“È decollato pochi minuti fa, da Teheran, l’aereo che riporta a casa la giornalista Cecilia Sala”. Con questa breve nota, diffusa nella mattinata di oggi, Palazzo Chigi ha annunciato la liberazione della giornalista italiana detenuta nel carcere iraniano di Evin dal 19 dicembre.
«Grazie a un intenso lavoro sui canali diplomatici e di intelligence – si legge nella nota – la nostra connazionale è stata rilasciata dalle autorità iraniane e sta rientrando in Italia». «Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, esprime gratitudine a tutti coloro che hanno contribuito a rendere possibile il ritorno di Cecilia, permettendole di riabbracciare i suoi familiari e colleghi».
Al momento non risultano notizie sulla sorte di Mohammad Abedini Najafabadi, il 38enne iraniano arrestato ai fini dell’estradizione a Malpensa il 16 dicembre scorso su richiesta degli Stati Uniti.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/01/2025
06/01/2025
Quel mezzo “ok” che potrebbe far chiudere il caso Abedini-Sala
Luce quasi verde da Mar-a-Lago, residenza preferita di Donand Trump. Lo scambio tra Cecilia Sala – trattenuta in Iran – e l’accademico svizzero-iraniano Mohammad Abedini Najafabadi (detenuto in Italia in ossequio a una mandato di cattura statunitense) diventa così più probabile.
Il viaggio lampo di Giorgia Meloni in Florida, al di là della scontata serie di “temi” di cui si sarebbe discusso, aveva proprio il “caso Sala” al centro. Perché c’è una “finestra di opportunità” da sfruttare nelle relazioni con gli Usa per ridurre al minimo percepibile eventuali disaccordi.
Il sempre meno lucido Joe Biden è ancora formalmente presidente, e rilascia ancora ordini di invio di armi e soldi a Israele e Kiev, ma è ormai sulla porta d’uscita della Casa Bianca.
Trump è stato eletto, ma non è ancora in carica. Dunque l’eventuale “sgarbo” di uno scambio sgradito vedrà come destinatario l’incespicante guerrafondaio “democratico”, non l’imprevedibile immobiliarista supportato dall’ancora più disinvolto Elon Musk.
Il riepilogo della vicenda Sala può aiutare a capire meglio come ha fatto il governo italiano ad infilarsi in un tunnel senza vie d’uscita gratuite (sottolineiamo “gratuite”, non “senza uscita”).
Com’è ormai universalmente noto, il 16 dicembre scorso, all’aeroporto di Malpensa, l’ingegnere Mohammad Abedini Najafabadi viene fermato ed arrestato in base alla richiesta Usa per «cospirazione» e «supporto a un’organizzazione terroristica» nella commercializzazione di componenti elettronici montati su droni usati dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione.
Uno di questi droni, in particolare, sarebbe stato responsabile della morte di tre soldati americani in Giordania, un anno fa.
L’arresto e la richiesta di estradizione da parte Usa sono però chiaramente privi di una base giuridica rispondente alle attuali regole del diritto internazionale.
Per emettere quel mandato, infatti, Washington si appoggia sulla sua personalissima lista di “organizzazioni terroristiche”, in cui ha inserito anche i pasdaran.
Abbiamo scritto infinite volte che la definizione di “terrorismo” non ha mai ricevuto alcun consenso globale. Ogni paese, od ogni sistema di alleanze, chiama “terroristi” i propri nemici, che spesso sono “eroi della resistenza” per i paesi o le alleanze contrapposte.
Le riprove sono altrettanto infinite. Al Qaeda (quella di Osama Bin Laden) è stata definita freedom fighters ai tempi in cui combatteva la presenza sovietica e il governo socialista in Afghanistan, con tanto di film hollywoodiani incentrati sull’ancor giovane Stallone-Rambo.
Poi è stata inserita nella lista dei “terroristi” quando distrusse le Twin Towers, e servì a giustificare la ventennale ma fallimentare invasione dell’Afghanistan. Poi, in Siria, è tornata ad essere essere un fedele “combattente della libertà” impegnata ad abbattere il regime di Assad ed ora rappresenta il governo “sperabilmente” amico dell’Occidente a Damasco.
In futuro si vedrà. In fondo è facile passare da una parte all’altra delle definizioni.
Per i Guardiani della Rivoluzione iraniani, però, c’è una complicazione irrisolvibile per via “legale”. Non sono infatti un gruppo clandestino, ma un organo a pieno titolo dello Stato. Dunque, se si fosse realmente convinti della loro “natura terroristica”, bisognerebbe dichiarare guerra all’Iran.
Cosa che da anni viene agìta – tramite gli omicidi mirati del Mossad israeliano o finanziando gruppi jihadisti che compiono attentati in quel paese – ma in forma “coperta”, da servizi segreti.
Tanto più che tutto l’Occidente mantiene normali relazioni diplomatiche con Tehran, con forti limitazioni dovute soltanto alle “sanzioni” unilaterali decise da Washington, che gestisce la piattaforma Swift su cui avvengono i pagamenti internazionali.
L’Unione Europea, per dire, non ha (ancora) inserito i pasdaran nella propria lista dei “terroristi”, nonostante circa un anno fa il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (Fratelli d’Italia, Democratici Svedesi, Diritto e Giustizia e altri partiti parafascisti europei) abbia presentato un emendamento in questo senso alla relazione annuale sulla politica estera comune. Approvato a larga maggioranza, con l’endorsement di von der Leyen e Metsola, ma mai diventato operativo e legalmente vincolante.
Dunque, l’arresto di Abedini da parte delle autorità italiane è avvenuto per fare un semplice “omaggio” alla volontà degli Stati Uniti. Un atto politico che riconosce la supremazia di un irascibile alleato, a dispetto del quadro legale internazionale.
Cosa che la Svizzera, dove Abedini risiede abitualmente, al punto di aver ottenuto anche la cittadinanza, si era ben guardata dal fare nonostante sia il referente diplomatico degli interessi statunitensi in Iran e il fatto che la sua storica “neutralità” internazionale stia svaporando a velocità crescente.
Una volta avvenuto l’arresto, però, era inevitabile che Tehran rispondesse simmetricamente, come è normale nei rapporti internazionali conflittuali. Immaginiamo senza troppo sforzi che a quel punto abbiano compulsato la lista dei cittadini italiani momentaneamente in Iran cercando di individuare qualcuno che fosse altrettanto “importante” agli occhi del governo italiano (ed anche americano).
Cecilia Sala – giovane giornalista saldamente “atlantica”, specializzata nel “triangolo” Ucraina-Israele-Iran, figlia di Renato, dal 2004 senior advisor di J.P.Morgan International Bank, nonché amministratore indipendente di Banca Monte dei Paschi di Siena – deve essere balzata agli occhi molto facilmente.
Ovvio, a quel punto, che iniziasse la trattativa diplomatica alla pari tra I due governi.
E qui è caduta la maschera sul servilismo estremo che caratterizza l’esecutivo Meloni nei confronti degli Usa.
Il governo ha inizialmente taciuto sperando che la magistratura milanese, competente sul caso (arresto a Malpensa), rimettesse Abedini in libertà o quanto meno ai domiciliari, in modo che l’ingegnere svizzero-iraniano potesse prima o poi andarsene con i suoi mezzi e Cecilia Sala essere liberata. Ma senza scambio e senza irritare l’“amico americano”.
Comodo, no?
No. Perché proprio la magistratura milanese aveva fatto lo stesso tipo di “favore” (legalmente inappuntabile, ci mancherebbe) nel caso molto simile del russo Artem Uss, scomparso velocemente dai domiciliari e ricomparso bello e gaudente nel suo paese.
Quando gli americani si incazzarono per quella fuga il governo Meloni non trovò di meglio che scaricare tutte le responsabilità sui magistrati. Che naturalmente non intendono ripetere l’esperienza, e quindi hanno fissato al 15 gennaio l’udienza per decidere se metter fuori o no Amedini. E Trump si insedia il 20…
Sempre ricordando, naturalmente, che il ministro (Nordio, in questo momento) ha il potere di revocare l’ordine di arresto di chiunque non sia stato ancora processato e condannato, come del resto ha fatto – anche di recente – nel caso di Hervè Falciani (accusato in Svizzera di aver sottratto documentazione bancaria) e di Yevhen Lavrenchuk, regista ucraino reclamato dalla Russia (meno problematico, vero?).
La luce mezza verde di Mar-a-Lago può risolvere e smussare gli spigoli più taglienti, permettendo a governo, magistratura e presidenza degli Usa di gestire in qualche modo la propria estraneità a qualsiasi “trattativa”. Dopo aver aver trattato...
Certo che, di fronte ad uno spettacolo simile è comprensibile chi rimpiange l’Italia di Sigonella, con i carabinieri a circondare i marines Usa mandati da Reagan...
P.s. Per parte nostra ci auguriamo una rapida e diplomatica conclusione della vicenda. Quando insomma si potrà dare il giudizio che merita un modo di fare giornalismo semplicemente inqualificabile...
Fonte
Il viaggio lampo di Giorgia Meloni in Florida, al di là della scontata serie di “temi” di cui si sarebbe discusso, aveva proprio il “caso Sala” al centro. Perché c’è una “finestra di opportunità” da sfruttare nelle relazioni con gli Usa per ridurre al minimo percepibile eventuali disaccordi.
Il sempre meno lucido Joe Biden è ancora formalmente presidente, e rilascia ancora ordini di invio di armi e soldi a Israele e Kiev, ma è ormai sulla porta d’uscita della Casa Bianca.
Trump è stato eletto, ma non è ancora in carica. Dunque l’eventuale “sgarbo” di uno scambio sgradito vedrà come destinatario l’incespicante guerrafondaio “democratico”, non l’imprevedibile immobiliarista supportato dall’ancora più disinvolto Elon Musk.
Il riepilogo della vicenda Sala può aiutare a capire meglio come ha fatto il governo italiano ad infilarsi in un tunnel senza vie d’uscita gratuite (sottolineiamo “gratuite”, non “senza uscita”).
Com’è ormai universalmente noto, il 16 dicembre scorso, all’aeroporto di Malpensa, l’ingegnere Mohammad Abedini Najafabadi viene fermato ed arrestato in base alla richiesta Usa per «cospirazione» e «supporto a un’organizzazione terroristica» nella commercializzazione di componenti elettronici montati su droni usati dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione.
Uno di questi droni, in particolare, sarebbe stato responsabile della morte di tre soldati americani in Giordania, un anno fa.
L’arresto e la richiesta di estradizione da parte Usa sono però chiaramente privi di una base giuridica rispondente alle attuali regole del diritto internazionale.
Per emettere quel mandato, infatti, Washington si appoggia sulla sua personalissima lista di “organizzazioni terroristiche”, in cui ha inserito anche i pasdaran.
Abbiamo scritto infinite volte che la definizione di “terrorismo” non ha mai ricevuto alcun consenso globale. Ogni paese, od ogni sistema di alleanze, chiama “terroristi” i propri nemici, che spesso sono “eroi della resistenza” per i paesi o le alleanze contrapposte.
Le riprove sono altrettanto infinite. Al Qaeda (quella di Osama Bin Laden) è stata definita freedom fighters ai tempi in cui combatteva la presenza sovietica e il governo socialista in Afghanistan, con tanto di film hollywoodiani incentrati sull’ancor giovane Stallone-Rambo.
Poi è stata inserita nella lista dei “terroristi” quando distrusse le Twin Towers, e servì a giustificare la ventennale ma fallimentare invasione dell’Afghanistan. Poi, in Siria, è tornata ad essere essere un fedele “combattente della libertà” impegnata ad abbattere il regime di Assad ed ora rappresenta il governo “sperabilmente” amico dell’Occidente a Damasco.
In futuro si vedrà. In fondo è facile passare da una parte all’altra delle definizioni.
Per i Guardiani della Rivoluzione iraniani, però, c’è una complicazione irrisolvibile per via “legale”. Non sono infatti un gruppo clandestino, ma un organo a pieno titolo dello Stato. Dunque, se si fosse realmente convinti della loro “natura terroristica”, bisognerebbe dichiarare guerra all’Iran.
Cosa che da anni viene agìta – tramite gli omicidi mirati del Mossad israeliano o finanziando gruppi jihadisti che compiono attentati in quel paese – ma in forma “coperta”, da servizi segreti.
Tanto più che tutto l’Occidente mantiene normali relazioni diplomatiche con Tehran, con forti limitazioni dovute soltanto alle “sanzioni” unilaterali decise da Washington, che gestisce la piattaforma Swift su cui avvengono i pagamenti internazionali.
L’Unione Europea, per dire, non ha (ancora) inserito i pasdaran nella propria lista dei “terroristi”, nonostante circa un anno fa il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (Fratelli d’Italia, Democratici Svedesi, Diritto e Giustizia e altri partiti parafascisti europei) abbia presentato un emendamento in questo senso alla relazione annuale sulla politica estera comune. Approvato a larga maggioranza, con l’endorsement di von der Leyen e Metsola, ma mai diventato operativo e legalmente vincolante.
Dunque, l’arresto di Abedini da parte delle autorità italiane è avvenuto per fare un semplice “omaggio” alla volontà degli Stati Uniti. Un atto politico che riconosce la supremazia di un irascibile alleato, a dispetto del quadro legale internazionale.
Cosa che la Svizzera, dove Abedini risiede abitualmente, al punto di aver ottenuto anche la cittadinanza, si era ben guardata dal fare nonostante sia il referente diplomatico degli interessi statunitensi in Iran e il fatto che la sua storica “neutralità” internazionale stia svaporando a velocità crescente.
Una volta avvenuto l’arresto, però, era inevitabile che Tehran rispondesse simmetricamente, come è normale nei rapporti internazionali conflittuali. Immaginiamo senza troppo sforzi che a quel punto abbiano compulsato la lista dei cittadini italiani momentaneamente in Iran cercando di individuare qualcuno che fosse altrettanto “importante” agli occhi del governo italiano (ed anche americano).
Cecilia Sala – giovane giornalista saldamente “atlantica”, specializzata nel “triangolo” Ucraina-Israele-Iran, figlia di Renato, dal 2004 senior advisor di J.P.Morgan International Bank, nonché amministratore indipendente di Banca Monte dei Paschi di Siena – deve essere balzata agli occhi molto facilmente.
Ovvio, a quel punto, che iniziasse la trattativa diplomatica alla pari tra I due governi.
E qui è caduta la maschera sul servilismo estremo che caratterizza l’esecutivo Meloni nei confronti degli Usa.
Il governo ha inizialmente taciuto sperando che la magistratura milanese, competente sul caso (arresto a Malpensa), rimettesse Abedini in libertà o quanto meno ai domiciliari, in modo che l’ingegnere svizzero-iraniano potesse prima o poi andarsene con i suoi mezzi e Cecilia Sala essere liberata. Ma senza scambio e senza irritare l’“amico americano”.
Comodo, no?
No. Perché proprio la magistratura milanese aveva fatto lo stesso tipo di “favore” (legalmente inappuntabile, ci mancherebbe) nel caso molto simile del russo Artem Uss, scomparso velocemente dai domiciliari e ricomparso bello e gaudente nel suo paese.
Quando gli americani si incazzarono per quella fuga il governo Meloni non trovò di meglio che scaricare tutte le responsabilità sui magistrati. Che naturalmente non intendono ripetere l’esperienza, e quindi hanno fissato al 15 gennaio l’udienza per decidere se metter fuori o no Amedini. E Trump si insedia il 20…
Sempre ricordando, naturalmente, che il ministro (Nordio, in questo momento) ha il potere di revocare l’ordine di arresto di chiunque non sia stato ancora processato e condannato, come del resto ha fatto – anche di recente – nel caso di Hervè Falciani (accusato in Svizzera di aver sottratto documentazione bancaria) e di Yevhen Lavrenchuk, regista ucraino reclamato dalla Russia (meno problematico, vero?).
La luce mezza verde di Mar-a-Lago può risolvere e smussare gli spigoli più taglienti, permettendo a governo, magistratura e presidenza degli Usa di gestire in qualche modo la propria estraneità a qualsiasi “trattativa”. Dopo aver aver trattato...
Certo che, di fronte ad uno spettacolo simile è comprensibile chi rimpiange l’Italia di Sigonella, con i carabinieri a circondare i marines Usa mandati da Reagan...
P.s. Per parte nostra ci auguriamo una rapida e diplomatica conclusione della vicenda. Quando insomma si potrà dare il giudizio che merita un modo di fare giornalismo semplicemente inqualificabile...
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05/01/2025
Giorgia l’amerikana vola da Trump
Visita a sorpresa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella residenza di Trump in Florida.
Alla vigilia della visita di Biden a Roma – prevista per il 9 gennaio – e dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca (il 20 gennaio), la Meloni ha giocato d’anticipo andando ad incontrarsi con il neopresidente statunitense e candidandosi ad essere il suo principale interlocutore politico in una Unione Europea in piena crisi di classi dirigenti.
Con le leadership di Francia e Germania ridotte a condizione di anatre zoppe, la Meloni ha giocato il suo atout con la nuova amministrazione statatunitense, confermando così di voler aver un ruolo subalterno più agli USA che all’Unione Europea.
L’incontro di stanotte tra Meloni e Trump, “rafforza le speranze dei sostenitori” della premier italiana in merito alla possibilità di diventare “l’alleato di riferimento” di Trump in Europa scrive il New York Times, a cui fonti anonime hanno detto che i due hanno partecipato ad un “incontro informale” nella residenza privata del presidente eletto a Mar-a-lago, in Florida.
Anche il prossimo segretario al Tesoro, Scott Bessent, era presente all’incontro.
Ma oltre la postura di interlocutore privilegiato per Trump nella vecchia Europa, la visita aveva anche altri temi in agenda.
Sempre secondo il New York Times, nella sua visita a sorpresa in Florida avrebbe discusso con il presente eletto degli Stati Uniti Donald Trump il caso della giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata in Iran pochi giorni dopo che l’Italia aveva fermato, su richiesta degli Stati Uniti, l’ingegnere iraniano Mohammad Abedini.
L’ipoteca degli USA sulle trattative per riportare in Italia Cecilia Sala sono infatti pesanti.
Fonte
Alla vigilia della visita di Biden a Roma – prevista per il 9 gennaio – e dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca (il 20 gennaio), la Meloni ha giocato d’anticipo andando ad incontrarsi con il neopresidente statunitense e candidandosi ad essere il suo principale interlocutore politico in una Unione Europea in piena crisi di classi dirigenti.
Con le leadership di Francia e Germania ridotte a condizione di anatre zoppe, la Meloni ha giocato il suo atout con la nuova amministrazione statatunitense, confermando così di voler aver un ruolo subalterno più agli USA che all’Unione Europea.
L’incontro di stanotte tra Meloni e Trump, “rafforza le speranze dei sostenitori” della premier italiana in merito alla possibilità di diventare “l’alleato di riferimento” di Trump in Europa scrive il New York Times, a cui fonti anonime hanno detto che i due hanno partecipato ad un “incontro informale” nella residenza privata del presidente eletto a Mar-a-lago, in Florida.
Anche il prossimo segretario al Tesoro, Scott Bessent, era presente all’incontro.
Ma oltre la postura di interlocutore privilegiato per Trump nella vecchia Europa, la visita aveva anche altri temi in agenda.
Sempre secondo il New York Times, nella sua visita a sorpresa in Florida avrebbe discusso con il presente eletto degli Stati Uniti Donald Trump il caso della giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata in Iran pochi giorni dopo che l’Italia aveva fermato, su richiesta degli Stati Uniti, l’ingegnere iraniano Mohammad Abedini.
L’ipoteca degli USA sulle trattative per riportare in Italia Cecilia Sala sono infatti pesanti.
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01/01/2025
Pirateria di Stato
di Paolo Di Mizio
Cecilia Sala è chiaramente stata arrestata come ritorsione per l’arresto – illegale – dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini Najafabadi, bloccato il 16 dicembre scorso su ordine della giustizia americana all’aeroporto di Malpensa.
L’accusa, per lui, mossa da Washington, è di “traffico d’armi”. Ma è un’accusa farlocca, senza alcuna base giuridica.
L’ingegnere lavora per lo Stato iraniano: se lo Stato iraniano vende armi a un paese terzo (poniamo la Russia o l’India), questo non è un reato di “traffico d’armi”, è un libero commercio garantito dal WTO e dalle leggi internazionali, che piaccia o non piaccia all’America.
Se vendere armi da uno Stato all’altro fosse un reato, allora ci dovrebbe essere un ordine di arresto per Biden e per tutti i presidenti americani, che sono i maggiori venditori di armi del mondo.
Aggiungo, per quelli che dicono che “l’Iran viola le sanzioni”: le sanzioni sono un atto politico, arbitrario, non giuridico, in altre parole non sono una legge.
Anzi, per la giurisprudenza internazionale le sanzioni sono addirittura fuorilegge se attuate al di fuori di un mandato dell’ONU, come avviene in questo caso. Quindi se non c’è una legge, non c’è alcun reato.
La verità è che gli americani vogliono interrogare, con le buone o con le cattive, l’ingegnere iraniano per conoscere i segreti dei droni iraniani, come li fabbricano, dove, se li vendono alla Russia, ecc.
Questa è la vera ragione. L’arresto dell’ingegnere è un sequestro di persona, non un arresto: è un atto di pirateria di Stato.
Fonte
Cecilia Sala è chiaramente stata arrestata come ritorsione per l’arresto – illegale – dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini Najafabadi, bloccato il 16 dicembre scorso su ordine della giustizia americana all’aeroporto di Malpensa.
L’accusa, per lui, mossa da Washington, è di “traffico d’armi”. Ma è un’accusa farlocca, senza alcuna base giuridica.
L’ingegnere lavora per lo Stato iraniano: se lo Stato iraniano vende armi a un paese terzo (poniamo la Russia o l’India), questo non è un reato di “traffico d’armi”, è un libero commercio garantito dal WTO e dalle leggi internazionali, che piaccia o non piaccia all’America.
Se vendere armi da uno Stato all’altro fosse un reato, allora ci dovrebbe essere un ordine di arresto per Biden e per tutti i presidenti americani, che sono i maggiori venditori di armi del mondo.
Aggiungo, per quelli che dicono che “l’Iran viola le sanzioni”: le sanzioni sono un atto politico, arbitrario, non giuridico, in altre parole non sono una legge.
Anzi, per la giurisprudenza internazionale le sanzioni sono addirittura fuorilegge se attuate al di fuori di un mandato dell’ONU, come avviene in questo caso. Quindi se non c’è una legge, non c’è alcun reato.
La verità è che gli americani vogliono interrogare, con le buone o con le cattive, l’ingegnere iraniano per conoscere i segreti dei droni iraniani, come li fabbricano, dove, se li vendono alla Russia, ecc.
Questa è la vera ragione. L’arresto dell’ingegnere è un sequestro di persona, non un arresto: è un atto di pirateria di Stato.
Fonte
29/12/2024
La liberazione di Cecilia Sala diventa una partita a tre
Con il passare dei giorni comincia a emergere come l’eventuale liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata in Iran lo scorso 19 dicembre, sia diventata “una partita a tre”.
Non c’è solo l’interlocuzione tra Italia e Iran, c’è anche l’ingerenza degli Stati Uniti, il che spiega la cautela e il nervosismo della Farnesina nella gestione di una partita delicata, nella quale il desiderio di riportare a casa la giornalista potrebbe entrare in contraddizione con i vincoli della pesante alleanza con gli USA.
Gli Stati Uniti, infatti, appena la vicenda dell’arresto di Cecilia Sala è diventata pubblica si sono affrettati a richiedere l’estradizione dall’Italia di Mohammad Abedini Najafabadi, il cittadino iraniano arrestato il 16 dicembre scorso all’aeroporto di Malpensa dalla Digos su richiesta degli USA. Le autorità statunitensi si sono mosse con grande e insolita rapidità per inviare all’Italia la richiesta di estradizione dell’iraniano. Avrebbero avuto tempo fino al 28 gennaio, ma hanno scelto di farlo il 28 dicembre, un mese prima.
Non solo. C’è un altro particolare che sta emergendo. Era infatti il 13 dicembre quando gli Stati Uniti hanno notificato all’Italia un mandato d’arresto ai fini dell’estradizione. In quella data Mohammad Abedini Najafabadi, non era ancora in Italia. Tre giorni dopo, al suo arrivo a Malpensa l’ordine di arresto è stato eseguito. Secondo l’Ansa, l’indagine avviata dai magistrati milanesi su modalità e tempistiche dell’arresto “potrebbe riguardare anche i tempi stretti tra l’emissione del mandato di arresto ai fini di estradizione e il fermo dell’uomo”.
Insomma nell’attività diplomatica dell’Italia per riportare a casa Cecilia Sala , magari scambiandola con Najafabadi, c’è la pesante ipoteca degli Stati Uniti che lo vorrebbero invece portare nelle carceri USA.
Tra l’esigenza di liberare la giornalista e i diktat del potente alleato, il governo italiano potrebbe trovarsi con margini di manovra strettissima nella sua trattativa con il governo iraniano.
Mohammad Abedini Najafabadi, si trova attualmente detenuto nel carcere di Opera ed è accusato di aver violato le leggi americane sull’esportazione di componenti elettronici sofisticati dagli Usa all’Iran e per aver fornito materiale a un’organizzazione terroristica straniera.
La Corte d’Appello di Milano adesso deve valutare se sussistono le condizioni per accogliere o meno la richiesta di Washington. Nel caso in cui venga dato il via libera all’estradizione, il provvedimento dovrà avere la firma del ministero della Giustizia, il quale avrà al massimo 10 giorni di tempo per completare la pratica e rendere effettiva la sentenza.
La sorte dell’iraniano arrestato in Italia si lega a doppio filo con quella di Cecilia Sala in Iran. Molti osservatori considerano plausibile la possibilità che la giornalista italiana possa essere stata arrestata come forma di pressione sulle autorità italiane e statunitensi ed ottenere uno scambio con la liberazione di Mohammad Abedini Najafabadi.
Fonte
Non c’è solo l’interlocuzione tra Italia e Iran, c’è anche l’ingerenza degli Stati Uniti, il che spiega la cautela e il nervosismo della Farnesina nella gestione di una partita delicata, nella quale il desiderio di riportare a casa la giornalista potrebbe entrare in contraddizione con i vincoli della pesante alleanza con gli USA.
Gli Stati Uniti, infatti, appena la vicenda dell’arresto di Cecilia Sala è diventata pubblica si sono affrettati a richiedere l’estradizione dall’Italia di Mohammad Abedini Najafabadi, il cittadino iraniano arrestato il 16 dicembre scorso all’aeroporto di Malpensa dalla Digos su richiesta degli USA. Le autorità statunitensi si sono mosse con grande e insolita rapidità per inviare all’Italia la richiesta di estradizione dell’iraniano. Avrebbero avuto tempo fino al 28 gennaio, ma hanno scelto di farlo il 28 dicembre, un mese prima.
Non solo. C’è un altro particolare che sta emergendo. Era infatti il 13 dicembre quando gli Stati Uniti hanno notificato all’Italia un mandato d’arresto ai fini dell’estradizione. In quella data Mohammad Abedini Najafabadi, non era ancora in Italia. Tre giorni dopo, al suo arrivo a Malpensa l’ordine di arresto è stato eseguito. Secondo l’Ansa, l’indagine avviata dai magistrati milanesi su modalità e tempistiche dell’arresto “potrebbe riguardare anche i tempi stretti tra l’emissione del mandato di arresto ai fini di estradizione e il fermo dell’uomo”.
Insomma nell’attività diplomatica dell’Italia per riportare a casa Cecilia Sala , magari scambiandola con Najafabadi, c’è la pesante ipoteca degli Stati Uniti che lo vorrebbero invece portare nelle carceri USA.
Tra l’esigenza di liberare la giornalista e i diktat del potente alleato, il governo italiano potrebbe trovarsi con margini di manovra strettissima nella sua trattativa con il governo iraniano.
Mohammad Abedini Najafabadi, si trova attualmente detenuto nel carcere di Opera ed è accusato di aver violato le leggi americane sull’esportazione di componenti elettronici sofisticati dagli Usa all’Iran e per aver fornito materiale a un’organizzazione terroristica straniera.
La Corte d’Appello di Milano adesso deve valutare se sussistono le condizioni per accogliere o meno la richiesta di Washington. Nel caso in cui venga dato il via libera all’estradizione, il provvedimento dovrà avere la firma del ministero della Giustizia, il quale avrà al massimo 10 giorni di tempo per completare la pratica e rendere effettiva la sentenza.
La sorte dell’iraniano arrestato in Italia si lega a doppio filo con quella di Cecilia Sala in Iran. Molti osservatori considerano plausibile la possibilità che la giornalista italiana possa essere stata arrestata come forma di pressione sulle autorità italiane e statunitensi ed ottenere uno scambio con la liberazione di Mohammad Abedini Najafabadi.
Fonte
28/12/2024
Iran - L’arresto di Cecilia Sala funzionale ad uno scambio di prigionieri?
Il 16 dicembre all’aeroporto Malpensa di Milano, su richiesta delle autorità degli Stati Uniti viene arrestato un cittadino iraniano-svizzero Mohammad Abedini-Najafabadi di 38 anni.
Le accuse contro di lui mosse dagli Stati Uniti sono di cospirazione, associazione a delinquere e violazione delle leggi sul commercio e valgono potenzialmente l’ergastolo negli Usa e 20 anni per chi lo avrebbe aiutato.
Mohammad Abedini-Najafabadi è accusato di aver reperito negli USA alcuni componenti di un sistema di droni simile a quello che ha colpito una base militare statunitense in Giordania dove sono rimasti uccisi tre soldati.
Il 19 dicembre – ma si è saputo solo una settimana dopo – le autorità iraniane hanno arrestato a Teheran la giornalista italiana Cecilia Sala. Non sono ancora chiare – o meglio non sono trapelate fino a noi – le motivazioni dell’arresto.
Visto da questa prospettiva l’arresto di Cecilia Sala potrebbe essere propedeutico ad uno scambio di prigionieri tra Italia e Iran. A meno che gli Stati Uniti non si mettano di traverso a complicare le cose.
Cecilia Sala è una giornalista del quotidiano filo-israeliano Il Foglio, segue la politica internazionale ed è una ospite frequente di talk show televisivi nei quali viene chiamata a rappresentare il punto di vista della Nato e di Israele nel sistema informativo italiano.
Il ministro degli Esteri Tajani ha fatto sapere finora molto poco: “C’è stata una lunga visita regolare da parte della nostra ambasciatrice Paola Amadei, che è stata più di mezz’ora con la giornalista fermata. L’ha trovata in buone condizioni di salute”, ha detto il ministro. Cecilia Sala “spera di poter essere liberata il prima possibile ed è quello che sta cercando di fare il ministero degli Esteri, quello che sta facendo la nostra diplomazia con grande discrezione e con la massima riservatezza”. Tajani ha aggiunto che i genitori hanno già avuto la possibilità di parlare due volte con Sala e sono in costante contatto con la Farnesina per ricevere aggiornamenti sulla situazione.
Fonte
Le accuse contro di lui mosse dagli Stati Uniti sono di cospirazione, associazione a delinquere e violazione delle leggi sul commercio e valgono potenzialmente l’ergastolo negli Usa e 20 anni per chi lo avrebbe aiutato.
Mohammad Abedini-Najafabadi è accusato di aver reperito negli USA alcuni componenti di un sistema di droni simile a quello che ha colpito una base militare statunitense in Giordania dove sono rimasti uccisi tre soldati.
Il 19 dicembre – ma si è saputo solo una settimana dopo – le autorità iraniane hanno arrestato a Teheran la giornalista italiana Cecilia Sala. Non sono ancora chiare – o meglio non sono trapelate fino a noi – le motivazioni dell’arresto.
Visto da questa prospettiva l’arresto di Cecilia Sala potrebbe essere propedeutico ad uno scambio di prigionieri tra Italia e Iran. A meno che gli Stati Uniti non si mettano di traverso a complicare le cose.
Cecilia Sala è una giornalista del quotidiano filo-israeliano Il Foglio, segue la politica internazionale ed è una ospite frequente di talk show televisivi nei quali viene chiamata a rappresentare il punto di vista della Nato e di Israele nel sistema informativo italiano.
Il ministro degli Esteri Tajani ha fatto sapere finora molto poco: “C’è stata una lunga visita regolare da parte della nostra ambasciatrice Paola Amadei, che è stata più di mezz’ora con la giornalista fermata. L’ha trovata in buone condizioni di salute”, ha detto il ministro. Cecilia Sala “spera di poter essere liberata il prima possibile ed è quello che sta cercando di fare il ministero degli Esteri, quello che sta facendo la nostra diplomazia con grande discrezione e con la massima riservatezza”. Tajani ha aggiunto che i genitori hanno già avuto la possibilità di parlare due volte con Sala e sono in costante contatto con la Farnesina per ricevere aggiornamenti sulla situazione.
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