Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
24/02/2024
Il boicottaggio del grano “ucraino” e le terre in cui è messo a coltura
La questione non è nuova, ma di tanto in tanto vale la pena di tornarci, per non lasciare troppo in ombra i materialissimi interessi che non si celano per nulla dietro gli apostolici “difesa della democrazia contro la dittatura”, “salvaguardia dei valori europeisti” o “lotta della civiltà contro l’inciviltà”.
Sul fronte ucraino delle dispute interimperialiste, si combatte una guerra USA-NATO-UE per l’indebolimento (o l’annientamento) strategico di un pericoloso rivale sullo scacchiere mondiale, come passo preliminare nella prospettiva dell’assalto al principale concorrente planetario dell’imperialismo nordamericano. Questo, in generale. Ma, in terra ucraina, si combatte anche a difesa della sacra proprietà privata (essenzialmente straniera) su ciò che rimane di quelle che erano state un tempo le punte avanzate dello sviluppo sovietico, sia in campo industriale, che agricolo, proprio in Ucraina.
Le famose “terre nere” ucraine, che costituiscono circa 1/3 di tutte le terre nere mondiali, la loro privatizzazione, il loro accaparramento da parte di grossi latifondisti (non solo ucraini) e soprattutto da parte dei colossi mondiali dell’agroalimentare, rappresentano una parte non secondaria della lotta per il controllo sull’Ucraina.
Nel tracciare alcuni esiti del decennio intercorso dal majdan del 2013-2014 a oggi, il politologo ucraino Rostislav Ishchenko ricorda che nel 2013, alla vigilia del golpe, il debito estero ucraino era di 73 miliardi di dollari, quasi la metà di quei 140 miliardi di debito, che oggi costituiscono l’85% del suo PIL.
Di contro, è dimezzato l’export, anche perché è andato praticamente in fumo il “sogno” di sostituire gli scambi con la Russia con quelli verso l’agognata “Europa”. In compenso, è cresciuto di dieci volte “l’export” di persone, in fuga dalle condizioni sociali disastrose; e altri milioni lasceranno il paese alla fine della guerra.
Questo il quadro complessivo; al cui interno spicca la realtà di oltre la metà della terra ucraina coltivabile finita in mano ai giganti agrari USA, che da tempo avevano allungato le mani sulle ricche terre nere, ma non avevano avuto fretta (la legge non lo consentiva ancora) di comprarsele e si limitavano ad affittarle per cifre miserevoli.
Quindi, dopo che nel 2016 era stata tolta la moratoria sulla compravendita di terre, nel 2021 era entrata in vigore la legge che consente la vendita di terreni agricoli, pur con una sospensione fino al 2024: in ogni occasione, World Bank e FMI hanno avuto la loro parte nel “convincere” Kiev; anzi, secondo la russa Kommersant, la svolta del 2020, con il relativo disegno di legge alla Rada, era stata «quasi la condizione chiave per l’ennesima tranche di finanziamenti dal FMI».
Così che 17 milioni di ettari (oggi probabilmente già molti di più, anche se le cifre scarseggiano) di fertilissime terre nere ucraine finivano in mano a Cargill, Dupont, Monsanto, colossi sui mercati mondiali di cereali, sementi e prodotti agrochimici. Dunque, a voler essere proprio compassionevoli, suscitano appena clemenza quelle “campagne” (vere o false che siano) caritatevoli in giro per l’Italia a «sostegno dei piccoli agricoltori in Ucraina».
In ogni caso, senza aspettare i pruriti della Rada, quei colossi mondiali avevano da tempo fatto rotta sull’Ucraina. Già nel 2015, il sito ucraino Ekologija pravo ljudina lanciava l’allarme su compagnie transnazionali, in primo luogo Monsanto (produttrice del famigerato “agente orange” della guerra in Vietnam e di pesticidi che in vari casi hanno provocato morie di api. Oggi è proprietà della Bayer), produttrici di OGM in Ucraina e sul governo che lo consentiva quale «originale compensazione alle organizzazioni creditizie internazionali e alla loro “carità”». Monsanto si vanta da sempre di essere stata «la prima impresa straniera ad aver sottoscritto un accordo per la fornitura di fertilizzanti» all’Ucraina, già alla vigilia della fine dell’URSS.
Come mai l’Ucraina, detenendo terre nere, fertilissime di per sé, aveva bisogno di tale intervento, ci si potrebbe ingenuamente chiedere? Secondo uno studio della californiana Oakland University – “Walking on the West Side. The World Bank and the IMF in the Ukraine Conflict” – sulla situazione finanziaria ucraina, l’arrivo nel paese di multinazionali che avrebbero prodotto OMG era una delle condizioni poste da BM e FMI per il prestito a Kiev di 17 miliardi di dollari.
Ora, parlando di majdan e del golpe contro Viktor Janukovic, è il caso di ricordare il suo passo indietro sull’accordo di associazione alla UE, tra i cui termini figurava l’art. 404, con un paragrafo secondo cui entrambe le parti avrebbero cooperato all’impiego della biotecnologia nel settore agricolo; laddove, all’epoca, l’Ucraina proibiva ancora gli OGM.
I ricercatori della Oakland citavano uno studio della banca d’investimento “Piper Jeffrey” che, tra l’altro, recitava: «L’Ucraina, e più in generale l’Europa orientale, è tra i mercati in crescita più promettenti sia per il colosso delle macchine agricole Deere, che per i produttori di sementi Monsanto e Dupont».
Quindi, con majdan in pieno svolgimento, sei delle più grandi associazioni agricole ucraine chiedevano alla Rada di legalizzare l’uso di sementi OGM. L’allora Ministro dello sviluppo economico Aivaras Abromavicius (uno dei tre ministri “americani” del governo Jatsenjuk), dichiarava: «Ci sono imprese che vedono prospettive in Ucraina. Un buon esempio è l’azienda americana Monsanto, uno dei maggiori produttori mondiali di sementi di mais. Hanno appena cominciato a costruire a Žitomir un impianto del valore di 250 milioni di dollari». E i dollari, si sa, hanno la proprietà di rimanere anche attaccati alle mani di chi li tocchi.
Questo avveniva nel 2014, quando si parlava anche dell’impianto della Monsanto a Vinnitsa e degli accordi con le autorità locali per l’assegnazione del terreno: all’epoca, “solo” in affitto, dato che le lobby stavano ancora lavorando alle leggi sulla compravendita. Dieci anni fa, dunque, Monsanto era ancora dedita a convincere i contadini ucraini a cederle in affitto i terreni più appetitosi.
Le stime del 2013 indicavano che Monsanto occupava già circa il 20% del mercato ucraino delle sementi di mais, che sarebbe arrivato al 30% con l’avvio dell’impianto di Vinnitsa. In quell’anno, nonostante l’assenza di dati esatti su quanta terra Monsanto stesse già coltivando nel paese, l’Associazione granaria ucraina parlava di 6.500 ettari di ibridazione in 11 regioni. Una miseria, si dirà.
Ma ancora la Oakland University rilevava che «L’alta posta in gioco riguarda il controllo del vasto settore agricolo ucraino, il terzo maggiore esportatore di cereali al mondo e il quinto maggiore esportatore di grano... Negli ultimi anni, le società straniere hanno acquisito più di 1,6 milioni di ettari di territorio ucraino». E si era ancora agli inizi.
Nell’agosto 2022, quando le grida euroatlantiche sull’esportazione del grano ucraino cominciavano a farsi più acute, l’agenzia russa Regnum scriveva che, per cercare di raccapezzarsi nella questione, era il caso di partire dalla morte, nel luglio di quell’anno, dell’oligarca Aleksej Vadaturskij, uno dei più forti latifondisti ucraini, proprietario della maggiore impresa logistica granaria ucraina, la Nibulon, il cui contratto per la fornitura all’Egitto di 240.000 tonnellate di frumento era stato annullato dall’acquirente all’ultimo momento. Chissà perché e chissà su pressione di chi.
Le voci secondo cui dietro Vadaturskij ci fossero investitori stranieri si erano infittite quando, nel 2012, Nibulon era stata l’unica impresa ucraina a ottenere parte di quei 125 milioni di dollari di credito stanziati in parte dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e in parte da UniCredit Bank, BNP Paribas, Societe Generale, ING Bank, Hambros Bank.
È il caso di ricordare che, secondo la legge del 2021, fino al 2024 solo i cittadini ucraini avrebbero potuto acquistare terre, seguiti poi dalle persone giuridiche, ma non dagli stranieri; nulla però impediva alle società straniere di possedere quote di terreni (fino a 100 ettari) attraverso ditte-ombra.
C’era inoltre una clausola per cui l’acquisto di terre poteva esser fatto anche da cittadini o imprese straniere che le stessero affittando da almeno tre anni: di questi, in Ucraina, ce ne erano più che abbastanza, e tra l’altro affittavano terre non da tre anni, ma già da qualche decennio. Si tratta anche di imprese registrate come persone giuridiche ucraine, ma “ricche” di capitali euroatlantici, di cui in realtà sono dirette filiali.
E i piccoli e medi agricoltori affittavano volentieri i propri appezzamenti a cifre semplicemente misere per le tasche di colossi quali Monsanto, Dupont, compagnie saudite, o la francese AgroGénéretion, ecc. Ma non solo esse. Sempre nel pieno di majdan, ancora presidente Viktor Janukovic, Giulietto Chiesa aveva parlato di terre, in cinque regioni ucraine, prese in affitto per 50 anni, con diritto di proroga, dalla anglo-olandese Shell e dall’americana Chevron, interessate non all’agricoltura, ma all’estrazione di gas di scisto.
Alla fine del 2019, quei “bolscevichi” della BBC Ukraina affermavano che su oltre 60 milioni di ettari di terreno in tutto il paese, oltre il 70% (42,7 mln) sono a destinazione agricola, di cui un buon 40% costituito da terre nere. Dieci milioni di ha erano di proprietà statale; 31 milioni di proprietà privata, di cui circa 28 milioni divisi in 7 milioni di quote private, a fronte di oltre 25 milioni tra proprietari di terreni e diretti coltivatori di essi. Dunque, secondo dati ufficiali ucraini, tra il 2015 e il 2017, nonostante fosse in vigore la moratoria, 9 transazioni su 10 avevano riguardato proprio terreni coltivabili: per ¾ si trattava di affitto e per 1/5 di trasferimenti per eredità.
Più vicino ai nostri giorni, a maggio 2022, era la Australian National Review a tornare sul tema, scrivendo che Cargill, Dupont e Monsanto, (per inciso: tutte da tempo molto attive anche in Russia) avevano acquistato, in consorzio, 17 milioni di ha (su un totale di quei 42 milioni di cui sopra) di terre coltivabili ucraine, pari ai territori di Grecia e Olanda prese insieme e più delle terre coltivate italiane (16,7 mln di ha).
Un altro 5% di quei 42 mln di ha era stato acquistato da persone giuridiche facenti capo alla Cina: secondo The Wall Street Journal, si trattava del 10%. Tra i principali azionisti delle tre consorziate figurano holding finanziarie quali Vanguard, Blackstone e Blackrock, ognuna delle quali gestisce asset per trilioni di dollari in tutto il mondo.
D’altronde, anche prima della creazione del citato consorzio Cargill-Dupont-Monsanto, si erano già stabilite in Ucraina varie altre imprese agroindustriali: l’americana NCH Capital, le tedesche ADM Germany, KWS, Bayer e BASF, la Saudi Arabian Agricultural and Livestock Investment Company (SALIC). Ma, almeno fino al 2022, le posizioni di comando erano ancora occupate dal triumvirato yankee.
E ciò si è realizzato e si realizza con accordi più o meno temporanei con oligarchi-latifondisti ucraini – alcuni di essi: Jurij Kosjuk (PrJSC MHP), Andrej Verevskij (Kernel), Oleg Bakhmatjuk (UkrLandFarming) il citato Aleksej Vadaturskij, e non può mancare Rinat Akhmetov, le cui attività spaziano in ogni settore – in attesa del passaggio delle imprese ucraine a società miste e, in seguito, totalmente straniere.
Secondo il coordinatore ucraino del progetto Land Matrix, Mikhail Amosov, nel 2020 oltre 50 investitori stranieri controllavano le terre ucraine: le agroholding stavano acquisendo intere aziende o affittando terreni a prezzi stracciati.
Lo schema è semplice: non sono i non-residenti ad acquistare le terre, ma aziende agricole ucraine, che se le erano accalappiate sin dagli anni ’90. E, a detta degli osservatori, il processo si è notevolmente accelerato dopo il 2022, grazie anche al precipitare dei prezzi dei terreni a causa della guerra: un ettaro di terra coltivabile non va oltre i 2.500 dollari e, vicino alle zone di guerra, scende a mille dollari. In Italia, per dire, a seconda delle regioni, si va da 15.000 a oltre 40.000 euro a ettaro.
Per concludere. Circa un anno fa, Ukraina.ru scriveva che la totalità delle terre nere ucraine era valutata approssimativamente intorno ai 500 miliardi di dollari. Cosa ha ricevuto in cambio l’Ucraina dalla vendita di larga parte di esse? Anche se ne avesse ricavato 1/10 di quella cifra, si è trattato di crediti che dovranno essere profumatamente ripagati dalle generazioni a venire.
Se ora si torna per un attimo a tutto il clamore sollevato attorno alla passata questione dell’esportazione di 20 milioni di tonnellate di grano ucraino, si può guardare la cosa da un’altra prospettiva. All’apparenza, si trattava e si tratta di grano ucraino; in realtà americano, o comunque straniero.
Dunque, quando oggi si proclamano le encicliche sulla battaglia europeista a difesa della libera terra ucraina, è forse il caso di ricordare a chi appartenga quella terra.
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19/02/2024
Il capitale nelle campagne
Lavoratori divisi. Illudere i piccoli proprietari che si possa rovesciare la centralizzazione capitalistica come se si potesse fare andare il tempo a ritroso, è da sempre il mestiere politico dei reazionari
Se Marx potesse guardare i trattori che oggi marciano sulle metropoli, noterebbe che la sua «legge di tendenza» verso la centralizzazione dei capitali sta agendo nell’agricoltura con una ferocia persino superiore che altrove.
I dati della Fao mostrano che nel mondo la piccola azienda agricola a conduzione familiare resta numericamente rilevante, soprattutto nei paesi più poveri. Ma ogni anno perde quote di produzione, sopraffatta dalle economie di scala delle grandi compagnie. In quasi tutti i rami dell’agricoltura, le prime quattro aziende leader coprono ormai quote di mercato che vanno dal 50 fino al 90 percento del totale.
La tendenza alla centralizzazione del capitale agricolo non risparmia nemmeno l’Italia. L’Istat ci dice che negli ultimi quarant’anni le aziende agricole del nostro paese sono passate da tre milioni a un milione di unità. Nei seminativi, nelle coltivazioni legnose, nei pascoli, ovunque abbiamo assistito all’uscita dal mercato di migliaia di piccoli produttori, i cui terreni e impianti sono stati abbandonati oppure acquisiti dalle aziende più forti. In agricoltura, anche più che nell’industria o nei servizi, il pesce grande mangia il pesce piccolo.
Questo grande processo di centralizzazione del settore determina pure una trasformazione dei rapporti tra capitale e lavoro. Da un lato, la meccanizzazione aumenta la produttività e riduce la forza lavoro necessaria per la produzione. Dall’altro, la percentuale di lavoro salariato diventa preponderante rispetto ai parenti che operavano nella vecchia azienda familiare.
In Italia, in appena un decennio abbiamo registrato un crollo del 30 percento della manodopera occupata, ma al tempo stesso abbiamo assistito a un raddoppio dei lavoratori salariati, dal 25 a quasi il 50 percento del totale. Nei paesi in cui la centralizzazione del capitale agricolo è più avanti, la percentuale di lavoro salariato risulta persino superiore, anche più di tre quarti dell’occupazione del settore.
In un tale scenario competitivo, qualsiasi elemento di novità rischia di compromettere la sopravvivenza di un numero ancor più grande di piccole aziende. Dall’aumento del costo dei carburanti alle politiche di tassazione ecologica, dai vincoli dettati dal Green deal fino all’apertura alle importazioni dall’Ucraina, questi mutamenti possono determinare un aumento dei costi tale da mettere fuori mercato altre pletore di produttori che già a stento riuscivano a realizzare profitti.
Ecco spiegata la partecipazione di massa di tanti piccoli proprietari alle proteste di questi mesi. Per le grandi aziende, invece, è diverso. Possono aderire alle politiche ecologiche come all’apertura commerciale all’Ucraina, non certo per una maggiore sensibilità verso la crisi climatica o verso la causa del popolo ucraino, ma perché i più ampi margini di profitto danno loro più margini di libertà politica. Anzi, più aumentano i costi e scendono i prezzi, più le occasioni di liquidare o assorbire i concorrenti aumentano.
Dinanzi a questa immane centralizzazione capitalistica, Salvini, Meloni e gli altri reazionari d’Europa promettono di invertire la tendenza. Per lo scopo si dicono pronti a ripristinare il laissez-faire su pesticidi e gasoli inquinanti. E qualcuno sarebbe anche lieto di barattare con l’Ucraina meno importazioni in cambio di più armi per la guerra.
Illudere i piccoli proprietari che si possa rovesciare la centralizzazione capitalistica come se si potesse fare andare il tempo a ritroso, è da sempre il mestiere politico dei reazionari. E lo fanno meglio di chiunque altro.
Per chi invece ambisca a costruire una sinistra all’altezza di questo tempo di catastrofi, il compito dovrebbe essere un altro. In agricoltura come in ogni altro settore, una lotta di emancipazione dal potere del grande capitale centralizzato può essere rilanciata solo attraverso la riorganizzazione politica delle quote crescenti di lavoro salariato. E solo perseguendo l’obiettivo di una messa «in comune» di quel capitale.
Una moderna pianificazione pubblica è ormai l’unica strada per tenere assieme lotta alle disuguaglianze, difesa dell’ambiente e costruzione della pace. Ed è l’unica politica macro in cui possono prosperare le micro-pratiche contadine realmente votate alle filiere corte e alle compatibilità ecologiche. Tutto il resto sono solo venefici pannicelli caldi in mano alle destre.
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16/02/2024
Se la biodiversità richiede meno agricoltura, l’Italia l’ha già massacrata
La morsa economica in cui vivono gli agricoltori fa davvero paura, stretti come sono tra costi incomprimibili e ricavi non trattabili: non solo si fanno una concorrenza spietata tra di loro, ma tanto nei costi di produzione quanto nei ricavi delle vendite hanno a che fare con imprese multinazionali o con grossisti che operano in regime di oligopolio, colludendo.
In Italia, poi, da quarant’anni a questa parte, dal censimento del 1982, la superficie agricola totale si è ridotta di ben 59 mila Kmq, una superficie più che doppia rispetto a quella dell’intera Sicilia che non arriva a 26 mila Kmq. Questi sono i dati rilevati dall’Istat, che nel 2020 ha effettuato il 7° censimento agricolo. Inoltre, il numero delle aziende agricole censite nel 2020 si era ridotto, sempre rispetto al 1982, del 63,8%, il che significa che sono scomparse quasi due aziende agricole su tre. La velocità di riduzione è stata più accentuata negli ultimi vent’anni: nel 2020, infatti, il numero di aziende agricole è stato di 1,1 milioni, più che dimezzato ai 2,4 milioni censito nel 2000.
Anche il numero delle persone che lavorano in agricoltura si è drasticamente ridotto, di un milione tondo di unità in appena un decennio, passando dai 3,8 milioni del 2010 ai 2,8 milioni del 2020.
La polverizzazione della produzione agricola italiana è rimasta ancora fortissima: è una economia di sopravvivenza, visto che, sempre nel 2020, il numero delle aziende agricole gestito nella forma di azienda individuale o familiare è stato pari al 93,5% del totale delle aziende censite, coltivando il 72,7% del totale della superficie agricola utilizzata (SAU).
E ancora, le aziende che nel 2020 avevano a disposizione fino a 3 ettari di terra erano ben 579 mila, pari al 51% del totale di 1 milione e 133 mila di aziende censite.
Come se non bastasse, anche la Commissione europea ha dovuto confermare la situazione di enorme povertà di chi lavora nel settore agricolo: il reddito familiare di una famiglia contadina (farm family) è ancora enormemente più basso rispetto agli stipendi degli impiegati dell’intera economia della EU-27: nel 2005 arrivava appena al 30,6% ed ancora nel 2020 era ancora della metà, con il 49,1%. Il più confortante 64% che è stato registrato nel 2022 è un dato troppo influenzato dai violenti fenomeni inflazionistici verificatisi di recente
https://agriculture.ec.europa.eu/common-agricultural-policy/income-support/income-support-explained_it#whyfarmersneedsupport
https://agriculture.ec.europa.eu/common-agricultural-policy/cap-overview/cap-glance_it
Nonostante questa amara constatazione e la conferma della necessità di provvedere ad integrare il reddito di chi lavora in agricoltura mediante pagamenti diretti, il mantra ambientalista ha scaricato sull’agricoltura l’intero peso della biodiversità.
Gli obiettivi della nuova PAC, la Politica Agricola Comune, che è entrata in vigore dal 1° gennaio del 2023, prevedono infatti di:
- ripristinare, conservare e migliorare la biodiversità nelle aziende agricole;
- preservare e mantenere le caratteristiche del paesaggio;
- conservare e valorizzare le diverse risorse genetiche;
- facilitare l’ampia gamma di servizi ecosistemici resi possibili dalla biodiversità.
In termini concreti, entro il 2030, si deve:
- espandere la rete “Natura 2000” in modo che il 30% del territorio dell’UE sia protetto;
- collocare almeno il 10% della superficie agricola in elementi paesaggistici a elevata diversità;
- destinare almeno il 25% dei terreni agricoli all’agricoltura biologica;
- ridurre la perdita di nutrienti da fertilizzanti di almeno il 50% e ridurre il rischio e l’uso di pesticidi chimici del 50%.
C’è un primo punto di assoluta criticità: i produttori di concimi, di pesticidi e di sementi continueranno a praticare i prezzi che credono e non avranno nessun vincolo da rispettare, né alcun obiettivo stringente in termini di investimenti in ricerca e sviluppo ai fini di migliorare la qualità dell’ambiente e la biodiversità.
In secondo luogo, neppure gli operatori dei mercati all’ingrosso e la grande distribuzione organizzata sono stati chiamati a garantire giusti margini di compenso agli agricoltori, che spesso vendono sottocosto pur di rientrare in qualche modo nelle spese già sostenute. Solo la vendita diretta al pubblico da parte degli agricoltori consente loro di avere maggiori margini di guadagno: ma di questo, non si parla.
C’è un terzo aspetto, ancora più importante. Per quanto riguarda l’Italia, i Censimenti hanno rilevato che in quarant’anni la superficie agricola totale si è ridotta di un terzo: è una enorme quantità di terra, pari come abbiamo visto a oltre due volte la superficie della Sicilia, che solo in parte è stata utilizzata a fini edilizi. Nella terra abbandonata dall’agricoltura, certamente la meno fertile da coltivare, la natura e quindi la biodiversità hanno certamente ripreso il sopravvento, insieme al degrado del territorio: ma anche di questo non si discute.
Si scarica tutto sugli agricoltori: sono loro i veri forzati della terra, illusi di poter decidere del futuro solo perché padroni di appena un fazzoletto di terra.
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13/01/2024
Etiopia-Sudan-Egitto: le ragioni per un conflitto latente
Questa mega-costruzione sul Nilo Azzurro, alta 145 metri e larga 260 nella regione di Benishangul-Gumuz, a circa 30 chilometri dal confine sudanese, ha ovviamente fatto scattare un campanello d’allarme sia al Cairo che a Khartoum, che hanno ovvie ragioni per ritenere che la parziale interruzione del flusso del fiume possa avere un impatto diretto sulle loro economie, soprattutto perché le successive tornate negoziali tra i tre Paesi interessati (Etiopia, Sudan ed Egitto) e monitorate dagli Stati Uniti, data la grande capacità di stoccaggio del bacino, potrebbero avere ripercussioni su entrambi i Paesi a valle, il che è molto pericoloso, avverte un negoziatore sudanese.
Il Sudan, dove si incontrano il Nilo Azzurro e il Nilo Bianco, è il più colpito. In primo luogo, perché la regolazione del flusso del fiume impedirà le inondazioni stagionali, che sono parte integrante del modello agricolo locale.
Finora tutti i round negoziali per ottenere l’impegno dell’Etiopia ad accettare le condizioni per il riempimento del bacino sono falliti, compreso l’ultimo che si è concluso il 19 dicembre, pertanto le tensioni continuano a crescere in una regione che probabilmente non tollererà altre crisi e dove la possibilità di un conflitto armato non solo nelle tre nazioni coinvolte, ma anche in diverse nazioni limitrofe, non è una questione così remota.
In questo contesto di tensione è importante notare che tutti e tre i Paesi coinvolti, per ragioni diverse, sono sull’orlo del collasso.
Il Sudan, con una guerra civile che infuria ormai da quasi nove mesi e anche se sembra delinearsi un possibile vincitore, le Rapid Support Forces (RSF), la banda paramilitare a cui risponde Mohamed “Hemetti” Dagalo, oltre a sconfiggere le Sudanese Armed Forces (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan su diversi fronti chiave del conflitto, continuano a incrementare il genocidio in Darfur, che sembra che nessuno voglia riconoscere, fermare o anche solo condannare.
Indipendentemente dalla parte vincitrice, il fatto è che il Paese è già devastato dalla distruzione di infrastrutture, strade, ponti, centrali elettriche, aeroporti e altri edifici vitali, oltre a migliaia di case e centinaia di ospedali e scuole.
L’Egitto, impantanato in una crisi economica monumentale, chiederà al neoeletto presidente – per la terza volta consecutiva – Abdel Fattah al-Sisi, di intensificare le misure per contenere i disordini sociali e porre finalmente fine alla guerra interna contro il terrorismo fondamentalista nel Sinai, che dura da cinque anni.
Ma nulla di tutto ciò è paragonabile alla massiccia crisi umanitaria che potrebbe scatenarsi se gli Stati Uniti non fermeranno la pulizia etnica di Gaza guidata dai sionisti, che mira chiaramente a costringere gli oltre due milioni di gazawi a lasciare la loro terra e a fuggire attraverso il valico di Rafah nel Sinai settentrionale, dove il generale al-Sisi dovrà prendere in mano la situazione fino a quando le Nazioni Unite non si occuperanno finalemente, se gli Stati Uniti e i sionisti lo permetteranno, dei palestinesi sfollati.
E infine l’Etiopia, che deve ancora riprendersi dalla guerra di due anni (2020-2022) contro le forze separatiste dello Stato del Tigray e sta già contenendo a stento i tentativi di secessione dello Stato Amhara e che, se non ci riuscirà, precipiterà in una serie di guerre regionali che potrebbero finire per far esplodere la sempre minacciata unità nazionale.
Sebbene né l’Egitto né il Sudan siano stati colpiti dall’inizio del riempimento del bacino nel 2020, poiché l’acqua viene trattenuta durante la stagione delle piogge, la tensione non è diminuita, anzi.
Le due nazioni attraversano il corso del Nilo Azzurro, che a Khartoum si unisce al Nilo Bianco, per proseguire verso il Mediterraneo, attraversando tutto l’Egitto fino a raggiungere il Mediterraneo.
Inutile ricordare l’importanza fondamentale del Nilo per l’esistenza dell’Egitto fin dall’inizio dei tempi, in quanto sua unica fonte d’acqua, per cui il declino si ripercuoterebbe sull’importante produzione agricola che dipende dalle piene annuali e dall’arretramento del fiume per fertilizzare le sue terre, nonché su industrie elementari come la produzione di mattoni, per mancanza della materia prima, attività fiorente da secoli, a nord di Khartoum, che non raggiunge più nemmeno la metà del milione di unità che venivano prodotte fino a tre anni fa.
In un recente comunicato stampa diffuso dal Cairo dopo il fallimento dei negoziati, le autorità egiziane hanno affermato che il fallimento deriva dal “persistente rifiuto dell’Etiopia di accettare qualsiasi soluzione di compromesso tecnico o legale che salvaguardi gli interessi dei tre Paesi”.
Secondo la dichiarazione, l’Egitto ha compiuto sforzi e si è impegnato attivamente con i due Paesi a valle per risolvere le principali differenze e raggiungere un accordo amichevole.
Nel frattempo, Addis Abeba continua ad accusare l’Egitto di voler imporre il suo pregiudizio colonialista inventando impedimenti al raggiungimento di un accordo. Il Sudan è stato meno incisivo nelle sue dichiarazioni, data la guerra civile in corso, e si è mostrato più moderato nelle sue posizioni, pur mantenendo le stesse obiezioni.
Un’altra delle richieste del Cairo è che l’Etiopia si astenga dal costruire altre dighe sul Nilo Azzurro, una possibilità che, data la mancanza di accordi preliminari su questa realtà, potrebbe essere perfettamente realizzabile, dando ad Addis Abeba un significativo vantaggio politico e geopolitico nella regione, dove l’elettricità scarseggia, per qualsiasi tipo di sviluppo.
L’istinto indipendentista dell’Etiopia l’ha portata a diventare l’unico Paese del continente che è riuscito a rimanere fuori dall’era coloniale, al di là dell’interregno italiano (1936-1941), mentre nel corso della sua storia e praticamente fino ai giorni nostri ha combattuto diverse guerre per mantenere questo status, con l’Eritrea tra il 1961-1991 e il 1998-2000.
Arbitrariamente, il Regno Unito, durante l’occupazione di Egitto e Sudan, interessati a diversi progetti idrici, concesse alle sue colonie, in pratica, il controllo sull’intero bacino del Nilo, cosa che non è mai stata accettata dall’Etiopia, la cui posizione è sempre stata quella di non poter rivendicare il possesso esclusivo del fiume.
Un altro dei benefici collaterali che il GERD porta all’Etiopia è la formazione di oltre 70 isole dal lago artificiale, che saranno utilizzate per il turismo, oltre alla creazione intorno al lago di stabilimenti legati all’industria della pesca.
Un accordo comune tra le tre nazioni potrebbe essere una situazione vantaggiosa per tutti, in quanto esiste la possibilità concreta di investimenti internazionali per progetti nazionali e internazionali, ma è improbabile nell’immediato futuro nel contesto di instabilità dei tre Paesi, che sono stati tormentati da guerre, crisi politiche ed economiche.
Nel frattempo, il livello del Nilo continua a scendere ed è già un dato di fatto che non trasporta più i sedimenti che hanno arricchito le sue sponde per milioni di anni, ma solo sabbia.
La diga, oltre a ridurre la quantità di limo e di sostanze nutritive, aumenterà la salinità delle acque del Nilo, diminuendo la concentrazione di plancton, alterando la temperatura dell’acqua e riducendo il contenuto di ossigeno, che finirà per influenzare la migrazione e la riproduzione dei pesci.
Inoltre, il Sudan potrebbe perdere 84.000 ettari di colture, mentre la perdita di sostanze nutritive aumenterà la necessità di fertilizzanti, con ripercussioni non solo sui costi di produzione, ma anche sull’ambiente e sulla salute pubblica.
Il Presidente al-Sisi, nel tentativo di ribaltare la posizione del Primo Ministro etiope Abey Ahmed, più di tre anni fa ha chiesto che la questione del bacino idrico fosse inserita nell’agenda della Lega Araba e dell’Unione Africana, senza successo.
Nel luglio 2021 al-Sisi aveva chiesto, senza ancora ottenere alcuna reazione, l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che più di una volta prelude all’inizio di un conflitto armato che ha tutte le ragioni per divampare.
Fonte
21/06/2023
Lo Spoon River dei braccianti del “Made in Italy”
di Gioacchino Toni
Perché riferirsi, oggi, a Spoon River? Innanzitutto, scrive Antonello Mangano, La Spoon River dei braccianti (Meltemi, 2023), per assumere, ancora una volta, un punto di vista mancante, quello degli sconfitti ridotti altrimenti all’invisibilità. Inoltre, continua l’autore, in questo caso può essere utile anche per rompere quella «monocultura razzista» di matrice leghista che, in un disinvolto alternarsi di separatismo e sovranismo nazionalista, imperversa in Italia ormai da diversi decenni prendendo di mira, di volta in volta, «l’insegnante meridionale, l’ambulante senegalese, il pusher arabo, il burocrate romano, l’africano invasore, il negoziante pakistano, l’imam musulmano, lo zingaro del campo o l’infermiere napoletano» (p.13). Nemici fittizi, stereotipi che hanno saputo solleticare l’animo razzista di un popolo che non ha nemmeno saputo e voluto fare i conti con il suo vergognoso passato coloniale limitandosi, semplicemente, a rimuoverlo continuando a raccontarsi lo stucchevole mito degli “italiani brava gente”.
Autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi di migrazione e lotta alla mafia, fondatore di “Terrelibere.org” ed autore di Gli africani salveranno Rosarno (Terrelibere.org, 2009), Gli africani salveranno l’Italia (Rizzoli, 2010), Ghetto Economy (Terrelibere.org, 2014) e Lo sfruttamento nel piatto (Laterza, 2020), Antonello Mangano raccoglie in questo suo ultimo libro, una sorta di Antologia di Spoon River, le storie di braccianti morti a causa della loro condizione lavorativa in questo Belpaese che ama, ormai da qualche tempo, raccontarsi e nascondersi dietro a un altro mito, quello patinato del “Made in Italy”.
Che si tratti o meno di migranti, di italiani o di stranieri, di uomini o donne, le storie di questi diversi esseri umani finiscono per accomunarsi nella morte derivata, in fin dei conti, dallo sfruttamento lavorativo in agricoltura che rivela in filigrana una società italiana attraversata dal razzismo, da un’economia di stampo tribale condotta da imprenditori improvvisati quanto onnipotenti che, nel loro mondo chiuso, non riescono a percepirsi come cinici sfruttatori di altri esseri umani.
Le campagne, tuttavia, non sono abitate da “schiavi” privi di consapevolezza; dopo la morte di Gassama Gora, investito mentre si spostava in bicicletta a Rosarno, nel protestare per la sua morte, gli altri braccianti di colore hanno riportato sui cartelli innalzati le parole “Black lives matters” scandite dagli afroamericani nei lontani Stati Uniti. Per quanto siano luoghi chiusi, ormai anche i più sperduti campi italiani sono connessi alle lotte globali e libri come questo di Mangano possono contribuire non solo a far sì che le singole morti sul lavoro non restino nascoste, ma anche alla diffusione delle lotte e della solidarietà tra sfruttati.
In un panorama nazionale che tende a rendere chi viene selvaggiamente sfruttato/a invisibile, anche attraverso una riduzione, soprattutto nei casi di migranti, a “massa indistinta”, meritano di essere chiamati per nome e raccontati uno ad uno questi esseri umani sfruttati e morti di/sul lavoro nei campi italiani.
Adnad Siddique, nato a Lahore, Pakistan, il 10 febbraio 1988 è stato ucciso, a 32 anni, con ventisei coltellate a Caltanissetta, Italia, il 3 giugno 2020, per aver accompagnato alcuni amici a denunciare i caporali dei campi del sud della Sicilia.
Jerri Essan Maslo, nato a Umtata, Sudafrica, il 4 dicembre 1959, ucciso a 30 anni nel corso di una rapina a Villa Literno, Italia, il 25 agosto 1989, era un rifugiato sudafricano a cui lo Stato italiano aveva negato i documenti, costringendolo a sopravvivere da sfruttato nell’inferno della raccolta dei pomodori.
Soumalia Sacko, nato a Sambacanou, Mali, il 1° gennaio 1989 e ucciso a 29 anni con quattro colpi di fucile alla testa mentre raccoglieva lamiere nella campagna calabrese di San Calogero, Italia, il 2 giugno 2018, era un bracciante e un sindacalista costretto a vivere nel ghetto di Rosarno-San Ferdinando dopo essersi visto rifiutare la richiesta d’asilo.
Becky Moses, nata a Nassarawa, Nigeria, l’11 gennaio 1992 e bruciata viva a 26 anni nel ghetto di San Ferdinando, Italia, il 27 gennaio 2018, era sfuggita a un matrimonio forzato in Nigeria e si è vista negare il diritto d’asilo in Italia.
Ioan Puscasu, nato a Costești, Romania, nel 1968 e morto a 47 anni nei pressi di una serra dove lavorava in nero a Carmagnola, Torino, Italia, il 17 luglio 2015, è stato spostato da cadavere dai suoi sfruttatori per dimostrare che non lavorava da loro.
Mamadou Sare, nato in Burkina Faso nel 1978 è stato ucciso a fucilate a 37 anni nei campi in cui lavorava a Lucera, Foggia, Italia, il 21 settembre 2015, dopo una lunga caccia all’uomo, per aver osato appropriarsi di due meloni marci per far fronte alla fame.
Mohamed Abdullah, nato in Sudan nel 1968 è morto stremato di caldo e fatica a 47 anni nelle campagne salentine di Nardò, Lecce, Italia, il 20 luglio 2015, ove raccoglieva pomodori per i grandi marchi del “Made in Italy” sperando di poter dare un futuro migliore alla figlia.
Paola Clemente, nata a San Giorgio Jonico, Taranto, Italia, nel 1966 è morta distrutta da una vita di sfruttamento nelle filiere internali a 49 anni ad Andria, Italia, il 13 luglio 2015, sognando un avvenire migliore per i figli.
Dopo aver dato spazio alle singole storie di questi esseri umani, Mangano ricorda chi ha perso la vita in incidenti stradali occorsi mentre andava al lavoro o faceva ritorno da esso. Racconta della morte di un gruppo di braccianti romeni nelle campagne calabresi, di altri investiti nel ragusano o tra la zona industriale e il porto di Gioia Tauro e di diversi incidenti in cui hanno perso la vita braccianti sulle strade del foggiano o in Veneto.
L’autore ricorda poi le braccianti, soprattutto straniere, uccise in situazioni di degrado lavorativo e abitativo a cui sono spesso costrette nelle campagne italiane ove allo sfruttamento lavorativo vedono aggiungersi molestie, ricatti e violenze sessuali. Nell’inferno dei ghetti, inoltre, si può morire di incendi, di caldo o di freddo, di mancanza di cure mediche, ma anche di tragiche incomprensioni, di equivoci e di pregiudizi durante i controlli delle forze dell’ordine o per mano della violenza che domina i territori e che facilmente si scarica sui più deboli.
Un libro come questo è a rischio manicheismo. Da un lato padroni feroci, dall’altro migranti vittime. La realtà è ovviamente molto più articolata. Gli agricoltori di queste storie non sono rappresentativi della categoria. Ma gli spunti che emergono sono molto interessanti. Per prima cosa sono persone anziane. Spesso i figli studiano per fare altro. Alcuni, specie nel Nord Italia, sono ricchi, altri galleggiano come possono. Tutti hanno in comune una vita nel loro piccolo mondo isolato. […] Non si considerano sfruttatori. […] Il lavoro è una religione. Timorosi delle spese e delle tasse […] Ma come si rapportano agli stranieri? Con una sostanziale diffidenza: sono utili ma non sono come noi. Spesso la distanza sfocia nel razzismo […] Chi fa domande è un ficcanaso, uno che non si fa gli affari suoi. Qualcuno a metà tra una spia e un militare della Guardia di Finanza. Per quanto riguarda la comunicazione aziendale, basta qualche bella foto su Facebook, un cesto di frutta baciato dal sole, ma finisce lì. Il resto sono “cavoli nostri”. E la colpa è sempre degli altri. Anche quando si usano i neri come tiro al bersaglio. Sparano i proprietari di un campo di angurie, convinti di esercitare un diritto. Sparano i custodi (abusivi) delle lamiere abbandonate nella “Fornace Tranquilla” (pp. 147-148).
Già negli anni Ottanta, ricorda Mangano, i giornali tendono ad associare immigrazione, criminalità e degrado. «Un feroce razzismo di fondo anima i cronisti, che coniano e usano termini spregiativi» (p. 149). Insomma, le morti nelle campagne italiane hanno radici profonde. Quel che certo è che i miti degli italiani brava gente e del “Made in Italy” nascondono una realtà che non si vuole vedere né, tantomeno, risolvere.
06/06/2023
Pesticidi autorizzati in Europa. Nascosti i risultati nocivi alla salute
In questi test omessi alle autorità erano evidenziati, in particolare, gli effetti deleteri delle sostanze da loro stessi commercializzate su animali da laboratorio.
I risultati di questo studio sono stati pubblicati contemporaneamente da Le Monde in Francia, dal Bayerischer Rundfunk e Der Spiegel in Germania, dalla Schweizer Radio und Fernsehen (SRF) in Svizzera e dal The Guardian in Gran Bretagna.
Lo studio è stato condotto dal chimico Axel Mie (Università di Stoccolma, Karolinska Institute) e dalla tossicologa Christina Rudén (Università di Stoccolma). Gli “effetti deleteri” riguarderebbero “i disturbi del neurosviluppo” nelle persone, quindi con effetti direttamente sul cervello, come “autismo, deficit di attenzione e iperattività e altre disabilità intellettive”, che vengono segnalati in aumento in molti paesi, tra cui figura anche la Francia, come sottolinea lo stesso giornale.
Scrive Le Monde che i due ricercatori hanno svolto un lavoro scrupoloso confrontando, in migliaia di pagine di fascicoli normativi, “i dati trasmessi dai produttori alle autorità americane, da un lato, ed europee, dall’altro” e sono stati così in grado “di identificare nove pesticidi per i quali diversi produttori (tra cui Bayer e Syngenta) hanno condotto e presentato studi sul Dnt all’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa), ma non all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa)”.
Condotti su animali da laboratorio tra il 2001 e il 2007, questi test “non sono stati presi in considerazione dall’Autorità europea durante le prime autorizzazioni di queste nove sostanze (abamectina, etoprofos, buprofezin, fenamidone, fenamifos, fluazinam, glifosato-trimesio, pimetrozina, piridaben), per lo più concesse alla fine degli anni 2000”.
Si legge poi che il lavoro dei due ricercatori “deve essere considerato tanto più seriamente dal momento che gli impatti dei pesticidi sui disturbi dello sviluppo neurologico sono stati inequivocabilmente dimostrati, non solo sugli animali da laboratorio, ma anche sugli esseri umani“, ha commentato il neurobiologo Yehezkel Ben-Ari, direttore Emeritus Research Fellow presso il National Institute di Salute e Ricerca Medica (Inserm), che non ha avuto parte nel lavoro dei due ricercatori svedesi.
Sull’autismo in particolare, “ma anche sul quoziente intellettivo, sappiamo che le esposizioni materne hanno un effetto sul nascituro” ha aggiunto.
Le Monde si chiede se “Gli studi non presentati avrebbero modificato la decisione commerciale delle autorità? Per quattro delle nove molecole in questione, Axel Mie e Christina Rudén ritengono che questo sia potenzialmente il caso. Per tre di loro, secondo i ricercatori, è dimostrato”, conclude rifacendosi ai risultati della ricerca.
La brama di profitto genera morte. Sempre.
Fonte
23/01/2023
Il governo Meloni spiana la strada allo sfruttamento dei “lavoretti”
Dal 1° gennaio infatti possono fare ricorso alle “prestazioni occasionali” anche i datori di lavoro che occupano da 6 a 10 dipendenti, condizione che era vietata fino al 31 dicembre (il limite era 5 dipendenti). Non solo. È raddoppiata anche la possibilità di utilizzo: fino a 10mila euro con quattro o più prestatori (5mila fino all’anno scorso con due o più prestatori); è abrogata la deroga per le aziende alberghiere. Infine le strutture ricettive del turismo e le discoteche, sale da ballo e night-club possono farvi ricorso per tutti i lavoratori.
Sono queste le modifiche introdotte – su pressione delle imprese del settore – dalla legge 297/2022 (legge Bilancio 2023) varata dal governo Meloni. L’Inps ha recepito queste amare novità per migliaia di lavoratrici e lavoratori con la circolare 6/2023.
La disciplina delle attività occasionali, ossia dei piccoli lavoretti un tempo gestiti con i voucher e oggi rientranti nella definizione di «prestazioni occasionali», fino al 2021 era articolata su due direttrici: il contratto di prestazione occasionale – “Prest.O” – per i datori di lavoro, cioè soggetti con partita Iva; oppure con il “Libretto Famiglia” per le persone fisiche, cioè per quei soggetti estranei ad attività professionali e d’impresa.
La nuova legge introdotta dal governo riforma la materia ma solo sul primo versante, quello relativo ai datori di lavoro, con due novità: l’estensione del campo di applicazione e la separazione della disciplina nel settore agricolo, per il quale introduce un contratto specifico.
Dal 1° gennaio, dunque le “prestazioni occasionali” sul lavoro sono soggette a tre scenari normativi:
– il contratto di prestazione occasionale (“Prest.O”);
– il “Libretto Famiglia”;
– le “prestazioni agricole di lavoro subordinato occasionale a tempo determinato” (max 45 giornate).
Adesso con la nuova legge, possono farvi ricorso anche i datori di lavoro con hanno alle dipendenze fino a 10 lavoratori, mentre fino all’anno scorso il limite si fermava a 5 addetti. Altra novità è l’abrogazione della norma che accordava un limite più alto (8 dipendenti, per le prestazioni rese da specifici lavoratori: pensionati; giovani con meno di 25 anni; disoccupati; percettori prestazioni sostegno del reddito) alle aziende alberghiere e strutture ricettive che operano nel settore turismo le quali, pertanto, rientrano ora nel limite alto (10 dipendenti). Per espressa previsione, inoltre, rientrano nel contratto “Prest.O” anche le attività occasionali svolte per discoteche, sale da ballo, night-club e simili (codice Ateco 93.29.1) con riferimento a tutti i prestatori (fino al 31 dicembre, come detto, era possibile solo per alcune categorie).
Infine è previsto anche il raddoppio del limite di utilizzo delle prestazioni occasionali da parte dei datori di lavoro. Fino al 31 dicembre 2022 i limiti erano:
– prestatori = massimo 5mila euro annui di compensi in relazione a tutti gli utilizzatori;
– prestatori = massimo 2.500 euro annui di compensi in relazione a ciascun utilizzatore;
– utilizzatore = massimo 5mila euro di compensi in relazione alla totalità dei prestatori.
Dal 1° gennaio sono diventati:
– prestatori = massimo 5mila euro annui di compensi in relazione a tutti gli utilizzatori;
– prestatori = massimo 2.500 euro annui di compensi in relazione a ciascun utilizzatore;
– utilizzatore = massimo 10mila euro di compensi in relazione alla totalità dei prestatori.
In pratica il blocco elettorale di consenso del governo (albergatori, balneari, proprietari di locali e imprese della recezione, proprietari agricoli etc.) ha ottenuto mano libera nel ricorso legalizzato a questo tipo di “lavoretti” vedendosi estendere le possibilità di utilizzo sia per numero di dipendenti che per tetto economico. Un incentivo alla precarietà e allo sfruttamento in settori come turismo e agricoltura.
Fonte
22/11/2022
Lavoro agricolo in Italia ed in Europa
Per un organizzazione sindacale affrontare la tematica dell’agricoltura e della alimentazione è d’obbligo partire dalle condizioni in cui sono trattati i lavoratori che insieme ai contadini sono i protagonisti giornalieri della produzione del cibo. Senza contadini e senza braccianti agricoli, tutti lo sappiamo, non ci sarebbe produzione di cibo.
E se in cima alle nostre priorità come Unione Sindacale di Base, c’è il concetto che il CIBO NON E’ UNA MERCE MA UN DIRITTO ne consegue che tutto il sistema agroalimentare dovrebbe essere subordinato alla soddisfazione dei diritti fondamentali di tutti i protagonisti di questo sistema.
Dai piccoli produttori, ai lavoratori della terra, ai consumatori dei prodotti alimentari le politiche agricole comunitarie, ossia pubbliche, dovrebbero tener conto di tutti gli aspetti che favoriscono il benessere sociale, economico e lavorativo di queste categorie, mettendo in secondo piano la ricerca del massimo profitto da parte dei privati, malattia endemica del sistema capitalistico.
Stiamo sostenendo, nell’ambito di una larga campagna nazionale , l’iniziativa di 27 organizzazioni e associazioni impegnate nella difesa dell’agroecologia e del rispetto dell’ambiente, per contrastare la reale minaccia portata avanti in Europa ed in Italia per la reintroduzione degli OGM senza dichiararlo in etichetta.
L’intera filiera agroalimentare italiana, convenzionale e biologica, è nota in tutto il mondo anche per il fatto che da oltre vent’anni il nostro paese ha deciso di restare libero da OGM.
Questa decisione, grazie anche ad una legislazione sempre più stringente, rappresenta una chiave della forza commerciale e della garanzia di qualità del nostro cibo sul mercato. La deregolamentazione dei nuovi OGM metterebbe invece a rischio l’intero comparto con conseguenze irreversibili..
Dobbiamo invece constatare che il sistema agricolo è totalmente subordinato agli interessi delle grandi industrie alimentari, dei grandi proprietari terrieri, delle grandi speculazioni finanziarie, delle grandi catene di distribuzione e commercializzazione del cibo che impongono, condizionano determinano le politiche agricole pubbliche.
Siamo consapevoli di come quest’incontro avvenga in un momento drammatico per le sorti dell’intera umanità, la guerra russo-ucraino sta evidenziando ancora una volta come gli interessi capitalistici contrapposti di nazioni interessate più al riposizionamento geopolitico per il dominio del mercato internazionale, che alle sorti del fabbisogno alimentare delle popolazioni, produrrà un notevole peggioramento in Europa delle condizioni di vita di milioni di persone.
Come accaduto in tante guerre determinate dalla stessa volontà di dominio dei mercati, il terrore e l’insicurezza stanno già determinando lo spostamento di milioni di profughi da una nazione all’altra.
Purtroppo dobbiamo testimoniare che le migliaia di profughi provenienti dai conflitti in terre africane, in Afghanisthan, in Siria, in Iraq e precedentemente dai paesi dell’est Europa, sono divenute in Italia forza lavoro da sfruttare al limite dello schiavismo, spesso ed in grandi numeri questo è avvenuto in agricoltura.
La denuncia che noi oggi rappresentiamo ai partecipanti a questo incontro è una denuncia che parte dalle nostre esperienze dirette sui campi dove quotidianamente siamo presenti per raccogliere le testimonianze dei lavoratori della terra e per organizzarli nella rivendicazione dei loro diritti, ma queste nostre denunce sono state nel tempo confermate e rilanciate sia a livello internazionale che a livello nazionale da personalità, organizzazioni, istituzioni che sicuramente più di noi dovrebbero pesare nel cambiamento delle regole.
Dopo diversi anni di interventi nei campi al fianco principalmente dei lavoratori migranti, sfruttati e ricattati per la loro condizione di straniero spesso clandestino e quindi maggiormente ricattabile, nel 2018 otteniamo dal Governo italiano uno specifico tavolo di interlocuzione sulle condizioni lavorative, e ponendo già allora l’importanza della condizionalità sociale del rispetto dei diritti dei lavoratori nella regolamentazione dell’elargizione dei sussidi garantiti dalla PAC.
Nell’Ottobre del 2018 a Roma presso la FAO durante la 45esima edizione del Comitato per la Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite (CFS), partecipiamo all’incontro del CSM denunciando che nonostante l’esistenza di una convenzione intergovernativa adottata dall’ONU per la protezione dei migranti e delle loro famiglie, strumento essenziale per le rivendicazioni e le vertenze dei braccianti sfruttati e schiavizzati, questa non è mai stata ratificata dall’Italia e dall’Europa.
Vogliamo anche ricordare, come l’USB tiene in alta considerazione la Dichiarazione ONU sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle aree rurali votata 17 dicembre 2018 durante la 73° Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York,
Nel gennaio 2019, dopo che nel novembre 2017 segretario generale della Federazione Sindacale Mondiale aveva visitato il ghetto dei lavoratori braccianti vicino Foggia e constatato lo stato di enorme degrado in cui sono costretti a vivere i braccianti e aveva quindi portato all’attenzione della Commissione europea la disumana condizione di sfruttamento esistente in uno dei paesi più ricchi del primo mondo, perviene al governo italiano la nota della presidente liberale svedese Cecilia Wikström della Commissione per le Petizioni del Parlamento Europeo con la quale l’Italia è stata caldamente invitata a migliorare la situazione dei migranti, con particolare riguardo agli alloggi, all’accesso all’acqua, all’igiene, ai trasporti e alla sicurezza sociale.
Ricordando inoltre che la lotta allo sfruttamento sul lavoro, incluso quello dei migranti, rimane un obiettivo politico e una priorità non solo della Commissione ma dell’intera UE.
Il governo europeo ricorda infatti l’obbligo di garantire ai lavoratori migranti gli stessi diritti di quelli italiani, ivi compresi salari, sicurezza e salute.
Nel gennaio 2020 la Relatrice Speciale ONU per il diritto all’alimentazione Hilal Elver al termine di una visita di undici giorni nelle diverse località italiane dove è maggiormente evidente lo sfruttamento in agricoltura dichiara: “Sulla scena internazionale l’Italia è un paese molto attivo nella promozione dei diritti umani, soprattutto per quanto riguarda il diritto all’alimentazione; ma questo non si rispecchia interamente su scala nazionale”…
“Durante la mia visita ho incontrato molte persone che dipendono da banchi alimentari e da enti di beneficienza per il loro prossimo pasto, migranti senza dimora e senza un alloggio sicuro dove trascorrere la notte, lavoratori agricoli sottoposti a orari di lavoro eccessivi in condizioni difficili e con stipendi bassi, che non permettono loro di far fronte ai bisogni fondamentali, lavoratori migranti privi di documenti e dunque relegati in un limbo senza accesso a lavori regolari o alla possibilità di prendere in affitto un posto dignitoso in cui vivere e studenti le cui famiglie sono troppo povere per pagare i prezzi richiesti dalle mense scolastiche”, ha aggiunto Elver.
“In quanto paese sviluppato, nonché terza economia in Europa, tali livelli di povertà e di insicurezza alimentare in Italia non sono accettabili. Il governo italiano dovrebbe comprendere che la beneficienza in ambito alimentare non va confusa con il diritto all’alimentazione”.
I migranti che lavorano in ambito agricolo costituiscono uno dei gruppi più vulnerabili in Italia. All’interno del settore agricolo italiano ci sono tra i 450.000 e i 500.000 lavoratori migranti, che rappresentano circa la metà della forza lavoro complessiva.
Quello agricolo è spesso l’unico settore in cui i lavoratori poco qualificati riescono a trovare un impiego. La più elevata percentuale di lavoratori irregolari in relazione al numero totale dei lavoratori migranti si trova in ambito agricolo.
“Attraverso la legge 199/2016 contro lo sfruttamento del lavoro, l’Italia ha esteso la portata della già esistente disposizione contro il caporalato. Ad ogni modo, la legge risulta incapace di sostenere i diritti umani di tutti i lavorati agricoli, nello specifico dei migranti privi di documenti, relegati in una condizione di invisibilità e di paura”.
Lo sfruttamento in ambito lavorativo non costituisce l’unico modo in cui l’illegalità si insinua all’interno del sistema agricolo europeo.
Vi sono anche altri aspetti inaccettabili, tra i quali l’abbandono in aree rurali di prodotti contaminati, che vengono altresì inceneriti o riversati nelle acque dei fiumi; mercati all’ingrosso in cui gli agricoltori sono costretti ad accettare prezzi talmente bassi da rischiare di compromettere il proprio sostentamento; acquisti di terreni con proventi da attività illegali; la presenza di fertilizzanti contraffatti e tossici piuttosto diffusi, che vengono importati o assemblati in Italia e spesso utilizzati da lavoratori senza le adeguate competenze e in mancanza di misure di sicurezza sono solo alcune delle diverse pratiche illegali.
“L’aumento della grande distribuzione ha determinato un significativo riassetto del settore alimentare, poiché le principali catene di distribuzione controllano la maggior parte del mercato agroalimentare, imponendo prezzi bassi, che i piccoli agricoltori non riescono a eguagliare”, ha affermato la Relatrice Speciale.
Il 6 Maggio del 2020, Papa Francesco durante l’udienza generale ha risposto all’appello lanciato il 1° Maggio dai braccianti agricoli stipati nelle baraccopoli del Foggiano, “In occasione del 1° Maggio – ha detto il Papa – ho ricevuto diversi messaggi riferiti al mondo del lavoro e ai suoi problemi. In particolare, mi ha colpito quello dei braccianti agricoli, tra cui molti immigrati, che lavorano nelle campagne italiane. Purtroppo tante volte vengono duramente sfruttati.
È vero che c’è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata. Perciò accolgo l’appello di questi lavoratori e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e del lavoro”.
Nel settembre 2021 in risposta ad una richiesta di suggerimenti da parte del neo ministro delle politiche agricole del governo Italiano Patuanelli,avevamo inviato le nostre note , già precedentemente espresse durante i diversi incontri del Tavolo sul caporalato. In sintesi i nostri suggerimenti furono:
“UNA PAC che rispetti il diritto dei lavoratori. – l’immediata attuazione da parte dello stato italiano della condizionalità sociale senza aspettare né il termine della volontarietà del 2023, né tantomeno della obbligatorietà prevista nel 2025.
Il rispetto da parte dei beneficiari delle norme fondamentali relative alle condizioni di lavoro e di occupazione dei lavoratori agricoli e alla sicurezza e salute sul lavoro, devono essere condizioni imprescindibili.
L’Unione Sindacale di Base chiede, non solo la riduzione dei finanziamenti o la somministrazione di multe alle aziende, ma ritiene che si debba prevedere la totale esclusione dell’azienda dai finanziamenti europei”.
Sono arrivate poche settimane fa le Osservazioni sul piano strategico della PAC 2023-2027 presentato dall’Italia il 31 dicembre 2021. La Commissione europea ha espresso un parere ampiamente negativo evidenziando ben 244 rilievi tra inviti a correggere, modificare e completare nelle parti mancanti, il Piano elaborato dal nostro Governo.
Non spetta a noi entrare nel merito delle numerose osservazioni riguardanti la distribuzione dei fondi della PAC e l’insufficienza delle modalità con cui vengono ripartite le risorse finanziarie, poche per i piccoli produttori e molte per agroindustrie e latifondi. Inutile dire che la PAC italiana soffre di scarsa trasparenza e di poca chiarezza sulle scelte delegate alle regioni.
Ciò che maggiormente ci interessa, in quanto organizzazione sindacale che si batte per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori agricoli, è l’osservazione riguardante l’applicazione della “condizionalità sociale nei contratti di lavoro”.
La Commissione Europea, al punto 10 delle sue osservazioni cita:
“L’Italia dovrebbe rafforzare notevolmente la logica di intervento del piano per quanto riguarda lo sfruttamento della manodopera. Considerato il tasso molto elevato di irregolarità (oltre il 55 %) riscontrato nel settore agricolo italiano in questo campo, è essenziale affrontare la questione per garantire la stabilità economica, la competitività e la sostenibilità sociale delle aziende agricole italiane.
Per gli stessi motivi la Commissione accoglierebbe con favore un’applicazione efficace della condizionalità sociale sin dall’inizio dell’attuazione del piano.”
Sempre nei nostri suggerimenti indicavamo:
“Rispetto al primo semestre del 2018, il tasso di irregolarità riscontrate nelle imprese sottoposte a controllo è salito del 3% (dal 69% al 72%) ed il numero delle posizioni lavorative risultate irregolari è salito del 7,7% (da 77.222 alle attuali 83.191).”
E ancora: “Ora da questi dati fortemente esemplificativi, se si proietta il dato delle irregolarità riscontrate sul totale delle aziende percettrici di fondi PAC, non è azzardato pensare che almeno il 50 % delle aziende che ricevono sostanziosi aiuti dalla PAC non rispettino totalmente i contratti di lavoro. Infatti, la legge sul caporalato considera violazioni gravi oltre all’art. 603-bis Codice Penale sulla intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, ed evidenzia le caratteristiche principali con cui si possono verificare gli indici di sfruttamento: - la reiterata corresponsione di retribuzioni palesemente difformi dalle previsioni dei contratti collettivi di lavoro o comunque sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;
- la reiterata violazione della normativa in materia di orario di lavoro, periodi di riposo, riposo settimanale, aspettativa obbligatoria e ferie;
- violazioni delle norme in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro;
- sottoposizione del lavoratore a degradanti condizioni di lavoro, alloggiative o di sorveglianza.
È assolutamente evidente che il problema del caporalato non può essere appaltato solamente agli organi repressivi e di controllo, ma deve assolutamente essere inquadrato nelle norme che possono prevenire i comportamenti illeciti.”
Inutile dire che le nostre osservazioni formulate al Tavolo del Caporalato e ripetute al Ministero dell’Agricoltura sono state completamente ignorate, sia dalle diverse componenti istituzionali sia dalle forze sindacali e associative delle categorie agricole.
Per concludere riportiamo la dichiarazione di Surya Deva, presidente del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, che ha svolto una missione nelle campagne italiane nell’ottobre 2021:
“Gravi e persistenti abusi dei diritti umani in relazione alle attività delle imprese in Italia. Tali abusi includono condizioni di lavoro e di vita disumane per migliaia di lavoratori migranti, gravi problemi di salute e sicurezza sul lavoro e inquinamento ambientale che mette in pericolo la salute pubblica”.
“I lavoratori migranti, compresi quelli provenienti da Paesi africani e asiatici, che lavorano in settori come l’agricoltura, l’abbigliamento e la logistica, sono intrappolati in un circolo vizioso di sfruttamento, schiavitù per debiti e abusi dei diritti umani che deve essere spezzato”.
Il quadro esposto della situazione dei lavoratori agricoli in Italia negli ultimi 5 anni, indica la certificata violazione dei diritti dei lavoratori e soprattutto dei braccianti migranti, ma noi oggi vogliamo strillare la nostra rabbia e la nostra indignazione nei confronti di tutte le istituzioni internazionali e nazionali che ben consapevoli delle condizioni in cui prospera il profitto dell’agricoltura italiana ed europea, si rivoltano dall’altra parte ogni qualvolta bisogna risolvere il benché minimo problema presentato dai lavoratori e dai contadini, che sono i veri protagonisti della produzione delle ricchezze che arricchiscono le grandi aziende, la grande distribuzione organizzata, il sistema bancario e dei fondi di investimento.
È un sistema che arricchisce anche i soggetti impegnati nell’assistenza, nella ricerca sociologica, nella narrazione delle difficoltà in cui vivono i soggetti che sono sfuggiti dalle guerre in Africa, in Asia in medio oriente, e che attraverso un meccanismo di sussidi e finanziamenti pubblici ha alimentato un economia parallela, impegnata a raccontare nei salotti buoni, nelle riunioni internazionali, nei mass media la condizione di povertà e sfruttamento che lo stesso sistema ha determinato.
Un enorme raccolta di dati statistici, di testimonianze che servono a lavare le coscienze, a giustificare l’importanza del proprio operato.
Ciò che manca e che vogliamo denunciare è che tutte queste inchieste sociologiche e di raccolta di testimonianze, non hanno la stessa intensità, gli stessi approfondimenti, gli stessi dati statistici quando si deve denunciare l’operato del sistema agroindustriale, della Grande Distribuzione Organizzata, dell’ingiusto meccanismo dei finanziamenti della PAC.
Possiamo anche affermare che molti di questi studi, inchieste, ricerche sulle condizioni disumane fin’ora evidenziate sono commissionate con soldi pubblici, da quelle istituzioni e da quei decisori politici che nel momento di legiferare preferiscono avvantaggiare i potentati agroindustriali.
In questa direzione sono andate negli ultimi anni le decisioni anche dei governi di centro sinistra, che hanno strutturalmente indebolito fino a renderlo ininfluente l’apparato di controllo delle violazioni sui posti di lavori, che hanno favorito con la complicità anche delle organizzazioni sindacali filo governative, la totalità impunità di padroni e padroncini liberi di operare nella più assoluta impunità in ogni luogo delle campagne italiane.
Non possiamo assolutamente accettare che le situazioni di sfruttamento, evidenziate sotto la spinta anche del nostro intervento, siano presenti da più di venti anni nella indifferenza di governi nazionali e istituzioni locali.
Ciò che servirebbe per contrastare veramente un sistema che provoca l’impoverimento in Italia di milioni di persone, tra lavoratori, contadini e le loro famiglie è il miglioramento delle condizioni di vita dei braccianti e dei contadini attraverso l’introduzione di un salario minimo di legge per i braccianti, l’approvazione di una legge sull’agricoltura contadina, con la tutela della piccola produzione attraverso agevolazioni sulle operazioni fiscali, sanitarie e commerciali, favorendo con veri incentivi l’agroecologia e una produzione agricola in armonia e nel rispetto della natura.
Sappiamo, per avviarmi alle conclusioni, che il miglioramento delle condizioni di vita di tutti coloro coinvolti nella produzione del cibo, è dato da leggi e regolamenti ma è il frutto principalmente della capacità dei lavoratori e dei contadini sfruttati di far sentire la propria voce e di organizzarsi collettivamente per modificare le condizioni esistenti.
L’USB ha partecipato, come organizzazione ospitante al 18° congresso della Federazione Sindacale Mondiale, che si è concluso ieri 8 maggio a Roma, che ha visto la partecipazione di più di 400 delegati provenienti da più di 100 paesi nel mondo, una federazione Sindacale che da sempre è al fianco delle mobilitazioni dei lavoratori agricoli e dei contadini, come accaduto nel 2020/2021 per lotte e gli scioperi promossi unitariamente in India.
Insieme alla Federazione Sindacale Mondiale ci battiamo per l’attuazione pratica degli obiettivi e delle posizioni della FAO, dell’UNESCO e dell’ONU per la piena sufficienza alimentare ed energetica, l’accesso universale ai servizi pubblici di base, la fine della discriminazione civile, razziale ed etnica e la protezione dei diritti dei popoli indigeni, dei rifugiati e dei migranti. Chiediamo la protezione dei diritti umani e il diritto all’acqua, alla terra, all’aria, alla pesca e a tutti i beni essenziali.
Con questo impegno e con questi obiettivi saremo presenti nei momenti di confronto internazionale.
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03/09/2022
La metà delle famiglie ha già tagliato pesantemente le spese per l’alimentazione
Il dato emerge dai risultati dell’indagine pubblicata dalla Coldiretti dalla quale si evidenzia che un altro 18 per cento di cittadini dichiara di aver ridotto anche la qualità degli acquisti, costretto ad orientarsi verso prodotti low cost per arrivare a fine mese. Solo il 31 per cento delle famiglie non ha modificato le abitudini di spesa.
Gli italiani – sottolinea la Coldiretti – vanno a caccia dei prezzi più bassi anche facendo lo slalom nel punto vendita, cambiando negozio, supermercato o discount alla ricerca di promozioni per i diversi prodotti.
Nel 2022 le famiglie italiane hanno speso per i prodotti alimentari il 3,1 per cento in più ma per acquistare una quantità di generi alimentari ridotta del 3 per cento.
La situazione varia naturalmente da prodotto a prodotto con gli italiani che – spiega la Coldiretti – hanno tagliato ad esempio gli acquisti di frutta e verdura che crollano nel 2022 dell’11 per cento in quantità rispetto allo scorso anno scendendo a 2,6 milioni di tonnellate, su valori minimi da inizio secolo, sulla base dei dati Cso Italy/Gfk Italia nel primo semestre.
A pesare è stato l’aumento dei prezzi che sono rincarati al dettaglio per gli ortaggi del 12,4 per cento e per la frutta dell’8,3 per cento anche se nelle campagne sono riconosciuti valori che non coprono sempre i costi di produzione con i raccolti falcidiati da grandine e siccità, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat ad agosto. Un taglio – sostiene la Coldiretti – destinato nel tempo ad avere un impatto anche sulla salute se si considera che è di 400 grammi per persona la soglia minima di frutta e verdure fresche da mangiare in più volte al giorno, raccomandato dal Consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per una dieta sana.
Ma a rischio alimentare ci sono soprattutto gli oltre 2,6 milioni di persone che in Italia – evidenzia Coldiretti – sono costrette a chiedere aiuto per mangiare con i pacchi dono o nelle mense di carità e rappresentano la punta dell’iceberg delle difficoltà in cui rischia di trovarsi un numero crescente di famiglie a causa dell’inflazione spinta dal carrello della spesa per i costi energetici e alimentari.
L’esplosione di costi – sottolinea la Coldiretti – ha un impatto devastante dal campo alla tavola, in un momento in cui prima la siccità e poi il maltempo hanno devastato i raccolti con perdite stimate a 6 miliardi di euro, pari al 10 per cento della produzione nelle campagne – denuncia la Coldiretti – dove più di 1 azienda agricola su 10 (13 per cento) è in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività e ben oltre 1/3 del totale nazionale delle imprese agricole (34 per cento) si trova comunque costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dei rincari, secondo il Crea.
In agricoltura si registrano infatti aumenti dei costi che vanno dal +170 per cento dei concimi al +90 per cento dei mangimi al +129 per cento per il gasolio ma aumenti riguardano l’intera filiera alimentare con il vetro che costa oltre il 30 per cento in più rispetto allo scorso anno, si registra un incremento del 15 per cento per il tetrapack, del 35 per cento per le etichette, del 45 per cento per il cartone, del 60 per cento per i barattoli di banda stagnata, fino ad arrivare al 70 per cento per la plastica, secondo l’analisi Coldiretti.
Una situazione destinata ad esplodere in autunno colpendo una filiera agroalimentare che vale 575 miliardi di euro, quasi un quarto del Pil nazionale, e vede impegnati ben 4 milioni di lavoratori in 740 mila aziende agricole, 70 mila industrie alimentari, oltre 330 mila realtà della ristorazione e 230 mila punti vendita al dettaglio.
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16/08/2022
Ucraina: l’invasione del Capitale
La scorsa settimana, i creditori privati stranieri dell’Ucraina hanno accolto la richiesta del Paese di congelare per due anni i pagamenti di circa 20 miliardi di dollari di debito estero. Ciò consentirebbe all’Ucraina di evitare l’insolvenza sui prestiti contratti all’estero.
A differenza di altre “economie emergenti” in difficoltà sul fronte del debito, sembra che gli obbligazionisti stranieri siano felici di aiutare l’Ucraina, anche se solo per due anni. La mossa farà risparmiare all’Ucraina 6 miliardi di dollari nel periodo, contribuendo a ridurre la pressione sulle riserve della banca centrale, che sono diminuite del 28% da un anno all’altro, nonostante gli ingenti aiuti esteri.
L’economia ucraina, non a caso, è in condizioni disperate. Si prevede che il PIL reale diminuirà di oltre il 30% nel 2022 e il tasso di disoccupazione è del 35% (Constantinescu et al., 2022; Blinov e Djankov, 2022; Banca Nazionale Ucraina, 2022).
“Siamo grati per il sostegno del settore privato alla nostra proposta in tempi così terribili per il nostro Paese”, ha risposto Yuriy Butsa, viceministro delle Finanze ucraino, “vorrei sottolineare che il sostegno che abbiamo ricevuto durante questa transazione è difficile da sottovalutare”.
“Rimarremo pienamente impegnati con la comunità degli investitori anche in futuro e speriamo nel loro coinvolgimento nel finanziamento della ricostruzione del nostro Paese dopo la vittoria della guerra”, ha detto Butsa.
Qui Butsa rivela il prezzo da pagare per questa limitata generosità da parte dei creditori stranieri: l’accelerazione della richiesta delle multinazionali e dei governi stranieri di assumere il controllo delle risorse dell’Ucraina e di portarle sotto il controllo del capitale straniero senza alcuna restrizione e limitazione.
In un post recente, avevo delineato il piano per privatizzare e consegnare le vaste risorse agricole dell’Ucraina alle multinazionali straniere. Da diversi anni, una serie di rapporti dell’Istituto di osservazione economica di Oakland documentano l’acquisizione dei capitali stranieri. Gran parte di ciò che segue proviene da quei rapporti.
L’Ucraina post-sovietica, con i suoi 32 milioni di ettari coltivabili di ricca e fertile terra nera (nota come “cernozëm”), possiede l’equivalente di un terzo di tutta la terra agricola esistente nell’Unione Europea.
Il “granaio d’Europa”, come viene chiamato, ha una produzione annuale di 64 milioni di tonnellate di cereali e semi, è tra i maggiori produttori mondiali di orzo, grano e olio di girasole (per quest’ultimo, l’Ucraina produce circa il 30% del totale mondiale).
Come ho spiegato nel mio precedente post, l’acquisizione pianificata delle risorse dell’Ucraina ha in parte provocato il conflitto: la guerra semi-civile, la rivolta di Maidan e l’annessione della Crimea da parte della Russia.
Come ha sottolineato l’Oakland Institute, per limitare la privatizzazione sfrenata, nel 2001 era stata imposta una moratoria sulla vendita di terreni agli stranieri. Da allora, l’abrogazione di questa norma è stata uno dei principali obiettivi delle istituzioni occidentali.
Già nel 2013, ad esempio, la Banca Mondiale ha concesso un prestito di 89 milioni di dollari per lo sviluppo di un programma di atti e titoli di proprietà fondiaria necessari per la commercializzazione delle terre di proprietà dello Stato e delle cooperative. Nelle parole di un documento della Banca Mondiale del 2019, l’obiettivo era quello di “accelerare gli investimenti privati in agricoltura”.
Quell’accordo, denunciato all’epoca dalla Russia come una porta di servizio per facilitare l’ingresso delle multinazionali occidentali, include la promozione della “produzione agricola moderna... incluso l’uso delle biotecnologie”, un’apparente apertura verso le colture OGM nei campi ucraini.
Nonostante la moratoria sulla vendita di terreni agli stranieri, nel 2016 dieci multinazionali agricole erano già arrivate a controllare 2,8 milioni di ettari di terreno. Oggi, alcune stime parlano di 3,4 milioni di ettari nelle mani di società straniere e di società ucraine con fondi stranieri come azionisti. Altre stime arrivano a 6 milioni di ettari.
La moratoria sulle vendite, che il Dipartimento di Stato statunitense, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale avevano ripetutamente chiesto di rimuovere, è stata infine abrogata dal governo Zelensky nel 2020, prima di un referendum finale sulla questione previsto per il 2024.
Ora, con la guerra in corso, i governi e le imprese occidentali stanno intensificando i loro piani per incorporare l’Ucraina e le sue risorse nelle economie capitalistiche dell’Occidente. Il 4 e 5 luglio 2022, alti funzionari di Stati Uniti, Unione Europea, Gran Bretagna, Giappone e Corea del Sud si sono incontrati in Svizzera per la cosiddetta “Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina” (Ukraine Recovery Conference, da qui URC).
L’agenda dell’URC era esplicitamente incentrata sull’imposizione di cambiamenti politici al Paese, ovvero “rafforzamento dell’economia di mercato”, “decentralizzazione, privatizzazione, riforma delle imprese statali, riforma fondiaria, riforma dell’amministrazione statale” e “integrazione euro-atlantica”.
L’ordine del giorno era in realtà un seguito alla Conferenza sulla riforma dell’Ucraina del 2018, che aveva sottolineato l’importanza di privatizzare la maggior parte del settore pubblico ucraino rimanente, affermando che “l’obiettivo finale della riforma è quello di vendere le imprese statali agli investitori privati”, insieme alla richiesta di ulteriori “privatizzazioni, deregolamentazione, riforma energetica, riforma fiscale e doganale”.
Lamentando che “il governo è il più grande detentore di beni dell’Ucraina”, il rapporto afferma: “La riforma delle privatizzazioni e delle aziende di Stato è stata a lungo attesa, poiché questo settore dell’economia ucraina è rimasto in gran parte invariato dal 1991”.
L’ironia è che i piani dell’URC per il 2018 sono stati osteggiati dalla maggior parte degli ucraini. Un sondaggio dell’opinione pubblica ha rilevato che solo il 12,4% era favorevole alla privatizzazione delle imprese statali (SOE), mentre il 49,9% si opponeva (un ulteriore 12% era indifferente, mentre il 25,7% non ha risposto).
Tuttavia, la guerra può fare la differenza. Nel giugno 2020, l’FMI ha approvato un programma di prestito di 18 mesi e 5 miliardi di dollari all’Ucraina. In cambio, il governo ucraino ha revocato la moratoria di 19 anni sulla vendita di terreni agricoli di proprietà statale, dopo le forti pressioni esercitate dalle istituzioni finanziarie internazionali.
Olena Borodina, della Rete ucraina per lo sviluppo rurale, ha commentato che “gli interessi del settore agroalimentare e gli oligarchi saranno i primi beneficiari di questa riforma... Questo non farà altro che emarginare ulteriormente i piccoli agricoltori e rischia di separarli dalla loro risorsa più preziosa”.
E ora l’URC di luglio ha ribadito i piani di acquisizione dell’economia ucraina da parte del capitale, con la piena approvazione del governo Zelensky. Al termine dell’incontro, tutti i governi e le istituzioni presenti hanno approvato una dichiarazione congiunta denominata Dichiarazione di Lugano. Questa dichiarazione è stata integrata da un “Piano di ripresa nazionale”, a sua volta preparato da un “Consiglio di ripresa nazionale” istituito dal governo ucraino.
Il Piano prevede una serie di misure a favore del capitale, tra cui la “privatizzazione delle imprese non critiche” e la “finalizzazione dell’aziendalizzazione delle SOE”, come ad esempio la vendita della società statale ucraina di energia nucleare EnergoAtom.
Per “attrarre capitali privati nel sistema bancario”, la proposta chiedeva anche la “privatizzazione delle banche statali (SOB)”. Cercando di aumentare “gli investimenti privati e di stimolare l’imprenditorialità a livello nazionale”, il Piano di ripresa nazionale ha sollecitato una significativa “deregolamentazione” e ha proposto la creazione di “progetti catalizzatori” per sbloccare gli investimenti privati nei settori prioritari.
In un esplicito invito a ridurre le tutele del lavoro, il documento ha attaccato le rimanenti leggi a favore dei lavoratori in Ucraina, alcune delle quali sono un retaggio dell’epoca sovietica. Il Piano lamenta una “legislazione del lavoro obsoleta che porta a complicare i processi di assunzione e licenziamento, la regolamentazione degli straordinari ecc.”.
Come esempio di questa presunta “legislazione del lavoro obsoleta”, il piano sostenuto dall’Occidente lamenta il fatto che ai lavoratori ucraini con un anno di esperienza viene concesso un “periodo di preavviso per il licenziamento” di nove settimane, rispetto alle sole quattro settimane della Polonia e della Corea del Sud.
Nel marzo 2022, il Parlamento ucraino ha adottato una legislazione d’emergenza che consente ai datori di lavoro di sospendere i contratti collettivi. Poi, a maggio, ha approvato un pacchetto di riforme permanenti che di fatto esclude la stragrande maggioranza dei lavoratori ucraini (quelli delle aziende con meno di 200 dipendenti) dal diritto del lavoro ucraino.
I documenti trapelati nel 2021 mostrano che il governo britannico ha istruito i funzionari ucraini su come convincere un’opinione pubblica recalcitrante a rinunciare ai diritti dei lavoratori e ad attuare politiche antisindacali.
I materiali di formazione lamentavano il fatto che l’opinione popolare nei confronti delle riforme proposte fosse in gran parte negativa, ma fornivano strategie di comunicazione per indurre gli ucraini a sostenerle.
Mentre i diritti dei lavoratori saranno eliminati nella “nuova Ucraina”, il Piano di ripresa nazionale mira invece ad aiutare le imprese e i ricchi riducendo le tasse. Il piano si lamenta del fatto che il 40% del PIL ucraino provenisse dal gettito fiscale, definendolo un “onere fiscale piuttosto elevato” rispetto all’esempio della Corea del Sud.
Il piano chiede quindi di “trasformare il servizio fiscale” e di “rivedere il potenziale per diminuire la quota del gettito fiscale sul PIL”. In nome dell'“integrazione nell’UE e dell’accesso ai mercati”, ha proposto anche la “rimozione delle tariffe e delle barriere non tariffarie non tecniche per tutti i beni ucraini”, chiedendo al contempo di “facilitare l’attrazione degli IDE [investimenti diretti esteri] per portare in Ucraina le più grandi aziende internazionali”, con “speciali incentivi agli investimenti” per le società straniere.
Oltre al Piano di ripresa nazionale e al briefing strategico, la Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina del luglio 2022 ha presentato un rapporto preparato dalla società Economist Impact, una società di consulenza aziendale che fa parte del Gruppo Economist.
L’Ukraine Reform Tracker spinge ad “aumentare gli investimenti diretti esteri” da parte delle società internazionali, e non a investire risorse in programmi sociali per il popolo ucraino. Il rapporto del Tracker sottolinea l’importanza di sviluppare il settore finanziario e chiede di “rimuovere le regolamentazioni eccessive” e le tariffe.
Chiede di “liberalizzare ulteriormente l’agricoltura” per “attrarre gli investimenti stranieri e incoraggiare l’imprenditoria nazionale”, nonché “semplificazioni procedurali” per “rendere più facile per le piccole e medie imprese […] espandersi acquistando e investendo in beni di proprietà dello Stato”, rendendo così “più facile per gli investitori stranieri entrare nel mercato dopo il conflitto”.
L’Ukraine Reform Tracker ha presentato la guerra come un’opportunità per imporre l’acquisizione da parte del capitale straniero. “Il momento postbellico può rappresentare un’opportunità per completare la difficile riforma fondiaria estendendo il diritto di acquistare terreni agricoli a persone giuridiche, anche straniere”, si legge nel rapporto.
“L’apertura al capitale internazionale dell’agricoltura ucraina probabilmente aumenterà la produttività del settore, incrementando la sua competitività nel mercato dell’UE”, ha aggiunto.
“Una volta terminata la guerra, il governo dovrà anche prendere in considerazione la possibilità di ridurre in modo sostanziale la quota delle banche statali, privatizzando Privatbank, il più grande istituto di credito del Paese, e Oshchadbank, che si occupa di pensioni e pagamenti sociali”.
Altrove le politiche pro-capitale offerte dagli economisti occidentali semi-keynesiani sono meno esplicite. In una recente raccolta del Center for Economic Policy Research (CEPR), diversi economisti hanno proposto Politiche macroeconomiche per l’Ucraina in tempo di guerra.
In questo documento gli autori “sottolineano all’inizio che la crisi ucraina non è un contesto per un tipico programma di aggiustamento macroeconomico, cioè non le solite richieste di austerità fiscale e privatizzazione del FMI”.
Ma dopo molte pagine, diventa chiaro che le loro proposte sono poco diverse da quelle dell’URC. Come dicono loro stessi, “l’obiettivo dovrebbe essere quello di perseguire un’ampia e radicale deregolamentazione dell’attività economica, evitare il controllo dei prezzi, facilitare l’incontro tra lavoro e capitale e migliorare la gestione dei beni russi sequestrati e di altri beni sottoposti a sanzioni”.
L’acquisizione dell’Ucraina da parte del capitale (principalmente straniero) sarà così completata e l’Ucraina potrà iniziare a ripagare i suoi debiti e a fornire nuovi profitti all’imperialismo occidentale.
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13/08/2022
Sri Lanka: una catastrofe che ci riguarda
I distributori di carburante sono chiusi, le case e gli uffici restano al buio per molte ore al giorno. Nella capitale Colombo, fuori dalle farmacie i pazienti depennano dalla lista della spesa i farmaci ai quali possono rinunciare, per ognuno di quelli salvavita tirano un sospiro pensando al riso o al latte che per alcuni giorni non potranno permettersi. Tre persone su quattro, ogni giorno, sono costrette a saltare un pasto. Lo Sri Lanka è affondato in una disastrosa crisi economica, la peggiore dal 1948, anno della sua indipendenza.
Il debito estero ammonta a oltre 51 miliardi di dollari e lo Sri Lanka ha dovuto dichiarare il fallimento: le sue riserve di valuta estera sono esaurite. Lontano dai riflettori internazionali, un Paese di 22 milioni di abitanti, con una popolazione istruita e con un reddito pro-capite tra i più alti dell’Asia meridionale, è scivolato nella catastrofe, fino a dover dichiarare la bancarotta. L’Onu chiede “immediata attenzione globale” per la crisi economica del Paese.
I tre mesi neri dello Sri Lanka – La catabasi dello Sri Lanka è stata lenta e inesorabile. Il debito che cresceva, le coltivazioni che non producevano più a sufficienza beni di sussistenza, il carburante che scarseggiava insieme a tutti gli altri prodotti di importazione che il Paese non poteva più permettersi: negli ultimi tre mesi, la situazione è precipitata.
In notti concitate di telefonate e riunioni segrete, nel mese di aprile il gabinetto del premier Rajapaksa si è rapidamente svuotato. A dimettersi anche il governatore della banca centrale, da settimane impegnato a rifiutare le proposte di aiuti da parte del Fondo Monetario Internazionale. All’ennesima dimissione, quella del nuovo ministro delle finanze, nominato solo ventiquattro ore prima, è stato dichiarato lo stato di emergenza. Sono seguite settimane di proteste, i cittadini affamati raccolti nelle strade chiedevano pane, carburante e un nuovo governo: la polizia rispondeva con una repressione sempre più violenta, uccidendo almeno dieci manifestanti e ferendone centinaia. L’ordine era – e rimane – quello di sparare a vista contro “chiunque costituisca un pericolo”.
A inizio maggio è intervenuta l’Onu, allarmata dalla “crisi umanitaria” nel Paese, con il 75% della popolazione ridotta alla fame. Il 9 maggio, il primo ministro Mahinda Rajapaksa si è dimesso ed fuggito a Singapore. A luglio, anche il Presidente dello Sri Lanka, Gotabaya Rajapaksa, fratello dell’ex primo ministro, ha rassegnato le sue dimissioni ed è fuggito alle Maldive. Il palazzo presidenziale è stato preso d’assalto dai manifestanti, che si sono fatti immortalare mentre si tuffavano nelle sue piscine e mettevano a ferro e fuoco le sue camere da letto. Gli è succeduto un veterano della politica di Colombo, Ranil Wickremesinghe.
Il vecchio e il nuovo – Per decenni, lo Sri Lanka è stato amministrato da un governo ultranazionalista a conduzione familiare. Una vera dinastia, quella dei Rajapaksa, che ha controllato il Paese dal 2004. Mahinda Rajapaksa è stato Primo ministro nel 2004, poi Presidente per dieci anni, poi di nuovo Primo ministro dal 2018 al 2022. Suo fratello Gotabaya lo ha affiancato come Ministro della Difesa per un decennio e dal 2019 è stato Presidente. Due altri fratelli della famiglia Rajapaksa hanno ricoperto posizioni di potere nello stesso ventennio. Durante la guerra civile, i Rajapaksa furono accusati di crimini di guerra e contro l’umanità a causa della violentissima repressione di cui furono autori contro la formazione ribelle delle Tigri Tamil. Su di loro, anche dopo la riappacificazione del Paese, continuarono ad allungarsi le ombre delle accuse di corruzione e di omicidi e sparizioni di oppositori politici, attivisti e giornalisti. Il soprannome di Gotabaya divenne “terminator”.
Dopo quasi diciott’anni al potere, a luglio la famiglia Rajapaksa è stata costretta ad abbandonare il Paese. Il popolo in rivolta accusava il governo di essere il responsabile della catastrofe dello Sri Lanka, a causa della corruzione e delle politiche economiche e agricole dei Rajapaksa di questi anni.
I nuovi volti al governo non sono, però, molto incoraggianti. Il nuovo Presidente, Ranil Wickremesinghe, non è certo un neofita: veterano dell’estrema destra, per sei volte primo ministro, protagonista della guerra civile e delle violenze contro i ribelli Tamil. Una storia molto familiare, per la popolazione. Fresco di nomina, come da tradizione Rajapaksa, ha scelto un suo vecchio amico come primo ministro, Dinesh Gunawardena, un fedelissimo del vecchio governo. Ha poi confermato lo stato di emergenza nel Paese: l’esercito è stato mandato nelle strade a reprimere nel sangue qualsiasi tentativo di protesta. Sul Paese è calato definitivamente il buio.
Le cause di una tragedia annunciata – I fratelli Rajapaksa sono considerati i principali responsabili della crisi economica del Paese. La dinastia al potere ha accumulato debiti esteri, principalmente con Cina e India. Circa il 10 per cento del debito estero locale dello Sri Lanka è detenuto da Pechino, che negli anni ha moltiplicato i suoi interessi e che adesso pretende risarcimenti immediati. Che Colombo non può certo offrire, dal momento che, dopo aver contratto la metà dei suoi debiti vendendo titoli di stato in valuta estera, se n’è trovato completamente sprovvisto. A inizio anno, degli oltre 51 miliardi di dollari che doveva restituire ai suoi creditori, le casse dello Sri Lanka ne possedevano a malapena uno.
Nelle mani dei Rajapaksa, tutto sembrava possibile in nome della liberalizzazione del mercato e dei fondi provenienti dai Paesi più ricchi: ai loro conoscenti venivano garantiti appalti per infrastrutture finanziate a suon di debiti. Adesso molte di esse sono ancora cantieri aperti, cattedrali a cielo aperto in un Paese alla fame.
Tra le cause della crisi, c’è poi la guerra russo-ucraina, che ha messo in crisi i Paesi ricchi ma ha completamente prostrato i Paesi a medio e basso reddito, che ancora stavano facendo i conti con le conseguenze della pandemia e addirittura della crisi economica del 2008. In Sri Lanka, l’emergenza da Covid19 aveva già determinato un danno disastroso all’economia, con un taglio netto a uno dei suoi settori principali, il turismo. La scarsità di materie prime, nel mercato di Colombo ormai completamente dipendente dalle importazioni, ha spinto le banche a contrarre nuovi vincoli con i suoi creditori.
La crisi dello Sri Lanka è, però, anche una crisi agro-alimentare, che affonda le sue radici ancora una volta nelle scelte dell’ex governo di Colombo ma che riguarda anche le nostre tavole, principalmente quelle dei ceti abbienti dell’Occidente democratico. Secondo molti studiosi, a rovinare irrimediabilmente il Paese è stata l’agricoltura biologica.
L’agricoltura biologica che affama i poveri – Nell’aprile del 2021, all’improvviso, letteralmente dalla sera alla mattina, il governo Rajapaksa annunciò la conversione dell’intero settore agricolo del Paese in agricoltura biologica. A consigliarlo in questa scelta erano stati indubbiamente i suoi soci economici orientali e occidentali, Paesi ricchi attratti dalle potenzialità di mercato dei prodotti biologici. La produzione “bio” attrae molto i ceti abbienti: i prodotti vengono coltivati senza l’uso di sostanze chimiche, non sono contaminati e non contaminano l’ambiente, costituiscono quindi una scelta salutista ed ecologica al tempo stesso. Un lusso virtuoso, in breve, ma adottarla su larga scala in un Paese povero può portarlo alla catastrofe.
È quello che è successo in Sri Lanka, dove da un giorno all’altro i contadini sono stati costretti a fare i conti con un nuovo sistema agricolo molto meno produttivo. Non potendo più usare fertilizzanti né pesticidi, i contadini hanno visto i loro campi impoverirsi a vista d’occhio. La produttività si dimezzava nelle loro mani, mentre il governo di Colombo continuava a pretendere il “bio”. Finché tre quarti della popolazione non hanno avuto più di che alimentarsi. Molto prima che il popolo si ribellasse contro la dinastia Rajapaksa, nelle strade erano gli agricoltori a manifestare, chiedendo di poter tornare ai metodi tradizionali di coltivazione e di “salvare il salvabile”. Non sono stati ascoltati.
Quando il governo si è reso conto delle proporzioni della catastrofe “bio”, era troppo tardi. In primavera, il primo ministro aveva annunciato che il Paese sarebbe tornato ad acquistare fertilizzante per l’agricoltura. Una promessa che aveva lasciato impassibili i contadini: non c’era più denaro, in Sri Lanka, neppure per il fertilizzante.
Nella morsa del Fondo Monetario – Per un Paese della nuova via della seta come lo Sri Lanka, i creditori preferenziali sono sempre stati la Cina e l’India. Miliardi di debito sono stati accumulati da Colombo prima che si rendesse conto di non poterli restituire, né di poter fare fronte ai tassi di interesse di Pechino. Sono serviti mesi di proteste, morti per le strade, una crisi di governo e un’intera popolazione in emergenza umanitaria perché Colombo guardasse davanti a sé, verso l’enorme mostro dei propri creditori esigenti.
Per anni il Paese ha rifiutato il dialogo con Il Fondo Monetario Internazionale, ma secondo la nuova leadership non sembrano più esserci alternative. Un inverno cupo si prepara. Come annunciato dai portavoce del governo, la posizione dello Sri Lanka al tavolo delle trattative con il Fondo Monetario Internazionale non potrà che essere di estrema inferiorità e vulnerabilità. Per risanare la sua situazione economica, il Paese sarà costretto ad accettare qualsiasi condizione: privatizzazioni su larga scala, tagli alla previdenza sociale, sudditanza agli interessi delle economie di Stati Uniti ed Europa occidentale. I debiti saranno, insomma, pagati come sempre dagli ultimi, che ne usciranno soltanto più poveri e affamati.
Mai così vicino – Le dimensioni umane della tragedia che il Paese sta affrontando ci coinvolgono senz’altro, ma non è solo per questo che la “catastrofe Sri Lanka” potrebbe insegnarci molto e metterci in guardia. Sul disastro del “biologico”, ad esempio: un lusso della sinistra benestante e al tempo stesso un pericolo umanitario per le economie più povere, se gestito in maniera sprovveduta.
Il caso Sri Lanka costituisce, poi, la punta di un iceberg immenso che la liberalizzazione dei mercati dei Paesi poveri, incoraggiata dal Fondo Monetario Internazionale, ha creato. La fame improvvisa di 21 milioni di persone potrebbe essere un campanello d’allarme potentissimo, se l’Occidente fosse pronto ad ascoltarlo.
Per anni il Paese ha accumulato debiti esteri da Paesi ricchi che li offrivano con tassi di interesse bassissimi, un miraggio per le economie più povere del mondo. I fondi dei creditori ricchi sono liberamente fluiti verso le economie “in crescita” del pianeta, inclusa quella di Colombo, che, però, al primo segnale di cedimento è stata lasciata completamente sola, con debiti e interessi improvvisamente altissimi da pagare.
“Considerato in questa luce, è chiaro che lo Sri Lanka non è solo; semmai, è solo un presagio di una tempesta in arrivo di sofferenza del debito in quelli che gli economisti chiamano i “mercati emergenti””, scrive sul Guardian Jayati Ghosh, professoressa di economia all’Università del Massachusetts. “Il Fondo Monetario Internazionale si lamenta della situazione e non fa quasi nulla, e sia esso che la Banca Mondiale si aggiungono al problema con la loro rigida insistenza sui rimborsi e lo spaventoso sistema di supplementi imposto dal FMI. Mancano in azione il G7 e la “comunità internazionale”, il che è profondamente irresponsabile data la portata del problema e il loro ruolo nel crearlo”.
Secondo Ghosh, lo Sri Lanka non è che l’esempio dello tsunami che si abbatterà su molti altri Paesi vittime della stessa politica economica e di conseguenza anche sui Paesi ricchi in Occidente e in Asia. “La triste verità è che il “sentimento degli investitori” si muove contro le economie più povere indipendentemente dalle condizioni economiche reali in determinati Paesi”, e aggiunge che “il contagio interesserà non solo le economie che stanno già attraversando difficoltà (…) Libano, Suriname e Zambia sono già formalmente inadempienti; la Bielorussia è sull’orlo; e l’Egitto, il Ghana e la Tunisia sono in grave difficoltà di indebitamento”. Una catastrofe annunciata che potrebbe aggredire i Paesi creditori da più fronti. Il potenziale di destabilizzazione politica ed economica delle crisi che l’Occidente ha contribuito a preparare è enorme.
Una fonte diplomatica singalese, intanto, ha anche annunciato “uno tsunami di migranti in Europa”. Nel solo mese di giugno, le richieste di passaporto da parte di cittadini singalesi sono state più di 80.000, quattro volte di più rispetto all’anno precedente. Un’altra delle conseguenze della propria economia con le quali l’Occidente prima o poi dovrà fare i conti.
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