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02/02/2016

Primarie Usa, pantano in Iowa: la notte dei pareggi

I risultati dei caucus dell'Iowa rappresentano una fotografia dai contorni troppo indefiniti: una notte da Prima Repubblica italiana, quando nessuno ha vinto ma quasi nessuno ha perso. Non che ci si aspettasse qualcosa di molto diverso, in fondo la cosa importante era non partire troppo male nella lunga corsa che porterà alla scelta dei candidati alla Casa Bianca. Le cose si faranno più serie la settimana prossima, in New Hampshire, quando saranno primarie e non caucus e già si riuscirà a intravedere qualcosa di più definito nella fitta nebbia delle nomination, anche se il vero girò di boa sarà il 'super tuesday' del primo marzo, quando si andrà a votare in quattordici stati confederati.

Insomma, tra i democratici in Iowa è finita con un sostanziale pareggione tra Hillary Clinton e Bernie Sanders: 49.9% la prima, 49.6% il secondo, 23 delegati per lei, 21 per lui. Per strappare la candidatura ne servono 2.360, e questo dà un'idea di quanto sia presto per dire qualsiasi cosa. Certo è che dalla nottata ne esce rafforzato Sanders, che fino a pochi mesi fa veniva dato lontanissimo dalla Clinton nei sondaggi, mentre adesso è lì a un tiro di schioppo dal successo. In New Hampshire, sempre a sentire i sondaggi, il candidato che non ha paura a definirsi socialista dovrebbe vincere agevolmente: se si tratterà di un fuoco di paglia o di un incendio destinato a propagarsi per tutti gli Stati Uniti si vedrà solo con il tempo. Il terzo candidato democratico, Martin O'Malley, ha preso lo 0.5% e nessun delegato: la sua campagna, di fatto, finisce già qui.

Più interessante la situazione tra i Repubblicani: Ted Cruz vince (con il 27.7%) ma non convince fino in fondo. D'altra parte l'Iowa è uno stato sostanzialmente di evangelici e che la vittoria alla fine sia andata a un evangelico non dovrebbe stupire più di tanto. Chi ha un po' deluso le aspettative è Donald Trump, secondo al 24.3%, e c'è da segnalare anche l'ottimo risultato di Marco Rubio al 23.1%. Il resto è una conta di residui: Ben Carson al 9.3%, Rand Paul al 4.5%, tutti gli altri messi insieme all'11%, compreso Jeb Bush, la cui stella polare già volge al tramonto.

Nello specifico, Ted Cruz adesso ha l'obiettivo di dimostrare che quella dell'Iowa non è stata una vittoria di Pirro ma l'inizio di una cavalcata trionfale. Trump, dal canto suo, si lecca le ferite: alla vigilia veniva dato come abbondantemente favorito, e sebbene abbia incassato l'insuccesso con sportività («Ci vediamo in New Hampshire», ha detto), ha pagato a caro prezzo la sua campagna elettorale disordinata, tutta sbilanciata su temi di carattere nazionale e poco attenta alla presenza sui territori. Marco Rubio spera: l'establishment repubblicano punta molto su di lui, preferendolo ai pericolosamente populisti Cruz e Trump, due che facilmente si farebbero massacrare in sede di elezione.

Un'occhiata ai numeri, comunque, aiuta a capire che ancora nessuno è del tutto fuorigioco: per ottenere la candidatura servono 1.229 delegati, ieri Cruz ne ha presi 8, Trump e Rubio 7 a testa, Ben Carson 3 e Jeb Bush 1.

Interessanti, infine, altri numeri, quelli delle donazioni raccolte dai comitati per i vari candidati. La politica, negli Usa come altrove, è anche una questione di soldi, e avere risorse in campagna elettorale può, come dire, tornare molto utile.

In testa alla classifica c'è Hillary Clinton, con 163.5 milioni di dollari raccolti, segue Jeb Bush con 155.6 milioni di dollari. Staccati gli altri: Cruz 89.9, Rubio 77.2, Sanders 75.1. Non leggete Trump? Lui non ha bisogno di sottoscrittori e donatori: ha abbastanza soldi per reggere da solo la candidatura. La corsa è ancora lunga.

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