Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/12/2025
Il grande valzer del Nazareno: Riformisti a Destra, Riformisti a Sinistra, e la svolta che non si muove
Ebbene, mentre i “riformisti di popolo” di Bonaccini si stringono alla segretaria, e i “riformisti-riformisti” (i veri scontenti) si auto-isolano come un collettivo di dissidenza intellettuale, l’osservatore cinico non può che chiedersi: ma la svolta a sinistra, alla fine, ha ottenuto più voti o più freno a mano?
L’ingresso di Bonaccini è stato un esercizio di alto trasformismo moderno, un valzer dove chi prima era il principale sfidante ora è il sostegno più ingombrante. Questa mossa, lodata per l’unità tattica contro Meloni, in realtà cristallizza il problema principale del PD: la retorica della sinistra deve coesistere per forza con la prassi del centro.
I riformisti di Bonaccini hanno portato in dote la loro forza territoriale e la loro aura di “governismo pragmatico”. Ottimo, ma se l’obiettivo della segretaria era quello di rompere con il passato (fiscale, lavoristico, ideologico) del PD, come può farlo ora con una componente così potente e dichiaratamente “attendista” – perché diciamocelo, i governatori si sono schierati in attesa del “dopo Schlein” – che vigila su ogni passo come un severo revisore dei conti?
Il risultato rischia di essere un PD unito nel nome, ma paralizzato nei fatti: una segretaria che parla di trasformazione e una maggioranza che vuole conservazione. Si continua a promettere coraggio contro le disuguaglianze, ma l’ossessione è non fare nulla di troppo sgradito al ceto produttivo, al punto che il fantasma del Jobs Act e la paura di una vera patrimoniale aleggiano su ogni discussione.
Insomma, il valzer è finito. Abbiamo tutti i riformisti al loro posto, la segretaria consolidata, e un avversario esterno (Meloni) che li sbeffeggia perché non hanno un leader, ma due linee politiche che si neutralizzano a vicenda. Un grande successo dell’unità, se solo non significasse che la vera svolta a Sinistra ha appena ricevuto un caloroso benvenuto nella lista delle cose da fare dopo le prossime elezioni. Forse nel 2027. O forse mai.
Fonte
20/09/2024
Emilia-Romagna di nuovo sott’acqua: in 18 mesi Regione e governo non hanno fatto niente!
La prima pioggia stagionale ci mostra un territorio ancora fragile, in cui in 18 mesi di promesse e proclami non è stato fatto assolutamente nulla per metterlo in sicurezza. Di fronte a una crisi climatica sempre più palese, il governo Meloni continua con il negazionismo climatico, mentre abbiamo visto un vergognoso gioco delle tre carte per cui i soldi per gli alluvionati della Romagna venivano trasferiti agli alluvionati della Toscana, per cui i “ristori” arrivano poco e in ritardo, per cui si fa fatica a ricordare cosa abbia fatto Figliuolo se non grandi passerelle.
Dall’altra parte Bonaccini ha sprecato mesi nella lotta per cercare di diventare commissario alla ristrutturazione salvo poi accettare supinamente la nomina del generale Figliuolo e poi staccare un biglietto gratis per il Parlamento Europeo. E mentre la Regione proclamava “consumo di suolo zero”, si procedeva a continuare a consumare suolo, con un modello di sviluppo basato su logistica ed edilizia, mentre la vera grande opera necessaria è la desigillazione di vaste porzioni di terreno che nei decenni sono state divorate dal cemento.
Oltre all’Appennino, il territorio maggiormente colpito è il ravennate: Ravenna, da questo punto di vista, non si tira indietro, rimanendo ogni anno stabile sul podio delle province che consumano più ettari di suolo, seconda solo a Roma.
Eppure, subito dopo l’alluvione, il sindaco De Pascale, oggi candidato PD alla presidenza della regioni in piena continuità con Bonaccini, rispose agli ambientalisti che criticavano la cementificazione selvaggia dicendo che “prima i comunisti come mio nonno abbracciavano l’innovazione per bonificare, spaccandosi la schiena, adesso gli ambientalisti vorrebbero bloccare tutto” chiedendo quindi “è più importante salvare vite umane o preoccuparsi di questioni come la nidificazione nei fiumi o la difesa di alberi e nutrie?”
De Pascale riesce a fare un contrattacco incredibile: l’alluvione non è colpa della cementificazione, ma degli ambientalisti e delle nutrie.
Non si possono ripetere le scene del 2023, quando migliaia e migliaia di volontari hanno ripulito la Romagna mentre i mezzi del genio militare sono rimasti fermi nelle caserme – o peggio, impegnati nelle esercitazioni della NATO – e le autorità locali col sindaco di Ravenna De Pascale in testa hanno anche espresso fastidio per le persone che accorrevano da tutta Italia.
Chi ha avuto la città sommersa dal fango e i “burdel del paciugo” lo sanno bene: da parte dello Stato sono stati messi a disposizioni pochi mezzi e pochi uomini della Protezione Civile, e dei famosi “mezzi pesanti” militari non s’è vista neanche l’ombra. Quando lo abbiamo denunciato con un presidio in Piazza del Popolo a Ravenna, ci siamo presi anche dei decreti penali di condanna.
Esprimiamo ancora la nostra vicinanza a tutte le persone che in questi giorni sono colpite da alluvioni e inondazioni. Nei prossimi giorni teniamoci pronti perché le retoriche incrociate di regione e governo nazionale non possono più nascondere il disastro continuo!
Il comunicato di Federico Serra, candidato presidente con la lista “Emilia-Romagna per la Pace, l’Ambiente e il Lavoro”.
Dopo 16 mesi siamo di nuovo sott’acqua: è il fallimento di tutta la classe politicaFonte
Abbiamo passato la notte con una grande apprensione per questa nuova alluvione, che sembra non essere ancora finita. Leggiamo sui giornali già più di 1000 sfollati, ma stiamo anche sentendo la fatica e la frustrazione dei cittadini che hanno vissuto per più di un anno con la paura di una nuova alluvione, che si trovano a rivivere lo stesso incubo. È importantissimo in questo momento di emergenza che si faccia tutto per la sicurezza dei cittadini. Da domani dovremo rimboccarci le maniche per tornare a spalare il fango.
Ma, oltre la solidarietà, dobbiamo dire subito una cosa: tutti i cittadini che sono stati colpiti a maggio 2023 per più di un anno hanno dovuto sistemare da soli le proprie case, quelle dei loro vicini e del quartiere, fino a pulire le strade e le frane, ma si sono anche fatti sentire organizzando comitati e manifestazioni, per lanciare un grido di allarme che il rischio di una nuova alluvione era un pericolo più che probabile. Tutti questi cittadini sono stati abbandonati da tutta la classe politica, e ancora peggio sono stati presi in giro.
Abbiamo assistito a un anno di balletti, propaganda e bugie sia da parte del Governo Meloni sia da parte della Regione. Il governo Meloni nega il cambiamento climatico, e i fondi che dovevano arrivare per gli alluvionati con il commissario Figliuolo sono stati una minima parte dei danni reali, mentre una parte dei soldi sono stati spostati per l’emergenza in Toscana.
Da parte della Regione possiamo vedere anche come la staffetta del PD Bonaccini-De Pascale abbia fatto poco o niente per la messa in sicurezza del territorio, e lo vediamo tristemente oggi, mentre si è fatto finta di nulla sulla tremenda legge cosiddetta “consumo di suolo zero” che in realtà ha dato il permesso a una cementificazione selvaggia che continua a divorare terreno, e in questo De Pascale ha già le sue responsabilità: Ravenna è la seconda città per consumo di suolo, seconda solo Roma.
Serve costruire un futuro diverso che l’attuale classe politica ci vuole negare. Serve una legge vera per fermare il consumo di suolo, serve un piano di intervento per la messa in sicurezza di fiumi e canali, serve il reindirizzamento delle politiche e dei fondi dalle grandi opere inutili inquinanti alla manutenzione dei territori.
03/06/2023
Fanghi velenosi e narrazioni tossiche: sulle alluvioni in Emilia-Romagna
«L’acqua rosica anche il ferro.»
(Proverbi delle terre del Delta padano)
Mentre, dopo lo shock, ci si rende conto della gravità fuori scala di quel che è accaduto e sta accadendo in Emilia-Romagna, è necessario mettere in fila e smontare le retoriche a cui è ricorsa la classe dirigente della regione dai primi di maggio, fin dalle prime ore di alluvione.
Qui useremo l’espressione «classe dirigente» in un’accezione ristretta, per riferirci ad amministratori e amministratrici del PD.
Certo, in Emilia-Romagna non governa solo il PD, ci sono anche giunte di destra dichiarata, caratterizzate da politiche, superfluo dirlo, bieche. Nello specifico, spargono cemento quanto Bonaccini, Lepore o De Pascale. Del resto, basta vedere la situazione in Lombardia e Veneto, dove governano quasi ovunque. Su quel piano, la sola differenza è che la destra agisce con meno ipocrisia, meno lavaggi-in-verde.
Ad ogni modo, la destra dichiarata in Emilia-Romagna è ancora l’eccezione, mentre il PD è la regola. Oltre a essere forza di pregresso – discende in linea diretta dai partiti (PCI, PDS e DS) che hanno amministrato il territorio per una sessantina d’anni – il PD governa la Regione, il capoluogo di regione con la sua Città metropolitana, sette capoluoghi di provincia su nove con le relative Province, e la maggior parte dei più di trecento Comuni.
Il PD è dunque, senza alcun dubbio, il principale referente politico dell’economia reale emiliano-romagnola. Rappresenta precisi interessi economici, gli stessi che hanno devastato ambiente e territorio con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi.
Per capire il tracollo del “modello emiliano-romagnolo” sotto una distesa di fanghi tossici, è al PD e al suo mondo – il sistema delle cooperative e delle partecipate, il sottobosco di associazioni parapartitiche, gli intellettuali saprofiti,
gli alleati-subordinati fintamente «più a sinistra», i «movimentisti»
integrati con tanto di centri sociali di sottogoverno ecc. – che bisogna
guardare.
È necessario, prima di tutto, smontare un po’ di cornici narrative. Troppo spesso si invoca una «manutenzione» che in realtà è manomissione,
e si parla di «messa in sicurezza del territorio» intendendo altre
infrastrutture, altri disboscamenti. Si parla di «ripartire», si
scaricano le responsabilità su capri espiatori, ci si rifà al
«cambiamento climatico» come se si parlasse di una fatalità.
1. Cementificazione: negare l’evidenza
In molte interviste e prese di posizione su Facebook – la loro vera “sede istituzionale” – svariati esponenti della classe dirigente regionale hanno negato l’evidenza, fingendo di non aver approvato colate di cemento e sostenendo che la famigerata legge regionale n.24 del 2017 «ha già impedito nuovi insediamenti per oltre 11mila ettari». Lo hanno detto, in primis, il presidente Stefano Bonaccini e l’assessora regionale alla programmazione territoriale Barbara Lori.
Chi ha seguito l’iter di quella legge – più volte emendata, tre volte prorogata e scritta in modo da consentire ampie deroghe – sa che ogni numero a essa riferito va preso con le pinze. Capire cosa si sia tutelato è quasi impossibile, dato che la maggior parte delle cementificazioni sfugge ai rilevamenti. Come ha scritto l’urbanista Paolo Pileri:
«l’Emilia-Romagna si è costruita una legge urbanistica talmente ingannevole da autoprodursi assoluzioni come quella che si può vedere sul sito della città metropolitana di Bologna dove, come per incanto, dal 2018 fino a oggi i consumi di suolo sono magicamente diventati zero. Ma non perché hanno smesso di consumare (tutt’altro), solo perché hanno manomesso le definizioni urbanistiche al punto tale da riuscire a non conteggiare più le cementificazioni e risultare così tutti virtuosi e contenti per legge, non per virtù.»
La legge 24/2017 – frutto di un compromesso al ribasso con le lobby dell’edilizia che spadroneggiano in regione – lascia ampio spazio a ogni sorta di gabole e aggiustamenti, di deroghe e svicolamenti, e il risultato si vede, ce l’abbiamo davanti ogni giorno. Tra gli altri, lo ha spiegato molto bene l’urbanista Gabriele Bollini, docente di Pianificazione e progettazione sostenibile all’Università di Modena e Reggio Emilia, in recenti interviste rilasciate a diversi media, tra cui il Fatto Quotidiano, Radio Città Fujiko e Il manifesto.
In soldoni: la legge ha fissato un tetto per ulteriori consumi di suolo da qui al 2050, che in ogni Comune non dovrebbero superare il 3% del territorio urbanizzato calcolato al 2017. In questo modo, si dice, nel 2050 si arriverà al «consumo di suolo a saldo zero».
Solo che, a tutt’oggi, nella maggior parte dei Comuni quel limite non è ancora scattato, vuoi perché le amministrazioni ritardano a bella posta l’approvazione del loro Piano Urbanistico Generale (PUG), vuoi perché la Regione ha prorogato tre volte l’entrata in vigore della legge. Proroghe giustificate in vari modi, non ultima la necessità della «ripartenza dopo il Covid». L’emergenza-pandemia torna sempre buona.
E cosa succede mentre il limite non scatta? Succede che si divora suolo in deroga. E così, allo scattare del limite, il 3% di suolo che i Comuni potranno consumare andrà ad aggiungersi a quello che hanno cementificato nel frattempo. Essendo fuori dai PUG e in anticipo sul limite fissato, quel consumo di suolo sfugge alle maglie della legge, non risulta. Anche grazie a questo, chi difende la 24/2017 potrà rimuovere il contesto reale e sbandierare “grandi risultati” del tutto farlocchi.
Il processo va avanti a una tale rapidità che, come avvertiva Legambiente nel 2022, «allo scattare del limite del 3% rischieremo paradossalmente di non avere più suolo consumabile.»
Ma anche se il limite al 3% fosse una cosa seria (e non lo è), sarebbe aggirabilissimo grazie all’articolo 53 della legge stessa, che permette deroghe «per l’approvazione di progetti relativi ad opere pubbliche o di interesse pubblico di rilievo regionale o locale».
Inutile dire che molte «opere pubbliche» sono Grandi Opere del genere Dannoso, Inutile & Imposto (GODII), e che «interesse pubblico» può voler dire tutto e niente.
Nella vaga definizione all’articolo 53 rientrano anche i grandi «poli logistici», nell’ultimo decennio tra i massimi responsabili del consumo di suolo in val padana. L’Emilia-Romagna è la regione con la maggior superficie assoluta di terreno sacrificato alla logistica, e si continua imperterriti. A causa della logistica, una vera e propria alluvione di cemento – che potrebbe essere concausa di alluvioni vere e proprie – sta investendo il territorio piacentino, come mostra Pileri in un articolo su Altreconomia di qualche giorno fa.
Mentre
il fango invadeva strade e case, la classe dirigente è scattata come un
sol uomo a negare tali evidenze, dire il contrario di quel che avrebbe
senso dire, indicare capri espiatori umani e non.
Poi qualcuno deve aver capito che così era troppo, e si è sentita
qualche vaga concessione, sì, in effetti c’è «troppo cemento» – detta
come se fosse arrivato da solo – e «bisogna ripensare il territorio»,
frase che non impegna e va bene per ogni stagione, proferita da
amministratori che un minuto prima e un minuto dopo dicono: «avanti coi
cantieri».
2. Dare la colpa ad «ambientalisti» e «animalisti»
Prendiamo a esempio il sindaco di Ravenna Michele De Pascale. Dichiarazione dopo dichiarazione, costui è parso combattere una crociata personale contro «gli ambientalisti» che gli impedirebbero di far tagliare gli alberi in riva ai fiumi – cosa per lui buona e giusta – e «gli animalisti» che a suo dire lo avrebbero «minacciato» per «difendere le nutrie» – secondo lui la causa principale del cedimento degli argini, come per il suo collega di Massa Lombarda Daniele Bassi erano gli istrici.
Secondo De Pascale – lo ha ripetuto in decine di interviste – la cementificazione non c’entra: il disastro c’è stato perché l’acqua è «venuta giù dai monti», come i nani dei Loacker, e la piana romagnola è un catino sotto il livello del mare.
A quanto pare, il primo cittadino del capoluogo di una delle province più cementificate d’Italia trova ininfluente che la piana romagnola sia in gran parte sprawl, zona di neourbanizzazioni incontrollate, e che si sia edificato praticamente nei fiumi.
Un plastico esempio lo ha fatto Bollini: il condominio «Casa sul fiume», in via De Gasperi 115, a Faenza (RA). Si chiama così perché costruito letteralmente nell’alveo della piena monosecolare del Lamone, uno dei fiumi esondati nei giorni scorsi. Il condominio – si sarà già capito – è stato travolto, coi suoi trentasei appartamenti e quarantacinque garage sotterranei.
Del resto, come abbiamo già ricordato, l’Emilia-Romagna è la prima regione per consumo di suolo in aree ad alta e media pericolosità idraulica.
È questo sprawl che l’acqua ha travolto. Se ad allagarsi fosse stato un territorio più libero di respirare e meno sigillato, forse ci sarebbero stati danni alle coltivazioni, ma avremmo avuto meno distruzioni, tragedie e lutti.
Soprattutto, avremmo evitato molte delle conseguenze ambientali e sanitarie di cui ci rendiamo conto ora dopo ora. Le distese di fango che ancora ricoprono parti di Romagna sono un miscuglio di liquami di fogna; sostanze inquinanti e velenose che la piena ha trovato in fabbriche, magazzini e stazioni di servizio; detersivi e altri prodotti chimici strappati alle case; rifiuti scaraventati fuori da cassonetti e cestini; carcasse in putrefazione di migliaia di animali morti negli stabilimenti zootecnici; plastica che diverrà microplastiche, e chissà cos’altro. Tutta roba che presto o tardi finirà in mare o percolerà nelle falde. Cementificazione vuol dire anche questo.
Quanto
ai fiumi, troppo comodo dire: i monti stanno in alto e il fondovalle in
basso e quando piove forte l’acqua viene giù. «Grazie al cazzo» è la
prima risposta che viene in mente. Diamo un’occhiata a come sono stati
trattati, quei monti e quei fiumi esondati con tanta violenza, e
qualcosa in più capiremo.
Prima, però, una riflessione di carattere più generale.
3. Vivere su una terra di cui non si sa niente
Nella bassa emiliano-romagnola, che è tutta pianura alluvionale e in gran parte terra di bonifiche, è esistito per secoli un sapere diffuso, un sapere pratico legato al governo delle acque, derivante dalla consapevolezza di vivere in un territorio sempre in bilico.
Nel 1996, nella premessa al suo Storia delle campagne padane dall’Ottocento a oggi, lo storico Franco Cazzola – uno dei più profondi conoscitori del territorio bassopadano – descriveva quella che era ormai ex-campagna e, dopo aver ricordato l’alluvione del Tanaro nel novembre 1994, con lungimiranza scriveva:
«I potenti mezzi messi a disposizione della tecnica, per quanto avanzati possano essere, non riescono oggi, a mantenere in vita o a ricostituire quel grande patrimonio collettivo di saperi della terra e dell’acqua, quella preordinata e quotidiana accumulazione di lavoro umano nella costruzione del paesaggio agrario che aveva fatto delle campagne padane, sia pure nel quadro di un permanente e lacerante conflitto sociale, uno dei punti più avanzati dello sviluppo agricolo europeo. Erano stati da sempre gli agricoltori, i mezzadri, e i miserabili braccianti della valle padana i più validi controllori del grande fiume e della straordinaria rete di acque che a esse affluiscono. Una volta venuta meno la loro vigile presenza, ossia nel momento in cui queste terre hanno cessato di essere campagna, la straordinaria artificialità dell’ambiente agrario padano può tradursi repentinamente in un grave pericolo per gli uomini e per le cose. Forse è proprio questo il messaggio (o l’avvertimento, o il presagio) che il lettore potrà agevolmente rintracciare in gran parte dei dispersi studi che oggi ho preso l’ardire di riproporre uniti»
Quasi trent’anni dopo, possiamo dire che quel «messaggio o avvertimento o presagio» non l’ha ascoltato nessuno.
Un tempo gli abitanti delle campagne emiliane e romagnole sapevano distinguere un canale di scolo da uno di irrigazione, capivano a occhio se un argine era malmesso, sapevano come rafforzarlo, sapevano dove non costruire ecc.
Finito quel mondo, la trasmissione di quei saperi si è interrotta, e la consapevolezza della precarietà del territorio è svanita. Oggi l’abitante medio dello sprawl-che-fu-campagna dà per scontato il paesaggio che ha attorno, mentre scontato non è, e non conosce il regime delle acque che plasma il territorio in cui vive. La maggior parte della gente non sa nemmeno come si chiami il canale che passa accanto a casa, non ha la minima contezza del rischio idraulico in questa o quella zona, non si fa domande vedendo edificare sulla riva di un fiume e così via.
D’altra parte, anche i tecnici, che qualche sapere lo custodiscono ancora, spesso non sono coordinati tra loro, fanno parte di società private che oggi vincono un appalto e domani passano la mano, si trovano a occuparsi di situazioni frammentate, con competenze frammentate, con il risultato che le conoscenze individuali non riescono a contrastare l’ignoranza collettiva.
Tale ignoranza rende inclini a credere a pseudospiegazioni, ad accettare capri espiatori umani, animali e vegetali.
Nell’ambito della sua polemica contro «gli ambientalisti», De Pascale ha rilasciato un’intervista all’ultraliberista Porro, nella quale ha dichiarato:
«In natura i fiumi esondano. Se non si vuole che accada, allora bisogna fare gli argini con la logica delle opere pubbliche e non con la logica degli spazi naturalistici».
Il frame è quello della «pulizia dei fiumi», espressione con cui lui e troppi altri intendono l’abbattimento degli alberi lungo le rive.
Ebbene, se il criterio è quello, allora i fiumi di Emilia e Romagna sono tra i più “puliti” che si possano vedere.
Proprio questo è il problema.
4. Denudare gli argini: l’eccidio della flora ripariale in Emilia-Romagna
Negli ultimi anni, in Emilia-Romagna, la vegetazione ripariale è stata sterminata. Non sapremo mai se il numero di alberi abbattuti sia nell’ordine delle decine o delle centinaia di migliaia. Di certo, è stata un’immane strage. Che ha avuto e avrà ancora esiti tragici.
L’aggressione più intensa è avvenuta nel biennio 2020-2021. Mentre si pensava quasi solo al Covid, la Regione ha commissionato a ditte private l’abbattimento di una vasta moltitudine di alberi. L’assessorato competente era quello ad «ambiente, difesa del suolo e della costa, protezione civile». All’epoca, su quella poltrona sedeva Irene Priolo, già assessora alla mobilità del Comune di Bologna, oggi vicepresidente di regione.
Le linee guida regionali sulla manutenzione dei boschi ripariali (qui in pdf) dicono, in buona sostanza, che bisognerebbe andarci cauti, intervenendo sulla biomassa vegetale solo se intralcia il deflusso, rimuovendo più che altro alberi morti o moribondi ecc. Invece nel 2020-2021 si è abbattuto e rasato tutto, si sono denudati gli argini. C’è chi lo ha denunciato e la vicenda è finita anche sui giornali, tanto che Priolo si è dovuta difendere, ma il dibattito si è spento in un lampo – in quel periodo l’attenzione era distolta dalla «caccia al novax» – e si è proseguito come prima.
Credendo così di «risparmiare denaro pubblico», gli enti locali commissionano interventi di «pulizia» sempre più drastici, «così per una decina d’anni non ci si pensa più».
Dal canto loro, le ditte a cui è affidato il lavoro hanno tutto l’interesse a tagliare il più possibile, perché il legname rimane a loro e viene venduto alle centrali a biomasse.
L’odio per il verde spontaneo
I profitti dei privati sono il movente diretto degli abbattimenti, ma a dare la possibilità a quei privati di fare tutto questo è la politica, e qui tocca riscontrare che la classe dirigente padana in genere ed emiliano-romagnola in particolare è animata da un feroce odio per gli alberi.
Lo ha dimostrato innumerevoli volte. Gli alberi li tollera in moderata quantità, a scopo ornamentale, solo se disposti in filari come soldatini, magari coi fusti circondati da lastroni di cemento, e se non si “allargano” dal posto assegnato. E infatti ne reprime l’allargamento ogni volta che può, e li abbatte se le radici, com’è normale, premono da sotto e gonfiano l’asfalto.
«Gli alberi, le erbe e ogni cosa che cresce o vive sulla terra appartiene solo a se stessa» (J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli). Indifferenti a questo monito, i nostri amministratori vivono come vilipendio l’esistenza di vegetazione che “faccia per proprio conto”, che non sia normatissima, che sfugga al loro controllo.
È una questione di “decoro”, come l’erba rasata a fil di suolo, un assurdo che non solo stermina gli insetti impollinatori e danneggia gli ecosistemi, ma in tempi di siccità espone il suolo al calore eccessivo, lo secca e lo rende incapace di assorbire l’acqua delle precipitazioni che verranno.
La “vendetta” dei fiumi
Tornando alla flora ripariale distrutta: cosa succede a un argine “pelato” in quel modo?
Lo vediamo bene nel video che mostra l’esondazione dell’Idice e la completa distruzione del ponte della Motta, a Molinella di Budrio (BO).
Dopo aver visto il video, il naturalista Fausto Bonafede ha scritto e fatto circolare questo commento:
«Nel filmato, in ottima definizione, si vede che, l’Idice è completamente privo di vegetazione in quel tratto (si vede meglio nel tratto a valle del punto di rottura dell’argine); in questa situazione l’idice, ha “mangiato” mezzo argine (una massa solida imponente) per un lunghissimo tratto che comprende anche il ponte; poi la forza e la massa enorme di acqua ha rotto l’argine poco a valle del ponte crollato. Se a monte e a valle del ponte ci fosse stata la vegetazione ripariale, l’idice sarebbe uscito dagli argini ma non si “mangiava” le sponde di terra e il ponte probabilmente non crollava. L’erosione delle sponde e il trasporto solido aumentano con la velocità e la massa d’acqua in gioco. Se il fiume è “pulito” aumenta la velocità dell’acqua e la sua forza erosiva. Quando sulle sponde poggia un ponte, una strada o costruzioni sono guai seri documentati dal filmato. La “pulizia” generalizzata dei corsi d’acqua non ci mette al riparo dal disastro di questo giorni che è sotto gli occhi di tutti. Qui l’Idice era “pulitissimo”! […] il taglio della vegetazione deve essere effettuato in modo localizzato tenendo conto del tipo di corso d’acqua interessato; prima di tagliare la vegetazione ripariale è necessario valutare bene le caratteristiche di ogni corso d’acqua e l’effetto erosivo causato dalla diminuzione della scabrezza in seguito al taglio della vegetazione.»
Un altro fiume appenninico che attraversa il territorio bolognese è il Savena. Ebbene, il Savena si è gonfiato ma nel tratto extraurbano ha tenuto. È esondato nella periferia est della città, a San Lazzaro e Rastignano, e in un punto ha rotto in modo clamoroso: presso il parco del Paleotto, dove a novembre-dicembre si era disboscato in modo forsennato, 1157 alberi distrutti per insediare il cantiere del Lotto 2 del Nodo di Rastignano, opera stradale collegata al Passante di Bologna.
Il 5 gennaio, sul Fatto Quotidiano Linda Maggiori aveva scritto:
«a Bologna, una parte del Parco del Paleotto sparisce sotto al cemento e la stabilità dei versanti del fiume viene irrimediabilmente compromessa, con le auto a passare sull’argine del fiume. E se malauguratamente, come sempre più spesso accade, dovesse verificarsi una bomba d’acqua, con conseguenti frane o esondazioni, trascinando le auto del “Nodo” nel gorgo di fango, contro chi si urlerà? Contro la “natura assassina” o contro i politici assassini?»
Il 17 maggio il cantiere è stato annichilito. La superiore ratio del fiume ha momentaneamente sconfitto l’irrazionalismo organizzato e la hybris cementizia.
In un comunicato stampa, l’associazione Santa Bellezza ha espresso la posizione più giusta: «Pretendiamo che il cantiere del Nodo di Rastignano non venga mai più riaperto.»
Ma il colmo è quando gli abbattimenti servono a fare greenwashing, come nei casi di certi «percorsi cicloturistici».
5. Paradosso di una «ciclovia»: eliminare il verde per essere green
Nei giorni scorsi sono circolate alcune foto di Bonaccini in bicicletta, seguito da altri esponenti della classe politica locale. Era il 23 aprile ultimo scorso e il governatore stava inaugurando la nuova «Ciclovia del Senio», a Castelbolognese (RA), costata 620mila euro.
«Attraverso questi nuovi percorsi», dichiarava in quell’occasione, «rafforziamo e valorizziamo il territorio in un’ottica sempre più sostenibile dal punto di vista turistico e ambientale.»
Due settimane dopo, il 4 maggio, la ciclovia è stata spazzata via in diversi tratti insieme all’argine su cui passava e su cui, con tutta probabilità, non sarebbe mai dovuta passare.
O meglio, ci sarebbe anche potuta passare, se l’argine fosse stato in salute anziché compromesso da ripetuti disboscamenti. Gli ultimi dei quali, plausibilmente, eseguiti proprio per realizzare il «percorso di 10 chilometri ricco di spunti naturalistici e culturali», come recita il comunicato della Regione.
Il
territorio bolognese è interessato da altri progetti di ciclovie,
segnatamente lungo il Reno: la Ciclovia del Sole, parte del tracciato
EuroVelo7, e la Ciclovia del Reno. Sarebbe importante fare inchiesta su
quel che accade lungo quei tracciati. Ci sono giunte testimonianze di
svariati abbattimenti.
In ogni caso, il problema sta nel ragionare in termini di ulteriori infrastrutture. Le vere ciclovie esisteranno quando avremo liberato le strade dalle auto.
6. Le trappole dell’eccezionalismo
Si è anche tentato di far passare per «negazionista climatico» chi fa notare che ci sono precise responsabilità politiche. Ennesima riprova di quanto diciamo da tempo, cioè che il concetto di «negazionismo», da anni stiracchiato in ogni direzione, non ha più alcun valore euristico, alcuna spendibilità in un discorso serio.
Certo, far notare che «clima» non significa iazza o accidente del destino disturba il PD e i suoi alleati, che cercano di usare il clima come attenuante quando invece è un’aggravante.
È stato surreale sentire, tutt’a un tratto, lezioncine sul «globbal uorming» da Bonaccini, difensore degli interessi economici più climalteranti che si possano immaginare. Uno che tutela lo status quo più inquinante, esalta la Motor Valley – o piuttosto la Tumor Valley – emiliana, fa l’apologia dei rigassificatori e pensa che la siccità in montagna comporti come problema principale non la mancanza d’acqua ma l’impossibilità di sciare, per questo vorrebbe utilizzare «cannoni sparaneve hi-tech» che imbianchino le piste «anche col caldo». Peccato che ciascuno di quei cannoni consumi (sperperi) sessanta litri d’acqua al secondo.
La maggiore intensità delle piogge in periodi sempre più brevi è senza dubbio parte del cambiamento climatico, ma bisogna stare attenti a una certa retorica eccezionalista, anche quando sposata in buona fede. I danni che può fare li abbiamo già visti durante la pandemia.
Il precedente: l’eccezionalismo durante il Covid
Nella primavera 2020 qualcuno provò a far notare che se il sistema sanitario lombardo era crollato subito, con immediate ripercussioni su quello “nazionale” (in realtà aziendalizzato su base regionale), era perché lo avevano devastato anni di tagli, di privatizzazioni, di smantellamento della medicina territoriale, dunque andava subito messa in agenda la lotta per invertire quella rotta in tutta Italia.
Chi aveva già sviluppato la visione virocentrica – cioè pensava che si dovesse parlare solo ed esclusivamente di quant’era pericoloso il virus – si impuntò su una risposta standard: anche un sistema sanitario pubblico, universale ed efficiente sarebbe stato messo in crisi dalla pandemia, perché una cosa del genere non s’era mai vista ecc. ecc.
Può anche darsi, non abbiamo il controfattuale, però a noi risulta ovvio che un conto è crollare nel giro di pochi giorni come accaduto, altro conto è reggere l’urto più a lungo, con più tempo e più margine per organizzarsi in altri modi, e soprattutto con più risorse a disposizione.
A un certo punto – molto presto – chi parlava di sanità pubblica e ricordava la situazione già compromessa che il virus aveva trovato, fu tacciato di «negazionismo del virus». Il virocentrismo aveva ristretto il focus e la visuale. La sanità pubblica e le responsabilità di chi l’aveva devastata uscirono da ogni discorso, per non rientrarci più.
A sostituire quei necessari discorsi fu un’adesione acritica all’Emergenza, un feticismo dei provvedimenti governativi e di quelle che Leonardo Sciascia avrebbe chiamato «operazioni di parata», cioè tanto appariscenti quanto inutili allo scopo dichiarato. Operazioni non solo discutibilissime sotto l’aspetto epidemiologico, ma diversive rispetto alle responsabilità politiche e alle cause sistemiche della situazione: coprifuoco, droni a sorvegliare i boschi, elicotteri a inseguire passeggiatori solitari sulle spiagge, decaloghi su chi potevi portare al pranzo di Natale, obbligo di mascherina all’aperto ecc. L’elenco sarebbe lunghissimo.
L’esito è stato che tagli e privatizzazione della sanità continuano, e la pandemia è stata l’occasione di una grande ristrutturazione capitalistica basata su «resilienza» e «ripartenza», con le stesse logiche di prima al quadrato.
Ora riscontriamo lo stesso approccio, per fortuna meno diffuso e con minore presa, da parte di una certa sinistra dabbene.
Eccezionalismo e nubifragi
Alle critiche incentrate sul consumo di suolo, l’urbanizzazione selvaggia, le grandi opere inutili, c’è chi ribatte che con piogge così anche un territorio meglio gestito avrebbe subito danni e ci sarebbero stati morti, perché si tratta di precipitazioni eccezionali ecc.
Anche in questo caso, un conto è un territorio che si disintegra all’istante e vomita acqua e fango in vaste aree, altro conto è un territorio che regge l’urto in più punti e più a lungo. Più aree vengono risparmiate e più tempo c’è di organizzarsi, soprattutto se ci sono più risorse da utilizzare.
Dopodiché, è necessario specificare che si tratta di eccezionalità relativa, non assoluta. In parole povere: i nubifragi si fanno più intensi, ma non sono una novità di questi anni. Piogge forti e di più giorni a primavera sono nelle memorie di molti di noi, sono registrate tanto negli Annali idrologici quanto nell’arte e nella cultura popolare, sono documentate negli archivi dei giornali. Provate a fare la ricerca con «pioggia record», «pioggia millimetri», «nubifragio» e altre chiavi del genere nell’archivio storico de La Stampa.
Se diciamo che un nubifragio è di per sé una manifestazione del «nuovo clima», non solo ci esponiamo a facili smentite, ma credendo di parlare di clima restiamo in realtà sul piano del meteo, del tempo che fa.
Invece, proprio gli archivi possono mostrarci in cosa consista la crisi climatica. Consultandoli, si vede bene l’interazione di due processi che in realtà sono lo stesso: l’impatto di piogge sempre più forti e concentrate – dopo lunghi periodi di siccità – è direttamente proporzionale alla crescente cementificazione del territorio, a sua volta parte di un modello di sviluppo fortemente climalterante.
7. Bona lé tirare in ballo il terremoto del 2012
Una narrazione scattata fin da subito e divenuta onnipervasiva soprattutto nei media locali è quella basata sulla similitudine tra le alluvioni di oggi e il terremoto in Emilia del 2012. Narrazione che non ha contestato quasi nessuno, ma che è tossica da qualunque parte la si guardi.
Una classe dirigente non ha responsabilità di un evento tellurico. Casomai ce l’ha di come viene gestito il territorio dopo, di come viene impostata e realizzata – o non realizzata – la ricostruzione. Nel caso del post-sisma emiliano, la narrazione è trionfalistica: e quanto siamo stati bravi, e quanto siamo stati fighi ecc. Attivare il frame discorsivo «l’alluvione come il terremoto» serve dunque a dire: «son cose che capitano, prima non ci si può far niente» – falsissimo, perché questo disastro ha colpe precise e individuabili – e «ne usciremo da fighi quali siamo».
Come ne usciremo? Ovvio: «ricostruendo tutto».
No. Come ha detto Pileri intervenendo sabato 27 maggio all’assemblea popolare in piazza del Nettuno a Bologna, più che la ricostruzione serve la «de-costruzione».
«Decementificare, decrescere e rinaturalizzare, senza più aggiungere un solo centimetro cubo di cemento o asfalto», ha giustamente scritto Alex Giuzio.
Un altro effetto del paragone col terremoto è attenuare la gravità della situazione odierna e futura. Non solo le alluvioni hanno fatto molti più danni del sisma, danni le cui conseguenze dureranno ben più a lungo, ma mentre il terremoto è un evento raro – la bassa emiliana ne ha subito uno nel 1570 e il successivo nel 2012 –, le alluvioni si verificano sempre più spesso, quasi ogni volta che piove forte.
8. Il suprematismo emiliano-romagnolo ha rotto i maroni
Dopo le alluvioni di metà maggio è tornato a manifestarsi il più tronfio suprematismo emiliano-romagnolo.
A un certo punto è diventato virale – ripreso anche da Gramellini, che non si fa mai scappare nessun cliché – un breve elzeviro, un’apologia del sistema-Emilia che cominciava così:
«L’Emilia-Romagna è quel pezzo di terra voluto da Dio per costruire la Ferrari».
E poteva sembrare scherzoso, volutamente iperbolico, ma conosciamo i nostri polli: non è così. Ci credono davvero.
A seguire, infatti, ci si vantava in maniera spropositata di più o meno tutto quello che ha distrutto il territorio, esattamente l’economia reale e l’approccio devastante da “crescita infinita”, il culto del “fare” purché si faccia che andiamo denunciando da anni: viva l’automotive, viva gli allevamenti intensivi, viva l’agroindustria più impattante, finché non si arriva a questo capolavoro, con tanto di stereotipizzazione etnica:
«[Gli emiliano-romagnoli] sono come i giapponesi, non si fermano, non si stancano, e se devono fare una cosa, a loro piace farla bene e bella, ed utile a tutti…»
Certo, come la voragine FICO, il demenziale «People Mover» di Bologna, la psoriasi di centri commerciali e poli logistici, le migliaia di rotatorie, la riviera devastata dalla speculazione, le dune sbancate per farci il Jova Beach Party, i rigassificatori, sempre più impianti sciistici anche se non c’è più neve, trafori che distruggono falde e fanno scomparire in un giorno cento corsi d’acqua in Appennino, e sono solo le prime cose che vengono in mente.
Il finale era questo:
«Ci saranno pietre da raccogliere dopo un terremoto? Loro alla fine faranno cattedrali.»
C’è un’alluvione? Loro faranno ancora autostrade, svincoli, bretelle, rotatorie, parcheggi, centri commerciali, hub della logistica e quant’altro.
Di quest’arroganza, di questo suprematismo regionale gli emiliano-romagnoli moriranno, se non se ne sbarazzano.
È un suprematismo, per giunta, sottilmente razzista e impregnato di un miope legalitarismo. Quando le alluvioni devastano paesi del Sud Italia, l’emiliano-romagnolo medio e «di sinistra» fa tsk, quei terroni hanno rovinato il loro territorio, poi scuote la testa parlando dell’abusivismo edilizio. E gli abusi nostrani, che sono altrettanto orrendi? Non li vede, non li considera abusi perché sono legalizzati. Nella sua mentalità, se qualcosa è legale non si può ritenere un problema.
9. Der Kommissar
In linea di principio, dopo un simile disastro, Bonaccini si sarebbe dovuto dimettere all’istante. Intendiamoci, non sarebbe servito a nulla: chi lo attornia è come lui. È un discorso puramente filosofico, un esperimento mentale. Invece non solo è ancora lì, benché in evidente affanno e costretto a negare l’innegabile, ma c’è persino chi lo vorrebbe commissario alla ricostruzione.
Va premesso che a noi i commissari non piacciono. I commissari sono strumenti tipici delle politiche d’Emergenza, servono a gestire i processi dall’alto e accentrando poteri, facendo passare le politiche peggiori, sovente aggravando i problemi di partenza. Aggiungiamo che spesso i commissari sono generali, uomini delle forze armate, cosa che contribuisce non poco alla strisciante militarizzazione della vita pubblica italiana, processo divenuto indiscutibile durante l’emergenza Covid.
Detto ciò, le motivazioni per cui Bonaccini dovrebbe fare il commissario sono risibili se non oltraggiose.
«Bonaccini conosce molto bene questa terra», ha dichiarato il sindaco di Bologna Lepore.
Vero, ne sa a pacchi, che si parli di montagna o di pianura. Magari
anche da commissario ci delizierebbe con belle biciclettate su argini
compromessi e proclami sulla neve artificiale d’estate.
«Bonaccini lo vuole la società civile, lo vuole il sistema economico emiliano-romagnolo con il quale ha sempre saputo dialogare fra gestione e innovazione», si è letto sul Corriere.
La prima proposizione è del tutto arbitraria, perché nessuno saprebbe dire chi sia e cosa voglia «la società civile». Di sicuro, non coincide con «gli elettori». Per via del crescente astensionismo, alimentato dal disgusto per l’offerta politica, in media – a seconda dei territori e delle circostanze – il PD emiliano-romagnolo vince le elezioni col consenso di circa tre aventi diritto al voto su dieci. Alle ultime comunali di Bologna l’astensione ha raggiunto il 48,82%, perciò Lepore è stato eletto con il 31,6% reale. Quasi sette bolognesi su dieci non l’hanno votato. Quanto alle Regionali del 2020, Bonaccini le ha vinte con il 51,42% del 67,67% che è andato a votare, ergo col 34,79% reale.
Quanto alla proposizione seguente, all’inizio dice una verità: a volere Bonaccini è il sistema economico, che è pregressista; dopo, invece, è fuffa.
Stessa fonte giornalistica: «Bonaccini ha il plauso di colleghi di diversa sponda come il leghista Luca Zaia». Soggetto notoriamente sensibile a questioni ambientali, climatiche e di tutela del territorio dalla cementificazione. Una garanzia.
In realtà, le motivazioni reali e non-dette per cui Bonaccini dovrebbe fare il commissario riguardano i rapporti di forza in regione tra il PD che governa qui e la destra dichiarata che governa a Roma.
Ed è proprio questo There Is No Alternative, questo continuo ridurre la dialettica politica al binarismo e al (presunto) menopeggismo la gabbia da infrangere.
«Dov’è l’alternativa?», si sente spesso chiedere. Noi diciamo che se un mondo sta nascendo, un mondo incompatibile con quello che abbiamo fin qui descritto, sta nascendo nelle lotte ambientali, per la giustizia climatica, per un territorio diverso.
Nel prossimo articolo, infatti, torneremo sul caso Bologna e sulle lotte contro il raddoppio di tangenziale e A14 – con tutta l’inondazione di asfalto a cui il raddoppio aprirebbe la via – e contro il progetto di nuovo mega-comprensorio sciistico sul Corno alle Scale.
02/06/2023
Alluvione in Emilia-Romagna - “Lo Stato dov’è?”
Giuseppe è uno di loro, uno che da settimane alterna lavoro e solidarietà, e oggi durante una conferenza stampa si è incatenato davanti alla caserma di Viale Vicini, a Bologna, per protestare contro il mancato intervento dei mezzi pesanti dello Stato, che sono impiegabili solo mobilitando le forze armate. Giuseppe è un militante di Cambiare Rotta.
Ciao Giuseppe, intanto ci puoi dire di più su perché ti sei incatenato?
Mi sono incatenato davanti alla Caserma dell’esercito qui sui viali a Bologna in segno di protesta. In queste settimane io, insieme a tante e tanti compagni da tutta Italia siamo andati in Romagna a spalare e a dare una mano. Una cosa che abbiamo notato è la grande assenza e inadeguatezza dello Stato, che di fronte ad una così grande calamità non mette in campo le risorse adeguate, come ad esempio il Genio Militare, preferendo schierare l’esercito in Sardegna durante le esercitazioni NATO.
Un gesto di protesta e di denuncia sia verso il Governo, che in un momento come questo sceglie di inserire nel DL per l’emergenza una clausola che finanzia il rigassificatore di Ravenna (a cui noi ci eravamo opposti già a inizio mese con una manifestazione cittadina a Ravenna), sia contro l’amministrazione regionale di Bonaccini (e Schlein, fino a due mesi fa) che per 10 anni hanno massacrato e cementificato il nostro territorio.
In queste settimane che situazione avete trovato tra la gente colpita dall’alluvione? E tra gli altri volontari?
Sicuramente una grande volontà di risollevarsi e di ripartire, ma anche un grande senso di impotenza verso opere che oggettivamente un comune cittadino, anche con tutta la buona volontà del mondo, non può fare. E sicuramente anche tanta rabbia per l’assenza di un’adeguata risposta da parte di Stato e Regione.
Fino a quando starai incatenato?
Fino alla mattina del 2 Giugno. Poi verrò slegato e parteciperò alla manifestazione regionale che partirà alle 10.30 da Piazza Unità qui a Bologna e che, dopo un momento di solidarietà alla ‘tendata’ per il diritto all’abitare di Asia USB, si sposterà sotto la Regione per indicare chiaramente i responsabili politici di questa devastazione.
E dopo la manifestazione?
Dopo il 2 giugno continueremo a mobilitarci. Il 9 faremo un’iniziativa sul tema ambientale durante la quale interverranno diversi esperti e realtà ambientaliste da tutta Italia, a riprova del fatto che l’alluvione oggi è avvenuta qui da noi ma il problema è sistemico e colpisce ovunque.
Saremo poi di nuovo in piazza il 17, sia a Torino nella grande giornata di lotta al fianco del Movimento NoTav, sia qui a Bologna in un corteo costruito da tutte le realtà che in questo momento si stanno mobilitando sia aiutando la popolazione colpita sia attaccando i responsabili politici.
Vedi anche RaiNews.
Fonte
21/05/2023
Non è «maltempo», è malterritorio. Le colpe del disastro in Emilia-Romagna
La narrazione che imperversa sulle alluvioni in Emilia-Romagna è tossica e nasconde le responsabilità reali. Responsabilità che non sono del «meteo». E nemmeno, genericamente, del «clima», termine usato da amministratori e giornalisti più o meno come sinonimo di «sfiga».
Le piogge di questi giorni stupiscono, sembrano più eccezionali di quanto non siano, perché arrivano dopo un inverno e un inizio di primavera segnati da una protratta, inquietante siccità. E di per sé non sarebbero affatto «maltempo», concetto fuorviante, deresponsabilizzante e dannoso. Come diceva John Ruskin, «non esiste maltempo, solo diversi tipi di buontempo». A essere mala è la situazione che il tempo trova.
Veniamo da lunghi mesi a becco asciutto: montagne senza neve, torrenti e fiumi tragicamente in secca, vegetazione e fauna in grave sofferenza, contadini disperati, prospettive cupe per l’estate prossima ventura (già quella scorsa è stata durissima)... In teoria, le piogge dovremmo accoglierle con giubilo.
Giubilo moderato, certo: chi conosce la situazione sa che, per vari motivi, queste piogge concentrate in pochi giorni non compenseranno la siccità. Quest’ultima tornerà ad attanagliarci. In Nord Italia – arco alpino e val padana – nel 2022 le precipitazioni sono state inferiori anche del 40% rispetto alle medie del ventennio precedente. Questo è il nuovo clima, ed è qui per restare. Non solo: gran parte dell’acqua venuta giù in questi giorni sarà inutile (ne parliamo tra poco).
Nonostante tutto ciò, a rigore, che finalmente piova è buona cosa. Piace a tutti che quando si apre il rubinetto esca l’acqua, no? Da dove si crede che venga, quell’acqua, se non dal cielo?
Il motivo per cui la pioggia sta avendo conseguenze dannose e a volte letali è presto detto: cade su un suolo asfaltato, cementificato, impermeabilizzato, che non può assorbirne una sola goccia, dunque quest’acqua non solo non rigenera la vita, non solo non ricarica le falde, ma si accumula in superficie e corre via, a grande velocità, travolgendo quel che trova. Spesso esonda da corsi d’acqua i cui argini – e spesso anche i letti – sono stati cementificati, e le cui aste sono state «rettificate». Corsi d’acqua intorno ai quali, dissennatamente, si è costruito e ancora costruito.
Malterritorio Emilia-Romagna
L’Emilia-Romagna è terra di grandi bonifiche, dunque, oltre ai tanti fiumi e torrenti che scendono dalle Alpi e dall’Appennino, ha migliaia e migliaia di chilometri di canali di scolo e di irrigazione. Ha uno degli assetti idrogeologici più artificiali e ingegnerizzati del mondo, dunque – a dispetto di un’autonarrazione vanagloriosa, ben incarnata dal suo guvernadåur Bonaccini – ha un assetto oltremodo fragile.
Con queste premesse, il nostro territorio dovrebbe essere pochissimo cementificato. E invece no: l’Emilia-Romagna è la terza regione più cementificata d’Italia, col suo 9% circa di suolo impermeabilizzato – contro il 7,1% nazionale, percentuale già altissima – ed è la terza per incremento del consumo di suolo nel 2021: oltre 658 ettari in più ricoperti, equivalenti al 10,4% del consumo di suolo nazionale di quell’anno.
Nel 2017 l’amministrazione Bonaccini ha prodotto una legge definita, in perfetta neolingua stile 1984, «contro il consumo di suolo». Una legge farlocca, truffaldina, il cui scopo reale era permettere la cementificazione, come denunciato invano da molti esperti – geografi, urbanisti, architetti, storici del territorio – e associazioni ambientaliste. Si veda il libro collettaneo Consumo di luogo. Regresso neoliberista nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia-Romagna (Pendragon, Bologna 2017, disponibile in pdf qui).
Come volevasi dimostrare, anche grazie a questa legge si è continuato a costruire e asfaltare, in preda a un vero e proprio delirio. E dove si è costruito? Lo ha ricordato su Altreconomia Paolo Pileri, docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano:
«nelle aree protette (più 2,1 ettari nel 2020-2021), nelle aree a pericolosità di frana (più 11,8 ettari nel 2020-2021), nelle aree a pericolosità idraulica dove l’Emilia-Romagna vanta un vero e proprio record essendo la prima Regione d’Italia per cementificazione in aree alluvionali: più 78,6 ettari nelle aree ad elevata pericolosità idraulica; più 501,9 in quelle a media pericolosità che è poi più della metà del consumo di suolo nazionale con quel grado di pericolosità idraulica: pazzesco.»
Ecco cosa sta accadendo dalle nostre parti, soprattutto in Romagna. Non è «maltempo», è malterritorio. Sono mille e mille nodi che vengono al pettine, i nodi di una gestione idiota e predatoria, portata avanti per decenni da una classe dirigente – politica e imprenditoriale – perdutamente innamorata di asfalto e cemento.
Love Story: il PD e il cemento
Parliamo di un amore tossico, ben peggiore di quello mostrato nel film di Caligari. Un amore che non accenna a finire, perché la suddetta classe dirigente ha in serbo per questa regione ancora e ancora asfalto, ancora e ancora cemento.
Quel che attende il territorio bolognese – ma Bologna e il suo passante sono solo l’epicentro, il maremoto di asfalto arriverà fino a Ferrara e alla Romagna – lo abbiamo descritto per filo e per segno qui. E quella è solo la cementificazione su larga scala, con un impatto molare sul territorio. C’è anche una cementificazione molecolare, capillare, fatta di speculazioni e inurbazioni meno visibili, che si insinua ovunque e che non sta raccontando quasi nessuno. A Bologna l’amministrazione Lepore-Clancy persegue una violenta messa a valore delle ultime parti di periferia non ancora consegnate all’edilizia.
Questa è la realtà dei fatti che il PD, complice un’informazione obnubilata e spesso asservita, copre con greenwashing e schleinwashing.
«Lavaggi» che si accompagnano a lavaggi di coscienza per mezzo del più grottesco scaricabarile. Il sindaco PD di Massa Lombarda ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità nazionale quando ha dato la colpa dell’inondazione... agli istrici e alle loro tane. Ma se ventiquattr’ore di pioggia bastano a fare morti e dispersi nel territorio ravennate, ci sembra più probabile che le cause siano altre. Come ricorda Pileri,
«la provincia di Ravenna è stata la seconda provincia regionale per consumo di suolo nel 2020-2021 (più 114 ettari, pari al 17,3% del consumo regionale) con un consumo procapite altissimo (2,95 metri quadrati per abitante all’anno); è quarta per suolo impermeabilizzato procapite (488,6 m²/ab).»
Se non sono gli istrici allora è «il clima»
C’è poi la tendenza a fare spallucce dicendo: «è il cambiamento climatico». Come a dire: non è colpa nostra, che possiamo farci?
A parte che invece sì, è colpa “nostra”, o meglio, colpa di chi ha portato e tuttora porta avanti acriticamente questo modello di sviluppo, nonostante dei possibili effetti del surriscaldamento globale si parli da decenni...
A parte questo, va detto con chiarezza che questo uso del clima è diversivo.
Certo, fa parte del cambiamento climatico il fatto che a lunghi periodi di siccità si alternino precipitazioni intense concentrate in pochi giorni, tuttavia...
Tuttavia che a primavera possa piovere a dirotto per diversi giorni di fila lo dicono anche i proverbi. Uno su tutti: «Aprile, o una goccia o un fontanile». Che ciò possa accadere soprattutto dopo un inverno secco, idem: «Hiver doux, printemps sec; hiver rude, printemps pluvieux». E potremmo citarne molti altri, in molte lingue.
Di lunghe piogge e nubifragi a primavera troviamo innumerevoli testimonianze in tutta la cultura europea. Uno dei più grandi classici del cinema italiano, Riso amaro, si svolge a primavera – nella stagione della monda del riso, appunto – e mostra un acquazzone di molti giorni, martellante, interminabile.
Se queste piogge hanno
impatti sempre più devastanti in sempre meno tempo, è perché il
territorio è sempre più deturpato. Ed è contro chi lo deturpa che dobbiamo lottare.
Postilla
Ora non appena le previsioni danno pioggia si chiudono le scuole, come è appena avvenuto anche a Bologna. Un tempo si chiudevano solo in caso di forti nevicate.
Mentre chiudiamo quest’articolo, primo pomeriggio del 17 maggio, giunge notizia che il Comune di Bologna – città dove al momento pioviggina e dove il trasporto pubblico ha continuato a funzionare – ha chiuso anche biblioteche, musei e centri sportivi. Se avete una sensazione di dejà vu è perché, sì, l’abbiamo dejà vu.
Si giustificano queste ordinanze col fatto che quando piove e magari le acque sotterranee straripano – nel corso del XX secolo le amministrazioni bolognesi hanno interrato e costretto in cementizi letti di Procuste tutti i canali e corsi d’acqua che attraversavano la città, compreso il torrente Ravone esondato nei giorni scorsi – il traffico si congestiona all’istante. Traffico prevalentemente privato e automobilistico, il che è al tempo stesso conseguenza e causa retroattiva delle politiche demenziali fatte sul territorio: nuove inurbazioni, sempre più strade, domanda indotta di spostamenti in automobile ecc.
La classe dirigente responsabile di quelle politiche, di fronte ai disastri che esse producono ha come risposta unica e automatica l’Emergenza. E magari, nello specifico, la DAD ogni volta che pioverà.
L’Emergenza – si è ben visto negli anni del Covid – serve a non affrontare le cause dei problemi né ora, perché gli eventi incalzano, né in seguito, perché a pericolo non più immediato si passerà ad altro... fino al prossimo disastro.
A meno di non spezzare questo circolo vizioso.
Fonte
20/05/2023
Dramma Emilia-Romagna: dove ha colpa Bonaccini
“Stupidità e maleducazione”. Così l’ineffabile presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, bollava sui social i ragazzi di Ultima Generazione rei d’aver “imbrattato” la facciata del Senato della Repubblica con un po’ di vernice lavabile.
Una battuta che è il simbolo di una classe dirigente radicalmente inadeguata, innanzitutto sul piano culturale e cognitivo. Un ceto politico che non solo non sa mettere in gerarchia il dito della protesta e la luna dell’emergenza climatica, ma che coopera, più o meno consapevolmente, ad aggravare quest’ultima, e a renderne l’impatto ancora più drammatico, come si vede in queste ore proprio nella Romagna di Bonaccini.
Perché se accusiamo gli attivisti del clima di stupidità e maleducazione, che cosa dovremmo dire del governo dell’Emilia-Romagna?
Come ha ricordato Paolo Pileri su Altreconomia, “tra il 2020 e il 2021 l’Emilia-Romagna è stata la terza Regione italiana per consumo di suolo, più 658 ettari cementificati in un solo anno, pari al 10,4% di tutto il consumo di suolo nazionale. In pochi anni – e con questi governanti – la Regione è arrivata ad avere una superficie impermeabile dell’8,9% contro una media nazionale del 7,1%. E tutti sappiamo perfettamente che sull’asfalto l’acqua non si infiltra e scorre veloce accumulandosi in quantità ed energia, ovvero provocando danni e vittime”.
I dati dell’ispra citati da Pileri non lasciamo molti dubbi sulle responsabilità del governo locale. Del resto, nonostante la pandemia, proprio Ravenna ha visto, tra 2020 e 2021, un consumo di suolo pro capite spaventoso: quasi tre metri per abitante all’anno, che le assicurano il secondo posto in Italia, dopo Roma.
Nel 2017, un gruppo di urbanisti, territorialisti, giuristi, storici denunciò in un libro dal titolo esplicito (Consumo di luogo. Regresso neoliberista nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia-Romagna, scaricabile liberamente in rete) che il governo regionale guidato da Bonaccini aveva presentato “una legge definita, in perfetta neolingua stile 1984, ‘contro il consumo di suolo’. Una legge farlocca, truffaldina, il cui scopo reale era permettere la cementificazione” (così scrive il collettivo Wu Ming).
Nella prefazione a quel libro, scrivevo che “di fronte all’enormità della posta in gioco – la nostra sopravvivenza fisica in territori devastati dal cemento, e la sopravvivenza della nostra democrazia – si potrà ritenere che la parola sia una difesa trascurabile. Si sbaglierebbe: perché questo libro dice la verità, e lo fa in modo documentato e autorevole”.
Naturalmente, quella documentatissima denuncia non è riuscita a salvare le almeno quattordici vittime di questa ennesima alluvione annunciata: ma oggi almeno permette di non parlare (solo) di maltempo, bensì anche di malgoverno, respingendo le lacrime di coccodrillo di chi dovrebbe ora solo chiedere scusa.
Parlare apertamente di malgoverno del territorio dell’Emilia-Romagna è oggi particolarmente urgente, perché l’autonomia differenziata così fortemente voluta proprio da Bonaccini (le cui richieste di autonomia, scrive Gianfranco Viesti, hanno “messo le ali ai piedi alle richieste lombardo-venete”) prevede per la sua regione una totale autonomia, tra l’altro, in materia di “tutela dell’ambiente, rifiuti, bonifiche, caccia, difesa del suolo, governo del territorio, infrastrutture stradali e ferroviarie, rischio sismico, servizio idrico” (così si evince dal documentato esame delle carte disponibili condotto da Francesco Pallante).
Vi immaginate un’Italia in cui 20 regioni godano di questa autonomia, ispirandosi alla regione che l’ha così ben usata da essere oggi costretta a contare i morti?
Di fronte al disastro di queste ore, spetta innanzitutto al PD (guidato ora da Elly Schlein, che con Bonaccini ha condiviso il governo della regione dal febbraio del 2020 all’ottobre scorso...) una chiara e forte ammissione di responsabilità, insieme al fattivo proposito di cambiare strada.
Il PD, non solo in Emilia-Romagna, è stato indistinguibile da Lega o Forza Italia nel presentarsi come il partito del cemento e delle Grandi Opere. E nel suo scellerato sostegno al governo Draghi si iscrive anche la responsabilità di un PNRR che invece di finanziare la rimessa in sesto del territorio, continua a cementificare il Paese.
Ma la responsabilità è ancora più profonda: ed è quella di aver visto nel cemento l’unico sviluppo, e nella semplificazione (cioè nel liberarsi dalle regole che permettono di tutelare il territorio) l’unica riforma.
Ciò che oggi occorre è un profondo cambio di mentalità, anzi una pubblica conversione: quella che a livello globale dovrebbe servirci a invertire la rotta della crisi climatica, e a livello locale a mitigarne, o almeno a non esasperarne, gli effetti.
Non è questione di strategie, o posizionamenti: è una questione di vita o di morte.
Fonte
Modelli alluvionali
Come di solito capita in questo Paese dopo il verificarsi di una tragedia, si scoprono quelle cause che, in realtà, qualcuno già conosce nei dettagli. Questa drammatica situazione è la prova di quanto siano superficiali le politiche ambientali. Molto spesso, viene da pensare, si è consapevolmente “flessibili” nei confronti di quelle norme che sono state emanate a tutela dell’ambiente. Un altro dato davvero raccapricciante emerge in questi giorni (tutti finalmente allo scoperto per denunciare le responsabilità): nelle casse dello Stato rimangono inutilizzati 8,4 miliardi dedicati al rischio idrogeologico, soldi mai spesi e pietrificati nelle stanze soporifere del potere dal 2018. Ai sindaci è doveroso porre il quesito, a questo punto dettato da una legittima rabbia: perché non abbiano fatto in modo che i fondi appositamente stanziati per il miglioramento delle condizioni dei territori si materializzassero in interventi virtuosi.
Al centro della questione, come capita sempre più di sovente (senza che però si migliorino sensibilità, stili di vita, capacità gestionali), c’è lo sfruttamento, causa del conseguente incremento delle politiche liberiste e tecnocratiche che diffondono, ben articolate in tutti i settori della comunicazione, il verbo della produzione, del conforto economico, della solidarietà sostenibile. Quest’ultimo aggettivo, per molti versi, è entrato a far parte di un consapevole rimedio che ipocritamente giustifica, legittima e definisce lo sfruttamento indiscriminato dei territori secondo “regole” green, con buona pace di quelli che invece conoscono bene l’entità dei disastri che si stanno progettando. Il punto è proprio questo e risiede anche nel lessico che si usa.
Dopo aver chiarito senza semplificazioni che la parola magica della tragedia umana che ci sta colpendo inesorabilmente è lo “sfruttamento”, possiamo comprendere quanto questa dinamica ci stia facendo arretrare soprattutto sul rispetto dei diritti umani, considerando che il primo fra tutti è quello di vivere in armonia con la natura senza immaginare di poterla governare sempre e deturparla quando si ritiene necessario. Sfruttare la natura a mero fine di lucro è esercizio criminoso. La “necessarietà” dello sfruttamento è un ulteriore postulato che viene sublimato al fine di veicolare un messaggio di inesorabilità in termini di depauperamento dei territori in ogni dimensione e condizione. Addirittura, qualcuno ritiene di poter sostenere una assurda quanto opinabile contrapposizione fra suolo e atmosfera. Si sostiene che le due crisi non solo sono diverse, ma anche parallelamente indirizzate su due tracce differenziate. Non voler leggere le complessità ed essere indisponibili a capire che in natura esistono, invece, solo condizioni di mera osmosi è fuorviante e, per chi adotta queste tesi consapevolmente, criminoso. Il suolo, l’aria e le acque hanno chiaramente un equilibrio sottilissimo, complesso e fortemente fragile: gli effetti si vedono.
La drammatica cronaca di questi giorni, per me che vivo ormai da quasi un decennio a Ravenna, è semplicemente dolorosa. Persone care e colleghi, migliaia di evacuati, morti e feriti, interi campi devastati e desertificati dal fango, la cui entità del disastro ancora non è quantificabile, sono l’esempio plastico di quello che gli amministratori locali hanno irresponsabilmente sottovalutato, indifferenti alle richieste dei cittadini. Doloroso e deludente è l’appartenenza a una idea di territorio che risiede nel “rispetto” del posto in cui si vive. Molti amministratori locali avevano promesso di aderire in piena campagna elettorale a questa idea di ritenere i propri territori sacri e inviolabili. Hanno tradito e negato il criterio del loro buon governo, quella promessa che trovava residenza nella sublimazione del rispetto per l’ambiente.
Coraggiosi e meno coraggiosi in politica hanno dimostrato di non essere molto dissimili da quelli che non si presentavano, in campagna elettorale, in nome dell’ambiente. Alcuni hanno invece adeguato il proprio credo ambientalista, insincero, a scelte tipiche di una certa area geografica in senso politico, per niente affine. I tradimenti dei valori costituenti uno spazio politico determinato, alla fine, realizzano un prezzo oneroso anche in termini di consenso. Queste politiche divengono controproducenti e pericolose, tanto che si permette anche all’oppositore politico (che nella realtà dei fatti concreti la pensa egualmente da chi amministra oggi), di criticare e porsi in una condizione etica e politica addirittura di superiorità. Una dinamica che non la si capisce da chi viene costantemente alimentata, che ignora incredibilmente l’abbecedario della politica e delle ideologie.
Inoltre, la questione dei rigassificatori in questo Paese risiede anche e soprattutto a Ravenna: una città determinante a livello nazionale nel settore petrolchimico, che ricopre indubbiamente un’importanza vitale per il tessuto sociale ed economico non solo locale. Le istituzioni hanno mostrato una buona dose di impermeabilità alle critiche e, colpevolmente, ai dubbi emersi e manifestati da molti cittadini anche con eventi a cui hanno preso parte migliaia di persone. La questione avrebbe trovato, forse, una migliore comprensione e soluzione qualora fosse stata discussa in un dibattito pubblico, in un confronto con i cittadini e le istituzioni, ma è stato ritenuto di dover superare ogni dissenso, anche non “assolutamente antagonista”, con imperio e arroganza. Non sembra interessare molto ai governatori, ai sindaci e agli amministratori, consiglieri e assessori vari la distanza che si crea con i cittadini, fra sgrammaticature comunicative e consapevoli allontanamenti, al fine di rimanere ben saldi sui propri confortevoli scranni. Come cicale in estate presto arriverà l’autunno, con orizzonti ancora più plumbei per loro, ma soprattutto per noi. Lontane sono le intenzioni di trasformare strutturalmente le politiche ambientali di questo Paese e di questa importante area, sempre più protesa a una politica che vuole dimostrare efficienza e puntualità, buongoverno e competenza, il tutto fragilmente costruito su piedi d’argilla come quest’ultima alluvione dimostra. La speranza è che in futuro non ci si debba trovare a fronteggiare una ennesima crisi dovuta all’inquinamento da conversione del gas liquido e, a un eventuale danno ambientale, che assumerebbe i contorni di una ecatombe per il Delta del Po.
La miopia però che colpisce queste aree nella gestione dei territori è semplicemente irrazionale, considerando che l’intero Paese si sostiene su quanto si produce in massima parte nella Pianura padana. In termini tecnici (ma comprensibili anche a coloro i quali non hanno competenze di carattere scientifico), la perdita di superficie e la copertura artificiale del suolo, originariamente agricolo, crea una certa distorsione ambientale, sociale ed economica i cui effetti sono subito percepibili. Per l’Istituto Superiore per la Protezione e la ricerca Ambientale, l’Emilia-Romagna è la terza regione per incremento di suolo consumato tra il 2020 e il 2021, con 658 ettari; il totale di suolo consumato nel 2021, con oltre 200.000 ettari, pone Ravenna al secondo posto in classifica dei comuni in Italia, preceduta soltanto da Roma. Il problema si riscontra anche in termini concettuali: l’economia più che essere circolare come tanto si ostenta, procede in modo lineare nel senso che vengono bruciate risorse, dunque anche terreno, in modo indiscriminato senza altre soluzioni che diano una più virtuosa soluzione. L’Emilia-Romagna è una delle residue regioni che sul consumo di suolo, in attesa di una regolamentazione nazionale, si è dotata di una propria legge regionale nel 2017: decreta che l’incremento annuale di superficie cementificata deve restare in ogni Comune al di sotto del 3%. Non sembra che i limiti in percentuali siano stati rispettati. Perché? Sono rimasti al di fuori di questa previsione di legge le opere pubbliche, gli insediamenti strategici di rilievo regionale, gli ampliamenti delle attività produttive esistenti, i nuovi insediamenti residenziali collegati a interventi di rigenerazione urbana. E qui si fermano le speranze del sano virtuosismo normativo emiliano-romagnolo. Il tutto è stato vanificato con le eccezioni alla regola, in perfetto stile italiota.
Dal governo centrale, infine, le notizie sono facilmente interpretabili. Qualcuno ha già dimenticato Ischia, con il suo dissesto idrogeologico. Dopo questo evento, il ministro Nello Musumeci ci riferisce di aver costituito un gruppo di lavoro interministeriale. Di che cosa si occuperà? Forse di piani che fronteggino il dissesto idrogeologico in corso. Non ci pare che lo sforzo abbia evitato l’ennesima tragedia che conta numerosi morti e dispersi in Romagna. Quale sarà il prossimo provvedimento? Palazzo Chigi per sopperire alla calamità della mancanza d’acqua, pensa di investire in costruzione di dighe e invasi, nominando (ancora uno) un commissario ad hoc per l’emergenza idrica: nomen omen, tal Nicola dell’Acqua. Il su citato ha già fatto sapere di far riferimento alla cabina di regia che è stata affidata al ministro Matteo Salvini, intento alla sua personale e ossessiva progettazione che riguarda la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, mentre l’Italia rotola a pezzi in fondo ai quattro mari.
Poco fa, da Lugo, un amico mi ha scritto un messaggio: è terrorizzato dall’acqua che ha sommerso la sua città. In isolamento da due giorni, senza elettricità, né acqua potabile e viveri, mi ha detto che mai avrebbe creduto che potessero essere necessari fiammiferi, pile per la radio, candele, scorte di scatolame, carica-batterie per i cellulari. È una questione di modelli, alluvionali.
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28/02/2023
27/02/2023
Schlein segretaria del PD, finché esiste…
La Schlein è dunque la nuova segretaria del PD. Il testa a testa tra i due è durato circa tre ore, con le proiezioni e i dati ufficiosi che si rincorrevano. Alla fine la commissione congressuale ha sancito che Elly Schlein è la nuova segretaria.
Con l’80% delle schede scrutinate, la Schlein conquista il 57,3% contro il 42,7% di Stefano Bonaccini. Un risultato rovesciato rispetto a quello espresso dagli iscritti del PD nel voto avvenuto nei circoli, che una settimana fa avevano invece votato Stefano Bonaccini al 52,87% con 79.787 voti ed Elly Schlein al 34,88% con 52.637 voti.
E adesso arrivano i problemi. La vittoria della Schlein apre infatti diversi scenari. Il primo sarà il rapporto con la nuova minoranza interna. Sconfitta, ma niente affatto residuale. Anzi: i gruppi parlamentari dem contano un buon numero di esponenti che hanno sostenuto Stefano Bonaccini nella campagna congressuale, così come la maggioranza degli iscritti al PD.
Quella che voleva essere la soluzione per ridare ossigeno ad un PD in declino rischia perciò di essere un piede sul tubo.
Il meccanismo delle primarie “aperte” in cui i passanti in fila ai gazebo, pagando due euro, possono incidere sul partito e decidere diversamente dagli iscritti, è una anomalia che stavolta ha prodotto una contraddizione grossa come una casa.
Qual è la legittimità di un “capo politico” – così la legge elettorale vigente obbliga a definire il leader – che viene scelto dai “passanti” invece che da chi condivide un progetto politico (ammesso e non concesso che il PD ne abbia mai avuto uno)?
Infine, e non certo per importanza, rimane il problema dei contenuti, al di là delle chiacchiere sulle vuote forme. La Schlein, appena iscrittasi al PD per poter concorrere come leader del partito, è donna e giovane, e questo viene narrato come un “valore aggiunto” che dovrebbe per qualche motivo garantire “cambiamento” e “innovazione”.
Occorre rammentare però due precedenti che non fanno prefigurare futuri radiosi ma il loro contrario. Alla fine del 1993 Bertinotti non aveva ancora la tessera del PRC ma appena due mesi dopo veniva “eletto” (sarebbe meglio dire assunto come un manager) segretario del partito. Lo stesso Renzi stravinse le primarie e veniva indicato come il vento del cambiamento (passando per la rottamazione del vecchio partito). I risultati si sono visti.
Sul piano dei contenuti, dei programmi, della visione sociale, ecc., la Schlein è poi evanescente o sfuggente come un’anguilla, più che come una sardina. Molto bla bla sui diritti civili, sempre benvenuti ma a costo zero, e parole vaghe su quelli sociali (salario, tutele, pensioni, sanità, ecc).
Bonaccini è invece uno storico esponente del partito degli amministratori locali, i nuovi terminali di potere spesso decisivi in un partito in cui la frammentazione e la territorializzazione degli interessi è diventata dominante. Quel milieu di funzionari, insomma, per cui il futuro non importa e conta soltanto la combinazione ottimale di richieste e soluzioni di corto respiro.
Individuare in questa polarizzazione il meno peggio è un esercizio impossibile. Immaginare che possa prodursi una polverizzazione di questo “super comitato elettorale” impropriamente chiamato “partito” è dunque un esercizio di realismo. Non esiste alcuna ragione valoriale reale per tenerli insieme e, si sa, gli interessi seguono la logica del denaro: vanno dove possono essere garantiti.
Adesso spetta all’assemblea nazionale del PD incoronare la neo segretaria. L’assise dem potrebbe essere convocata domenica 5 marzo o, al più tardi, domenica 12 marzo.
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22/12/2022
Autonomia differenziata, un mostro di Lega e PD
Giustissimo, perché già nel suo titolo il progetto nega l’eguaglianza, visto che se l’autonomia si differenzia vuol dire che qualcuno sarà più autonomo ed altri meno. Cioè le regioni più ricche diventeranno più ricche e quelle più povere ancora più povere.
Un meccanismo di colonialismo interno al paese, che produrrà al Nord altre privatizzazioni dei servizi pubblici, al Sud altra disoccupazione e miseria, ovunque ulteriore ingiustizia sociale.
Questo progetto di frantumazione territoriale è liberismo allo stato puro, cui non a caso il governo vuol aggiungere il presidenzialismo. Un potere centrale autoritario che promuove ovunque la legge del massimo profitto, è l’ideologia reazionaria di Von Hayek che cancella e riscrive la Costituzione.
E come sempre nella politica italiana la destra porta a termine il lavoro sporco iniziato dalla finta sinistra.
Il progetto di Autonomia Differenziata è stato anticipato dalla controriforma costituzionale del 2001, voluta dal centrosinistra, che ha portato alla cosiddetta “legislazione concorrente”. Gli effetti di quella scelta li abbiamo visti nella pandemia, con il caos di 20 sistemi sanitari in competizione, al ribasso, tra loro.
Nel 2012 poi la Costituzione è stata ancora cambiata, questa volta da “centrosinistra” e destra insieme, con l’obbligo di pareggio di bilancio e di obbedienza ai vincoli UE. Le regioni debbono obbedire di più all’austerità europea che ai principi sociali della Costituzione; questo hanno votato assieme “progressisti” e conservatori.
Infine il percorso dell’Autonomia differenziata è stato avviato assieme da Lega e PD, con gli impegni comuni sottoscritti da Fontana, Zaia e Bonaccini. Sì, il principale candidato alla segreteria del PD è stato un fautore accanito di questo disastroso progetto.
Oggi che sono all’opposizione i piddini sembrano improvvisamente contro, ma come tutte le loro finzioni anche questa ha le gambe corte. Infatti nessuno di loro fa autocritica o critica Bonaccini per aver tagliato il nastro della Autonomia Differenziata assieme ai leghisti. E, quando lo ha fatto, Elly Schlein era sua vice.
L’Autonomia Differenziata è un mostro giuridico e costituzionale della Lega e del PD. Occorre ricordarlo sempre quando la si combatte, così come è bene aver presente che il Presidente Mattarella controfirmerà tutto, come ha sempre fatto.
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06/12/2022
Schlein e il decesso del PD
La rampolla di famiglia prima fa la volontaria nella campagna per Obama, poi con la base giovanile del PD partecipa alla protesta OccupyPD. I vecchi marpioni di partito la lasciano fare per un per un po’ e a lei passa.
Le passa anche perché, visti i ‘meriti’ conseguiti sul campo fino a quel momento, si candida con il PD alle europee, dove viene eletta. Poi molla il PD e se ne va con Possibile di Civati perché Renzi fa politiche di destra. Ma si ricandida in una coalizione con il PD alle regionali dell’Emilia-Romagna, fa la vice presidente, diventa la numero due di Bonaccini, renziano della prima ora che quelle politiche di destra le mette in atto.
Doveva essere la sua spina nel fianco ma non si è vista né sentita, nemmeno mentre il suo capo spingeva per le autonomie differenziate regionali. Tre anni di silenzio imbarazzante tra il sentito ringraziamento dei suoi elettori traditi e lo sguardo compiaciuto di chi ne ha tratto vantaggio.
Ora torna nel PD e si candida alla segreteria, ma prima si è fatta eleggere deputata. Lancia la sua candidatura in un quartiere ai confini dell’inferno, dove però lei non mette piede. Ha con sé una compagnia che, pur amando champagne e caviale, scende tra le masse non disdegnando ragù e chianti.
Oggi li chiamano liberal-radical-progressisti per far dimenticare che il PD della macelleria sociale è il loro partito, è quello che hanno finora sostento e votato. La candidata parla di diseguaglianze, clima e precarietà, ma gli ultimi della terra non vanno a sentirla, eppure sono ad un passo dal luogo dell’evento.
Qualcuno potrebbe osservare che ce l’ho con i borghesi, assolutamente no. Lenin, Engels e Marx erano borghesi ma mi sono simpatici. Tra loro c’è chi ha fatto una rivoluzione e chi ha scritto il Manifesto del Partito Comunista. Sì, il partito che Schlein non conosce perché “nata nell’85” e quindi non appartenente a quella storia per ragioni anagrafiche... parole sue per eludere una domanda sulla sua appartenenza ideologica.
No, non mi sono antipatici i borghesi, più semplicemente non mi piace chi fa carriera con questo tipo di risposte che trattano da imbecille chi le riceve.
Non mi piace Schlein per motivi meramente politici, non mi piace il ‘tutto chiacchiere e distintivo’ che classifica il suo vuoto agire politico, borghese o no ha poca importanza. L’unico merito della candidata alla segreteria PD è quello di aver girato il mondo, fatto cose e visto gente... ovviamente quella giusta.
Più semplicemente non metterei mai le sorti della sinistra in Italia nelle mani di una che ha fatto i conti con il renzismo facendogli da vice. Si tratta solo di un altro tipo di unguento sociale che fa già da lubrificante alla macelleria che verrà.
Qualcuno dice che lei è la “risposta di sinistra a Meloni”. Purtroppo, anche se in un campo politico orribile ed opposto, Meloni le mani se l’è sporcate a differenza di Schlein, che invece può al massimo scrivere un manifesto dal titolo: “Borghesi di tutto il mondo unitevi”, perché è a loro che parla e non agli ultimi della terra.
Bonaccini, Schlein... se questa è l’offerta, il PD è davvero un partito deceduto.
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24/04/2020
Reddito di cittadinanza versus servitù della gleba nei campi. Risposte dovute
Pino La Rocca
In mancanza di un lavoro, lo stato ti garantisce un reddito di sopravvivenza sino a quando non trovi un lavoro. Ok? Adesso in agricoltura occorre manodopera, semplicemente sospendo il reddito di cittadinanza, faccio incontrare domanda e offerta, c’è un contatto di lavoro? Se si non sei più a carico dei contribuenti, se no, ci interessa il motivo. Cosa c’è di difficile da capire? Hai un lavoro, non avrai più il RDC. È nato per questo.
Maria Pia Di Maio
Se offrono condizioni di lavoro adeguate e proporzionate al salario che prendono perchè no? Non faceva parte degli impegni assunti al momento della richiesta del reddito?
Pensiamo sia giusto rispondere ai commenti di chi chiede cosa ci sia di male a indirizzare le persone, i disoccupati percettori del reddito di cittadinanza verso il lavoro nei campi.
Abbiamo contestato a Bonaccini tre cose: l’atteggiamento sprezzante verso chi percepisce il reddito, la vaghezza della proposta riguardante i percettori e, ultimo ma assolutamente non per importanza, il silenzio sulle condizioni di lavoro e sfruttamento di chi lavora in agricoltura e allevamento.
Le parole di Bonaccini alla Bologna Business School esprimono il disprezzo che una parte significativa della classe dirigente italiana, politica ed economica, prova verso le persone che ricevono il reddito di cittadinanza. Abbiamo sentito in quelle parole una concezione del mondo in cui gli ammortizzatori sociali sono un’elemosina gentilmente concessa o, peggio, una forma di parassitismo.
Oltre a essere moralmente rivoltante, questa visione è pericolosa nel momento in cui andiamo verso una pesantissima crisi economica, milioni di persone stanno perdendo il lavoro e avranno bisogno di aiuti a lungo termine da parte dello Stato. Sapere che il presidente della nostra regione considera gli ammortizzatori sociali come una colpa, di sicuro non ci da una visione positiva del futuro. Anzi, vorremmo anche sapere cosa ne pensano l’ex vice segretario della CGIL e attuale assessore al lavoro Vincenzo Colla e la vice presidente Elly Schlein.
Bonaccini ha usato il trucco più vecchio della politica: ha usato un’espressione abbastanza vaga da essere interpretabile in più modi. La vaghezza di Bonaccini gli permette di far sembrare “buon senso” una proposta che in realtà è fondata sul meccanismo coercitivo del reddito di cittadinanza, sulle cosiddette “norme anti divano” che sono state inserite per placare la componente leghista del primo governo Conte. Queste norme prevedono che si debba accettare una di tre “offerte di lavoro congrue”, pena la perdita del reddito. Il trucco ovviamente è restare abbastanza vaghi su cosa sia un’offerta di lavoro “congrua”. L’uscita di Bonaccini suona come un’autorizzazione a inserire tra le offerte “congrue” quelle del settore agricolo, sottoponendo persone che sono spesso già in condizioni di marginalità sociali o con problemi fisici al ricatto tra perdere il reddito di cittadinanza o accettare un lavoro qualsiasi dall’altra parte della regione a qualunque condizione di salario e contratto. Per la fase acuta dell’emergenza le “condizionalità” sono state sospese, non ci pare un caso che Bonaccini torni a evocarle proprio mentre si discute di “fase 2” e ritorno alla “normalità”.
Lo diciamo con le parole di un lavoratore dell’Agricoltura pronunciate in un’assemblea a cui abbiamo partecipato pochi giorni fa: sui campi non mancano le braccia, mancano i diritti. Rimangono nella nostra regione migliaia e migliaia di addetti che chiedono finalmente condizioni di lavoro dignitose.
Il settore agricolo della nostra regione è funestato dal lavoro nero, dal caporalato e dal lavoro grigio, dall’alternanza tra periodi di lavoro regolare (sotto un contratto nazionale già molto carente) e periodi di lavoro nero in maniera che i lavoratori non maturino la NASPI o altri ammortizzatori.
In questo senso il portale “Lavoroxte” tanto sponsorizzato dalla giunta regionale è molto meno del collocamento pubblico di cui ci sarebbe bisogno. Il portale è in attività da anni e non si distingue per efficacia. Soprattutto, si limita a “incrociare domanda e offerta”. Tutto ciò che accade dopo l’eventuale assunzione in termini di rispetto dei diritti, delle condizioni di sicurezza, continuità dei contratti, vigilanza contro lavoro nero e lavoro grigio non è contemplato. In questi mesi di emergenza si sta rispolverando il ruolo dello Stato, è troppo chiedere che lo Stato agisca a tutela di chi lavora?
In conclusione, in questi giorni abbiamo visto Bellanova, Bonaccini, Gori, Salvini, la Colidiretti etc insistere solo e soltanto sulla necessità di trovare nuovi braccianti, sempre e solo tra categorie (percettori del reddito di cittadinanza, pensionati, stranieri) che per un motivo o per l’altro costituirebbero manodopera a basso costo e ricattabile. Ci sorge il dubbio che questa insistenza sia più funzionale a depotenziare le vertenze dei lavoratori dell’Agricoltura che a indirizzare i disoccupati verso un lavoro dignitoso e utile per la collettività.
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28/01/2020
Fussi elettorali. Guardiamo in faccia la realtà...
Il giorno dopo le elezioni si sprecano le “analisi”. Dilettanti e professionisti della politica si interrogano e si danno una spiegazione, in genere per confermare i propri pregiudizi (in senso tecnico: i giudizi dati prima delle elezioni stesse, nonostante il risultato sia stato quasi sempre per loro “sorprendente”).
Per quanto riguarda l’Emilia Romagna, ad esempio, questo sforzo di “analisi” – soprattutto “a sinistra” – si riduce al solito “se vi univate prima sareste stati più credibili”, alludendo al fatto che si sono presentate ben tre liste non apparentate con il Pd, tutte finite ben sotto l’1%. Messe insieme – con uno sforzo considerevole, viste le ampie differenze di visione e di pratica politica – avrebbero a malapena raggiunto proprio l’1%. Ossia il livello che da qualche anno ricevono liste “unitarie” partite con lo scopo di “creare un campo più largo”. Chiacchiere, diciamolo chiaro.
Nessuna considerazione arriva, invece, sulle condizioni strategiche in cui tutti viviamo da almeno tre decenni (da dopo la “caduta del Muro”, che ha gravemente menomato la credibilità sociale della nostra “visione del mondo,” e la firma dei trattati da Maastricht in poi, che hanno sottratto molta della “sovranità” agli Stati nazionali e quindi svuotato “la politica” di gran parte delle sue possibilità di azione).
Nessuna considerazione – ed è ancor più sorprendente – sul gioco truccato con le leggi elettorali “maggioritarie”, che costringono il singolo elettore a scegliere non la forza politica e il candidato che sente “più vicino”, ma quelli “meno lontani”, perché con quelle regole lo scopo diventa impedire che qualcun altro vinca. Non vincere.
Ma abbandoniamo subito questo livello di dibattito da social, e vediamo di analizzare obiettivamente i flussi elettorali reali – quelli sui “grandi numeri” – per comprendere più realisticamente la “psicologia politica di massa” oggi in Italia.
Ci aiutiamo con il lavoro dell’Istituto Cattaneo, unanimemente considerato il massimo della scientificità statistica in materia.
“Da dove deriva dunque il successo, superiore rispetto alle aspettative, per Bonaccini e per il centrosinistra? L’analisi dei flussi elettorali che abbiamo condotto su 4 città (Forlì, Ferrara, Parma, Ravenna) mette in rilievo il ruolo determinante dei cinquestelle sull’esito del voto. I due candidati hanno fatto quasi il pieno dei rispettivi elettorati (Figure 2 e 3), quindi le scelte degli elettori delle terze forze – in particolar modo del M5s – si sono rivelate decisive.”
Fin dall’inizio, dunque, l’analisi del Cattaneo coglie la dinamica evidente in queste elezioni: chi in precedenza aveva votato Cinque Stelle ha stavolta preferito appoggiare Bonaccini e il Pd pur di battere Salvini (Lucia Borgonzoni, da sola, non avrebbe messo paura a nessuno).
Un dato che può essere persino disaggregato per singole città, restituendo un quadro univoco:
“Come mostra il Grafico 1, molti elettori pentastellati (il 71,5% a Forlì, il 62,7% a Parma, il 48,1% a Ferrara) hanno scelto la candidatura di Bonaccini e solo una minoranza ha deciso di optare per il candidato del M5s (Simone Benini) o per il centrodestra di Borgonzoni. Nello specifico, gli elettori del M5s alle Europee 2019 che hanno scelto Benini sono stati il 23,4% a Ferrara, il 16,6% a Parma, il 12,6% a Forlì”.
Si può naturalmente discutere se il candidato scelto dal M5S fosse il migliore, il più popolare e riconosciuto anche tra i suoi. Ma scostamenti così consistenti (tra il 50 e il 70%!) non possono davvero essere spiegati con il giudizio poco lusinghiero sul “proprio” candidato. Ci deve essere una ragione politica molto più costrittiva.
La stessa dinamica, infatti, si osserva anche tra gli elettori che in precedenza sosteneva la “sinistra radicale”.
“Va evidenziata anche la capacità di Bonaccini di conquistare voti tra gli elettori delle liste di “sinistra”. Nel caso di Ferrara, ad esempio, il 61,4% di chi nel 2019 aveva votato per un partito a sinistra del PD ha scelto Bonaccini, e in misura superiore lo stesso fenomeno si è osservato anche a Forlì (71,4%).”
A Folrì, insomma, il 74% degli elettori “di sinistra” ha votato per Bonaccini. Addirittura oltre il 90% a Ravenna, oltre il 60 a Ferrara...
Alla base di questi flussi, insomma, c’è chiaramente la paura, non una convinzione politica positiva. Chi è andato a votare era indifferente a qualsiasi “contenuto programmatico” o bandiera ideale. Lo ha fatto per stoppare quello che era considerato un pericolo mortale. O comunque talmente grande da superare anche le obiezioni critiche contro Pd, Bonaccini, sistema delle cooperative, strapotere Unipol e gestione privatistica delle “partecipate”, nonché i tagli alla sanità e al trasporto pubblici.
Avrebbero votato anche una sedia vuota. L’importante era che non vincesse la Lega. È questo l’effetto della “peste del voto utile”, che divora ogni possibile alternativa imponendo la confluenza sul “meno peggio”.
Ma se è così, allora non ha alcun senso positivo star lì a questionare sulla “mancanza di unità” tra le forze a sinistra del Pd. Serve solo a deprimersi ancora di più e ad approfondire i rancori. Ossia quello che è già avvenuto dopo ogni elezione in cui si “faceva la lista unitaria” per poi scioglierla all’indomani di un voto inevitabilmente deludente (è dal 1994 che si vota con il sistema maggioritario e “per battere la destra” – prima Berlusconi, ora Salvini).
Per essere “credibili” anche sul piano elettorale serve una visione del mondo altrettanto credibile (non un “annacquamento” delle proprie ragioni o lo sbandieramento ideologico indifferente alle “condizioni storicamente determinate”). Se “il comunismo” non è più una visione del mondo “popolare”, e non si fa granché per restituirgli la capacità di spiegare come funziona questo mondo e trovare la strada per superarne i limiti, come si può pretendere di essere “premiati” con il voto?
Serve aver seminato radicamento territoriale con pratiche che aiutano effettivamente il nostro “blocco sociale” a superare almeno alcuni dei problemi che deve affrontare quotidianamente. Serve organizzazione funzionante, solidarietà effettiva tra situazioni anche lontane tra loro; non apatia, individualismo, autoconsolazione e impotenza.
Serve alzare lo sguardo dal proprio orticello improduttivo e riconoscere nell’agire collettivo l’unica via per ritrovare “corpo”, attività e presenza non irrilevante. Anche sul piano elettorale, prima o poi. Perché si raccoglie quel che si è seminato e curato, non altro.
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