aveva certe cariche riservate ai laici nella chiesa evangelica. La Chiesa gli ha tolto tutte le cariche e l’uomo non è stato eletto.

Una delle cose più interessanti da sapere è a chi sono andati i voti degli ex astensionisti. Insomma, quelli che si sono astenuti nelle elezioni precedenti per chi hanno votato adesso?

Questa, a mio avviso, è la questione politica più scottante oggi in Europa, o si capisce la dinamica dell’astensionismo o si va avanti così tra neoliberalismo, populismi e neofascismo. Fermo restando ovviamente che la questione n. 1 in assoluto è la lotta contro le politiche neoliberali e belliciste.

I conflitti sul terreno del lavoro sono l’unica via d’uscita e l’esperienza del WFP (Working Families Party) negli Stati Uniti mi conforta in questo senso.

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