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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/10/2025

La denuncia contro Meloni, Tajani, Crosetto e Cingolani è alla Corte Penale Internazionale

Martedì scorso è stata inviata al Procuratore della Corte penale internazionale la versione inglese della denuncia per complicità in genocidio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto e dell’amministratore delegato di “ Leonardo” SpA, Roberto Cingolani.

I Giuristi e Avvocati per la Palestina fanno sapere che il testo della denuncia che è stato inviato al Procuratore a nome dei 51 firmatari insieme a 51 allegati di documentazione probatoria, è stato pubblicato sul sito www.giuristiavvocatiperlapalestina.org, dove chiunque può aderirvi.

Le adesioni finora pervenute sono più di 41mila, ma la raccolta proseguirà ad oltranza nei prossimi mesi, almeno fino alla fine dell’anno, e verranno organizzate iniziative in merito su tutto il territorio nazionale per presentare e spiegare la denuncia.

“Con tale denuncia intendiamo dare espressione alla volontà della stragrande maggioranza del popolo italiano di ripudiare il genocidio del popolo palestinese e tutti coloro che in qualsiasi modo vi concorrano” scrivono i Giuristi e Avvocati per la Palestina.

Nessuna pace può fondarsi sull’ impunità dei carnefici e dei loro complici. “L’Italia interrompa immediatamente ogni fornitura di armi verso Israele ed ogni collaborazione militare col regime genocida”, affermano i firmatari.

Contro questa denuncia si è parecchio “innervosita” la premier Meloni, mentre giornali della destra come Libero evocano addirittura l’interrogativo se “i 51 firmatari si possono definire come nemici del popolo italiano”.

Il procedimento è dunque ormai avviato a livello di Corte Penale Internazionale, dove non è immaginabile trovare un cancelliere amico che magari mette la cartellina in fondo al mucchio o un ministro della Giustizia che manda gli ispettori a intimidire i giudici.

A quello ci stanno già pensando Trump con le sanzioni e Israele con le minacce. Ma non è detto che funzionino e se non funzionano prima o poi occorrerà dare spiegazioni convincenti in sede di giustizia internazionale delle scelte fatte mentre si consumava il genocidio del popolo palestinese.

Ad aumentare le preoccupazioni degli esponenti del governo italiano arriva anche la decisione della Corte Penale Internazionale che ha respinto una richiesta di Israele di annullare il mandato di arresto internazionale nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu, come anche dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

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07/10/2025

Governo Meloni e Leonardo denunciati alla Corte Penale Internazionale per genocidio

Verrebbe da dire: “era ora!” Per mesi il governo italiano ha rappresentato, insieme a quello tedesco tra quelli europei, il più strenuo difensore del terrorismo sionista, sostenendo e armando il genocidio dei palestinesi. A guadagnarne, come mostrato anche dalla relatrice speciale ONU Francesca Albanese, è stata anche Leonardo S.p.A. Ora, finalmente, sta per arrivare la denuncia alla Corte Penale Internazionale (CPI).

Il gruppo Giuristi e Avvocati per la Palestina (GAP), col sostegno di tante firme di varie personalità, ha presentato due azioni legali ai giudici dell’Aja: una riguarda la mancanza di protezione della Global Sumud Flotilla, colpita con atti assimilabili alla pirateria, l’altra è per la complicità con i vertici di Tel Aviv in crimini di guerra, contro l’umanità e, ovviamente, genocidio.

Nel testo disponibile online si legge che “la denuncia si sofferma su alcune delle complicità internazionali, in particolare quelle del governo italiano, che hanno reso presumibilmente possibile la commissione di crimini di guerra e contro l’umanità dell’indagine sui quali questa Corte è da tempo incaricata, come pure l’attuazione del piano genocida sul quale è in corso il giudizio della Corte Internazionale di Giustizia”.

La CPI persegue singole persone, e i nomi scritti sui documenti presentati dai GAP sono quelli della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del ministro degli Esteri Antonio Tajani, di quello della Difesa Guido Crosetto e, infine, quello dell’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani. Ricordiamo che Leonardo è un’azienda che ha come maggior azionista il ministero dell’Economia, e dunque rappresenta, in un certo senso, il ‘braccio armato’ imprenditoriale di Palazzo Chigi.

Bisogna inoltre sottolineare che Cingolani, in un’intervista organizzata con Federico Fubini sul Corriere della Sera per rispondere proprio alle accuse di complicità col genocidio, pubblicata lo scorso 30 settembre, è finito con lo smentire il governo e ammettere che le forniture di armamenti a Israele sono continuate anche dopo il 7 ottobre 2023, nonostante le disposizioni della legge 185/1990 che prevedono la sospensione o la revoca delle licenze con paesi in conflitto o che violino i diritti umani.

Due casi in cui Israele rientra perfettamente, ma la filiera di morte non è stata fermata. E allora era inevitabile che i vertici del governo e di Leonardo venissero deferiti alla CPI. Gli estensori della denuncia hanno raccolto una lunga serie di elementi probatori per supportare la denuncia, che non si fonda solo sui commerci di armi, ma anche sulla funzione indispensabile avuta da Sigonella, ad esempio, come hub per far arrivare a Tel Aviv gli aiuti militari statunitensi.

Ma c’è di più, e di peggio. Sono stati i portuali di Genova, Livorno e Ravenna a identificare l’invio di armi ‘supplementari’ per un valore di circa 638 mila euro: ‘armi non letali’ e pezzi di ricambio tra cui componentistica per gli aerei F-35 israeliani, che sono usati per uccidere inermi civili nella Striscia di Gaza.

Soprattutto, è vergognoso e inaccettabile – al punto che le dimissioni sarebbero il minimo – che i ministri Tajani e Crosetto abbiano tentato in tutti i modi di occultare i vari trasferimenti verso Israele applicando il segreto politico, diplomatico e militare sulle transazioni di armi e componentistica, in barba alla legge. Del resto, l’ha detto Tajani, il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”.

Se la legge dei tribunali internazionali verrà fatta rispettare “fino a un certo punto”, sappiamo bene che il tribunale della storia sarà meno clemente.

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13/07/2025

Do you remenber Bibbiano? E dunque?

È arrivata la sentenza di primo grado del processo “Angeli e Demoni”, che riguardava presunti illeciti compiuti a danno di bambini da assistenti sociali, psicoterapeuti e amministratori locali di un paesino dell’Emilia Romagna. Caso mediatico e politico, oltre che giudiziario, che infiammò il dibattito qualche anno fa.

“Parlateci di Bibbiano”: come non ricordare questa frase, divenuta slogan, che veniva ripetuta come un mantra per stigmatizzare la bruttissima vicenda – per come si stava delineando – di Bibbiano, paesino in provincia di Reggio Emilia catapultato, tra il 2018 ed il 2019, alla ribalta del dibattito pubblico, mediatico e politico.

Un’inchiesta, partita da una serie di segnalazioni da parte dei servizi sociali, mise alla luce una serie di presunti illeciti commessi da parte di assistenti sociali e psicoterapeuti, con l’avallo di amministratori locali, a danno di famiglie a cui sarebbero stati sottratti i figli, perché vittime di altrettanto presunti abusi, per poi essere affidati ad altri nuclei familiari, in alcuni casi vicini e contigui (amici o parenti) a chi decideva sugli allontanamenti.

Le accuse di abuso sessuale nascevano, in alcuni casi, da dichiarazioni degli stessi bambini “fuorviati” dagli assistenti sociali e dagli psicoterapeuti coinvolti che avrebbero manipolato i minori inducendo in loro tali drammatiche convinzioni.

Terribile. Tutto terribile, se vero. Ma andava, appunto, verificato: dall’inchiesta e da tre gradi di processo, come si usa fare all’interno del sistema giudiziario italiano. Invece, come spesso – anzi quasi sempre – avviene, la vicenda divenne strumento di propaganda politica in maniera abnorme: gli amministratori locali di Bibbiano erano del PD, al governo c’erano il Movimento 5 Stelle e la Lega (ma sarebbe durato poco), Fratelli d’Italia era all’opposizione del governo giallo verde ma anche pronta a scagliarsi contro i Dem o chiunque altro per ottenere consensi. In più, all’orizzonte di breve termine c’erano le elezioni regionali in Emilia Romagna, con la leghista Bergonzoni (poi sconfitta) che provava a scalzare dal governo della regione Stefano Bonaccini ed il PD.

E dunque, in breve il partito guidato allora da Nicola Zingaretti divenne, nel discorso dei suoi oppositori, il partito dei sottrattori di bambini. Lo disse chiaramente Luigi Di Maio, allora alla guida del M5S: «Io col partito di Bibbiano non voglio averci nulla a che fare. Col partito che in Emilia toglieva i bambini alle famiglie con l’elettroshock per venderseli non voglio avere nulla a che fare». Fu dunque per lui uno sforzo terribile accordarsi, qualche mese dopo, proprio col PD per dare vita al governo ‘giallorosso’, nato in seguito al maldestro tentativo di Matteo Salvini di fare il colpaccio e diventare premier e terminato con la Lega all’opposizione insieme a Forza Italia e a Giorgia Meloni.

Anche lui, Matteo Salvini, partecipò all’attacco a testa bassa contro ‘il partito di Bibbiano’, addirittura portando una bambina ‘sottratta alla famiglia’ sul palco di un comizio elettorale: peccato che la minorenne in questione fosse lombarda, e nulla c’entrasse con Bibbiano. Ovviamente anche Fratelli d’Italia provò ad ottenere il massimo – elettoralmente parlando – dalla vicenda, spingendo forte sul ‘Parlateci di Bibbiano’ per mesi.

La vicenda – come spesso accade in casi del genere – perse con il tempo forza, sostituita da altre storie e questioni. Arrivò la pandemia, poi il governo Draghi (con Lega e M5S serenamente in maggioranza assieme al PD), la guerra, poi le elezioni, il governo di destra della Meloni, e chissà se un poco di quel successo elettorale nacque anche dalla potente operazione mediatica costruita sui presunti fatti di Bibbiano.

L’opinione pubblica, con il tempo, si scordò di quella storia: a differenza, immaginiamo, di chi era imputato nel processo. Ah, il processo: come dicevamo, è arrivata la sentenza di primo grado, che ha assolto undici imputati su quattordici, condannandone solo tre per reati che nulla c’entravano con i capi d’imputazione principale, relativi al presunto sistema di affidamenti illeciti.

Ovviamente il PD è immediatamente partito alla carica, chiedendo le scuse formali in particolare ai tre leader dell’epoca che tanto insistettero su quella storia: Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Scuse che ovviamente non arriveranno mai. Anzi, da Fratelli d’Italia è arrivata una specie di supercazzola che più o meno suona così: “La sentenza non cancella un sistema indegno. Continueremo a chiedere conto alla sinistra”. Di cosa, non si capisce bene: a meno che la sentenza di secondo grado ribalti questa, al momento pare che a Bibbiano – rispetto a vicende di affidamenti illeciti e presunte manipolazioni di minori – non sia accaduto praticamente nulla.

Ma qualcosa va detto, come qualcosa doveva dire il PD: rappresentazione utile a quei pochi che, in questo paese, ancora si aspettano che la politica renda contro di quel che dicono, ed in caso di palesi e madornali errori, li riconoscano e si scusino.

Ma non funziona così, è chiaro. E non solo per la politica. Vale quel che si dice nel momento in cui lo si dice, già due giorni dopo non conta più. Altrimenti – tanto per fare un esempio – qualcuno avrebbe chiesto con forza conto al nostro ministro degli Esteri delle avventate dichiarazioni sull’attacco di Israele all’Iran: “Non ci sono segnali di un attacco imminente”, aveva detto neanche 24 ore prima che le bombe israeliane iniziassero ad esplodere. Il fatto che un Ministro degli Esteri faccia una simile figura, e confermi una così smaccata distanza dalla realtà di quel che succede nelle materie di sua competenza, sarebbe grave, in un luogo ed in un tempo normale. Ma non oggi, non in Italia.

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04/06/2025

Bilaterale di riappacificazione tra Meloni e Macron?

Si è svolto martedì l’incontro tanto atteso tra il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, e la presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni. È durato più del previsto – oltre tre ore – il faccia a faccia tra i due politici, che aveva l’obiettivo di distendere i rapporti tra Parigi e Roma.

Nelle ultime settimane, infatti, si erano susseguiti momenti di tensione tra Macron e Meloni, in particolare in riferimento al ruolo dei ‘volenterosi’ nella continuazione della guerra in Ucraina. Anche se la presidente di Fratelli d’Italia ha fatto poi da mediatrice nel dialogo tra Bruxelles e Washington, è stata considerata troppo vicina a Trump e troppo accondiscendente con le sue trattative con Mosca.

L’incontro di Roma doveva quindi servire a ribadire l’unità europea nello scenario determinato dalla rottura dell’euroatlantismo, e in parte lo ha fatto. Sul terreno degli interessi economici, della cooperazione, della difesa comune europea, e non senza un po’ di retorica anche sul dossier ucraino, la faglia tra Italia e Francia sembra ricucirsi.

Nel comunicato finale del bilaterale si legge: “l’Italia e la Francia, fedeli al loro ruolo di Nazioni fondatrici della costruzione europea, intendono rafforzare il loro impegno comune per un’Europa più sovrana, più forte e più prospera, soprattutto orientata alla pace e capace di difendere i propri interessi e di proteggere i propri cittadini”.

Riguardo alla situazione di Kiev, l’unica cosa che è stata scritta è una generica rivendicazione di una “soluzione equa e duratura”, ma quel che è davvero interessante è che la ricerca di tale via d’uscita è immediatamente collegata “a un ambizioso cambiamento di scala nella difesa europea, sia in termini di investimenti che di sostegno alla base di difesa industriale e tecnologica europea”.

Sono infatti i temi di un salto di qualità della UE e i nodi del Mediterraneo in particolare che sembrano aver tenuto banco nel dialogo tra Meloni e Macron. Dal comunicato si evince che dai due leader è stata riservata molta attenzione alla competitività europea, all’energia, alla semplificazione delle norme comunitarie.

Francia e Italia hanno concordato anche di lavorare insieme per la “preparazione del prossimo Consiglio europeo e, più in generale, sul prossimo quadro finanziario pluriennale, sulla migrazione, sull’allargamento e sulle riforme”. Nella dichiarazione congiunta finale c’è scritto che i due paesi devono ragionare “sulle condizioni necessarie a far concorrere le imprese europee ad armi pari”.

“Ciò vale – si legge sempre nel comunicato – anche per i settori in transizione, come l’industria automobilistica e siderurgica, che richiedono un forte impegno europeo, nonché per i settori più avanzati, come l’intelligenza artificiale, le fonti di energia de-carbonizzate rinnovabili come il nucleare, e lo spazio, dove i nostri interessi bilaterali ed europei sono collegati”.

Automotive, IA, nucleare, spazio: dalla spina dorsale dell’industria europea alla frontiera delle nuove tecnologie, dall’atomo e dalla ricerca dual use ai servizi satellitari, è la concretezza degli interessi in questi campi che ha riportato Macron e Meloni a parlarsi. Che essi trovino solo nel rafforzamento dell’autonomia strategica europea una possibilità di stare al passo coi tempi è evidente.

Ma non bisogna precipitare le opinioni sul disgelo tra Parigi e Roma. Appena prima dell’incontro con Macron, Meloni ha incontrato anche Robert Fico, unico partecipante alla parata del 9 maggio a Mosca. Per una buona mezz’ora ha parlato con la presidente del Consiglio della situazione ucraina, e i messaggi che ne sono usciti rimangono contraddittori.

Anche se il capo del governo slovacco e di quello italiano hanno ribadito il comune “impegno per la ricostruzione del paese (l’Ucraina, ndr) in vista della Ukraine Recovery Conference”, che si terrà a Roma il 10 e 11 luglio, Fico ha anche detto ai cronisti che la strategia di alcuni membri UE, che vogliono prolungare la guerra per danneggiare la Russia, non funziona.

Anche in questo caso, quando ci sono di mezzo grandi opportunità di speculazione finanziaria, allora un’intesa si trova, o per lo meno si tenta di trovarla. Ma i nodi della concorrenza strategica sempre più evidente tra le due sponde dell’Atlantico, e della risoluzione dei conflitti che oggi determinano lo scenario globale, rimangono in bilico. Vedremo se quello di martedì è stato davvero un disgelo...

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27/03/2025

A Parigi il “vertice degli emarginati”, comunque pericolosi

Com’è noto, si autodefiniscono “volenterosi” perché vorrebbero intervenire in Ucraina, continuare ad armarla, assisterla, purché la guerra prosegua fino all’ultimo ucraino, nonostante il primo piccolo passo in direzione di un cessate il fuoco, tramite l’accordo di Riad tra Russia e Stati Uniti cui ha dato l’ok lo stesso Zelenskij. Che pure oggi si presenta a Parigi per chiedere il contrario.

Grande è il disordine sotto il cielo, ma non tutti sembrano in possesso delle facoltà razionali (tradotto: non hanno ancora preso atto che sono fuori dai giochi e continuano a “muoversi” come se questo movimento potesse avere effetti pratici positivi sul piano strategico).

Andiamo con ordine.

Alla riunione partecipano circa 30 paesi, in maggioranza europei, più Canada, Turchia e qualcun altro. Ma ognuno con posizioni, interessi e disponibilità molto diverse. Sembra perciò poco più di una boutade l’obiettivo di prendere “decisioni operative”, come ripetuto ieri sera da Emmanuel Macron.

Smentita ancora una volta, con i fatti, oltre che con le dichiarazioni ufficiali, la disponibilità della Cina a far parte di questa congrega scombiccherata. Nessuna delegazione è stata inviata in Francia, perché Pechino sta lavorando a restituire un ruolo centrale all’Onu e solo sotto quelle insegne potrebbe prendere in considerazione la partecipazione a una missioni di peacekeeping vero, composta insomma da paesi non occidentali (tutti, di fatto, co-belligeranti al fianco di Kiev).

Più modestamente – ma sempre pretendendo troppo – si vorrebbero definire le “garanzie di sicurezza” da fornire a Kiev in caso di accordo di pace con la Russia.

Non è difficile vedere la contraddizione: una “coalizione” che non partecipa alle trattative di pace vorrebbe già ora – quando si è ancora molto lontani dall’obiettivo minimo (un cessate il fuoco) – mettere sul tavolo piani per “integrare” militarmente qualcosa che è lontano dall’essere definito.

Appare comunque evidente che l’equivoco, diciamo così, sta in piedi solo per il doppio gioco della junta di Kiev, che da un lato dice sempre “sì” agli ordini statunitensi e dall’altra chiede aiuti agli “emarginati” intenzionati a far fallire (più che “integrare”) ogni possibilità di accordo.

Stanti così le cose, più che a decisioni operative, si lavora sulle definizioni e sui giochi di parole. Le “forze di peacekeeping” composte da soldati di eserciti della Nato che si vorrebbero mandare in Ucraina a supporto dell’esercito locale ora vengono chiamate “Forza di rassicurazione”.

E quando si discute di “garanzie di sicurezza” si finisce per dire che la principale resta “un esercito ucraino forte”, che va perciò sostenuto e imbottito di armi (anche se il suo problema principale è ormai la carenza di uomini arruolabili).

La “forza di rassicurazione” è comunque il punto rivelatore delle vere intenzioni del duo (Macron e l’inglese Starmer) promotore dei “volenterosi”.

Senza più troppi infingimenti, infatti, viene intesa come una forza “a sostegno dell’Ucraina” per prevenire altri possibili attacchi russi. Non è “una forza di peacekeeping”, viene ammesso, né di “osservazione del cessate il fuoco”, ma “una forza di rassicurazione. Non è la stessa cosa”.

È evidente: si tratta di uno schieramento di truppe sul campo (direttamente in Ucraina, insomma) che intende “dissuadere” la Russia.

Sorvoliamo sulla credibilità di questo ruolo – lo stesso segretario generale della Nato, Mark Rutte, ripete ormai ogni giorno che «Niente può sostituire l’ombrello nucleare degli Stati Uniti, garante finale [nucleare, ndr] della nostra sicurezza» – e stiamo alle conseguenze.

L’eventuale ingresso di truppe di paesi Nato in Ucraina – paese non ancora “arruolato” nell’alleanza atlantica – espone ovviamente al sicuro rischio di vedere contrapposte direttamente forze militari occidentali “ufficiali” (fin qui si erano mandati solo dei mercenari/contractor e “addestratori”) e truppe di Mosca, innescando quella “minaccia esistenziale” che, per qualsiasi paese dotato di armi atomiche, apre alla possibilità di usarle.

Non sembra una mossa intelligente, sul piano strettamente militare, ma a questo sembrano ridotti gli “emarginati”...

Da parte italiana, paese che pure partecipa al vertice, viene proposta una linea palesemente schizofrenica. Da un lato si esclude categoricamente di poter mandare soldati in Ucraina (e meno male...), dall’altra però si propone di estendere a Kiev la copertura dell’art. 5 dello statuto della Nato. Ossia quello che teoricamente obbliga tutti i membri dell’alleanza ad entrare in guerra per difendere un proprio membro.

In pratica si propone che l’Ucraina sia considerata un membro Nato di fatto (uno dei motivi principali per cui la Russia è entrata in guerra), esponendosi così a tutte le conseguenze derivanti.

Certe “sottili distinzioni” (non sei della Nato, ma ti proteggo come se lo fossi) possono andar bene per dare una poltrona a un “cliente” che non avrebbe i titoli per occuparla. Ma quando si parla di armi nucleari pronte a partire sarebbe bene fare gli statisti seri, anziché i giocolieri con le faccette e le mossette...

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29/01/2025

La “democratura” di Meloni, o l’Occidente 2.0

Dopo esserci abboffati di talk show monotematici e ricostruzioni giornalistiche di diverso orientamento, ci sembra di poter dire che il nuovo “caso Meloni” sia abbastanza semplice.

L’ex ragazza del Movimento Sociale almirantiano, oggi primo ministro (e prima donna in tale ruolo), nonché al momento unica abbastanza salda sulla sedia tra i premier europei, per di più simpaticamente ammessa alla corte di Musk e Trump insieme a Milei, ha ricevuto dal Procuratore capo di Roma – Francesco Lo Voi – la segnalazione di essere stata iscritta nel registro degli indagati in seguito alla denuncia presentata da un privato cittadino, per quanto “speciale”: l’avvocato Luigi Li Gotti. La cronaca dei fatti è ricostruita fedelmente in questo altro articolo.

I reati contestati dall’avvocato sono favoreggiamento personale (nei confronti del generale libico Najeen Osama Almasri) e peculato (per l’uso dell’aereo di Stato utilizzato dai servizi segreti per rimpatriarlo). A farle compagnia sono i ministri della giustizia Carlo Nordio, quello dell’interno Piantedosi e il sottosegretario Mantovano (che ha la delega ai servizi segreti).

Di certo non è un “avviso di garanzia” e non si tratta di una iniziativa della magistratura.

Quindi su questo aspetto Meloni mente. Punto.

L’avvocato Li Gotti, peraltro, dovrebbe essere una sua vecchia conoscenza in quanto era stato come lei un militante del Movimento Sociale almirantiano, poi traslocato ovviamente in Alleanza Nazionale e infine approdato in Italia dei Valori (finto partito personale dell’ex commissario di polizia Antonio Di Pietro, protagonista dell’operazione di lawfare chiamata “Mani pulite”) giusto in tempo per fare il sottosegretario in un governo Prodi.

Professionalmente, Li Gotti è stato protagonista di processi importanti. Avvocato difensore del mafioso pentito Buscetta, legale di parte civile dei familiari del commissario Calabresi e di alcuni dei carabinieri caduti in via Fani, oltre che di altri pentiti di mafia. In pratica un rappresentante di destra nell’“antimafia” e nell’“antiterrorismo”, sulla linea del giudice Borsellino che non aveva mai nascoste le sue simpatie per “la fiamma” che ancora campeggia sotto il simbolo di Fratelli d’Italia.

Un ex amico, insomma, che tira una imprevista coltellata. Capita, in politica, anche a destra, dove comunque hanno mantenuto una qualche capacità di non lasciare indietro nessuno o quasi dei vecchi complici di gioventù...

Ma i magistrati non c’entrano nulla, in questo caso. Specie se si tiene conto che proprio ieri hanno votato per rinnovare i vertici dell’ANM premiando con la maggioranza relativa la corrente più di destra (Magistratura Indipendente, quella che fu anche di Mario Sossi ed altri), considerata da tutti “filogovernativa”.

Del resto, come i nostri lettori sanno, non abbiamo mai avallato la narrazione idiota per cui sarebbero esistite le “toghe rosse” contro il potere politico. I pochi magistrati “di sinistra” che hanno attraversato gli ultimi 50 anni si sono in genere occupati di problemi sociali o politici in senso lato, non certo delle piccole faide intestine tra conventicole imprenditorial-partitiche.

Dunque Meloni, descrivendo il “non avviso” come un “attacco della magistratura”, ha mentito anche su questo. Punto.

Il resto – “non sono ricattabile”, ecc. – è pura retorica per condire il piatto principale.

Che è secondo noi questo.

In Italia come in tutto l’Occidente neoliberista – negli Usa come nell’Unione Europa – la crisi economica e di egemonia sta riducendo al minimo i margini per la mediazione sociale e quindi anche per quella politica. Sia interna ai singoli Paesi che tra Paesi diversi.

La mediazione del resto si fa con la spesa pubblica, e se da un lato cala la possibilità di rapinare il resto del mondo (o di far pagare ad altri i nostri debiti), dall’altra “va ridotto la spesa sociale” per favorire il riarmo, ecco che la struttura fondamentale della “democrazia liberale” viene stritolata.

Nella Storia degli ultimi due secoli, a dir tanto, si è avuta “libertà democratica” – parziale, certo, al massimo come libertà di espressione e manifestazione, e solo finché restavano nell’ambito delle compatibilità nella gestione degli affari politici – solo quando gli interessi sociali contrapposti mantenevano un relativo equilibrio. Come si diceva ai tempi dei democristiani, in cui tutti, bene o male, avevano un pasto e una casa sicuri.

Questo non è più vero da almeno 30 anni, ma ora la somma delle diseguaglianze sta diventando incommensurabile. La quantità di ricchezza appropriata da pochi e il dilagare della povertà/precarietà esistenziale nell’assoluta maggioranza, è uno squilibrio sempre più ingestibile con i mezzi della “democrazia parlamentare”. Anche perché i centri di comando sono ormai stati trasferiti in altra sede (così come le industrie principali hanno delocalizzato, anche se in posti diversi).

Unione Europea, sul piano economico, e Nato su quello militare sono dispositivi istituzionali che non prevedono reale opposizione interna, frequenti frenate nelle catene di comando, interrogativi sul senso di quel che si va decidendo. Siamo entrati in una guerra senza accorgercene e siamo incapaci (come governi occidentali) persino di immaginarne l’uscita senza catastrofe finale.

Sul piano interno, questa somma di vincoli economico-militari hanno da tempo imposto una linea unica di governo, chiunque occupi temporaneamente le poltrone dell’esecutivo. Macron, Schroeder, Meloni, Starmer, ecc., sono indistinguibili tra loro nel concreto fare. Si differenziano solo per le dichiarazioni di circostanza, e nemmeno sempre.

L’offensiva degli interessi oligarchici – tecno-finanziari e militari – va dunque imponendo in tutto l’Occidente un nuovo modello di regolazione istituzionale che non prevede più alcuna “tripartizione dei poteri”, secondo il modello della Rivoluzione francese. Né partecipazione popolare, né eguaglianza politica tra tutti i cittadini (tanto meno “davanti alla legge”!), né libertà individuale (un daspo è più frequente di una contravvenzione), né stato di diritto, né autentica libertà di espressione (il “pluralismo” ormai è una cacofonia tra voci simili).

Né, soprattutto una reale “alternanza politica” sugli indirizzi da dare al Paese di appartenenza. Si moltiplicano a macchia d’olio i casi di elezioni considerate “non valide” se a vincere sono i partiti “sbagliati”. E non vale più solo per gli Stati dove è in corso un processo rivoluzionario di trasformazione sociale (il Venezuela, per esempio), ma ormai anche per paesi semi-periferici del “centro” imperiale occidentale (Romania, Georgia, Slovacchia, ora anche Serbia; ma non per l’Austria in mano ai neonazisti, guarda caso...).

Ovunque si va imponendo una forma di “governo monocratico” senza contrappesi istituzionali. E, fin quando non saranno abolite le elezioni – ridotte a passiva scelta tra prodotti tutti uguali attraverso spot televisivi – il “vincitore giusto” potrà e dovrà agire come oligarchia comanda.

Di fronte a questo processo le lamentele “democratiche” di chi non siede momentaneamente al governo risultano un tantinello vacue, comunque senza presa persuasiva. Quello che si va delineando, infatti, non è “il ritorno del fascismo”, ma qualcosa di peggio. Come del resto abbiamo cominciato a spiegare da qualche tempo...

Ci sono similitudini, è evidente. I processi reazionari, in fondo, si somigliano sempre. E ogni volta i “democratici liberali” si strappano le vesti inorriditi dalla rozzezza dei mostriciattoli che loro stessi hanno allevato e protetto quando non contavano nulla.

Un secolo fa si contrapposero, in Germania, ballando sui cadaveri degli Spartachisti uccisi a Berlino, la “democrazia liberale di Weimar” – che enunciava regole ed equilibri tutti dotati di logica e fascino kantiano – e la brutalità del “suprematismo ariano” che voleva farsi strada affermando il “nomos della terra” e del sangue.

Sappiamo com’è andata.

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17/01/2025

L’offensiva di Elon Musk e della sua X in Europa

Il magnate della finanza e proprietario del social network X, Elon Musk, è passato all’offensiva, tuffandosi a capofitto nel dibattito politico europeo.

L’uomo che sta emergendo come una potente pedina del futuro governo di Donald Trump non ha fatto mistero della sua ambizione di diventare il protagonista principale e negli ultimi giorni ha mosso pezzi nella partita a scacchi internazionale. Anticipando, così, che dal comodo potere repubblicano alla Casa Bianca potrebbe diventare un attivo promotore di quella che si sta configurando come un’internazionale di estrema destra. Niente di meno che una “internazionale reazionaria”, come molti media europei l’hanno già definita.

La stretta relazione di Musk con il capo del governo italiano Giorgia Meloni ha facilitato l’incontro della leader italiana all’inizio di gennaio con il futuro presidente Donald Trump. Questa vicinanza delinea senza dubbio quello che sarà l’asse ideologico USA-Europa di questa nuova alleanza internazionale.

La relazione molto stretta del presidente Javier Milei sia con Musk che con Meloni proietterebbe il leader argentino come “gamba” latinoamericana di questa costruzione conservatrice.

L’innesco

L’ultimo fine settimana di dicembre Musk, miliardario sudafricano naturalizzato canadese e statunitense, ha rilasciato un commento al quotidiano tedesco Welt am Sonntag (edizione domenicale di Die Welt) che ha avuto l’effetto di una bomba politica nel Paese. Secondo Musk, l’Alternativa per la Germania (AfD) di estrema destra è “l’ultima scintilla di speranza” per la Germania, che, ha osservato, “è sull’orlo del collasso economico e culturale”.

Il commento è stato pubblicato insieme a quello di Jan Philipp Burgard, nuovo caporedattore del gruppo Welt, secondo cui “la diagnosi di Musk è corretta, ma il suo approccio terapeutico, secondo cui solo l’AfD può salvare la Germania, è fatalmente errato”. Burgard ha definito l’AfD “un pericolo per i nostri valori e la nostra economia” e ha ricordato che Björn Höcke, uno dei leader dell’AfD, “è stato condannato più volte per aver usato uno slogan nazista vietato”.

L'intervista a Musk ha ampliato un messaggio pubblicato qualche giorno prima sul suo social network X, in cui aveva già anticipato in modo sintetico la sua analisi della situazione tedesca. Un’analisi che ha generato malessere in settori importanti della classe politica tedesca, che sta facendo campagna elettorale per le elezioni anticipate del 23 febbraio prossimo. Nei sondaggi preliminari, l’AfD, che gode del sostegno di Musk dagli Stati Uniti, appare con quasi il 20% dei voti.

Un giorno dopo il suo controverso commento alla Welt am Sonntag, il quotidiano francese Le Monde ha chiesto: “Fino a che punto Elon Musk estenderà la sua influenza nella campagna elettorale tedesca?” In ogni caso, scrive Le Monde, “il miliardario sembra determinato a svolgere un ruolo attivo nei dibattiti a meno di dodici settimane dalle elezioni legislative anticipate”.

La visione di Musk

A differenza delle sue brevi opinioni in X, osserva Le Monde, questa volta Elon Musk “si è preso il tempo di argomentare, giustificando la sua interferenza nel dibattito pubblico tedesco con il suo status di investitore”, riferendosi al suo gruppo imprenditoriale Tesla, la cui unica fabbrica di automobili europea si trova a Grünheide, vicino a Berlino. Secondo il quotidiano, l’aperto sostegno di Musk all’Alleanza di destra per la Germania è molto problematico, dal momento che lo considera un partito “rispettabile”. Opportunamente, le uniche richieste dell’Alleanza che Musk cita nella sua rubrica di opinione fanno parte anche dei manifesti elettorali dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU e CSU) e dei liberali del Partito Democratico Liberal (FDP): tagli alle tasse e deregolamentazione economica, controlli più severi sull’immigrazione e riforma della politica energetica a favore di un ritorno all’energia nucleare.

Nel suo commento della scorsa settimana, il magnate statunitense ha inoltre sostenuto che solo l’AfD è degno di fiducia, poiché gli altri partiti “hanno fallito”, e ha difeso la sua posizione con argomenti banali: “A coloro che condannano l’AfD come estremista, dico: ‘Non lasciate che l’etichetta che vi è stata data vi preoccupi’”. E ha citato come prova di non essere estremista di destra o anti-straniero il fatto che Alice Weidel, la principale leader dell’Alleanza e candidata cancelliera, ha una relazione saffica con la sua compagna di vita, la produttrice cinematografica dello Sri Lanka Sarah Bossard.

L’opinione di Musk ha provocato le immediate dimissioni della redazione del settimanale e le immediate reazioni dei leader politici, tra cui il cancelliere Olaf Sholz. Il suo impatto è stato tale da smuovere le acque di un dibattito che sta ancora infuriando nella prima metà di gennaio e che si è già esteso oltre la Germania ad altri Paesi europei, come il Regno Unito.

Offensiva europea

Giovedì 9 gennaio, Musk ha nuovamente fornito una piattaforma mediatica di primo piano alla sua alleata tedesca Alice Weidel, con un’intervista di oltre un’ora trasmessa in diretta sulla rete digitale del magnate, che in alcuni momenti ha superato i 200.000 follower.

Musk ha manifestato un particolare interesse per la politica britannica da quando il partito laburista socialdemocratico ha vinto le elezioni nel luglio 2024. Negli ultimi sei mesi, ad esempio, si è espresso a favore dei conservatori del Paese e ha chiesto l’incriminazione di Keir Starmer, il primo ministro britannico accusato dall’opposizione di aver coperto lo sfruttamento sessuale di giovani ragazze da parte di bande di immigrati in diverse città quando era direttore della pubblica accusa.

Il sondaggio che Musk ha appena lanciato tra i suoi utenti, con la proposta secondo la quale “l’America dovrebbe liberare il popolo britannico dal suo dominio tirannico”, parla della sua audacia. Al momento il Regno Unito, che ha affinità storiche con gli Stati Uniti, e la Germania, spina dorsale dell’Unione Europea, sono i bersagli preferiti dei dardi lanciati dal futuro ministro degli Stati Uniti.

Nella prima settimana di gennaio, Starmer, Scholz, Emmanuel Macron e Pedro Sánchez hanno criticato Musk per il suo sostegno all’estrema destra europea e per la sua ingerenza nella politica interna del continente. Il 7 gennaio, il presidente francese ha denunciato Musk per “promuovere un’internazionale reazionaria” che minaccia la democrazia, per essersi intromesso nella campagna elettorale tedesca e per le pressioni dei grandi “conglomerati tecnologici”.

Un giorno prima, l’Unione Europea ha criticato Musk e il suo social network per non aver rispettato le norme sulla trasparenza e il regolamento sui servizi digitali dell’UE e lo ha esortato a mantenere la sua piattaforma neutrale nelle prossime elezioni tedesche.

Secondo l’emittente pubblica svizzera TSR, il 4 gennaio Scholz ha condannato le “dichiarazioni erratiche” di Musk, definendolo un “pazzo” e un “imbecille incompetente” e descrivendo il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier come un “tiranno”. TSR ha anche ricordato che il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre ha espresso alla radio pubblica NRK la sua preoccupazione “per il fatto che un uomo con un considerevole accesso ai social network e con significative risorse finanziarie si coinvolga in questo modo e direttamente negli affari interni di altri Paesi”.

Ma è stato forse il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez a spingersi più in là nelle sue critiche e mercoledì 8 gennaio, in occasione della cerimonia di apertura del 50° anniversario della scomparsa del dittatore Francisco Franco, è passato all’attacco. Al Museo Reina Sofía di Madrid ha affermato che non è necessario essere di destra o di sinistra per guardare indietro con grande tristezza e terrore agli anni bui del regime di Franco e “temere che questa regressione si ripeta”. Sánchez ha aggiunto che “il fascismo che pensavamo di esserci lasciati alle spalle è ora la terza forza in Europa. E l’internazionale di destra guidata dall’uomo più ricco del pianeta” (riferendosi a Musk senza nominarlo), “attacca apertamente le nostre istituzioni, fomenta l’odio e invita a sostenere gli eredi del nazismo in Germania”. La libertà non è mai conquistata in modo definitivo, ma può essere persa, ha concluso il leader socialdemocratico spagnolo.

Un potere molto speciale

France Inter si è recentemente chiesta: “Quale altro privato cittadino al mondo ha il potere di suscitare così tante reazioni?” La conclusione è stata che Musk non è chiaramente un cittadino come gli altri: “È, allo stesso tempo, l’uomo più ricco del mondo, a capo di aziende emblematiche come Tesla o Space X; è vicino a Donald Trump, che gli ha affidato il compito di tagliare le spese federali e, soprattutto, è il proprietario del social network X, l’ex Twitter, di cui ha fatto la sua personale cassa di risonanza e delle cause che difende”.

La stessa analisi si riferiva alla “alleanza shock” tra il magnate e la nuova leadership statunitense: “Elon Musk non parla a nome di Donald Trump, ma, per il momento, è in sintonia con lui. Ha adottato i suoi codici di comunicazione e usa e abusa del potere della sua piattaforma X”. Ha sottolineato che l’unione di Musk e di altri giganti tecnologici con Donald Trump preannuncia il matrimonio tra i nuovi padroni del capitalismo statunitense e il promotore di Make America Great Again [MAGA].

E ha anticipato che questa formidabile alleanza avrà un impatto e un’influenza diretta sugli alleati degli Stati Uniti, a cominciare dagli europei.

Tra questi, il capo governo italiano Meloni, praticamente l’unico leader dei principali paesi europei che ha abbracciato con gioia la linea Trump-Musk. Meloni ha appena definito Musk un “genio” e uno “straordinario innovatore”. Proprio il ruolo che la rete X (come molti altri social media) sta già svolgendo come strumento di polarizzazione politica, come documenta uno studio pubblicato nel novembre 2024 su Nature Communications dalla City St. George’s School of Science and Technology, University of London, con il supporto dell’Alan Turing Institute.

Pur riconoscendo i propri limiti – include solo nove Paesi e l’analisi dei 375 milioni di interazioni su X è limitata a un solo giorno del settembre 2022 – questo studio serve comunque a indicare le tendenze. E conclude che i messaggi tossici influenzano e limitano il dialogo democratico nei nove Paesi studiati, promuovendo l’abuso o l’uso improprio di contenuti politici.

Più che mai il mondo reale, presentato a modo suo dalla comunicazione digitale in rete – in gran parte costruita dalla nuova intelligenza artificiale – controllata dagli uomini più ricchi del pianeta, sta diventando teatro di una crescente polarizzazione politico-ideologica che non si vedeva dalla fine della guerra fredda e che minaccia di infiammarsi in nuove guerre finora impensabili.

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05/01/2025

Giorgia l’amerikana vola da Trump

Visita a sorpresa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella residenza di Trump in Florida.

Alla vigilia della visita di Biden a Roma – prevista per il 9 gennaio – e dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca (il 20 gennaio), la Meloni ha giocato d’anticipo andando ad incontrarsi con il neopresidente statunitense e candidandosi ad essere il suo principale interlocutore politico in una Unione Europea in piena crisi di classi dirigenti.

Con le leadership di Francia e Germania ridotte a condizione di anatre zoppe, la Meloni ha giocato il suo atout con la nuova amministrazione statatunitense, confermando così di voler aver un ruolo subalterno più agli USA che all’Unione Europea.

L’incontro di stanotte tra Meloni e Trump, “rafforza le speranze dei sostenitori” della premier italiana in merito alla possibilità di diventare “l’alleato di riferimento” di Trump in Europa scrive il New York Times, a cui fonti anonime hanno detto che i due hanno partecipato ad un “incontro informale” nella residenza privata del presidente eletto a Mar-a-lago, in Florida.

Anche il prossimo segretario al Tesoro, Scott Bessent, era presente all’incontro.

Ma oltre la postura di interlocutore privilegiato per Trump nella vecchia Europa, la visita aveva anche altri temi in agenda.

Sempre secondo il New York Times, nella sua visita a sorpresa in Florida avrebbe discusso con il presente eletto degli Stati Uniti Donald Trump il caso della giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata in Iran pochi giorni dopo che l’Italia aveva fermato, su richiesta degli Stati Uniti, l’ingegnere iraniano Mohammad Abedini.

L’ipoteca degli USA sulle trattative per riportare in Italia Cecilia Sala sono infatti pesanti.

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23/12/2024

Meloni in Lapponia per fare da cerniera sulla sicurezza tra Nord e Sud Europa

Giorgia Meloni aveva abbandonato il Consiglio Europeo in anticipo, qualche giorno fa, a causa di un’influenza. Non prima, però, di aver partecipato alla riunione informale sulla questione migranti e alla prima sessione dell’organo comunitario, che aveva come tema la guerra in Ucraina: due nodi centrali nella linea politica governativa.

Aveva poi delegato il primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, a rappresentare l’Italia nel prosieguo dei lavori, in quanto esponente – conservatore – del MED-5, il dialogo a cinque tra paesi del Mediterraneo che comprende anche Malta, Cipro e Spagna.

Nell’arco di pochi giorni i due si sono incontrati nuovamente, dall’altra parte del Vecchio Continente.

Infatti, ieri pomeriggio si sono conclusi i due giorni di lavori del Vertice Nord-Sud, chiamato dal suo omologo finnico Petteri Orpo a Saariselkä, in Lapponia. Tra gli invitati c’erano Mitsotakis, appunto, il capo di governo svedese Ulf Kristersson e anche l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas.

Insomma, una riunione assolutamente non di secondo piano, che ha avuto come focus proprio gli unici due temi affrontati personalmente da Meloni al Consiglio Europeo, racchiusi nel più generale concetto di “sicurezza“, da declinare sui confini.

L’incontro ha infatti provato a unificare la linea da tenere riguardo alle frontiere, che sono da chiudere ai migranti o ai “nemici” della UE.

La discussione ha svolto una funzione propedeutica a un Consiglio straordinario da svolgersi nella prima metà del 2025, su sicurezza e difesa. “Dal tema dei migranti, al tema della difesa e al tema di uno scenario nel quale le guerre diventano ibride e le minacce si moltiplicano, dobbiamo mettere insieme gli sforzi”, ha specificato Meloni ai microfoni.

Il padrone di casa, Orpo, era già stato tra i promotori di una lettera che aveva aperto la strada a un maggior impegno della BEI in campo militare. Ma è “la capa” di Palazzo Chigi a spingere per fare da cerniera tra i paesi del Nord e del Sud Europa sui temi accennati, tentando di trovare un’intesa che acceleri il disegno imperialista europeo.

La difesa europea esige uno sforzo economico per il riarmo che oggi cozza pesantemente con gli altri vincoli euroatlantici, ovvero quelli sui conti pubblici. La riunione è servita anche per intavolare una discussione sul come affrontare questa sfida, pur non sbilanciandosi ancora su soluzioni quali Eurobond o l’esclusione delle spese militari dal Patto di Stabilità.

“Dobbiamo fare tutti di più per garantire che il pilastro della NATO si rafforzi”, ha detto Meloni, con chiaro riferimento alla gamba europea dell’alleanza atlantica, e ha poi aggiunto che bisogna guardare non solo “al fianco orientale, ma anche ad altri luoghi”.

Con “altri luoghi” intende sostanzialmente il ‘Mediterraneo allargato’, come ha esplicitato recentemente il generale Carmine Masiello.

È sul mare che sono stati trovati i primi punti di incontro tra i confini di paesi in posizioni molto differenti. La gestione delle connessioni marittime preoccupa tutte le realtà coinvolte, e non parliamo semplicemente di trasporti e flotte in transito: i recenti danneggiamenti di cavi sottomarini nel Baltico hanno ricordato l’attenzione che meritano.

Ma è parlando di Mediterraneo che risalta l’indirizzo delle mire europee, di cui Meloni si fa portavoce. Il suo interesse per inserire in questo formato sulla sicurezza sia la difesa sia le migrazioni va compreso nel valore strategico degli accordi che si vogliono stringere con i paesi africani, che non riguardano solo la gestione dei flussi, ma si presentano come partenariati onnicomprensivi.

Dall’energia agli investimenti per la rilocalizzazione di alcune filiere, la posta in gioca delle intese con i paesi di provenienza dei migranti parlano di un quadro più complesso. Quadro che, appunto, Meloni è andata a discutere persino in Lapponia, rilanciandone la centralità che gli deve essere riservata nella proiezione europea in quello che considera il proprio “cortile di casa“.

Non bisogna poi dimenticare che, da una parte, la Russia è presente in Libia, attraverso il sostegno dato ad Haftar. Dall’altra, l’Italia ha forti interessi nell’Artico, settore di crescenti tensioni internazionali: vi è presente sia ENI sia Leonardo, per le trasmissioni satellitari, e gli alpini partecipano alle esercitazioni NATO effettuate nella zona.

Il vertice svoltosi in Lapponia parla dunque di una UE che punta a rafforzarsi come attore della competizione globale, a partire dalla difesa e da una rinnovata presenza in Africa.

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11/12/2024

La stampa anglosassone promuove il governo Meloni, suo malgrado

Berlusconi, e non solo lui, avrebbe rosicato parecchio. L’ambizione italiana di essere almeno “ultima tra i primi”, quando al massimo riusciva ad essere “prima tra gli ultimi”, è riuscita a Giorgia Meloni e non a lui.

A certificare questa stranezza è esattamente quella “stampa anglosassone” che per decenni è stata nemesi e maledizione dei governi italiani del post Maastricht, siano essi di destra che di centro-sinistra.

Secondo il settimanale britannico The Economist, l’Italia è tra i protagonisti della ripresa economica globale del 2024. Definita “un tempo emblema dei problemi della zona euro”, oggi, secondo il settimanale, l’Italia è un esempio di progresso economico, posizionandosi tra i primi cinque Paesi più performanti grazie a miglioramenti significativi su più fronti. Nonostante sfide come i prezzi dell’energia e una produzione manifatturiera debole, l’Italia è riuscita a superare molte aspettative, affiancandosi a Spagna e Grecia in quella che il settimanale definisce “una rinascita mediterranea”.

In pratica l’Italia si conferma come “regina” dei sempre bistrattati PIGS euromediterranei. Ma c’è anche qualcosa di più.

Giorgia Meloni ha anche vinto il premio di politico “most powerful” nella classifica della rivista Politico delle 28 persone più influenti d’Europa. Pr il giornale statunitense, la Meloni è “la persona più potente d’Europa” secondo la classifica per il 2025 della sua edizione europea.

Il motivo? “Chi chiami se vuoi parlare con l’Europa? Se sei Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo e consigliere chiave del presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump, il numero da chiamare è quello di Giorgia Meloni”.

Nelle motivazioni vengono elencati una serie di meriti della premier. Per primo quello di essere riuscita a trasformare un partito di destra in un partner stabile e affidabile sia per Bruxelles, sia per Washington.

“Mentre il suo governo ha espresso preoccupazione per il declino democratico, in particolare per quanto riguarda la libertà di parola, l’Unione Europea ha ampiamente trascurato tali questioni, ha dato il sostegno della Meloni su questioni chiave come la migrazione. Ha lavorato con i leader dell’UE, in particolare assicurando accordi sulla migrazione con paesi come Tunisia ed Egitto. Il suo approccio alla gestione della migrazione ha influenzato le politiche dell’UE e le sue azioni sono ammirate dai partiti di estrema destra in tutta Europa”.

Come spiegare questa anomala e straordinaria indulgenza dei giornali anglostatunitensi verso il governo Meloni?

Il problema è il contesto. Tutti gli altri governi europei che contano – Francia, Germania, Gran Bretagna – sono lessi e in caduta verticale di consensi e credibilità politica. Le loro economie si sono prima suicidate con il coinvolgimento nelle sanzioni e nella guerra contro la Russia in Ucraina, poi con la guerra commerciale con la Cina. Non contenti hanno imposto di nuovo la camicia di forza del Patto di Stabilità ai paesi europei. Infine sono alle prese con una crisi di sovraproduzione che è l’indicatore più temuto di ogni crisi di sistema, in particolare di quello capitalistico.

Crescere meno, ma un po’ di più di altre economie, colloca l’Italia improvvisamente al primo posto perché tutti gli altri competitori europei sono bruscamente arretrati. Il problema, già nell’immediato futuro, è che l’industria italiana è sovraesposta nella subfornitura alle imprese tedesche che stanno andando in crisi, ragione per cui l’onda lunga di quella crisi arriverà ben presto anche sul “prospero” triangolo industriale italiano (Emilia-Lombardia-Nordest).

Lo stesso è avvenuto sul piano politico, con governi traballanti come quello di Macron in Francia o di Scholz in Germania, mentre l’esecutivo italiano riesce ancora a galleggiare nonostante i calci negli stinchi che si assegnano tra loro gli alleati di governo.

Infine, e non certo per importanza, l’Italia della Meloni si è confermata come pedina allineata di Washington più che di Bruxelles, alimentando quella cordata interna alla UE che guarda più alla strategia atlantica che a quella europea. È stato un asset per Biden, lo sarà anche per l’amministrazione Trump.

Dunque l’Italia della Meloni è al momento “prima tra gli ultimi” dopo essere stata per anni “ultima tra i primi”. Indubbiamente è un momento di gloria per il governo di destra, unica casa danneggiata rimasta ancora in piedi, ma circondata dalle macerie. Un po’ come la battuta sull’orbo di un occhio in un mondo di ciechi.

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24/11/2024

Nel dramma UE c’è anche un momento di farsa

Il governo della UE sarà ufficialmente LIBERALFASCISTA.

Dai socialdemocratici, ai liberali, ai conservatori, ai reazionari, staranno tutti assieme al governo con Ursula von der Leyen.

Sarà un governo di centroestremadestra con in programma la guerra alla Russia, la complicità con Israele, l’economia di guerra, l’austerità, la devastazione dell’ambiente e dei diritti sociali, la deportazione dei migranti. Uno schifo assoluto che, come altre tragiche volte nella storia europea, vede la sinistra socialdemocratica vendersi al peggio della destra.

In questo dramma c’è però anche un momento di farsa.

Meloni e Schlein voteranno e sosterranno assieme Fitto, fedelissimo della Presidente del Consiglio, come vice presidente della Commissione UE.

Sarà allora divertente vedere Giorgia Meloni (ex antieuropeista) esaltare l’Europa e i successi italiani in essa.

Mentre Elly Schlein (europeista fanatica) dovrà minimizzare e nascondere; in fondo sarà costretta a sostenere che quel che succede nella UE non è poi così importante e che, anche se lì governa con Meloni, in Italia è duramente all’opposizione.

Si chiama trasformismo e come il fascismo è una invenzione italiana. Che è stata anche esportata all’estero.

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25/10/2024

Apartheid Italia

Mohammed Naffati era in Italia regolarmente da dieci anni e lavorava in un bar di Como. Aveva fatto richiesta di protezione internazionale nel settembre del 2023 ed era in attesa di risposta a termini di legge. Mohammed era una persona fiduciosa nelle istituzioni e il 10 ottobre si è rivolto alla questura della sua città perché il suo padrone gli aveva rifilato un assegno a vuoto come retribuzione.

Mohammed aveva urgente bisogno di quei soldi anche perché doveva pagare l’otorino per le cure al suo orecchio e credeva di essersi rivolto allo Stato per avere giustizia. Ma la solerte questura di Como invece lo ha fermato e trasferito d’urgenza al CPR di Milano, da cui dopo qualche giorno con altrettanta efficienza Mohammed è stato caricato su un aereo, che lo ha riportato nel suo paese d’origine, la Tunisia.

Questa maramaldesca ingiustizia di Stato è stata raccontata su il manifesto proprio mentre il Governo Meloni e il Presidente Mattarella si indignavano e si stupivano per il pronunciamento del Consiglio d’Europa. Che non è la UE, ma una organizzazione per la tutela dei diritti umani molto più vasta, esaltata in Italia quando nel 2022 aveva preso misure contro la Russia a causa dell’intervento militare in Ucraina.

Adesso invece il Consiglio d’Europa è all’indice delle istituzioni italiane, perché ha denunciato il razzismo crescente della politica e della stessa polizia del nostro paese.

“Noi razzisti, non sia mai”, l’indignazione di palazzo si manifesta in forma solenne!

Che ridicola ipocrisia quella di chi si scandalizza per questo giudizio, che descrive la pura realtà.

In Italia non c’è soltanto la diffusione di razzismo e xenofobia per scopi politici, ma ormai si è consolidato un razzismo di sistema.

Milioni di persone che vivono, studiano, lavorano nel nostro paese non hanno gli stessi diritti di cittadinanza del resto della popolazione italiana. Non solo i migranti sono cittadini di serie b, ma sempre più spesso sono sottoposti al controllo, alle decisioni e anche all’arbitrio di un Stato di polizia.

Immaginatevi la vita di una persona o di una famiglia scandita dai controlli, dalla ricerca di autorizzazioni e permessi, dalle file negli uffici pubblici e nelle questure per ottenerli. Pensate un po’, quei politici che più protestano contro le vessazioni del cittadino da parte della burocrazia, che considerano tasse, regole e leggi lesioni della libertà dell’individuo, per i migranti pretendono quel sistema di controlli che il più oppressivo grande fratello possa escogitare.

E poi c’è il potere assoluto dell’imprenditore. La “Legge Turco-Napolitano” e soprattutto la “Bossi-Fini” hanno privatizzato il permesso di soggiorno. Il padrone che assume il migrante è anche proprietario del suo permesso di soggiorno, se licenzia il lavoratore extracomunitario lo trasforma in clandestino passibile di espulsione, lui e tutta la sua famiglia. Questa è la legalizzazione del caporalato. E i migranti debbono solo tacere e obbedire, magari continuare a consegnare le pizze sotto l’alluvione, come nella civilissima Bologna.

Di fronte alla carenza di abitazioni e di edilizia popolare la destra neofascista alimenta la rabbia dei senza casa italiani contro i migranti. Ma affittare una casa, per una famiglia migrante richiede sacrifici economici e anche di dignità di tutti i tipi.

E alla fine della scuola un ragazzo o una ragazza nati in Italia da genitori stranieri finiscono in un limbo: né cittadini, né clandestini, forse.

I CPR sono autentici lager dove ogni diritto viene sospeso e si viene rinchiusi in essi per la semplice colpa di esistere senza cittadinanza. Nelle carceri che scoppiano i migranti sono ormai la maggioranza, in gran parte per piccoli reati o per reati connessi all’immigrazione stessa.

Insomma l’Italia, paese già profondamente ingiusto, ha trasformato la discriminazione e lo sfruttamento dei migranti in un sistema di apartheid, con milioni di persone sottoposte a regole e vessazioni che riguardano e discriminano specificamente loro; un sistema al quale la nostra società si è abituata passo dopo passo, orrore dopo orrore. Un sistema che produce enormi profitti grazie a sfruttamento e schiavismo.

E le polizie, non solo le forze dell’ordine di stato ma anche i vigili urbani, sempre di più esercitano le loro funzioni con un accanimento particolare verso i migranti.

I casi di violenza sono sempre più frequenti, ultima l’uccisione a Verona di Moussa Diarra, con un ministro della Repubblica che ha offeso il ragazzo ucciso dal colpo di pistola di un poliziotto, senza che il Presidente della Repubblica abbia avuto nulla da dire. Negli Stati Uniti per fatti come questo le città vengono invase dalla rivolta.

Ecco questo per me è il fatto più grave: la destra razzista e fascista fa investimento politico sull’odio verso i migranti, ma è il cedimento dei “liberaldemocratici” che la legittima.

Nella UE Ursula von der Leyen sostiene la politica di delocalizzazione dei lager di Giorgia Meloni. In Italia Mattarella si stupisce di fronte al Consiglio d’Europa che denuncia quella che è la quotidiana, normale realtà.

Sì in Italia c’è un sistema di razzismo pubblico che rafforza quello individuale e privato.

Sarà forse per questo che il nostro sistema convive e persino sostiene il genocidio israeliano in Palestina. L’apartheid israeliano verso i palestinesi sembra più normale, se ci si abitua a quello in casa nostra verso i migranti.

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19/08/2024

Gli scheletri nell’armadio di Giorgia Meloni

di Pietro Garbarino

Giorgia Meloni e gli esponenti di maggior spicco del suo partito (FdI) non vogliono dichiararsi apertamente antifascisti ma ogni tanto, in singole occasioni e per evidenti motivi di opportunità e convenienza, esprimono qualche sporadica condanna delle stragi neofasciste (dicono proprio così) degli anni ’70 dello scorso secolo.

Naturalmente lo fanno per cercare di prendere le distanze rispetto ad una stagione ritenuta lontana e passata (ma il Presidente La Russa era già grandicello e ben attivo allora), tuttavia ancora qualcosa non quadra in quelle “spontanee” dichiarazioni precauzionali. Ma cosa?

Non vi è il minimo dubbio che il Movimento Sociale Italiano fosse un partito politico che al fascismo si ispirava. Ne fanno fede numerosissime dichiarazioni dei suoi massimi esponenti, dalla fondazione di quella forza politica (avvenuta grazie al tanto esecrato regime democratico), sino al suo scioglimento, nel 1995, allorché esso si trasformò in “Alleanza Nazionale”, sotto la guida di Gian Franco Fini. Era quello un passaggio verso un partito certamente orientato a destra, ma definitivamente inserito nel sistema costituzionale e rispettoso dello stesso.

Il successivo passo, su impulso di Silvio Berlusconi, fu quello di una unificazione con il partito (azienda) fondato dall’ex Cavaliere, per dare luogo ad una nuova formazione politica, sempre rivolta a destra, ma ormai scevra da ogni sentimento nostalgico verso il passato regime mussoliniano. Però il “Popolo delle libertà” – così si chiamava la creatura politica sorta dall’incontro tra Forza Italia e A.N. – non durò a lungo per i contrasti ben presto insorti tra Berlusconi e Fini, e il loro divorzio diede luogo all’uscita di una consistente parte della componente già di A.N. (La Russa e Meloni compresi) che fondò il partito di FdI. Tale nuova formazione politica reintrodusse nel proprio simbolo la fiamma, che era stato da sempre l’emblema principale del MSI, e che rappresenta schematicamente l’odierna sepoltura di Benito Mussolini.

Ma, ciò che ha caratterizzato specificamente tale vicenda politica è stato il rifiuto, da parte dei fondatori, di proseguire un’esperienza politica certamente populista, ma di ispirazione politica neoliberale, e neo liberista in economia, sul modello di altri partiti della destra europea, quali i gollisti in Francia o i cristiano-democratici in Germania.

Il fatto è che tutti quei partiti, per collocandosi nella destra politica, si dichiarano apertamente antifascisti e antinazisti. Però, evidentemente i dirigenti di FdI non se la sono sentita di condividere quelle posizioni e per loro è stato indigeribile il fatto di schierarsi con coloro che hanno comunque combattuto, anche se da posizioni moderate e conservatrici, i fascisti.

Ma vi è di più.

Il Movimento sociale italiano è costantemente evocato e ricordato nelle manifestazioni politiche, interne, ma anche pubbliche di FdI. Nelle feste popolari di FdI viene sempre ricordato l’ex segretario del MSI Giorgio Almirante, brevemente omaggiato anche sul sito della presidenza del Consiglio di quest’anno, salvo poi avere cancellato l’encomio inopportuno.

Giova ricordare che Almirante ha sempre manifestato idee razziste, ha collaborato con la Repubblica fantoccio di Salò, ha definito la Repubblica democratica con l’appellativo di “bastarda”. Ma in FdI non ci si ferma ad Almirante.

Qualche tempo fa, a Brescia, è stata inaugurata una sede di FdI intitolata a Giuseppe Umberto Rauti, detto Pino.

Questi, anch’egli repubblichino, è da molte parti indicato come uno degli ispiratori dello stragismo neo fascista che dalla fine degli anni ’60, e per oltre un decennio, funestò l’Italia con sanguinosi attentati, provocazioni di ogni genere, e tentativi di stravolgere l’ordinamento costituzionale. Pino Rauti, fondatore nel 1956 di un gruppo estremistico di destra denominato “Ordine Nuovo”, fu collegato da sempre agli ambienti internazionali filo americani e atlantisti (cioè la NATO), organizzò per conto dei supremi comandi militari italiani convegni nei quali si teorizzavano le stragi di civili come strumento per combattere il “cancro della democrazia”, e scrisse, a pagamento, perfino un opuscolo per aizzare le forze armate a rivoltarsi contro lo stato democratico che dava libertà di agire ai partiti di sinistra.

Evidentemente Pino Rauti fingeva di ignorare che, se lui poteva svolgere la propria attività quasi indisturbato, lo doveva al fatto di operare in uno stato democratico. Nel 1969 rientrò nel MSI, allorché ne divenne segretario Almirante, e ricoprì cariche importanti nel partito. Ma diverse indagini giudiziarie hanno appurato che non troncò mai i rapporti con O.N., di cui invece fu sempre di fatto il massimo dirigente, e tanto meno sconfessò mai le criminali operazioni di quel gruppo.

Ora, se nel partito di FdI si ricorda e onora la memoria di un simile personaggio, si deve altresì ritenere che la di lui attività è stimata e ritenuta esemplare. Allora si comprende bene il perché non si condanna il fascismo e non ci si dichiara avversi allo stesso. Ma vi è ancora di più. Se FdI rivendica una qualche continuità con l’MSI, deve rivendicare anche l’appartenenza a quel partito di personaggi, spesso con doppia appartenenza (al MSI e a O.N.), che hanno insanguinato l’Italia.

Carlo Cicuttini, uno dei responsabili della strage di Peteano del 1972 (3 carabinieri morti) era segretario di una locale sezione MSI del Friuli, così come Eno Pascoli. Entrambi verranno condannati per la strage.
Lo stesso segretario Almirante preannuncia la strage del treno Italicus (Agosto 1974) ma cerca di depistare le indagini, offrendo agli inquirenti una falsa pista di sinistra.

Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di Piazza Loggia a Brescia, fu iscritto al MSI dal 1969, così come Gian Gastone Romani (che fu anche consigliere regionale del Veneto) nella cui casa ad Abano Terme si decise di fare la strage di Brescia.

Lo stesso Pino Rauti venne processato, ma poi assolto, per la strage di Piazza Fontana del Dicembre 1969, allorché era appena rientrato nel MSI.

Paolo Signorelli, fedelissimo di Rauti, e iscritto al MSI dal 1969 al 1796, fu condannato per appartenenza a banda armata (O.N.).

Ed infine una recente sentenza della Corte d’Appello di Bologna ha accertato che Mario Tedeschi, direttore del settimanale di estrema desta “Il Borghese” e senatore del MSI, fu uno dei mandanti della strage della stazione di Bologna dell’Agosto 1980, e percepì lauti finanziamenti da Lino Gelli, capo della Loggia massonica P2.

Ma anche sulle sentenze che hanno accertato le responsabilità per le stragi, gli esponenti dell’estrema destra, oggi al governo del paese, sono reticenti o anche nettamente negazionisti.

Marcello De Angelis, ex portavoce, poi rimosso dall’incarico, della Regione Lazio, ha dichiarato infondata la sentenza, definitiva, che ha stabilito la responsabilità dei fascisti nella strage di Bologna. L’On. Mollicone di FdI, parla di “teorema contro la destra”. La stessa Presidente del Consiglio, con gesto inconsueto e caduta di stile rispetto al suo ruolo, ha polemizzato fortemente con il Presidente dell’associazione delle vittime della strage di Bologna, che ha di recente ricordato le responsabilità di persone legate al MSI nel terribile ed efferato episodio.

In fin dei conti e in conclusione, le reticenze nel giudizio su quell’esperienza politica quando non gli apprezzamenti e le attestazioni di stima, rivelano chiaramente quali sono i motivi per cui non possiamo attenderci da Meloni e soci (ma ci starebbe meglio un altro appellativo) una netta dichiarazione di presa di distanza dal fascismo storico, ma anche dal neofascismo che ha operato in modo funesto in tempi più recenti.

Evidentemente, una eventuale e auspicabile apertura dell’armadio di famiglia, potrebbe fare uscire una eccessiva quantità di scheletri.

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25/07/2024

Meloni incontra il presidente israeliano Herzog. Proteste nella Capitale

La Presidente Meloni incontrerà oggi, a Palazzo Chigi, il Presidente israeliano Herzog. L’incontro avviene a pochi giorni dal “parere consultivo” della Corte Internazionale di Giustizia che – su richiesta dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – si è espressa su temi cruciali, inerenti il conflitto israelo-palestinese, a partire dalle conseguenze legali delle politiche di Israele nei Territori Occupati Palestinesi.

In primo luogo ha riconosciuto che tutti i territori palestinesi sono sotto occupazione: Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza, anche nel suo status prima del 7 ottobre.

Nel suo parere la Corte internazionale di giustizia dice dunque che Israele ha illegalmente annesso ampie parti della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, che i palestinesi devono essere risarciti per quanto commesso dal 1967, che agli sfollati va riconosciuto il diritto a tornare al luogo di residenza originario. La Corte ha infine detto che Israele sta attuando una vera e propria apartheid in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

La visita di Herzog oggi in Italia certifica che, dopo la Germania, l’Italia è il paese più servilmente complice dei crimini di Israele. Forse non troppo casualmente, anche alle Olimpiadi sarà proprio la squadra olimpica italiana a sfilare insieme a quella israeliana sulla Senna nella cerimonia di apertura.

Contro la visita del presidente israeliano nella Capitale si segnalano alcune azioni di protesta. Sul Ponte degli Annibaldi, di fronte al Colosseo alcuni militanti del Fronte della gioventù comunista hanno esposto uno striscione in occasione della visita a Roma di Isaac Herzog, presidente di Israele, con lo slogan in bella vista “Herzog not welcome! Free Palestine” (“Herzog non è il benvenuto! Palestina libera”).

Altri attivisti solidali con il popolo palestinese si sono dati appuntamento in mattinata alla Galleria Alberto Sordi a ridosso di Palazzo Chigi per protestare contro la visita del presidente israeliano.

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07/07/2024

Fratelli coltelli nella destra di Strasburgo

In Europa alla Meloni non ne va proprio bene una. Prima l’hanno tagliata fuori dalle decisioni che contano sulla nuova Commissione Europea, adesso anche il partito della destra spagnola Vox abbandona il gruppo parlamentare della Meloni per unirsi al nuovo gruppo di estrema destra “Patrioti per l’Europa” al Parlamento europeo invece che al gruppo dei Conservatori e Riformisti messo su da Fratelli d’Italia.

“Questa nuova piattaforma aspira a formare un nuovo gruppo parlamentare al Parlamento europeo, la cui costituzione e composizione dovrebbero essere annunciate nei prossimi giorni”, ha dichiarato Vox, il partito ultras guidato da Santiago Abascal, in una dichiarazione di venerdì.

Unendosi all’alleanza tra il partito ungherese Fidesz, all’austriaco FPÖ e il ceco ANO, l’obiettivo del gruppo parlamentare della destra europea nella nuova legislatura di Strasburgo è quello di “contrastare il consenso di conservatori e socialisti, che ha causato così tanti danni all’Europa negli ultimi anni”, si legge nella nota del leader neofascista spagnolo.

Fino ad ora, Vox aveva fatto parte del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR) al Parlamento Europeo con il partito di governo italiano Fratelli d’Italia.

Fino a questo ennesimo caso di “fratelli coltelli”, molti – e soprattutto la Meloni – ritenevano che il presidente del Consiglio italiano avrebbe “continuato ad essere un partner, un amico e un alleato di Vox”.

“Abbiamo un rapporto molto stretto con il partito Fratelli d’Italia della Meloni e, ad esempio, con il PiS polacco”, ha sottolineato il leader di Vox Santiago Abascal in un’intervista al quotidiano La Gaceta. Nelle elezioni di giugno, Vox è arrivato terzo in Spagna con circa il 9,5% dei voti. Il partito ha così conquistato sei seggi al Parlamento europeo, due in più rispetto al passato.

La mossa di Vox è stata accolta con grande soddisfazione dalla Lega, secondo cui l’adesione a Patrioti per l’Europa “è un segnale importantissimo“.

Al nuovo gruppo di destra al Parlamento europeo, hanno annunciato l’intenzione di unirsi anche gli olandesi di Wilders e quelli di Chega!, il partito portoghese di estrema destra. La destra ha bisogno di almeno 23 eurodeputati di sette nazionalità diverse per costituirsi in un gruppo parlamentare, ma con questi arrivi rischia di diventare il terzo gruppo parlamentare a Strasburgo.

Il gruppo parlamentare europeo della Meloni – Conservatori e Riformisti Europei – si è così ulteriormente ridotto, smontando clamorosamente – pezzo dopo pezzo – le rodomontate di Giorgia in Europa e sull’Europa. Torna così a incombere come una maledizione quella ipoteca che da Berlusconi in poi frustra la destra al governo: “essere gli ultimi tra i primi in Europa o i primi tra gli ultimi?”. Questa divaricazione strategica ha lacerato ogni tentativo della destra di mostrare i muscoli – per poi calare le braghe – a Bruxelles e la consapevolezza che le asimmetrie di potere nell’Unione Europea non hanno mai concesso nulla di troppo ai paesi euromediterranei. In fondo la destra è sempre stato il “sovranismo di sua maestà”.

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28/06/2024

Il vertice europeo conferma la Von der Leyen. Ma la verifica si farà con i voti in Parlamento

Il vertice Ue sarebbe dovuto durare due giorni, ma alla mezzanotte di ieri l’incontro era già finito con l’accordo sui nuovi vertici europei e l’approvazione dei nuovi impegni militari per la guerra contro la Russia in Ucraina.

I capi di governo dell’UE avevano precedentemente concordato il nuovo vertice della Commissione europea con 25 voti su 27. Hanno nominato la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen per un secondo mandato, mentre sarà l’ex premier portoghese Antonio Costa (socialisti) a presiedere i vertici dell’UE in futuro in qualità di presidente del Consiglio dell’UE. Il primo ministro estone Kaja Kallas (liberali) diventerà Alto rappresentante per gli affari esteri.

Solo due capi di governo non hanno votato la decisione di maggioranza al vertice europeo: la premier italiana Giorgia Meloni e il primo ministro ungherese Viktor Orban, che si sono astenuti o hanno votato contro i candidati.

La Meloni si è astenuta nel voto per Von der Leyen, ma ha votato contro le nomine di Kallas e Costa.

La mossa di Meloni è tattica. Aver mostrato il suo “furore” prima e durante il vertice europeo potrebbe spianare la strada per ottenere una posizione importante e di peso per il prossimo staff dei Commissari europei. Nei corridoi di Bruxelles si fa strada la voce che potrebbe trattarsi di una vicepresidenza esecutiva con connotazioni economiche. Astenendosi, e non opponendosi, a Von der Leyen, il premier italiano ha confermato i buoni rapporti tra le due.

Adesso tocca al Parlamento europeo approvare questa composizione della Commissione.

In quella sede la Von der Leyen deve ottenere la maggioranza dei voti dei parlamentari – e potrebbe essere che i suoi sostenitori cristiano-democratici, socialdemocratici e liberali non siano sufficienti. Potrebbe quindi dipendere dai voti dei Verdi o dei partiti di destra.

Alla Von der Leyen a Strasburgo servono 361 voti e, qualora i 24 parlamentari europei di Fratelli d’Italia decidessero di astenersi, tale obiettivo diventerebbe decisamente più complicato. Per la Von der Leyen sembra essere giunto il momento di fare una scelta decisa fra il gruppo di destra Conservatori e riformisti (Ecr) – guidato da Meloni – e i Verdi che, invece, rischierebbero di farle perdere consensi da parte del suo stesso partito, il Ppe.

Da quanto è emerso dal vertice di ieri l’assetto guerrafondaio della Commissione europea sull’Ucraina è stato confermato. I colloqui a Bruxelles sono iniziati intorno al tramonto, al termine di una giornata in cui i leader europei hanno incontrato per l’ennesima volta il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy, il quale ha battuto sul solito tasto: rifornimenti di armi e sostegno militare.

Nelle 12 pagine del documento approvato l’Ue ricorda che “l’assistenza globale all’Ucraina e al suo popolo sinora ammonta a 108 miliardi di euro, di cui 39 miliardi di sostegno militare, all’interno dei quali ci sono 6,1 miliardi erogati tramite la European Peace Facility”. I governi della Ue hanno deciso di stabilire un nuovo Fondo con “5 miliardi aggiuntivi per il 2024 per assicurare ulteriore assistenza militare e addestramento”. Il testo sottolinea che “si potrebbero prevedere ulteriori aumenti annuali simili fino al 2027, sulla base delle esigenze ucraine”.

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12/06/2024

Il G7 delle “anatre zoppe”

Domani, giovedì, nella lussuosissima location di Borgo Ignazia in Puglia inizierà il vertice del G7 a guida italiana.

Le sette maggiori potenze economiche e militari occidentali – includendo il Giappone che da sempre fa parte della partita – riuniscono annualmente i propri capi di stato dopo che ministri e sherpa hanno già lavorato il terreno sui dossier da discutere e sui quali concordare le possibili azioni comuni. Almeno tre dossier pesano come macigni: le guerre in corso in Europa e in Medio Oriente, i cambiamenti climatici, la recessione economica nei paesi a capitalismo avanzato in contrasto con la crescita dei paesi emergenti.

Il problema è che in questo vertice abbondano i capi di stato in condizione di evidente difficoltà. Nel linguaggio politico statunitense possiamo definirli come “lame ducks”, anatre zoppe. Diciamo che la coincidenza con un “anno elettorale” non ha portato affatto fortuna ai capi di stato del “Giardino” occidentale.

Biden è ormai alle prese con una campagna elettorale che, nonostante tutto, vede Trump in vantaggio. Ma se anche dovesse rivincere, si comprende bene come un uomo anziano già piuttosto rincoglionito difficilmente potrebbe – o dovrebbe – gestire altri quattro anni di mandato presidenziale a capo della maggiore potenza imperialista del mondo.

I due capi di stato delle principali potenze imperialiste europee – Francia e Germania – sono usciti con le ossa rotta dalle recenti elezioni europee. Macròn è da tempo in brutale calo di consensi e, mostrando lo stesso avventurismo che ha dimostrato sulla guerra in Ucraina, ha giocato allo sfasciatutto convocando elezioni anticipate a fine giugno di fronte ai risultati crescenti della destra, con il rischio di consegnarle il governo e mettere qualche pezza con tre anni di convivenza tra la presidenza e l’esecutivo. Sempre che Macron, come tutti i liberali, alla fine non senta il richiamo della foresta del passaggio di consegne ai neofascisti, come avvenuto sistematicamente in Europa nel secolo scorso.

Il cancelliere tedesco Sholz ha subito la più pesante sconfitta politica-elettorale della socialdemocrazia in Germania, rafforzando i democristiani e facendosi superare dalla destra di AfD. Non è stato avventurista come Macron invocando il salto nel buio delle elezioni anticipate ma ha esagerato in senso opposto. La linea del finto tonto di Sholz non lo mette di certo al riparo dal fatto che sul piano dei consensi i partiti che sostengono il suo governo oggi contano solo un terzo dell’elettorato tedesco. La linea guerrafondaia di Sholz e del suo esecutivo insieme a Verdi e Liberali ha fatto cortocircuito con le conseguenze sociali della recessione economica in cui da tempo si dibatte la ex locomotiva economica d’Europa.

Infine c’è il primo ministro britannico Sunak che è stato costretto a convocare le elezioni anticipate a luglio a causa del logoramento e della crisi politica del governo conservatore ,che ha visto dimettersi e succedersi ben tre primi ministri in un solo mandato tra il 2019 e oggi: prima Johnson poi Liz Truss e infine lo stesso Sunak.

Non risultano grandi rogne per i capi di stato di Canada e Giappone. Il primo Trudeau, è un esponente anche lui “liberale”, è al suo terzo mandato consecutivo ma non ha più la maggioranza ed è stato costretto alla coalizione con un altro partito.

Il premier giapponese Kishida è al governo dal 2021 e non sembra avere particolari problemi interni se non quello di aver subito un attentato ad aprile dello scorso anno. Qualche problema in più continuano a darlo l’economia dove il motore della recessione batte ancora in testa e le periodiche azioni di disturbo nella regione da parte della Corea del Nord.

Al momento sembra salvarsi solo Giorgia Meloni, per ora saldamente al governo e leader del primo partito italiano, anche se nelle elezioni europee ha sì aumentato la sua percentuale ma ha anche perso più di 600mila voti rispetto alle elezioni politiche di due anni fa. Un segnale che le bugie e l’enfasi sui consensi in crescita hanno le gambe corte. In prospettiva c’è poi l’ipoteca della legge di stabilità su cui tanti trucchi non saranno più possibili e le lacrime e il sangue delle misure di austerity da adottare si affacciano ormai con inquietante insistenza.

Su sette capi di stato che si riuniscono al vertice del G7, dunque almeno quattro sono “lame duck” ossia anatre zoppe. Non possono prendersi impegni sul futuro perché di futuro potrebbero non averne. Tutti e quattro sono dei guerrafondai in Ucraina, complici di Israele in Medio Oriente e convinti della supremazia occidentale da riaffermare a tutti i costi – e con tutti i mezzi – nella competizione con i paesi emergenti.

Questa debolezza interna della maggioranza dei leader del G7 dovrebbe indurre alla cautela, ma in un contesto in cui l’avventurismo delle classi dirigenti sembra dilagare, appare invece un ulteriore motivo di preoccupazione.

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28/02/2024

La Sardegna morde Meloni

La Sardegna è l’Italia, certo. Ma prendere un ceffone di questa portata è comunque un problema per i fascisti di governo.

Detta in “elettoralese” – l’orribile linguaggio derivante da una logica priva di contenuti, dove conta solo “vincere” o “eleggere” non importa per fare che cosa – il centrodestra unito è riuscito a perdere contro il centrosinistra diviso.

E ci è riuscito nonostante abbia comunque preso circa la metà dei voti espressi (che sono a loro volta la metà degli aventi diritto; il dato forse più significativo di tutti).

Non che tra centrodestra e centrosinistra, anche in Sardegna, ci siano differenze politiche particolarmente importanti.

Questioni locali a parte (quali cordate affaristiche debbono avere la prevalenza e quali accontentarsi di farsi i fatti propri), sulle questioni chiave di questo momento storico – guerra in Ucraina, genocidio in Palestina, stagnazione economica, crollo dei salari e quindi dei consumi di massa, ecc.) – regna un indistinguibile silenzio. Oppure l’adesione pedissequa ai diktat dell’establishment euro-atlantico.

Alla fin fine l’unica “novità” rilevante è quella indicata dalla stessa Alessandra Todde – la cinquestelle vincitrice grazie al “campo largo” con il PD e frattaglie varie: “Sarò il primo presidente donna dell’isola“.

Il resto è effettivamente dimenticabile e impalpabile. A cominciare dall’incertezza totale sui consiglieri e la distribuzione dei 60 seggi nel consiglio regionale, grazie ad una legge elettorale (rigorosamente redatta in “autonomia differenziata”) che sembra fatta apposta per impedire di capirci qualcosa.

Il candidato con più voti diventa infatti governatore, anche se non arriva al 50%. È inoltre previsto un premio di maggioranza: se la coalizione supera il 40%, alle liste collegate vanno il 60% dei seggi, mentre se la coalizione che si piazza per prima ottiene tra il 25 e il 40% dei voti, è previsto un premio al 55%. Nessun premio, invece, al di sotto del 25%. Infine, ma non per importanza, la legge elettorale regionale impone un incostituzionale sbarramento al 10% che esclude qualsiasi rappresentanza al di sotto di questa soglia, escludendone così migliaia di elettori.

Un gioco di bussolotti che per ora garantisce soltanto la corsa alla richiesta di riconteggio dei voti, visto che la differenza con il candidato meloniano – il sindaco di Cagliari, Truzzu – è meno di 3.000 schede.

Ma sono tutti problemi di dettaglio. Il fatto politico vero è che stavolta Giorgia Meloni ha dimostrato di non avere alcun “tocco magico”. Anzi...

È noto che era stata lei a pretendere un “riequilibrio” interno alla maggioranza, imponendo il “suo” candidato anche a costo di bruciare il governatore uscente – il peraltro pessimo Solinas – “in quota” Lega ma esponente del Partito Sardo d’Azione.

Ed è quindi ovvio che la sconfitta è tutta sua, anche se facilitata dal “fuoco amico” che ha utilizzato il “voto disgiunto” (si può votare un candidato presidente e contemporaneamente una lista che non lo appoggia) per affondare il delfino locale della “presidente del consiglio”.

Ma era altrettanto ovvio e certo che quella imposizione dettata dall’ottusità con cui si interpretano i “rapporti di forza” all’interno della maggioranza – Fratelli d’Italia poco sotto il 30%, Lega e residui berlusconiani sempre sotto il 10 – avrebbe sollevato più risentimenti del sopportabile.

Si chiude quindi malissimo la “settimana horribilis” della “straccivendola” (copyright di Vincenzo De Luca, com’è noto), che aveva già inciampato pesantemente sulle manganellate a pioggia contro studenti minorenni e palesemente pacifici (a volto scoperto, senza alcuno “strumento atto ad offendere” né protezioni difensive).

È presto per dire che qui comincia la valanga che porterà i fascisti di governo a deragliare. Di fronte hanno il nulla del centrosinistra, che – a parte lo sbandieramento di qualche diritto civile a costo zero – non ha prodotto sin qui alcuna differenza apprezzabile sui temi fondamentali (dalla guerra ai diritti sociali e sindacali).

Ma hanno davanti anche il 50% di astenuti. Una crescita del malcontento sordo e rancoroso, senza prospettive immediate (i “movimenti antagonisti” sono per ora troppo poca cosa, e con idee ancora vaghe), ma dilagante ad ogni tornata elettorale.

Si capisce dunque facilmente perché questo governo affronti l’opposizione di piazza con tanta ferocia. Teme che qualche idea “diversa” venga fatta propria da una massa delusa da tutti.

E quindi prova a vietare di pensare: non si può dire la parola “genocidio”, non si può manifestare in difesa della popolazione palestinese, non si può chiedere di fermare l’invio di armi ai nazisti ucraini, non si può chiedere un salario che consenta di vivere, non si può scioperare per ottenerlo, ecc.

Ma un potere così anelastico è fragile come il cristallo. Rischia di andare in pezzi ad ogni vibrazione.

Lo sanno. Ma non sanno fare altro che irrigidirsi ancora di più. Ed è quando cominciano a mordersi tra di loro che le vibrazioni si fanno più forti e potenzialmente invalidanti.

Aumentare le occasioni perché entrino in risonanza, scuotendo il Palazzo, è giusto e necessario. Non semplice, certo, ma si può fare.

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02/11/2023

L’ultima impresa della Meloni

In che mani siamo... Pensiamo che ai piani alti dei più importanti consigli di amministrazione, in tutta Europa e sicuramente anche negli Stati Uniti, molti telefoni siano attraversati dallo stesso messaggio: “In Italia abbiamo sbagliato un’altra volta, ci tocca inventarci un nuovo presidente del consiglio”.

E la fortuna di Giorgia Meloni è stata persino grande. La telefonata con i due comici russi, Vovan & Lexus, che si sono spacciati per il presidente della Commissione dell’Unione Africana, è avvenuta il 18 settembre. Prima, insomma, dell’inizio della guerra a Gaza (7 ottobre).

Altrimenti – trovando dall’altra parte del filo dei presunti africani, all’unanimità schierati con i palestinesi e contro Israele – avrebbe potuto dare qualche spunto dell’antico antimitismo fascista, e la registrazione avrebbe potuto così costargli l’immediata defenestrazione...

Mettiamo da parte tutto il lato comico, sicuramente sovrabbondante, a cominciare dall’assenza di un filtro decente per proteggere la massima carica politica del Paese da contatti indiscreti, per finire alla “richiamata” ai russi da Palazzo Chigi, dopo il primo tentativo andato a vuoto.

Lato che comunque rivela la pochezza di una struttura dirigente fatta evidentemente di “fedeli al capo” piuttosto che di “esperti”. A prescindere dalla leggerezza commessa dal suo staff, infatti è quello che lei dice, e come si comporta, che ci dà la “statura” del premier.

Concentriamoci dunque sul merito, ovvero su come Meloni ha affrontato quello che riteneva essere un interlocutore internazionale.

Giustamente molti degli sfottò si sono concentrati su quella premessa, fatta ad un certo punto della lunga conversazione: “Posso chiederti qualcosa, fra me e te...?”, che evidenzia una estraneità antropologica al comportarsi “da istituzione”.

Pur non avendo nessuno di noi ricoperto ruoli istituzionali, tuttavia abbiamo accumulato nel corso dei decenni una qualche pratica nei rapporti internazionali. Con altre organizzazioni, associazioni, università e persino istituzioni statuali.

E in nessun luogo mai, neanche al livello più “orizzontale” (tra associazioni, per esempio), abbiamo registrato una analoga “scivolata” dal livello della discussione “tra soggetti collettivi” a quello della “confidenza di corridoio” (“fra me e te…”).

Se non altro per “mantenere un tono”, ed esser presi sul serio, ci si affida ad un linguaggio “ufficiale”, anche quando le posizioni individuali o l’umana curiosità spingerebbero per “saperne qualcosa di più”. Una questione di rispetto per l’interlocutore (una “istituzione”), ma anche per se stessi (“rappresentanti” di una istituzione, di una collettività, di interessi organizzati).

L’atteggiamento di Meloni, insomma, è invece quello del pour parler informale, tipico della frequentazione quotidiana tra portaborse e cronisti parlamentari. Che però hanno almeno la giustificazione del conoscersi reciprocamente molto bene, tanto da sapere cosa dire e cosa non dire per non rischiare inutili “incidenti” di percorso (che poi avvengono lo stesso, a dimostrazione del limitato autocontrollo di questa genia...).

Meloni, insomma, cerca la “confidenza” addirittura con un presunto alto funzionario di cui non ha probabilmente mai sentito parlare prima (anche se accreditato dal suo “consigliere diplomatico”). Un perfetto sconosciuto di cui ignori storia, frequentazioni, cultura, affidabilità, sistemi di relazione, “obbedienze” e convenienze.

Non è una questione di “etichetta” – che pure ha la sua rilevanza, nelle relazioni internazionali – ma di “serietà” e “livello”. Essere considerati poco seri e non all’altezza ti fa trovare molte porte completamente chiuse. E se non riesci ad interloquire, non puoi neanche rappresentare positivamente gli interessi del tuo Paese (o meglio: della classe dirigente di quel paese).

Una condizione che peraltro Meloni confessa, nella telefonata, essere già così: “Ma il problema è che agli altri non interessa. Non hanno risposto al telefono quando li ho chiamati”. E difficilmente la situazione sarà migliore, dopo questa figuraccia...

Ma qualcosa di utile – dal nostro malevolo punto di vista – Meloni ce l’ha detta. Sulla guerra in Ucraina: “Vedo che c’è molta stanchezza, devo dire la verità. Da tutti i lati. Siamo vicini al momento in cui tutti capiranno che abbiamo bisogno di una via d’uscita”.

Qui la questione è tutta politica e clamorosa: i governi occidentali – sia in Europa che negli States, ma altrove lo si ammette esplicitamente – non ne possono più del conflitto con la Russia e stanno solo aspettando il momento per trovare una quadra che salvi capra e cavoli. Insomma, un compromesso che congeli la situazione sul campo, ma permetta ad entrambe le parti di intestarsi una “vittoria” che non somiglia affatto a quella sostenuta ufficialmente (la riconquista del Donbas e della Crimea, la caduta di Putin, ecc.).

È semplicemente il contrario di quel che viene ripetuto in pubblico ogni giorno. Mentre governi e pennivendoli di ogni testata continuano a definire “putiniana” ogni testa pensante che, fin dall’inizio della guerra, propone di cercare... “una via d’uscita” con mezzi diplomatici, così da non rischiare un’escalation nucleare.

La conclusione è insomma semplice. Meloni dice una cosa e ne fa regolarmente un’altra, spesso l’opposta. Se fa così a livello internazionale – dove gli interlocutori dispongono di tutti gli strumenti per verificare lo scarto tra parole e fatti – figuriamoci cosa può combinare a livello delle “cose interne”. Come con la “manovra”, su pensioni, scuola, sanità, investimenti, salario minimo, tasse indirette (quelle sulle merci, che pesano molto di più sui redditi bassi e fissi), ecc.

La caduta di credibilità non sarà certo immediata, vista la copertura benevola garantitale finora dai grandi media, ma la strada è aperta. Anche per un popolo capacissimo di credere alle barzellette come quello italico.

Ma non è questa la notizia peggiore per “Gioggia”. È l’inadeguatezza che ha dimostrato rispetto al ruolo che le è stato affidato. E su questo, nei consigli di amministrazione più importanti, non si può transigere. Va trovato o costruito un altro “premier”, un altro manchurian candidate. Ci vorrà un po’ di tempo, i concorrenti sono tanti ma nessuno minimamente credibile. O “vendibile” sul mercato della politica...

C’è da dire che anche quei consiglieri di amministrazione non ne imbroccano una da anni. Avevano tirato su uno come Renzi, abilissimo nell’impastrocchiare battute e conferenze sul “Rinascimento” al miglior offerente. Ma “scarsino”, diciamo così, sulle questioni di Stato (uno che sussurra ai servizi segreti all’autogrill, insomma...).

Avevano per un po’ puntato su Salvini, ma è bastata un’estate al Papeete per svelarne l’inconsistenza. Ora pure Meloni sta arrivando a fine corsa...

Mai che venga loro il dubbio che, a forza di ridurre “la politica” a pura ricerca dei consensi – perché tanto le decisioni importanti vengono prese a Washington, Bruxelles e nei cda – sia pressoché inevitabile selezionare una serie di buoni piazzisti senz’altra arte.

Colpa loro, insomma.

Per il vostro divertimento, e magari un briciolo di riflessione, ecco il testo completo della conversazione con i due comici russi. Ossia con gli unici, in questa storia, che hanno fatto seriamente il loro mestiere (qualunque esso sia...).

Buona lettura.

*****

Comico russo: “Che piacere sentirti, grazie per il tuo tempo”.

Meloni: “Come stai?”

Comico russo: “Sto bene, ho sentito notizie molto brutte”.

Meloni: “Sì, sì, la situazione è un po’ difficile, la situazione è molto difficile per noi da gestire. Dall’inizio dell’anno, dunque in pochi mesi, abbiamo avuto più di 120mila persone arrivate principalmente dalla Tunisia. Quindi la situazione è molto difficile da ogni punto di vista. Dal punto di vista umanitario, logistico, di sicurezza. Ciò che vedo è che questi flussi rischiano di aumentare per la situazione che c’è in Africa, soprattutto nel Sahel ma anche per il problema del grano, per tutti i problemi che tu conosci meglio di me. Stiamo lavorando anche nell’Unione Europea per un memorandum in Tunisia per aiutare, non solo per gestire la migrazione. La mia idea è sempre che si debbano fare molte altre cose”.

Comico russo: “Sono d’accordo. Ho appena incontrato Charles Michel, abbiamo avuto una conversazione riguardo la situazione. Ha detto che il problema è che l’Italia non può fermarli. E pensa che il problema è un problema soprattutto per l’Italia”.

Meloni: “Sì, assolutamente. L’Europa per molto tempo ha pensato di poter risolvere il problema limitandolo all’Italia. Quello che non capiscono è che è impossibile. La portata di questo fenomeno colpisce, secondo me, non solo l’Unione Europea, ma anche le Nazioni Unite. Ma il problema è che agli altri non interessa. Non hanno risposto al telefono quando li ho chiamati. E sono tutti d’accordo sul fatto che l’Italia deve risolvere da sola questo problema. Penso che è una maniera molto stupida di pensare a queste cose”.

Comico russo: “Ho provato a parlarne a Macron, ma anche lui rifiuta di comprendere la mia posizione…”.

Meloni: “Posso chiederti qualcosa, fra me e te…? Tu pensi che ciò che sta accadendo, per esempio in Niger, sia qualcosa che va contro la Francia?”.

Comico russo: “Dico di sì. Specialmente adesso…”.

Meloni: “Vedo che la Francia sta spingendo per una sorta di intervento ma io sto cercando di capire come possiamo sostenere uno sforzo diplomatico. Dobbiamo stare attenti”.

Comico russo: “Perché i francesi non capiscono quelle che sarebbero le ulteriori conseguenze. Se ci fosse un’aggressione militare questo condurrebbe ad un’altra crisi migratoria”.

Meloni: “Ma loro hanno altre priorità, che non sono l’immigrazione in nazioni come il Niger come sai. Il loro punto di vista non è necessariamente il mio. Loro hanno l’uranio, il franco africano… Loro hanno delle priorità che sono priorità nazionali. Noi stiamo provando a dire loro…non dobbiamo – come si dice – fare cose che ci creano più problemi di quanti già ne abbiamo”.

Comico russo: “Ma un altro problema è come lavorare sulla nuova iniziativa del Mar Nero. Cosa ne pensi di sbloccare alcune banche russe?”.

Meloni: “Penso che dobbiamo discuterne. Dobbiamo trovare una soluzione per una situazione che è impossibile da fronteggiare per noi. Ci deve essere una soluzione. Ne ho discusso anche al G20 nel meeting sull’Africa. Se noi permettiamo alla Russia di ricattarci potrebbe essere ancora peggio. Ma se non troviamo altre soluzioni diventa un problema impossibile. In qualche modo dobbiamo uscirne. La Polonia potrebbe essere la strada giusta ma stanno avendo problemi…”.

Comico russo: “Il problema è che ci aspettavamo che la guerra potesse finire grazie ad una buona controffensiva ucraina, ma ora vedo che non è così di successo come mi aspettavo. Quindi (…) molti nostri e miei amici nel continente stanno aspettando un qualsiasi negoziato affinché Ucraina e Russia fermino questo conflitto”.

Meloni: “Lo capisco. E anche l’immigrazione e i problemi che abbiamo con l’inflazione, la crisi energetica, è difficile per tutti noi. (…) Uno dei miei piani strategici su cui sto tentando di discutere anche con gli altri Paesi europei è un piano di investimento per l’energia in Africa. Penso che potrebbe essere, assolutamente non immediato quando inizi a fare un investimento…Nei primi giorni di novembre presenteremo qui a Roma in una conferenza il nostro Piano Mattei, che consiste nell’investire soprattutto nell’energia per l’Africa, per produrla e per esportarla se riescono. Il prossimo anno avremo anche la presidenza del G7. E mi piacerebbe concentrare la nostra presidenza del G7 soprattutto sul tema dell’Africa. Andiamo verso un’epoca in cui (…) è già troppo tardi. Dobbiamo muoverci”.

Comico russo: “Posso chiederti cosa pensi dei piani di alcuni funzionari britannici di inviare alcuni migranti in Ruanda?”.

Meloni: “Sì. Non ne ho discusso. Non so quali sono gli elementi di questo accordo. Il problema che abbiamo è anche che queste persone che arrivano illegalmente sono impossibili da integrare. Loro perdono molto tempo nell’intervallo che impieghiamo a processare le loro richieste, e poi perdiamo le tracce di molti di loro, alcuni finiscono tra le mani della criminalità organizzata, alcuni vanno in altri Paesi e tentano di rimandarli indietro…”

Comico russo: “Ma pensi che la Commissione Europea lo capisca?”.

Meloni: “Cosa?”

Comico russo: “Pensi che la Commissione Europea comprenda questa…”.

Meloni: “La Commissione Europea DICE di capirlo (ride, ndB). Il problema è di quanto tempo ha bisogno per darci risposte concrete. In conclusione del Consiglio Europeo, nelle parole di Ursula von der Leyen, loro capiscono assolutamente ma quando chiedi di prendere i soldi e di investire per aiutarci, per discutere con questi Paesi, beh, lì diventa più difficile. Devo dire la verità. Questo riguarda anche la Tunisia. Ho organizzato questo memorandum tra Europa e Tunisia che il presidente Saied ha firmato con noi alla metà di luglio, ma lui non ha visto ancora un euro”.

Comico russo: “Quanto pensi che durerà il conflitto tra Ucraina e Russia? Hai avuto conversazioni con il presidente Biden e altri?”.

Meloni: “Vedo che c’è molta stanchezza, devo dire la verità. Da tutti i lati. Siamo vicini al momento in cui tutti capiranno che abbiamo bisogno di una via d’uscita. Il problema è trovarne una che possa essere accettabile per entrambi senza distruggere il diritto internazionale. Ho alcune idee su questo, su come gestire la situazione ma sto aspettando il momento giusto per mettere sul tavolo questo idee”.

Comico russo: “L’Ucraina non sta avendo il successo che tutti ci aspettavamo…”.

Meloni: “La controffensiva dell’Ucraina forse non sta funzionando come ci aspettavamo. Sta andando avanti ma non ha cambiato le sorti del conflitto. Dunque tutti capiamo che potrebbe durare molti anni se non proviamo a trovare qualche soluzione. Il problema è quale situazione è accettabile per entrambi senza aprire altri conflitti. (…) Tu sai cosa penso riguardo la Libia. Forse non lo sai (ride, ndB). Potremmo discuterne per ore, amico mio, su ciò che è accaduto in Libia! Forse oggi qualcuno capisce che la situazione del dopo non è stata così buona, non è stata migliore. (Incomprensibile) Dobbiamo fare funzionare il nostro cervello.

Comico russo: “Abbiamo bisogno di soldi ma non ne chiediamo ad altre istituzioni come la Commissione Europea. Vedo che tutti i soldi dell’UE stanno andando in Ucraina adesso”.

Meloni: “Ciò su cui sto lavorando è farne arrivare anche in Africa. Questo è il mio primo impegno. Come saprai se segui un po’ ciò che dico a tutti, dagli americani alla NATO, dico ovunque che dobbiamo prenderci cura dell’Africa”.

Comico russo: “Inoltre non sono d’accordo con l’ideologia nazionale dell’Ucraina, intendo Bandera, ci sono nazionalisti in Ucraina, che è la cosa che la Russia odia maggiormente”.

Meloni: “No, non sono d’accordo. Loro hanno il diritto di farlo. Io penso che il problema del nazionalismo è un problema che ha Putin”.

Comico russo: “Sto parlando di Stepan Bandera, è una persona che la Russia presenta come Hitler”.

Meloni: “Non lo so. Io penso che stanno facendo quello che devono e ciò che è loro diritto di fare. E noi stiamo cercando di aiutarli”.

Comico russo: “Ad ogni modo, signora primo ministro, grazie per questa conversazione”.

Meloni: “No grazie a te! Spero che possiamo avere altre occasioni. Grazie, grazie mille. Ciao”.

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