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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/01/2025

Cecilia Sala libera, governo Meloni sugli allori. Restano da pagare i debiti

La giornalista Cecilia Sala da ieri è rientrata in Italia dopo una ventina di giorni passati nelle carceri iraniane. Ad accoglierla all’aeroporto di Ciampino – dove arrivano i voli riservati – c’erano la premier Meloni, il ministro degli esteri Tajani e il gotha dei servizi di intelligence. In sostanza tutti i soggetti che hanno gestito la delicata trattativa con l’Iran e gli Stati Uniti per riportare a casa la giornalista de Il Foglio. Un indubbio successo per il governo Meloni che ha rapidamente concluso una crisi internazionale potendo contare sulla riconosciuta capacità dei servizi segreti italiani di agire in un’area complessa come quella mediorientale.

Da alcuni retroscena sta emergendo come le trattative siano avvenute non solo in Iran tramite i canali diplomatici ma anche in Siria attraverso gli apparati dei servizi segreti italiani presenti nell’area. Una trattativa che sembra avere come oggetto non solo le sorti dell’ingegnere iraniano Mohammed Abedini ma anche le complesse relazioni sul campo in Medio Oriente, un campo che per l’Iran – con la caduta di Assad in Siria – si è fatto assai più complicato.

Le monete di scambio in casi come questi possono essere molteplici e assai spesso poco note.

In Italia resta il problema della sorte dell’ingegnere Abedini tuttora detenuto nel carcere milanese di Opera.

Qui l’ostacolo al suo eventuale rilascio poteva – e potrebbe ancora – venire dagli Stati Uniti che lo vorrebbero nelle loro galere per traffico di componenti tecnologiche soggette a sanzioni.

Le cronache riferiscono che il problema dell’Italia con gli USA sarebbe stato risolto nel viaggio-lampo della Meloni da Trump e da quello previsto di Biden nelle prossime ore proprio in Italia, anche se quest’ultimo potrebbe saltare a causa dell’emergenza nazionale incendi in California.

Insomma gli Stati Uniti avrebbero rinunciato alla richiesta di estradizione dell’ingegnere iraniano affidandone le sorti alla giustizia italiana.

Ora occorre attendere il verdetto dei giudici milanesi nell’udienza fissata il prossimo 15 gennaio sulla sorte di Abedini. Se dovesse essere negativa per il detenuto, sarebbe il ministro della Giustizia a dover procedere con la revoca degli arresti e dunque con un atto politico che permetterebbe ad Abedini di tornare libero e chiuderebbe definitivamente la procedura di riconsegna agli Usa.

Scrive oggi Bianconi sul Corriere della Sera che “Il differimento tra questo esito e la liberazione di Sala servirebbe ad allontanare l’immagine dello scambio di ostaggi, ma non è detto che da qui all’udienza di mercoledì non arrivino altre novità”.

La vicenda di Cecilia Sala si è conclusa positivamente. Ma adesso sul piatto restano da onorare due debiti: uno con l’Iran e l’altro con gli Stati Uniti. E i debiti vanno pagati.

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08/01/2025

Cecilia Sala sta rientrando in Italia

“È decollato pochi minuti fa, da Teheran, l’aereo che riporta a casa la giornalista Cecilia Sala”. Con questa breve nota, diffusa nella mattinata di oggi, Palazzo Chigi ha annunciato la liberazione della giornalista italiana detenuta nel carcere iraniano di Evin dal 19 dicembre.

«Grazie a un intenso lavoro sui canali diplomatici e di intelligence – si legge nella nota – la nostra connazionale è stata rilasciata dalle autorità iraniane e sta rientrando in Italia». «Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, esprime gratitudine a tutti coloro che hanno contribuito a rendere possibile il ritorno di Cecilia, permettendole di riabbracciare i suoi familiari e colleghi».

Al momento non risultano notizie sulla sorte di Mohammad Abedini Najafabadi, il 38enne iraniano arrestato ai fini dell’estradizione a Malpensa il 16 dicembre scorso su richiesta degli Stati Uniti.

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06/01/2025

Quel mezzo “ok” che potrebbe far chiudere il caso Abedini-Sala

Luce quasi verde da Mar-a-Lago, residenza preferita di Donand Trump. Lo scambio tra Cecilia Sala – trattenuta in Iran – e l’accademico svizzero-iraniano Mohammad Abedini Najafabadi (detenuto in Italia in ossequio a una mandato di cattura statunitense) diventa così più probabile.

Il viaggio lampo di Giorgia Meloni in Florida, al di là della scontata serie di “temi” di cui si sarebbe discusso, aveva proprio il “caso Sala” al centro. Perché c’è una “finestra di opportunità” da sfruttare nelle relazioni con gli Usa per ridurre al minimo percepibile eventuali disaccordi.

Il sempre meno lucido Joe Biden è ancora formalmente presidente, e rilascia ancora ordini di invio di armi e soldi a Israele e Kiev, ma è ormai sulla porta d’uscita della Casa Bianca.

Trump è stato eletto, ma non è ancora in carica. Dunque l’eventuale “sgarbo” di uno scambio sgradito vedrà come destinatario l’incespicante guerrafondaio “democratico”, non l’imprevedibile immobiliarista supportato dall’ancora più disinvolto Elon Musk.

Il riepilogo della vicenda Sala può aiutare a capire meglio come ha fatto il governo italiano ad infilarsi in un tunnel senza vie d’uscita gratuite (sottolineiamo “gratuite”, non “senza uscita”).

Com’è ormai universalmente noto, il 16 dicembre scorso, all’aeroporto di Malpensa, l’ingegnere Mohammad Abedini Najafabadi viene fermato ed arrestato in base alla richiesta Usa per «cospirazione» e «supporto a un’organizzazione terroristica» nella commercializzazione di componenti elettronici montati su droni usati dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione.

Uno di questi droni, in particolare, sarebbe stato responsabile della morte di tre soldati americani in Giordania, un anno fa.

L’arresto e la richiesta di estradizione da parte Usa sono però chiaramente privi di una base giuridica rispondente alle attuali regole del diritto internazionale.

Per emettere quel mandato, infatti, Washington si appoggia sulla sua personalissima lista di “organizzazioni terroristiche”, in cui ha inserito anche i pasdaran.

Abbiamo scritto infinite volte che la definizione di “terrorismo” non ha mai ricevuto alcun consenso globale. Ogni paese, od ogni sistema di alleanze, chiama “terroristi” i propri nemici, che spesso sono “eroi della resistenza” per i paesi o le alleanze contrapposte.

Le riprove sono altrettanto infinite. Al Qaeda (quella di Osama Bin Laden) è stata definita freedom fighters ai tempi in cui combatteva la presenza sovietica e il governo socialista in Afghanistan, con tanto di film hollywoodiani incentrati sull’ancor giovane Stallone-Rambo.

Poi è stata inserita nella lista dei “terroristi” quando distrusse le Twin Towers, e servì a giustificare la ventennale ma fallimentare invasione dell’Afghanistan. Poi, in Siria, è tornata ad essere essere un fedele “combattente della libertà” impegnata ad abbattere il regime di Assad ed ora rappresenta il governo “sperabilmente” amico dell’Occidente a Damasco.

In futuro si vedrà. In fondo è facile passare da una parte all’altra delle definizioni.

Per i Guardiani della Rivoluzione iraniani, però, c’è una complicazione irrisolvibile per via “legale”. Non sono infatti un gruppo clandestino, ma un organo a pieno titolo dello Stato. Dunque, se si fosse realmente convinti della loro “natura terroristica”, bisognerebbe dichiarare guerra all’Iran.

Cosa che da anni viene agìta – tramite gli omicidi mirati del Mossad israeliano o finanziando gruppi jihadisti che compiono attentati in quel paese – ma in forma “coperta”, da servizi segreti.

Tanto più che tutto l’Occidente mantiene normali relazioni diplomatiche con Tehran, con forti limitazioni dovute soltanto alle “sanzioni” unilaterali decise da Washington, che gestisce la piattaforma Swift su cui avvengono i pagamenti internazionali.

L’Unione Europea, per dire, non ha (ancora) inserito i pasdaran nella propria lista dei “terroristi”, nonostante circa un anno fa il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (Fratelli d’Italia, Democratici Svedesi, Diritto e Giustizia e altri partiti parafascisti europei) abbia presentato un emendamento in questo senso alla relazione annuale sulla politica estera comune. Approvato a larga maggioranza, con l’endorsement di von der Leyen e Metsola, ma mai diventato operativo e legalmente vincolante.

Dunque, l’arresto di Abedini da parte delle autorità italiane è avvenuto per fare un semplice “omaggio” alla volontà degli Stati Uniti. Un atto politico che riconosce la supremazia di un irascibile alleato, a dispetto del quadro legale internazionale.

Cosa che la Svizzera, dove Abedini risiede abitualmente, al punto di aver ottenuto anche la cittadinanza, si era ben guardata dal fare nonostante sia il referente diplomatico degli interessi statunitensi in Iran e il fatto che la sua storica “neutralità” internazionale stia svaporando a velocità crescente.

Una volta avvenuto l’arresto, però, era inevitabile che Tehran rispondesse simmetricamente, come è normale nei rapporti internazionali conflittuali. Immaginiamo senza troppo sforzi che a quel punto abbiano compulsato la lista dei cittadini italiani momentaneamente in Iran cercando di individuare qualcuno che fosse altrettanto “importante” agli occhi del governo italiano (ed anche americano).

Cecilia Sala – giovane giornalista saldamente “atlantica”, specializzata nel “triangolo” Ucraina-Israele-Iran, figlia di Renato, dal 2004 senior advisor di J.P.Morgan International Bank, nonché amministratore indipendente di Banca Monte dei Paschi di Siena – deve essere balzata agli occhi molto facilmente.

Ovvio, a quel punto, che iniziasse la trattativa diplomatica alla pari tra I due governi.

E qui è caduta la maschera sul servilismo estremo che caratterizza l’esecutivo Meloni nei confronti degli Usa.

Il governo ha inizialmente taciuto sperando che la magistratura milanese, competente sul caso (arresto a Malpensa), rimettesse Abedini in libertà o quanto meno ai domiciliari, in modo che l’ingegnere svizzero-iraniano potesse prima o poi andarsene con i suoi mezzi e Cecilia Sala essere liberata. Ma senza scambio e senza irritare l’“amico americano”.

Comodo, no?

No. Perché proprio la magistratura milanese aveva fatto lo stesso tipo di “favore” (legalmente inappuntabile, ci mancherebbe) nel caso molto simile del russo Artem Uss, scomparso velocemente dai domiciliari e ricomparso bello e gaudente nel suo paese.

Quando gli americani si incazzarono per quella fuga il governo Meloni non trovò di meglio che scaricare tutte le responsabilità sui magistrati. Che naturalmente non intendono ripetere l’esperienza, e quindi hanno fissato al 15 gennaio l’udienza per decidere se metter fuori o no Amedini. E Trump si insedia il 20…

Sempre ricordando, naturalmente, che il ministro (Nordio, in questo momento) ha il potere di revocare l’ordine di arresto di chiunque non sia stato ancora processato e condannato, come del resto ha fatto – anche di recente – nel caso di Hervè Falciani (accusato in Svizzera di aver sottratto documentazione bancaria) e di Yevhen Lavrenchuk, regista ucraino reclamato dalla Russia (meno problematico, vero?).

La luce mezza verde di Mar-a-Lago può risolvere e smussare gli spigoli più taglienti, permettendo a governo, magistratura e presidenza degli Usa di gestire in qualche modo la propria estraneità a qualsiasi “trattativa”. Dopo aver aver trattato...

Certo che, di fronte ad uno spettacolo simile è comprensibile chi rimpiange l’Italia di Sigonella, con i carabinieri a circondare i marines Usa mandati da Reagan...

P.s. Per parte nostra ci auguriamo una rapida e diplomatica conclusione della vicenda. Quando insomma si potrà dare il giudizio che merita un modo di fare giornalismo semplicemente inqualificabile...

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Gli USA ordinano l’arresto di un accademico anti-sionista svizzero

Nella foga di giustificare il “mandato d’arresto” statunitense contro lo scienziato iraniano Abedini, rivestendo di pseudo argomentazioni giuridiche la “legalità” di un gesto coloniale arbitrario, i media italiani si sono quasi sempre dimenticati del fatto che Abedini è anche cittadino svizzero.

Ossia di un paese storicamente tutto interno all’Occidente – e al suo sistema bancario – ma anche politicamente neutrale in tutte le guerre che hanno insanguinato la “civile Europa” che pretende ancora di dar lezioni al resto del mondo.

Ma le cose stanno peggiorando drasticamente anche al di là della ben nota (agli evasori fiscali) frontiera di Chiasso. Autorità politiche e media mainstream hanno rapidamente introiettato i format sfornati dal “grande fratello” statunitense. Anche se qualcuno, fortunatamente, non china la testa e controbatte con coraggio.

*****

A Malpensa, su ordine del governo statunitense, è stato fermato nei giorni scorsi il cittadino svizzero di origine iraniana, Mohammad Abedini Najafabadi, con l’accusa di traffico d’armi. Egli avrebbe presuntamente fornito al governo dell’Iran informazioni sui sistemi di navigazione di droni tramite una sua società con sede presso il campus del Politecnico federale di Losanna (EPFL).

L’accusa è, per dirla con le parole del giornalista Paolo Di Mizio, “farlocca senza alcuna base giuridica”. Questo perché, se davvero l’ingegnere lavora per lo Stato iraniano e se quest’ultimo vende armi a un paese terzo, ciò potrà essere eticamente discutibile ma certamente non costituisce il reato di “traffico d’armi”: è semplicemente un libero commercio garantito dalle leggi e dalla stessa World Trade Organisation (WTO).

Infatti non ci risulta che i rappresentanti dell’industria degli armamenti americani in Svizzera ed Europa vengano arrestati con questa accusa...

Le sanzioni contro l’Iran sono invenzioni della Casa Bianca!

Certo, vi sono delle sanzioni contro l’Iran per impedire che questo paese sviluppi la propria difesa militare. Ma si tratta di sanzioni politiche imposte da un governo nemico di Teheran, appunto quello USA.

Esse sono insomma prive di mandato dell’ONU e quindi da un punto di vista legale siamo di fronte al nulla: è un arresto squisitamente politico! Gli USA comandano, l’Italia ubbidisce, la Svizzera sta zitta anche se un suo cittadino viene arrestato abusivamente all’estero.

Il giornalista Di Mizio dice bene: “la verità è che gli americani vogliono interrogare, con le buone o con le cattive, l’ingegnere iraniano per conoscere i segreti dei droni iraniani, come li fabbricano, dove, se li vendono alla Russia, ecc. Questa è la vera ragione. L’arresto dell’ingegnere è un sequestro di persona, non un arresto: è un atto di pirateria di Stato”.

Il giornalismo ticinese ripete quello che dicono Israele e USA

Tutto questo non interessa al portale di informazione TicinOnline, il quale intervista lo storico Daniel Rickenbacher. Quest’ultimo – dando per buona solo una campana, ovviamente quella statunitense – spara a zero sia contro l’EPFL sia contro i Servizi di Informazione della Confederazione per aver presuntamente banalizzato i rischi e invitandoli a stravolgere le procedure di sicurezza.

Lo storico lamenta, peraltro con un linguaggio ben poco scientifico, che la Confederazione “non persegue una politica estera anti-islamista” e chiede che le università elvetiche assumano esse stesse “compiti di intelligence”.

Visto però che gli atenei sarebbero incapaci di svolgere tale funzione “hanno bisogno del sostegno dei servizi segreti e forse anche di altre autorità”.

In pratica questo professore chiede una tutela politica delle alte scuole e legittima un’ingerenza anche della polizia sulla ricerca. Dichiarazioni di una gravità inaudita poiché affossano per sempre il principio di libertà accademica, ma i giornalisti si guardano bene dall’approfondire o dal sentire un secondo parere.

Peraltro se c’è qualcuno che ha agito contro le derive terroristiche dell’islamismo in Medioriente negli ultimi vent’anni è stato proprio l’Iran sciita.

Smascheriamo Daniel Rickenbacher!

In Svizzera ci sono decine di migliaia di storici che potrebbero essere intervistati e molti non la pesano certo come questo loro collega, che però gode del privilegio di finire mediatizzato.

TicinOnline non dice a che titolo intervista Rickenbacher, però lo legittima: fa passare di fatto le sue opinioni – espresse senza alcun contraddittorio – come se fossero una verità scientifica assoluta.

Questo modo di pubblicare interviste è una forma di propaganda, atta a far credere al popolo che quanto sta leggendo è l’opinione di una persona competente e apparentemente “super partes”.

Come vedremo, questo storico, più che un accademico minimamente obbiettivo, è in realtà un ricercatore schieratissimo! Potremmo dire che sembra un militante politico più che uno scienziato...

Ovviamente, come tutto nella società umana, anche gli storici sono di parte e rispondono a specifici interessi. Il che è legittimo, purché lo si dica in modo trasparente e non si faccia passare per “neutrale” qualcosa che è invece di parte.

Daniel Rickenbacher, infatti, è un ex-insegnante alla cattedra di studi strategici dell’Accademia militare svizzera presso il Politecnico federale di Zurigo (ETH), è stato ricercatore – guarda un po’ che caso – presso l’Università Ben Gurion di Tel Aviv e oggi è ricercatore presso il Concordia Institute for Canadian Jewish Studies. Entrambe istituzioni accademiche di orientamento sionista, quindi prevenute nei confronti dell’Iran.

Come se non bastasse il professore intervistato su TicinOnline è pure collaboratore del portale di informazione filo-atlantista AudiaturOnline, edito dalla Fondazione Audiatur, un think tank filo-sionista e filo-NATO fondato da Josef Bollag, già vice-presidente della Federazione Svizzera delle Comunità Israelite presieduta oggi dal deputato UDC Alfred Heer, che già si era fatto notare per aver attaccato l’ambasciatore svizzero Jean-Daniel Ruch, “colpevole” a suo dire di essere troppo tollerante con i palestinesi.

Siamo quindi di fronte a una persone schierata da sempre con Israele, cioè il nemico principale dell’Iran, e quindi palesemente di parte.

Non è illegale esserlo, ma i giornalisti avrebbero dovuto dirlo ai loro lettori: questi ultimi invece sono stati indotti a credere che le opinioni faziose di Rickenbacher abbiano una qualche valenza universale della comunità scientifica, invece è solo l’opinione di un privato cittadino politicamente attivo al fianco del sionismo internazionale, che ha insegnato come tanti in un’accademia svizzera.

Il Partito Comunista denuncia: “Vogliono militarizzare le università!”

Rickenbacher insiste nel criticare la Svizzera che “ha mantenuto per decenni stretti rapporti di ricerca con l’Iran e svolge un importante ruolo di mediazione tra Stati Uniti e Iran”.

Cosa dovrebbe fare un paese neutrale se non “mediare”? E perché mai le università svizzere dovrebbero rifiutare la cooperazione scientifica con l’Iran quando la mantengono anche con il regime sionista di Israele, le cui istituzioni di ricerca sono tutte dipendenti dall’esercito che sta oggi compiendo un genocidio in Palestina?

Perché Israele sì e l’Iran no? Solo perché a Washington hanno deciso così? Solo perché Rickenbacher è un professore che fa da megafono per i suoi amichetti sionisti?

L’unico partito politico svizzero ad essersi finora schierato è il Partito Comunista: già alcuni mesi fa i deputati Massimiliano Ay e Lea Ferrari avevano protestato con la rettrice dell’Università di Friburgo per l’attitudine repressiva dimostrata contro studenti e docenti critici verso il regime genocida di Tel Aviv.

Oggi ancora sottolineano: “vogliono limitare la libertà accademica svizzera e militarizzare la ricerca universitaria così da renderla al servizio della NATO e dei sionisti: noi invece dobbiamo restare un Paese neutrale nelle cui università viga un effettivo pluralismo”.

CIA e Mossad hanno campo libero nelle accademie svizzere

C’è anche un pericolo che le università svizzere promuovano il pensiero unico liberal-atlantista e di fatto impongano ai loro studenti un’unica storiografia: non a caso nei giorni scorsi anche l’ETH di Zurigo ha ammesso di voler introdurre forme di selezione discriminatoria per evitare che vi siano troppi studenti cinesi, evidentemente considerati spie del Partito Comunista Cinese.

Gli studenti israeliani spie del Mossad e i professori americani che lavorano con la CIA invece possono continuare a dettare legge nel nostro Paese.

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05/01/2025

Giorgia l’amerikana vola da Trump

Visita a sorpresa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella residenza di Trump in Florida.

Alla vigilia della visita di Biden a Roma – prevista per il 9 gennaio – e dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca (il 20 gennaio), la Meloni ha giocato d’anticipo andando ad incontrarsi con il neopresidente statunitense e candidandosi ad essere il suo principale interlocutore politico in una Unione Europea in piena crisi di classi dirigenti.

Con le leadership di Francia e Germania ridotte a condizione di anatre zoppe, la Meloni ha giocato il suo atout con la nuova amministrazione statatunitense, confermando così di voler aver un ruolo subalterno più agli USA che all’Unione Europea.

L’incontro di stanotte tra Meloni e Trump, “rafforza le speranze dei sostenitori” della premier italiana in merito alla possibilità di diventare “l’alleato di riferimento” di Trump in Europa scrive il New York Times, a cui fonti anonime hanno detto che i due hanno partecipato ad un “incontro informale” nella residenza privata del presidente eletto a Mar-a-lago, in Florida.

Anche il prossimo segretario al Tesoro, Scott Bessent, era presente all’incontro.

Ma oltre la postura di interlocutore privilegiato per Trump nella vecchia Europa, la visita aveva anche altri temi in agenda.

Sempre secondo il New York Times, nella sua visita a sorpresa in Florida avrebbe discusso con il presente eletto degli Stati Uniti Donald Trump il caso della giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata in Iran pochi giorni dopo che l’Italia aveva fermato, su richiesta degli Stati Uniti, l’ingegnere iraniano Mohammad Abedini.

L’ipoteca degli USA sulle trattative per riportare in Italia Cecilia Sala sono infatti pesanti.

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01/01/2025

Pirateria di Stato

di Paolo Di Mizio

Cecilia Sala è chiaramente stata arrestata come ritorsione per l’arresto – illegale – dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini Najafabadi, bloccato il 16 dicembre scorso su ordine della giustizia americana all’aeroporto di Malpensa.

L’accusa, per lui, mossa da Washington, è di “traffico d’armi”. Ma è un’accusa farlocca, senza alcuna base giuridica.

L’ingegnere lavora per lo Stato iraniano: se lo Stato iraniano vende armi a un paese terzo (poniamo la Russia o l’India), questo non è un reato di “traffico d’armi”, è un libero commercio garantito dal WTO e dalle leggi internazionali, che piaccia o non piaccia all’America.

Se vendere armi da uno Stato all’altro fosse un reato, allora ci dovrebbe essere un ordine di arresto per Biden e per tutti i presidenti americani, che sono i maggiori venditori di armi del mondo.

Aggiungo, per quelli che dicono che “l’Iran viola le sanzioni”: le sanzioni sono un atto politico, arbitrario, non giuridico, in altre parole non sono una legge.

Anzi, per la giurisprudenza internazionale le sanzioni sono addirittura fuorilegge se attuate al di fuori di un mandato dell’ONU, come avviene in questo caso. Quindi se non c’è una legge, non c’è alcun reato.

La verità è che gli americani vogliono interrogare, con le buone o con le cattive, l’ingegnere iraniano per conoscere i segreti dei droni iraniani, come li fabbricano, dove, se li vendono alla Russia, ecc.

Questa è la vera ragione. L’arresto dell’ingegnere è un sequestro di persona, non un arresto: è un atto di pirateria di Stato.

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29/12/2024

La liberazione di Cecilia Sala diventa una partita a tre

Con il passare dei giorni comincia a emergere come l’eventuale liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata in Iran lo scorso 19 dicembre, sia diventata “una partita a tre”.

Non c’è solo l’interlocuzione tra Italia e Iran, c’è anche l’ingerenza degli Stati Uniti, il che spiega la cautela e il nervosismo della Farnesina nella gestione di una partita delicata, nella quale il desiderio di riportare a casa la giornalista potrebbe entrare in contraddizione con i vincoli della pesante alleanza con gli USA.

Gli Stati Uniti, infatti, appena la vicenda dell’arresto di Cecilia Sala è diventata pubblica si sono affrettati a richiedere l’estradizione dall’Italia di Mohammad Abedini Najafabadi, il cittadino iraniano arrestato il 16 dicembre scorso all’aeroporto di Malpensa dalla Digos su richiesta degli USA. Le autorità statunitensi si sono mosse con grande e insolita rapidità per inviare all’Italia la richiesta di estradizione dell’iraniano. Avrebbero avuto tempo fino al 28 gennaio, ma hanno scelto di farlo il 28 dicembre, un mese prima.

Non solo. C’è un altro particolare che sta emergendo. Era infatti il 13 dicembre quando gli Stati Uniti hanno notificato all’Italia un mandato d’arresto ai fini dell’estradizione. In quella data Mohammad Abedini Najafabadi, non era ancora in Italia. Tre giorni dopo, al suo arrivo a Malpensa l’ordine di arresto è stato eseguito. Secondo l’Ansa, l’indagine avviata dai magistrati milanesi su modalità e tempistiche dell’arresto “potrebbe riguardare anche i tempi stretti tra l’emissione del mandato di arresto ai fini di estradizione e il fermo dell’uomo”.

Insomma nell’attività diplomatica dell’Italia per riportare a casa Cecilia Sala , magari scambiandola con Najafabadi, c’è la pesante ipoteca degli Stati Uniti che lo vorrebbero invece portare nelle carceri USA.

Tra l’esigenza di liberare la giornalista e i diktat del potente alleato, il governo italiano potrebbe trovarsi con margini di manovra strettissima nella sua trattativa con il governo iraniano.

Mohammad Abedini Najafabadi, si trova attualmente detenuto nel carcere di Opera ed è accusato di aver violato le leggi americane sull’esportazione di componenti elettronici sofisticati dagli Usa all’Iran e per aver fornito materiale a un’organizzazione terroristica straniera.

La Corte d’Appello di Milano adesso deve valutare se sussistono le condizioni per accogliere o meno la richiesta di Washington. Nel caso in cui venga dato il via libera all’estradizione, il provvedimento dovrà avere la firma del ministero della Giustizia, il quale avrà al massimo 10 giorni di tempo per completare la pratica e rendere effettiva la sentenza.

La sorte dell’iraniano arrestato in Italia si lega a doppio filo con quella di Cecilia Sala in Iran. Molti osservatori considerano plausibile la possibilità che la giornalista italiana possa essere stata arrestata come forma di pressione sulle autorità italiane e statunitensi ed ottenere uno scambio con la liberazione di Mohammad Abedini Najafabadi.

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28/12/2024

Iran - L’arresto di Cecilia Sala funzionale ad uno scambio di prigionieri?

Il 16 dicembre all’aeroporto Malpensa di Milano, su richiesta delle autorità degli Stati Uniti viene arrestato un cittadino iraniano-svizzero Mohammad Abedini-Najafabadi di 38 anni.

Le accuse contro di lui mosse dagli Stati Uniti sono di cospirazione, associazione a delinquere e violazione delle leggi sul commercio e valgono potenzialmente l’ergastolo negli Usa e 20 anni per chi lo avrebbe aiutato.

Mohammad Abedini-Najafabadi è accusato di aver reperito negli USA alcuni componenti di un sistema di droni simile a quello che ha colpito una base militare statunitense in Giordania dove sono rimasti uccisi tre soldati.

Il 19 dicembre – ma si è saputo solo una settimana dopo – le autorità iraniane hanno arrestato a Teheran la giornalista italiana Cecilia Sala. Non sono ancora chiare – o meglio non sono trapelate fino a noi – le motivazioni dell’arresto.

Visto da questa prospettiva l’arresto di Cecilia Sala potrebbe essere propedeutico ad uno scambio di prigionieri tra Italia e Iran. A meno che gli Stati Uniti non si mettano di traverso a complicare le cose.

Cecilia Sala è una giornalista del quotidiano filo-israeliano Il Foglio, segue la politica internazionale ed è una ospite frequente di talk show televisivi nei quali viene chiamata a rappresentare il punto di vista della Nato e di Israele nel sistema informativo italiano.

Il ministro degli Esteri Tajani ha fatto sapere finora molto poco: “C’è stata una lunga visita regolare da parte della nostra ambasciatrice Paola Amadei, che è stata più di mezz’ora con la giornalista fermata. L’ha trovata in buone condizioni di salute”, ha detto il ministro. Cecilia Sala “spera di poter essere liberata il prima possibile ed è quello che sta cercando di fare il ministero degli Esteri, quello che sta facendo la nostra diplomazia con grande discrezione e con la massima riservatezza”. Tajani ha aggiunto che i genitori hanno già avuto la possibilità di parlare due volte con Sala e sono in costante contatto con la Farnesina per ricevere aggiornamenti sulla situazione.

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