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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/03/2026

Sri Lanka - No alla presenza di aerei militari USA

Il governo progressista dello Sri Lanka, nei primi giorni di marzo ha rifiutato il permesso a due aerei da combattimento statunitensi di atterrare in un aeroporto civile del paese. A renderlo noto è stato lo stesso presidente Anura Kumara Dissanayake intervenendo al Parlamento.

L’agenzia Reuters riferisce che gli Stati Uniti avevano richiesto il permesso per due aerei militari di atterrare all’aeroporto internazionale di Mattala Rajapaksa, dal 4 all’8 marzo, con l’aggressione contro l’Iran in corso ormai da quattro giorni.

“Volevano portare due aerei da guerra armati con otto missili antinave da una base a Gibuti” – ha dichiarato Dissanayake – “Abbiamo rifiutato la richiesta per mantenere la neutralità dello Sri Lanka”, ha aggiunto tra gli applausi dei parlamentari.

Gli Stati Uniti avevano fatto allo Sri Lanka la richiesta il 26 febbraio, prima dell’avvio dei bombardamenti sull’Iran. Lo stesso giorno l’Iran aveva chiesto a tre delle sue navi di fare una visita di cortesia in Sri Lanka dal 9 al 13 marzo dopo aver partecipato a un’esercitazione navale indiana. Ma anche quella richiesta è stata respinta.

“Stavamo considerando questa richiesta. Se avessimo detto ‘sì’ all’Iran, avremmo dovuto dire ‘sì’ anche agli Stati Uniti”, ha aggiunto il presidente srilankese.

Ma nei giorni successivi, il 4 marzo, la marina dello Sri Lanka portato in salvo 32 membri dell’equipaggio di una nave iraniana – la Iris Dena – affondata in acque internazionali dai missili di un sommergibile statunitense al largo delle coste srilankesi in un attacco che ha causato almeno 84 morti tra i marinai iraniani. Successivamente lo Sri Lanka ha dovuto ospitare 208 marinai di un’altra nave iraniana – la Iris Busheer – che ha dovuto chiedere assistenza e riparare nel paese per evitare di essere attaccata dagli USA. 

L’Inviato Speciale degli Stati Uniti per l’Asia meridionale e centrale, Sergio Gor, era in visita in Sri Lanka e giovedì ha incontrato il presidente Dissanayake.

La dichiarazione di Dissanayake è arrivata venerdì ossia un giorno dopo il suo incontro con l’Inviato Speciale USA.

Fonti militari srilankesi hanno detto all’agenzia Afp che lo Sri Lanka non avrebbe permesso che il proprio spazio aereo venisse utilizzato per lanciare aggressioni contro altre nazioni, in linea con la politica estera del paese.

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22/09/2024

Sri Lanka - Il candidato comunista del JVP è in testa per le presidenziali

Si chiama Anura Kumara Dissanayake (Akd), è il candidato presidente della coalizione National Peolple’s Power (Npp) guidata dalla formazione marxista-leninista Janatha Vimukthi Peramuna (Jvp) e fonti dal paese affermano che tra stasera e domani mattina, ore italiane, sarà nominato Presidente della Repubblica democratica socialista dello Sri Lanka.

Sabato infatti si sono svolte le elezioni presidenziali. Il Npp, secondo le proiezioni dei risultati ancora parziali dello spoglio, ha raccolto 5,6 milioni di voti, distanziando di 1,3 milioni il secondo candidato Sajith Premadasa della colazione centrista (fermo dunque a 4,3 milioni di preferenze), raggiungendo circa il 49% dei voti assoluti. Terzo e più distanziato il candidato e presidente uscente Ranil Wickremasinghe.

Nel caso in cui nessuno dei partiti o coalizioni in lizza raggiunga il 50% più uno dei voti necessari per salire al governo, il sistema in vigore nell’isola non prevede un ballottaggio, ma il conteggio delle seconde e terze preferenze per decretare il vincitore “relativo”, ossia il primo che raggiunge il quorum, a cui concedere il mandato tra i primi due candidati più votati.

Le differenze tra il primo e secondo candidato rende pressoché impossibile un ribaltone, riferiscono dall’isola, per cui l’investitura per Anura Kumara Dissanayake “è solo una questione di tempo”.

Nonostante la difficilissima campagna elettorale, il Npp sembra dunque aver portato a termine la sua missione. Dato ormai da mesi ormai in testa nei sondaggi, il pericolo di un colpo di Stato e della messa al bando del Jvp, con conseguente scioglimento della coalizione, era un’ipotesi mai del tutto sopita, considerata anche la storia non tanto recente del paese.

Ma questa volta il radicamento forte e a tratti trasversale dell’organizzazione tra la popolazione, colpita duramente da anni di austerità e dal default economico del 2022, ha sfiancato le ambizioni antidemocratiche della destra neoliberista, reazionaria e filocoloniale del paese, impossibilitata dinanzi alla continua mobilitazione di massa messa in campo dal Jvp.

Del Npp infatti fanno parte le numerose associazioni (sindacali, civiche, politiche ecc.) che curano gli interessi dei contadini e dei religiosi, dei militari e dei poliziotti, delle donne e delle giovani generazioni, queste ultime due particolarmente attive nella mobilitazione e nella proposta per una alternativa di sistema per il paese.

Proprio nel giugno nel 2024, si era tenuta al Teatro Garbatella di Roma la Conferenza delle donne del National People ‘s Power dello Sri Lanka, in tour per mezza Europa, dove si cominciava ad assaporare la possibilità di un cambio radicale nella vita sociale, culturale e politica dello Sri Lanka.

L’ufficialità di questo cambio non passerà di certo con la sola vittoria elettorale da parte della coalizione di sinistra guidata dai comunisti del Jvp.

Ma cominciare a intervenire sulle strutture di potere che garantiscono rendite coloniali e di posizione alla corrotta classe politica srilankese, ancorata a doppio filo allo sgocciolamento di quel che resta del Commonwealth britannico, è sicuramente un primo passo importante.

Per cominciare questo decisivo quanto difficile percorso, non resta che attendere la nomina ufficiale di Anura Kumara Dissanayake alla guida dell’isola.

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18/04/2023

Riunione del Fmi. Incombe ancora il nodo della ristrutturazione del debito

Gli incontri di primavera, appuntamento annuale del Fondo Monetario Internazionale, si sono appena conclusi. Uno degli argomenti al centro delle discussioni è stata la ristrutturazione del debito di molti paesi in via di sviluppo, che sono attualmente in grave crisi finanziaria.

Già dal 2020 si è creata una struttura comune all’interno del G20 per far fronte in maniera coordinata al problema (il Common Framework for Debt Treatment beyond the DSSI). L’obiettivo è andare oltre la già prevista e semplice sospensione dei debiti.

Ora il dossier della ristrutturazione sta diventando sempre più impellente, in un quadro economico internazionale già fortemente sollecitato. Ma trovare un accordo tra i vari creditori non è semplice, soprattutto quando la competizione globale entra con forza nel dibattito.

Infatti, Pechino è accusata di ritardare il raggiungimento di un’intesa con lo scopo di perpetrare la «trappola del debito» verso i paesi in via di sviluppo. Questa formula, usata a lungo per descrivere le dinamiche dietro i prestiti del FMI e della Banca Mondiale, egemonizzati dagli USA, ora è diventata etichetta tipica dei finanziamenti cinesi.

Rilanciata anche da testate quali il New York Times e il Washington Post, questa politica predatoria consisterebbe in ingenti prestiti, per lo più per opere infrastrutturali. Nel momento in cui essi non possono essere restituiti, diverrebbero dunque una leva per imporre indirizzi di politica estera o per accaparrarsi strutture e pezzi dell’industria del paese insolvente.

Ovviamente i fondi cinesi non sono elargiti per semplice spirito umanitario, ma è stato ampiamente dimostrato che la famosa trappola non esiste. Si parla di accordi bilaterali volontari, fatti su progetti per lo più elaborati dalle autorità locali, e semmai è l’assenza quasi completa di condizioni di fondo che attrae i debitori, e con loro anche la corruzione.

L’esempio tipico di questa presunta meschinità cinese, quello del porto di Hambantota in Sri Lanka, è nato proprio dalla malagestione del progetto. Si deve anzi sottolineare che l’acquisizione di una quota di maggioranza in due filiali della locale autorità portuale da parte del colosso cinese CMPort non solo non portò al passaggio di proprietà dell’infrastruttura, ma andò a beneficio di altri.

Con l’1,12 miliardi di dollari dell’accordo, il governo dell’isola di Ceylon ripagò i suoi creditori occidentali, i cui prestiti presentavano i tassi più alti. Del resto, la Cina possedeva solo il 16% del debito srilankese, e di fronte al carattere paradossale di eventi come questo ci sono studiosi che hanno parlato di «trappola cinese» come di un vero e proprio meme.

Oggi il Dragone detiene il 20% del debito estero dello Sri Lanka, mentre solo il 12% di quello dell’Africa nel 2020. I paesi più coinvolti in relazioni con gli istituti pubblici e privati cinesi sono Angola, Etiopia, Kenya, Nigeria, Zambia e Ghana.

Gli ultimi due casi sono esemplificativi, perché la recente visita di Kamala Harris ha mostrato i reali interessi dietro il nodo della ristrutturazione. Lo Zambia, di cui il 22% del debito è controllato da Pechino, ha firmato un memorandum con l’amministrazione Biden per sviluppare filiere delle terre rare indipendenti dalla Cina.

Al Ghana la vicepresidente statunitense ha invece offerto 139 milioni e un consulente finanziario. Nessuna intercessione, tuttavia, nei confronti delle società occidentali come Amundi o BlackRock, che insieme ad altre hanno in mano la maggior parte del debito estero del paese, mentre la Cina meno del 10%.

Inoltre, nessuna parola è stata spesa per il recente accordo con il FMI che porterà al Ghana 3 miliardi di dollari, questi sì con la «trappola» delle condizionalità: riforme strutturali e austerità. Il presidente ghanese ha giustamente detto alla Harris che “negli Stati Uniti ci può essere un’ossessione per le attività cinesi nel continente, ma qui da noi questa ossessione non esiste”.

Difatti, la maggior parte dell’esposizione delle realtà citate è verso stati, banche e istituti internazionali riconducibili all’Occidente. La Cina, che viene messa alla gogna, ha in realtà già proceduto per propri canali a cancellare 113 milioni di debiti nel 2020, e al Forum per la cooperazione con l’Africa dello scorso anno ha promesso ulteriori misure.

Lo stesso Financial Times riporta che 78 miliardi di prestiti nella cornice della Nuova Via della Seta sono stati rinegoziati o cancellati nel corso degli ultimi tre anni. Pechino ha dunque mostrato di non essere l’aguzzino che viene presentato alle nostri latitudini, ma di saper agire in maniera autonoma e propositiva anche su questo tema.

Come detto, i finanziamenti del Dragone non sono privi di criticità. Spesso si basano su contratti poco chiari e con clausole contro la ristrutturazione, ma è chiaro che il problema di per sé non si risolverebbe solo con un atto di magnanimità di Xi Jinping.

Da Pechino è questo che stanno chiedendo: un maggior coinvolgimento dei creditori privati e di istituti multilaterali nei processi di ricontrattazione dei debiti. Ma se da una testata di regime come Repubblica non hanno problemi a scrivere che dal FMI non si vogliono elargire altri fondi per paura che, alla fine, finiscano in Cina, si può capire il clima di queste trattative.

La tavola rotonda degli incontri di primavera si è comunque conclusa con alcune decisioni positive. Ad alcuni accorgimenti tecnici si accompagnano le dichiarazioni di Malpass, presidente della Banca Mondiale, nelle quali riconosce che il privato andrebbe coinvolto nei processi di ristrutturazione dei debiti.

Allo stesso tempo, però, ha ribadito come spetti soprattutto alla Cina fare un passo avanti. Cosa che Pechino  ha effettivamente fatto proprio a questa riunione internazionale, come da tutti riconosciuto, pur non abbandonando la propria posizione. Per decisioni più concrete sembra bisognerà aspettare ancora.

È la logica dello scontro strategico che gli Stati Uniti stanno alimentando, contro qualsiasi ipotesi di sviluppo di un mondo multipolare, che è il vero impedimento a qualsiasi ristrutturazione funzionale dei debiti. Lo stesso Malpass aveva candidamente ammesso che i finanziamenti occidentali non sono stati usati per il bene dei popoli coinvolti.

Il braccio di ferro potrebbe arrivare fino alla dichiarazione di insolvenza dei prestiti cinesi, in cambio della continuazione delle elargizioni del FMI. Ma perché accada devono essere d’accordo innanzitutto i paesi debitori, e sempre più risulta chiaro che in molti, pur non schierandosi in una dinamica di blocchi, non sentono più il dominio ineluttabile dell’asse euroatlantico.

La Cina si è mossa tramite proprie cornici diplomatiche già ora per dibattere i problemi del debito sovrano, stimolando anche un maggiore protagonismo di finanziatori multilaterali regionali. È un modo per sganciare larghe fette di mondo dal guinzaglio di FMI e Banca Mondiale, così come lo può essere la de-dollarizzazione.

Appunto, il Sud globale può vedere in questi processi un’opportunità più che un limite allo sviluppo.

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13/08/2022

Sri Lanka: una catastrofe che ci riguarda

di Valeria Cagnazzo

I distributori di carburante sono chiusi, le case e gli uffici restano al buio per molte ore al giorno. Nella capitale Colombo, fuori dalle farmacie i pazienti depennano dalla lista della spesa i farmaci ai quali possono rinunciare, per ognuno di quelli salvavita tirano un sospiro pensando al riso o al latte che per alcuni giorni non potranno permettersi. Tre persone su quattro, ogni giorno, sono costrette a saltare un pasto. Lo Sri Lanka è affondato in una disastrosa crisi economica, la peggiore dal 1948, anno della sua indipendenza.

Il debito estero ammonta a oltre 51 miliardi di dollari e lo Sri Lanka ha dovuto dichiarare il fallimento: le sue riserve di valuta estera sono esaurite. Lontano dai riflettori internazionali, un Paese di 22 milioni di abitanti, con una popolazione istruita e con un reddito pro-capite tra i più alti dell’Asia meridionale, è scivolato nella catastrofe, fino a dover dichiarare la bancarotta. L’Onu chiede “immediata attenzione globale” per la crisi economica del Paese.

I tre mesi neri dello Sri Lanka – La catabasi dello Sri Lanka è stata lenta e inesorabile. Il debito che cresceva, le coltivazioni che non producevano più a sufficienza beni di sussistenza, il carburante che scarseggiava insieme a tutti gli altri prodotti di importazione che il Paese non poteva più permettersi: negli ultimi tre mesi, la situazione è precipitata.

In notti concitate di telefonate e riunioni segrete, nel mese di aprile il gabinetto del premier Rajapaksa si è rapidamente svuotato. A dimettersi anche il governatore della banca centrale, da settimane impegnato a rifiutare le proposte di aiuti da parte del Fondo Monetario Internazionale. All’ennesima dimissione, quella del nuovo ministro delle finanze, nominato solo ventiquattro ore prima, è stato dichiarato lo stato di emergenza. Sono seguite settimane di proteste, i cittadini affamati raccolti nelle strade chiedevano pane, carburante e un nuovo governo: la polizia rispondeva con una repressione sempre più violenta, uccidendo almeno dieci manifestanti e ferendone centinaia. L’ordine era – e rimane – quello di sparare a vista contro “chiunque costituisca un pericolo”.

A inizio maggio è intervenuta l’Onu, allarmata dalla “crisi umanitaria” nel Paese, con il 75% della popolazione ridotta alla fame. Il 9 maggio, il primo ministro Mahinda Rajapaksa si è dimesso ed fuggito a Singapore. A luglio, anche il Presidente dello Sri Lanka, Gotabaya Rajapaksa, fratello dell’ex primo ministro, ha rassegnato le sue dimissioni ed è fuggito alle Maldive. Il palazzo presidenziale è stato preso d’assalto dai manifestanti, che si sono fatti immortalare mentre si tuffavano nelle sue piscine e mettevano a ferro e fuoco le sue camere da letto. Gli è succeduto un veterano della politica di Colombo, Ranil Wickremesinghe.

Il vecchio e il nuovo – Per decenni, lo Sri Lanka è stato amministrato da un governo ultranazionalista a conduzione familiare. Una vera dinastia, quella dei Rajapaksa, che ha controllato il Paese dal 2004. Mahinda Rajapaksa è stato Primo ministro nel 2004, poi Presidente per dieci anni, poi di nuovo Primo ministro dal 2018 al 2022. Suo fratello Gotabaya lo ha affiancato come Ministro della Difesa per un decennio e dal 2019 è stato Presidente. Due altri fratelli della famiglia Rajapaksa hanno ricoperto posizioni di potere nello stesso ventennio. Durante la guerra civile, i Rajapaksa furono accusati di crimini di guerra e contro l’umanità a causa della violentissima repressione di cui furono autori contro la formazione ribelle delle Tigri Tamil. Su di loro, anche dopo la riappacificazione del Paese, continuarono ad allungarsi le ombre delle accuse di corruzione e di omicidi e sparizioni di oppositori politici, attivisti e giornalisti. Il soprannome di Gotabaya divenne “terminator”.

Dopo quasi diciott’anni al potere, a luglio la famiglia Rajapaksa è stata costretta ad abbandonare il Paese. Il popolo in rivolta accusava il governo di essere il responsabile della catastrofe dello Sri Lanka, a causa della corruzione e delle politiche economiche e agricole dei Rajapaksa di questi anni.

I nuovi volti al governo non sono, però, molto incoraggianti. Il nuovo Presidente, Ranil Wickremesinghe, non è certo un neofita: veterano dell’estrema destra, per sei volte primo ministro, protagonista della guerra civile e delle violenze contro i ribelli Tamil. Una storia molto familiare, per la popolazione. Fresco di nomina, come da tradizione Rajapaksa, ha scelto un suo vecchio amico come primo ministro, Dinesh Gunawardena, un fedelissimo del vecchio governo. Ha poi confermato lo stato di emergenza nel Paese: l’esercito è stato mandato nelle strade a reprimere nel sangue qualsiasi tentativo di protesta. Sul Paese è calato definitivamente il buio.

Le cause di una tragedia annunciata – I fratelli Rajapaksa sono considerati i principali responsabili della crisi economica del Paese. La dinastia al potere ha accumulato debiti esteri, principalmente con Cina e India. Circa il 10 per cento del debito estero locale dello Sri Lanka è detenuto da Pechino, che negli anni ha moltiplicato i suoi interessi e che adesso pretende risarcimenti immediati. Che Colombo non può certo offrire, dal momento che, dopo aver contratto la metà dei suoi debiti vendendo titoli di stato in valuta estera, se n’è trovato completamente sprovvisto. A inizio anno, degli oltre 51 miliardi di dollari che doveva restituire ai suoi creditori, le casse dello Sri Lanka ne possedevano a malapena uno.

Nelle mani dei Rajapaksa, tutto sembrava possibile in nome della liberalizzazione del mercato e dei fondi provenienti dai Paesi più ricchi: ai loro conoscenti venivano garantiti appalti per infrastrutture finanziate a suon di debiti. Adesso molte di esse sono ancora cantieri aperti, cattedrali a cielo aperto in un Paese alla fame.

Tra le cause della crisi, c’è poi la guerra russo-ucraina, che ha messo in crisi i Paesi ricchi ma ha completamente prostrato i Paesi a medio e basso reddito, che ancora stavano facendo i conti con le conseguenze della pandemia e addirittura della crisi economica del 2008. In Sri Lanka, l’emergenza da Covid19 aveva già determinato un danno disastroso all’economia, con un taglio netto a uno dei suoi settori principali, il turismo. La scarsità di materie prime, nel mercato di Colombo ormai completamente dipendente dalle importazioni, ha spinto le banche a contrarre nuovi vincoli con i suoi creditori.

La crisi dello Sri Lanka è, però, anche una crisi agro-alimentare, che affonda le sue radici ancora una volta nelle scelte dell’ex governo di Colombo ma che riguarda anche le nostre tavole, principalmente quelle dei ceti abbienti dell’Occidente democratico. Secondo molti studiosi, a rovinare irrimediabilmente il Paese è stata l’agricoltura biologica.

L’agricoltura biologica che affama i poveri – Nell’aprile del 2021, all’improvviso, letteralmente dalla sera alla mattina, il governo Rajapaksa annunciò la conversione dell’intero settore agricolo del Paese in agricoltura biologica. A consigliarlo in questa scelta erano stati indubbiamente i suoi soci economici orientali e occidentali, Paesi ricchi attratti dalle potenzialità di mercato dei prodotti biologici. La produzione “bio” attrae molto i ceti abbienti: i prodotti vengono coltivati senza l’uso di sostanze chimiche, non sono contaminati e non contaminano l’ambiente, costituiscono quindi una scelta salutista ed ecologica al tempo stesso. Un lusso virtuoso, in breve, ma adottarla su larga scala in un Paese povero può portarlo alla catastrofe.

È quello che è successo in Sri Lanka, dove da un giorno all’altro i contadini sono stati costretti a fare i conti con un nuovo sistema agricolo molto meno produttivo. Non potendo più usare fertilizzanti né pesticidi, i contadini hanno visto i loro campi impoverirsi a vista d’occhio. La produttività si dimezzava nelle loro mani, mentre il governo di Colombo continuava a pretendere il “bio”. Finché tre quarti della popolazione non hanno avuto più di che alimentarsi. Molto prima che il popolo si ribellasse contro la dinastia Rajapaksa, nelle strade erano gli agricoltori a manifestare, chiedendo di poter tornare ai metodi tradizionali di coltivazione e di “salvare il salvabile”. Non sono stati ascoltati.

Quando il governo si è reso conto delle proporzioni della catastrofe “bio”, era troppo tardi. In primavera, il primo ministro aveva annunciato che il Paese sarebbe tornato ad acquistare fertilizzante per l’agricoltura. Una promessa che aveva lasciato impassibili i contadini: non c’era più denaro, in Sri Lanka, neppure per il fertilizzante.

Nella morsa del Fondo Monetario – Per un Paese della nuova via della seta come lo Sri Lanka, i creditori preferenziali sono sempre stati la Cina e l’India. Miliardi di debito sono stati accumulati da Colombo prima che si rendesse conto di non poterli restituire, né di poter fare fronte ai tassi di interesse di Pechino. Sono serviti mesi di proteste, morti per le strade, una crisi di governo e un’intera popolazione in emergenza umanitaria perché Colombo guardasse davanti a sé, verso l’enorme mostro dei propri creditori esigenti.

Per anni il Paese ha rifiutato il dialogo con Il Fondo Monetario Internazionale, ma secondo la nuova leadership non sembrano più esserci alternative. Un inverno cupo si prepara. Come annunciato dai portavoce del governo, la posizione dello Sri Lanka al tavolo delle trattative con il Fondo Monetario Internazionale non potrà che essere di estrema inferiorità e vulnerabilità. Per risanare la sua situazione economica, il Paese sarà costretto ad accettare qualsiasi condizione: privatizzazioni su larga scala, tagli alla previdenza sociale, sudditanza agli interessi delle economie di Stati Uniti ed Europa occidentale. I debiti saranno, insomma, pagati come sempre dagli ultimi, che ne usciranno soltanto più poveri e affamati.

Mai così vicino – Le dimensioni umane della tragedia che il Paese sta affrontando ci coinvolgono senz’altro, ma non è solo per questo che la “catastrofe Sri Lanka” potrebbe insegnarci molto e metterci in guardia. Sul disastro del “biologico”, ad esempio: un lusso della sinistra benestante e al tempo stesso un pericolo umanitario per le economie più povere, se gestito in maniera sprovveduta.

Il caso Sri Lanka costituisce, poi, la punta di un iceberg immenso che la liberalizzazione dei mercati dei Paesi poveri, incoraggiata dal Fondo Monetario Internazionale, ha creato. La fame improvvisa di 21 milioni di persone potrebbe essere un campanello d’allarme potentissimo, se l’Occidente fosse pronto ad ascoltarlo.

Per anni il Paese ha accumulato debiti esteri da Paesi ricchi che li offrivano con tassi di interesse bassissimi, un miraggio per le economie più povere del mondo. I fondi dei creditori ricchi sono liberamente fluiti verso le economie “in crescita” del pianeta, inclusa quella di Colombo, che, però, al primo segnale di cedimento è stata lasciata completamente sola, con debiti e interessi improvvisamente altissimi da pagare.

“Considerato in questa luce, è chiaro che lo Sri Lanka non è solo; semmai, è solo un presagio di una tempesta in arrivo di sofferenza del debito in quelli che gli economisti chiamano i “mercati emergenti””, scrive sul Guardian Jayati Ghosh, professoressa di economia all’Università del Massachusetts. “Il Fondo Monetario Internazionale si lamenta della situazione e non fa quasi nulla, e sia esso che la Banca Mondiale si aggiungono al problema con la loro rigida insistenza sui rimborsi e lo spaventoso sistema di supplementi imposto dal FMI. Mancano in azione il G7 e la “comunità internazionale”, il che è profondamente irresponsabile data la portata del problema e il loro ruolo nel crearlo”.

Secondo Ghosh, lo Sri Lanka non è che l’esempio dello tsunami che si abbatterà su molti altri Paesi vittime della stessa politica economica e di conseguenza anche sui Paesi ricchi in Occidente e in Asia. “La triste verità è che il “sentimento degli investitori” si muove contro le economie più povere indipendentemente dalle condizioni economiche reali in determinati Paesi”, e aggiunge che “il contagio interesserà non solo le economie che stanno già attraversando difficoltà (…) Libano, Suriname e Zambia sono già formalmente inadempienti; la Bielorussia è sull’orlo; e l’Egitto, il Ghana e la Tunisia sono in grave difficoltà di indebitamento”. Una catastrofe annunciata che potrebbe aggredire i Paesi creditori da più fronti. Il potenziale di destabilizzazione politica ed economica delle crisi che l’Occidente ha contribuito a preparare è enorme.

Una fonte diplomatica singalese, intanto, ha anche annunciato “uno tsunami di migranti in Europa”. Nel solo mese di giugno, le richieste di passaporto da parte di cittadini singalesi sono state più di 80.000, quattro volte di più rispetto all’anno precedente. Un’altra delle conseguenze della propria economia con le quali l’Occidente prima o poi dovrà fare i conti.

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12/07/2022

Sri Lanka - Gli USA strumentalizzano la crisi contro la Cina

Un editoriale del giornale cinese Global Times analizza la situazione nello Sri Lanka alla luce della rivolta popolare che ha cacciato presidente e premier ma anche sulla base del tentativo statunitense di sfruttare la crisi cingalese per i propri interessi geopolitici in funzione anticinese.

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Sabato, decine di migliaia di manifestanti hanno fatto irruzione nella residenza presidenziale nella capitale dello Sri Lanka, Colombo. Il presidente Gotabaya Rajapaksa ha annunciato che si sarebbe dimesso il 13 luglio dopo essere stato cacciato dalla residenza. Il primo ministro Ranil Wickremesinghe ha dichiarato che lascerà l’incarico una volta instaurato un governo multipartitico. Rimane un punto interrogativo sulla misura in cui il cambio di regime possa risolvere la crisi economica e sociale che affligge questo paese dell’Asia meridionale da più di sei mesi.

Questa nazione insulare dell’Asia meridionale di 22 milioni di persone sta affrontando un’inflazione record e carenza di carburante, cibo e medicine, e il sostentamento delle persone è in grande difficoltà. Il governo dello Sri Lanka aveva precedentemente dichiarato bancarotta, diventando il primo paese insolvente sul proprio debito estero in questo secolo. Oltre alla situazione in Sri Lanka, c’è un’altra domanda che preoccupa le persone: ci sarà un altro paese in bancarotta e chi sarà?

In pochi anni, lo Sri Lanka è passato da un paese a reddito medio-alto dell’Asia meridionale a quello che è oggi, il che è senza dubbio il risultato di una combinazione di fattori interni ed esterni. I due principali fattori esterni sono la pandemia di COVID-19 che ha colpito duramente l’industria del turismo, pilastro dell’economia dello Sri Lanka e il secondo è l’aumento dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari causato dal conflitto tra Russia e Ucraina.

Dal punto di vista dei fattori interni, le politiche agricole ed economiche relativamente radicali avviate dallo Sri Lanka negli anni precedenti rendono difficile al Paese resistere all’impatto di fattori esterni.

Si può vedere che un paese come lo Sri Lanka la cui economia dipende fortemente dal reddito in valuta estera è fragile nella sua capacità di resistere ai rischi economici globali e il fallimento è causato da molteplici fattori. Va detto che alcuni paesi occidentali come gli Stati Uniti sono più interessati a utilizzare la crisi dello Sri Lanka per manipolazioni geopolitiche di quanto non siano disposti a offrire un’assistenza reale al paese. Guardano allo Sri Lanka che è in crisi non con ansia, ma con contorta eccitazione.

Lo Sri Lanka è già segnato e non può sopportare la pressione e il costo di diventare un’arena geopolitica. Molti rapporti di ricerca hanno ripetutamente dimostrato che l’attuale crisi del debito dello Sri Lanka non è direttamente correlata agli investimenti infrastrutturali finanziati dalla Cina.

Il debito estero bilaterale verso la Cina rappresenta solo il 10% del debito estero totale in essere dello Sri Lanka. I creditori commerciali e le istituzioni finanziarie multilaterali dei paesi occidentali sono responsabili del debito estero dello Sri Lanka. Hanno venduto il debito ai cosiddetti fondi avvoltoio, che hanno sfruttato ogni centesimo dello Sri Lanka. Pertanto, screditare la Cina accusandola di scavare nella “trappola del debito” e persino attaccando la Belt and Road Initiative non è fondato.

Data l’esperienza dello Sri Lanka, è urgente rompere il dilemma dello sviluppo di alcuni paesi in via di sviluppo. Immaginiamolo. Se lo Sri Lanka formerà gradualmente il proprio sistema di sviluppo economico, sarà più in grado di resistere ai rischi quando si troverà ad affrontare un difficile ambiente economico esterno. In effetti, questo è diventato il consenso di un numero crescente di paesi.

Alla fine di maggio 2022, la Cina ha firmato più di 200 documenti di cooperazione “Belt and Road” con 150 paesi e 32 organizzazioni internazionali e la cerchia di partner per la costruzione della Belt and Road Initiative si è ampliata, il che dimostra fortemente che la cooperazione si sta muovendo nella giusta direzione.

Washington ne è ben consapevole. La proposta dell’amministrazione Trump del “Blue Dot Network”, che afferma di promuovere la costruzione di infrastrutture regionali di alta qualità, la proposta dell’amministrazione Biden di “Build Back Better World” nel giugno 2021 e l’annuncio di Biden questo giugno durante il vertice del G7 che il blocco mobiliterà circa 600 miliardi di dollari per investimenti infrastrutturali globali, lo dimostrano tutti. Il rafforzamento delle infrastrutture e il potenziamento dell’energia endogena sono la vera chiave per risolvere il dilemma dello sviluppo.

Tuttavia, proprio perché la Belt and Road Initiative sottolinea la cooperazione e la costruzione congiunta piuttosto che la leadership degli Stati Uniti e dell’Occidente, alcune persone negli Stati Uniti e in Occidente non hanno risparmiato alcuno sforzo per diffamarla e indebolirla.

Mentre l’economia globale entra in un momento di crisi, la parola “sviluppo” evidenzia un valore ancora più prezioso dell’oro. La crisi del “fallimento nazionale” che sta affrontando lo Sri Lanka è essenzialmente innescata da deficit di sviluppo e governance globali. La crisi della sicurezza regionale esacerbata dagli Stati Uniti e dall’Occidente ha aggravato la crisi dello sviluppo globale.

Speriamo sinceramente che gli Stati Uniti e alcuni paesi occidentali possano frenare i loro impulsi geopolitici per indulgere in una grande competizione di potere. Dovrebbero dare un po’ di spazio alle loro coscienze e dare un po’ di tempo allo sviluppo.

Fonte

11/07/2022

Sri Lanka - La rivolta popolare caccia Presidente e Primo ministro

Una calma piena di tensione è stata ristabilita nelle strade di Colombo, la Capitale dello Sri Lanka, dopo che proteste popolari fortissime hanno portato il presidente Gotabaya Rajapaksa e il primo ministro Ranil Wickremesinghe ad annunciare le proprie dimissioni.

I manifestanti continuano comunque a mantenere un presidio nella residenza del capo dello Stato, costretto alla fuga. È andata peggio al capo del governo, che pur dopo aver accettato di farsi da parte ha visto la propria abitazione data alle fiamme dalla folla. Le dimissioni di Rajapaksa, annunciate dal presidente del parlamento Mahinda Abeywardana in un discorso trasmesso dalla televisione nazionale, saranno formalizzate mercoledì 13 luglio.


Anche il Primo ministro dello Sri Lanka Ranil Wickremesinghe infatti si dimetterà e farà posto a un governo di tutti i partiti. È la prima conseguenza dell’assalto alla residenza del presidente Gotabaya Rajapaksa che le forze di polizia non sono riuscite a fermare neppure con i gas lacrimogeni.

Il principale ospedale di Colombo ha detto che 105 persone sono state ricoverate sabato e che 55 sono rimaste in cura fino a domenica. I feriti includono sette giornalisti.

Il governo dello Sri Lanka è impossibilitato a pagare il suo debito estero di 51 miliardi di dollari e sta cercando un accordo di salvataggio con il Fondo monetario internazionale.

Il FMI ha affermato domenica di sperare in “una risoluzione della situazione attuale che consentirà la ripresa del nostro dialogo”.

Lo Sri Lanka ha quasi esaurito le sue già scarse forniture di benzina e sabato le persone impossibilitate a recarsi nella capitale hanno organizzato proteste in altre città dell’isola.

I manifestanti avevano già mantenuto un campeggio di protesta durato mesi fuori dall’ufficio di Rajapaksa chiedendo le sue dimissioni.

Il campeggio lo scorso maggio è stato teatro di scontri, quando una banda di lealisti di Rajapaksa ha attaccato i manifestanti antigovernativi.

I partiti di opposizione, durante un incontro convocato dal presidente del Parlamento, avevano richiesto le dimissioni del primo ministro e del presidente Gotabaya Rajapaksa per la cattiva gestione della crisi economica che ha colpito lo Sri Lanka.

Al momento non si sa dove si trovi il presidente Gotabaya Rajapaksa, che secondo fonti qualificate è stato portato via già venerdì, prima delle proteste oceaniche per chiedere le sue dimissioni, con i manifestanti che hanno occupato sia l’ufficio, sia la residenza ufficiale.

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28/06/2022

Sri Lanka - Economia al collasso, arriva il petrolio russo

Il governo dello Sri Lanka invierà due ministri in Russia per negoziare la fornitura di petrolio greggio a prezzi scontati. A riferirlo è l’agenzia Nova in un lungo servizio dedicato alla crisi economica del paese asiatico.

Le autorità singalesi hanno annunciato che il paese ha completamente esaurito le sue scorte di carburante, pertanto il ministro dell’Energia Kanchana Wijesekera ha dichiarato che due ministri da ieri sono in Russia, con l’incarico di negoziare ulteriori forniture di petrolio dopo le 90mila tonnellate di greggio russo già acquistato il mese scorso. Tale fornitura era stata organizzata tramite Coral Energy, un intermediario con sede a Dubai, ma l’esecutivo singalese è sotto pressione da parte della politica nazionale per avviare trattative dirette col governo russo e bypassare il mediatore.

Il premier singalese Wickremesinghe ha riferito in parlamento che il Paese avrà bisogno d’importare quest’anno almeno 3,3 miliardi di dollari di carburanti, 900 milioni di dollari di prodotti alimentari, 250 milioni di dollari di gas da cucina e 600 milioni di dollari di fertilizzanti. Tutte materie prima di cui la Russia dispone abbondantemente.

Il ministro dell’Energia Wijesekera andrà invece in visita in Qatar. Proprio il ministro dell’Energia singalese aveva annunciato sabato 25 giugno che il paese ha sostanzialmente esaurito le scorte di benzina e gasolio, e che il quantitativo necessario a coprire la domanda nazionale per due giorni è stato accantonato per i servizi essenziali.

L’economia dello Sri Lanka, è gravata da un rilevante debito estero ed è priva di valuta straniera. Di fatto “è collassata” dopo mesi di crisi segnati da carenze sempre più acute di generi alimentari, carburante ed elettricità.

Durissime manifestazioni popolari di protesta attraversano da settimane il paese chiedendo le dimissioni del premier Gothabaya. Alcune sono state represse duramente.

Contro lo Sri Lanka si sono coalizzati una trentina di avvoltoi della finanza, detentori internazionali delle obbligazioni di Stato, che hanno annunciato il lancio formale di un gruppo di creditori per determinare la ristrutturazione del debito sovrano di quel Paese. Tra questi obbligazionisti risultano esserci BlackRock, Morgan Stanley Investment Management, Hbk Capital Management, T. Rowe Price Associates Inc. Rotschild & Co, Amundi Asset Management. Inutile dire che, come un loop, i grandi creditori chiedono al Paese di “attuare un pacchetto significativo di riforme e correzioni fiscali”.

Quest’anno lo Sri Lanka dovrebbe ripagare 7 miliardi di dollari sui 25 miliardi di prestiti da coprire entro il 2026. In totale il debito estero è pari a 51 miliardi di dollari. Secondo le stime della Banca centrale, l’economia si contrarrà del 3,5 per cento nel 2022.

Lo Sri Lanka sta vivendo la peggiore crisi economica nazionale da decenni. La carenza di valuta estera ha lasciato la popolazione, di 22 milioni di abitanti, a corto di beni di importazione essenziali, come cibo, carburante e farmaci. Una delegazione del Fondo monetario internazionale (Fmi) è in visita nel Paese per colloqui col governo su un pacchetto di salvataggio da circa 3 miliardi di dollari.

Il premier Ranil Wickremesinghe, ha tentato di mediare una tregua con i principali creditori internazionali ma il paese affronta “una situazione molto più grave” della sola mancanza di generi e risorse di base, ed ha avvertito che lo Sri Lanka rischia di “toccare il fondo”, perché “la nostra economia è completamente collassata”.

Wickremesinghe ha aggiunto che il Paese non è in grado di importare carburanti a causa dell’indebitamento della compagnia petrolifera di Stato Ceylon, che ha accumulato debiti per 700 milioni di dollari. “Per questa ragione, nessun Paese o organizzazione al mondo è disponibile a fornirci carburante. Sono persino riluttanti a vendercelo in cambio di contanti”, ha detto il premier.

Questa settimana i leader dei principali partiti di opposizione singalesi hanno boicottato i lavori parlamentari per protestare contro il primo ministro, nominato dal presidente Gotabaya Rajapaksa.

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10/10/2021

Nuova via della seta, grandi manovre sui terminal dell’Oceano Indiano

Per capire la portata della fuga statunitense e occidentale dall’Afghanistan non basta “decostruire” le stupidaggini, le follie o le semplici menzogne della propaganda imperialista. Più utile ancora è conoscere i megaprogetti di sviluppo in partenza in quell’area.

Qui sotto un esempio tratto da Milano Finanza.

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Grandi manovre sono in atto tra Cina, Pakistan e India sugli investimenti relativi alla Belt & Road e in particolare sui terminal lungo le rotte marittime, che stanno acquistando una crescente importanza geostrategica.

Pakistan e Cina hanno deciso di spostare il baricentro della loro iniziativa per il Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), che rappresenta il più importante investimento del progetto Belt and Road, dalla controversa area di Gwadar (Belucistan) alla costa di Karachi, 600 chilometri più a est, prossima ai confini con l’India.

I due paesi hanno firmato un memorandum d’intesa per il progetto della Cona di sviluppo complessivo costiero di Karachi, durante il 10mo Comitato di cooperazione congiunta. Si tratterà di un investimento da 3,5 miliardi di dollari, che include una nuova strutture nel porto di Karachi e un impianto di depurazione delle acque, oltre alla costruzione di un ponte tra il porto e le isole Manora.

"Questo progetto ripulirà l’habitat marino per i nostri pescatori, costruirà unità abitative per famiglie a basso reddito e presenterà opportunità per gli investitori. Porterà Karachi al pari delle più sviluppate città portuali”, ha rilanciato su Twitter il primo ministro pachistano, Imran Khan.

A spingere il cambio di focus pare essere stata l’estrema instabilità rappresentata dalla situazione a Gwadar, una delle maggiori città costiere della provincia del Belucistan, dove ad agosto un attentato suicida dei separatisti beluci ha avuto come obiettivo un veicolo cinese.

Gwadar avrebbe dovuto essere il terminal di un impianto per gas naturale liquefatto galleggiante come parte del segmento Gwadar-Nawabshah del gasdotto Iran-Pakistan. Oltre agli investimenti sotto l’egida diretta del CPEC, che prevede investimenti per oltre 46 miliardi di dollari, nella città di Gwadar, nel giugno del 2016 la China Overseas Port Holding Company (COPHC) ha dato avvio ad un piano da 2 miliardi di dollari per la Zona Economica Speciale Gwadar, modellata sulle linee delle Zone economiche speciali della Cina.

Ora non è chiaro se nel nuovo accordo tra i due paesi, anche la Zes verrà spostata nell’area di Karachi.

Intanto l’agenzia giapponese Nikkei ha riferito che il conglomerato indiano Adani Group, in affari tra l’altro con la Msc, la seconda shipping company del mondo, ha firmato un accordo da 605 milioni di euro per costruire un terminal container presso il porto di Colombo, la capitale dello Sri Lanka, nel tentativo, secondo gli analisti, di contrastare la crescente influenza cinese in quest’isola strategica.

Il gruppo indiano ha firmato l’accordo con la SLPA, l’autorità portuale cingalese, e con la compagnia privata John Keells Holdings per costruire il West Container Terminal (WCT) del porto, in quello che è stato definito dalla SLPA “il più grande investimento esterno mai ricevuto nel settore portuale”.

L’accordo mette parzialmente a tacere le polemiche esplose nel 2019, quando fu messo in un cassetto un memorandum d’intesa con India e Giappone per sviluppare e operare congiuntamente l’East Container Terminal.

Per Nuova Delhi la questione della collocazione geopolitica dello Sri Lanka è cruciale, alla luce della sua strategia indo-pacifica che ha portato il paese a essere parte dell’alleanza QUAD con Giappone, Australia e Stati Uniti con l’obiettivo di contrastare la crescente pressione cinese.

Pechino è fortemente presente in Sri Lanka con una serie di progetti infrastrutturali, a partire dal porto di Hambantota costruito con la sua assistenza. Nel 2017 Colombo, soffocata da un debito di quasi 7 miliardi di euro nei confronti della Cina, firmò un accordo che garantisce un affitto di 99 anni di questo scalo strategico meridionale a favore di Pechino. E attualmente la crisi pandemica ha di nuovo messo in ginocchio l’economia cingalese.

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08/11/2019

Lo Sri Lanka ora fa gola agli USA

Gli Usa oltre al tacchino del giorno del ringraziamento, annoverano tra le loro tradizioni anche l’esportazione di democrazia, alla quale dicono sia inevitabile associare effetti collaterali come la morte di migliaia di civili, ma si sa, l’esportazione della democrazia ha un prezzo che pagano taluni mentre altri lo riscuotono.

Il Governo Usa si è inventato anche un’altra tradizione, che è quella di aiutare i Paesi in difficoltà attraverso un ente governativo, il Millennium Challenge Corporation (MCC).

Anche in questo caso l’esportazione della lotta alla povertà ha degli effetti collaterali singolari: l’ente MCC stipula accordi con Paesi dall’economia resa fragile da decenni di colonialismo, e con quattro spiccioli gli Usa si portano via intere aree rurali oppure aree di interesse strategico militare.

Un apposito centro studi si occupa di vedere se i Paesi che possono candidarsi a ricevere i progetti di aiuto economico rispondono a criteri predeterminati, il primo dei quali deve essere un reddito pro-capite molto basso, e in alcuni Paesi è inferiore, più o meno, al costo che un americano medio spende per il mangime del suo criceto.

Madagascar, Senegal, Capo Verde, Costa D’Avorio, Albania, sono alcuni dei Paesi fortunati sui quali l’ente MCC ha piantato la bandiera dei propri progetti di lotta alla povertà, ingabbiando i governi in partenariati così sbilanciati da non lasciare spazio ad ipotesi di riscatto.

L’ultimo obiettivo, in questo frangente, è lo Sri Lanka e in questi giorni il Parlamento è in fibrillazione per le pressioni che arrivano dagli USA.

La MCC vuole vincolare il governo di Colombo ad un accordo con il quale si prevede l’erogazione di 480 milioni di dollari con lo scopo dichiarato di ridurre la povertà e migliorare le condizioni economiche dei cingalesi, ma ovviamente le reali finalità vanno cercate altrove e le accuse degli oppositori interni al progetto hanno disvelato che gli Usa vogliono mettere le mani sul porto di Trincomalee.

Il porto di Trincomalee, che affaccia sull’Oceano Pacifico in posizione strategica unica, ha anche la caratteristica di essere accessibile da tutte le imbarcazioni e in tutte le condizioni atmosferiche possibili.

Gli inglesi, che avevano assoggettato lo Sri Lanka a loro colonia, lo avevano definito come “il porto più bello del mondo ... il più prezioso possedimento coloniale del mondo, dando al nostro impero indiano una sicurezza che non aveva goduto altrove”.

Ora quel porto lo vogliono gli americani, e 480 milioni per gli Usa sono un prezzo irrisorio mentre per i cingalesi sono una cifra irrinunciabile.

Nei piani di sviluppo presentati al Governo cingalese si prevede che il MCC abbia potestà esclusiva su un corridoio economico che collega la capitale Colombo con il porto Trincomalee, un area di 1,2 milioni di acri che dividerà in due parti l’isola, lasciando fuori dal corridoio economico i distretti a nord e a sud, creando ulteriori disparità e acuendo le tensioni sociali nel Paese.

Eppure il reddito pro-capite dei cingalesi è tra i migliori dell’Asia minore, negli ultimi anni il turismo è cresciuto in maniera esponenziale, e a ben vedere i distretti destinatari del progetto MCC di contrasto alla povertà, sono i distretti meno poveri del Paese, mentre i distretti più disastrati sono esclusi dal progetto di sviluppo.

Assistiamo al solito copione: attentati contro la popolazione civile ad opera di terroristi locali finanziati dall’estero, disordini istituzionali, classe politica locale in scontro frontale, insomma tutti gli ingredienti necessari affinché il controllo del Paese possa essere preso da una potenza straniera.

Le mire sullo Sri Lanka sono cinesi, indiane e statunitensi.

Ora è la volta degli Usa che per prendere il dominio di un Paese o lo bombardano o lo comprano.

Ai cingalesi è andata bene, si sono evitati i bombardamenti.

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23/04/2019

Sri Lanka: quattro scenari per una strage

Il governo dello Sri Lanka punta l’indice sull’estremismo islamico mentre continua a salire il bilancio delle vittime della Pasqua di sangue. Il giorno dopo la strage che ha stravolto lo Sri Lanka – oggi nel Paese è lutto nazionale – è infatti la pista islamica quella che sembra essere nelle corde del governo e della maggior parte di commentatori, analisti e di pezzi da novanta come il segretario di Stato americano Pompeo che promette guerra al terrore. Mentre il lunedi si chiude con coprifuoco e stato di emergenza – che consegna il controllo della sicurezza al presidente – e mentre la giornata sconta l’ennesima bomba vicino alla chiesa di Sant’Antonio a Colombo (dove resta lievemente ferito l’inviato di Repubblica, Raimondo Bultrini) si fanno i conti della Pasqua di fuoco: quando l’esplosione quasi simultanea di autobombe e kamikaze ha colpito quattro alberghi di lusso della capitale e tre chiese a Colombo, Negombo (poco più a Nord) e Batticaloa nell’Est.

Il bilancio cresce di ora in ora e ormai supera quota 300 morti. Diverse centinaia i feriti. In assenza di rivendicazioni, l’indice è puntato su un gruppo radicale locale, la National Thowheed Jamath, un’associazione minore estremista e nota al più per atti vandalici non a caso contro obiettivi buddisti (le due comunità si sono spesso scontrate con gravi incidenti come nel marzo scorso). Il ministro della sanità Rajitha Senaratne ha confermato ieri che i sette kamikaze apparterrebbero a questo gruppo anche se è difficile capire dal corpo martoriato di un attentatore la sua provenienza. Sono presumibilmente di questo gruppo anche gli arrestati che già in parte domenica sera erano stati ammanettati dalla polizia. Senaratne è andato oltre, accusando il presidente Sirisena (nell’immagine sopra) di non aver dato credito – e di aver nascosto al premier Wickremesinghe – le allerta dei giorni scorsi. Sirisena, presidente dal gennaio 2015, è anche a capo delle forze di sicurezza e forse ha sottovalutato l’allarme. Ma la vicenda riporta allo scontro interno alla politica locale tra presidenza e parlamento, tra Sirisena e Wikremesinghe. Forse è da qui che si può partire per disegnare almeno il contesto in cui le stragi sono avvenute e prima di avventurarsi nell’indicare questa o quella pista.

Il quadro politico locale

Maithripala Sirisena si presenta come l’uomo nuovo della politica srilankese quando a sorpresa si candida contro Mahinda Rajapaksa, il padre padrone del Paese. Rajapaksa (nell’immagine a sn) è l’uomo che ha represso le rivendicazioni tamil nel Nord e distrutto – con stragi che non risparmiano civili – la struttura delle Tigri tamil, gruppo secessionista autore di numerosi attentati terroristici (i primi, dopo i giapponesi, a utilizzare kamikaze). Rajapaksa è accusato di essere un autocrate che, circondato da fratelli e parenti, ha garantito un piccolo miracolo economico ma “venduto” il Paese alla Cina. Alla fine del voto, il dittatore – che ha perso nelle urne – tenta un golpe che fallisce in poche ore. Sirisena sale sullo scranno applaudito dal popolino e benedetto dalle ambasciate di Delhi e Washington. Ma qualche anno dopo, nell’ottobre scorso, sconfessa – sorprendentemente – il premier Wickremesinghe e al suo posto insedia proprio l’ex nemico. C’è un braccio di ferro, qualche scontro e qualche vittima. Poi la Corte suprema delegittima l’azione del presidente e Wikremashinghe torna in sella. Il tutto ha un sapore oscuro, con un balletto bizzarro di personaggi e una crisi – che come dimostrano queste ore – perdura.

La guerra secessionista tamil

Sulla sfondo resta il retaggio di una guerra durata quasi trent’anni e conclusasi non solo con la scomparsa delle Tigri ma con l’accaparramento delle terra tamil (induisti e cristiani) da parte di singalesi buddisti, per lo più militari. Sirisena ha promesso la riconciliazione ma i crimini di Rajapaksa e dell’esercito restano impuntiti. La ricorrenza dei dieci anni dal 2009 fa pensare a qualcuno che le Tigri o chi per loro siano di nuovo in auge. Ma è una pista che ha poco fiato anche perché proprio l’élite tamil è in buona parte cattolica. Utile ricordare che il papa, tre anni fa, andò a dir messa nelle zone tamil.

Intemperanze religiose

Il terzo scenario riguarda la convivenza di 23 milioni tra buddisti (70%), induisti (12,6%), musulmani (9,7%) e cristiani (7,6%). Convivenza difficile: sia per i tamil del Nord (da secoli in Sri Lanka) sia per i tamil del centro (importati dai coloni britannici per coltivare il tè). Specie contro musulmani e cattolici si sviluppano, già durante l’era Rajapaksa, organizzazioni buddiste identitarie violente. Sirisena cerca di ridimensionarle ma non riesce a evitare pogrom, violenze, vittime. Ricorrenti. Può essere una piccola banda radicale di una piccola minoranza la protagonista di una strage perpetrata con un’organizzazione perfetta e chili di esplosivo che, in un Paese militarizzato come Sri Lanka, non è facile procurarsi? Sì, dice qualcuno, se l’aiuto vien da fuori. Le indagini diranno. Metteranno sotto torchio forse anche i buddisti.

Il quadro internazionale ed economico

C’è infine un quarto scenario. I soldi. Colpire gli hotel 5 stelle fa paura ai turisti ma anche ai businessman che li frequentano con carta di credito aziendale. Sri Lanka è un perno strategico sulla Via della seta marittima che passa per il “Filo di perle” ideato dai propugnatori della One Road One Belt. I cinesi hanno investito in telecomunicazioni, infrastrutture e porti come la mega struttura portuale di Hambantota, fonte di polemiche per la cosiddetta “debt trap” che ucciderebbe l’economia locale. Quel progetto non piace a molti srilankesi (con Sirisena le joint venture con Pechino subirono una battuta d’arresto) ma nemmeno all’India e agli Stati Uniti che temono che Hambantota diventi un porto militare. Sommergibili cinesi con testate nucleari hanno già incrociato nei porti della “Lacrima dell’Oceano indiano”.

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22/04/2019

Pasqua di sangue nello Sri Lanka

Sono salite a 290 le vittime accertate della serie di attentati terroristici che il giorno di Pasqua hanno funestato lo Sri Lanka. I feriti sono circa 500. La polizia riferisce che sono state arrestate finora 24 persone, ma fino ad ora non ci sono state rivendicazioni o attribuzioni delle responsabilità degli attacchi, che hanno colpito chiese e alberghi per turisti.

Per lo Sri Lanka è uno shock. Si tratta della più grave ondata di violenza dalla fine della guerra civile fra singalesi e tamil, nel 2009. Nel marzo del 2018 ci furono una serie di attacchi settari lanciati da parte di gruppi buddhisti (la religione maggioritaria nel Paese) contro moschee e proprietà musulmane portò alla dichiarazione dello stato di emergenza. In Sri Lanka vive poi anche una minoranza di cristiani, in larga parte cattolici, che assomma a circa un milione e mezzo di persone su un totale di 21 milioni di srilankesi.

Gli obiettivi di questa ondata di attentati sono stati tre chiese a Negombo, Batticaloa e nel distretto di Kochchikade. Nella città di Colombo oltre che chiese sono state colpiti gli hotel Shangri-La, Kingsbury e Cinnamon. Durante la caccia ai responsabili da parte delle forze di polizia, una esplosione ha colpito la zona dello zoo a Dehiwala, nella zona sud della capitale Colombo, e una ottava esplosione è stata rilevata nei pressi del distretto di Dematagoda, Colombo, durante una operazione di polizia. Tre agenti sono rimasti uccisi.

Intanto cresce la tensione tra il governo dello Sri Lanka e il presidente Maithripala Sirisena, che è anche ministro della Difesa. “Le autorità erano state avvertite due settimane prima degli attacchi e avevano anche i nomi degli aggressori, ma queste informazioni non sono state condivise con il primo ministro Wickremesinghe”, ha denunciato il ministro della Salute, Rajitha Seranatne accusando esplicitamente il presidente.

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03/08/2013

Israele, lo Sri Lanka e il genocidio in slow-motion

Dalla guerra del 2009 contro i tamil alla colonizzazione delle loro terre: le politiche cingalesi lo specchio di quelle israeliane. E Tel Aviv fornisce armi e addestramento.

Alla fine del 2008 a Toronto ho preso parte alle proteste contro l'attacco israeliano di Gaza. Come altra gente in tutto il mondo, abbiamo chiesto la fine immediata della guerra. All'Università di York, dove ero studente, abbiamo mobilitato il campus per difendere i diritti palestinesi. Pochi mesi dopo, le bombe cadevano sulla mia stessa gente, nella regione di Vanni in Sri Lanka. Ancora una volta siamo scesi per le strade di Toronto per protestare.

Ho capito che seppure le nostre terre fossero oceani lontani, i palestinesi e i tamil hanno molto in comune. Nell'ambito della "guerra al terrore" gli eserciti israeliano e cingalese hanno dichiarato battaglia alle popolazioni civili. Il Tribunale Permanente dei Popoli, a Roma, ha commissionato un rapporto indipendente che ha riconosciuto lo Stato dello Sri Lanka colpevole di aver bombardato ospedali, operazioni umanitarie e anche "zone sicure" dichiarate dal governo, in aperta violazione della legge umanitaria internazionale. Un rapporto delle Nazioni Unite ha stimato che tra gennaio e maggio 2009 sono state uccise tra le 40mila e le 75mila persone. Le statistiche del governo cingalese hanno rivelato che quasi 147mila persone risultano disperse: nessuno sa se sono morte, ferite o detenute in prigione.

Il maggior fornitore di armi

Ma ci sono altre connessioni dirette. Israele è il principale fornitore di armi del governo cingalese e lo provvede anche di assistenza militare strategica. Con il beneplacito degli Stati Uniti, Israele ha venduto allo Sri Lanka partite di jet Kfir e di droni. Israele ha anche fornito le navi di pattugliamento Dvora, usate in maniera estensiva contro i tamil. E infine Israele ha fornito addestramento alla Special Task Force, un'unita commando brutale della polizia cingalese.

Le similitudini non finiscono qui. Sia i palestinesi che i tamil sono soggetti ad un processo di colonizzazione. Negli anni Ottanta, Israele ha offerto aiuto allo Sri Lanka per la costruzione di colonie armate per la sola etnia sinhal (la maggioranza in Sri Lanka) nella provincia orientale, con l'obiettivo di creare zone cuscinetto (buffer zone) intorno alla popolazione dei tamil.

La strategia impiegata è stata la stessa di Israele in Cisgiordania: distruggere l'aspirazione della popolazione locale all'esistenza nazionale e rendere impossibile ogni soluzione politica fondata sulla sovranità popolare. Esattamente come in Palestina, la confisca di terre e la colonizzazione in Sri Lanka stanno frammentando l'unità nazionale e sociale del popolo tamil, in tutta la loro patria storica, a Nord e a Est dell'isola. Come ha scritto all'inizio di quest'anno il giornalista e attivista per i diritti umani Nirmanusan Balasundaram, l'effetto è quello di minare ogni possibilità di creazione di una nazione contigua.

Un dialogo farsa

Nella Cisgiordania occupata, questo processo si svolge all'ombra del "dialogo", che sempre più palestinesi giudicano una farsa con le colonie israeliane che mangiano sempre più terre. Dopo la guerra del 2009, il governo dello Sri Lanka ha usato la retorica della "ricostruzione" e dello "sviluppo" per oscurare il processo di rapida colonizzazione.

Per i tamil, "lo sviluppo post-conflitto" è diventato un'altra forma di contro-insurrezione, per la quale le colonie sinhal, la militarizzazione guidata dallo Stato e i brogli palesi minacciano la relazione storica dei tamil con la loro terra.

L'esperienza palestinese - in particolare, gli Accordi di Oslo firmati da Israele e dall'OLP nel 1993 - è stata d'esempio per i tamil. Un accordo internazionale con l'India prevede che lo Sri Lanka tenga elezioni il prossimo settembre per un Consiglio Settentrionale Provinciale, come gesto supposto di riconciliazione. Gli Stati Uniti spingono per il voto, nonostante le serie riserve della società civile tamil e dei rifugiati della diaspora.

Se eletto, il consiglio fornirebbe ai tamil solo la percezione della auto-determinazione - simile al caso dell'Autorità Palestinese - mentre l'occupazione militare continuerà a dominare ogni aspetto della vita civile. I poteri del consiglio resterebbero sotto il controllo del governo dominato dall'etnia sinhanl, con sede a Colombo, la capitale cingalese, e il suo governatore sarebbe nominato direttamente dal presidente dello Sri Lanka.

Al di là della facciata di auto-determinazione, il crimine di apartheid resta un fatto concreto per i tamil in Sri Lanka, come lo è per i palestinesi sotto il controllo israeliano. Il modo in cui lo Sri Lanka tratta i tamil a Nord e a Est rientra nella definizione di apartheid contenuto nella Convenzione Internazionale sull'eliminazione e la repressione del crimine dell'apartheid del 1973.

L'apartheid è il dominio di un gruppo razziale o etnico su un altro. La Convenzione non si riferisce solo alla situazione particolare dell'apartheid sudafricana o a quella di maggioranze oppresse da minoranze. Condanna ogni pratica che rientri nella definizione.

Senza dubbio, ci sono differenze importanti tra l'oppressione subita dai palestinesi e quella sofferta dai tamil (e dai neri del Sud Africa). Ma allo stesso modo Israele e Sri Lanka sono colpevoli di discriminazione, repressione e frammentazione territoriale di territori rubati.

La struttura unitaria dello Stato dello Sri Lanka pone tutti i poteri nelle mani dell'etnia sinhal, negando ai tamil l'accesso egualitario all'educazione, all'utilizzo della propria lingua, alle proprie terre e all'autodeterminazione.

Esperienza comune

Alla luce di questa esperienza comune, i popoli palestinese e tamil stanno subendo un lento - ma inesorabile - genocidio. I massacri a Gaza e Vanni sono stati portati avanti per uccidere dei civili, per causare gravi ferite fisiche e mentali e per imporre condizioni di vita che producono una parziale e graduale distruzione fisica - il tutto senza alcuna opposizione da parte dei Paesi del mondo. Entrambi possono essere considerati casi di genocidio, secondo la definizione delle Nazioni Unite.

Nel caso dello Sri Lanka, fino a quando si parlerà di linguaggio della "riconciliazione", si continuerà a portare avanti la stessa strategia e a godere degli elogi delle grandi potenze. Ma la realizzazione delle aspirazioni dei nostri popoli non dipende dai capricci di governi stranieri. È nelle mani del popolo tamil, come l'aspirazione ad una Palestina libera è nelle mani dei palestinesi, ed è nelle mani del movimento di solidarietà internazionale. Sostenendo le lotte degli altri e imparando dalle loro storie, possiamo fare un passo in più verso un mondo più giusto.

Sia per i palestinesi che per i tamil, gli attacchi del 2008 e del 2009 sono stati parte di una più ampia storia di spossessamento, occupazione e genocidio. I nostri popoli hanno molto in comune nella lotta per la pace e la giustizia. I nostri oppressioni hanno anche loro molto in comune.

*Krisna Saravanamuttu è un attivista residente in Canada. È membro del comitato della Canadian Peace Alliance e portavoce del National Council of Canadian Tamils.

Traduzione a cura della redazione di Nena News

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