Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/07/2026
“Antifascisti terroristi”, secondo Rubio & co.
Lo scopo è infatti quello di costruire una lista di organizzazioni di sinistra, genericamente qualificate come “antifa”, e definirle “terrorismo”. Non si parla di organizzazioni armate, ma di gruppi politici che danno vita a proteste di massa, come le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza, gli arresti e gli omicidi commessi dall’Ice (a Minneapolis e altrove), o comunque contro le politiche dei governi occidentali o “filo”.
Una conferma esplicita di quel che avevamo sempre sostenuto: non esiste “il terrorismo”, ossia una definizione oggettiva uguale per tutta una serie di casi simili, ma è solo il nome con cui un potere definisce “il nemico” creando uno schema giuridico e militare fuori della legge ordinaria.
Il progetto è operativamente capitanato da Sebastian Lukács Gorka, uno squinternato conduttore radiofonico di chiare simpatie naziste, razziste e chi più ne ha più ne metta. Il problema è che Trump, dopo averlo utilizzato come vice-assistente per soli sette mesi durante il suo primo mandato, l’ha nominato ora Direttore per l’antiterrorismo nel Consiglio di sicurezza nazionale.
La politica Usa, è evidente, considera ora “buono” il fascismo, magari appena camuffato da conservatorismo, e “terrorismo” l’antifascismo puro e semplice, anche nelle forme politiche più tranquille e di massa.
L’iniziativa di Rubio e Gorka arriva pochi giorni dopo la riscoperta trumpiana del “comunismo” come “pericolo per l’America” e porta con sé tutti i segni dell’improvvisazione. A partire dal pochissimo tempo concesso tra l’invio dell’invito, l’accettazione e la riunione. Segno che non ci sono dossier ricchi di dati da mettere a disposizione dei “congiurati anticomunisti”, ma solo una disponibilità politica da raccogliere e cominciare a far funzionare praticamente.
Il governo Meloni, com’è noto, si è mosso come la biscia sull’asse liscia: prima la tentazione di un “no grazie” (da parte addirittura di Antonio Tajani), poi un “sì condizionato” che si è tramutato nella decisione di inviare un sottosegretario non parlamentare – Molteni – con l’incarico di “prendere appunti” senza aprire bocca se non per i saluti e il pranzo di lavoro.
Ma de minimis è inutile parlare...
Il progetto complica parecchio la stessa vita politica interna statunitense. Non perché l’antifascismo sia apprezzato dall’establishment “democratico” che si ritrova ora a fare i conti con una marea montante di candidati dichiaratamente “socialisti” alle primarie. Ma per il buon motivo che le definizioni vaghe sono ovviamene percepite come un pericolo per tutti.
Ci vuole in effetti poco, in quel mondo, per far passare come “antifa” e quindi pericoloso terrorista anche personaggi che non si sono mai schiodati da una poltrona. Per l’intanto va registrato che un manifestante fuori da una struttura della famigerata Immigration and Customs Enforcement (ICE) in Texas, giudicato colpevole di aver colpito un poliziotto, è stato condannato a 100 anni di detenzione.
Altri che erano con lui “se la sono cavata” con pene detentive da 30 a 70 anni per “rivolta, fornitura di sostegno a terroristi e cospirazione per usare e trasportare esplosivi”.
Calcolando che non c’è stata nessuna “esplosione” in quel frangente, ci sembra che il disegno repressivo sia piuttosto chiaro. Anche se fuori di testa.
Negli Usa c’è addirittura una commissione della Segreteria di Stato (il ministero degli esteri) incaricata della “definizione” delle organizzazioni ostili agli Usa e potenzialmente “pericolose”. Ma anche un vecchio dirigente della struttura come Jason Blazakis avverte che giocare disinvoltamente con le definizione è piuttosto rischioso.
In primo luogo perché secondo la legge esistente un gruppo deve essere straniero per poter essere designato “terrorista”. “Se ha una presenza interna significativa, non può esserlo”. Sono le aporie del suprematismo eterno statunitense, secondo cui “i cattivi” sono sempre unamerican...
In secondo luogo, alcuni trumpiani stessi pensano che dare al governo questo potere di “classificazione criminalizzante” possa diventare un precedente – e il diritto statunitense è notoriamente fondato sul precedente – che potrebbe permettere ad una futura amministrazione “democratica radicale” di procedere nello stesso modo, incriminando perciò quelli che ora stanno al potere magari dopo aver assaltato il Congresso come cinque anni e mezzo fa.
È un problema comunque anche per parecchi governi invitati a far parte di questa “internazionale nera”. Alcuni, in forma anonima nella ricostruzione del Washington Post, hanno declinato l’invito con formule di circostanza come “l’intenso programma di appuntamenti estivo”. Altri hanno obiettato che “Noi non abbiamo antifa”.
Altri ancora che “Le nostre autorità di polizia non si sono concentrate sul terrorismo di sinistra perché non è considerata una minaccia prioritaria nel nostro paese”. Insomma, si poteva pure evitare di mandare qualcuno ad annotarsi gli ordini per il futuro.
Resta però fermo il problema politico: alla guida dell’imperialismo occidentale c’è ormai la convinzione ferma che “il fascismo non era poi così sbagliato” e l’antifascismo sia peggio della peste nera.
Brutta fine, per le sedicenti “democrazie” che preparano una guerra dopo l’altra “contro le autocrazie”...
Fonte
29/06/2026
Israele demolisce accordi e case, Usa nel pallone
Sul piano strettamente militare c’è stato un “colpo non identificato” che ha raggiunto una nave in transito nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ne hanno attribuito la responsabilità all’Iran, che però non ha rivendicato, contrariamente al solito.
Tanto è bastato a Washington per lanciare una serie di attacchi aerei contro postazioni iraniane intorno a Hormuz. Tehran ha risposto come da manuale con missili e droni contro le basi Usa in Bahrein (c’è la sede della Quinta Flotta) e in Kuwait.
Seguono minacce tonitruanti di Trump e gelide avvertenze iraniane, che hanno però il merito di far capire l’oggetto del contendere.
Dopo aver ricordato che “qualsiasi interferenza da parte di soggetti diversi dall’Iran nella gestione dello stretto comporterà un ritardo nella sua riapertura e un aumento del livello di tensione nella regione”, il ministro degli esteri Araghci – in visita a Baghdad – ha invitato gli Stati Uniti “a frenare l’entità sionista, che continua la sua aggressione contro il Libano”, sottolineando che, secondo il primo punto del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, Washington deve “convincere” Tel Aviv a ritirarsi dal Libano in tempi accettabili.
Gli Usa, però, hanno condotto una trattativa ridicola con alcuni esponenti libanesi dichiaratamente sionisti, oltre che con lo stesso Israele, raggiungendo un presunto “accordo” che lascia le cose come stanno ora e dichiara esplicitamente di voler “disarmare Hezbollah”. Che non è soltanto l’unica forza in grado di opporre una resistenza all’espansionismo di Tel Aviv, ma anche la principale componente sociale e politica che sembra interessata sul serio a garantire la sovranità del Paese. Ma che proprio per questo non è stata neanche consultata.
Il sito statunitense Axios – che affida sempre la narrazione sul conflitto mediorientale all’ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’Idf, Barak Ravid – ammette che il presunto “accordo libanese” “sembra anche contraddire alcuni degli intendimenti raggiunti tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, e potrebbe quindi complicare quella fragile tregua”.
Ma il problema sarebbe stato causato dall’altro accordo – il “MoU” tra Usa e Iran – con cui Teheran “è riuscito a inserire la situazione in Libano nelle sue trattative con gli Stati Uniti nelle ultime settimane”.
Un testo che l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter – incaricato di gestire i rapporti con Washington sulla questione libanese – ha definito subito “un disastro ferroviario”.
La ragione è semplice: quel “memorandum invita le parti a rispettare un cessate il fuoco in Libano e a garantire l’integrità territoriale del paese, che è invece attivamente minata dall’occupazione israeliana in corso nel Libano meridionale”.
In parole povere: Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio libanese sotto il suo controllo ed anzi vorrebbe spingersi ancora più in là, come del resto sta facendo in Siria, occupando ora anche le campagne intorno alla città di Daraa.
Una volta precisato il contesto e gli interessi contrastanti non ci vuole molto ad immaginare che il “colpo non identificato” che ha messo in moto il doppio scambio di cortesie militari tra Iran e Usa intorno ad Hormuz abbia un responsabile chiaro: il governo Netanyahu, che peraltro aveva già spedito un po’ di truppe negli Emirati Arabi Uniti e largheggia in operazioni false flag.
Quel che rende la gestione statunitense della “doppia trattativa” un delirio senza capo né coda è esattamente la “condiscendenza” nei confronti di Israele, che diventa insormontabile al tavolo libanese e invece “riducibile” su quello iraniano.
Sembra evidente che a Washington non c’è alcuna chiarezza strategica e quindi si sovrappongono posizioni e iniziative decisamente contraddittorie.
Sembrano pesare anche le differenti ambizioni e posizioni del segretario di Stato “Narco” Rubio – che ha prodotto materialmente il pasticcio libanese – e del vicepresidente J.D. Vance, esponente autentico dell’immaginario “Maga” che considerava la guerra all’Iran quanto meno una stupidaggine ma, soprattutto, considera Israele un alleato come tanti altri (gli europei, per esempio) e quindi da rimettere al suo posto quando gli interessi Usa entrano in contraddizione con quelli di Tel Aviv.
Una confusione che facilita ovviamente ogni manovra diversiva che abbia come obbiettivo il prolungamento della guerra sull’intero scenario mediorientale. La tela tessuta da Pakistan e Qatar con l’Iran viene sciolta di notte nel lavorio mafioso tra la Casa Bianca e Tel Aviv, con il popolo libanese costretto a pagarne il prezzo.
Fin quando gli Stati Uniti non sceglieranno con chiarezza tra una qualche pace in Medio Oriente (per garantire che l’economia mondiale non subisca altri colpi, non certo per bontà d’animo) e l’appoggio incondizionato all’espansionismo illimitato di Israele – unico Stato al mondo a non avere e non volere confini certi, riconosciuti internazionalmente –, pateticamente giustificato con “verità bibliche”, la situazione non potrà cambiare.
La pace implica l’imbavagliamento duraturo del sionismo genocida, il contrario significa guerra senza limiti. Già ad aprile, ricordiamo, la frustrazione israelo-statunitense nel non riuscire a raggiungere gli obbiettivi dichiarati aveva fatto balenare in quelle teste pazze la possibilità di usare anche l’arma nucleare.
Come se fosse possibile farlo senza conseguenze...
Fonte
28/06/2026
Accordo Israele - Libano: Beirut riconosce ufficialmente l’occupazione
Ciò si traduce nel riconoscimento ufficiale dell’occupazione del sud da parte dell’esecutivo libanese, dato che non è in grado in alcun modo di ottemperare al disarmo di Hezbollah.
Quest’accordo, dunque, pone le basi per lo scoppio di una guerra civile in Libano fra le componenti filoamericane ed il blocco che sostiene Hezbollah, offrendo anche un pretesto per l’intervento diretto di USA ed Israele all’interno di tale conflitto, in quanto aiuterebbero il “legittimo governo libanese” a stabilire la propria sovranità su tutto il territorio nazionale.
Proponiamo un’analisi completa effettuata dalla giornalista di sinistra Rania Khalek.
Questo accordo consolida l’occupazione israeliana, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile in coordinamento con gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, minaccia di far fallire l’accordo tra Stati Uniti e Iran.
Il governo libanese si è unito a Israele e agli Stati Uniti nel dichiarare guerra a una vasta parte della propria popolazione.
Ieri, l’ambasciatore libanese negli Stati Uniti ha firmato un accordo quadro con Israele durante il quinto round di negoziati ospitato da Washington. L’accordo è infido, scioccante e vergognoso. Consolida l’occupazione israeliana del territorio libanese nel sud del Paese, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile guidata dall’esercito libanese e coordinata con gli Stati Uniti e Israele.
Le élite libanesi che promuovono questa sottomissione all’impero amano invocare la sovranità. Parlano di Hezbollah come se fosse una forza aliena impiantata dall’Iran, piuttosto che una formazione militare organica, autoctona e popolare nata dalla resistenza all’occupazione israeliana negli anni ’80. Per queste élite, qualsiasi resistenza a Israele è una violazione della sovranità del Libano, mentre obbedire agli ordini di Washington e Tel Aviv contro gli interessi del Libano è considerato normale, indipendente, persino virtuoso. Il sopra è sotto, la destra è la sinistra.
Il governo libanese si è rifiutato di sfruttare la leva negoziale che l’insistenza dell’Iran sul cessate il fuoco e sul ritiro israeliano gli aveva fornito. Al contrario, ha collaborato con gli americani e gli israeliani alle condizioni di Israele, fornendo così a Marco Rubio uno strumento per minare l’accordo tra Stati Uniti e Iran.
Netanyahu si vanta che si tratti di un “importante successo” perché permette all’occupazione israeliana di continuare. La presidenza libanese lo celebra come una vittoria sulla sovranità che libererà il territorio libanese, ma non ha fornito dettagli su come ciò avverrà, e l’accordo stesso non mostra nulla del genere. Hezbollah lo ha ovviamente respinto, perché rappresenta una capitolazione totale al furto di terre da parte di Israele.
L’accordo di resa
Il testo integrale del quadro di riferimento è disponibile qui. Nicolas Sawaya offre un’ottima analisi di tutti i 14 punti. Mi limiterò a evidenziare i più critici.
Innanzitutto: questo accordo è mediato e supervisionato dagli Stati Uniti, che NON sono una parte neutrale. Gli Stati Uniti finanziano l’intero esercito israeliano: fondi, armi, Iron Dome, intelligence, copertura diplomatica. Partecipano attivamente ai crimini commessi contro il Libano. Il passato ha dimostrato che non ci si può fidare di loro per una mediazione imparziale in qualsiasi questione che coinvolga Israele. Ricordiamo le 15.000 violazioni del cessate il fuoco israeliano tra novembre 2024 e marzo 2026, completamente impunite dal meccanismo gestito dagli Stati Uniti.
Il punto 2 stabilisce che il ritiro israeliano è subordinato al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, il che significa una guerra civile. Questo stravolge il diritto internazionale. L’occupazione israeliana è illegale a prescindere dall’esistenza di Hezbollah. L’accordo afferma: “le Forze Armate Libanesi ripristineranno l’effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, in attesa del disarmo verificato dei gruppi armati non statali e dello smantellamento delle infrastrutture associate, consentendo alle Forze di Difesa Israeliane di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese”. Accettando di disarmare prima Hezbollah, con i parametri per il “disarmo verificato” ancora da definire dagli Stati Uniti, il governo libanese ha di fatto consolidato l’occupazione israeliana del sud.
Il punto 3 subordina gli aiuti internazionali per la ricostruzione e il ritorno di centinaia di migliaia di civili libanesi sfollati al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese in “zone pilota” a fasi, che saranno anch’esse determinate dagli Stati Uniti. Il quadro di riferimento stabilisce che la ricostruzione inizierà e i civili potranno tornare solo “dopo la conferma del successo del disarmo”. Questo tradisce completamente la popolazione del sud e fornisce a Washington una leva di ricatto sull’intero processo.
Il punto 4 afferma che il governo “ricostruirà il monopolio statale sull’uso della forza, raggiungerà il disarmo completo e verificato di tutti i gruppi armati non statali e garantirà che tali gruppi non abbiano alcun ruolo militare o di sicurezza né capacità armate in nessuna parte del Libano”. Ciò significa disarmare anche Hezbollah a nord del Litani. Inoltre, si chiede ai “partner internazionali e in particolare arabi, sotto la guida degli Stati Uniti”, di sostenere questo risultato. In altre parole, una guerra civile guidata dagli Stati Uniti e sostenuta dagli arabi.
Il punto 5 afferma che “il governo di Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano”. I ministri israeliani affermano regolarmente il contrario.
Il punto 9 prevede che gli Stati Uniti effettuino delle valutazioni sull’efficacia con cui lo Stato libanese sta conducendo la guerra civile contro Hezbollah. Il sostegno internazionale al Libano sarà condizionato dalla soddisfazione americana per i risultati. L’umiliazione è strutturale, mi vergogno davvero di questi traditori.
Il punto 11 impegna il governo libanese a contribuire al soffocamento finanziario di Hezbollah attraverso le sanzioni.
Il punto 13 dimostra una scioccante incompetenza, in quanto rinuncia al diritto del Libano di intraprendere “azioni ostili o avverse nei fori politici o legali internazionali”. Ciò significa che il governo libanese ha accettato di rinunciare alla possibilità di utilizzare la legge contro Israele per l’infinita lista di crimini di guerra commessi contro il Libano. È assurdo che una simile decisione provenga da un governo il cui Primo Ministro è stato giudice della Corte Internazionale di Giustizia e ha presieduto il caso del Sudafrica sul genocidio a Gaza.
Il punto 14 inquadra l’intero contesto come fondamento per un futuro accordo di normalizzazione con Israele.
I burattini libanesi anti-Resistenza
Questo accordo ricorda l’Accordo del 17 maggio 1983, quando gli Stati Uniti mediarono la resa del Libano con Israele, un accordo che conteneva molte delle clausole attuali: consolidare l’occupazione israeliana e dichiarare guerra a qualsiasi forma di resistenza. Quell’accordo fu firmato dagli alleati di Israele in Libano e abrogato entro un anno perché politicamente insostenibile. Sono certo che anche questo farà la stessa fine, ma a quale prezzo nel frattempo?
Hezbollah non è un’organizzazione aliena. Rappresenta una parte considerevole della popolazione sciita libanese. Per questo motivo viene eletto democraticamente in parlamento, come parte del blocco parlamentare più numeroso, nonostante un sistema che svaluta strutturalmente il voto sciita attraverso una forma di manipolazione dei collegi elettorali tipica del Libano.
C’è chi accusa Hezbollah di minacciare una guerra civile per impedire questo accordo. Si sbagliano. Hezbollah sta reagendo alla minaccia molto reale, esplicitamente delineata in questo accordo, di una guerra civile sponsorizzata da Stati Uniti e Israele contro la popolazione che rappresenta, una popolazione che negli ultimi tre mesi è stata sfollata e braccata dai bombardamenti israeliani senza alcuna protezione da parte dello Stato.
Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam affermano di sostenere la sovranità nazionale. In realtà, stanno usando la violenza, appoggiata da potenze straniere, per indebolire i loro oppositori politici interni. Non c’è niente di più antidemocratico di questo.
Rubio contro Vance
Ciò rende il Libano ancora una volta il punto di maggiore tensione nell’ambito del memorandum d’intesa con l’Iran.
L’Iran ha incluso un cessate il fuoco in Libano tra le sue richieste per la fine della guerra e ha chiesto il ritiro di Israele. Quando Israele ha bombardato Beirut all’inizio di questo mese, l’Iran ha risposto bombardando Israele. Il primo punto del memorandum d’intesa prevede la fine della guerra in Libano.
L’Iran sta verificando se gli americani riusciranno effettivamente a contenere gli israeliani. Finora, ci sono riusciti solo parzialmente. Le violenze continuano quotidianamente, ma con minore intensità rispetto a un mese fa.
È qui che la spaccatura tra Vance e Rubio diventa cruciale da comprendere. Reuters ha riportato che i due uomini hanno adottato toni diversi. Vance ha criticato i bombardamenti israeliani sulle infrastrutture civili di Beirut, definendoli un ostacolo agli sforzi di pace guidati dagli Stati Uniti, si è recato in Svizzera per colloqui con funzionari iraniani e ha ripetutamente parlato della possibilità di una relazione di cooperazione tra Stati Uniti e Iran.
Rubio, d’altro canto, ha girato gli stati del Golfo difendendo la campagna militare israeliana in Libano e rassicurando gli alleati sul fatto che l’accordo con l’Iran non sarebbe stato troppo generoso nei confronti dei “cattivi” iraniani.
Vance vuole porre fine a questa guerra. Si sta preparando per le primarie repubblicane del 2028 e ambisce a diventare il candidato pacifista che si è opposto a un Israele sempre più odiato. Rubio rappresenta l’ala neoconservatrice che rimane incondizionatamente allineata con Netanyahu. Il riassetto dei rapporti tra Libano e Israele porta la sua impronta, essendo concepito per separare il Libano dall’Iran e preservare la capacità di Israele di continuare la guerra. Sembra un tentativo di sabotare la candidatura di Vance.
Subito dopo la firma dell’accordo quadro, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver bombardato nuovamente l’Iran, in apparente violazione del memorandum d’intesa, affermando che si trattava di una risposta al fatto che l’Iran aveva aperto il fuoco contro una nave nello Stretto di Hormuz.
L’Iran non ha rivendicato l’attacco, ma non lo ha nemmeno negato. Da allora, l’Iran ha risposto agli Stati Uniti colpendo il Bahrein. Lo stesso giorno, gli israeliani hanno lanciato un attacco con droni contro il Libano. Rubio, durante il suo tour nel Golfo, aveva promesso agli alleati arabi che l’Iran non avrebbe mai controllato lo Stretto, né imposto pedaggi. Nel frattempo, il ronzio dei droni sopra Beirut mi assale più forte che mai.
La retorica a favore del ritorno alla guerra si sta intensificando, e con essa anche il clamore mediatico.
È possibile disarmare Hezbollah?
No. Se nemmeno tutta la potenza militare israeliana è riuscita a disarmare Hezbollah, di certo non ci riuscirà il ben più debole esercito libanese. E se si dovesse effettivamente tentare la strada della guerra civile, l’esercito libanese si dividerebbe. Ma cosa importa a Israele? Israele vuole guerre e instabilità senza fine, e ha dei servitori in Libano disposti a perpetuare questa politica.
Mi vengono in mente I dannati della terra di Frantz Fanon:
«La borghesia nazionale scopre la sua missione storica come intermediaria. La sua vocazione non è trasformare la nazione, ma prosaicamente fungere da nastro trasportatore per il capitalismo, costretta a camuffarsi dietro la maschera del neocolonialismo. La borghesia nazionale, senza alcun timore e con grande orgoglio, si compiace del ruolo di agente nei suoi rapporti con la borghesia occidentale.»La classe dei compradores libanesi è la dimostrazione vivente della citazione di Fanon. Come ho spiegato all’inizio di questa settimana, sembrano non aver ancora capito che i loro padroni americani hanno perso la guerra contro l’Iran. Questo accordo quadro pone le basi per la guerra civile, mascherando l’operazione dietro il linguaggio della sovranità. Fallirà. Ma forse il danno che provocherà lungo il cammino verso il fallimento è il vero problema.
Fonte
07/06/2026
Come la CIA ha creato Marco Rubio
Per decenni, una storia ombra è stata cancellata dai libri di testo americani: la verità che la forza d’invasione della Baia dei Porci della CIA non si è sciolta dopo il fallimento del 1961, è mutata. I 1.500 commando anticastristi, addestrati e attrezzati dall’Agenzia, sono tornati a Miami non come soldati ma come nucleo di una classe criminale protetta.
Nel 1970, i file dell’FBI mostravano che quasi il 70% dei principali trafficanti di droga arrestati nel sud della Florida erano veterani della Baia dei Porci. Avevano mantenuto i “nulla osta di sicurezza” della CIA, le vie di contrabbando di armi e, soprattutto, la loro immunità politica.
Sono diventati l'“Elite Narco-Terrorista”, una creatura ibrida di risorse dell’intelligence e boss del cartello. E in questo mondo, il giovane Marco Rubio non è stato un visitatore accidentale, ma una recluta per ragioni familiari.
I registri pubblici mostrano che da adolescente Rubio lavorava in un negozio di animali esotici a West Miami. Quello che la stampa ha minimizzato è che il proprietario del negozio era suo cognato, Orlando Cicilia. Nel 1987, Cicilia è stata incriminato nell'“Operazione Giraffa”, un caso di denaro sporco che ha riguardato 79 milioni di dollari in proventi di cocaina direttamente riciclati attraverso quel negozio di animali.
Rubio ha affermato di aver semplicemente pulito le gabbie degli animali e non sapere nulla. Ma nella logica dell’élite Narco-terrorista, l’ignoranza è l’alibi del complice. Non si condivide un’azienda di famiglia con un importante riciclatore di denaro, uno le cui operazioni si sono intersecate direttamente con le stesse reti in esilio della CIA che gestivano il canale della Baia dei Porci alla cocaina, ed emergono incontaminati.
La casa d’infanzia di Rubio non era alla periferia di questo mondo; era al suo interno.
Dal negozio di animali al Dipartimento di Stato
L’accusa qui non è che Rubio portasse personalmente pacchi di cocaina, ma che abbia assorbito la lezione politica fondamentale della narco-rete in esilio: ossia che la “Guerra alla droga” è una copertura per il cambio di regime.
Questo è il manuale del caso Iran-Contra, e Rubio ha passato tutta la sua carriera cercando di rimetterlo in funzione. Come senatore, ha sostenuto l'honduregno Juan Orlando Hernández, anche se gli agenti della DEA hanno confermato sotto giuramento che Hernández gestiva uno “narco-stato” dove le spedizioni di cocaina erano protette dalla famiglia del presidente.
Dopo che Hernández è stato condannato in un tribunale degli Stati Uniti, gli alleati di Rubio, tra cui Donald Trump, si sono mossi per graziarlo. Allo stesso modo, Rubio ha difeso l’ecuadoregno Daniel Noboa nonostante le prove documentate della spedizione di cocaina in contenitori di banane della stessa famiglia Noboa.
La linea è chiara. Rubio protegge costantemente i leader latinoamericani che servono gli interessi anticomunisti statunitensi, indipendentemente dai loro legami con la droga. È lo stesso accordo che la CIA ha fatto con i veterani della Baia dei Porci, immunità in cambio di lealtà.
Quando Rubio chiede attacchi militari in Venezuela sotto la bandiera della “guerra al narcoterrorismo”, non sta rompendo il vecchio modello, lo sta perfezionando. Il bersaglio è sempre un governo di sinistra. Il metodo è sempre paramilitari con precedenti di droga conosciuti. E il risultato è sempre una nuova generazione di trafficanti legati alla CIA che, come il cognato di Rubio, possono riciclare milioni mantenendo la brillantezza della rispettabilità anticomunista.
Una corruzione non con sacchi di contanti, ma di parentela
La corruzione di Rubio non è del tipo grezzo, con una valigia piena di contanti. È il tipo di corruzione più profondo, più americano. È la corruzione di una classe politica che da sessant’anni normalizza l’unione delle agenzie di intelligence e dei cartelli della droga.
Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di cooperazione tra mafia, Sindacato, circoli di ricatto sessuale, narcotrafficanti e servizi segreti. Ma nessuno va così in profondità come quell’equipaggio originale della Baia dei Porci. La loro associazione con l’assassinio del Presidente Kennedy è notoria, così come il loro legame con l’insabbiamento delle indagini.
La biografia di Rubio non è un’anomalia; è il curriculum dell’Elite Narco-Terrorista
Nato in esilio a Miami, legato dal sangue a un condannato per riciclaggio di denaro sporco, educato nella convinzione che qualsiasi crimine sia giustificato per rovesciare Cuba o il Venezuela, è ora insediato come Segretario di Stato.
Lui è quello che poi succede quando uno come Jack Ruby (Rubenstein) diventa il braccio destro del presidente. Quando invoca lo “stato di diritto”, parla una lingua che la storia della sua famiglia ha già tradito.
Il negozio di animali è chiuso. Ma la rete che serviva non si è mai chiusa, ha semplicemente promosso uno dei suoi ai più alti incarichi del potere americano.
Fonte
08/05/2026
Sciopero della scuola. Cinquanta manifestazioni in tutto il paese. Una mobilitazione riuscita contro il governo
Piazze piene in oltre 50 città d’Italia. Si sta rivelando un successo lo sciopero della formazione promosso da Cambiare Rotta, OSA, l’USB e le altre organizzazioni studentesche e sindacali contro il governo Meloni.
Questa nuova giornata di lotta guidata da studenti e lavoratori vince la sfida e porta scuole e università in piazza sui temi caldi della formazione – dal No alla nuova riforma dei tecnici e professionali, all’opposizione alle riforme di Bernini e alle tragedie della “distruzione pubblica” nel nostro paese. Con un rifiuto generale di ogni leva militare e la richiesta di soldi alla formazione e non alla guerra.
A Roma sono in corso gli appuntamenti sotto i ministeri – Mim e Mur – che puntano a ricongiungersi per muoversi in corteo, così le principali città d’Italia sono bloccate. Nelle piazze campeggiano enormi timer che rappresentano la “sveglia” del tempo finito che stiamo suonando al Governo, in altre ortaggi vengono lanciati contro le foto di una classe politica alla frutta, in alcune sputano fucili-giocattolo con fiori in canna al posto di proiettili: la nostra risposta alla leva e a alla guerra in cui ci vogliono trascinare.
Proprio domani è prevista una giornata giovanile europea di lotta alla leva militare promossa dalla campagna “We do not enlist”, in cui lo sciopero di oggi si inserisce.
Ma non è tutto. La presenza del segretario di stato USA Marco Rubio in Italia ha innescato la rabbia di studenti e studentesse che ne chiedono l’espulsione in quanto “persona non gradita”. Questo criminale internazionale è complice del genocidio a Gaza e responsabile della guerra in Medio Oriente, nonché protagonista della campagna contro Cuba che rischia di essere attaccata dagli Stati Uniti. Nelle piazze sventolano centinaia di bandiere cubane, a sostegno e difesa della Rivoluzione, della sovranità e della pace a Cuba, l’isola più solidale al mondo – e si alza un grido di protesta contro Rubio.
Non manca la solidarietà per la Flotilla. “Vogliamo la liberazione immediata dei nostri compagni sequestrati da Israele e la Palestina libera” chiedono ovunque gli studenti in lotta. Governo Meloni il tempo è finito!
Fonte
06/01/2026
Il narco-traffico Trump ce l’ha in casa: la carriera di Marco Rubio
L’amministrazione Trump ha preparato il terreno impiegando la categoria passepartout di “terrorismo”, facendo così diventare un capo di stato un obiettivo “legittimo” (sempre secondo la fantasiosa giurisdizione della Casa Bianca). Non è qualcosa di nuovo, ma di certo è un salto di qualità nell’arbitrio piratesco portato avanti dagli Stati Uniti.
Il punto, ad ogni modo, non è mai stato se colpire il Venezuela bolivariano e socialista fosse utile a fermare i flussi delle sostanze stupefacenti diretti verso gli USA – perché, difatti, non fermerà assolutamente nulla. Quanto piuttosto rubare il petrolio e cercare di far crollare un’esperienza di solida resistenza antimperialista ai desiderata stelle-e-strisce, al centro di quello che gli States considerano il proprio “cortile di casa”.
Anche perché, se c’è qualcuno che il narcotraffico lo ha portato in casa statunitense, non è il chavismo, ma i gusanos “filo-occidentali” fuggiti dalla rivoluzione castrista (come tanti di quei borghesi venezuelani che hanno visto crollare i loro profitti, e che vogliono farci scambiare la loro libertà di speculare con la democrazia).
Trump dovrebbe saperlo bene, dato che nella casa di uno di quei gusanos ci ha passato diversi anni il suo attuale Segretario di Stato, Marco Rubio. Il quale non si è limitato a vivere vicino a loro (chi potrebbe incolpare qualcuno per essere nato in una specifica comunità?), ma ha anche garantito per uno di loro, che era guarda caso il marito della sorella maggiore.
Orlando Cicilia è stato infatti una figura di spicco della criminalità della Florida, condannato a 35 anni di carcere nel 1989, per un traffico di cocaina da milioni di dollari. Lui gestiva fra l’altro la copertura per questo commercio ovviamente illegale: un negozio di animali esotici, dove anche il giovane Marco Rubio ha lavorato.
“Mi pagavano dieci dollari a settimana per ogni cane che lavavo e usavo i miei guadagni per comprare i biglietti per tutte e otto le partite casalinghe della stagione regolare nel 1985”, avrebbe ammesso ai tempi lo stesso Rubio, facendo riferimento ai suoi amati Dolphins, squadra di football di Miami.
Lo si può capire, poverino. Da ragazzo ha messo insieme qualche soldino facendo un semplice lavoretto in un negozio dove, però sono certamente passati anche personaggi e pacchetti loschi. Quello che non torna è che Rubio non si è mai accorto di nulla. Nemmeno quando lui e la sua famiglia, di ritorno da Las Vegas dove il padre aveva lavorato in un bar, hanno vissuto nella casa di Cicilia per qualche tempo, tra giugno e luglio del 1985.
Quella casa a West Kendall era il centro operativo di Cicilia nel periodo in cui era al culmine delle sua carriera criminosa. Uno dei suoi collaboratori avrebbe poi testimoniato al processo, affermando di aver tagliato e conservato enormi quantità di cocaina nella “camera degli ospiti”, tra marzo 1985 e gennaio 1986. Ma Marco non si è mai accorto di nulla, nemmeno quando visitava la casa settimanalmente per lavoretti saltuari, come scrive nella sua autobiografia An American Son.
Inutile dire che più di una voce uscita dalle forze dell’ordine – come Dade, un ex detective di Miami – aveva riferito che, vista l’entità del business a cui Cicilia era legato (75 milioni di dollari, a metà anni Ottanta), questa versione risulta tutto molto inverosimile. Anzi, letteralmente una “totale stronzata”. Comunque, dei 35 anni che Cicilia avrebbe dovuto scontare, ne ha passati in carcere soltanto 12, venendo rilasciato nel 2000.
Ma lasciamo pure perdere la sua giovanile cecità rispetto ad un traffico che avveniva sotto il suo naso... Salta agli occhi almeno un atto ufficiale di Marco Rubio considerabile come “conflitto di interessi”. Nel 2002, da capogruppo repubblicano nel “Parlamento” statale della Florida, ha scritto una lettera di raccomandazione per il cognato – ovviamente senza palesare il legame familiare né le motivazioni giuridiche della sua condanna definitiva – con il quale Orlando Cicilia ha ottenuto una licenza per attività immobiliari.
“Narco Rubio”, come viene chiamato dai venezuelani, cerca in tutti i modi di mettere a tacere chi parla di questi suoi storici legami “opachi”. Quando Univision ha rivelato le attività di Cicilia, nel 2011, Rubio ha cercato di zittire la storia e poi ha esortato i repubblicani a boicottare i dibattiti ospitati dalla rete televisiva in lingua spagnola.
“Orlando ha commesso degli errori gravissimi quasi 30 anni fa, ha scontato la sua pena e ha saldato il suo debito con la società”, aveva dichiarato Todd Harris, portavoce di Rubio durante la campagna presidenziale del 2016, al Washington Post. “Oggi è un privato cittadino, marito e padre, che cerca semplicemente di guadagnarsi da vivere”.
Non ci sarebbe nulla da eccepire, se solo questo discorso venisse ritenuto valido per tutti. Lo scorso luglio Juan Erles González, un immigrato cubano di 56 anni che circa vent’anni fa aveva scontato 18 mesi di carcere per “cospirazione finalizzata al possesso di cocaina” (!) ha vissuto in un limbo detentivo e poi è stato espulso, secondo le indicazioni della nuova amministrazione statunitense.
Il mese prima, un certo Isidro Pérez, 75 anni, è morto mentre era sotto custodia dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti, dopo che gli ufficiali dell’immigrazione lo avevano prelevato in un centro comunitario con l’accusa di non essere abilitato alla permanenza negli USA, secondo le leggi sulla migrazione. Il motivo addotto: era stato trovato in possesso di marijuana in due occasioni... nella prima metà degli anni Ottanta.
I propri familiari, secondo Rubio, meritano una licenza immobiliare. Un vecchio pescatore merita invece di morire in custodia dell’ICE, per un po’ di erba trovata 40 anni prima. Un doppio standard che, del resto, Rubio non avrebbe problemi a rivendicarsi, vista l’onestà con cui la sua amministrazione, ormai, parla della propria pirateria.
Fonte
31/05/2025
Rubio come McCarthy, gli Usa tornano indietro di 70 anni
Gli studenti statunitensi in Cina sono diventati merce rara. Secondo i dati ufficiali sono rimasti in circa 800. Del resto, perché dovrebbero frequentare gli atenei di un paese che dai loro governi viene dipinto come una minaccia?
I cinesi invece, più che alla propaganda, badano al sodo. Chi può va negli States a prendersi un titolo di studio che, in patria o all’estero, è più spendibile del corrispettivo cinese sul mercato del lavoro. Per questo nell’anno accademico 2023-2024 negli Usa erano registrati 277.400 studenti cinesi, secondi solo agli indiani e 1/4 del totale degli studenti stranieri.
Ora però l’amministrazione Trump vuole frenare questo flusso, one-way, come confermano i numeri.
Infatti il segretario di stato, Marco Rubio, ieri ha annunciato che Gli Stati Uniti «revocheranno aggressivamente i visti per gli studenti cinesi». Il capo della diplomazia di Trump ha chiarito che il suo dipartimento di stato collaborerà con quello per la sicurezza interna sulle cancellazioni, che riguarderanno gli studenti cinesi, «compresi quelli con legami con il Partito comunista cinese o che studiano in settori critici».
Non solo revoche, ma – ha concluso Rubio – «rivedremo anche i criteri per i visti, per migliorare il controllo di tutte le future domande provenienti dalla Repubblica popolare cinese e da Hong Kong».
I “legami col partito comunista” e gli “studi in settori critici” di cui ha parlato Rubio sono, finora, concetti vaghi, che potenzialmente includono qualsiasi studente cinese negli Usa. Sembra prendere così corpo l’idea, odiosa, di negare l’accesso alle università Usa ai cinesi in quanto cinesi.
E così sui media e sui social cinesi sono subito rimbalzate le accuse di “maccartismo”, ovvero la caccia alle streghe contro comunisti e presunti tali scatenata negli anni Cinquanta dal senatore repubblicano Joseph McCarthy.
Il ministero degli esteri di Pechino ha reagito con durezza. «L’irragionevole decisione di revocare i visti agli studenti cinesi con il pretesto dell’ideologia e della sicurezza nazionale nuoce gravemente ai diritti e agli interessi legittimi degli studenti cinesi e interrompe gli scambi tra noi», ha dichiarato Mao Ning.
Secondo la portavoce «una mossa così politicizzata e discriminatoria mette a nudo la menzogna degli Stati Uniti sulla loro cosiddetta libertà e apertura e non farà che minare ulteriormente la loro immagine nel mondo e la reputazione nazionale».
Gli studenti cinesi contribuiscono in maniera significativa al finanziamento degli atenei Usa e sono tra i più brillanti, soprattutto nelle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Perché allora prenderli di mira con quest’ultima proposta di Rubio, dopo che già negli ultimi anni scienziati e ricercatori cinesi negli Usa hanno denunciato controlli e persecuzioni da parte delle autorità e molti sono per questo ritornati in Cina?
Il motivo è duplice.
Da un lato si cerca di prosciugare il fiume in piena di giovani scienziati che – dopo essersi formati negli Usa – torna in patria per contribuire alla Nuova era proclamata da Xi Jinping, della quale la cosiddetta “innovazione autoctona”, ovvero il progresso scientifico-tecnologico made in China rappresenta una componente essenziale. Rispetto a qualche anno fa tornare a lavorare in Cina ha per i cinesi lo stesso fascino, se non maggiore, di costruirsi una vita negli States.
Dall’altro le politiche anti-Cina sono popolari negli Stati Uniti e dunque possono rafforzare il consenso dell’amministrazione Trump. Secondo gli ultimi dati del Pew Research Center, il 77 per cento degli americani ha un’opinione negativa della Cina.
Da entrambi i punti di vista – sia quello che attiene alla competizione tecnologica Cina-Usa, sia quello che riguarda la costruzione del consenso da parte di Trump – l’uscita di Rubio ha senso. Peccato che rappresenti una violazione di principi democratici di base.
Come dar torto al tabloid nazionalista Global Times, che ha commentato:
“Di fronte alla regressione storica degli Stati Uniti, nessun settore dovrebbe rimanere in silenzio. Ogni paese ha il diritto di salvaguardare la propria sicurezza, ma adottare politiche discriminatorie nei confronti degli studenti di un determinato paese è indubbiamente un atto deliberato volto ad alimentare le tensioni tra le nazioni. La Cina ha già protestato con gli Stati Uniti per la decisione, ma questo non dovrebbe limitarsi a livello bilaterale.In Occidente, quello di Qian Xuesen è un nome pressoché sconosciuto. In Cina, al contrario, il padre dei missili balistici intercontinentali e dei programmi spaziali della Repubblica popolare è oggetto di venerazione. A Shanghai gli hanno dedicato un museo che ne ripercorre la carriera e le sperimentazioni, un edificio di tre piani nel quale le visite guidate di scolaresche e dipendenti pubblici che vengono introdotti al mito dello “scienziato del popolo” si succedono senza soluzione di continuità.
Governi, università e organizzazioni civili di tutto il mondo dovrebbero prendere posizione e condannare la politicizzazione dell’istruzione. Non si tratta solo di difendere i diritti degli studenti cinesi, ma anche di sostenere i principi di equità e cooperazione educativa globale.
Prendere di mira indiscriminatamente gli studenti cinesi in base alla loro nazionalità o al loro campo di studi è una politica sconsiderata che non solo deteriora il clima sociale e l’ambiente accademico negli Stati Uniti, ma alimenta anche la divisione, vuol dire danneggiare gli altri senza trarre vantaggio per sé.
La comunità accademica globale, comprese le università statunitensi, dovrebbe unirsi nell’invitare Washington a tornare alla ragione e a smettere di usare gli studenti cinesi come capri espiatori per scopi politici interni, e a smettere di trasformare le istituzioni accademiche in campi di battaglia per scontri politici.”
Nato nel 1911 ad Hangzhou, nel 1934 Qian si laureò in Ingegneria meccanica all’Università Jiaotong di Shanghai. L’anno successivo – grazie a una borsa di studio dell’indennità dei Boxer – fece rotta sul Massachusetts Institute of Technology, dove ottenne un master in Ingegneria aeronautica. Nel 1939 conseguì il dottorato al California Institute of Technology, sotto la guida del più importante ingegnere aeronautico del tempo, Theodore von Kármán, che lo definì “un genio indiscusso”.
Nel 1949, mentre a Pechino Mao proclamava la nascita della Repubblica popolare, Qian fondava a Pasadena il Jet Propulsion Laboratory (JPL) del California Institute of Technology, di cui assunse la direzione, lavorando su sistemi di armamento segreti come il programma per lo sviluppo di vettori intercontinentali Titan e il Private A, il primo propellente solido testato con successo negli Stati Uniti.
Nel 1950 si aprì la stagione del maccartismo e, quello stesso anno, due ex agenti della “Squadra rossa” della polizia di Los Angeles, incaricata di indagare e controllare attività radicali, scioperi e rivolte, lo accusarono di essere membro del Partito comunista. Qian fu fermato con otto casse di bagaglio mentre stava partendo assieme alla moglie e ai due figli, per far visita ai suoi anziani genitori in Cina. Secondo le autorità statunitensi, quei bauli contenevano materiale classificato che lo scienziato intendeva far uscire illegalmente dagli Usa.
Nonostante si fosse professato innocente e malgrado le proteste delle comunità accademica californiana, Qian venne prima costretto agli arresti domiciliari e infine, nel 1955, rispedito da San Francisco a Hong Kong a bordo della nave “SS President Cleveland”. «Non ho intenzione di tornare, non ho nessun motivo per tornare… farò del mio meglio per aiutare il popolo cinese a costruire la nazione dove potrà vivere con dignità ed essere felice», dichiarò ai giornalisti prima di lasciare per sempre gli Stati Uniti.
«È stata la cosa più stupida che questo paese abbia fatto – sostenne il segretario della marina USA Dan Kimball – Qian non era più comunista di me, e noi l’abbiamo costretto ad andarsene».
Rientrato in patria, il Partito comunista accolse Qian a braccia aperte, affidandogli la fondazione dell’Istituto di meccanica di Pechino e assicurandogli un posto nella prestigiosa Accademia delle scienze.
Qian spese tutta la sua carriera in Cina (morirà a Pechino il 31 ottobre 2009, a 98 anni) per modernizzare i sistemi missilistici dell’Esercito popolare di liberazione e i programmi spaziali nazionali. Nella sua biografia ufficiale è ricordato così:
Qian Xuesen fu un membro eminente e devoto del Partito comunista cinese, un grande scienziato noto come il padre dell’industria aerospaziale cinese, senior fellow dell’Accademia cinese delle scienze di ingegneria, e vicepresidente del sesto, settimo e ottavo Comitato nazionale della Conferenza politico-consultiva del popolo cinese.Note
Qian è stato uno dei fondatori della moderna meccanica in Cina. Promosse ricerche teoretiche e applicate sull’ingegneria dei sistemi e diede un contributo inestimabile al lancio e allo sviluppo di razzi, missili e programmi spaziali in Cina e fu un pioniere in diversi campi, tra i quali l’aerodinamica, l’ingegneria aeronautica, la propulsione a getto, l’ingegneria cibernetica e la fisica meccanica.¹
1) Michelangelo Cocco, Una Cina “perfetta”: la Nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale, 2020, Carocci editore.
Fonte
12/04/2025
La missione Rubio fallisce in Giamaica: l’assistenza medica cubana resta
Rubio era partito convinto di avere gioco facile con le isole anglofone, ma ha dovuto incassare un sonoro rifiuto alla richiesta di annullamento dell’accordo per l’assistenza medica fornita da Cuba. Gli Stati caraibici hanno fatto quadrato per difendere il programma concordato con l’Avana. Dal Covid in poi, dottori e infermieri cubani si sono rivelati pressoché insostituibili nel sostenere un servizio sanitario traballante, che diventa inesistente nel caso di Haiti.
Riguardo al petrolio importato nei Caraibi dal Venezuela, e negli stessi Stati Uniti dalla Guyana, il veto sull’energia è sfumato in partenza, dal momento che per ora i dazi su petrolio e gas non sono contemplati nell’agenda Trump. La Giamaica – che ha una partnership solida con Caracas per greggio e gas liquido – ha tirato un sospiro di sollievo, mentre la Guyana, forte dei suoi nuovi pozzi off shore, ha avuto gioco più facile, essendo già nella lista Usa dei paesi fornitori di petrolio.
Dal bastone alla carota
Rubio si è trovato subito in difficoltà: partito a spron battuto, minacciando i premier convenuti di ritirare a loro e al personale diplomatico il visto per entrare negli Stati Uniti se non avessero provveduto ad annullare i permessi che consentono ai medici cubani di agire all’estero, ha dovuto registrare il netto rifiuto degli alleati.
Dopo il timido no di Andrew Holness, primo ministro giamaicano, partner storico dei Rep Usa, Mia Mottley, primo ministro di Barbados, e Ralph Gonsalves per St. Vincent e Grenadine si sono detti pronti a restituire il visto seduta stante se il segretario di stato avesse insistito nel ricatto.
Rubio ha cercato di svicolare con la tattica del divide et impera, chiedendo incontri separati con i singoli paesi, ma la Mottley lo ha inchiodato, accusandolo apertamente di voler indebolire i capi di governo convenuti.
La leader delle Barbados aveva già negli anni passati fatto valere le sue ragioni, rimuovendo il 30 novembre 2021 la Regina dalla carica simbolica di Capo di Stato, proclamando la repubblica e uscendo così dal Commonwealth Realm, che ne limitava l’indipendenza amministrativa, vincolando l’economia bajana agli interessi del Regno Unito.
Fu uno smacco notevole per gli inglesi – che i bajani dileggiano chiamandoli redlegs (gambe rosse) – per i quali Barbados e Bahamas rimanevano colonie con le Cayman loro cassaforte.
Dal 2021 Barbados affianca le isole gemelle di Trinidad & Tobago, già repubbliche dal 1970 pur mantenendo rapporti d’affari con l’ex impero.
La Mottley aveva poi sferzato duramente i capi di stato convenuti al summit Onu sul cambiamento climatico, tacciandoli di ipocrisia e inerzia. Parole profetiche oggi che la questione clima è praticamente svanita dagli impegni Usa e il combustibile fossile salito di nuovo in cattedra dopo un decennio di parole al vento, letteralmente, su energie rinnovabili e auto elettriche.
Ipocrisia stelle e strisce
La strategia di Rubio si è dimostrata subito fallimentare, accusando i presenti di sfruttare il personale medico cubano in combutta con il governo centrale che secondo il Segretario di Stato usa i suoi medici come merce di scambio, togliendo loro il passaporto e incassando direttamente gli stipendi.
In realtà Cuba trattiene il 60% delle spettanze per finanziare il programma che comprende anche la scholarship, l’istruzione gratuita per gli studenti che provengono da famiglie indigenti.
Gli stati ospitanti hanno dichiarato compatti che i medici immigrati sono trattati allo stesso livello dei sanitari locali. Per esperienza diretta, posso dire che diversi in Giamaica lavorano anche dentro strutture private che sono al di fuori del programma governativo, quindi nel complesso il trattamento di cui usufruiscono, pur se non privo di lacune, è comunque una via d’uscita visto che in patria – quando va bene – arrivano a stento a cento dollari al mese. I medici, non gli infermieri, claro.
L’ipocrisia di Rubio cozza con la realtà e il suo tentativo, se fosse riuscito, avrebbe causato un collasso del sistema sanitario caraibico e africano, senza contare che anche in Italia i dottori cubani si sono rivelati preziosi, in un SSN che da anni è diventato un colabrodo scarseggiando cronicamente di mezzi e personale.
A Rubio è andata male anche in Guyana, che ha tenuto duro sul programma condiviso con Cuba, mantenendo duty free i prodotti petroliferi esportati negli Usa, frutto del greggio ricavato dalle estrazioni in mare.
D’altra parte gli Stati Uniti ci tengono a mantenere buoni i rapporti con la nazione confinante col Venezuela non solo per il petrolio, ma anche per un eventuale intervento militare ai danni del nemico storico, ergendosi a difensori della Guyana sul contenzioso che Maduro ha iniziato, reclamando per sé la regione guyanese di Essequibo, ricca anch’essa di petrolio e che oltretutto equivale a circa un terzo del piccolo Stato caraibico.
È giocoforza per Trump sorvolare sulla questione ideologica, evitando di applicare dazi sulla materia prima importata dal suo alleato, essenziale per gli Stati Uniti.
Ps. La vendetta di Rubio non si è fatta attendere: l’ambasciata Usa ha emesso un nuovo Travel Warning per scoraggiare l’afflusso turistico verso Barbados, Colombia, Cuba, Giamaica (a cui era stata promessa la rimozione), Haiti, Messico e Venezuela per non aver ceduto ai suoi ricatti. Colpire le economie dei paesi in via di sviluppo che non si piegano alla volontà degli Stati Uniti è una specialità della Casa (Bianca) da sempre.
Fonte
16/02/2025
Gaza - Sesto scambio di prigionieri, nonostante Trump. Rubio in Israele con tonnellate di bombe
Durante la notte, una nave che trasportava numerose bombe MK-84 da 2.000 libbre è stata scaricata al porto di Ashdod. Le bombe sono state poi caricate su dozzine di camion e portate nelle basi aeree israeliane.
Il ministro della Difesa Israel Katz saluta l’arrivo delle bombe dicendo: “La spedizione di munizioni che è arrivata in Israele stasera, rilasciata dall’amministrazione Trump, rappresenta una risorsa significativa per l’aeronautica e l’IDF e serve come ulteriore prova della forte alleanza tra Israele e gli Stati Uniti”.
Secondo il ministero, dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023, oltre 76.000 tonnellate di attrezzature militari sono arrivate in Israele tramite 678 aerei da trasporto e 129 navi, la stragrande maggioranza dagli Stati Uniti.
Dopo il sesto scambio di prigionieri tra palestinesi e israeliani avvenuto ieri a Gaza e in Cisgiordania rimangono ancora due due round finali di rilascio dei rispettivi detenuti fino alla fine della Fase I dell’attuale cessate il fuoco.
Il Club dei Prigionieri Palestinesi ha dichiarato che l’aver costretto i prigionieri rilasciati a indossare giubbotti con frasi minacciose rientra nel quadro del “terrorismo organizzato israeliano”.
L’organismo ha aggiunto che: “Come parte del terrorismo organizzato praticato dall’occupazione contro i prigionieri rilasciati e le loro famiglie, il sistema di occupazione non ha lasciato inutilizzato alcuno strumento di umiliazione, abuso e tortura”.
Sabato mattina, la televisione israeliana KAN ha pubblicato immagini che mostrano i prigionieri palestinesi in maglietta bianca con stampata la stella di David, il logo del servizio carcerario israeliano, e la frase “Non dimentichiamo e non perdoniamo” su entrambi i lati.
Il servizio penitenziario israeliano non solo ha costretto i prigionieri a indossare queste magliette, ma ha anche scattato loro delle fotografie in quello che è stato descritto come un modo umiliante.
I prigionieri sono stati costretti a inginocchiarsi con la testa bassa, mentre altre immagini li hanno catturati allineati all’interno di un cortile della prigione, circondati da filo spinato.
Le organizzazioni palestinesi – e non solo Hamas – detengono a Gaza ancora 73 ostaggi, tra cui 36 che sono stati dichiarati morti. E non è affatto chiaro se la Fase I sarà pienamente attuata, e certamente non si sa se la Fase II sarà attuata affatto.
C’è stato infatti l’ultimatum di Trump ai palestinesi per liberare ieri “tutti gli ostaggi” che non è stato però raccolto e, come previsto dagli accordi, ne sono stati rilasciati solo tre – Sasha Troufanov, Sagui Dekel-Chen e Iair Horn – e Israele si è adeguata. Ma il giornale israeliano Yedioth Ahronoth, citando un funzionario israeliano, ha detto che il governo di Netanyahu stava facendo tutto il possibile per impedire l'attuazione della seconda fase dell’accordo.
Le forze militari israeliane intanto hanno confermato un attacco aereo nel sud della Striscia di Gaza affermando di aver preso di mira un gruppo di uomini armati che si stavano avvicinando alle forze israeliane nell’area. I media palestinesi hanno riferito che l’attacco dei droni ha ucciso tre agenti di polizia palestinesi.
Il ministero dell’Interno di Gaza ha detto che “tre poliziotti sono stati uccisi domenica mattina a seguito del bombardamento di un drone israeliano che li ha presi di mira mentre erano schierati per garantire aiuti nell’area di Al-Shoka, a est di Rafah nel sud della Striscia”.
In Cisgiordania intanto le forze di occupazione israeliane hanno preso d’assalto un certo numero di villaggi, paesi e città palestinesi, all’alba di oggi, e fonti palestinesi hanno detto che i militari israeliani hanno preso d’assalto la città di Al-Yamun, a ovest di Jenin.
Secondo i report locali le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione anche nella città di Tal, a ovest di Nablus, nella città di Qalqilya e nel campo profughi di Jalazun, a nord di Ramallah, in Cisgiordania. Sono scoppiati scontri tra i militanti palestinesi e le forze armate israeliane.
Fonte
03/12/2022
USA - Biden precetta i ferrovieri in sciopero
A voi l’articolo da Business Insider (certo non sospettabile di simpatie con i lavoratori...)
Questa settimana il Presidente Joe Biden è intervenuto per scongiurare uno sciopero dei lavoratori delle ferrovie e mantenere in funzione le infrastrutture ferroviarie, anche se i lavoratori chiedono un contratto migliore con accesso a congedi per malattia retribuiti. Ora ha attirato le ire del senatore repubblicano Marco Rubio della Florida.
“Le ferrovie e i lavoratori dovrebbero tornare indietro e negoziare un accordo che i lavoratori, non solo i capi sindacali, accetteranno”, ha twittato martedì Rubio. “Ma se il Congresso è costretto a farlo, non voterò per imporre un accordo che non ha il sostegno dei lavoratori delle ferrovie”.
In una dichiarazione di lunedì, Biden ha detto di aver chiesto al Congresso di “approvare immediatamente una legge che adotti il Tentative Agreement tra i lavoratori delle ferrovie e gli operatori – senza alcuna modifica o ritardo – per evitare un blocco ferroviario nazionale potenzialmente paralizzante”.
Il Congresso può votare per intervenire e imporre un accordo ai lavoratori delle ferrovie, annullando il normale processo di contrattazione. Ciò impedirebbe ai lavoratori di scioperare e di negoziare ulteriormente l’accesso ai permessi retribuiti, una questione fondamentale per i membri del sindacato. A settembre, alcuni repubblicani del Senato hanno chiesto al Congresso di intervenire per imporre un accordo.
La Reuters ha riferito che i lavoratori volevano 15 giorni di malattia retribuiti, mentre le aziende ferroviarie hanno accettato un solo giorno personale retribuito nell’accordo provvisorio.
“Come Presidente orgogliosamente favorevole ai lavoratori, sono riluttante a scavalcare le procedure di ratifica e le opinioni di coloro che hanno votato contro l’accordo”, ha dichiarato Biden. “Ma in questo caso – in cui l’impatto economico di uno shutdown danneggerebbe milioni di altri lavoratori e famiglie – credo che il Congresso debba usare i suoi poteri per adottare questo accordo”.
Il Segretario ai Trasporti Pete Buttigieg ha fatto eco al sentimento di Biden. La Camera di Commercio statunitense, favorevole alle imprese, ha stimato che uno sciopero potrebbe costare all’economia 2 miliardi di dollari al giorno e bloccare una serie di servizi.
Mentre Rubio ha attaccato i capi sindacali, il processo contrattuale prevede che i membri del sindacato votino se ratificare l’accordo provvisorio. Il più grande sindacato del settore, insieme ad altri tre, ha votato contro, mentre il resto dei 12 sindacati coinvolti nelle trattative ha votato per la ratifica.
La mancanza di congedi per malattia nell’accordo ha suscitato le proteste dei lavoratori e dei politici. Ro Khanna, rappresentante democratico della California, ha twittato martedì: “Mi sfugge qualcosa? Perché le compagnie ferroviarie non permettono ai lavoratori di avere giorni di malattia retribuiti? Il nuovo accordo ne concede solo uno. È assurdo. Dobbiamo stare dalla parte dei lavoratori. Non è una cosa complicata”.
Michael Paul Lindsey, ingegnere di locomotiva nell’Idaho e membro del comitato direttivo di Railroad Workers United, ha dichiarato a Insider che si tratta di un “palese tradimento”, ma non è sorpreso.
“Ho pensato che fosse abbastanza ridicolo che qualcuno potesse pensare che ai Democratici o ai Repubblicani importasse davvero. In fondo, a loro interessa il denaro”, ha detto.
Tuttavia, ha aggiunto, “c’era sempre la speranza in fondo alla mia mente che forse qualcuno avrebbe fatto qualcosa che fosse davvero giusto per i lavoratori americani, per una volta, invece di fare solo ciò che è giusto per le aziende americane”.
Fonte
21/06/2020
USA - I vincoli che descrivono Marco Rubio
Marco Rubio, o il “balserito” (balsa = zattera, ndt), come lo chiamava, in maniera derisoria, Donald Trump durante la battaglia per la candidatura presidenziale repubblicana alle elezioni del 2016, è il classico “golden boy” (ragazzo d’oro) che fa una carriera meteorica, da una carica minore come legislatore, sino ai “vertici” del Partito Repubblicano.
Al di là delle prese in giro, barzellette e agli sgambetti che Trump gli ha dato durante la campagna, ed i “colpi” che il giovane candidato gli ha restituito – Rubio ha fatto commenti sul magnate, grossolani quanto l’etica che li caratterizza – il protetto della lobby anti-cubana a Miami si è convertito in un tipo molto vicino al presidente.
Insieme hanno fatto molta strada, in una complicità che, all’inizio, risultava strana a molte persone. L’amicizia, caratterizzata da profondi interessi del potere reale, ora non stupisce più nessuno. Lo showman del caos usa “Marchino” e “Marchino” usa lui.
Marco Rubio si costruì una leggenda di famiglia dicendo che fuggì dall’‘inferno castrista’; tuttavia, è nato nel 1971, negli USA, ed è figlio di immigrati cubani che hanno lasciato il paese prima del trionfo della Rivoluzione.
Nel 2011, il canale Univisión ha rivelato aspetti che Rubio avrebbe voluto mantenere segreti. Il cognato di Rubio, Orlando Cicilia, è stato accusato di “cospirazione per distribuire cocaina e marijuana” e condannato a 25 anni.
La sorella ed il cognato di Rubio hanno lavorato per il narcotrafficante cubano-americano Mario Tabraue, accusato di aver ucciso e smembrato il corpo di un informatore della polizia.
Strettamente legato alla National Rifle Association, il senatore mantiene anche intimi legami con il mondo dei mercenariato corporativo, attraverso Betsy DeVos, imprenditrice e politica USA, attuale segretaria all’istruzione USA, sorella di Erick Prince, ex Navy Seal fondatore dell’appaltatrice Blackwater.
Conosciuto come “il mercenario più famoso del mondo”, Prince era legato a un piano per rovesciare Maduro, nel dicembre 2019. Era un’operazione lampo, un gruppo sarebbe entrato nel Palazzo Miraflores per uccidere il presidente e la sua cerchia più vicina. L’intera operazione sarebbe costata 40 milioni di dollari. Qualsiasi somiglianza con l’Operazione Gedeon, non è una semplice coincidenza.
Strettissimo amico di Álvaro Uribe e membro della cerchia di contatti del narco-paramilitarismo colombiano, il senatore Marco Rubio, nuovo presidente ad interim del Comitato Selezionato d’Intelligence del Senato, è un tipo ben collegato; con relazioni pericolose che ritraggono la sua vera caratura.
Fonte
17/03/2016
Clinton e Trump: così lontani, così vicini
Insomma, quando parliamo di primarie americane parliamo di una questione di ceto politico, e Oltreoceano questa categoria è ben più inaccessibile che in Italia, tanto per dire.
Al netto di ogni considerazione su oligarchie e intelligenze democratiche (o presunte tali), le nomination appaiono ormai blindate, sia pure con qualche incognita. Il Mega Tuesday è finito con risultati piuttosto netti sia tra i repubblicani sia tra i democratici.
La Clinton ha più di 300 delegati di vantaggio su Bernie Sanders (1050 a 733), e il recupero appare assai difficile, anche perché gli aventi diritto al voto alla convention si distribuiscono su base proporzionale, particolare che rende praticamente impossibile la rimonta del socialista del Vermont, che comunque continua a condurre una grande campagna elettorale. Parlando in termini percentuali forse la comprensione è più facile: Hillary è al 44.1% dei delegati necessari alla nomination, Sanders al 30.8%. Una distanza enorme.
Tra i repubblicani la situazione è più complicata: Trump continua a vincere, e lo fa anche negli stati in cui parte come sfavorito (ah, i sondaggi…), Marco Rubio si è ritirato e adesso a sfidarlo rimangono i soli Ted Cruz e John Kasich. Anche qui, però, la distribuzione dei delegati parla da sé. Trump 653 (il 52.8% di quelli necessari per la nomination), Cruz 404 (32.7%), Rubio 170 (13.7%), Kasich 146 (11.8%). Strada in discesa dunque per il miliardario Donald, che ha come unico vero ostacolo la posizione dei vertici del Grand Old Party. Dopo le stoccate di Mitt Romney, è stata l’ex first lady Laura Bush a sferrare un nuovo attacco: «Gli Stati Uniti stanno attraversando un momento xenofobo, e questo non è affatto un bene». Trump, dal canto suo, ha fatto sapere che se il partito dovesse infine negargli la nomination, «ci saranno scontri e disordini». Il clima è questo.
Al netto di un vantaggio indiscutibile e di un elettorato che sta parlando in maniera abbastanza chiara preferendo il folle tycoon agli uomini di cartapesta calati dal vertice – marionette a tutti gli effetti per chi considera «Washington» il nemico numero uno –, i vertici del partito potrebbero tentare lo sgambetto alla convention. I repubblicani arriveranno a questo appuntamento decisivo verosimilmente spaccati in due (i pro Trump e gli anti Trump), e lì potrà succedere di tutto: occhio agli agguati, se Trump vorrà la candidatura dovrà portare con sé almeno 1237 delegati, cioè la maggioranza assoluta, visto che gli altri potrebbero compattarsi contro di lui.
L’unico precedente simile risale al 1976. Primarie tra il presidente uscente Gerald Ford e il governatore della California Ronald Reagan: alla convention si arrivò in una situazione «too close to call», con i due contendenti separati soltanto da un pugno di delegati, 1187 Ford, 1070 Reagan. La spuntò il primo, che poi si fece battere alle elezioni vere da Jimmy Carter. Il resto è storia: i democratici delusero e quattro anni dopo Reagan fece cappotto.
Fonte
Primarie USA: la fine di Rubio e Sanders
Dopo che la metà degli stati americani ha ormai votato nelle primarie del Partito Democratico e di quello Repubblicano per la scelta dei rispettivi candidati alla Casa Bianca, i favoriti per la conquista della nomination appaiono ormai virtualmente irraggiungibili dai loro rivali. Se la marcia di Donald Trump potrebbe però incontrare ancora più di un ostacolo prima dell’incoronazione alla “convention” della prossima estate, tra i Democratici le cinque vittorie di martedì di Hillary Clinton su altrettante sfide hanno quasi certamente spazzato via le ambizioni presidenziali del suo unico sfidante, il senatore del Vermont Bernie Sanders.
Per restare a galla, Sanders era atteso ad una prova da molti giudicata decisiva dopo la sorprendente vittoria della scorsa settimana in Michigan. Martedì erano chiamati a votare altri due importanti stati industriali del Midwest con caratteristiche demografiche ed economiche simili a quelle del Michigan, così che la piattaforma progressista con cui Sanders si è presentato agli elettori sembrava dover favorire proprio quest’ultimo.
Sanders ha invece perso di misura in Illinois e piuttosto nettamente in quello che era lo stato forse più cruciale della giornata elettorale, l’Ohio. In entrambi gli stati, i sondaggi indicavano un Sanders vicinissimo a Hillary, ma il sorpasso non si è alla fine materializzato nonostante l’aggressiva campagna messa in atto negli ultimi giorni.
Non solo, Sanders ha finito col perdere per una manciata di voti anche in Missouri, ovvero l’unico stato dove era dato per favorito. Per completare la disfatta, a queste tre sconfitte si sono poi aggiunte quelle ampiamente previste di Florida e North Carolina, dove Hillary si è imposta rispettivamente con 32 e 14 punti percentuali di vantaggio.
Gli exit poll diffusi a urne chiuse hanno sostanzialmente confermato la distribuzione dei voti osservata finora nelle primarie Democratiche. Sanders ha prevalso tra i giovani, i bianchi e i redditi più bassi, mentre Hillary tra i più benestanti, i più anziani e gli appartenenti alle minoranze etniche. A fare la differenza è stato l’insufficiente livello di mobilitazione dei potenziali elettori di Sanders e probabilmente, come ha suggerito la testata on-line Politico.com, il sostegno più massiccio garantito alla Clinton in Ohio rispetto al Michigan dalle organizzazioni sindacali.
La ormai sempre più probabile vittoria di Hillary Clinton e il relativo fallimento di Bernie Sanders, il quale partiva in effetti da una posizione decisamente svantaggiata, confermano in maniera poco sorprendente l’impossibilità di creare all’interno del Partito Democratico un movimento per il cambiamento in senso progressista del sistema politico e della società americana.
Il team di Sanders ha cercato martedì di proiettare comunque una certa fiducia malgrado la collezione di sconfitte della serata. Teoricamente, i prossimi appuntamenti in calendario consistono in competizioni in grandi stati dove il senatore del Vermont potrebbe fare bene, anche se, in realtà, la brusca battuta d’arresto di questa settimana e, soprattutto, la matematica rendono illusorie le ipotesi su un possibile percorso per lui ancora aperto verso la nomination.
Hillary Clinton ha infatti un vantaggio in termini di delegati ormai incolmabile, visto anche il fatto che le primarie del Partito Democratico prevedono l’assegnazione di essi col metodo proporzionale. Anche giungendo eventualmente dietro a Sanders nelle più importanti sfide che restano, l’ex segretario di Stato sarebbe dunque in grado di ottenere un numero significativo di delegati e impedire la chiusura del divario che la separa dal rivale.
Com’è noto, nelle primarie americane i candidati dei due partiti competono per aggiudicarsi il sostegno della maggioranza dei delegati in palio in ogni singolo stato. Questi delegati voteranno poi per assegnare formalmente la nomination del partito nel corso della “convention” in base ai risultati delle primarie o dei caucuses. Oltre al gruppo dei delegati con vincolo di voto (“pledged delegates”) ne esiste un altro meno numeroso i cui membri hanno totale libertà di voto (“superdelegati” o “unpledged delegates”) e sono solitamente corteggiati dai candidati per ottenere il loro sostegno.
Secondo il conteggio tenuto dalla Associated Press, la Clinton ha ad oggi in tasca l’appoggio di 1.599 delegati, di cui 467 “superdelegati”, contro gli 844, di cui appena 26 “superdelegati”, di Sanders. Per assicurarsi matematicamente la nomination Democratica è necessario un totale di 2.383 delegati.
Per il Partito Repubblicano, Donald Trump ha allungato la sua serie di vittorie, cedendo martedì soltanto l’Ohio all’attuale governatore di questo stato, John Kasich, e mancando perciò la probabile occasione di chiudere quasi definitivamente i giochi per la nomination. Per Kasich si tratta della prima vittoria in queste primarie e, se anche gode del favore di molti all’interno dell’establishment Repubblicano, la sua campagna elettorale può solo fungere da elemento di disturbo nei confronti di Trump oppure da strumento per le sue ambizioni, verosimilmente per la nomina a candidato alla vice-presidenza.
L’addio di Rubio lascia il suo partito in uno stato di panico e confusione. Trump sembra infatti inarrestabile e i due sfidanti rimasti in gara non offrono molte garanzie a una leadership che vede con apprensione la candidatura del miliardario di New York. Il senatore ultraconservatore del Texas, Ted Cruz, unico fin qui in grado di battere Trump in un numero significativo di stati, è ugualmente poco gradito ai vertici del partito e ai suoi principali sostenitori, mentre Kasich, come già ricordato, non ha chances di recuperare terreno.
I mesi che mancano alla convention di luglio, perciò, potrebbero essere segnati per i Repubblicani da un crescente conflitto interno tra coloro che intendono provare a impedire che Trump ottenga la nomination, magari ribaltando il verdetto delle primarie se quest’ultimo non dovesse ottenere la maggioranza assoluta dei delegati, e quelli che sembrano più disposti ad accettare la sua candidatura in vista del voto di novembre.
L’emergere di Donald Trump e Hillary Clinton come i probabili candidati alla Casa Bianca rappresenta ad ogni modo la chiara manifestazione della profonda crisi di legittimità che avvolge il sistema politico degli Stati Uniti. Il dilagante malcontento, per non dire la rabbia, che attraversa ampie fasce della popolazione americana, non trovando alcuno sbocco autenticamente progressista, ha finito col favorire una sfida per la presidenza che, salvo clamorose sorprese, sarà caratterizzata da due candidati tra i più a destra della storia di questo paese.
Proprio per questa ragione, come ha ammesso con una certa apprensione mercoledì anche il New York Times in un articolo dedicato all’analisi del voto del giorno precedente, con Trump e Hillary forse per la prima volta in assoluto a contendersi la presidenza USA saranno due candidati verso i quali la maggioranza della popolazione nutre un aperto disprezzo.
L’eventuale nomination di Trump sarebbe probabilmente la prima ottenuta per uno dei due principali partiti americani da un candidato con tratti e proposte di natura palesemente fascista. Con Hillary, invece, se pure i precedenti candidati Democratici alla Casa Bianca non spiccavano per credenziali progressiste, si assisterebbe al culmine della deriva reazionaria del suo partito, visti i tratti profondamente guerrafondai e il totale asservimento ai grandi interessi economico-finanziari che caratterizzano da sempre la ex first lady e la sua famiglia.
Fonte
02/02/2016
Primarie Usa, pantano in Iowa: la notte dei pareggi
Insomma, tra i democratici in Iowa è finita con un sostanziale pareggione tra Hillary Clinton e Bernie Sanders: 49.9% la prima, 49.6% il secondo, 23 delegati per lei, 21 per lui. Per strappare la candidatura ne servono 2.360, e questo dà un'idea di quanto sia presto per dire qualsiasi cosa. Certo è che dalla nottata ne esce rafforzato Sanders, che fino a pochi mesi fa veniva dato lontanissimo dalla Clinton nei sondaggi, mentre adesso è lì a un tiro di schioppo dal successo. In New Hampshire, sempre a sentire i sondaggi, il candidato che non ha paura a definirsi socialista dovrebbe vincere agevolmente: se si tratterà di un fuoco di paglia o di un incendio destinato a propagarsi per tutti gli Stati Uniti si vedrà solo con il tempo. Il terzo candidato democratico, Martin O'Malley, ha preso lo 0.5% e nessun delegato: la sua campagna, di fatto, finisce già qui.
Più interessante la situazione tra i Repubblicani: Ted Cruz vince (con il 27.7%) ma non convince fino in fondo. D'altra parte l'Iowa è uno stato sostanzialmente di evangelici e che la vittoria alla fine sia andata a un evangelico non dovrebbe stupire più di tanto. Chi ha un po' deluso le aspettative è Donald Trump, secondo al 24.3%, e c'è da segnalare anche l'ottimo risultato di Marco Rubio al 23.1%. Il resto è una conta di residui: Ben Carson al 9.3%, Rand Paul al 4.5%, tutti gli altri messi insieme all'11%, compreso Jeb Bush, la cui stella polare già volge al tramonto.
Nello specifico, Ted Cruz adesso ha l'obiettivo di dimostrare che quella dell'Iowa non è stata una vittoria di Pirro ma l'inizio di una cavalcata trionfale. Trump, dal canto suo, si lecca le ferite: alla vigilia veniva dato come abbondantemente favorito, e sebbene abbia incassato l'insuccesso con sportività («Ci vediamo in New Hampshire», ha detto), ha pagato a caro prezzo la sua campagna elettorale disordinata, tutta sbilanciata su temi di carattere nazionale e poco attenta alla presenza sui territori. Marco Rubio spera: l'establishment repubblicano punta molto su di lui, preferendolo ai pericolosamente populisti Cruz e Trump, due che facilmente si farebbero massacrare in sede di elezione.
Un'occhiata ai numeri, comunque, aiuta a capire che ancora nessuno è del tutto fuorigioco: per ottenere la candidatura servono 1.229 delegati, ieri Cruz ne ha presi 8, Trump e Rubio 7 a testa, Ben Carson 3 e Jeb Bush 1.
Interessanti, infine, altri numeri, quelli delle donazioni raccolte dai comitati per i vari candidati. La politica, negli Usa come altrove, è anche una questione di soldi, e avere risorse in campagna elettorale può, come dire, tornare molto utile.
In testa alla classifica c'è Hillary Clinton, con 163.5 milioni di dollari raccolti, segue Jeb Bush con 155.6 milioni di dollari. Staccati gli altri: Cruz 89.9, Rubio 77.2, Sanders 75.1. Non leggete Trump? Lui non ha bisogno di sottoscrittori e donatori: ha abbastanza soldi per reggere da solo la candidatura. La corsa è ancora lunga.
Fonte

