Per giovedì è stata convocata una manifestazione di protesta sotto la sede del ministero dell’Università e della Ricerca per respingere le nuove linee guida per l’ingresso, il soggiorno e l’immatricolazione degli studenti internazionali, varate dal Ministero dell’Università e della Ricerca, che rappresentano un attacco frontale e ideologico contro gli studenti extra-UE.
Si tratta di un dispositivo di esclusione classista e razzista che mira a colpire duramente sia chi tenta di accedere ai nostri atenei, sia chi è già iscritto e sta portando avanti il proprio percorso di studi.
Questo provvedimento introduce barriere insormontabili e spudoratamente discriminatorie come l’imposizione dell’obbligo di un’abilitazione di livello B2 in lingua italiana.
Una misura che si configura come un vero e proprio ricatto, applicato con feroce specificità e accanimento proprio contro gli studenti palestinesi, ai quali si pretende di imporre standard burocratici surreali mentre si nega loro il diritto alla vita e allo studio.
Viene demandata alle rappresentanze diplomatico-consolari la valutazione del presunto “rischio migratorio”. Una scusa per criminalizzare a priori il desiderio di formazione, trasformando i visti di studio in una concessione arbitraria basata su logiche di polizia e non sul diritto universale alla conoscenza.
Gli effetti di questa politica reazionaria e complice sono già drammaticamente visibili. Decine di studenti e studentesse palestinesi sono oggi bloccati a Gaza con il pretesto di non possedere la certificazione di italiano.
L’entità sionista ha raso al suolo ogni singola università di Gaza, distrutto centinaia di scuole, assassinato rettori, docenti, ricercatori e migliaia di studenti.
Davanti alle macerie di un intero sistema educativo e al genocidio in corso, il governo italiano non solo si rende complice politico e militare del massacro, ma alza muri burocratici per impedire a chi sopravvive di ricostruire la propria vita e il proprio futuro.
Allo stesso tempo si assiste all’espulsione silenziosa di 80 studenti tunisini regolarmente iscritti nei nostri atenei, che si vedono revocare o negare il permesso di soggiorno nonostante abbiano già sostenuto esami e versato tasse, in una logica di pura persecuzione dei corpi e dei diritti dei migranti.
Per protestare contro queste misure razziste e discriminatorie del ministero dell’Università, per domani – giovedì 9 luglio alle ore 11:00 – Cambiare Rotta, Movimento Studenti Palestinesi e USB hanno convocato una manifestazione sotto alla sede del ministero in Largo Antonio Ruberti.
“Questo pacchetto di norme non è un incidente di percorso, ma si inserisce perfettamente nelle politiche di forte chiusura e militarizzazione delle frontiere che attraversano l’intera Unione Europea” scrivono in un comunicato che richiede un incontro immediato con il ministero e il ritiro immediato delle linee guida.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
08/07/2026
Inaccettabili le nuove linee guida del ministero dell’Università per gli studenti stranieri
03/03/2026
Guerra. Per una nuova antropologia politica
di Gioacchino Toni
Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00
Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della razionalità bellica» (p. IX).
Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica, permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo, cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp. X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo di forza antropologico che si è creato» (p. XI).
Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp. XII-XIII).
Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce al di fuori del suo controllo politico.
Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato in abito tecnologico. [...] Il politico, in questo campo di forza antropologico, anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive più (p. XV).
A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti – umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica.
In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno guerra [...] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza corona” (pp. XVII-XVIII).
Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al “software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida. «Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà condivisa» (p. 32).
«Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p. 36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali.
Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro, la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della guerra permanente.
La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente specializzata, caotica ed entropica.
La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima analisi, una vittima (p. 53).
In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove.
Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma, il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni.
Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi.
In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire, subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94).
Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108).
Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità.
Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda, travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la politica [...], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi, di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario contemporaneo. [...] La rottura sistemica della vecchia università è, in definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128).
Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica” per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della guerra» (p. 129).
15/12/2025
Valditara e la destra scatenati contro gli incontri con Francesca Albanese nelle scuole
Il Ministro ha dichiarato di aver letto su organi di stampa che la relatrice avrebbe rilasciato dichiarazioni che, se comprovate, potrebbero costituire ipotesi di reato. In realtà erano stati alcuni articoli su Il Giornale e la stampa di destra e poi alcuni parlamentari della destra a sollevare la questione.
Un deputato di Fratelli d’Italia, Alessandro Amorese, ha presentato un’interrogazione alla Camera sulla vicenda contestando che la formazione scolastica non viene arricchita da chi “di mestiere professa il pensiero unico”.
A fargli da sponda erano arrivati anche il deputato della Lega Rossano Sasso e l’europarlamentare della Lega, Susanna Ceccardi, ha attaccato l’iniziativa definendola “orribile” per le modalità adottate, si tratta della stessa eurodeputata leghista che nei giorni scorsi ha alzato una cagnara contro l’introduzione dell’hummus (la squisita, nutriente ed economica crema di ceci) nei menù delle mense scolastiche perché è un piatto “straniero” o forse proprio perché è un piatto palestinese e arabo.
Gli incontri nelle scuole rientrano nel progetto “Palestina racconta”, organizzato dalla rete Docenti per Gaza, dedicato alle tematiche tratte dal libro “Quando il mondo dorme” di Francesca Albanese. Gli studenti devono compilare un modulo per inserire i quesiti da sottoporre alla relatrice ONU che interviene in video-collegamento e non di persona.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, è subito intervenuto a gamba tesa contro il progetto chiedendo agli organi competenti di avviare una “immediata ispezione per verificare la realtà dei fatti e l’eventuale responsabilità di organi scolastici” facendo riferimento ai due istituti scolastici dove Francesca Albanese, ha tenuto degli incontri.
“Leggo su organi di stampa che in alcune scuole toscane una relatrice, invitata durante l’orario scolastico a intervenire su fatti di attualità, avrebbe rilasciato dichiarazioni che, se comprovate, potrebbero costituire ipotesi di reato”, ha sostenuto Valditara.
I Docenti per Gaza, l’USB-Scuola e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, hanno invece difeso l’iniziativa richiamando l’articolo 13 del Testo Unico sulla Scuola. La norma stabilisce che le assemblee studentesche sono occasione di partecipazione democratica per l’approfondimento dei problemi della scuola e della società.
Lo stesso articolo consente la partecipazione di esperti di problemi sociali, culturali, artistici e scientifici nelle assemblee di istituto. Francesca Albanese, con il suo curriculum accademico e la carica istituzionale di Relatrice Speciale ONU, è pienamente titolata ad essere ammessa come esperta.
Qui di seguito trovate i comunicati dei Docenti per Gaza, USB -Scuola della Toscana e dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
Comunicato dei Docenti per Gaza sulla partecipazione delle scuole al webinar con Francesca Albanese
Nei giorni 4, 9 e 10 dicembre 2025, la Relatrice speciale ONU per il Territorio palestinese occupato Francesca Albanese ha incontrato numerose scuole (un totale stimato di quasi 12 mila studentesse e studenti) per presentare il suo libro Quando il mondo dorme. Storie, parole, ferite della Palestina, e attraverso di esso presentare le storie di persone comuni – rifugiati, attivisti, intellettuali, bambini – che hanno in qualche modo segnato il suo personale cammino professionale e soprattutto umano.
Sulla scia del suo primo webinar del marzo 2025, reperibile sul nostro sito, che ha riscosso grande successo, e su richiesta di numerosi docenti, abbiamo pensato di riproporre una nuova serie di incontri da remoto nell’ambito del nostro progetto “Palestina racconta”.
Si spiega da sé, visto il suo ruolo nella difesa dei diritti umani, il grande valore didattico che l’incontro con la Relatrice ha avuto: alle classi, infatti, è stato possibile spiegare quanto sta avvenendo nei Territori Occupati e a Gaza dal punto di vista del diritto internazionale. La presentazione del suo libro, infatti, ci è sembrata il modo migliore per introdurre una riflessione sui diritti umani nelle classi, tema centrale nella didattica trasversale di Educazione civica.
Quando il mondo dorme è un libro testimonianza in cui le parola viene data, tra gli altri, proprio a ragazzi e ragazze palestinesi, che ci spiegano cosa significhi vivere sotto occupazione e sotto i bombardamenti. Il titolo stesso rimanda all’indifferenza del mondo, soprattutto occidentale, che girandosi dall’altra parte, non tende la mano a chi è vittima della violenza di uno dei più forti eserciti al mondo.
Pertanto, l’incontro di Albanese con le classi non può ritenersi strumentale a nessuna propaganda e a nessuna ideologia, come invece è stato descritto da alcuni esponenti politici, ma è funzionale all’acquisizione di informazioni e conoscenze riguardo fatti di attualità e allo sviluppo di quello spirito critico che la didattica per competenze tanto decantata ha come obiettivo.
Come segnalato dalla scheda progetto presente sul nostro sito e condivisa con il corpo docente interessato, l’incontro si proponeva di raggiungere obiettivi quali la promozione della conoscenza della cultura e della storia palestinese, superando stereotipi e pregiudizi, stimolare e valorizzare la lettura, come valido strumento di auto narrazione e testimonianza, favorire il dialogo interculturale e la cittadinanza attiva, creando uno spazio di confronto aperto e costruttivo su temi fondamentali come i diritti umani, la decolonizzazione del pensiero occidentale, il razzismo, la resistenza culturale, la solidarietà, promuovendo il rispetto per le diversità e stimolando l’impegno civico su temi di rilevanza globale.
L’incontro, perciò, si inscrive perfettamente nella progettazione didattica delle nostre scuole, rispettando la richiesta di sviluppo delle competenze indicate dalle Indicazioni Nazionali 2012.
Riteniamo che un’iniziativa come questa sia stata demonizzata da una certa parte politica che intende esercitare una censura non solo ideologica, ma di fatto applicabile a qualsiasi ambito della società civile a partire dalla Scuola e dall’Università. Infatti non è la prima volta che noi Docenti per Gaza siamo testimoni, quando non oggetto, di ingerenze e intimidazioni che si declinano con segnalazioni persino anonime agli Uffici scolastici regionali.
Ci chiediamo a questo punto se chi segnala e chi accoglie le segnalazioni sia a conoscenza delle prassi condivise di progettazione didattica, della continuità didattica territoriale e dell’articolo 33 della Costituzione.
Ci chiediamo, inoltre, come sia possibile invocare il contraddittorio davanti a chi rappresenta con carica ufficiale il Diritto internazionale, e se anche in Italia stiamo assistendo alla programmatica demolizione dei principi fondanti del Diritto umanitario.
Come docenti siamo consapevoli di questo rischio, siamo preoccupati per il futuro delle nostre alunne e alunni e siamo determinati a difendere i principi costituzionali oggi sotto attacco, a costruire una società dove non ci sia spazio per discriminazioni e colonialismo.
Dalla nascita della nostra rete nazionale, abbiamo raccolto varie segnalazioni di docenti preoccupati del clima di censura. Questo ennesimo e ultimo caso ci mostra quello che ci aspetta se il DDL Gasparri o il DDL Delrio dovessero diventare legge.
Dunque, condanniamo ogni strumentalizzazione ed esprimiamo solidarietà nei confronti di colleghe e colleghi che hanno fortemente creduto in un incontro di tale spessore didattico, i cui temi sono proprio l’educazione alla pace, al dialogo e alla giustizia, oltre che al rispetto dei diritti umani e che per questo rischiano sanzioni disciplinari ingiustificate.
Esprimiamo solidarietà anche nei confronti dei/delle dirigenti, che sono il primo bersaglio di questo clima di censura.
Esprimiamo solidarietà a Francesca Albanese, nuovamente sotto attacco per il suo lavoro.
Infine, esprimiamo solidarietà a tutto il corpo studentesco coinvolto, sulla cui pelle viene di nuovo fatta propaganda politica e il cui diritto a un’educazione autentica viene nuovamente messo in discussione da una politica che pensa alle nuove generazioni come nuove leve da arruolare nelle guerre che verranno/vorranno.
Le Raccomandazioni del Consiglio Europeo per l’apprendimento permanente definiscono un insieme di competenze essenziali che tutte le persone dovrebbero sviluppare e per l’acquisizione delle quali la scuola è chiamata a operare. Nel quadro delle competenze rientra quella in materia di cittadinanza che comprende la conoscenza dei valori democratici, dei diritti e dei doveri civici; l’abilità di partecipare attivamente alla vita collettiva e alle dinamiche sociali; l’adozione di comportamenti responsabili e inclusivi in una società democratica.
12 Dicembre 2025
n.b. Nella vicenda relativa all’intervento censorio del Ministro Valditara che chiede ispettori nelle scuole per i webinar con la Relatrice Francesca Albanese, bisogna riflettere sul fatto che la Relatrice non è l’unica destinataria di misure repressive ma è anche il sistema scolastico italiano, la Scuola intesa come (ultimo) spazio in cui fare esercizio e applicazione di regole e principi di Democrazia.
Quindi estendiamo la solidarietà agli Studenti, ai Dirigenti, ai Docenti che hanno richiesto e organizzato questi incontri.
Docenti per Gaza
Il comunicato dell’Usb-Scuola. Il Governo attacca ancora una volta la libertà di formazione e insegnamento: Valditara vuole ispezioni punitive in Toscana!
USB Scuola esprime ferma condanna per l’iniziativa del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara che ha annunciato l’avvio di ispezioni nelle scuole della Toscana in seguito a due incontri svolti durante l’orario scolastico con la relatrice speciale ONU Francesca Albanese.
Tutto è partito da un’interrogazione alla Camera del deputato di Fratelli d’Italia Alessandro Amorese, che ha contestato che la formazione scolastica non verrebbe arricchita da chi “di mestiere professa il pensiero unico”. Il parlamentare ha definito il webinar come un’iniziativa dal “sapore dell’indottrinamento senza contraddittario e senza confronto”.
Rispondiamo in maniera molto chiara alle parole di Amorese e alla scelta di Valditara di avviare le ispezioni: sulla guerra, sul riarmo, sul genocidio in Palestina noi di USB vogliamo seguire il pensiero unico, vale a dire quello per la pace, in linea con l’art.11 della nostra Costituzione, di denuncia del genocidio del popolo palestinese e di contrasto netto contro le politiche di riarmo.
La mossa del Ministro Valditara, oltre a configurarsi come un atteggiamento politico di intimidazione nei confronti di scuole, docenti e studentesse/studenti, rappresenta un chiaro tentativo di controllo ideologico degli spazi educativi pubblici.
Non si comprende quale sia l’elemento di reato concreto che giustifichi siffatte ispezioni, se non la volontà di punire idee e contenuti giudicati scomodi dal Governo. La scelta di leggere come sospette e potenzialmente criminali delle attività di approfondimento su temi di attualità internazionale è un attacco alla libertà di insegnamento e di discussione democratica nelle scuole italiane.
USB Scuola Toscana rivendica con forza che:
- la scuola è luogo di formazione critica, non di censura preventiva;
- gli insegnanti non sono funzionari di un Ministero da interrogare, ma di lavoratrici e lavoratori responsabili della formazione dei giovani;
- le studentesse e gli studenti devono poter confrontarsi con approfondimenti, pluralismo di idee e conoscenze, non con moduli di domande precensurate da uffici di governo;
- il Governo italiano deve interrompere ogni rapporto politico, economico e diplomatico con lo Stato genocida d’Israele.
Questa operazione ispettiva appare un colpo di mano politico per imbavagliare dibattiti e contenuti culturalmente significativi, sotto la scusa di “verifiche ministeriali”. Ci opporremo frontalmente a ogni forma di controllo autoritario sulle pratiche didattiche e all’escalation di interventi punitivi per difendere la scuola pubblica statale come spazio di libertà, pluralismo e democrazia.
USB Scuola – Toscana
Osservatorio condanna attacchi: “Albanese è esperta titolata, stop ingerenze Lega, FDI e Ministro
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle università esprime ferma condanna per la polemica strumentale sollevata dai due esponenti della Lega, Susanna Ceccardi e Giovanni Pasqualino, in merito all’assemblea di istituto prevista al Liceo Scientifico “Dini” con la partecipazione della dott.ssa Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. A queste sono seguite le accuse false e strumentali del consigliere Bagnoli di Pontedera, già smentite dal corpo docente del Liceo Montale.
Una serie di attacchi scomposti al mondo della scuola portati avanti dalle forze politiche presenti nella maggioranza di Governo, a cui sono seguiti un’interrogazione parlamentare del deputato di Fratelli d’Italia e l’annuncio di ispezioni da parte del Ministro dell’Istruzione Valditara e l’immediata estensione di una nuova circolare di censura, che riprende quella scandalosa del 7 novembre, nei confronti della scuola, qualora fossero trattati “manifestazioni ed eventi riguardanti tematiche di ampia rilevanza politica e sociale”.
Questo segna l’ennesimo atto di sfiducia del Ministro dell’Istruzione nei confronti del corpo docente e di tutti gli studenti e le studentesse, oltre che una profonda ignoranza nei riguardi del quadro normativo che regola la vita scolastica:
L’Art. 13 del Testo Unico sulla Scuola stabilisce che le assemblee studentesche sono occasione di “partecipazione democratica per l’approfondimento dei problemi della scuola e della società in funzione della formazione culturale e civile degli studenti“. Sono gli studenti e le studentesse, tramite i loro rappresentanti, a scegliere i temi di attualità da discutere, esercitando il loro diritto democratico.
Lo stesso Art. 13, comma 6, consente espressamente la partecipazione di “esperti di problemi sociali, culturali, artistici e scientifici” nelle assemblee di istituto. La dott.ssa Francesca Albanese, con il suo curriculum accademico e la sua carica istituzionale di Relatrice Speciale ONU, è pienamente titolata ad essere ammessa come esperta. L’autorizzazione, come previsto dalla legge, spetta al Consiglio d’Istituto che rappresenta trasversalmente docenti, studenti, genitori e personale ATA, ovvero tutte le anime del mondo scolastico.
Le accuse di “propaganda unilaterale pro-Pal” e di “giustificazione del terrorismo” mosse dagli esponenti politici non trovano alcun riscontro nel progetto formativo pubblicato.
Obiettivi Didattici Chiari: Il progetto “Quando il mondo dorme” è un’iniziativa dettagliata e strutturata che mira espressamente a: sviluppare il pensiero critico e la capacità di analisi; decostruire stereotipi e narrazioni dominanti; promuovere la conoscenza della storia e della cultura palestinese; educare all’empatia e alla responsabilità etica.
L’iniziativa si inserisce perfettamente all’interno delle linee guida dell’Educazione Civica (Diritti Umani, Diritto Internazionale, De-colonizzazione del pensiero, Dialogo interculturale), fornendo obiettivi formativi e contenuti espliciti, molto più dettagliati e concreti di molte altre iniziative istituzionali.
Se l’obiettivo dell’educazione civica è la conoscenza e la comprensione, l’incontro con una voce esperta che riporta la prospettiva istituzionale e umana della popolazione palestinese costituisce un elemento di arricchimento fondamentale, non di propaganda.
La critica al metodo di raccolta e selezione preventiva delle domande tramite un form ignora la realtà dei seminari online e le esigenze di tutela dell’ambiente didattico e formativo anche per adulti. Questo formato è ormai uno standard tecnico e procedurale in tutti i contesti di seminario o webinar online, inclusi quelli promossi da istituzioni di alto livello.
La selezione preventiva delle domande non serve a “epurare ogni critica,” bensì a garantire il corretto svolgimento dell’incontro e a tutelare l’iniziativa da azioni di disturbo, trolling organizzato o dalla diffusione di messaggi di odio e di apologia (attività che, al contrario, rappresenterebbero una vera e propria “propaganda” contraria ai principi della scuola).
L’Osservatorio invita tutti i dirigenti scolastici e i Consigli di Istituto a respingere queste ingerenze politiche che mirano a limitare la libertà di pensiero e di dibattito nelle scuole.
L’incontro con la dott.ssa Albanese è un atto di formazione culturale e civile, nel pieno rispetto della legge, sicuramente molto più auspicabile ed educativo di tutte le volte che il Ministero con protocolli e atti diramati dai suoi uffici scolastici ha invitato militari di ogni divisa a fare propaganda e reclutamento per la guerra nelle scuole di ogni ordine e grado.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Fonte
25/11/2025
Riforma Bernini: una revisione della governance per tempi di guerra
Riguardo all’università, è innanzitutto il sistema di governance che vuole essere cambiato. Non perché quello modellato dalla riforma Gelmini, ormai 15 anni fa, non avesse ben assolto al compito di chiudersi alle richieste degli studenti, di lavorare in maniera verticistica e di aprirsi, se non asservirsi, agli interessi e profitti privati.
Ma perché in tempo di guerra (esterna e interna) c’è bisogno di limitare ulteriormente il dissenso, anche quello solamente possibile, e di cementare gruppi di potere in crisi egemonica, di imporre un maggior controllo centralizzato da parte dell’esecutivo, e infine di fare in modo che nulla possa ostacolare l’integrazione definitiva della ricerca nelle filiere belliche.
Analizziamo alcuni punti fondamentali. Il Consiglio di Amministrazione raggiunge la sua completa aziendalizzazione, in una revisione della composizione di un organo che non è più di certo collegiale, che non è più rappresentanza di una comunità accademica, quanto piuttosto espressione di una linea di comando aziendale, appunto.
Ma il tema, come già detto, non è tanto quello della quadratura dei conti. Dal punto di vista dei fondi, l’università mantiene la sua “autonomia”, ovvero la necessità di racimolare nella competizione tra atenei sul Fondo di Finanziamento Ordinario o tramite il benestare dei privati il necessario per erogare lezioni e finanziare attività di ricerca.
Il tema è semmai che questa autonomia non si traduca in uno spazio politico, cioè che questa linea di comando aziendale risponda a indirizzi strategici ben precisi decisi a Palazzo Chigi. Per questo, un suo componente sarà ora nominato direttamente dal ministero. Viene cancellata la rappresentanza del personale tecnico-amministrativo, con una grave lesione dei diritti dei lavoratori e della dialettica interna agli atenei.
Inoltre, anche la rappresentanza studentesca viene ridotta, del 50%: da due membri a uno. Non che in due si potessero cambiare le sorti di votazioni spesso blindate (per questo serve costruire mobilitazione fuori dalle stanze del CdA), ma così gli studenti diventeranno ancora di più semplicemente un “parere”, da ascoltare per norma di legge prima di passare al prossimo punto all’ordine del giorno.
Del resto, i componenti dei CdA saranno per lo più di nomina rettorale, e tra di essi ci saranno rappresentanti di enti locali. I rettori, poi, vedranno la propria carica allungata a 8 anni: più del Presidente della Repubblica, per capirci. Il Senato Accademico non potrà più sfiduciarlo, ma avrà solo la possibilità di riconfermarlo dopo 4 anni, senza tra l’altro offrire alternative.
Tra l’altro, lo stesso Senato sarà rivisto in una formula che vedrà ancora una volta il Rettore poter scegliere la maggior parte dei suoi componenti. A quest’organo rimarrà un solo potere, in pratica: quello di comminare sanzioni a studenti e docenti sulla base dei regolamenti approvati.
È questo, infine, il nodo centrale. Le mobilitazioni che hanno attraversato gli atenei negli ultimi mesi hanno messo in discussione non solo le scelte singole di ogni ateneo, ma l’integrazione del mondo accademico nelle filiere belliche e nel processo del riarmo e della difesa UE, oltre che di aumento delle spese militari come target NATO.
La classe dirigente è preoccupata dal fatto che le università sono ancora luoghi di dibattito e di formazione di una coscienza, civile e politica, per migliaia di giovani. Il governo esprime l’esigenza che gli atenei non siano luoghi democratici, in cui la comunità accademica possa determinare i valori e le decisioni da prendere. Serve che siano invece quanto più asserviti possibili a quel che viene deciso a Roma e Bruxelles.
È questo l’indirizzo che si legge nella bozza della riforma Bernini, e contro cui, dato appunto che l’unico vincitore è sostanzialmente il Rettore, potrebbe vedere saldarsi un’opposizione che unisca studenti, lavoratori e docenti, ampliando ulteriormente le alleanze sociali che si sono già viste nelle piazze per la Palestina.
Fonte
25/07/2025
La ricerca non ha nulla da festeggiare col nuovo dl Università
Anzi, sembra che questo decreto sia stato fatto semplicemente per tappare alcune falle, e spostare voci di spesa per far cantare vittoria al governo. Infatti, il punto cardine di questo provvedimento sarebbe lo stanziamento di ulteriori 160 milioni di euro (40 quest’anno, 60 nel 2026 e nel 2027) per gli enti di ricerca posto sotto il Ministero dell’Università.
Ma ecco la prima ‘mezza verità’: questi fondi erano già a disposizione di tali istituti, e sono stati semplicemente trasferiti da un capitolo di spesa a un altro, per dare un’immediata boccata d’ossigeno a un gran numero di programmi che hanno usufruito dei fondi PNRR, e che ora vedranno dunque chiudersi i rubinetti.
15 milioni sono stati prelevati dal Fondo integrativo speciale per la ricerca, 25 dal Fondo italiano per la scienza, 90 dal Fondo italiano delle scienze applicate e infine 30 dal finanziamento del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Non si tratta, dunque, di risorse strutturali, che permettano la stabilizzazione del personale e una programmazione delle attività almeno sul medio periodo.
Negli enti pubblici di ricerca è ormai precario oltre il 50% del personale. Solo per il CNR, già con la scorsa legge di bilancio, era stata sbloccata la possibilità di stabilizzazione, ma le procedure non erano mai state avviate per mancanza dei criteri di selezione. Oggi arrivano 22 milioni di euro spalmati su tre anni, una cifra ancora inadeguata rispetto alle necessità.
È interessante poi che nel decreto venga previsto il Piano d’azione ‘Ricerca Sud’, per cui vengono svincolati 150 milioni di euro. Lo scopo è quello di creare “ecosistemi dell’innovazione” in tutto il Mezzogiorno, che tradotto significa rafforzare la subordinazione degli atenei alle imprese.
Una misura che, tra le altre cose, viene presentata come funzionale a fermare l’emorragia di giovani serve in realtà a sostenere la ricerca, sì... ma del profitto. Bisogna inoltre ricordare che, stando alle dichiarazione dell’Associazione Dottorandi Italiani (ADI), nel 2026 saranno ben 2 mila i contratti di ricerca che scadranno, e saranno soprattutto il Sud e le Isole a subirne gli effetti.
Insomma, sembra che l’unica utilità di questo decreto sarà quella di sanare la situazione dei laureati in Scienze dell’educazione e della formazione primaria, i quali, per vari motivi burocratici, se si erano iscritti all’università prima del 2018-19 non avrebbero potuto diventare educatori nei nidi per la fascia d’età dagli 0 ai 3 anni.
Una vicenda che assume i contorni paradigmatici dello stato in cui versa l’università italiana: tanti giovani con importanti competenze che vengono sostanzialmente cacciati da un paese incapace di qualsiasi pianificazione del proprio sviluppo funzionale agli interessi collettivi.
Fonte
31/05/2025
Rubio come McCarthy, gli Usa tornano indietro di 70 anni
Gli studenti statunitensi in Cina sono diventati merce rara. Secondo i dati ufficiali sono rimasti in circa 800. Del resto, perché dovrebbero frequentare gli atenei di un paese che dai loro governi viene dipinto come una minaccia?
I cinesi invece, più che alla propaganda, badano al sodo. Chi può va negli States a prendersi un titolo di studio che, in patria o all’estero, è più spendibile del corrispettivo cinese sul mercato del lavoro. Per questo nell’anno accademico 2023-2024 negli Usa erano registrati 277.400 studenti cinesi, secondi solo agli indiani e 1/4 del totale degli studenti stranieri.
Ora però l’amministrazione Trump vuole frenare questo flusso, one-way, come confermano i numeri.
Infatti il segretario di stato, Marco Rubio, ieri ha annunciato che Gli Stati Uniti «revocheranno aggressivamente i visti per gli studenti cinesi». Il capo della diplomazia di Trump ha chiarito che il suo dipartimento di stato collaborerà con quello per la sicurezza interna sulle cancellazioni, che riguarderanno gli studenti cinesi, «compresi quelli con legami con il Partito comunista cinese o che studiano in settori critici».
Non solo revoche, ma – ha concluso Rubio – «rivedremo anche i criteri per i visti, per migliorare il controllo di tutte le future domande provenienti dalla Repubblica popolare cinese e da Hong Kong».
I “legami col partito comunista” e gli “studi in settori critici” di cui ha parlato Rubio sono, finora, concetti vaghi, che potenzialmente includono qualsiasi studente cinese negli Usa. Sembra prendere così corpo l’idea, odiosa, di negare l’accesso alle università Usa ai cinesi in quanto cinesi.
E così sui media e sui social cinesi sono subito rimbalzate le accuse di “maccartismo”, ovvero la caccia alle streghe contro comunisti e presunti tali scatenata negli anni Cinquanta dal senatore repubblicano Joseph McCarthy.
Il ministero degli esteri di Pechino ha reagito con durezza. «L’irragionevole decisione di revocare i visti agli studenti cinesi con il pretesto dell’ideologia e della sicurezza nazionale nuoce gravemente ai diritti e agli interessi legittimi degli studenti cinesi e interrompe gli scambi tra noi», ha dichiarato Mao Ning.
Secondo la portavoce «una mossa così politicizzata e discriminatoria mette a nudo la menzogna degli Stati Uniti sulla loro cosiddetta libertà e apertura e non farà che minare ulteriormente la loro immagine nel mondo e la reputazione nazionale».
Gli studenti cinesi contribuiscono in maniera significativa al finanziamento degli atenei Usa e sono tra i più brillanti, soprattutto nelle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Perché allora prenderli di mira con quest’ultima proposta di Rubio, dopo che già negli ultimi anni scienziati e ricercatori cinesi negli Usa hanno denunciato controlli e persecuzioni da parte delle autorità e molti sono per questo ritornati in Cina?
Il motivo è duplice.
Da un lato si cerca di prosciugare il fiume in piena di giovani scienziati che – dopo essersi formati negli Usa – torna in patria per contribuire alla Nuova era proclamata da Xi Jinping, della quale la cosiddetta “innovazione autoctona”, ovvero il progresso scientifico-tecnologico made in China rappresenta una componente essenziale. Rispetto a qualche anno fa tornare a lavorare in Cina ha per i cinesi lo stesso fascino, se non maggiore, di costruirsi una vita negli States.
Dall’altro le politiche anti-Cina sono popolari negli Stati Uniti e dunque possono rafforzare il consenso dell’amministrazione Trump. Secondo gli ultimi dati del Pew Research Center, il 77 per cento degli americani ha un’opinione negativa della Cina.
Da entrambi i punti di vista – sia quello che attiene alla competizione tecnologica Cina-Usa, sia quello che riguarda la costruzione del consenso da parte di Trump – l’uscita di Rubio ha senso. Peccato che rappresenti una violazione di principi democratici di base.
Come dar torto al tabloid nazionalista Global Times, che ha commentato:
“Di fronte alla regressione storica degli Stati Uniti, nessun settore dovrebbe rimanere in silenzio. Ogni paese ha il diritto di salvaguardare la propria sicurezza, ma adottare politiche discriminatorie nei confronti degli studenti di un determinato paese è indubbiamente un atto deliberato volto ad alimentare le tensioni tra le nazioni. La Cina ha già protestato con gli Stati Uniti per la decisione, ma questo non dovrebbe limitarsi a livello bilaterale.In Occidente, quello di Qian Xuesen è un nome pressoché sconosciuto. In Cina, al contrario, il padre dei missili balistici intercontinentali e dei programmi spaziali della Repubblica popolare è oggetto di venerazione. A Shanghai gli hanno dedicato un museo che ne ripercorre la carriera e le sperimentazioni, un edificio di tre piani nel quale le visite guidate di scolaresche e dipendenti pubblici che vengono introdotti al mito dello “scienziato del popolo” si succedono senza soluzione di continuità.
Governi, università e organizzazioni civili di tutto il mondo dovrebbero prendere posizione e condannare la politicizzazione dell’istruzione. Non si tratta solo di difendere i diritti degli studenti cinesi, ma anche di sostenere i principi di equità e cooperazione educativa globale.
Prendere di mira indiscriminatamente gli studenti cinesi in base alla loro nazionalità o al loro campo di studi è una politica sconsiderata che non solo deteriora il clima sociale e l’ambiente accademico negli Stati Uniti, ma alimenta anche la divisione, vuol dire danneggiare gli altri senza trarre vantaggio per sé.
La comunità accademica globale, comprese le università statunitensi, dovrebbe unirsi nell’invitare Washington a tornare alla ragione e a smettere di usare gli studenti cinesi come capri espiatori per scopi politici interni, e a smettere di trasformare le istituzioni accademiche in campi di battaglia per scontri politici.”
Nato nel 1911 ad Hangzhou, nel 1934 Qian si laureò in Ingegneria meccanica all’Università Jiaotong di Shanghai. L’anno successivo – grazie a una borsa di studio dell’indennità dei Boxer – fece rotta sul Massachusetts Institute of Technology, dove ottenne un master in Ingegneria aeronautica. Nel 1939 conseguì il dottorato al California Institute of Technology, sotto la guida del più importante ingegnere aeronautico del tempo, Theodore von Kármán, che lo definì “un genio indiscusso”.
Nel 1949, mentre a Pechino Mao proclamava la nascita della Repubblica popolare, Qian fondava a Pasadena il Jet Propulsion Laboratory (JPL) del California Institute of Technology, di cui assunse la direzione, lavorando su sistemi di armamento segreti come il programma per lo sviluppo di vettori intercontinentali Titan e il Private A, il primo propellente solido testato con successo negli Stati Uniti.
Nel 1950 si aprì la stagione del maccartismo e, quello stesso anno, due ex agenti della “Squadra rossa” della polizia di Los Angeles, incaricata di indagare e controllare attività radicali, scioperi e rivolte, lo accusarono di essere membro del Partito comunista. Qian fu fermato con otto casse di bagaglio mentre stava partendo assieme alla moglie e ai due figli, per far visita ai suoi anziani genitori in Cina. Secondo le autorità statunitensi, quei bauli contenevano materiale classificato che lo scienziato intendeva far uscire illegalmente dagli Usa.
Nonostante si fosse professato innocente e malgrado le proteste delle comunità accademica californiana, Qian venne prima costretto agli arresti domiciliari e infine, nel 1955, rispedito da San Francisco a Hong Kong a bordo della nave “SS President Cleveland”. «Non ho intenzione di tornare, non ho nessun motivo per tornare… farò del mio meglio per aiutare il popolo cinese a costruire la nazione dove potrà vivere con dignità ed essere felice», dichiarò ai giornalisti prima di lasciare per sempre gli Stati Uniti.
«È stata la cosa più stupida che questo paese abbia fatto – sostenne il segretario della marina USA Dan Kimball – Qian non era più comunista di me, e noi l’abbiamo costretto ad andarsene».
Rientrato in patria, il Partito comunista accolse Qian a braccia aperte, affidandogli la fondazione dell’Istituto di meccanica di Pechino e assicurandogli un posto nella prestigiosa Accademia delle scienze.
Qian spese tutta la sua carriera in Cina (morirà a Pechino il 31 ottobre 2009, a 98 anni) per modernizzare i sistemi missilistici dell’Esercito popolare di liberazione e i programmi spaziali nazionali. Nella sua biografia ufficiale è ricordato così:
Qian Xuesen fu un membro eminente e devoto del Partito comunista cinese, un grande scienziato noto come il padre dell’industria aerospaziale cinese, senior fellow dell’Accademia cinese delle scienze di ingegneria, e vicepresidente del sesto, settimo e ottavo Comitato nazionale della Conferenza politico-consultiva del popolo cinese.Note
Qian è stato uno dei fondatori della moderna meccanica in Cina. Promosse ricerche teoretiche e applicate sull’ingegneria dei sistemi e diede un contributo inestimabile al lancio e allo sviluppo di razzi, missili e programmi spaziali in Cina e fu un pioniere in diversi campi, tra i quali l’aerodinamica, l’ingegneria aeronautica, la propulsione a getto, l’ingegneria cibernetica e la fisica meccanica.¹
1) Michelangelo Cocco, Una Cina “perfetta”: la Nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale, 2020, Carocci editore.
Fonte
22/05/2025
Con la riforma del reclutamento continua lo smantellamento dell’università
Con la nuova normativa, infatti, si vuole sostituire l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), introdotta nel 2010 dalla riforma Gelmini. Si tratta di un titolo di idoneità all’assunzione al primo gradino della docenza universitaria – quello di professore associato – che viene rilasciato da una commissione nazionale.
Ovviamente, ottenere l’Abilitazione non significa automaticamente diventare docente: ci sono poi da vincere i concorsi organizzati dai vari atenei. Oltre a varie storture del sistema che qui non ripercorreremo, il più palese scompenso di questo meccanismo è quello che si è venuto a creare tra il numero degli abilitati e quello di chi, effettivamente, assume un ruolo stabile nell’università.
E allora, la ministra Bernini ha fatto quello che è sempre riuscito meglio a questa classe dirigente priva di qualsiasi visione del futuro: ha preso un problema strutturale del paese, ne ha ribaltato i rapporti causali, e ha promosso una riforma che andrà a smantellare l’istruzione universitaria e la ricerca accademica.
In un paese che, stando a dati dell’OCSE del 2020, ha un numero di professori accademici in relazione agli studenti inferiore a quello della media generale e nettamente più basso di quello di Germania e Spagna, invece di stabilizzare chi ha già conseguito l’ASN, aumentando così gli organici e garantendo un’istruzione migliore, si cancella l’ASN per far scomparire questa asimmetria.
Lo ribadiamo: il sistema dell’Abilitazione aveva già di per sé molti difetti, ma non è eliminandolo che si risolve il nodo di un’università che manca di professori che però non vuole aprire le porte a un gran numero di studiosi ultraformati, piano piano espulsi dall’accademia e, spesso, persi nell’emigrazione a cui si trovano costretti per mancanza di opportunità in Italia.
Ma c’è di più. Il nuovo meccanismo introdotto da Bernini si fonda su di un’autocertificazione da parte del singolo aspirante docente (o singoli ricercatore a tempo determinato, perché varrà anche per loro), che assicura di avere i requisti minimi nazionali per l’assunzione. Ogni ateneo bandirà poi il concorso che gli interessa, in un processo che va a rafforzare l’autonomia universitaria.
Chi mastica un poco l’argomento, sa benissimo che in questo settore autonomia significa la polarizzazione della qualità dell’offerta formativa, e la facilitazione della penetrazione degli interessi privati nell’università. A ciò aiuterà anche il sistema di valutazione del lavoro dei docenti, che avverrà ogni due anni.
Essa consisterà, innanzitutto, nel giudizio sulla produttività, e dunque sul numero di pubblicazioni – la logica del publish or perish che, come è facile immaginare, spinge a prediligere la quantità sulla qualità del lavoro. Chi vanterà i risultati migliori riceverà più fondi: rimane dunque intatta la logica premiale dell’assegnazione delle risorse, che non fa che cristallizzare le storture esistenti.
È facile poi immaginare che, per vincere in questa competizione, in molti si metteranno maggiormente a disposizione del privato, per avere in cambio più soldi, strutture, possibilità, e dunque a sua volta finirà col ricevere anche più fondi pubblici. Una spirale di distruzione dell’istruzione pubblica di cui, a lungo andare, ne sta evidentemente risentendo anche il sistema-paese.
La mancanza di qualsiasi visione strategica e la mortificazione continua delle menti e dei talenti dei giovani è confermata anche dalla quasi contemporanea approvazione dell’emendamento Occhiuto-Cattaneo al decreto PNRR Scuola. Il provvedimento introduce l’incarico di ricerca e l’incarico post-doc, per evitare innanzitutto una figuraccia con l’esclusione di molti studiosi dai progetti europei.
Si tratta in entrambi i casi di contratti a tempo determinato, da uno a tre anni, la cui selezione sarà definita dalle singole istituzioni. In pratica, la prateria del baronato e del nepotismo. Non solo: sono finanziabili dalle università, ma anche da enti terzi. È il colpo definitivo all’istruzione pubblica, e il totale asservimento della ricerca agli interessi privati (e di guerra).
Fonte
03/05/2025
Le università cinesi superano quelle statunitensi nella competizione tecnologica
Confrontare direttamente i sistemi educativi di Paesi diversi è complicato a causa delle diverse definizioni di Stem. Tuttavia, i dati ufficiali di Cina e Stati Uniti rivelano comunque una divergenza nella formazione di talenti nei due Paesi.
“La debolezza degli Stati Uniti nella formazione interna di talenti Stem rappresenta forse la loro maggiore vulnerabilità in termini di sicurezza nazionale”, afferma Stephen Ezell, vicepresidente per le politiche dell’innovazione globale presso l’ITIF, un think tank, sottolineando che entro il 2025 gli USA potrebbero affrontare un deficit di 3,5 milioni di lavoratori Stem.
Dopo due decenni di crescita, le università cinesi hanno conferito oltre 50.000 dottorati Stem nel 2022, con un aumento del 13,7% rispetto al 2021, secondo i dati più recenti del Ministero dell’Istruzione cinese. La Cina pubblica dati solo per macro-aree Stem, come ingegneria, scienze e agricoltura. Nel 2022, l’ingegneria è stata la disciplina più popolare (59,1%) tra i dottorati Stem cinesi, seguita da scienze (33,5%) e agricoltura (7,4%).
Gli Stati Uniti, invece, forniscono dati più dettagliati su campi come biochimica, informatica e fisica. Nel 2022, le università americane hanno conferito quasi 34.000 dottorati Stem, con un aumento del 12% rispetto al 2021, secondo il National Center for Science and Engineering Statistics. Nel 2023, il dato è rimasto stabile.
Jacob Feldgoise, analista del Center for Security and Emerging Technology (CSET) della Georgetown University, osserva che la popolazione molto più ampia della Cina rende difficile per gli USA competere sui numeri puri. Quasi 39 milioni di studenti erano iscritti a corsi di laurea nelle università pubbliche cinesi nel 2024, contro 19,28 milioni negli Stati Uniti.
Tuttavia, i dati mostrano anche una tendenza divergente che allarga il divario tra i due Paesi. La Cina ha superato gli USA per numero di dottorati Stem già nel 2007 e ha raddoppiato i numeri entro il 2022. Nello stesso periodo, i dottorati Stem statunitensi sono cresciuti solo del 41%.
“Questo sottolinea quanto sia cruciale per gli USA attrarre e trattenere talenti stranieri”, aggiunge Feldgoise, “altrimenti rischiano di perdere terreno rispetto alla Cina nei campi della ricerca”.
Le istituzioni universitarie sono centrali per la competitività, poiché formano talenti scientifici e producono ricerca avanzata in tecnologie dall’intelligenza artificiale ai semiconduttori ai veicoli elettrici.
Mentre la Cina ha aumentato i finanziamenti pubblici a università, ricerca e attrazione di talenti, la Casa Bianca ha congelato i fondi federali alle migliori università americane. Ad esempio, il Dipartimento dell’Istruzione ha bloccato 2,2 miliardi di dollari di finanziamenti e 60 milioni di contratti ad Harvard il 14 aprile, accusandola di antisemitismo. L’università, che nega le accuse, sta facendo causa per revocare la misura. Anche Cornell e Northwestern hanno subito blocchi simili.
“Mentre la Cina potenzia la sua ricerca Stem, l’attuale amministrazione USA limita il Paese tagliando i fondi alla ricerca universitaria, facilitando alla Cina il sorpasso nelle industrie tecnologiche strategiche”, afferma Ezell.
Un divario è evidente anche nella ricerca universitaria in settori chiave. In matematica e informatica, la Cina domina la classifica delle università con più pubblicazioni di alto livello, secondo il ranking CWTS Leiden basato sulle citazioni.
Tuttavia, la dimensione della Cina influisce sui dati. Le sue università non brillano in termini di qualità: una percentuale inferiore di pubblicazioni rientra nel top 5% dei rispettivi campi rispetto a USA e altri Paesi. Nelle scienze in generale, le istituzioni americane superano molte cinesi sia in quantità che in qualità. Nonostante l’India abbia numeri simili alla Cina per dottorati Stem, nessuna sua università appare tra le prime 25 del ranking Leiden.
Una tendenza simile si osserva nell’IA. Tra il 2018 e il 2023, i ricercatori cinesi hanno prodotto il 28% degli articoli globali sull’IA, contro il 16% degli USA (fonte: ETO Research Almanac). Ma le citazioni medie per articolo, indicatore di qualità, sono state quasi il doppio per gli statunitensi.
Questi trend hanno un impatto concreto sulla competizione globale.
“L’istruzione superiore è sempre più ‘strumentalizzata’ da entità politiche per servire agende nazionali e strategiche”, ha dichiarato Wen Wen, professoressa all’Istituto di Educazione dell’Università Tsinghua, in un webinar sulla collaborazione internazionale della Cina nella ricerca Stem oltre l’Occidente.
Con l’innovazione che determina la competitività economica, i talenti sono ormai un fronte cruciale nello scontro per la supremazia globale tra Cina e Stati Uniti.
Fonte
18/04/2025
USA - Inizia la resistenza alla repressione nelle università
L’Università di Harvard, la più antica università americana e una delle maggiori università private del paese, ha dato il “la” alla resistenza contro Donald Trump.
Il preside dell’ateneo, Alan Garber, ha dichiarato che Harvard “non rinuncerà alla propria indipendenza né rinuncerà ai propri diritti costituzionali” e che “nessun governo, indipendentemente dal partito al potere, dovrebbe dettare cosa possono insegnare le università private”.
La presa di posizione di Harvard è la risposta al diktat da parte dell’amministrazione Trump di uniformarsi alle richieste che vanno dallo smantellamento delle tendopoli degli studenti pro-palestinesi, alla soppressione dei programmi dedicati alla diversità fino alla revisione dei criteri di ammissione di studenti e professori in base alle loro posizioni politiche e alle loro dichiarazioni pubbliche, anche quelle espresse via social. Ma nell’argomentazione emerge con forza anche la contraddizione tra il carattere “privato” dell’ateneo e l’intromissione “federale”, una contraddizione molto, ma molto, amerikana.
Il preside di Harvard Garber ha infatti spiegato il suo rifiuto di ottemperare ai diktat dell’amministrazione Trump perché questi, “vanno oltre il potere del governo federale” e “minacciano i nostri valori come istituzione privata dedicata alla ricerca, alla produzione e alla diffusione della conoscenza”.
La replica di Trump non si è fatta attendere: “Forse Harvard dovrebbe perdere il suo status di esenzione fiscale – ha scritto su Truth – ed essere tassata come un’entità politica se continua a promuovere ‘malattie’ ispirate/sostenute da politica, ideologia e terrorismo”. Qualche ora dopo l’amministrazione ha annunciato di aver congelato più di 2,2 miliardi di dollari in sovvenzioni e 60 milioni di dollari in contratti con l’università di Harvard.
La Columbia University di New York, che si era subito piegata ai diktat dell’amministrazione Trump dopo il taglio di 400 milioni di dollari di sovvenzioni, ha fatto marcia indietro dichiarando che non accetterà alcune delle misure imposte e così annunciano di fare anche le università di Princeton, Yale e il Mit di Boston.
Nei giorni scorsi la Casa Bianca aveva annunciato di aver già congelato più di un miliardo di dollari per la Cornell University.
L’università già a marzo aveva ricevuto una lettera del Dipartimento dell’Istruzione che la esortava ad adottare misure per proteggere gli studenti ebrei, altrimenti sarebbero state soggette a “potenziali misure coercitive”. La stessa lettera era stata inviata anche ad altri atenei.
C’è poi il crescente clima di repressione e intimidazione dentro e intorno alle università. Nelle ultime settimane, diverse decine di studenti stranieri sono stati arrestati dagli agenti dell’Ice, l’agenzia federale sull’immigrazione, e adesso rischiano l’espulsione. I casi più clamorosi sono quelli di Mohammed Khalil, Rumeyza Ozturk e Mohsen Mahdawi arrestati dagli agenti e in attesa di espulsione. A loro sostegno sono state raccolte più di un milione di firme.
È evidente come dietro le pretestuose accuse di antisemitismo e alle nuove indicazioni sui criteri da introdurre per assunzioni, programmi e ammissioni, emerga la precisa volontà dell’amministrazione Trump di sottomettere al proprio controllo le principali università del paese considerate dalla destra americana come le “incubatrici di eversione progressista e ostili ai valori conservatori”.
Una caccia alle streghe in piena regola. Ma, come in passato ha già spiegato qualcuno, anche negli Stati Uniti prima hanno cominciato con i comunisti... e adesso ce n’è per tutti.
Fonte
11/03/2025
USA - Esplode la bolla educativa
Nel mirino ci sono le prestigiose università della Ivy League (Harvard, Yale, Princeton, Columbia, Penn Pennsylvania, Dartmouth, Brown, Cornell – e Chicago, Duke, MIT, Stanford, Johns Hopkins, Caltech, note come Ivy Plus).
I leader come Trump, dice David Brooks su The Atlantic («Come l’Ivy League ha distrutto l’America»), capiscono che la classe operaia ha più risentimento per la classe professionale Nerd, con le sue lauree prestigiose, di quanto non ne abbia per i miliardari o i ricchi imprenditori.
I Liberal (“La Sinistra”) di oggi, scrisse qualche anno fa l’anarchico Graeber, ha come stelle polari quegli studenti che negli anni Sessanta frequentavano i college e che si battevano per una società senza egoismo. La loro battaglia radicale non ha portato ad una società migliore. Non ha funzionato, dice Graeber, ma è stata offerta loro una sorta di compensazione: il privilegio di usufruire del sistema universitario per diventare persone che, nel loro piccolo, hanno avuto modo di guadagnarsi da vivere e allo stesso tempo ricercare la virtù, la verità, la bellezza, e soprattutto la possibilità di tramandare lo stesso diritto ai propri figli.
Non li si può biasimare per aver accettato l’offerta. Ma non si può neppure biasimare il resto del paese che li vorrebbe all’Inferno. E li vorrebbe all’Inferno perché, disse, un meccanico del Nebraska, sa che è improbabile che suo figlio o sua figlia diventino dirigenti della Enron. Ma è possibile. D’altra parte non c’è effettivamente alcuna possibilità che suo figlio, non importa quanto dotato, diventi un avvocato per i diritti umani a livello internazionale, o un critico teatrale per il New York Times.
Per frequentare un corso in una delle università della Ivy League si spendono fino a 350 mila dollari all’anno. Il giornalismo, dice Brooks, è una professione riservata quasi esclusivamente ai laureati, soprattutto quelli d’élite. Uno studio del 2018 ha scoperto che oltre il 50% dello staff del New York Times e del Wall Street Journal aveva frequentato una delle 34 università d’élite. Il 54% di avvocati, artisti, scienziati, leader aziendali e politici ha frequentato le stesse 34 scuole elitarie.
Contrariamente a ciò che si pensa, lo stato federale finanzia queste università con grosse somme di denaro. Nell’ultimo anno fiscale, due terzi dei finanziamenti per la ricerca ad Harvard provenivano dal governo federale, che sostiene tutto, dagli studi sul cancro all’insegnamento dell’arte nei musei.
La cifra non è insolita, dice Nathan Heller su NewYorker («Harvard si piegherà o si romperà?»): i finanziamenti federali sostengono anche tre quarti dei progetti di ricerca di Stanford e metà di tutta la ricerca, sia presso l’Università del Wisconsin-Madison sia presso l’Università della California Berkeley (dove è stanziale da tempo la ‘French Theory’ e la ‘Queer theory’).
Non c’è università nel paese che potrebbe sopravvivere alla perdita di denaro federale, dice Brian Leiter, professore di diritto e filosofia presso l’Università di Chicago.
L’intera meritocrazia è un sistema di segregazione sociale ed economica al contrario, dice Brooks. Uno schifoso sistema per tenersi alla larga da un proletariato sempre più alla deriva, in sovrappeso, solo, che fuma, beve, s’ammucchia e divorzia, e, al più, forma famiglie mono-genitoriali.
Il tasso di mortalità per oppioidi per coloro che hanno un diploma di scuola superiore, conclude Brooks, è circa 10 volte superiore a quello di coloro che hanno almeno una laurea triennale.
E questo è quanto per desiderare l’esplosione della bolla educativa; l’esplosione di un sistema di clausura e di privilegio che, dice il patriota Brooks, tiene fuori la massa proletaria, con la scusa della cultura. Una bolla di debiti che il governo federale non vuole ripianare.
Questa è la politica senza maschere (NO MASKS!), mostra il lato osceno della politica Liberal. Se questa è la cultura e l’università, allora meglio tutti ignoranti e cafoni, meglio il business per il business, meglio come eravamo 100 anni fa, rampanti, alla conquista del mondo.
Fonte
25/02/2025
Sospensione senza ritiro della riforma Bernini sulla ricerca universitaria
Rimane il nodo per cui l’iter legislativo è stato solo sospeso, e bisogna dunque pensare che riprenderà non appena le condizioni politiche renderanno possibile portarlo a termine, cioè una volta che saranno scemate nel tempo le proteste. Con i vertici del mondo accademico che invece hanno continuato a sostenere la riforma, sperando di continuare a contare su di un esercito di precari per continuare a far funzionare gli atenei italiani.
Bisogna innanzitutto ricordare che tra il personale docente, dei ricercatori e degli assegnisti di ricerca, senza includere le altre figure quali borsisti e contrattisti, la quota dei precari è passato dal 18,5% del 2010 al 45,32% del 2024. Molti di questi posti saranno inoltre falcidiati dalla fine dei fondi PNRR, rendendo anche impossibile qualsiasi prospettiva di approfittare del turnover per gli attuali giovani dottorandi.
La riforma che ha introdotto i contratti di ricerca al posto della selva di assegni e forme precarie di impiego, fatta nel 2022 perché legata agli obiettivi inscritti nel PNRR, è rimasta solo sulla carta. Già il governo Draghi che l’aveva licenziata aveva previsto molte proroghe e deroghe, consapevole di non poter garantire i finanziamenti necessari per applicarla.
Ora si apre dunque una fase transitoria in cui proroghe e deroghe andranno a scadere, senza strade alternative e portando all’espulsione di migliaia di ricercatori. La riforma Bernini, in un certo senso, puntava a riallineare la realtà con la normativa, restaurando vari percorsi precari di impiego.
La Conferenza dei Rettori, la CRUI, si è invece espressa per continuare sulla strada impostata dalla ministra. L’accademia italiana oggi funziona proprio grazie allo stuolo di giovani dottorandi e ricercatori, mal pagati e ricattabili, su cui è imposta una mole di lavoro enorme per sopperire alle mancanze strutturali delle università.
Di questo i rettori vogliono continuare ad approfittare, mentre hanno evitato di condannare con forza la mancanza di fondi. Si tratta di una beffa la promessa della ministra di 37,5 milioni di euro per i contratti di ricerca, non solo perché briciole rispetto alle necessità, ma anche perché si tratta di soldi già dovuti, secondo gli obblighi previsti proprio dal PNRR.
Inoltre, stando alle precedenti leggi di bilancio, il Fondo di Finanziamento Ordinario, principale entrata degli atenei, doveva contare circa 9,5 miliardi nel 2024, e passare a poco meno di 9,6 miliardi nel 2025. Al contrario, se diamo per scontato che gli annunci fatti verranno davvero rispettati, nel 2025 si dovrebbe arrivare concretamente a circa 9,4 miliardi.
Ciò si ripercuote anche sul personale tecnico-amministrativo, per il 5% assunto in maniera precaria, a cui vanno aggiunti i lavoratori di aziende a cui sono stati appaltati vari servizi. Una situazione creata ad arte anche per favorire l’accesso dei privati nella ricerca, essendo l’unico canale attraverso cui reperire fondi.
Sono poche le forze che parlano di ciò di cui ha davvero bisogno l’università italiana: portare i finanziamenti universitari almeno all’1,5% del PIL della media OCSE, mentre in Italia sono fermi intorno all’1%, stabilizzare i precari e reinternalizzare i servizi, impedire l’accesso dei privati che orientano la ricerca secondo il ritorno di bilancio, e infine cancellare la logica premiale che ha creato atenei di serie A e atenei di serie B.
Per uscire dal cul-de-sac in cui è stata gettata l’università, questa è l’unica strada.
Fonte
10/01/2025
I servizi segreti «infiltrano» le università
In particolare, ricercatori e docenti segnalano il primo comma dell’articolo 31 che «obbliga chi lavora nelle università e negli enti di ricerca a collaborare con i servizi segreti». L’articolo in questione mira a modificare la legge del 2007 sul sistema di informazione per la sicurezza.
Ma se quel testo disciplinava che «il Dis, l’Aise e l’Aisi possono corrispondere con tutte le pubbliche amministrazioni e con i soggetti che erogano (…) servizi di pubblica utilità e chiedere ad essi la collaborazione necessaria per l’adempimento delle loro funzioni istituzionali», la nuova formulazione del governo Meloni cambia l’ordine dei soggetti e il verbo, modificando in peggio la collaborazione tra organi dello stato e università.
Si legge infatti nella bozza in corso di approvazione: «Le pubbliche amministrazioni, le società a partecipazione pubblica o a controllo pubblico e i soggetti che erogano servizi di pubblica utilità sono tenuti a prestare al Dis, all’Aise e all’Aisi la collaborazione e l’assistenza richieste».
E poi stabilisce che gli accordi di collaborazione tra servizi segreti e università «possono prevedere la comunicazione di informazioni ai predetti organismi anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza».
Ed è questo il punto che allarma l’associazione di docenti universitari. «Il potere dei servizi di informazione di corrispondere con gli altri soggetti si trasforma in obbligo di questi ultimi di prestare collaborazione e assistenza» – si legge nella nota di Scienza Aperta.
«L’imposizione nell’ambito universitario dell’obbligo di collaborare suscita preoccupazione: la disposizione legislativa, anche per la sua ambiguità, si presta a essere interpretata come fonte di un anomalo potere investigativo in capo ai servizi di informazione da utilizzare nei confronti di università ed enti pubblici di ricerca. Tale potere si pone in frontale contrasto con la Costituzione».
L’Aisa riporta anche le parole dell’ex procuratore Armando Spataro che, in sede di audizione, aveva sollevato la questione. Per Spataro la norma risponde a un generale «orientamento politico finalizzato ad estendere il ruolo delle agenzie di informazione nella direzione di attività che non competono loro, come, in particolare, quelle di indagine giudiziaria».
Nell’ambito del movimento di ricercatori e precari contro la riforma Bernini sul reclutamento e contro il definanziamento dell’università pubblica, l’Aisa chiede agli «organi di rappresentanza dell’università italiana e degli enti pubblici di ricerca di fare sentire la propria voce» e al Parlamento di non approvare il ddl sicurezza.
Fonte
06/01/2025
Gli USA ordinano l’arresto di un accademico anti-sionista svizzero
Ossia di un paese storicamente tutto interno all’Occidente – e al suo sistema bancario – ma anche politicamente neutrale in tutte le guerre che hanno insanguinato la “civile Europa” che pretende ancora di dar lezioni al resto del mondo.
Ma le cose stanno peggiorando drasticamente anche al di là della ben nota (agli evasori fiscali) frontiera di Chiasso. Autorità politiche e media mainstream hanno rapidamente introiettato i format sfornati dal “grande fratello” statunitense. Anche se qualcuno, fortunatamente, non china la testa e controbatte con coraggio.
A Malpensa, su ordine del governo statunitense, è stato fermato nei giorni scorsi il cittadino svizzero di origine iraniana, Mohammad Abedini Najafabadi, con l’accusa di traffico d’armi. Egli avrebbe presuntamente fornito al governo dell’Iran informazioni sui sistemi di navigazione di droni tramite una sua società con sede presso il campus del Politecnico federale di Losanna (EPFL).
L’accusa è, per dirla con le parole del giornalista Paolo Di Mizio, “farlocca senza alcuna base giuridica”. Questo perché, se davvero l’ingegnere lavora per lo Stato iraniano e se quest’ultimo vende armi a un paese terzo, ciò potrà essere eticamente discutibile ma certamente non costituisce il reato di “traffico d’armi”: è semplicemente un libero commercio garantito dalle leggi e dalla stessa World Trade Organisation (WTO).
Infatti non ci risulta che i rappresentanti dell’industria degli armamenti americani in Svizzera ed Europa vengano arrestati con questa accusa...
Le sanzioni contro l’Iran sono invenzioni della Casa Bianca!
Certo, vi sono delle sanzioni contro l’Iran per impedire che questo paese sviluppi la propria difesa militare. Ma si tratta di sanzioni politiche imposte da un governo nemico di Teheran, appunto quello USA.
Esse sono insomma prive di mandato dell’ONU e quindi da un punto di vista legale siamo di fronte al nulla: è un arresto squisitamente politico! Gli USA comandano, l’Italia ubbidisce, la Svizzera sta zitta anche se un suo cittadino viene arrestato abusivamente all’estero.
Il giornalista Di Mizio dice bene: “la verità è che gli americani vogliono interrogare, con le buone o con le cattive, l’ingegnere iraniano per conoscere i segreti dei droni iraniani, come li fabbricano, dove, se li vendono alla Russia, ecc. Questa è la vera ragione. L’arresto dell’ingegnere è un sequestro di persona, non un arresto: è un atto di pirateria di Stato”.
Il giornalismo ticinese ripete quello che dicono Israele e USA
Tutto questo non interessa al portale di informazione TicinOnline, il quale intervista lo storico Daniel Rickenbacher. Quest’ultimo – dando per buona solo una campana, ovviamente quella statunitense – spara a zero sia contro l’EPFL sia contro i Servizi di Informazione della Confederazione per aver presuntamente banalizzato i rischi e invitandoli a stravolgere le procedure di sicurezza.
Lo storico lamenta, peraltro con un linguaggio ben poco scientifico, che la Confederazione “non persegue una politica estera anti-islamista” e chiede che le università elvetiche assumano esse stesse “compiti di intelligence”.
Visto però che gli atenei sarebbero incapaci di svolgere tale funzione “hanno bisogno del sostegno dei servizi segreti e forse anche di altre autorità”.
In pratica questo professore chiede una tutela politica delle alte scuole e legittima un’ingerenza anche della polizia sulla ricerca. Dichiarazioni di una gravità inaudita poiché affossano per sempre il principio di libertà accademica, ma i giornalisti si guardano bene dall’approfondire o dal sentire un secondo parere.
Peraltro se c’è qualcuno che ha agito contro le derive terroristiche dell’islamismo in Medioriente negli ultimi vent’anni è stato proprio l’Iran sciita.
Smascheriamo Daniel Rickenbacher!
In Svizzera ci sono decine di migliaia di storici che potrebbero essere intervistati e molti non la pesano certo come questo loro collega, che però gode del privilegio di finire mediatizzato.
TicinOnline non dice a che titolo intervista Rickenbacher, però lo legittima: fa passare di fatto le sue opinioni – espresse senza alcun contraddittorio – come se fossero una verità scientifica assoluta.
Questo modo di pubblicare interviste è una forma di propaganda, atta a far credere al popolo che quanto sta leggendo è l’opinione di una persona competente e apparentemente “super partes”.
Come vedremo, questo storico, più che un accademico minimamente obbiettivo, è in realtà un ricercatore schieratissimo! Potremmo dire che sembra un militante politico più che uno scienziato...
Ovviamente, come tutto nella società umana, anche gli storici sono di parte e rispondono a specifici interessi. Il che è legittimo, purché lo si dica in modo trasparente e non si faccia passare per “neutrale” qualcosa che è invece di parte.
Daniel Rickenbacher, infatti, è un ex-insegnante alla cattedra di studi strategici dell’Accademia militare svizzera presso il Politecnico federale di Zurigo (ETH), è stato ricercatore – guarda un po’ che caso – presso l’Università Ben Gurion di Tel Aviv e oggi è ricercatore presso il Concordia Institute for Canadian Jewish Studies. Entrambe istituzioni accademiche di orientamento sionista, quindi prevenute nei confronti dell’Iran.
Come se non bastasse il professore intervistato su TicinOnline è pure collaboratore del portale di informazione filo-atlantista AudiaturOnline, edito dalla Fondazione Audiatur, un think tank filo-sionista e filo-NATO fondato da Josef Bollag, già vice-presidente della Federazione Svizzera delle Comunità Israelite presieduta oggi dal deputato UDC Alfred Heer, che già si era fatto notare per aver attaccato l’ambasciatore svizzero Jean-Daniel Ruch, “colpevole” a suo dire di essere troppo tollerante con i palestinesi.
Siamo quindi di fronte a una persone schierata da sempre con Israele, cioè il nemico principale dell’Iran, e quindi palesemente di parte.
Non è illegale esserlo, ma i giornalisti avrebbero dovuto dirlo ai loro lettori: questi ultimi invece sono stati indotti a credere che le opinioni faziose di Rickenbacher abbiano una qualche valenza universale della comunità scientifica, invece è solo l’opinione di un privato cittadino politicamente attivo al fianco del sionismo internazionale, che ha insegnato come tanti in un’accademia svizzera.
Il Partito Comunista denuncia: “Vogliono militarizzare le università!”
Rickenbacher insiste nel criticare la Svizzera che “ha mantenuto per decenni stretti rapporti di ricerca con l’Iran e svolge un importante ruolo di mediazione tra Stati Uniti e Iran”.
Cosa dovrebbe fare un paese neutrale se non “mediare”? E perché mai le università svizzere dovrebbero rifiutare la cooperazione scientifica con l’Iran quando la mantengono anche con il regime sionista di Israele, le cui istituzioni di ricerca sono tutte dipendenti dall’esercito che sta oggi compiendo un genocidio in Palestina?
Perché Israele sì e l’Iran no? Solo perché a Washington hanno deciso così? Solo perché Rickenbacher è un professore che fa da megafono per i suoi amichetti sionisti?
L’unico partito politico svizzero ad essersi finora schierato è il Partito Comunista: già alcuni mesi fa i deputati Massimiliano Ay e Lea Ferrari avevano protestato con la rettrice dell’Università di Friburgo per l’attitudine repressiva dimostrata contro studenti e docenti critici verso il regime genocida di Tel Aviv.
Oggi ancora sottolineano: “vogliono limitare la libertà accademica svizzera e militarizzare la ricerca universitaria così da renderla al servizio della NATO e dei sionisti: noi invece dobbiamo restare un Paese neutrale nelle cui università viga un effettivo pluralismo”.
CIA e Mossad hanno campo libero nelle accademie svizzere
C’è anche un pericolo che le università svizzere promuovano il pensiero unico liberal-atlantista e di fatto impongano ai loro studenti un’unica storiografia: non a caso nei giorni scorsi anche l’ETH di Zurigo ha ammesso di voler introdurre forme di selezione discriminatoria per evitare che vi siano troppi studenti cinesi, evidentemente considerati spie del Partito Comunista Cinese.
Gli studenti israeliani spie del Mossad e i professori americani che lavorano con la CIA invece possono continuare a dettare legge nel nostro Paese.
Fonte
11/11/2024
Golden Power sulla ricerca, la Cina è il nemico non nominato
Insieme a lei, infatti, c’era anche Alfredo Mantovano, segretario del Consiglio dei ministri con la delega per la sicurezza della Repubblica (e quindi con funzione di indirizzo sulle strutture di intelligence). Nell’ora di conferenza sono stati rivelati pochi elementi, e tuttavia alcuni di essi bastano a tracciare un quadro della questione.
Innanzitutto, atteniamoci alle informazioni fornite dai rappresentanti del governo. Il piano non è frutto della volontà di Palazzo Chigi, ma è il risultato di impegni presi a livello europeo, ovvero delle raccomandazioni in materia date a maggio dal Consiglio Competitività (una delle configurazioni con cui si riunisce il Consiglio dell’Unione Europea).
Lo scopo è quello di colmare ciò che viene definito un “vuoto di protezione” nell’ambito accademico. I pericoli individuati, per intenderci, sono quelli di furto di proprietà intellettuale, di informazioni, di dati, ma il coinvolgimento dei servizi segreti rende chiaro che il solito spionaggio industriale qui viene trattato come pericolo di sicurezza pubblica.
Per tutelarsi da operazioni straniere evidentemente valutate come tali il primo passo è quello di definire delle linee guida nazionali. Un peso importante lo avrà anche l’organizzazione di moduli formativi e l’individuazione di una serie di suggerimenti da dare ai ricercatori stessi per ridurre le situazioni di rischio.
Infatti, i ministri hanno annunciato che l’intero sistema si fonderà sull’auto-valutazione degli studiosi circa gli accordi intrapresi, con la collaborazione di un centro di riferimento che dovrebbe essere istituito al MUR.
Per spiegare come si interverrà, Mantovano ha fatto più volte l’esempio del Golden Power, il potere governativo di bloccare o imporre specifiche condizioni a operazioni di mercato.
Tutti i dettagli del piano, però, saranno resi noti solo a dicembre, al G7 di Bari, che sarà incentrato proprio sulla sicurezza nella ricerca. Poi le misure prenderanno il via a partire dal 2025, per raggiungere la piena operatività nel 2026, dopo un anno di prova e i necessari aggiustamenti.
Bernini ha assicurato che, con questo piano, non si vuole in nessun modo inficiare i rapporti internazionali né colpire alcuno stato in particolare: “non esistono paesi buoni o cattivi”, ha detto, “esistono buone o cattive pratiche”. E tuttavia, è abbastanza chiaro che il pericolo è identificato nella competizione cinese.
A più riprese i giornalisti in sala hanno citato il Dragone, ma nessun riferimento è arrivato dagli organizzatori della conferenza. L’unico esempio di trasmissione di dati a un paese straniero fatto da Mantovano è rimasto senza nomi, ma il fatto che sia stato associato al settore delle biotecnologie è un indizio importante.
Sul sito Formiche.net viene citato un “esperto” che avrebbe suggerito che l’azienda coinvolta nel caso citato da Mantovano sia la BGI Group, con sede a Shenzen. Da quest’anno la società è stata inserita in un elenco del dipartimento della Difesa statunitense come “società militare cinese” che opera negli USA.
Lo scorso maggio cinque europarlamentari scrissero su Euronews che sulle tecnologie genomiche non basta il de-risking dalla Cina, e la BGI veniva citata esplicitamente.
Inoltre, è significativo come i cinque politici provenissero dal Partito popolare europeo, dai Socialisti e democratici, da Renew, dai Verdi e dai Conservatori europei: tutti uniti contro il Dragone.
Nella relazione annuale dell’intelligence presentata a febbraio, l’allora direttore dell’AISI Mario Parente diceva che i cinesi hanno “finalità di acquisire un patrimonio informativo che li porta a rivolgersi anche a circuiti universitari”. Che quindi sia Pechino il soggetto attenzionato tramite questo piano diventa abbastanza scontato.
Il MUR è stato da poco inserito nel Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, mentre la mattina della conferenza stampa Crosetto ha accennato al fatto di voler coinvolgere maggiormente le università nell’orizzonte della “guerra ibrida”. Di cui la Bernini ha peraltro confessato di non sapere nemmeno il significato.
A ottobre, col Documento Programmatico Pluriennale (DPP) per il periodo 2024-2026, il ministero della Difesa ha messo in chiaro che vuole trasformare il Centro Alti Studi della Difesa (CASD) in una “Scuola superiore universitaria ad ordinamento speciale”. L’istituto avrà i suoi dottorati, corsi e master, e grande attenzione sarà data all’intelligence.
Si moltiplicano i segnali della militarizzazione della ricerca universitaria, e della penetrazione degli interessi dell’apparato militare-industriale negli atenei. E soprattutto, della tendenza ormai esplicita a piegare la ricerca agli scopi di scontro tra il blocco euroatlantico e il mondo multipolare.
Fonte
17/10/2024
Argentina - Occupate decine di università contro il governo Milei
Sono state occupate quasi 100 facoltà, da sud a nord, e le azioni di studenti e insegnanti tendono a radicalizzarsi. Lunedì sono state occupate la facoltà di Legge e di Medicina dell’Università di Buenos Aires, una chiara espressione che la situazione è una polveriera, aprendo una nuova fase nella lotta contro il governo criminale di Milei.
Le occupazioni sono una risposta al veto di Milei contro l’aumento del budget universitario e fanno parte della lotta del movimento educativo per borse di studio, aumenti di stipendio per gli insegnanti ed altre richieste. Esse evidenziano, a loro volta, il fallimento della politica di negoziazione e del filone parlamentare dei rettori e della burocrazia sindacale.
Il Congresso si è mostrato per quello che è veramente: un covo di banditi che difendono gli interessi dei ricchi e dei capitalisti, in cui Milei ha complici all’interno di tutti i partiti politici tradizionali (UCR, PRO, PJ). Grazie a loro, ha passato i veti contro l’università pubblica e i pensionati.
Il conflitto, come non potrebbe essere altrimenti, dovrà essere risolto nella lotta di strada. Si tratta di un braccio di ferro tra il movimento studentesco, che è uscito per combattere spinto dalla lotta degli insegnanti – che si prepara ad andare verso un nuovo sciopero e altre azioni di lotta – ed affronta la sfida di dover approfondire le sue azioni di protesta, contro un governo che prende soldi dal bilancio dell’istruzione per darli agli speculatori finanziari e ai capitalisti in generale.
Il clima nel movimento studentesco universitario è di effervescenza. Nelle facoltà di Scienze Esatte, Fadu, Medicina, Giurisprudenza, Scienze Sociali, Ingegneria, Psicologia e Filosofia e Lettere dell’UBA sono state votate occupazioni comprese tra 24 e 72 ore. Il fatto che questa misura sia stata votata ha mostrato la radicalizzazione del processo di lotta, dato che si tratta di una facoltà bollata come “conservatrice” con pochi precedenti di questo tipo nel recente passato.
Come parte del piano di lotta, gli studenti di Legge faranno un blocco il prossimo martedì alle 18:00 sulle strade. Anche quelli di Medicina, che hanno votato per l’occupazione in un’assemblea questo lunedì, nonostante il boicottaggio del centro studentesco radicale, faranno un blocco. Sullo stesso percorso seguiranno quelli di Economia, Ingegneria e Farmacia e Biochimica. Gli studenti di Scienze Esatte e Fadu, allo stesso modo, faranno un blocco nella Città Universitaria.
Anche nella provincia di Buenos Aires la lotta si sta intensificando. Nelle facoltà di Lettere e Filosofia, Psicologia, Scienze Esatte e Scienze Naturali dell’Università di La Plata ci sono importanti mobilitazioni. A La Plata si è appena conclusa anche l’occupazione del Collegio Universitario Nazionale. Gli studenti delle scuole superiori stanno iniziando a unirsi all’ondata di lotte.
L’Università Nazionale di Quilmes è stata occupata (qui una banda di “libertari” filo Milei è entrata nell’università e ha spruzzato spray al peperoncino contro gli studenti che partecipavano alla lotta) e all’Università di Lanús ci sarà un’assemblea in cui si definirà cosa fare. L’Università Nazionale del Generale Sarmiento è stata occupata per la prima volta nella storia; all’Università Nazionale del Sud di Bahía Blanca, dopo l’occupazione dell’edificio delle Scienze Umanistiche, ci sarà un’assemblea per definire i passi da seguire. A Florencio Varela, presso l’Università Nazionale Arturo Jauretche, si terranno assemblee in cui si discuterà come continuare la lotta.
Anche l’Università di La Matanza è stata occupata e la lotta si è fatta strada contro il rettorato. A La Cámpora hanno cercato di impedire la mobilitazione studentesca inviando bande contro gli studenti.
L’Università Nazionale di Tres de Febrero, invece, è stata occupata per tutto il fine settimana. Questo lunedì si è conclusa l’occupazione dell’Università Nazionale di Luján e della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università di Tucumán. Allo stesso modo, è stata occupata la sede del rettorato dell’Università Nazionale del Centro della Provincia di Buenos Aires, a Tandil. All’Università Nazionale di Hurlingham, è stato deciso di portare avanti un piano di lotta che durerà tutta la settimana.
Allo stesso tempo, continuano le occupazioni nelle università nazionali di San Luis, Salta e La Pampa. Anche l’Università Nazionale di Córdoba si è unita alla ribellione studentesca, con occupazioni nelle facoltà di Psicologia, Scienze Sociali, Filosofia, Arti, Comunicazione e Giurisprudenza.
Ci sono lotte e occupazioni nell’UNPA Uarg a Santa Cruz, nell’UNCo a Fiske e nell’UNPA a Santa Cruz. A Comahue c’è stata un’occupazione del rettorato di 24 ore e diverse azioni di lotta. All’Università di Catamarca ci sono stati blocchi stradali, un festival a sostegno della lotta e dell’occupazione. Anche l’Università di Rosario è entrata nella marea studentesca.
La lotta continuerà nei prossimi giorni con scioperi, lezioni pubbliche e blocchi stradali.
Questo giovedì ci sarà uno sciopero degli insegnanti, indetto dal fronte sindacale universitario, e lunedì 21 inizierà una settimana di lotta. La lotta comune tra insegnanti e studenti deve essere approfondita per sconfiggere il governo Milei. E la chiave è farlo in autonomia, senza fidarsi delle organizzazioni studentesche e dei sindacati che rispondono ai responsabili della crisi educativa e dell’ascesa di Milei.
D’altra parte, gli studenti delle scuole secondarie e terziarie devono unirsi in massa a questo processo, promuovendo la lotta studentesca dal basso, dove le organizzazioni studentesche sono un freno al loro sviluppo.
Abbiamo già visto come il radicalismo e il peronismo abbiano silurato le iniziative di lotta e le occupazioni. La loro strategia non è quella di sconfiggere la politica anti-istruzione di Milei. Nel caso del peronismo, Máximo Kirchner lo ha detto molto chiaramente quando ha detto che il compito degli studenti è aspettare le elezioni del 2025.
Dobbiamo andare verso una mobilitazione popolare in difesa dell’istruzione pubblica e per sconfiggere il governo Milei.
Fonte