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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/07/2025

Cile - La vittoria di Jara nelle primarie apre un nuovo scenario politico

Bassa affluenza alle primarie del partito al governo

Concluse le votazioni primarie, la candidata del Partito Comunista celebra una vittoria schiacciante con 824.000 voti, ottenendo oltre il 60%. Duramente sconfitti sono l’ex Concertación e Carolina Tohá, che ha ottenuto 384.000 voti, e il Frente Amplio, con il candidato Gonzalo Winter che ne ha ottenuti 123.000. Mulet, che era solo un candidato simbolico in lizza per un seggio al Senato, ha raggiunto 37.000 voti.

Il fatto che Jeannette Jara e il Partito Comunista (PC) guidino la coalizione elettorale del governo implica un cambiamento radicale nella politica nazionale, che dovrà essere valutato nelle prossime settimane, poiché si apre uno scenario incerto nel contesto delle elezioni obbligatorie (1) e con i candidati di destra che sono da mesi in testa ai sondaggi.

Un’elezione polarizzata tra Kast e Jara con Matthei già esaurita? Un possibile ballottaggio tra Kast e Matthei (2) a causa del basso numero di voti per il partito al governo? Si vedrà.

Mentre i social media e le dichiarazioni della base della candidata del Partito Comunista celebravano la schiacciante vittoria, non si può ignorare l’affluenza estremamente bassa alle primarie del partito al governo. Solo 1.372.361 voti, pari ad appena il 9% del totale degli elettori. Si tratta dell’affluenza più bassa dall’istituzione delle primarie, dopo tre primarie realizzate, il che segna un fallimento politico complessivo per il governo.

Nelle primarie del 2021 tra Jadue (3) e Boric, il totale dei voti è stato di 1.750.889 (1.058.027 per Boric e 692.862 per Jadue). Vale a dire, in quelle primarie, a cui l’ex Concertación non ha partecipato, hanno votato 400.000 persone in più rispetto alle primarie di questo 2025, che inoltre sono primarie volontarie, ma nel quadro di elezioni che saranno obbligatorie.

Jara ha ottenuto poco più di 800.000 voti e, sebbene abbia superato di oltre 120.000 voti il risultato nelle primarie del PC con Jadue nel 2021, ciò è dovuto principalmente al risultato estremamente basso di Gonzalo Winter. Questo indica che molti elettori di Boric nelle primarie del 2021 sono passati a Jara, mentre molti altri semplicemente non sono andati a votare.

Questo risultato elettorale mostra il deterioramento di una coalizione indebolita dopo oltre tre anni di governo Boric, che non è riuscito a esprimere un nuovo spazio politico a livello nazionale, ma piuttosto una riorganizzazione interna delle proprie forze, attirando meno elettori rispetto alle primarie precedenti, riflettendo così un governo che ha deciso di aderire al “Socialismo Democratico” e di instaurare l'“ordine neoliberista” e la crescita economica.

Sconfitta schiacciante per l’ex Concertación e il Frente Amplio

Gonzalo Winter, il più fedele rappresentante della continuità di Gabriel Boric, amico di lunga data del Presidente e militante del suo partito, non è riuscito a raggiungere il 10% dei voti totali. Questo segna una crisi importante della sua elezione, in una campagna elettorale che non ha avuto successo e che ha cercato di essere il più fedele seguace dell’eredità di Boric, arrivando persino a difendere l’accordo tra governo e Soquimich e ad attaccare Jara per essere un militante comunista.

D’altra parte, la crisi dei partiti della ex Concertación continua ad aggravarsi. Il risultato è stato un vero disastro elettorale per loro. Nelle precedenti primarie, non si sono tenute elezioni “formali” tramite il SERVEL [ndt: Servizio Elettorale], ma primarie non ufficiali organizzate dai partiti politici, dove hanno votato solo 150.000 persone.

In queste elezioni, Tohá è chiaramente passata dal più al meno, perché il suo miglior “momento elettorale” è stato quando era l’unica candidata del partito al governo (prima della candidatura di Winter e di Jara). Una candidata debole che ha anche finito per ricorrere a una campagna con gesti di destra basati sull'“anticomunismo” e che non è riuscita a superare il 30%.

Sebbene Tohá nelle sue dichiarazioni iniziali abbia affermato che avrebbe fatto quadrato intorno alla candidatura di Jara e ha fatto appello all’unità, le pressioni all’interno del progressismo neoliberista saranno grandi per differenziarsi dal PC-FA, e non è escluso che cercheranno un candidato alternativo legato alla DC o un indipendente come Harold Mayne Nichols, che attualmente sta raccogliendo firme come candidato indipendente. Non vanno dimenticate le dichiarazioni di Oscar Landerretche sulla contrapposizione tra PC e Frente Amplio e sulla violenza di piazza.

Questi risultati saranno di grande importanza in vista delle elezioni parlamentari di quest’anno, poiché il fatto che il PC guidi la coalizione indebolirà la possibilità di posizionare candidati dell’ex Concertación nelle liste. Per questo motivo, le dichiarazioni di molti dei suoi personaggi nella stampa puntavano a un’unica lista, ma ci saranno sicuramente settori che spingeranno per liste separate tra “Socialismo Democratico” con la DC e quello che finora è noto come “Apruebo Dignidad” (PC più Frente Amplio e Umanisti).

La schiacciante vittoria di Jara, il rinnovato bacheletismo e l’anticomunismo di destra

Questa è una netta vittoria del Partito Comunista all’interno della coalizione di governo, nonostante la quantità totale dei voti alle primarie.

Jara ha sconfitto Tohá e Winter dopo un’ultima settimana di rabbiosa e intensa retorica anticomunista da parte dei candidati dell’ex Concertación e, in una certa misura, anche del Frente Amplio.

La destra sta già dispiegando un’offensiva di retorica “anticomunista” che deve essere contrastata con fermezza. Ciò è stato evidente nelle interviste rilasciate da Pablo Longueira e nelle dichiarazioni rilasciate da Johannes Kaiser e da altri leader di destra dopo le elezioni.

E in vista del primo turno, le grandi imprese, la destra, settori dell’ex Concentración e della politica tradizionale non esiteranno a cercare di “polarizzare” contro l’idea di una possibile presidenza comunista, promuovendo una retorica anticomunista che Tohá ha già utilizzato e che la destra stessa ha adottato.

Cercheranno di demonizzare Jara e, in questa demonizzazione, attaccheranno tutto ciò che appaia di sinistra, attaccando tutte le organizzazioni popolari, di sinistra o sociali, al di là della candidatura di Jara.

Ancor più considerando che i candidati più forti sono quelli di destra, con il Partito Repubblicano che sta avanzando. Nell’ultimo sondaggio CADEM pubblicato il giorno delle primarie, Matthei ha subito un calo di 9 punti percentuali, scendendo al 10% dei voti, e José Antonio Kast è salito per la prima volta in testa al sondaggio settimanale, raggiungendo il 24% di intenzioni di voto.

Alcuni analisti sostengono che la candidatura di Jara favorisca la possibilità di un ballottaggio tra Kast (che ha cercato di “moderarsi” e presentarsi come più istituzionale, ulteriormente favorito dall’esistenza di Kaiser, che lo presenta come più centrista) e Matthei, che dialogherà con il centro della ex Concertación.

Questo resta da vedere e non è certo. Quel che è certo è che la destra cercherà di mantenersi all’offensiva con la sua campagna politica ed elettorale, basata su una retorica securitaria, sostenendo misure neoliberiste e contro le maggioranze lavoratrici, e dobbiamo affrontare questi attacchi con organizzazione, mobilitazione e unità nella lotta.

Di fronte a questi attacchi, come La Izquierda Diario, saremo in prima linea nella lotta contro l’estrema destra e fare fronte con la lotta e la mobilitazione, come abbiamo fatto contro la proscrizione e l’operazione giudiziaria contro Daniel Jadue, al di là delle nostre profonde differenze con il Partito Comunista.

E poiché comprendiamo che sono centinaia di migliaia le persone che guardano con simpatia alla candidatura di Jara, che nutrono illusioni relative alla sua candidatura e che vedono con preoccupazione l’offensiva della destra, sosterremo la loro lotta contro gli attacchi della destra. Tuttavia, crediamo che affrontare la destra e l’estrema destra non sarà possibile con una candidatura “di centro” che cerca riforme negoziate con una presunta “destra democratica”.

La campagna di Jara ha costantemente cercato di dialogare “con il centro”, pur mantenendo accenni a sinistra con alcune critiche al partito “boricista” al governo, ad esempio criticando l’accordo Codelco-SQM.

Ma il suo riferimento alla figura di Michelle Bachelet è stato evidente (l’ha definita una delle sue principali referenti politiche in Cile in un dibattito presidenziale, senza menzionare, ad esempio, militanti comuniste storiche come Gladys Marín, e le ha riservato un posto speciale nel suo evento dopo l’annuncio dei risultati elettorali).

Questo si è riflesso anche nella sua campagna, dove ha giocato la carta di figura “vicina” agli elettori e di “donna d’impegno”, rimarcando la differenza con la provenienza d’elite di Winter o con i legami che ha Carolina Tohá con la politica tradizionale.

Innegabili sono le tensioni all’interno del Partito Comunista, dove Jara ha cercato di differenziarsi dal suo stesso partito durante tutta la campagna, messa a dura prova dal settore di Lautaro Carmona (presidente del PC), che ha dovuto smentire in più di un’occasione. Ad esempio, quando Carmona ha accennato alla possibilità che Jadue potesse avere un ruolo nella campagna o la possibilità che in un potenziale governo di Jara si darà impulso a un nuovo cambiamento costituzionale. Entrambe questioni che Jara ha poi respinto categoricamente in più momenti della campagna.

Ma più in generale, da diversi anni il Partito Comunista persegue una politica di integrazione nel regime politico, prima appoggiando la Concertación al ballottaggio, poi firmando patti per omissione e infine entrando direttamente nei governi a fianco della Democrazia Cristiana o dei partiti neoliberisti della Concertación.

Quanto più si sono rafforzati elettoralmente, elevando il profilo delle proprie figure, tanto più hanno costruito dialogo, politiche e ponti con il centro. Questa dinamica andrà nuovamente ad accelerare e aumentare in questa campagna elettorale per il primo turno che sta iniziando.

Molte e molti si sono entusiasmati per la candidatura di Jara e per l’idea di una militante comunista candidata a La Moneda. Ma la verità è che il Partito Comunista si è andato trasformando in un partito socialdemocratico, che è riuscito a rafforzarsi a costo di paralizzare e deviare i processi di mobilitazione e organizzazione popolare, come si è visto dopo la rivolta di Ottobre [ndt:2019].

Jeanette Jara proporrà la smilitarizzazione del territorio Mapuche, sosterrà la rottura dei rapporti con lo Stato genocida di Israele, si pronuncerà chiaramente sulla scomparsa di Julia Chuñil?

In un contesto di rafforzamento della destra e dell’estrema destra, e di un governo che ne ha assunto l’agenda (ad esempio militarizzando il Wallmapu, approvando la Legge del “grilletto facile”, sgomberando accampamenti, consolidando gli affari delle AFP, ecc.), per affrontare l’offensiva della destra dobbiamo fare affidamento sulla forza dell’organizzazione, del coordinamento e sull’unità delle cause e delle lotte.

Note

1) ndt: votare alle elezioni in Cile è diventato obbligatorio dal 2021. Non lo è per le primarie.

2) ndt: José Antonio Kast Rist e Evelyn Rose Matthei Fornet sono entrambi candidati di estrema destra. Kast è stato sconfitto dall’attuale presidente Boric al ballottaggio nelle elezioni del 2021.

3) ndt: Daniel Jadue è membro del Partito Comunista. Sindaco di Recoleta dal 2012 è stato vittima della pratica del lawfare dal 3 giugno 2024, che ha comportato il suo arresto e gli attuali domiciliari, sia per impedirgli di proseguire le sue politiche estremamente favorevoli alla popolazione in campo abitativo, sanitario, culturale ecc. sia per impedire la sua candidatura alle attuali primarie e poi quindi alle presidenziali.

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20/12/2023

USA - Trump escluso dalle primarie in Colorado. Si infiamma la corsa alla Casa Bianca

Lo stato di salute della superpotenza che ha dominato gli ultimi 30 anni non è affatto buono.

La Corte Suprema del Colorado ha escluso Donald Trump dalla corsa presidenziale nel 2024 per quanto riguarda il proprio Stato, dichiarandolo ineleggibile per la Casa Bianca, a causa del suo coinvolgimento nell’”insurrezione” del 6 gennaio 2021, quando centinaia di suoi sostenitori assaltarono il Congresso.

Dal punto di vista formale, cioè legale, la decisione non fa probabilmente una grinza. Come molte altre iniziative giudiziarie che lo hanno “preso in considerazione”. Ma è prevedibile che anche questa volta il tycoon truffatore proverà a rovesciare il tavolo gridando al complotto dell’establishment nei suoi confronti.

Ed è anche evidente che questa volta il grado di conflittualità interna agli Usa può salire di livello. Impedire la sua partecipazione alle primarie di uno Stato – sui 50 totali – è un atto immediatamente concreto, che può cambiare tutta la corsa alla Casa Bianca (si voterà il primo martedì del prossimo novembre).

Mentre tutte le inchieste giudiziarie precedenti gettavano un’ombra sulla statura “morale” di The Donald, questa può bucare le ruote della sua macchina elettorale, obbligando i repubblicano a scegliersi un altro candidato. Inevitabilmente meno forte e conosciuto.

Trump ha annunciato subito di voler ricorrere alla Corte Suprema federale. Che, è bene ricordare, è di orientamento fortemente conservatore, grazie anche alle nomine fatte dallo stesso Trump quando era in carica (i membri della Corte Suprema sono a vita e sostituiti dal presidente solo dopo la morte).

La domanda cui i giudici supremi dovranno è se Trump è legittimato a candidarsi per ricoprire il ruolo di presidente degli Stati Uniti. Il pronunciamento varrà ovviamente non solo per il Colorado, ma per tutti gli altri Stati.

Per capire la portata della decisione nel Colorado: è la prima volta che negli Stati Uniti si esclude un candidato in base alla sezione 3 del 14esimo emendamento, secondo cui chiunque sia coinvolto in un’”insurrezione contro la Costituzione”, dopo aver giurato fedeltà a essa, non può diventare presidente.

Ma non è stata neanche questa una sentenza davvero convincente: la Corte Suprema statale ha infatti deciso con una votazione di 4 a 3. Il che lascia ampi margini di critica ai complottisti trumpiani, sempre sensibili a spiegazioni dietrologiche circa i problemi del loro idolo.

Casi simili erano stati del resto rigettati in Minnesota e New Hampshire. In Michigan un giudice ha invece stabilito che la questione era politica e non spettava a lui decidere, mentre secondo una corte d’appello Trump non andava tolto dalla corsa.

Come si vede, il quadro giuridico è tutt’altro che univoco. E inevitabilmente la partita si giocherà anche questa volta sul piano politico, con una radicalizzazione dello scontro che può avere esiti al momento poco prevedibili.

Che buona parte del mondo debba ancora essere “governato” da una potenza così in crisi di identità non è sicuramente “rassicurante”. Specie se spostiamo lo sguardo sui tanti fronti di guerra che gli Usa hanno aperto sotto la claudicante presidenza di Joe Biden.

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26/09/2023

La parabola di Syriza si conclude con l’operatore della finanza Kasselakis

La domenica appena passata, al ballottaggio delle primarie di Syriza, Stefanos Kasselakis è stato eletto alla guida del partito. Questo cambio ai vertici segna anche la fine definitiva della parabola di Syriza, da forza di rottura e di riscatto per ampie fasce popolari a formazione del centrosinistra compatibilista con le logiche dei centri europei ed atlantici.

Favorito già al primo turno, il nuovo presidente di Syriza ha sconfitto con quasi il 57% delle preferenze Effie Achtsioglou, ex ministra del lavoro di Tsipras. Era insomma una sfida anche tra il vecchio corso che ha guidato il paese nel periodo di più acceso scontro con Bruxelles e un nuovo indirizzo tutto centrato sulle parole d’ordine di una “modernizzazione” manageriale.

Kasselakis incarna infatti tutto ciò per cui Syriza un tempo si proponeva come alternativa. 35 anni, residente a Miami, nessuna esperienza politica e ben lontano dall’elezione nelle circoscrizioni estere alla tornata di giugno, nella sua vita è stato armatore e operatore per Goldman Sachs: insomma, un esponente di una ristretta élite finanziaria.

La sua strategia politica si è fondata sull’uso dei social, e anche sull’evidente malcontento della base di Syriza, dopo anni di governo e poi di opposizione inconcludenti. E la beffa finale è che a capo del partito è infine andato un personaggio legato a quella Goldman Sachs che truccò i conti ellenici per permettere ad Atene di entrare nell’euro.

Un cappio al collo che la classe dirigente del paese si è messa da sola, e contro cui Syriza non ha saputo operare la rottura necessaria nonostante il sostegno popolare, credendo di poter «governare» l’austerità. Invece, negli stessi giorni di questo avvicendamento ai vertici del partito, il parlamento greco ha approvato una delle riforme del lavoro più reazionarie mai pensate.

Settimana lavorativa di sei giorni, fino a 13 ore di lavoro giornaliere, licenziamenti più facili e limitazioni al diritto di sciopero. Certo, è una legge varata dalla destra di Nea Dimokratia, ma probabilmente non è molto distante, almeno sul piano ideale, dall’efficientamento dello stato che invoca Kasselakis.

Non è un caso che qualcuno lo abbia già accostato a Tony Blair ed Elly Schlein. Con loro condivide anche l’ostentazione di un’attenzione – solo superficiale ovviamente – ai diritti civili (il greco non ha mai nascosto la sua omosessualità), che cela una visione del mondo neoliberale che inficia nella sostanza qualsiasi giusta battaglia di cui si fa paladino.

Syriza è stato l’esempio lampante di come i vincoli euroatlantici, sia sulla politica economica sia su quella estera, cancellino ogni possibilità di avere un’alternativa. Chi a lungo pensa di poter cavalcare il malcontento senza affrontare le contraddizioni di fondo di questo modello, è destinato a essere consumato dal modello stesso.

Solo rifiutando la cornice di queste costrizioni e impostando altri indirizzi strategici si può immaginare un’ipotesi politica all’altezza della crisi odierna.

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27/02/2023

Schlein segretaria del PD, finché esiste…

Gli iscritti al PD hanno votato a maggioranza per Bonaccini, ma gli elettori ai gazebo hanno incoronato Elly Schlein.

La Schlein è dunque la nuova segretaria del PD. Il testa a testa tra i due è durato circa tre ore, con le proiezioni e i dati ufficiosi che si rincorrevano. Alla fine la commissione congressuale ha sancito che Elly Schlein è la nuova segretaria.

Con l’80% delle schede scrutinate, la Schlein conquista il 57,3% contro il 42,7% di Stefano Bonaccini. Un risultato rovesciato rispetto a quello espresso dagli iscritti del PD nel voto avvenuto nei circoli, che una settimana fa avevano invece votato Stefano Bonaccini al 52,87% con 79.787 voti ed Elly Schlein al 34,88% con 52.637 voti.

E adesso arrivano i problemi. La vittoria della Schlein apre infatti diversi scenari. Il primo sarà il rapporto con la nuova minoranza interna. Sconfitta, ma niente affatto residuale. Anzi: i gruppi parlamentari dem contano un buon numero di esponenti che hanno sostenuto Stefano Bonaccini nella campagna congressuale, così come la maggioranza degli iscritti al PD.

Quella che voleva essere la soluzione per ridare ossigeno ad un PD in declino rischia perciò di essere un piede sul tubo.

Il meccanismo delle primarie “aperte” in cui i passanti in fila ai gazebo, pagando due euro, possono incidere sul partito e decidere diversamente dagli iscritti, è una anomalia che stavolta ha prodotto una contraddizione grossa come una casa.

Qual è la legittimità di un “capo politico” – così la legge elettorale vigente obbliga a definire il leader – che viene scelto dai “passanti” invece che da chi condivide un progetto politico (ammesso e non concesso che il PD ne abbia mai avuto uno)?

Infine, e non certo per importanza, rimane il problema dei contenuti, al di là delle chiacchiere sulle vuote forme. La Schlein, appena iscrittasi al PD per poter concorrere come leader del partito, è donna e giovane, e questo viene narrato come un “valore aggiunto” che dovrebbe per qualche motivo garantire “cambiamento” e “innovazione”.

Occorre rammentare però due precedenti che non fanno prefigurare futuri radiosi ma il loro contrario. Alla fine del 1993 Bertinotti non aveva ancora la tessera del PRC ma appena due mesi dopo veniva “eletto” (sarebbe meglio dire assunto come un manager) segretario del partito. Lo stesso Renzi stravinse le primarie e veniva indicato come il vento del cambiamento (passando per la rottamazione del vecchio partito). I risultati si sono visti.

Sul piano dei contenuti, dei programmi, della visione sociale, ecc., la Schlein è poi evanescente o sfuggente come un’anguilla, più che come una sardina. Molto bla bla sui diritti civili, sempre benvenuti ma a costo zero, e parole vaghe su quelli sociali (salario, tutele, pensioni, sanità, ecc).

Bonaccini è invece uno storico esponente del partito degli amministratori locali, i nuovi terminali di potere spesso decisivi in un partito in cui la frammentazione e la territorializzazione degli interessi è diventata dominante. Quel milieu di funzionari, insomma, per cui il futuro non importa e conta soltanto la combinazione ottimale di richieste e soluzioni di corto respiro.

Individuare in questa polarizzazione il meno peggio è un esercizio impossibile. Immaginare che possa prodursi una polverizzazione di questo “super comitato elettorale” impropriamente chiamato “partito” è dunque un esercizio di realismo. Non esiste alcuna ragione valoriale reale per tenerli insieme e, si sa, gli interessi seguono la logica del denaro: vanno dove possono essere garantiti.

Adesso spetta all’assemblea nazionale del PD incoronare la neo segretaria. L’assise dem potrebbe essere convocata domenica 5 marzo o, al più tardi, domenica 12 marzo.

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10/04/2020

Bernie Sanders come nel 2016: costretto a ritirarsi dai Democratici

Ieri Federico Rampini ha scritto su Repubblica che 4 anni fa “BernieSanders era arrivato a un pelo dal traguardo, alimentando illazioni e polemiche sulle manovre dell’establishment democratico per scippargli la nomination”.

Non voglio polemizzare con Federico Rampini, semplicemente da giornalista i fatti mi premono assai: le manovre dell’establishment Dem contro Bernie Sanders non sono “illazioni” sono fatti, documentati dalle email interne del Democratic National Committee.

Le manovre dell’establishment Democratico contro Bernie Sanders sono documentate nero su bianco delle famose DNCEmails, le email interne del Democratic National Committee rivelate da WikiLeaks proprio prima delle primarie per incoronare Hillary Clinton.

Successe il patatrac. In altre parole, mentre il popolo Dem americano dava fiducia a un candidato a sinistra come BernieSanders,l’establishment Democratico lo boicottava di nascosto. Perché? Per far vincere il solito candidato centrista, il solito Dem a letto con Pentagono e WallStreet: Hillary Clinton

Tutte le manovre avvenivano in modo sotterraneo all’interno del Democratic National Committee(DNC). Quando WikiLeaks rivelò email interne, DNCEmails, successe il finimondo: la chairwoman del DNC, Debbie Wasserman Schultz, si dimise nel pieno della lotta per elezioni presidenziali del 2016.

Questo è il racconto del NewYorkTimes sullo scandalo che scoppiò dopo rivelazione delle email interne del Democratic National Committee,DNCEmails, da parte di WikiLeaks, che causò le dimissioni della chairwoman, DebbieWassermanSchultz : https://www.nytimes.com/…/debbie-wasserman-schultz-dnc-wiki…

Aggiungo un’ultima nota: non serve la sfera di cristallo per predire che in Italia gli ambienti atlantici vogliono un candidato e una coalizione centrista e di rigorosa osservanza atlantica che riduca a zero i no agli F35 e qualsiasi accenno di fluidità geopolitica e non serve sfera di cristallo per predire che in Italia gli ambienti atlantici vogliono un candidato centrista alla Matteo Renzi (non necessariamente lui) e che i no agli #F35 o la fluidità geopolitica introdotta da Cinque Stelle faccia orrore agli ambienti atlantici.

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21/03/2020

USA - Pandemia e Stato sociale. Le proposte di Bernie Sanders

Questa settimana si sono svolte le primarie in tre dei quattro Stati previsti: Florida in cui venivano eletti 219 delegati, Illinois con 155 ed infine Arizona con 67, mentre in Ohio sono state posticipate.

In tutti questi Stati Joe Biden ha vinto di larga misura, prendendo quasi il triplo di Sanders con il 61% in Florida, e poco meno del doppio in Illinois con il 59,1%, ed è stato avanti di 12 punti in Arizona con circa il 44%.

Biden distanzia Sanders di circa 300 delegati, ma gli ne mancano poco più di 800 per raggiungere la maggioranza dei 1991 validi per la convention del partito democratico che dovrebbe svolgersi a Milwaukee a luglio, emergenza sanitaria permettendo, per formalizzare lo sfidante all’attuale presidente.

Ciò che ha penalizzato di più il senatore del Vermont è stata l’impossibilità per i suoi attivisti di poter condurre una “campagna di strada” con incontri pubblici e il porta a porta – canvassing – che è stata una delle armi vincenti del socialista del Vermont.

La propaganda si è quindi limitata alle chiamate telefoniche e alla pubblicità, oltre che all’uso dei social network. Una notevole pietra d’inciampo rispetto al più conosciuto ex numero due di Obama, su cui l’establishment moderato ha massicciamente puntato dalla sua vittoria in Sud Carolina e che gode di una copertura mediatica spropositata.

Sanders comunque non rinuncia alla corsa per due ordini di ragioni, la prima è legata alla conquista del maggior numero dei delegati possibili per fare pressione sull’establishment democratico all’interno della convention.

La seconda, poiché la prossima tappa delle primarie ci sarà tra circa tre settimane – emergenza sanitaria permettendo – e che il senatore avrà il tempo per occupare lo spazio politico con le proposte del suo programma che riguardano l’assistenza medica universale gratuita, osteggiata dal suo rivale “democratico”.

Un punto decisivo, in queste settimane. Così come le altre proposte del programma di Sanders che puntano a migliorare le condizioni materiali delle persone, dal salario minimo a 15 dollari alla cancellazione del debito studentesco, per esempio.

Il senatore del Vermont ha elaborato una serie di misure per far fronte all’attuale emergenza su cui intende dar battaglia, che abbiamo tradotto e pubblichiamo.

Sono raggruppate in tre macro-aree e riguardano l’implementazione del trattamento sanitario universale e gratuito, compreso l’eventuale vaccino che venisse prodotto contro il Covid-19; misure di sostegno al reddito a tutte le persone vulnerabili compreso un reddito universale di base di 2000 euro; azioni contro le possibili speculazioni sia delle grandi aziende che ricevono aiuti dallo Stato sia dell’industria farmaceutica, nonché contro coloro che potrebbero speculare sui prezzi al consumo.

*****

In termini di morti potenziali e di impatto sulla nostra economia, la crisi del coronavirus che stiamo affrontando è sulla stessa scala di una guerra, e dobbiamo agire conseguentemente a questo. Dobbiamo iniziare a pensare proporzionalmente alla minaccia a cui ci ritroviamo di fronte, ed essere sicuri che stiamo proteggendo i lavoratori, i redditi bassi e le comunità più vulnerabili, non solo le grandi aziende di Wall Street.

Migliorare la protezione sanitaria per condurre la risposta del sistema sanitario.

I “Centres For Medicare & Medicaid Service”, un’agenzia federale all’interno del Dipartimento di Sanità, dovrà ricevere tutti i fondi federali necessari per garantire il servizio pubblico sanitario emergenziale e universale per tutti, senza badare al reddito o allo status di immigrato. Il CMS (Centre for Medicare & Medicaid Service) dovrà lavorare con il Centro per il Controllo e la Prevenzione di Malattie (CDC), altre agenzie federali e il settore privato per centralizzare le informazioni su quello che serve e sulle ricerche dirette per garantire che tutti i servizi sanitari siano riconosciuti gratuitamente per tutta la durata della crisi.

Coprire tutti i trattamenti sanitari gratuitamente, inclusi i test per il coronavirus, e anche l’eventuale vaccino. Su questa proposta, l’assistenza sanitaria si assicurerà che chiunque in America, senza considerare le coperture esistenti, possa ricevere i trattamenti sanitari di cui ha bisogno per tutto il tempo della crisi. Non possiamo vivere in una nazione dove se hai i soldi puoi permetterti il trattamento che ti serve per sopravvivere, ma se sei un lavoratore o un povero perisci. Questo è moralmente inaccettabile.

Un cospicuo aumento della nostra capacità di assicurare trattamenti sanitari per gestire un’impennata dei casi. C’è una scarsità enorme di posti in terapia intensiva e di ventilatori rispetto a quelli che ci servirebbero per rispondere alla crisi. Il governo federale deve lavorare aggressivamente col settore privato per assicurarsi che questi apparecchi e questi posti siano disponibili negli ospedali e al resto della comunità sanitaria.

Aumentare la capacità degli operatori sanitari. Il nostro attuale sistema sanitario non ha abbastanza dottori ed infermieri. Siamo a corto di personale. Durante questa crisi, dobbiamo mobilitare gli specializzandi, i medici che sono andati in pensione, e altro personale medico che ci può aiutare nella crisi.

Migliorare il successore dei test. La nostra capacità di fare test e di analizzarli è stata finora miseramente inadeguata. Dobbiamo aumentare massivamente la disponibilità dei kit per i test per il coronavirus e la velocità con cui questi test vengono analizzati. Dobbiamo guardare alle modalità di fare i test con successo negli altri paesi e migliorare le pratiche qui.

Usare la legge per la difesa della produzione per mobilitare risorse. A proposito di questo, useremo le attuali autorità per le emergenze per aumentare drasticamente la produzione di approvvigionamenti negli Stati Uniti come mascherine, ventilatori e equipaggiamento protettivo per i lavoratori della sanità.

Utilizzare la guardia nazionale, gli ingegneri dell’esercito e altre risorse militari. Molti governatori hanno già chiamato in servizio le forze della guardia nazionale. Le nostre forze armate sono addestrate per rispondere alle emergenze e devono essere subito attivate per costruire ospedali mobili e le strutture per fare i test, assistere gli operatori sanitari, riaprire ospedali che sono stati chiusi ed espandere la nostra capacità di fare trattamenti sanitari nelle aree di maggior rischio.

Espandere drasticamente le comunità di centri medici. Attraversare l’emergenza finanziando un’espansione delle comunità di centri medici che si assicurano dell’assistenza sanitaria primaria, odontoiatrica e psichica, e allo stesso modo i farmaci a basso costo per 30 milioni di americani, di cui il 63 per cento sono minoranze etniche. Dobbiamo espandere straordinariamente le nostre capacità di assistenza sanitaria primaria nel nostro paese, e questo comprende l’espandere le comunità di centri di assistenza medica.

Assicurarsi della tutela sanitaria dei lavoratori. Dobbiamo assicurarci che i dottori, gli infermieri e gli altri operatori sanitari abbiano le istruzioni e il proprio equipaggiamento per la protezione di cui hanno bisogno.

Garantire la parità dei fondi federali ai territori e alle comunità per tutti i trattamenti sanitari dei programmi d’aiuto.

Dare vita ad un’agenzia finanziaria d’emergenza per affrontare la crisi economica.

Questa agenzia d’emergenza, basata sulla Società finanziaria per la ricostruzione, sarà rafforzata per coprire gli stipendi dei settori economici colpiti, fare prestiti a tasso zero e garanzie di prestito alle attività economiche, finanziare la costruzione di nuove industrie, ricoveri d’emergenza, e la produzione di materiale sanitario come mascherine, ventilatori, e creare nuovi posti di lavoro e sviluppo economico. Questa Agenzia provvederà a tutti i fondi per affrontare questa emergenza economica.

Garantire il salario ai lavoratori. Le piccole e medie imprese, specialmente quelle in settori che maggiormente accusano la crisi, come i ristoranti, bar e il commercio locale hanno bisogno di un aiuto immediato. Dobbiamo dire a queste attività, che sono state costrette a licenziare tutti i loro dipendenti o possibilmente anche a chiudere senza averne alcuna colpa, che noi non permetteremo loro di chiudere. Il governo federale lavorerà con le attività colpite a garantire gli stipendi nelle piccole e medie imprese colpite così che vengano mantenuti i dipendenti finché non passa la crisi.

Garantiremo tutta l’assistenza necessaria, compreso il rinvio del pagamento delle tasse, il pagamento delle bollette, garantiremo un’assistenza nel pagamento degli affitti, la possibilità di avere dei prestiti e la protezione dallo sfratto per le attività economiche in difficoltà. Quando sarà passata questa crisi, saremo in grado di far ripartire la nostra economia senza il rischio di perdere i negozi e i ristoranti fondamentali per la nostra comunità. Niente di questa assistenza finanziaria dovrà essere utilizzato per bonus dei dirigenti, per il riacquisto di azioni proprie o per speculare.

Provvedere ad un assegno diretto e di emergenza di 2000 dollari ad ogni Americano ogni mese, per tutta la durata della crisi. Siamo già in una recessione. I lavoratori stanno perdendo lo stipendio mentre le loro bollette continuano a salire. Dobbiamo iniziare fornendo un assegno di 2000 dollari in contanti per ogni Americano per provvedere alla casa con l’assistenza che necessitano per pagare le loro bollette e prendersi cura delle loro famiglie.

In questo piano, l’IRS, l’Amministrazione per la sicurezza sociale, il Dipartimento del Tesoro, le cooperative di credito, il settore bancario comunitario e altre istituzioni bancarie lavoreranno insieme per assicurarsi che queste assistenze arrivino ad ogni Americano il più velocemente possibile. Milioni di americani non possiedono un conto bancario e centinaia di migliaia non hanno un indirizzo fisso. Dobbiamo essere sicuri di far arrivare questi soldi nelle mani dei più vulnerabili.

È fondamentale che noi ci procuriamo questi soldi il prima possibile, il che vuol dire che dobbiamo rendere l’assegno universale e senza complicazioni burocratiche. Per quelli che non avranno bisogno dell’assegno, collaboreremo con le associazioni per ottenere delle donazioni dalle famiglie patriottiche che possono partecipare al loro assegno per combattere l’epidemia di coronavirus.

Accrescere l’assicurazione sanitaria dei disoccupati. Dobbiamo procurare un’assistenza sanitaria d’emergenza di disoccupazione per tutti quelli che perdono il lavoro senza averne nessuna responsabilità. A questo proposito, chiunque perda il lavoro dovrà essere idoneo all’assegno di disoccupazione, che sarà pari al 100 per cento del salario precedente con un tetto di almeno 75000 dollari all’anno.

Proteggere i lavoratori atipici. In aggiunta, quelli che dipendono da mance, i lavoratori della gig economy, i lavoratori domestici, freelance e con contratto indipendente saranno comunque idonei all’assicura sanitaria durante la disoccupazione per tutto il tempo della crisi.

Garantire che nessuno soffra la fame. Dobbiamo assicurarci che gli anziani, le persone disabili e le famiglie coi bambini abbiano accesso al cibo sano. E questo vuol dire espandere il programma di pasti a casa, le mense scolastiche e lo SNAP (supplemental nutrition assistance program) così che nessuno soffra la fame durante la crisi e che tutti quelli che non possono lasciare la loro casa possano ricevere dei pasti consegnati direttamente dove abitano.

Piazzare immediatamente una moratoria sugli sfratti, i pignoramenti, annullare il pagamento delle bollette, e sospendere il pagamento del mutuo per la prima casa e la bolletta della luce, dell’acqua e del gas. Nessuno dovrebbe perdere la sua casa durante la crisi e tutti quanti devono avere accesso ad acqua potabile, elettricità, riscaldamento e aria condizionata. E dobbiamo riattaccare le utenze a tutti i clienti a cui sono state staccate. Dobbiamo anche provvedere a trovare fondi per gli stati e le località affinché assistano negli affitti per tutta la durata della crisi.

Rinunciare al pagamento del prestito studentesco per tutta la durata dell’emergenza. Più di 45 milioni di Americani lottano con un debito studentesco di 1.6 trilioni di dollari. Dobbiamo alleggerire questo peso per tutta la durata dell’emergenza e anche per il mese successivo alla fine di questa. Nel lungo termine, dobbiamo cancellare tutti i debiti studenteschi e aprire scuole pubbliche, università e istituti senza tasse e senza debito.

Costruire ricoveri d’emergenza ed utilizzare posti letto vuoti o vacanti. Dobbiamo assicurarci che i senzatetto, coloro che hanno subito violenze domestiche e gli studenti del college messi in quarantena siano in grado di ricevere un ricovero, le cure e la nutrizione di cui hanno bisogno e che queste persone siano connesse ai servizi sociali per far sì che nessuno rimanga indietro. Dobbiamo anche utilizzare i letti vuoti negli hotel e nelle altre strutture libere per assicurarci che nessuno rimanga senza un posto sicuro durante la crisi.

Usare il potere della Federal Reserve per supportare lo stato e i governi locali. Attraverso il potere garantito dalla sezione 14(2)(b) del Federal Reserve Act, la FED comprerà i titoli di debito locali a breve termine. Questo aiuterà a stabilizzare le finanze del governo statale e assicurerà agli stati e alle località il supporto finanziario di cui hanno bisogno per rispondere a questa crisi economica e sanitaria.

Proteggere gli agricoltori. Sospendere tutti i pagamenti dei prestiti della Farm Service Agency per proteggere gli agricoltori durante la crisi, estendere l’assicurazione sul raccolto e il prestito di emergenza a tutti gli agricoltori colpiti, estendere il prestito per lo sviluppo rurale, ed espandere il TEFAP (Programma di Emergenza per l’Assistenza degli Alimenti) sia per alleviare la mancanza di alimenti nel paese sia per aiutare gli agricoltori durante la crisi.

Garantire la parità dei fondi federali ai territori e alle comunità per tutti i programmi d’aiuto economici.

Creare un’agenzia di controllo per combattere la corruzione delle società e sull’aumento dei prezzi.

La nostra risposta a questa crisi sanitaria ed economica non può essere un’altra opportunità per fare soldi per le società di Wall Street. Dobbiamo creare un’Agenzia di Controllo per assicurarci che nessuno si approfitti della sofferenza economica e del dolore del nostro popolo durante la crisi.

Salvare i lavoratori e le lavoratrici, non i dirigenti delle società. Tutte le estensioni dei crediti o dei prestiti alle società o alle industrie insolventi per colpa della crisi devono essere accompagnate da delle forti misure di protezione e di benefici per i lavoratori, per i sindacati e per i consumatori, senza obblighi di sostegno ai dirigenti. Durante questa crisi, cancelleremo la possibilità di reinvestire nelle proprie azioni e i bonus per i dirigenti. Metteremo delle condizioni a questa assistenza finanziaria per assicurarci che qualsiasi società in America che avrà dei vantaggi dagli aiuti dell’emergenza non licenzino i lavoratori, che paghino ai lavoratori un giusto salario, che assicurino al governo ciò che devono, che mettano i lavoratori nei consigli di amministrazione, che non freghino i consumatori.

Impedire l’innalzamento dei prezzi per opera delle case farmaceutiche. Appena verrà sviluppato un vaccino per il coronavirus, dovrà essere gratuito. Inoltre, tutte le prescrizioni di farmaci che sono sviluppati con le tasse dei contribuenti dovranno essere venduti ad un prezzo ragionevole. Quest’agenzia dovrà usare l’autorità del governo federale per portare via i brevetti alle case farmaceutiche che stanno depredando i consumatori e per permettere alle case produttrici di farmaci generici di vendere i prodotti ad un prezzo ridotto. Alle cause farmaceutiche va detto chiaro e tondo che le medicine che produrranno per affrontare questa crisi verranno vendute ad un certo costo. Questo non è il momento di fare profitto o di aumentare i prezzi.

Indagare e perseguire le operazioni commerciali corrotte o fatte per aumentare i prezzi. Quest’agenzia avrà l’autorità per abbattere e perseguire illegali innalzamenti dei prezzi e la corruzione. Dovrà anche condurre un’indipendente e trasparente verifica di tutti i programmi finanziari per l’emergenza, assicurandosi che i soldi dei contribuenti americani non vengano sprecati.

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06/03/2020

Parola d’ordine dei Democrats: abbattere Bernie Sanders!

Primarie Usa 2020: il Super Tuesday ha visto prevalere, seppur di poco, Joe Biden nei confronti di Bernie Sanders grazie dell’appoggio dei due candidati Democratici “civetta” che si sono ritirati: Pete Buttigieg e Amy Klobuchar. Peraltro anche Elisabeth Warren, dopo l’ennesima batosta, si è subito precipitata ad annunciare che farà la stessa cosa. Ordine di scuderia.

Tuttavia, Bernie Sanders è riuscito ad aggiudicarsi il potente stato della California e, grazie al gran numero di delegati che ha ottenuto, resta saldamente incollato a Joe Biden dal quale lo separano soltanto poche decine di delegati.

E con il successivo ritiro dalla competizione di Mike Bloomberg, si sta completando la manovra di isolamento, avviata dall’establishment democratico, dell’unico candidato non condizionato dalle grandi lobbies che tengono ben salde le redini dei vertici del partito.

Secondo Alan Friedman “solo Joe Biden può battere Donald Trump anche perché gli statunitensi sono spaventati dalla proposta di #BernieSanders di rendere universale la copertura assicurativa sanitaria”. Un’affermazione apodittica, sparata, ieri sera, nel corso di un TG nazionale, in prima serata, senza che Friedman si sia minimamente preoccupato di fornire alcun dato a supporto della sua tesi (evidente di per sé?) con il giornalista in studio che, peraltro, non gli ha fatto nessuna domanda.

Insomma, un vero e proprio comizio pro-Biden. Poco più tardi, su #La7, Andrea Purgatori, nel corso della sua trasmissione “Atlantide”, intervistava Furio Colombo chiedendogli, innanzitutto, un parere sul “carattere velleitario del programma di Sanders” e l’ex corrispondente dagli USA de La Stampa e di Repubblica, per tutta risposta, ha accusato il settantottenne senatore del Vermont, di “giovanilismo”(!) per poi infilare un pippone agiografico sulle grandi doti del moderato Biden e sulle sue grandi chances di vittoria nel confronto con Trump. Anche qui, nessuna argomentazione né il minimo accenno a qualche ricerca o dato che avvalori una tale ipotesi.

Eppure sul New York Times, appena qualche giorno fa, si spiegava come la maggior parte delle prove empiriche disponibili mostra non solo che #BernieSanders ha già sconfitto il presidente Trump nel voto popolare nazionale e negli stati critici del Midwest che hanno avuto l’ultima parola al Collegio elettorale nel 2016, ma anche che “...le sue specifiche forze elettorali si allineano ai cambiamenti nella composizione della popolazione del paese in modo che queste ultime potrebbero effettivamente renderlo un formidabile nemico per il presidente in carica.”[1]

Allora la domanda è: quanta paura hanno i democratici di Sanders? Di sicuro tantissima, fino al punto di accettare di rischiare seriamente di rimettere nelle mani di Trump un secondo mandato.

Certo, ora che si è ritirato, il tycoon Michael Bloomberg (da ex sindaco di New York razzista e sessista discriminatore di donne conclamato) farà, ovviamente, una campagna feroce a favore di Joe Biden a suon di miliardi di dollari e canali televisivi spianati esattamente così come fece quattro anni fa a ridosso dello scandalo per le email di Hillary Clinton annunciandole il pieno sostegno nel bel mezzo della convention del luglio 2016. E così anche tutto l’establishment democratico che conta si prepara, anche questa volta, alla resa dei conti finale con il “vecchio” leone socialista.

Non gli è bastata la sconfitta di Hillary Clinton alle elezioni presidenziali del 2017 causata, né più, né meno, dalla stessa ottusa e pervicace ostilità “democratica” nei confronti di colui che, ora come allora, è ancora indicato come l’unico candidato in grado di battere Donald Trump: Bernie Sanders. Allora, per farlo fuori, si spinsero oltre ogni limite, tanto che, alla convention democratica del luglio 2016 che doveva designare il candidato del partito alle elezioni presidenziali, arrivarono perfino a truccare i risultati delle 55 contee determinanti per la designazione in cui Sanders aveva stravinto.

A ciò si aggiunse, poi, il voto unanime dei superdelegati (funzionari) del partito a favore della Clinton, in spregio totale alla volontà – e al voto – dei cittadini che avevano scelto in massa Sanders. Uno schifo che provocò la delusione e la spinta verso l’astensione alle elezioni presidenziali del gennaio 2017 di tantissimi sostenitori di Sanders.

Ed anche stavolta i superdelegati democratici sono disposti a danneggiare il proprio partito pur di fermare Bernie Sanders. Dozzine di interviste con i leader dell’establishment democratico dimostrano che non sono solo preoccupati per la candidatura di #BernieSanders, ma che sono anche disposti a perdere pur di interrompere la sua corsa alla nomina alla convention nazionale di luglio.

Dalla vittoria di Sanders nei caucus del Nevada sabato, il New York Times ha intervistato 93 funzionari del Partito Democratico – tutti superdelegati del partito – ed ha riscontrato un’opposizione schiacciante a consegnare la nomination al senatore del Vermont se quest’ultimo riuscisse ad arrivare con il maggior numero di delegati senza però raggiungere la maggioranza. Una situazione del genere può sfociare in una convenzione di mediazione: una disordinata battaglia politica che i democratici non vedono dal 1952, quando il candidato era Adlai Stevenson.[2]

Ora capite come nascono (e vincono) i Trump?

Note:
[1] “Bernie Sanders Can Beat Trump. Here’s the Math. Most available evidence points in the direction of a popular vote and Electoral College victory.“, Steve Phillips New York Times del 28/02/2020

[2] “Democratic Leaders Willing to Risk Party Damage to Stop Bernie Sanders. Interviews with dozens of Democratic Party officials, including 93 superdelegates, found overwhelming opposition to handing Mr. Sanders the nomination if he fell short of a majority of delegates”, New York Times del 02/03/2020

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02/03/2020

Fight The Power: l’irresistibile ascesa di Bernie Sanders

Joe Biden stravince le primarie democratiche in Sud Carolina, dopo la schiacciante vittoria di Bernie Sanders in Nevada ed i suoi successi in New Hampshire ed ancora prima in Iowa.

Siamo a pochi giorni dal “super-martedì” del 3 marzo, quando si voterà in ben 14 Stati che eleggeranno circa un terzo dei delegati per la convention democratica di luglio, a Milwaukee, che deciderà lo sfidante di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 3 novembre.

L’ex numero due di Obama ottiene quasi la metà dei consensi (48,4%), con 255.660 voti e 33 delegati conquistati. Il senatore del Vermont sfiora il 20% (19,9) e poco più di 100 mila preferenze e si aggiudica 11 delegati. Il miliardario della finanza Tom Steyer ottiene poco più dell’11% dei voti, senza avere alcun delegato, così come il giovane centrista Pete Buttigieg, poco sopra l’8%.

Il ruolo della comunità nera

In questo Stato è stato decisivo il voto afro-americano, che compone il 55% dell’elettorato che ha votato in maggioranza per Biden, tranne la fascia d’età sotto i 24 anni che ha preferito Sanders.

La Carolina del Sud è il primo Stato in cui si svolgono le primarie con una consistente porzione di elettorato afro-americano ed è quindi indicativa per i comportamenti elettorali della comunità nel voto a venire, così come il Nevada lo era stato per i latinos.

La conquista del voto giovanile degli afro-americani da parte del senatore del Vermont, e lo scarsissimo appeal di Pete Buttigieg (solo il 3%), confermano la presa di Sanders sui giovani, anche di una “minoranza etnica” tradizionalmente attaccata al centrismo democratico, e l’inconsistenza dei candidati democratici più quotati, a parte Biden, nell’attrarre fasce consistenti di voto nella loro direzione.

L’altra esponente della sinistra del Partito Democratico in Sud Carolina è andata poco oltre il 7%, nonostante l’endorsement di alcune figure di spicco femminili della comunità afro-americana.

Certamente la situazione è in continua evoluzione ed è difficile fare previsioni, soprattutto tenendo conto che martedì scenderà in campo uno degli uomini più ricchi del mondo e che sta spendendo più di qualsiasi altro politico nella storia nord-americana per una competizione elettorale: Michael Bloomberg, ex repubblicano per tre volte sindaco di New York.

Infatti, un importante sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato martedì scorso sembrava mostrare due cose.

Il primo dato era il “sorpasso” di Sanders su Joe Biden tra gli elettori afro-americani; una specie di terremoto politico interno, soprattutto in vista della quarta tappa delle primarie in Carolina del Sud, dove circa la metà degli elettori democratici sono neri.

Il secondo, sempre relativo al primo Stato del Sud a svolgere le primarie, è la previsione di voto che vedeva proprio il socialista del Vermont saldamente in testa con il 26% mentre al secondo posto sarebbero l’ex numero due di Obama. Altri sondaggi citati da “Newsweek” lunedì – FiveThirtyEight e Real Clear Politis – davano fortemente in vantaggio Biden; FTE lo dava avanti di 8 punti rispetto a Sanders, con il sostegno del 30% dei democratici.

Ma come abbiamo visto in Sud Carolina il “sorpasso” di Sanders non c’è stato e la vittoria dell’ex numero due di Obama è stata ben più consistente di 8 punti.

Le due co-fondatrici di “Black Lives Matter”, l’importante organizzazione afro-americana emersa alla ribalta con l’ultimo ciclo di proteste contro le violenze poliziesche, durante l’ultima parte dell’ “Era Obama”, hanno dato il proprio appoggio ai candidati della “sinistra” del partito democratico. Mentre Alicia Garza di “Black to the Future Action Fund Group” – ed ex co-fondatrice di BLM – ha dato il suo endorsement alla Warren, partecipando alla sua campagna elettorale, Patrisse Cullors ha espresso la propria preferenza sia a Sanders che alla Warren, invitando Joe Biden letteralmente a farsi da parte.

È chiaro, come è stato evidente dal voto in Sud Carolina e con la presa di parola di diversi importanti esponenti, che la comunità afro-americana sia “spaccata” tra una fascia più giovane ed i relativi attivisti che guardano “a sinistra” per oltrepassare le vecchie logiche centriste del Partito, cui invece  resta ancora agganciata una parte rilevante di elettorato.

Ciclone Bernie

L’ultimo discorso di Bernie Sanders nella campagna elettorale per le primarie democratiche in Sud Carolina è stata una sintesi esaustiva della sua proposta. In circa mezz’ora di comizio non ha usato mezzi termini rispetto a Donald Trump, così come non lesina critiche all’establishment economico in tutte le sue componenti.

Da un lato vi è l’1% e dall’altro il 99%, secondo categorie “sdoganate” da Occupy Wall Street e dalle varie esperienze sorte sull’onda dell’esperienza newyorkese di quasi dieci anni fa, divenute ormai egemoni nel discorso politico dell’elettorato democratico, almeno stando ai numerosi sondaggi che registrano l’appeal di Sanders.

Sanders fa un discorso di classe chiarissimo. Il suo riferimento è la working class ed i relativi bisogni, su cui è costruita una proposta politica articolata: dal salario minimo orario, al potenziamento dei sindacati, dall’assistenza medica gratuita e universale all’istruzione scolastica fino all’università, dall’edilizia sociale alla cura gratuita di qualità per l’infanzia.

Un’attenzione particolare è rivolta alle minoranze etniche, tra cui la comunità ispano-americana e quella afro-americana, nelle quali sembra essere in testa certamente tra le fasce giovanili, con la critica forte alle politiche che ne hanno penalizzato l’esistenza: dalla “war on drugs” – Sanders è per la legalizzazione della marijuana in tutti gli Stati dell’Unione – all’iniquo sistema giudiziario e al complesso carcerario, da riformare strutturalmente, fino alla politica migratoria, tutta da rivedere.

Sono battaglie politiche su cui da tempo fa campagna e che gli hanno permesso di rilanciare la sua sfida dopo l’elezione di Trump.

La stessa sensibilità è posta nei confronti dei diritti delle donne, che vivono una condizione di discriminazione salariale da annullare e le cui garanzie vengono attaccate dall’attuale amministrazione repubblicana.

In generale, nella lista dell’agenda politica di Sanders, i primi sono i soggetti più “vulnerabili”, quella parte del 99% che maggiormente ha sofferto delle politiche che hanno avvantaggiato solo l’1%.

L’emergenza climatica ed il “green new deal” sono pure al centro del suo discorso, ponendo la necessità della transizione ecologica come una priorità per cui deve iniziare a pagare dazio l’industria dei combustibili fossili.

Alla fine, se il quasi ottantenne socialista sarà nominato dalla convention democratica di luglio, sconfiggendo tutte le variabili del “centrismo” democratico, l’establishment non potrà che puntare tutto su Trump.

L’ostacolo più grosso non sono i sondaggi – è in testa nei 14 Stati che eleggeranno circa un terzo dei delegati, questo martedì – ma i vari ostacoli anti-democratici dell’apparato democratico, a cominciare dal potere dei “super-delegati” eletti tra le file dei rappresentanti istituzionali democratici e non dal voto popolare.

Sanders è stato l’unico candidato democratico che si è espresso contro questa figure, affermando semplicemente che chi ottiene più voti in totale durante le primarie deve essere il candidato prescelto.

Il Super-martedì

Sabato più di 10 mila persone hanno assistito al rally di Boston, nel Massachusetts, il secondo della campagna in questa città, mentre il giorno prima – a Sprinfield – circa 5 mila persone avevano partecipato ad un altro comizio.

A Boston erano presenti Mike Connolly (eletto nello Stato) e Varshini Prakash, co-fondatore del movimento ecologista Sunrise Movement, da cui Sanders ha ricevuto l’appoggio.

Il Massachussets è uno dei 14 stati in cui si voterà nel “super-martedì” del 3 marzo.

Stando ai sondaggi pubblicati venerdì, in questo Stato Sanders è in testa di 8 punti rispetto alla senatrice Elizabeth Warren, altra esponente della sinistra del partito democratico che qui peraltro gioca in casa.

Recentemente la senatrice del Massachussets, ed ex consigliera di Obama, ha abbandonato la contrarietà alla ricezione di donazioni da parte dell’establishment economico, accettando – per la sua campagna in diversi Stati del “Super Martedì” – diversi milioni di dollari da un organismo legato al business degli idrocarburi: il “Persist Pac”.

Una netta inversione di rotta rispetto agli attacchi per cui si era caratterizzata, contro questa modalità di conduzione delle campagne politiche.

Rimane perciò su questa linea solo Sanders che, nonostante continui a rifiutare donazioni dall’establishment economico, ha raccolto – grazie a una marea di piccoli donatori, con una media di circa 20 dollari a testa – più soldi di tutta la storia delle presidenziali negli States, come ha annunciato nel suo ultimo comizio nella Carolina del Sud.

Texas e California sono due dei più importanti Stati del “super-martedì”, ed eleggeranno rispettivamente 228 e 416 delegati, quasi un quinto dei quasi 2.000 – 1991 per l’esattezza – che parteciperanno alla nomination.

Per questi due Stati Bloomberg sta spendendo una cifra mostruosa in annunci pubblicitari, in apertura di uffici elettorali e assunzione di staff dedicati alla campagna “porta a porta”, oltre ad avere assunto esponenti di alto livello dell’establishment del partito – come i due vice-presidenti democratici dei rispettivi Stati, per esempio – oltre ad avere ricevuto l’endorsement “interessato” di alcuni eletti locali, tra cui il sindaco di Houston, la città più grande del Texas, Sylvester Turner, uno dei cento mayor che in tutta l’Unione appoggiano ufficialmente il miliardario.

È chiaro che il miliardario può “comprare” il consenso degli esponenti di punta della macchina democratica, alcuni dei quali saranno decisivi nella convention, cercando di far si che le sue clientele fungano da cinghia di trasmissione per assicurargli voti.

Ma, nonostante questo, anche i sondaggi della SSRS per la nota emittente televisiva CNN danno in testa Sanders in Texas (con il 29%, davanti a Joe Biden con il 20%, Bloomberg con il 18% e la Warren al 15%).

Uno strepitoso più 14% per il senatore del Vermont rispetto agli stessi sondaggi di dicembre!

In California Sanders ha invece il 35% – secondo questi sondaggi – doppiando di fatto i suoi sfidanti, tutti poco al di sopra del 10% e a poca distanza l’uno dall’altro: 14% Warren, 13% Biden e 12% Bloomberg.

Anche in Colorado, dove aveva già vinto 4 anni fa, Sanders è largamente in testa nei sondaggi, riscuotendo il 25% delle preferenze davanti alla Warren con il 15%, mentre Buttigieg e Biden sono rispettivamente a 12 e all’11 per cento.

Gli Stati-chiave


In questo “Super Martedì” è fondamentale la battaglia per conquistare California, Texas e Colorado.

Abbiamo già visto, commentando le elezioni in Nevada, il ruolo centrale del voto ispano-americano, specie di quello giovanile.

In California, a fine anno, oltre i 2/3 degli ispano-americani – il 74% – si era registrato per votare, un dato che conferma come la partecipazione di quella che è la più cospicua minoranza etnica sia fondamentale per determinare lo sfidante di Trump e la possibile sconfitta dell’attuale presidente.

La campagna di “Tió Bernie”, come viene benevolmente chiamato Sanders dagli ispano-americani, è cominciata prima di tutto in California, appoggiandosi ad una rete di attivisti locali, con uno stile di lavoro incentrato sull’assunzione di uno staff già radicato nella comunità, specie nelle zone più povere e periferiche, che non erano mai state interessate ad una campagna presidenziale, parlando direttamente ai residenti nella loro lingua e sposando integralmente i progetti portati avanti dagli attivisti di base della comunità, che non hanno avuto perciò difficoltà a dare il loro appoggio al senatore del Vermont.

In una inchiesta della storica testata della sinistra radicale statunitense, The Nation, si indaga sui motivi del successo di Sanders.

“Why is Bernie Sanders so Far Ahead in The California Primary? Organizing”, di Sasha Abramsky, mette al centro il ruolo dell’organizzazione nella strategia di Bernie, ed anche in quella della Warren, e soprattutto la differenza rispetto agli altri candidati, sia nel dispendio di denaro che nell’appoggiarsi (o meno) a parti consistenti dell’establishment del partito democratico.

Questo ha permesso al “socialista del Vermont” di guadagnare sempre più consensi, partendo da una situazione di iniziale svantaggio, visto il precedente negativo della sconfitta patita quattro anni per mano di Hillary Clinton.

Il 21 dicembre Sanders, in un primo rally a Venice Beach, appoggia il Peoples Action’s “Homes Guarantee” plan. Un progetto portato avanti dall’organizzazione di base “Ground Game LA”, attiva in tutto lo Stato, per risolvere la questione della vulnerabilità abitativa. “Vogliamo farne un Medicare for all rispetto alla casa” dichiara un suo attivista.

A Fine dell’anno si contano 20 uffici ed un centinaio di attivisti full-time pagati, più migliaia di volontari che hanno concentrato la loro campagna non solo sulle città costiere, ma anche nell’interno e nelle parti meno “visibili” dello Stato.

Lo stile di lavoro viene illustrato da un attivista in questo modo: “abbiamo bussato a porte cui nessuno ha mai bussato prima (...) Incontrato le persone li dove vivono e parlato la loro lingua. Abbiamo fatto conferenze stampa in Cantonese e così via”.

“Wall Street Pete” Buttigieg, invece, ha assunto Cecilia Cabello, l’ex direttrice della campagna per le primarie di Hillary Clinton; che la fece vincere allora, ma senza registrare significativi risultati ora.

Il miliardario Bloomberg ha aperto 23 uffici e assunto 800 membri dello staff stipendiati, e soprattutto organizzato una campagna pubblicitaria a tappeto che la giornalista di “The Nation” definisce correttamente “media blitz”.

Ma la vera cifra della campagna di Sanders sta in queste parole di Kendall Mayhew, attivista di Ground Game: “per le persone che stanno lavorando da tempo nell’organizzazione delle comunità. Abbiamo un candidato che ascolta le nostre strategie e ciò che stiamo portando avanti, investendo in attivisti con una strategia di lungo corso, e non catapultati durante le elezioni. La campagna di base che Sanders ha costruito qui è enorme – e le persone che ha assunto sono persone in queste comunità; questo è incredibilmente importante.”

Una altra inchiesta del Philadelphia Inquirer, fatta seguendo la campagna di due attivsiti comunitari latinos di lungo corso, mostra come la comunità ispano-americana sia divenuta l’arma segreta di Sanders e di come il fattore organizzativo sia stato l’elemento decisivo: “lo scorso anno, il team di Sanders è riuscito a creare una rete di attivisti latinos, inclusi molti solitamente non coinvolti nelle elezioni. I volontari più entusiasti sono coloro che non possono votare – sia perché sono ancora alle medie superiori o perché non sono cittadini degli Stati Uniti”.

È sugli esclusi dal “sogno americano”, insomma, che in parte si giocano sia le primarie democratiche che la possibilità di battere Trump.

Fonte

16/02/2020

La sfida di Bernie Sanders

Bernie Sanders, dopo essere stato il candidato più votato nelle presidenziali del Partito Democratico in Iowa la settimana scorsa, questo martedì ha replicato il successo nel New Hampshire.

In questo Stato il senatore del Vermont aveva già vinto le primarie per le elezioni del 2016 contro Hillary Clinton con il 60% dei voti contro il 37%.

Nel discorso di fronte ai suoi sostenitori il leader radicale ha detto: «questa vittoria è l’inizio della fine di Donald Trump».

Sanders arriva primo con più di settanta mila voti – il 25,7% – e si aggiudica 9 delegati, gli stessi del giovane “centrista” Pete Buttigieg – chiamato dai sostenitori di Sanders “Wall Street Pete” – che però ha preso quasi 4 mila voti in meno, attestandosi al 24,4%. Giunge terza Amy Klobuchar con quasi il 20% dei voti, una altra “centrista” lautamente finanziata dall’establishment, senatrice del Minnesota che rappresenta l’anima del Partito Democratico “dialogante” con il Partito Repubblicano, autrice di molte proposte di legge bipartisan.

Elizabeth Warren, dell’ala sinistra dei democratici ed ex consigliera di Obama, giunge quarta con meno del 10% dei voti, mentre colui che appariva il “pezzo da novanta” dell’establishment democratico – JR Biden Junior, ex vice di Obama – raccoglie poco più dell’8% delle preferenze giungendo quinto.

I giovani

Un dato piuttosto rilevante riguarda l’elettorato giovanile.

Secondo gli exit poll condotti da Edison Media, ben il 51% dei votanti tra i 18 e i 29 anni ha votato per Sanders in NH, più di tutti gli altri candidati messi assieme. Tra i 30 e i 44, la cifra del suo supporto scende al 36%, seguito dal 22% di Buttigieg.

Questo piccolo Stato del Nord-Est, con circa un milione e trecentomila abitanti – di cui il 90% bianchi – assegna 24 delegati più 9 “superdelegati” (quelli nominati dal partito) sui quasi 4.000 che, alla Convention di luglio in Wisconsin, sceglieranno il candidato che sfiderà Trump. Per l’attuale presidente le primarie Repubblicane sono una pura formalità, non essendoci una figura anche solo minimamente in grado di scalfire il suo consenso granitico nel Partito.

I due Stati che saranno le prossime tappe delle primarie presidenziali sono il Nevada, il 22 febbraio, e il Sud Carolina, il 29 febbraio, prima del “Super Martedì” del 3 marzo.

Quel giorno si voterà in 15 Stati, tra cui California e Texas, che esprimono il numero maggiore di delegati.

L’altro miliardario

Proprio il 3 marzo scenderà in campo nelle primarie democratiche il miliardario Mike Bloomberg, che dopo la débâcle dell’Iowa ha raddoppiato la spesa televisiva negli spot elettorali.

La sua campagna pubblicitaria, per cui ha già speso 350 milioni di dollari, è la più costosa mai fatta da un candidato democratico; una sfida per cui il 3 volte sindaco di New York, ex-repubblicano, impegna ben 1 miliardo di dollari!

Sanders si fa un vanto di non avere ricevuto alcun finanziamento dalla lista di amministratori delegati delle prime 500 aziende quotate in borsa (S&P500), ma di aver raccolto con sottoscrizioni di poco inferiori ai 20$ in media più soldi di tutti gli altri sfidanti democratici (più di sette milioni di dollari da un milione e mezzo di donatori). Tranne appunto il 16° uomo più ricco al mondo, Mike Bloomberg, che si finanzia da solo.

L’establishment economico-finanziario vede come il fumo negli occhi l’ascesa del senatore del Vermont.

L’ex potentissimo ceo di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, ha definito la nomination del vecchio senatore indipendente: «una rovina per l’economia americana».

Più chiari di così...

La candidata “economicamente” più sostenuta dagli amministratori delegati delle aziende S&P500 – che possono donare fino a 2.800 Dollari per le primarie e la stessa cifra per quelle generali – è Amy Klobuchar, insieme a Pete Buttigieg (da qui il soprannome “Wall Street Pete”), supportati da 7 ceo ciascuno, tra cui Reed Hastings di Netflix che sostiene Buttigieg, mentre Joe Biden è supportato da 5 amministratori delegati.

Il fenomeno Sanders non nasce dal nulla


L’outsider democratico aveva annunciato la sua candidatura un anno fa circa, il 19 febbraio 2019 sul canale televisivo CBS.

Dopo la sconfitta “onorevole” alle primarie del 2016, che avevano eletto Hillary Clinton con 16 milioni di voti contro 13 milioni del suo sfidante, la candidata sconfitta da Trump è di fatto “scomparsa” dai radar della politica. A differenza di Sanders, che ha costruito un movimento dando continuità allo sforzo profuso allora durante le primarie, in particolare da giovani e giovanissimi alla loro prima esperienza politica.

Ha “guidato” l’ascesa di una truppa tutta al femminile, deputate “radicali” sostenute dai Democratic Socialist of America – tra cui Alexandria Ocasio-Cortez – vera “macchina da guerra” dietro le quinte del fenomeno Sanders, con la loro radicata rete di attivisti di base impegnati nel territorio in differenti campagne politico-sociali.

Sembra un paradosso, ma il socialismo in questi anni è divenuto “popolare” negli Stati Uniti, e le varie proposte che ne compongono una articolata visione d’insieme sono divenute talmente conosciute e ficcanti da costringere, per esempio, tutti i candidati delle primarie democratiche ad avere una proposta particolare per ognuno dei punti enunciati da Sanders, il quale ha di fatto imposto la propria egemonia culturale su temi che vanno dalla sanità all’istruzione, dal “Green New Deal” al salario minimo...

Una visione d’insieme, uno “zoccolo duro” di attivisti che militano oltre le scadenze elettorali e a cui si sommano, per il voto, una nutrita schiera di volontari, più l’endorsement talvolta inedito di gruppi di base e organizzazioni sindacali che vedono in Sanders e nella sua visione d’insieme il proprio “delegato politico”, unita ad una efficace raccolta fondi, rendono concretizzabile, a più di dieci anni dall’inizio della crisi, una sfida che sembrava impossibile.

Le parole di una sostenitrice di Sanders danno la cifra della sua scelta: «Non voglio vivere in un Paese dove il futuro mi fa paura».

Pensiamo che la paura stia realmente cambiando di campo negli States. E questa è oggettivamente una buona notizia per il resto del mondo.

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07/02/2020

Sanders ha più voti, l’establishment gli dichiara guerra

L’establishment è conservatore ovunque. E si riconosce soltanto nei conservatori, di qualsiasi Paese siano espressione.

La ridicola faccenda delle primarie democratiche nello stato dell’Iowa lo confermano. Non solo ci sono voluti tre giorni per conteggiare – o “aggiustare”, come molti scrivono – i risultati finali dei caucus, ma anche a scrutini chiusi i resoconti somigliano da vicino ai “racconti” con cui si cerca di imbrogliare il pubblico.

Basti pensare che, in questo momento, lo scrutinio è stato così confuso che lo stesso Partito Democratico ha chiesto di ricontare le schede, perché non ci si capisce niente. Ma andiamo avanti con l’analisi, “come se” fosse tutto regolare.

Prendiamo i risultati: il “socialista” Bernie Sanders prende più voti popolari di tutti (45.826 voti, il 26,6%), mentre il “giovane conservatore” Pete Buttigieg ne raccoglie 43.195 (il 25%). In un sistema proporzionale, Sanders avrebbe vinto. Di poco, ma vinto. Come dice lo stesso Bernie: “Da dove vengo io, chi prende più voti vince...”.

E invece anche nelle primarie Usa spadroneggia il “maggioritario” e quindi quei voti si contano “contea per contea”, per assegnare i delegati che rappresenteranno l’Iowa nel gran calderone finale per la scelta del candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti. E siccome i sostenitori di Buttigieg erano distribuiti in modo più omogeneo tra le varie contee, mentre quelli di Sanders erano tantissimi in alcune, molto meno in altre, ecco che in termini di delegati la situazione si rovescia: Buttigieg ha ottenuto 564 delegati contro i 562 di Sanders: 26,2% contro 26,1.

Una persona normale direbbe: “è finita pari”. Cosa vuoi che contino due delegati in confronto alle decine di migliaia che alla fine decideranno chi sarà il candidato?

Logico per una persona normale, non i i giornali dell’establishment.

Una piccola rassegna vi aiuterà a capire.

Agenzia Ansa (quella che dà l’imprinting all’informazione nazionale): Usa 2020: Iowa, Buttigieg vince di misura (non si menzionano i voti popolari, solo i delegati “vinti”)

Repubblica: Il trionfo di Buttigieg spiazza i democratici “Sono come Obama”. Sobrio, obbiettivo, per nulla “schierato”… o no? Meno voti e due delegati in più bastano per fare un “trionfo”. E meno male che la firma è “prestigiosa”, quella di tal Federico Rampini...

SkyTg24: Usa 2020, caucus Iowa: Buttigieg batte Sanders di un soffio. Ma c’è incognita riconteggio (stessa “distrazione” dell’Ansa, ma almeno non si canta vittoria spudoratamente)

Il Post: Alle primarie dei Democratici in Iowa, con il 100 per cento dei voti scrutinati, non è ancora stato dichiarato un vincitore (molto più serio e professionale).

Pudico silenzio sulle altre testate...

Se volevate sapere per chi tifa l’establishment, ora vi è chiaro. Il vecchio Sanders non avrà vita facile, neanche nel mondo della sedicente “libera informazione”...

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Il caos democratico per fermare Bernie Sanders

Fabrizio Tonello – il manifesto

Fermare Bernie Sanders. Anche a costo di scaricare una valanga di denaro in spot televisivi per aprire la strada a un miliardario (Bloomberg), truccare un po’ i risultati del voto in Iowa («internamente contraddittori», dice il New York Times), oppure semplicemente proclamare la vittoria di un candidato che non ha vinto (Buttigieg).

Meglio ancora, tutte queste tre cose insieme, alzando un polverone sufficiente per oscurare l’unico avvenimento certo: Sanders ha avuto più voti di tutti gli altri candidati nell’unico stato dove si è votato, il freddissimo Iowa. Per la precisione, nel voto popolare, Sanders ha ottenuto 44.753 consensi, contro i 42.235 di Buttigieg.

Prontamente imitati dai quotidiani italiani, i media americani si sono lanciati in ricostruzioni fantasiose dei risultati dei caucus dell’Iowa, favoriti dal caos provocato dall’app non funzionante creata dal partito democratico locale (ma c’è anche il sospetto di giochi sporchi dei repubblicani). Per esempio, Slate ha pubblicato un titolo come «How Pete Won» (come Pete Buttigieg ha vinto) quando l’unica cosa certa era che Buttigieg e Sanders avevano ottenuto lo stesso numero di delegati (11). Da parte sua, la Cnn, affermava che Sanders «aveva perso contro il sindaco di un piccolo paese» nel momento in cui era arrivato solo il 70% dei risultati (Buttigieg è un ex sindaco di South Bend, nell’Indiana). Il che sarebbe come dire che il derby Milan-Inter è stato vinto dalla squadra in vantaggio al 20’ del secondo tempo.

In realtà, la «vittoria» di Buttigieg è stata costruita dagli opinionisti per elaborare il lutto della pratica scomparsa di Joe Biden, il candidato preferito dall’establishment, che in Iowa a stento ha raccolto il 15% dei voti. Buttigieg, 38 anni, reduce di guerra, una versione americana (cioè più simpatica) di Renzi o di Macron, sembra destinato a interpretare la parte della «grande speranza bianca», come i pugili degli anni ’50 e ’60 che avrebbero dovuto sconfiggere gli imbattibili pesi massimi afroamericani. Che abbia conquistato lo stesso numero di delegati di Sanders, infatti, poco conta in un ciclo di primarie che deve durare fino a giugno, con altri 49 stati e vari territori che devono votare prima della convenzione di Milwaukee.

Buttigieg è destinato a uscire di scena presto ma l’establishment democratico ha altre carte di riserva: da un lato spera nella resurrezione di Biden, che sembra avere una base fedele tra gli afroamericani che voteranno in parecchi stati del Sud il 3 marzo. Dall’altro, il voto nei 14 stati nel cosiddetto super martedì sarà il test di quanto consenso Michael Bloomberg, l’ex sindaco repubblicano di New York, ora passato ai democratici, sarà riuscito a conquistare con lo tsunami di pubblicità televisiva pagata di tasca sua. Infine, se nulla di tutto ciò sarà riuscito a fermare Sanders, c’è sempre la possibilità di cambiare le regole del gioco e fare appello ai notabili del partito (sindaci, governatori e deputati) che potrebbero essere ammessi a votare al primo ballottaggio della convenzione, nella speranza di imporre un candidato centrista.

In altre parole, tra i democratici c’è chi preferirebbe una nuova sconfitta contro Trump alla vittoria di una candidato esterno alle cricche dominanti del partito, in particolare quelle legate alla famiglia Clinton fin dal 1992, quasi trent’anni fa. Nonostante l’ostilità compatta dei media, Sanders ha raccolto 25 milioni di dollari di donazioni nel solo mese di gennaio, una media di 18 dollari ciascuna: palesemente si tratta di contributi che non vengono dalle banche di Wall Street. Negli ipotetici confronti con Trump, Bernie è sempre il candidato democratico che otterrebbe il miglior risultato, battendo il presidente in carica di circa 5 punti percentuali nel voto popolare.

Non solo: Sanders è dato per favorito in New Hampshire, dove si vota martedì prossimo, e anche in parecchi stati del Sud; il rispettato statistico Nate Silver sostiene che se vince in South Carolina il 3 marzo (dove finora il favorito era Biden) Bernie Sanders ha la strada aperta verso la candidatura alla presidenza. Restano invece incerte le prospettive di Elizabeth Warren, l’altro candidato dell’ala sinistra del partito, che non sembra avere fin qui consolidato una base elettorale solida quanto quella del senatore del Vermont, l’unico che osi dichiararsi «socialista» nel panorama politico americano. Cosa succederà in autunno, con un Trump imbaldanzito dall’unità del partito repubblicano dietro di lui è un altro discorso.

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04/02/2020


Con il Partito Democratico dell’Iowa incapace di raccogliere e rilasciare risultati dopo i caucus locali di lunedì, la campagna del senatore Bernie Sanders si è impegnata a rilasciare i numeri raccolti da quasi il 40 percento delle assemblee, presentati dai suoi organizzatori.

La campagna di Sanders riporta di aver ricevuto il 29,7 percento dei voti, seguita da vicino dall’ex sindaco di South Bend Pete Buttigieg al 24,6 percento. La senatrice Elizabeth Warren è arrivata al 21,2 per cento, mentre l’ex vicepresidente Joe Biden al quarto con il 12,4 per cento. Sanders ha pubblicato quei numeri poco dopo che Buttigieg ha finito il suo discorso apparentemente trionfante in Iowa. Il partito ha detto che avrebbe rilasciato risultati ufficiali martedì.

Si vede anche da lontano che l’establishment dei “democratici” è in grandissima difficoltà. I precedenti dicono infatti che colui che vince le primarie in Iowa (le prime del percorso che porta alla scelta del candidato per elezioni presidenziali) quasi sempre diventa anche il candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Che possa riuscirci un outsider storico che si proclama “socialista” e chiude i suoi comizi a pugno chiuso deve effettivamente essere uno shock per il partito di Wall Street.

La sortita del giovane Buttigieg, quindi, si spiega con il disperato tentativo di “occupare la comunicazione sui media” mentre si cerca di “correggere” negli scrutini il risultato reale dei caucus. È lui, per il momento, l’unico “cavallo di razza” che possa stoppare la corsa di Sanders, visti i pessimi risultati di tutti gli altri concorrenti, a cominciare dall’ex vice di Obama Joe Biden.

Jeff Weaver, consigliere per la campagna di Sanders, ha spiegato la decisione di rilasciare i numeri in una dichiarazione. “Riconosciamo che questo non sostituisce i dati completi del Partito Democratico dell’Iowa, ma crediamo fermamente che i nostri sostenitori abbiano lavorato troppo duramente per troppo tempo per ritardare tale lavoro”.

La decisione della campagna Sanders di rilasciare i suoi risultati interni è arrivata dopo ore di frustrazione per il Partito Democratico dell’Iowa, la cui app ha contribuito a ritardare la segnalazione dei risultati precisi. Il Partito Democratico dell'Iowa ha tenuto nascosta l’identità dell’azienda che ha creato la sua app, sostenendo che divulgare i dettagli renderebbe l’app vulnerabile agli hacker. Come riportato per la prima volta da HuffPost, l’app è stata costruita da Shadow, una società tecnologica di proprietà di ACRONYM, un’organizzazione no profit digitale democratica che è stata lanciata sulla scia delle elezioni del 2016, proponendosi come una risposta progressiva al dominio repubblicano del campo digitale.

La società ha pubblicato una dichiarazione all’inizio di martedì mattina dicendo che non ha fornito tecnologia allo stato o al partito nazionale, né a nessuna campagna, nonostante il suo fondatore abbia scritto un tweet il mese scorso per celebrare il lancio di Shadow.

La possibile vittoria di Sanders rappresenterebbe un’inversione di tendenza per una campagna che nell’autunno sembra davvero fiacca, mentre Sanders si lanciava nella corsa e veniva subito ricoverato in un ospedale di Las Vegas, per riprendersi da un infarto, mentre Elizabeth Warren stava volando in alto. Ma la mancanza di risultati ufficiali dal Partito Democratico dell’Iowa minaccia di offuscare qualsiasi slancio o declino per ogni singolo candidato.

Avvicinandosi al caucus, la strategia della campagna Sanders si basava sull’elevata affluenza alle urne e, in particolare, nella conversione di non votanti in elettori, quindi ampliando l’elettorato. (Ad una manifestazione nel Queens, a New York, questo autunno, Sanders aveva detto: “La sera del caucus, accendi presto la TV, e se il moderatore ti dice che c’è una grande affluenza, vinciamo. Se ti dicono che c’è un bassa affluenza, perdiamo; è davvero così semplice”).

L’Iowa è il primo test per quella strategia e lo stato ha avuto un’affluenza record. Ma mentre nessun numero ufficiale è stato ancora riportato, i funzionari del partito in Iowa hanno dichiarato che l’affluenza alle urne è stata inferiore rispetto a quella del 2016. I dati interni di Sanders – ancora una volta, che secondo loro hanno riferito di quasi il 40 percento dei caucus – hanno mostrato 87.396 elettori per il primo conteggio di elettori e 79.162 per il conteggio finale.

Il presunto aumento di Buttigieg nel caucus dell’Iowa – e la caduta di Biden – seguono settimane di volatilità nei sondaggi. La scorsa settimana, mentre Sanders è salito, Buttigieg è caduto in una serie di sondaggi, cadendo di otto punti da dicembre, in un sondaggio Emerson nello Iowa, e perdendo due punti nel sondaggio nazionale.

I primi rapporti satellitari sono arrivati ​​su Twitter da singoli caucus, molti dei quali sono focalizzati su collegi elettorali particolari, come i membri del sindacato e i musulmani americani. Sanders sembra fare molto bene tra questi gruppi, anche presso l’Organizzazione della comunità musulmana di Des Moines, dove Sanders ha vinto il 99 percento dei caucus, trasformando 115 persone in una o due persone per altri candidati. In un sito di caucus latino, Sanders ha vinto il 94 percento, secondo un rapporto. Al primo caucus satellite, in una sala sindacale di Ottumwa, Sanders ottenne il sostegno di 14 su 15 frequentatori di caucus, molti dei quali di origine o discendenza etiope.

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30/01/2020

USA - Tutti contro Sanders

A poco meno di due settimane dall’inizio delle primarie per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, è partito nei confronti del candidato considerato più a sinistra di tutto il panorama “mainstream” di Washington un vero e proprio fuoco incrociato di attacchi politici e personali diretti ad affondare una campagna elettorale che continua a fare registrare un certo successo. Contro Bernie Sanders si sono già mobilitati alcuni dei pesi massimi degli ambienti “liberal” americani, a cominciare dal clan Clinton e da alcuni dei media più potenti legati a quel Partito Democratico per cui lo stesso senatore del Vermont è alla ricerca della nomination.

La prima imboscata di rilievo era stata portata a termine la scorsa settimana in collaborazione tra una sfidante di Sanders, la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, e la CNN. La prima, visti anche i suoi indici di gradimento in netta flessione, aveva sostenuto che Sanders, in una conversazione del 2018, le aveva confidato di credere che una candidata di sesso femminile non avrebbe potuto vincere contro Trump nella corsa alla Casa Bianca del 2020.

Opportunamente, la Warren si era assicurata di spiegare che alla conversazione non erano presenti altri testimoni. Sanders, da parte sua, ha negato in maniera ferma di avere espresso questa opinione, definendola assurda alla luce anche dei risultati del 2016 che videro Hillary Clinton superare nettamente Donald Trump nel voto popolare.

La polemica era comunque esplosa sui giornali, gran parte dei quali non hanno perso tempo a inquadrare la vicenda nella campagna, a dir poco strumentale, condotta da qualche anno in nome della parità di genere. Qualche giorno più tardi, la questione è stata poi ripresa e rilanciata per colpire ulteriormente Sanders davanti a una platea di americani ancora più ampia.

Nel corso dell’ultimo dibattito tra i candidati democratici alla presidenza prima dei “caucus” dell’Iowa, la moderatrice della CNN ha chiesto a Sanders della presunta conversazione rivelata dalla Warren. Quando il senatore del Vermont ha negato ancora una volta di avere fatto l’affermazione incriminata, la giornalista del network ha rivolto l’attenzione alla Warren per porgerle una domanda sullo stesso argomento, partendo dal presupposto che Sanders, malgrado la smentita appena espressa, aveva effettivamente sostenuto che una donna non avrebbe avuto chances contro Trump a novembre.

Al termine del dibattito, i due candidati si sono avvicinati e, quando Sanders ha cercato di stringere la mano alla Warren, quest’ultima si è rifiutata. Con i microfoni della CNN debitamente aperti, la senatrice democratica ha rimproverato il collega per averla definita una “bugiarda”. L’acceso scambio di battute è subito rimbalzato sui media americani, creando un nuovo motivo di imbarazzo per Sanders.

Parecchio spazio ha trovato inoltre sui media americani una recente intervista di Hillary Clinton nella quale ha discusso ampiamente del suo sfidante nelle primarie del 2016, clamorosamente manipolate dai vertici del Partito Democratico per favorire l’ex segretario di Stato. L’intervista fa parte di un documentario in uscita a breve e in essa la Clinton spara a zero su un Sanders che, a suo dire, sarebbe disprezzato da chiunque al Congresso. Durante la sua carriera politica, sempre secondo la ex first lady, Sanders “non ha combinato nulla”, mentre egli stesso e il suo staff si distinguerebbero per atteggiamenti “irrimediabilmente sessisti”.

Fermo restando che un attacco da parte di Hillary Clinton, tra i politici più odiati in assoluto negli Stati Uniti, non comporta necessariamente un danno per il destinatario di esso, le parole dell’ex candidata alla Casa Bianca prospettano una sorta di ammutinamento di ampi settori del Partito Democratico nel caso Sanders dovesse conquistare la nomination al termine delle primarie.

Alla domanda se fosse disponibile ad appoggiare il senatore del Vermont in un eventuale confronto con Trump, la Clinton si è infatti rifiutata di rispondere positivamente. Ciò lascia aperta l’ipotesi di un possibile “endorsement”, più o meno esplicito, per Donald Trump. Più probabilmente, se Sanders fosse il candidato democratico per la presidenza, i vertici del partito potrebbero attivarsi per provocare il fallimento della sua campagna elettorale. D’altra parte, in questi ambienti viene visto con maggiore preoccupazione un presidente approdato alla Casa Bianca sull’onda di una mobilitazione popolare attorno a un’agenda progressista rispetto a un secondo mandato del presidente probabilmente più reazionario della storia degli Stati Uniti.

Come spiegato in precedenza, sono anche i media e i commentatori vicini al Partito Democratico a prendere di mira Bernie Sanders. Il New York Times ha ad esempio appoggiato gli attacchi contro quest’ultimo dopo la polemica con la senatrice Warren. Uno dei suoi editorialisti più noti, il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, ha contribuito tra gli altri a gettare benzina sul fuoco, screditando Sanders in seguito a un’altra controversia esplosa durante la campagna.

Krugman ha portato un attacco – decisamente sproporzionato – contro Sanders dopo che quest’ultimo aveva denunciato, del tutto legittimamente, l’ex vice-presidente Joe Biden per alcune sue passate dichiarazioni sulla necessità di tagliare la spesa destinata al welfare dei pensionati americani. Sanders è stato così dipinto come una versione democratica di Trump, intento a “mentire” e a “demonizzare” chiunque non la pensi come lui e “incapace di ammettere di avere torto”.

Sempre il New York Times questa settimana ha dato particolare enfasi alla decisione del suo comitato di redazione di appoggiare ufficialmente per la nomination democratica due candidate donne: la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar e, appunto, Elizabeth Warren. La scelta e i commenti che l’hanno seguita sono significativi e sembrano essere diretti proprio a danneggiare la candidatura di Bernie Sanders.

La Warren è la rivale più immediata di Sanders per la conquista dei consensi della sinistra del Partito Democratico. L’opzione Klobuchar, invece, esprime l’intenzione di sostenere praticamente chiunque non sia Sanders, poiché la senatrice democratica “moderata” è tra i candidati meno conosciuti a livello nazionale e i sondaggi le attribuiscono livelli di gradimento decisamente trascurabili. Anche la stessa decisione di puntare su due donne riflette il tentativo di promuovere le questioni di genere rispetto a quelle economiche e di classe, con l’obiettivo ancora una volta di penalizzare soprattutto Sanders.

Le ragioni di questa offensiva contro il senatore “democratico-socialista” del Vermont sono da ricondurre ai timori per l’evolversi di una campagna elettorale che minaccia di mettere al centro del dibattito le disuguaglianze sociali esplosive, la necessità di un sistema sanitario pubblico e il pacifismo. L’establishment del Partito Democratico, l’industria finanziaria e determinati settori dell’apparato della “sicurezza nazionale” (CIA) sono i principali oppositori di Sanders e, come si è visto in questi giorni e in occasione delle primarie del 2016, faranno di tutto per far naufragare la sua candidatura.

Questo assalto coordinato rappresenta un segnale indiscutibile sia della natura del Partito Democratico e della classe dirigente americana sia del carattere illusorio di una campagna elettorale che pretende di essere “rivoluzionaria”, come appunto quella di Sanders, anche se combattuta sotto le insegne democratiche.

Il 78enne senatore è cioè tutt’altro che “socialista” o “rivoluzionario”, nonostante la retorica elettorale, ma tutt’al più riconducibile a un progressismo che fino a pochi decenni fa risultava perfettamente integrato nella politica ufficiale di Washington. Sanders si era d’altronde affrettato nel 2016 a sostenere Hillary Clinton dopo le primarie e nonostante le manovre attuate nei suoi confronti, contribuendo al dissolvimento pacifico del movimento popolare favorito dalla sua candidatura.

In sostanza, Sanders non costituisce di per sé alcun pericolo per il capitalismo americano, ma ne auspica se mai la riforma per salvarlo dal rischio di una mobilitazione dal basso contro la deriva autoritaria e ultra-classista che interessa gli Stati Uniti. Il suo successo, però, rischierebbe di alimentare pericolose speranze di cambiamento che potrebbero sfuggire di mano e minacciare il controllo quasi assoluto esercitato, per conto e a favore di una ristretta élite, dai due principali partiti politici americani.

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25/07/2018

Lezioni americane: Alexandria Ocasio-Cortez e il socialismo nel Ventre della Bestia

Il 26 giugno di quest’anno, Alexandria Ocasio-Cortez, vince le primarie del Partito Democratico nel 14° distretto di New York, sconfiggendo Joe Crowley, “Pezzo da Novanta” della macchina politica democratica.

Si candida così per elezioni del Congresso di questo novembre, in un contesto in cui: le primarie democratiche SONO le elezioni, specialmente a New York City, come ha dichiarato lei stessa dopo la vittoria in una intervista radiofonica a Daniel Denvir per la “Jacobin Radio”.

La sua vittoria è schiacciante: 57,5% contro il 42,5% del suo avversario, forse la tappa iniziale di una serie di possibili successi di candidati “radicali”: Ayanna Pressley nel Massachusetts, Cori Bush nel Missouri, o ancora Chardo Richardosn in Florida...

Alexandra ha 28 anni, è di origini portoricane – usa il termine “colonialismo” per definire la politica statunitense rispetto all’isola – proviene orgogliosamente dalla working class del Bronx (ha lavorato tra l’altro come educatrice, oltre che cameriera e barista dopo la laurea). Aveva partecipato alla campagna per le primarie di Bernie Sanders due anni prima, percependo allora che i tempi fossero maturi per “sfidare” tra la sua gente l’establishment del Partito Democratico con parole d’ordine, uno stile e un chiaro referente di classe che hanno poi caratterizzato la sua vincente iniziativa politica: una sfida alla Corporate America e a quell’ala del Partito che ne rappresenta più esplicitamente gli interessi.

Conseguentemente, Alexandra sta sostenendo le candidature di esponenti dei “socialisti” all’interno dei Dem in differenti elezioni sul piano nazionale, e la sua vittoria è coeva a quella di Ben Jealous, che sarà candidato per la carica di governatore del Maryland, grazie allo sforzo militante e grassroots degli attivisti di Baltimora (se volete farvi una idea della città, guardate quella che probabilmente è la migliore serie televisiva di tutti i tempi: The Wire).

Questo “terremoto” politico è una conseguenza, da un lato, della delegittimazione del ceto politico democratico a dieci anni dallo scoppio della crisi; dall’altro, dell’azione organizzata di un parte di attivisti di base che stanno sfidando apertamente la leadership del partito, impostando una campagna di strada che ha come risorsa le reti di base, l’autofinanziamento e sfrutta le potenzialità dei social, bussando “porta a porta” e recuperando consenso tra le file di coloro che non vedevano nella “Politica” – tra questi, tanti attivisti di base – una chance di cambiamento per la loro condizione: il coinvolgimento diretto delle persone e la loro attivazione contro le risorse economiche immense, che sembrano però ora trasformarsi in grande boomerang...

We have a movement to build, ha ribadito all’interno dell'intervista per “Jacobin Radio”, chiarendo la natura della sua candidatura e le prospettive di crescita nell’indifferenza degli scontri di potere del Partito Democratico, ma che vuole marcare una decisa inversione di marcia che ne modifichi le modalità di funzionamento e l’agenda politica.

In una “tribuna politica” con il proprio sfidante, incalzata dal suo competitor che, dopo aver dichiarato che in caso di vittoria della A.O-C. l’avrebbe sostenuta alle elezioni domandandole se lei avrebbe fatto lo stesso, lei ha risposto che sarebbe dovuta andare dai suoi “sostenitori”, cioè chi ha concretamente organizzato la sua campagna, per porgli questa domanda: una “rottura” netta con una prassi che ha caratterizzato per certi versi anche la scelta di Sanders di “sostenere” Hillary Clinton alle ultime elezioni presidenziali.

Come ha detto Berny Sanders in una intervista a “Jacobin Radio”, a proposito dei contenuti del programma che i “democratici socialisti” stanno portando avanti – tra cui il raddoppio del salario minimo, cure mediche per tutti, istruzione universitaria gratuita, giustizia fiscale, parità di genere, riforma della legge sull’immigrazione e revisione del sistema penale in senso “progressista” – “puoi etichettare queste cose come vuoi, ma io le chiamo idee di base che riguardano la giustizia sociale, economica, razziale e ambientale. Le persone comuni in America sono con noi rispetto a queste idee”.

Questa declinazione in senso progressista del “populismo”, rischia di attecchire anche tra i votanti repubblicani erodendo la base di consenso di Orange Man, Donald Trump.

Naturalmente l’establishment democratico, e gli organi di informazione che ne sono il megafono, hanno cercato di “depotenziare” il senso della vittoria della Cortez e relativizzarne l’importanza fuori dal perimetro del Bronx; gli stessi articoli ripresi in un maldestro copia-e-incolla dalla stampa nostrana, tranne rare eccezioni.

“Lasciamo che non imparino la lezione” – ha dichiarato Alexandria – “perché le persone, il movimento progressista, il movimento per le working families, il movimento per la giustizia economica, sociale e razziale, il movimento per rafforzare le persone della working class, il movimento per Puertorico, il movimento per Ferguson, il movimento per la riforma della giustizia penale – queste persone stanno ponendo attenzione, QUESTE persone stanno dicendo: Come ha fatto a vincere?”

Il suo significato è stato ben compreso da organi di informazione nord-americani indipendenti come la storica testata progressista: “The Nation”, l’importante canale di informazione “Democracy Now” o la rivista Jacobin Magazine che, per mano di un suo collaboratore – Branko Marcetic – ha “decostruito” pezzo per pezzo la narrazione che i media mainstream hanno dato della sua vittoria in Explaining Away Ocasio-Cortez’s Political Earthquake.

In sintesi, i corporate media che hanno volutamente ignorato la sfida della Cortez fino alla sua vittoria, nonostante alcuni commentatori politici fossero tra i suoi followers – 50.000 in totale su twitter, prima della vittoria – hanno attribuito il suo successo al dato “demografico”, hanno sostenuto la tesi che questo tipo di sfida non fosse esportabile in contesti differenti ed in altri stati, hanno ignorato il fatto che si trattasse di una esponente della corrente “socialista” dei democratici (DSA) dipingendola come una liberal di sinistra – nonostante questa corrente di pensiero sia stata la più feroce critica nei confronti del programma di Sanders – ignorando la campagna di base che è riuscita ad articolare, i contenuti del suo programma e la censura mediatica a cui è stata sottoposta.

Secondo loro, sarebbe stato solo il suo “appeal”, in termini quasi telegenici, a far propendere per il voto ad Alexandra...

Ma uno degli ingredienti della sua vittoria è stato proprio il non comparire nei media mainstream e di non inseguire il suo avversario sul suo stesso terreno, rinunciando alla pubblicità elettorale in senso classico.

La rappresentazione plastica della sfida che ha visto opporsi un maschio bianco di una certa età, navigato politico democratico e una giovane donna latina della working class rende “esteticamente” il senso della contrapposizione tra due mondi sempre più polarizzati; ma l’empatia da sola non spiega quasi nulla e serve solo a rendere intellegibile la sua vittoria “tra la sua gente”, secondo la grammatica della comunicazione politica del circo mediatico, ora particolarmente orientata ad esecrare la sua posizione di condanna di Israele contro le conseguenze dell’occupazione della Palestina.

Se i fattori di classe, razza e genere hanno un senso, lo assumono però all’interno di una visione complessiva “intersezionale” più volte ribadita e rivendicata dalla candidata vincitrice, che esprime il profondo intreccio e l’inestricabilità delle contraddizioni del capitalismo americano, come ha più volte ribadito: “Non si dà questione economica e sociale che non abbia una estensione in termini razziali, così come non c’è questione razziale che non abbia una estensione in termini economici e sociali”.

Se non è prevedibile quale sarà il futuro di questa sfida, è chiaro però che ciò che sta succedendo risulta il sintomo di una chiara inversione di tendenza, non tanto dentro la configurazione politica del Partito Democratico, ma in parti rilevanti della società nord-americana, come del resto aveva rivelato il successo di Bernie Sanders, contro cui l’élite del suo partito aveva concentrato tutte le sue forze per impedirne l’ascesa.

Come avevamo rilevato in un precedente articolo, che commentava un “pezzo” di Massimo Gaggi sul Corriere della Sera dal significativo titolo “Se Marx resuscita nella Silicon Valley”, la vecchia talpa sta scavando ed i contenuti di una politica “socialista” non sono più un tabù per una parte rilevante della popolazione statunitense. Un altro tabù infranto...

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