Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/02/2026

Silicio e sangue. La strategia contro la furia del debitore armato

Qualche giorno fa, l’osservatore che ha sfogliato la stampa internazionale si è trovato di fronte a una dissonanza cognitiva quasi perfetta. Da un lato, il Wall Street Journal pubblica in prima pagina un’autopsia dell’economia cinese intitolata A Doom Loop of Deflation (Una spirale negativa di deflazione), descrivendo un Paese paralizzato dalla sfiducia, con consumatori che non spendono e aziende intrappolate in una competizione suicida.

Dall’altro, l’ambasciatore cinese Xu Feihong rivendica in un editoriale sul quotidiano indiano The Hindu una crescita del 5% trainata da “nuove forze produttive” e consumi di qualità, rigettando con sdegno l’accusa di sovrapproduzione. Chi mente?

La risposta non si trova nelle colonne dei giornali, ma qualche utile indizio lo si può rintracciare nei movimenti sotterranei del silicio. La notizia, battuta lo scorso mercoledì da Reuters, del via libera di Pechino all’importazione dei chip Nvidia H200 è la pistola fumante che smentisce la narrazione del collasso e rivela una strategia industriale di una lucidità disarmante.

Per capire perché la “spirale negativa” del Wsj sia una lettura parziale, bisogna analizzare la coreografia dei semiconduttori andata in scena negli ultimi mesi. La storia è nota: Washington vieta l’export dei chip di punta e Nvidia, per non perdere il suo mercato più grande, crea una versione depotenziata ma performante, l’H200, specificamente calibrata per aggirare le restrizioni dirette verso la Cina.

Qui avviene l’imprevisto: Pechino inizialmente rifiuta. Secondo la logica del Wsj – un paese disperato e in ritardo tecnologico – la Cina avrebbe dovuto accaparrarsi qualsiasi chip disponibile. Invece, il governo ha bloccato o rallentato gli ordini. Perché?

La chiave di volta risiede nella condizionalità strategica che accompagna la riapertura di ieri. Pechino ha sfruttato il proprio potere di mercato non per subire, ma per imporre quote vincolanti di adozione interna. Secondo fonti accreditate, il semaforo verde alle Big Tech (Alibaba, Tencent, ByteDance) per l’importazione dei processori americani è subordinato a un preciso do ut des: l’acquisto contestuale di volumi paralleli di chip domestici, in primis la serie Ascend di Huawei.

Questo non è il comportamento di un’economia in “Doom Loop” che annaspa. È la mossa di uno Stato che orienta la liquidità delle sue aziende (che il Wsj definisce in crisi) per finanziare l’indipendenza tecnologica.

La smentita alla tesi del declino arriva anche dalla natura stessa dello sviluppo della IA cinese. Mentre l’Occidente misura il successo con l’hype dei chatbot generativi, la Cina ha intrapreso la via di una IA “pragmatica”. Il caso DeepSeek è emblematico. Invece di cercare la forza bruta computazionale (che richiederebbe infiniti chip americani), i laboratori cinesi hanno lavorato sull’architettura, sviluppando innovazioni che trasformano la scarsità di hardware in efficienza software, abbattendo drasticamente i requisiti di memoria.

Come evidenziato dall’ambasciatore Xu Feihong, l’obiettivo non è il consumismo digitale, ma l’integrazione nelle filiere industriali complete. L’IA in Cina non serve a scrivere poesie, ma a ottimizzare la rete elettrica, gestire i porti automatizzati e coordinare la logistica.

Questa visione “materialista” dell’IA rende la Cina meno vulnerabile alle restrizioni di quanto Washington speri. Se l’obiettivo è l’efficienza industriale e si dispone di algoritmi ottimizzati (DeepSeek) che girano su componenti ibridi (Nvidia H200 + Huawei Ascend), il ritardo tecnologico tende a ridursi sensibilmente ai fini della competizione manifatturiera.

Con una realtà industriale così dinamica e solvibile, perché il Wsj insiste sulla narrazione della trappola deflazionistica? La risposta ci obbliga a entrare nel campo della sopravvivenza imperiale.

Come evidenziato dagli studi di economisti quali Emiliano Brancaccio, gli Stati Uniti hanno accumulato una posizione debitoria netta verso il resto del mondo che ha sfondato la soglia dei 18mila miliardi di dollari. Questa cifra rappresenta una voragine di ricchezza reale: Washington non ha i mezzi fisici per onorare questo debito colossale verso i suoi creditori (Cina in testa) senza cedere la proprietà dei propri asset nazionali.

Di fronte all’impossibilità di onorare i propri debiti, il “debitore armato” ha una sola opzione: usare tutti i mezzi, inclusa la forza, per svalutare il credito altrui. Sembra proprio che il Wsj operi, nell’inchiesta in questione, una proiezione psicologica per distruggere la credibilità del creditore. Ma, soprattutto, la strategia americana si è rapidamente evoluta, nei tempi più recenti, lungo tre scenari di insolvenza aggressiva che spiegano perché è vitale dipingere la Cina come un paese morente.

La “Dottrina Donroe” in Venezuela

Washington ha spostato il baricentro delle transazioni con l’interdizione marittima e il sequestro dei carichi, rivendicando de facto il controllo su export e ricavi. Questo colpisce direttamente il modello oil-for-loans con la Cina: se i barili che servivano a ripagare Pechino vengono bloccati o dirottati, il credito cinese perde la sua garanzia materiale (il flusso di greggio).

Il Board of Peace e l'Asia occidentale

Gli Usa “esternalizzano” la spesa per mantenere l’impero: Washington definisce cornice e priorità, ma i costi della gestione coloniale di Gaza e della regione sono coperti da un finanziamento strutturato come contributo internazionale ad “alto ticket”.

In questo schema, gli Stati ricchi del Golfo sono i candidati obbligati a sostenere progetti e flussi. È la privatizzazione dell’occupazione: i creditori arabi pagano Washington per mantenere un “ordine” che serve agli interessi americani e sionisti.

A questo quadro si aggiunge la pressione sull’Iran, dove la strategia del debitore armato si fa ancora più esplicita. Qui, l’economia strangolata dalle sanzioni, le mai dimostrate violazioni sulla gestione del nucleare e le rivolte colorate vengono strumentalizzate per favorire un regime change. Colpire Teheran significa turbare le politiche energetiche della Cina.

L’Iran è un rubinetto petrolifero strategico per Pechino; destabilizzarlo o favorire un governo fantoccio filo-occidentale equivarrebbe a chiudere un altro canale di approvvigionamento di asset reali, costringendo il creditore cinese a evidenti criticità riguardanti i rifornimenti.

Patrimoni di guerre sostenute o minacciate (Ucraina e Groenlandia)

Washington sta perfezionando la conversione forzata del debito in asset reali. In Ucraina, gli aiuti militari vengono convertiti in un fondo di ricostruzione, trasformando di fatto le munizioni di ieri nei diritti di estrazione del titanio di domani. Parallelamente, in Groenlandia, la strategia è l’annessione delle risorse senza acquisto del territorio.

Usando la leva della sicurezza Nato, gli Usa hanno stimolato la revoca di alcune concessioni cinesi puntando dritto all’accesso fisico alle materie prime locali.

La Cina, in questo quadro, appare come un “creditore sotto minaccia”

I suoi surplus commerciali non possono essere reinvestiti liberamente perché il debitore armato (gli Usa) sta sistematicamente sequestrando gli asset reali (energia, metalli, terre rare) su cui quei surplus dovrebbero atterrare.

Nonostante ciò, la riapertura ai chip H200 è sintomatica del fatto che la narrazione del “Doom Loop” si rivela un sedativo rassicurante per un Occidente distratto da metodi protezionisti, pericolose corse al riarmo e faticoso inseguimento del consenso elettorale, ma strategicamente letale.

Mentre il Wall Street Journal celebra il funerale dell’economia cinese, Pechino sta installando il motore (leggi “H200”) per far girare la sua nuova macchina industriale, forgiata su una IA efficiente e su una competizione che seleziona le aziende più resilienti.

Lo scenario che emerge non è quello di un fallimento della Cina, ma che Pechino abbia intrapreso il completamento della transizione verso l’alta tecnologia proprio mentre l’Occidente vorrebbe persuadersi che il suo rivale stia morendo.

Assistiamo alla collisione ormai irreversibile tra due potenze che si fronteggiano in fortezze opposte

Da un lato, il debitore armato (Usa), costretto a usare la forza militare e il sequestro fisico delle risorse per mascherare la propria insolvenza finanziaria; dall’altro, il creditore reindustrializzato (Cina), che converte la tecnologia in asset reali per rompere l’assedio del dollaro armato.

In questo scenario di default sistemico, il pragmatismo non è più un auspicio diplomatico, ma un imperativo di sopravvivenza: o si impone una correzione strutturale a questi squilibri, oppure la guerra finanziaria in corso è destinata a perdere ogni freno inibitore, rendendo lo scontro atomico l’unica forma di ‘liquidazione’ del debito rimasta sul tavolo.

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08/11/2025

USA - Debito e dollaro preoccupano Trump. Che risponde con armi, petrolio e finanza speculativa

di Alessandro Volpi

Dopo gli ultimi eventi internazionali sono possibili alcune considerazioni sull’attuale posizione di Donald Trump in materia economica e finanziaria. Gli Stati Uniti devono fronteggiare tre questioni critiche: l’eccessivo indebitamento federale che porta con sé l’indebolimento del dollaro e la sua rapida perdita di credibilità internazionale, il rischio di esplosione della bolla finanziaria che è determinata da una ipervalutazione dei titoli con rapporti prezzo utili non giustificabili e infine la necessità di procedere almeno ad una parziale reindustrializzazione, puntando su alcuni settori ancora difendibili.

Per la prima questione la strada intrapresa è quella di ricorrere a “guerre daziarie” per aumentare le entrate federali, imponendo tariffe dure soprattutto a quelle realtà come l’Europa che troppo dipendono dagli Usa. Al tempo stesso Trump mira a concepire un largo uso di stablecoin, con sottostante di titoli del debito statunitense, e a puntare sui grandi gestori americani del risparmio globale perché continuino a indirizzare i risparmi di mezzo mondo verso il debito degli Stati Uniti.

Per contenere il rischio di esplosione della bolla e, al contempo, per reindustrializzare l’economia americana le ricette principali sono due: mettere insieme tutta la forza finanziaria Usa, legando le Big Three e la finanza trumpiana, da Peter Thiel a Elon Musk, fino a Larry Ellison, per destinare una massa di liquidità costante sui listini così da farli tenere, e aumentare in maniera massiccia la spesa pubblica – le commesse di Stato – per favorire tale avvicinamento e, appunto, la reindustrializzazione.

In tal senso sono decisivi due grandi programmi come il “Golden Dome”, il sistema di difesa antimissile, che mobiliterà oltre 500 miliardi di dollari destinati ad andare a Space X, Palantir, Anduril, Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris Technologies, e Stargate, il sistema legato all’intelligenza artificiale, in cui far confluire Oracle, OpenAI, Softbank e Microsoft. In sintesi, tanta spesa federale rivolta agli oligarchi della finanza Usa per rianimare l’industria attraverso armi e tecnologia.

A questi elementi strategici Trump ne aggiunge altri due, facilmente individuabili. Si tratta della volontà di sviluppare al massimo la capacità di esportazione del settore dell’energia americana, a partire dal GNL arrivando a generare una dipendenza quasi totale dell’Europa e di altri parti del mondo, magari mettendo le mani anche sul petrolio venezuelano. A ciò Trump abbina l’utilizzo dello shutdown per operare una drastica, ulteriore privatizzazione del sistema sanitario e pensionistico, così da lasciare massimo spazio alla possibilità per i grandi fondi di trovare milioni di nuovi clienti a cui vendere, oltre agli Etf, persino le criptovalute.

In una simile ottica il presidente degli Stati Uniti sta mettendo insieme un capitalismo ideologicamente fondato su una destra ferocemente identitaria e sorretto da un intervento statale e da un legame organico con gli oligarchi della finanza. L’impressione è che, di fronte a questo posizionamento, l’Unione europea non possa reagire per la sua subalternità finanziaria, economica e militare e che l’unica possibilità di reazione sia nelle mani della Cina e della sua capacità di aggregare parti del mondo a cui Trump vorrebbe affibbiare il “modello Milei”, di cui peraltro si dichiara entusiasta anche qualche politico italiano.

In tale contesto merita una considerazione particolare la già accennata vicenda venezuelana. L’arrivo della portaerei Ford in prossimità delle coste del Venezuela è un segnale molto pericoloso perché rappresenta la manifestazione della volontà di Trump di utilizzare la pressione militare – e forse non solo la pressione – per ribadire la subalternità dell’America Latina. Si tratta di una volontà, però, dettata da una crescente debolezza degli Stati Uniti, testimoniata da almeno due dati.

Il primo. Nel 2018 gli Stati dell’America Latina e dei Caraibi possedevano titoli del debito federale statunitense per quasi 790 miliardi di dollari. A fine giugno 2025, tale cifra si era ridotta a 484 miliardi, in pratica quasi un dimezzamento, seguendo una tendenza che si sta accentuando. In pratica, di fronte al “cortile di casa” che si ribella al finanziamento degli Usa, occorrono segnali forti.

Il secondo dato, meno evidente, è costituito dalla duplice contrazione dell’utilizzo del dollaro come riserva delle banche centrali dell’America Latina e come mezzo di pagamento negli scambi commerciali. Naturalmente si può dare poi per scontato l’interesse americano per il petrolio venezuelano sia sul versante degli approvvigionamenti reali sia su quello della speculazione sui prezzi energetici attraverso gli strumenti della finanza derivata. Debito e dollaro sono i sintomi di una pesante crisi Usa a cui Trump vuole rispondere con armi, petrolio e finanza speculativa. I narcos venezuelani sono un pretesto veramente fasullo.

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17/09/2025

Progetto economico alternativo

di Emiliano Brancaccio

«A causa di una rivolta sociale il Museo d’Orsay è chiuso» e i turisti non potranno ammirare le opere di Courbet. Per questa ironica serrata, il grande pittore rivoluzionario avrebbe guardato con simpatia il movimento che ieri ha paralizzato Parigi al grido «blocchiamo tutto».

Alcuni distruttori senza criterio, certo. Ma soprattutto giovani, tantissime donne, molti immigrati, e drappi rossi a volontà.

Si dice che il movimento sia nato dalle file della destra sovranista attiva sui social. Sarà, ma ieri si è vista poco. I «bloccanti», li chiameremo così, sono portatori di un linguaggio sovversivo in cui il termine «nazione», in senso repubblicano e molto francese, di certo non manca. Ma la parola chiave dei rivoltosi è un’altra: «Uguaglianza». Scandita bene, agitata come un’arma dialettica, in primo luogo contro le politiche di privilegio di Macron, alle quali i post-fascisti che siedono all’Assemblea nazionale vorrebbero dare sostegno più apertamente di quanto possano oggi ammettere.

La protesta è rivolta in primo luogo contro il programma anti-sociale che Macron sta cercando di imporre al paese. Oltre una quarantina di miliardi di tagli, da selezionare alla solita maniera: blocco delle pensioni e delle prestazioni sociali, stop alle assunzioni statali, scasso della sanità pubblica e, guarda caso, abolizione della festa dell’8 maggio per la vittoria contro il nazifascismo.

Bardella e gli altri neri in parlamento avrebbero anche voluto abboccare. Ma per adesso gli tocca inscenare la vecchia farsa della destra di opposizione, sociale e rivoltosa. Sappiamo di che giravolta saranno capaci se andranno al governo. Meloni insegna.

La dottrina dei sacrifici viene giustificata al solito modo: il debito pubblico è troppo alto e lo stato francese è l’ultimo, grande spendaccione d’Europa. Bisogna risanare, ripulire, ridisciplinare l’inefficiente apparato pubblico. Prima di esser cacciato via, il dimissionario Bayrou aveva pure riesumato il vecchio motto thatcheriano: non c’è alternativa.

Se però guardiamo bene i dati, la realtà è un po’ diversa. La Francia ha un debito pubblico situato intorno al 115 percento del Pil. Più alto della Germania e della media europea. Ma più basso, per esempio, rispetto al 135 percento dell’Italia. Eppure la Francia è sotto tiro, l’Italia al momento lo è meno. Perché?

Il motivo risiede in un fatto che non è quasi mai salito all’onore delle cronache ma ormai è ben noto agli economisti, critici e persino mainstream. Il fatto è che la fragilità finanziaria di un paese dipende non tanto dall’andamento del debito pubblico quanto piuttosto dall’andamento del debito verso l’estero, sia pubblico che privato. In altre parole, più che l’ammontare di finanziamenti che lo stato chiede ai privati, conta soprattutto la dimensione dei prestiti che lo stato e i privati chiedono ai creditori esteri, per finanziare le importazioni di merci in eccesso rispetto alle esportazioni. Insomma, la fragilità finanziaria non è semplicemente un problema di apparato pubblico spendaccione. È un problema, più grande, di capitalismo nazionale meno competitivo rispetto ai concorrenti.

Da questo punto di vista, la Francia è esposta verso l’estero per oltre il 20% del Pil. L’Italia, invece, non ha più questo problema. Non certo perché abbiamo risolto il problema competitivo del capitalismo nostrano. Ma per un motivo in fondo opposto: per anni abbiamo fatto talmente tanta austerity che i nostri redditi sono crollati e quindi anche le nostre importazioni di merci sono precipitate, al punto che oggi il paese è creditore netto verso l’estero. Deindustrializzato, impoverito, ma proprio per questo creditore.

In un certo senso, la Francia è oggi chiamata a seguire proprio la «dottrina italiana» che fu del governo Monti. Se così andasse, inizierebbe la definitiva erosione dell’ultimo capitalismo concorrente con quello tedesco. Una germanizzazione compiuta dell’Europa a spese, in primo luogo, delle lavoratrici e dei lavoratori francesi.

Il problema di chi vorrà davvero accogliere le istanze dei «bloccanti» sta qui.

Prima che venga represso, bisogna trasformare il vento di rivolta che attraversa le piazze francesi in un progetto generale alternativo di politica economica. Una soluzione che diventi ipotesi alternativa anche per l’Europa arcigna e guerrafondaia dei giorni nostri.

Le soluzioni tecniche esistono, a partire dal blocco della spesa militare e delle fughe di capitali. Può funzionare, a una condizione. Il baricentro intorno al quale edificare il nuovo deve essere l’uguaglianza, più che la nazione. Così si smascherano i post-fascisti, così si fa egemonia. I «bloccanti» danno la linea.

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11/08/2025

La crisi degli Stati Uniti può essere ritardata solo dalla sottomissione delle “colonie”

di Alessandro Volpi

Le ultime dichiarazioni di Donald Trump rivolte all’Unione europea chiariscono bene il senso delle difficoltà degli Stati Uniti. Il presidente americano ha sostenuto che i dazi scenderanno al 15%, senza specificare in alcun modo le forme di tale riduzione, solo se gli europei trasferiranno agli Stati Uniti una montagna di soldi: se si dovessero mettere insieme tutte le cifre ventilate, si arriverebbe tra energia, armi e varie altre voci a poco meno di 2mila miliardi di dollari in tre anni. Trasferimenti analoghi, sia pur di minore entità, Trump ha richiesto con vigore a Giappone, Indonesia e Corea del Sud, a cui vanno aggiunte le sollecitazioni alle petromonarchie.

In sintesi, Trump ha bisogno disperato di soldi. Il motivo è molto chiaro. Il debito estero complessivo degli Stati Uniti ha raggiunto il record assoluto di 28.100 miliardi di dollari nel primo trimestre di quest’anno e sta continuando a crescere. Da Paese creditore verso il resto del mondo gli Stati Uniti stanno accumulando una gigantesca massa di debito estero che ormai non è più sostenibile per almeno tre ragioni molto evidenti.

La prima è costituita dalla conclamata perdita di capacità produttiva per cui gli Stati Uniti, senza la finanza, non sono più la principale potenza economica del Pianeta. La seconda ragione si lega alla prima perché questa perdita del primato non permette più alla Federal Reserve di stampare dollari per coprire i debiti americani. La terza ragione è individuabile nella massa enorme di debito federale compresa nel totale della spesa debitoria: il debito pubblico americano, come ha dichiarato candidamente lo stesso Jerome Powell, a capo della Fed, non è più sostenibile.

Del resto i numeri sono molto chiari. Il debito estero degli Usa è pari al 100% del Pil americano, in un contesto dove però il totale del debito pubblico e privato degli Stati Uniti è superiore al 250% dello stesso Pil e dove le entrate totali (federali, statali e locali) che Trump vorrebbe ulteriormente ridurre, non arrivano a 5.000 miliardi di dollari.

Dunque il capitalismo finanziario Usa è schiacciato dalla dipendenza dai capitali e dai risparmi esteri di cui necessita, oltre che per evitare l’insolvenza dello Stato federale, per mantenere una bolla borsistica che è arrivata ad assommare circa 50mila miliardi di dollari, con i quali si tiene viva la ricchezza colossale delle fasce più alte di popolazione ma anche l’ormai estesissimo sistema di polizze, fondi pensione, assicurazioni, prodotti finanziari disseminati nel mondo occidentale come strumenti “sostitutivi” dello Stato sociale. Alla luce di tutto ciò Trump usa i dazi, oltre che per incassare, come mezzo di pressione verso le colonie, “obbligate” a trasferire tutte le loro risorse verso la capitale dell’impero rendendo ancora più accentuata la paradossale situazione per cui circa il 60% dei risparmi mondiali si dirigono verso gli Stati Uniti.

Il neoliberalismo ha edificato un modello che prevede la “libera” sottomissione al capitalismo finanziario, con una centralità assoluta americana, e ora che l’impero vacilla, proprio perché ha portato a compimento gli inevitabili eccessi della subordinazione, lo stesso neoliberalismo deve trovare le giustificazioni per spiegare alle popolazioni impoverite la necessità di continuare ad accettare la sottomissione. In questa azione, la narrazione neoliberale trova cantori sia a destra sia nel progressismo, solerti nel sostenere che non ci sono alternative. In effetti, per i neoliberali di destra e di sinistra i ricchi e i poveri devono restare tali.

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13/07/2025

Ucraina - La generosità dei creditori

“Meloni e gli altri volenterosi d’Occidente amano definirsi ‘generosi’ con l’Ucraina. Se davvero fossero tali taglierebbero il debito. Invece, chiedono che il paese liberalizzi e svenda i propri assets, a prezzi che per ovvie ragioni sono ai minimi storici” (Emiliano Brancaccio a Omnibus, La7 – 11 luglio 2025).


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23/06/2025

La guerra, il dollaro e il debito USA

di Domenico Moro

C’è uno stretto legame tra la guerra, il dollaro e il debito Usa. L’aggressione di Israele ai danni dell’Iran è avvenuta in un’area, quella del Medio Oriente e del Golfo Persico, che ospita le maggiori riserve mondiali di petrolio e di gas. In particolare, l’Iran detiene le seconde riserve mondiali di gas e le terze riserve di petrolio. Inoltre, attraverso lo stretto di Hormuz, controllato dall’Iran, passa il 30% del petrolio mondiale, diretto verso l’Asia orientale e in particolare verso la Cina, che, a dispetto delle sanzioni statunitensi, acquista il 90% del petrolio esportato dall’Iran.

Pochi giorni dopo l’inizio dell’attacco israeliano, ilSole 24ore ha titolato in prima pagina “Commercio internazionale, meno dollari e più euro”[i]. Secondo l’autorevole quotidiano economico, la leadership valutaria del dollaro statunitense è messa sempre più in discussione nelle transazioni commerciali internazionali. Una crescente quota del commercio globale comincia ad essere regolata in valute diverse dal dollaro, e cioè in euro, yuan renmimbi cinese, dollaro canadese e altre. Significativo, a questo proposito, è quanto affermato dal responsabile delle vendite di Us Bancorp: “Molti nostri clienti raccontano che i fornitori esteri non vogliono più essere pagati in dollari. Una volta era quasi un dogma. Ora dicono 'Dateci la nostra valuta, basta che paghiate'”.

Questa tendenza a passare dal dollaro ad altre valute è determinata non solo dalla volatilità del dollaro, che è salito del 7% a fine 2024 ed è sceso dell’8% nei primi mesi del 2025, a causa delle politiche ondivaghe sui dazi di Trump. A pesare è anche l’effetto delle sanzioni che, per esempio, hanno condotto Cina, Russia e Iran a usare per le loro transazioni lo yuan renmimbi. Ma, al di là del contingente, si tratta di una tendenza di fondo storica che si collega al declino della potenza economica e militare degli Usa. Secondo ilSole24ore, si sta definendo una architettura valutaria mondiale in cui le riserve valutarie globali non saranno più dominate da una sola moneta ma distribuite tra tre grandi blocchi: Usa, Ue e Cina.

Il controllo geopolitico delle riserve di petrolio e delle sue rotte di trasporto da parte degli Usa e della loro marina militare è fondamentale, perché a causa di questo controllo, le transazioni di petrolio (e di altre materie prime fondamentali) sono sempre avvenute in dollari. Ma ora, come detto, non è più cosi, ad esempio il petrolio iraniano viene venduto alla Cina in yuan renmimbi. Il fatto che le materie prime più importanti siano trattate in valute diverse dal dollaro mina la posizione del dollaro come moneta di riserva mondiale. Fino ad oggi il 58% delle riserve monetarie mondiali erano in dollari e il 20% in euro.

Perché per gli Usa è importante che la loro moneta, il dollaro, sia valuta di riserva mondiale? Perché le banche centrali e le istituzioni finanziarie mondiali, dovendo accumulare riserve in dollari, acquistano asset in dollari, a partire dai buoni del Tesoro americano. L’acquisto di questi ultimi è fondamentale, perché gli Usa hanno bisogno di finanziare un enorme debito pubblico. Ma non si tratta del solo debito pubblico. Come ha detto recentemente l’ex governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in una intervista su Affari & Finanza: “Nel mondo ormai c’è un solo grande debitore, gli Stati Uniti”[ii]. La posizione patrimoniale netta degli Usa – la differenza tra le attività finanziarie detenute all’estero dai residenti negli Usa e le passività finanziarie verso i non residenti – è negativa per oltre 26mila miliardi, il 90% del Pil statunitense.

Questa passività è dovuta a tre fattori. In primo luogo, alla somma nel tempo dei disavanzi commerciali degli Usa, che da decenni importano sempre di più rispetto a quanto esportano. In secondo luogo all’apprezzamento del dollaro nei confronti delle altre valute, cosa che rende, inoltre, meno competitivo l’export. E, in terzo luogo, all’incremento eccezionale, superiore al 370%, delle quotazioni azionarie delle società americane possedute per una quota rilevante da altri paesi. Si tratta soprattutto delle società tecnologiche statunitensi, le cosiddette “magnifiche 7”, che rappresentano da sole un terzo della capitalizzazione del mercato statunitense.

Ad aggravare la situazione debitoria degli Usa è intervenuto il tentativo di Trump di contrastare il debito commerciale attraverso i dazi e la svalutazione del dollaro. Ciò ha portato a un movimento di uscita da tutta una serie di attività americane, dal dollaro alle obbligazioni e alle azioni. In particolare, la scarsa appetibilità dei titoli di Stato, che ha portato alla discesa dei loro prezzi e all’aumento dei rendimenti, ha condotto Trump a una rapida marcia indietro sui dazi. Nei giorni scorsi, inoltre, si sono impennati anche i prezzi dei credit default swap, di fatto assicurazioni per proteggersi da un eventuale fallimento degli Usa, perché si teme una crescita incontrollata del loro debito pubblico.

La guerra tra Israele e Iran va inquadrata anche in questo contesto economico. Il debito crescente impone agli Usa di collocare i propri titoli di stato sul mercato, ma questo risulta difficile se il dollaro perde lo status di moneta di riserva, che può essere conservato solo se il dollaro rimane valuta di scambio internazionale. Per rimanere valuta di scambio internazionale il dollaro deve essere utilizzato come mezzo di transazione delle materie prime più importanti, a partire dal petrolio e dal gas. Ciò comporta il controllo, politico e militare, da parte degli Usa delle aree dove avviene la produzione di petrolio e di gas e dove ci sono la maggior parte delle riserve di idrocarburi.

Come detto, l’area dove sono concentrate le maggiori riserve di materie prime energetiche è il Golfo persico, dove si affacciano Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati arabi e Iran. Quindi, il controllo del Golfo persico è essenziale per gli Usa sia dal punto di vista economico, per le ragioni che abbiamo espresso sopra, sia dal punto di vista geopolitico, perché, controllando il Golfo persico, si controllano anche i paesi alleati, come il Giappone, e avversari, come la Cina, che dipendono da quell’area per il loro rifornimento di petrolio e altre materie prime strategiche.

Per controllare il Golfo e il Medio Oriente è subito apparso necessario all’imperialismo occidentale, sin dall’Ottocento, il controllo dell’Iran, il paese più importante dell’area come popolazione, storia e posizione geografica. La Gran Bretagna esercitò per prima questo controllo, venendo affiancata successivamente dagli Stati Uniti. I due paesi anglosassoni favorirono il colpo di stato militare che nel 1953 rovesciò il primo ministro iraniano, Muhammad Mossadeq, che ebbe la grande colpa di aver nazionalizzato la produzione di petrolio, sottraendola alla Gran Bretagna. Successivamente l’Iran divenne di fatto una colonia britannica e statunitense, fino alla deposizione dello scià, Reza Pahlavi, da parte della Rivoluzione iraniana nel 1979.

Quindi, dal 1979 l’Iran si è sostanzialmente sottratto al controllo occidentale, divenendo una spina nel fianco per gli Stati Uniti e la loro politica egemonica in Medio Oriente. Per questa ragione, agli occhi degli Usa, il controllo totale di quest’area passa per la distruzione dell’Iran come stato indipendente. All’opposto, Israele rappresenta la longa manus dell’imperialismo occidentale e statunitense nell’area. Quindi, la guerra in atto si inquadra in questo contesto e, da questo punto di vista, rappresenta l’ultimo episodio dello scontro tra Iran e imperialismo statunitense.

Note

[i] Vito Lops, “Commercio estero, la richiesta è meno dollari e più euro”, Il Sole24ore, 18 giugno 2025.

[ii] Walter Galbiati, “Nel mondo c’è un grande e solo debitore, gli Stati Uniti”, Affari & Finanza, la Repubblica, 16 giugno 2025.

Fonte

[Contributo al dibattito] - L'imperatore non è pazzo, è indebitato

di Emiliano Brancaccio

Giravolte americane

Tutti a interrogarsi sul Trump che sbraita ma tentenna, urla ma arretra, minaccia ma si nasconde, quindi sorride, morde all’improvviso, chiede scusa e poi punta la pistola in faccia, come in un infinito circo dell’orrore. Si diffonde l’idea, lo sostiene ad esempio il Nobel per l’economia Heckman, che sia solo un altro «pazzo al potere».

L’ultimo sintomo di instabilità mentale sarebbe l’andirivieni del presidente sulla dimensione effettiva dell’appoggio militare americano a Israele, nella guerra contro l’Iran.

Questa moda di scovare i moventi rapsodici del leader tra le pieghe nascoste di una mente disturbata non è una novità. Già Erich Fromm, in pieno revisionismo freudiano, teorizzava sulle possibili ossessioni sadiche di Stalin per disvelare le cause della sua violenza politica. Di recente il concetto è stato ribadito per Putin, Kim, Khamenei. E adesso, tocca al capo del fronte occidentale.

Per la loro estrema semplicità, queste interpretazioni psicanalitiche godono di ampio successo tra gli opinionisti di grido, più che mai disallenati al pensiero complesso. In fondo, «il capo è pazzo» è un’espressione al contempo abbastanza stupida e solenne da funzionare alla perfezione nel ritmato nulla degli odierni talk televisivi.

Le seducenti teorie del «pazzo al potere», tuttavia, hanno un limite: ignorano totalmente il mostruoso coacervo di vincoli di struttura in cui qualsiasi leader moderno è costretto a operare, sia esso un infido tiranno oppure un sincero liberal-democratico, come si usa dire oggi.

Un vincolo di struttura decisivo, nel caso di Trump, è costituito dall’enorme debito degli Stati Uniti verso l’estero: un rosso di 26 mila miliardi di dollari, record negativo senza precedenti.

Fino a qualche anno fa, l’egemonia americana sul mondo veniva esercitata attraverso un circuito «militar-monetario» che consentiva agli Stati Uniti di indebitarsi a piacimento verso l’estero anche per finanziare le campagne militari in giro per il Mondo.

La più estrema applicazione di questo circuito di dollari e bombe avvenne sotto l’amministrazione di George W. Bush.

All’epoca gli Stati uniti si cimentarono in una lunga e sanguinosa invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq. La giustificazione data ai media era la guerra al «terrore» e, guarda caso, la neutralizzazione di super-bombe immaginarie nelle mani di Saddam. In realtà, il governo americano finanziava a debito quelle colossali campagne militari per accaparrarsi i giacimenti dei due paesi e risolvere così la parte energetica del medesimo debito, che ai tempi pesava molto.

Prendendo dal gergo dei broker, fu una sorta di «bolla speculativa bellica». Anche grazie a quegli arditi giochi di finanza, per anni l’America ha potuto imporre il suo tallone di ferro sul mondo.

Il problema è che oggi lo spettacolare circuito di speculazioni militar-monetarie americane ha raggiunto un punto limite. Il passivo verso l’estero, pubblico e privato, è infatti diventato troppo alto.

La conseguenza è che la spesa per interessi sul debito è ormai prossima alla spesa militare americana e si appresta a superarla. Per la prima volta, gli Stati Uniti avvertono il morso di un vincolo finanziario all’apertura di nuovi fronti di guerra.

Ecco dunque una robusta spiegazione della titubanza degli Stati Uniti nel supporto a Israele che bombarda l’Iran. Dopo aver massacrato Gaza, Netanyahu esorta Trump a sostenere il suo attacco su Teheran. Il leader israeliano teme l’isolamento. E quindi ricorda all’alleato Usa gli enormi interessi in ballo nella zona, dal petrolio al corridoio commerciale antagonista alla Via della Seta cinese.

Ma il presidente americano si agita e tentenna. Una crisi di coscienza? Un folle ondeggiare? Niente di tutto questo. La verità è che l’America non ha più i margini finanziari di un tempo. Il mondo accetta dollari sempre più a fatica, soprattutto se servono a lanciare altri missili.

Un’anima bella potrebbe considerarla una splendida notizia. Una sorta di placida eutanasia dell’impero americano inondato dai debiti.

Ma non è così facile. Messa alle corde, l’amministrazione degli Stati Uniti potrebbe giocarsi il tutto per tutto: dar fondo alle risorse militari, caricare il debito sui vassalli e mobilitarli per imporre un nuovo ordine occidentale al mondo. Una nuova pax americana, più che mai nel sangue.

Donald Trump, dunque, non è semplicemente un pazzo. Il saltimbanco dai denti affilati, che minaccia di ammazzarti mentre sorride e tende la mano, è solo la perfetta incarnazione dell’ultimo, terrificante dilemma dell’impero indebitato.

Un dilemma che imporrà scelte, soprattutto agli alleati europei degli Stati Uniti. Lo sa bene lo spagnolo Sanchez, che cerca di respingere le pressioni americane per portare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’opposto delle smanie di Meloni e Crosetto verso un sollecito riarmo.

Fonte

21/05/2025

[Contributo al dibattito] - Momento Lenin: tra debito, dazi e guerra

di Emiliano Brancaccio

Non come rivoluzionario bolscevico ma come autore del celebre saggio sull’imperialismo, Lenin è oggi utile per comprendere gli snodi della fase storica, dalla svolta diplomatica degli Stati Uniti ai tormenti dell’Europa sul riarmo. E per cogliere gli errori di Niall Ferguson e degli altri teorici di grido sulle vere cause della crisi egemonica americana.

L’istante, l’attimo, il “momento” decisivo. Tra gli scienziati l’espressione è ricorrente. In fisica, Galileo chiamava “momento” la diminuzione della gravità di un corpo poggiato su un piano inclinato. In economia si parla di “momento Minsky”, il teorico della crisi ritornante, per identificare il punto di precipitazione del mercato finanziario, quando la bolla speculativa raggiunge la sua massima estensione prima di esplodere. In tutti i casi è implicito un cambio di scenario: il “momento” come svolta nelle “leggi di movimento” del sistema.

Applicando questa idea all’indagine del processo storico, sembra lecito azzardare che gli sconcertanti tumulti globali che stiamo oggi osservando possano esser battezzati “momento Lenin”. Il riferimento non è al rivoluzionario bolscevico ma all’infaticabile studioso che agli esordi della prima guerra mondiale firmò il celebre saggio su “l’imperialismo”, un testo utile come pochi per capire la contemporaneità.

L’intreccio di rapporti di credito e debito internazionali

“L’imperialismo” di Lenin è un’opera più sottovalutata dagli economisti volgari che sopravvalutata dai comunisti ortodossi. Di certo non può esser definita “scientifica” in senso moderno: la falsificazione popperiana, o qualsiasi altra modalità di verifica empirica, sono rese difficilmente praticabili dal tenore narrativo dell’elaborato. La sua lettura, tuttavia, offre una cornucopia di intuizioni originalissime, da cui intere generazioni di studiosi, marxisti e no, hanno tratto le basi per canoniche ricerche di frontiera. [1]

L’intuizione leniniana che ha retto di più alla prova del tempo è il nesso tra l’intreccio di rapporti di credito e debito internazionali, i relativi processi di centralizzazione dei capitali in blocchi monopolistici contrapposti e la conseguente mutagenesi della lotta economica in vero e proprio conflitto militare. “Momento Lenin”, potremmo dire, è esattamente quell’angoscioso punto di caduta degli eventi, quell’ora di terrore collettivo, in cui l’intrico della competizione capitalistica esonda verso lo scontro armato.

In tal senso, la guerra in Ucraina e le sue code, che saranno lunghissime e avvolgenti, possono esser considerate “momento Lenin” di questa nuova epoca di disordine mondiale.

Trump, personificazione del debito americano

Per comprendere il punto, torna utile analizzare la linea diplomatica dei vari protagonisti del “momento” alla luce degli interessi materiali che sono chiamati a servire. Per tale esercizio, Donald Trump è cavia ideale. Del nuovo presidente americano tutti analizzano il piglio, la postura, la presunta capacità soggettiva di smuovere l’oggettività degli eventi. Né i simpatizzanti né i detrattori riescono ad analizzare Trump per quello che realmente è: un altro vivace burattino nelle mani del processo capitalistico.

Donald Trump non è altro che la personificazione del debito americano verso l’estero, un enorme rosso che ha ormai superato la cifra record di 23 mila miliardi di dollari. Questo gigantesco passivo netto verso il mondo ha inceppato l’immane “circuito militar-monetario” su cui l’America aveva edificato la sua egemonia globale dopo il tracollo sovietico. Lo stesso problema, si badi, aveva già lambito Biden e le precedenti amministrazioni, quando gli Stati Uniti si videro costretti ad allentare la morsa su vaste aree di occupazione militare, economica ed estrattiva, dall’Iraq all’Afghanistan. Con Trump, tuttavia, l’impossibilità di espansione imperiale fondata sul debito è divenuta un fatto incontrovertibile. [2]

L’errore di Ferguson sulla crisi egemonica americana

Lo storico Niall Ferguson di Stanford ha cercato di sintetizzare il problema sostenendo che la crisi egemonica dell’impero avviene quando la spesa per interessi e per il rimborso del debito pubblico supera la spesa militare. Federico Rampini e vari altri opinionisti di grido sono corsi dietro a questa teoria. Sfortunatamente non sono in grado di comprendere che la “legge” di Ferguson è sbagliata. A differenza di Lenin, infatti, Ferguson si sofferma sulla sola parte pubblica del debito.

Ma se il problema fosse di solo debito pubblico interno, la politica monetaria potrebbe agevolmente finanziarlo imponendo bassi tassi d’interesse, per cui il rimborso resterebbe stabilmente al di sotto della spesa per armamenti. Le vere difficoltà emergono quando si tratta di debito estero, non solo pubblico ma anche privato. In tal caso diventa necessario attrarre capitali dal resto del mondo per sostenerlo e quindi i tassi di rendimento non possono scendere al di sotto delle soglie che gli economisti chiamano “di arbitraggio”. È in questo caso che emerge il vincolo alla spesa, generale e quindi militare.

Il vincolo esterno, i dazi e la de-dollarizzazione

Per lungo tempo si è creduto che l’America, detentrice dell’esorbitante privilegio del dollaro, fosse immune da questo vincolo esterno. Gli apologeti di quella dottrina un po’ confusa che va sotto il nome di “modern monetary theory” ancora si illudono. Ma la verità ormai è un’altra. La copertura del passivo a colpi di emissioni di biglietti verdi è divenuta molto incerta. Lo stesso protezionismo americano pregiudica il diritto dei detentori esteri di dollari di usarli a piacimento per comprare capitali occidentali, e così diffonde dubbi ulteriori sul valore della moneta e sulla possibilità, con essa, di coprire il debito. Per stupefacente eterogenesi dei fini, dunque, proprio le barriere commerciali e finanziarie dell’America si rivelano motore della temuta “de-dollarizzazione”.

Il nerbo di Cicerone, dell’illimitato denaro per dare forza alla guerra, si è dunque spezzato. Da qui bisogna partire per afferrare la crisi egemonica americana. Ed è sempre da qui che si può comprendere il ritiro di Trump anche dal fronte ucraino. Per l’America indebitata verso il mondo è infatti tempo di serrare i ranghi, circoscrivere gli obiettivi imperiali, ridimensionare l’area di egemonia. Se dunque una “legge” di crisi dell’impero esiste, è nel confronto tra spesa militare e servizio del debito estero.

Ad azione segue reazione

La difficoltà finanziaria americana spiega pure il modo micragnoso con cui Trump ha preteso da Zelensky le terre rare dell’Ucraina per rimborsare le spese militari. Siamo cioè al punto in cui il debito diventa molla di quel che già Lenin chiamava “accaparramento intensivo” di materie prime.

Per Washington, del resto, il problema del confine russo è ormai secondario. Ciò che oggi preme alla Casa Bianca è blandire la Russia per tentare di separare i suoi destini da quelli dell’avversario principale: la Cina. A tale scopo, Trump arriverà persino a svendere la “gold card” della cittadinanza USA ai capitalisti russi, per la modica cifra di cinque milioni di dollari. Appena ieri sanzionati, gli oligarchi di Mosca sono ora vezzeggiati. Il salto mortale americano è spettacolare.

Questa riesumazione del vecchio divide et impera nixoniano suona però tardiva. Dall’inizio della guerra, l’interscambio commerciale tra Russia e Cina è raddoppiato. Come ammonisce Xi Jinping, il tentativo americano di separare l’una dall’altra appare ormai disperato.

Il grande debitore americano, il grande creditore cinese

Ciò nonostante, il morso del debito estero costringerà gli Stati Uniti a tentare altre mosse, più o meno estreme, pur di limitare l’espansione della Cina e dei suoi alleati. Il rischio, altrimenti, è un avanzamento del grande creditore cinese nei processi di fusione, acquisizione e controllo capitalistico nelle aree d’influenza che il grande debitore americano in ritirata ha dovuto lasciare sguarnite. Per la prima volta nella storia, direbbe Lenin, la centralizzazione capitalistica sta prendendo la via dell’Oriente. Arginare questo nuovo vento, per Trump e i suoi, è questione vitale per l’egemonia capitalistica.

Ecco perché la postura del presidente americano si sta facendo sempre più provocatoria. Basti pensare alla riconquista del canale di Panama, che era da tempo in mano cinese. Trump ha avvisato che l’avrebbe ripreso, con le buone o con le cattive. I cinesi sono dunque stati costretti a svenderlo in fretta all’americana BlackRock, al sottocosto di 19 miliardi di dollari. Il risultato è che le barriere protezionistiche americane saranno da ora in avanti applicate anche al nevralgico crocevia panamense. Tra moral suasion e intimidazione mafiosa il passo si sta facendo sempre più breve.

Come per legge newtoniana, tuttavia, alle azioni trumpiane seguono le reazioni cinesi. Il portavoce del ministero degli esteri di Pechino ha dichiarato: “Se gli Stati Uniti insisteranno con la guerra commerciale, o con qualsiasi altro tipo di guerra, la Cina li combatterà fino alla fine”. Qualsiasi: inedito aggettivo indefinito del “momento Lenin”.

Le vere ragioni del riarmo europeo

In questo gigantesco scontro fra zolle tettoniche, resta da esaminare il “tradimento” di Trump verso l’Europa. In Italia e altrove, gli apologeti del riarmo europeo insistono con l’idea che il presidente americano abbia lasciato sguarniti gli ex sodali europei contro una possibile invasione russa. Ma è difficile immaginare una propaganda bellica più infantile di questa.

La realtà della corsa al riarmo dell’Europa è ben altra. Per decenni i paesi Ue hanno agito nel ruolo di veri e propri vassalli dell’impero americano. Dove la NATO impinguata dall’America muoveva le sue milizie, lì si creavano occasioni d’affari per aziende americane in primis, ma in subordine anche per imprese britanniche, francesi, tedesche, italiane. Dall’ex blocco sovietico, all’Africa, al Medio Oriente, è stata questa la storia dell’imperialismo atlantico nella fase che ci stiamo lasciando alle spalle.

È evidente allora che nel momento in cui la crisi del debito forza l’impero americano a ridimensionare l’area d’influenza e a espropriare anche gli antichi vassalli, il problema principe delle diplomazie europee diventa uno solo: progettare un imperialismo autonomo, in grado di accompagnare la proiezione del capitalismo europeo verso l’esterno con una potenza militare autonoma. Con le parole di Lenin: i rapporti di potenza si modificano, le modalità di spartizione del mondo debbono mutare di conseguenza. Memento Lenin.

L’ultimo arcano del “momento” è il ruolo della mitica classe subalterna. Dispersi, deprivati di intelligenza collettiva, lasciati in balìa delle sole stupidità individuali, i lavoratori sembrano oggi rassegnati a subire gli effetti di un boom della spesa militare a colpi di tagli ulteriori dello stato sociale e nuove compressioni del potere d’acquisto. Del resto, i pochi che ancora gettano uno sguardo sulla politica ormai parlano la medesima lingua delle diplomazie capitaliste che li governano. La loro più elevata ambizione intellettuale è mettersi sotto la bandiera del “buono” contro l’ultimo “cattivo” di turno. Inconscio adattamento mentale a un futuro di carne da cannone.

Con la rivoluzione liquefatta, alle masse sfugge persino la consolazione della scienza rivelatrice. “Momento Lenin”, memento Lenin.

Note

[1] Nella vasta letteratura in tema, si veda: Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli (2024). Centralization of capital and economic conditions for peace. Review of Keynesian Economics, 12 (3), 365-384.

[2] Sui nessi tra passivo netto americano e crisi diplomatica internazionale, si veda anche un recente dibattito con il Governatore emerito della Banca d’Italia: Emiliano Brancaccio e Ignazio Visco (2024). “Non-ordine” economico mondiale, guerra e pace: un dibattito tra Emiliano Brancaccio e Ignazio Visco. Moneta e Credito, 77, n. 308.

Fonte

19/04/2025

Trump e il fallimento della Reaganomics

intervista a Thomas Piketty

Emerge una contraddizione tra la potenza americana e il suo livello di indebitamento?

«Sì, ed è un punto centrale. Il debito verso l’estero degli Stati Uniti è enorme e finora è costato poco, grazie a tassi d’interesse storicamente bassi del dollaro. Ma ora le cose stanno cambiando. Con tassi al 4 o 5%, gli Stati Uniti dovranno cominciare a pagare pesantemente il resto del mondo. È una situazione inedita per una potenza dominante.
Anche le potenze coloniali europee avevano deficit commerciali, ma possedevano attivi in tutto il mondo che fruttavano molto più di quanto spendessero».

Vede una logica neocolonialista?

«Trump sogna di tornare a quella logica, appropriandosi in modo brutale di risorse strategiche. Non è fondamentalmente peggiore delle potenze coloniali europee prima del 1914. Semplicemente, sbaglia epoca.
Vorrebbe che quella che lui considera la pax americana – il ruolo di bene pubblico globale che gli Stati Uniti garantiscono dalla Seconda guerra mondiale, soprattutto in termini di sicurezza – fosse finalmente retribuita.
Pensa che questo debba permettere agli Stati Uniti di finanziare i propri deficit eternamente. Si è già cominciato a vedere con le sue posizioni su Groenlandia, Panama o sulle terre rare in Ucraina».

È solo una reazione alla perdita di potenza al livello economico e finanziario?

«C’è anche una spinta ideologica. Il trumpismo è prima di tutto una reazione al fallimento del reaganismo. Reagan aveva promesso che la liberalizzazione globale avrebbe arricchito tutti.
Quarant’anni dopo, la classe media americana non ha visto alcun beneficio. Da qui, la fuga in avanti verso il nazionalismo, una postura classica a destra.
Ma il discorso protezionista è anche contraddittorio: oggi gli Stati Uniti sono in piena occupazione. Dicono di aver perso posti di lavoro, ma se davvero volessero crearne dieci milioni in più, dovrebbero far arrivare lavoratori messicani e molti più immigrati.
Ciò che motiva davvero Trump, J.D.Vance e i miliardari che li sostengono non è tanto la difesa dell’occupazione quanto la perpetuazione di un modello inegualitario e autoritario».

Fonte

03/04/2025

La vittoria di Pirro della Troika in Grecia, sulla pelle della gente

Mentre Bruxelles e il FMI festeggiano i numeri del Pil greco, la realtà è un’altra: la Grecia sta solo rimandando il conto di un disastro annunciato. Sono queste le conclusioni che si possono trarre da un rapporto redatto dal Levy Economics Institute, che smaschera la grande menzogna delle politiche di austerity: dopo anni di tagli selvaggi, salari strozzati e privatizzazioni, Atene non è affatto “salva”. Anzi, la crescita odierna si regge su una montagna di debito estero, svendita del patrimonio pubblico e un mercato del lavoro allo sbando.

L’economia greca ha registrato una crescita del 2,3% nel 2024, superiore alla media europea, ma questa ripresa nasconde gravi fragilità strutturali. Questo dice il rapporto, in merito ai limiti strutturali dell’economia greca che non è riuscita, più di un decennio dopo la devastante crisi del debito del 2011, a superare gli squilibri profondi che ne hanno minato lo sviluppo.

Nonostante i dati positivi su Pil, occupazione e consumi, il modello di sviluppo rimane insostenibile, secondo gli autori del report, in quanto basato su un eccessivo indebitamento estero, una crescente dipendenza dalle importazioni e un trasferimento massiccio di proprietà immobiliari a investitori stranieri.

Uno dei motori della crescita che ha permesso alla Grecia le ‘mirabolanti’ (si fa per dire) performance degli ultimi anni è stato il Recovery and Resilience Facility (RRF), il Fondo di Ripresa e Resilienza post-pandemico europeo da 650 miliardi, che ha finanziato investimenti pubblici, mentre i consumi privati hanno beneficiato temporaneamente di trasferimenti statali. Tuttavia, con l’esaurirsi di questi fondi nel 2027, il Paese rischia una brusca frenata. Infatti, l’RRF ha una natura temporanea ed è stato concepito per esaurirsi nel 2026.

Un altro punto critico è il deficit delle partite correnti, che nel 2024 ha raggiunto il -5,3% del Pil e potrebbe aggravarsi ulteriormente (-10,6% nel 2026), alimentando il debito del paese verso l’estero. Secondo gli autori, infatti, la crisi del debito prima e le misure di austerity poi hanno contribuito a distruggere la capacità produttiva del paese, con un grande numero di imprese sparito o aquisito da competitor stranieri.

La guerra in Ucraina e l’aumento dei prezzi dell’energia che ne è conseguito hanno comportato una nuova esplosione della bilancia delle partite correnti, e il conseguente fallimento della strategia che sperava di portare la bilancia in pareggio attraverso la depressione della domanda interna.

Il settore turistico, nonostante i record di presenze, non basta a compensare lo squilibrio commerciale. Anzi, la crescita del turismo ha aumentato le importazioni, peggiorando il deficit. Inoltre, la vendita di immobili a stranieri (attraverso programmi come il Golden Visa) sta trasferendo ricchezza all’estero, mentre l’aumento dei prezzi delle case rende difficile l’accesso al mercato per i residenti.

Sul fronte del lavoro, la Grecia sconta ancora bassi salari (la quota salari sul Pil è al 34,7%, contro una media Ue del 57%) e un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa (52,8%). La disoccupazione ufficiale (9,4%) nasconde una realtà più drammatica, dal momento che esiste una discrepanza tra il numero di disoccupati registrati dall’ufficio statistico di riferimento (ELSTAT) e l’agenzia dei servizi per l’impiego (DYPA), che invece riporta quasi il doppio di persone registrate come disoccupate, molte delle quali senza sussidi.

Le proiezioni del Levy Institute sono molto più pessimistiche di quelle del governo greco, della Commissione Europea e del FMI: si prevede una crescita di appena dello 0,9% nel 2025 e una recessione dell’1,3% nel 2026. Senza un cambio di rotta, che includa una riforma del sistema produttivo e politiche salariali più eque, la Grecia rischia di ritrovarsi in una nuova crisi, aggravata dal peso del debito pubblico e dalla dipendenza dai capitali esteri.

L’Europa ha trasformato la Grecia in un parco giochi per turisti e speculatori immobiliari, mentre i greci faticano ad arrivare a fine mese. E quando i fondi Ue si esauriranno, resterà solo il buco nero dei conti pubblici. L’austerity non ha risolto nulla: ha solo preparato la prossima crisi.

Fonte

12/03/2025

Momento Lenin: tra debito, dazi e guerra

di Emiliano Brancaccio

L’istante, l’attimo, il “momento” decisivo. Tra gli scienziati l’espressione è ricorrente. In fisica, Galileo chiamava “momento” la diminuzione della gravità di un corpo poggiato su un piano inclinato.

In economia si parla di “momento Minsky”, il teorico della crisi ritornante, per identificare il punto di precipitazione del mercato finanziario, quando la bolla speculativa raggiunge la sua massima estensione prima di esplodere. In tutti i casi è implicito un cambio di scenario: il “momento” come svolta nelle “leggi di movimento” del sistema.

Applicando questa idea all’indagine del processo storico, sembra lecito azzardare che gli sconcertanti tumulti globali che stiamo oggi osservando possano esser battezzati “momento Lenin”. Il riferimento non è al rivoluzionario bolscevico ma all’infaticabile studioso che agli esordi della prima guerra mondiale firmò il celebre saggio su “l’imperialismo”, un testo utile come pochi per capire la contemporaneità.

L’intreccio di rapporti di credito e debito internazionali

“L’imperialismo” di Lenin è un’opera più sottovalutata dagli economisti volgari che sopravvalutata dai comunisti ortodossi. Di certo non può esser definita “scientifica” in senso moderno: la falsificazione popperiana, o qualsiasi altra modalità di verifica empirica, sono rese difficilmente praticabili dal tenore narrativo dell’elaborato.

La sua lettura, tuttavia, offre una cornucopia di intuizioni originalissime, da cui intere generazioni di studiosi, marxisti e no, hanno tratto le basi per canoniche ricerche di frontiera. [1]

L’intuizione leniniana che ha retto di più alla prova del tempo è il nesso tra l’intreccio di rapporti di credito e debito internazionali, i relativi processi di centralizzazione dei capitali in blocchi monopolistici contrapposti e la conseguente mutagenesi della lotta economica in vero e proprio conflitto militare.

“Momento Lenin”, potremmo dire, è esattamente quell’angoscioso punto di caduta degli eventi, quell’ora di terrore collettivo, in cui l’intrico della competizione capitalistica esonda verso lo scontro armato.

In tal senso, la guerra in Ucraina e le sue code, che saranno lunghissime e avvolgenti, possono esser considerate “momento Lenin” di questa nuova epoca di disordine mondiale.

Trump, personificazione del debito americano

Per comprendere il punto, torna utile analizzare la linea diplomatica dei vari protagonisti del “momento” alla luce degli interessi materiali che sono chiamati a servire. Per tale esercizio, Donald Trump è cavia ideale. Del nuovo presidente americano tutti analizzano il piglio, la postura, la presunta capacità soggettiva di smuovere l’oggettività degli eventi.

Né i simpatizzanti né i detrattori riescono ad analizzare Trump per quello che realmente è: un altro vivace burattino nelle mani del processo capitalistico.

Donald Trump non è altro che la personificazione del debito americano verso l’estero, un enorme rosso che ha ormai superato la cifra record di 23 mila miliardi di dollari. Questo gigantesco passivo netto verso il mondo ha inceppato l’immane “circuito militar-monetario” su cui l’America aveva edificato la sua egemonia globale dopo il tracollo sovietico.

Lo stesso problema, si badi, aveva già lambito Biden e le precedenti amministrazioni, quando gli Stati Uniti si videro costretti ad allentare la morsa su vaste aree di occupazione militare, economica ed estrattiva, dall’Iraq all’Afghanistan. Con Trump, tuttavia, l’impossibilità di espansione imperiale fondata sul debito è divenuta un fatto incontrovertibile. [2]

L’errore di Ferguson sulla crisi egemonica americana

Lo storico Niall Ferguson di Stanford ha cercato di sintetizzare il problema sostenendo che la crisi egemonica dell’impero avviene quando la spesa per interessi e per il rimborso del debito pubblico supera la spesa militare. Federico Rampini e vari altri opinionisti di grido sono corsi dietro a questa teoria.

Sfortunatamente non sono in grado di comprendere che la “legge” di Ferguson è sbagliata. A differenza di Lenin, infatti, Ferguson si sofferma sulla sola parte pubblica del debito.

Ma se il problema fosse di solo debito pubblico interno, la politica monetaria potrebbe agevolmente finanziarlo imponendo bassi tassi d’interesse, per cui il rimborso resterebbe stabilmente al di sotto della spesa per armamenti.

Le vere difficoltà emergono quando si tratta di debito estero, non solo pubblico ma anche privato. In tal caso diventa necessario attrarre capitali dal resto del mondo per sostenerlo e quindi i tassi di rendimento non possono scendere al di sotto delle soglie che gli economisti chiamano “di arbitraggio”. È in questo caso che emerge il vincolo alla spesa, generale e quindi militare.

Il vincolo esterno, i dazi e la de-dollarizzazione

Per lungo tempo si è creduto che l’America, detentrice dell’esorbitante privilegio del dollaro, fosse immune da questo vincolo esterno. Gli apologeti di quella dottrina un po’ confusa che va sotto il nome di “modern monetary theory” ancora si illudono. Ma la verità ormai è un’altra.

La copertura del passivo a colpi di emissioni di biglietti verdi è divenuta molto incerta. Lo stesso protezionismo americano pregiudica il diritto dei detentori esteri di dollari di usarli a piacimento per comprare capitali occidentali, e così diffonde dubbi ulteriori sul valore della moneta e sulla possibilità, con essa, di coprire il debito.

Per stupefacente eterogenesi dei fini, dunque, proprio le barriere commerciali e finanziarie dell’America si rivelano motore della temuta “de-dollarizzazione”.

Il nerbo di Cicerone, dell’illimitato denaro per dare forza alla guerra, si è dunque spezzato. Da qui bisogna partire per afferrare la crisi egemonica americana. Ed è sempre da qui che si può comprendere il ritiro di Trump anche dal fronte ucraino.

Per l’America indebitata verso il mondo è infatti tempo di serrare i ranghi, circoscrivere gli obiettivi imperiali, ridimensionare l’area di egemonia. Se dunque una “legge” di crisi dell’impero esiste, è nel confronto tra spesa militare e servizio del debito estero.

Ad azione segue reazione

La difficoltà finanziaria americana spiega pure il modo micragnoso con cui Trump ha preteso da Zelensky le terre rare dell’Ucraina per rimborsare le spese militari. Siamo cioè al punto in cui il debito diventa molla di quel che già Lenin chiamava “accaparramento intensivo” di materie prime.

Per Washington, del resto, il problema del confine russo è ormai secondario. Ciò che oggi preme alla Casa Bianca è blandire la Russia per tentare di separare i suoi destini da quelli dell’avversario principale: la Cina. A tale scopo, Trump arriverà persino a svendere la “gold card” della cittadinanza USA ai capitalisti russi, per la modica cifra di cinque milioni di dollari. Appena ieri sanzionati, gli oligarchi di Mosca sono ora vezzeggiati. Il salto mortale americano è spettacolare.

Questa riesumazione del vecchio divide et impera nixoniano suona però tardiva. Dall’inizio della guerra, l’interscambio commerciale tra Russia e Cina è raddoppiato. Come ammonisce Xi Jinping, il tentativo americano di separare l’una dall’altra appare ormai disperato.

Il grande debitore americano, il grande creditore cinese

Ciò nonostante, il morso del debito estero costringerà gli Stati Uniti a tentare altre mosse, più o meno estreme, pur di limitare l’espansione della Cina e dei suoi alleati. Il rischio, altrimenti, è un avanzamento del grande creditore cinese nei processi di fusione, acquisizione e controllo capitalistico nelle aree d’influenza che il grande debitore americano in ritirata ha dovuto lasciare sguarnite.

Per la prima volta nella storia, direbbe Lenin, la centralizzazione capitalistica sta prendendo la via dell’Oriente. Arginare questo nuovo vento, per Trump e i suoi, è questione vitale per l’egemonia capitalistica.

Ecco perché la postura del presidente americano si sta facendo sempre più provocatoria. Basti pensare alla riconquista del canale di Panama, che era da tempo in mano cinese. Trump ha avvisato che l’avrebbe ripreso, con le buone o con le cattive. I cinesi sono dunque stati costretti a svenderlo in fretta all’americana BlackRock, al sottocosto di 19 miliardi di dollari.

Il risultato è che le barriere protezionistiche americane saranno da ora in avanti applicate anche al nevralgico crocevia panamense. Tra moral suasion e intimidazione mafiosa il passo si sta facendo sempre più breve.

Come per legge newtoniana, tuttavia, alle azioni trumpiane seguono le reazioni cinesi. Il portavoce del ministero degli esteri di Pechino ha dichiarato: “Se gli Stati Uniti insisteranno con la guerra commerciale, o con qualsiasi altro tipo di guerra, la Cina li combatterà fino alla fine”.

Qualsiasi: inedito aggettivo indefinito del “momento Lenin”.

Le vere ragioni del riarmo europeo

In questo gigantesco scontro fra zolle tettoniche, resta da esaminare il “tradimento” di Trump verso l’Europa. In Italia e altrove, gli apologeti del riarmo europeo insistono con l’idea che il presidente americano abbia lasciato sguarniti gli ex sodali europei contro una possibile invasione russa. Ma è difficile immaginare una propaganda bellica più infantile di questa.

La realtà della corsa al riarmo dell’Europa è ben altra. Per decenni i paesi Ue hanno agito nel ruolo di veri e propri vassalli dell’impero americano. Dove la NATO impinguata dall’America muoveva le sue milizie, lì si creavano occasioni d’affari per aziende americane in primis, ma in subordine anche per imprese britanniche, francesi, tedesche, italiane.

Dall’ex blocco sovietico, all’Africa, al Medio Oriente, è stata questa la storia dell’imperialismo atlantico nella fase che ci stiamo lasciando alle spalle.

È evidente allora che nel momento in cui la crisi del debito forza l’impero americano a ridimensionare l’area d’influenza e a espropriare anche gli antichi vassalli, il problema principe delle diplomazie europee diventa uno solo: progettare un imperialismo autonomo, in grado di accompagnare la proiezione del capitalismo europeo verso l’esterno con una potenza militare autonoma.

Con le parole di Lenin: i rapporti di potenza si modificano, le modalità di spartizione del mondo debbono mutare di conseguenza.

Memento Lenin

L’ultimo arcano del “momento” è il ruolo della mitica classe subalterna. Dispersi, deprivati di intelligenza collettiva, lasciati in balìa delle sole stupidità individuali, i lavoratori sembrano oggi rassegnati a subire gli effetti di un boom della spesa militare a colpi di tagli ulteriori dello stato sociale e nuove compressioni del potere d’acquisto.

Del resto, i pochi che ancora gettano uno sguardo sulla politica ormai parlano la medesima lingua delle diplomazie capitaliste che li governano. La loro più elevata ambizione intellettuale è mettersi sotto la bandiera del “buono” contro l’ultimo “cattivo” di turno. Inconscio adattamento mentale a un futuro di carne da cannone.

Con la rivoluzione liquefatta, alle masse sfugge persino la consolazione della scienza rivelatrice. “Momento Lenin”, memento Lenin.

Note

[1] Nella vasta letteratura in tema, si veda: Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli (2024). Centralization of capital and economic conditions for peace. Review of Keynesian Economics, 12 (3), 365-384.

[2] Sui nessi tra passivo netto americano e crisi diplomatica internazionale, si veda anche un recente dibattito con il Governatore emerito della Banca d’Italia: Emiliano Brancaccio e Ignazio Visco (2024). “Non-ordine” economico mondiale, guerra e pace: un dibattito tra Emiliano Brancaccio e Ignazio Visco. Moneta e Credito, 77, n. 308.

Fonte

29/01/2025

I debiti americani che Trump vuol far pagare al mondo

Il primo a denunciarlo fu Charles de Gaulle: «gli americani vivono al di sopra di quanto producono, a spese del resto del Mondo, meno ricco di loro». La bilancia dei pagamenti Usa è in cronico disavanzo dagli anni Settanta. Nel 2024 il deficit ha sfiorato il trilione di dollari (prossimi all’85% del Pil). Le passività americane possedute dall’estero (depositi, prestiti, titoli, azioni) si sono rette sull’accettazione del dollaro strumento di transazione e di riserva internazionale. Autarchia e protezionismo di Trump la cura giusta?

Le nuove guerre nei mercati finanziari

Ormai lo ripetiamo da un pezzo: le nuove guerre dell’era Trump, saranno combattute nei mercati finanziari. E le vittime, innumerevoli, verranno sotterrate da sanguinose risse commerciali e assalti all’arma bianca, fatti di dazi e tariffe doganali. Sarà un calderone granguignolesco, dove un risorgente protezionismo soffocherà quello che resta della globalizzazione. Inutile farsi illusioni.

La perduta ‘Età dell’oro’

Il nuovo Presidente americano è stato chiaro nel suo primo discorso, all’atto dell’insediamento. «Trump – come scrive il Wall Street Journalha paragonato il suo approccio a quello di un altro Presidente, William McKinley, un leader repubblicano durante un’epoca nota come ‘Gilded Age’. Un periodo di rapida industrializzazione dopo la guerra civile, che creò un’enorme ricchezza per gli Usa, ma fu caratterizzato da una dilagante disuguaglianza». Tuttavia, il vero problema, che si trova davanti oggi il ‘sistema-America’, non è quello di una ricetta che resusciti una specie di autarchia del Terzo millennio. La questione è più profonda e riguarda l’etica stessa di un capitalismo malato. Di un modello, cioè, che mentre si dà delle regole, studia nello stesso tempo anche il modo per aggirarle. Perché il profitto non conosce ostacoli.

Fine del libero scambio

Dunque, Trump ha già deciso, con la sua squadra, di dare un colpo mortale ai principi del libero scambio. Attenzione: le sue ragioni sono squisitamente finanziarie e hanno la priorità. Quelle geopolitiche vengono solo dopo. Il nuovo Presidente ha già annunciato ulteriori tariffe del 10%, sulle importazioni in arrivo dalla Cina e, addirittura, del 25% sui prodotti canadesi e messicani. E qui dobbiamo aprire una larga parentesi, spiegando le ragioni di un simile approccio, che ricorda misure da emergenza bellica. E, in effetti, secondo i sacri libri di testo della teoria economica, gli Stati Uniti hanno un piede e mezzo nella fossa (finanziaria). Pensate, a novembre scorso (Amministrazione Biden) hanno battuto tutti i record di indebitamento pubblico, arrivando in rosso per la bazzecola di 37 mila miliardi di dollari. Come vanno avanti? Facendo debiti, cioè emettendo titoli di Stato. Danno carta (garantita, per carità) e ricevono soldi, che poi spendono. E diverse volte spandono. Ma questa è solo una parte del discorso. Perché, se l’economia non gira bene, se c’è inflazione o semplicemente se i risparmiatori ‘non si fidano’, allora bisogna alzare i tassi di interesse, e ripagare il debito costerà di più. Quindi, la situazione di «rosso cronico» è determinata da come va l’economia nel suo complesso.

Bilancia commerciale a colpi di dazi

In questo senso, un’importanza fondamentale hanno la bilancia commerciale e la differenza tra import ed export di beni, servizi e capitali. Bene, è questo il problema numero uno dell’America: di Biden, di Trump, o di chi volete voi. Stiamo parlando di una cifra che, alla fine del 2024, arrivava quasi a toccare i 1000 miliardi di dollari. Si può esportare di più, producendo bene e vendendo meglio, rendendo i prodotti competitivi grazie al rapporto prezzo-qualità. Oppure puoi scegliere la strada di Trump. Imponendo dazi doganali a casaccio, per proteggere i tuoi prodotti, anche se costano assai e, magari, sono fatti male. L’obiettivo è quello di costringere gli americani a comprare ‘Made in Usa’, delocalizzare con incentivi le fabbriche europee o di altri Paesi e, in ultima analisi, invertire a poco a poco il trend negativo della bilancia commerciale. Secondo alcuni economisti di scuola reaganiana, questo metterebbe in moto un circuito (noto agli specialisti come ‘curva di Laffer’) che preconizza un allargamento del volume del gettito fiscale, nonostante il taglio delle tasse. Insomma, il protezionismo all’estero consentirebbe all’Amministrazione repubblicana di cominciare a fare ‘campagna’ con due anni di anticipo, sulle elezioni di Mid term.

Privilegi da Stati Uniti d’America

D’altro canto, è questo il punto, non è che Trump debba preoccuparsi più di tanto del deficit federale. Se gli Usa si fossero chiamati in un altro modo, il Fondo monetario internazionale avrebbe già spedito i suoi ispettori a commissariare Ministeri e bilanci. La verità è che i conti dell’America sono allo scasso e non si procede al pignoramento perché la finanza internazionale è prigioniera del dollaro. Che vuol dire, che gli Usa possono fallire? No, ma ci marciano, come fa ora Trump. Il loro debito pubblico è la principale fonte di finanziamento valutario, grazie al dollaro, per il resto del mondo. Quasi tutte le transazioni avvengono in dollari, e chi cerca di farlo in qualche altra valuta è guardato di traverso.

In tempi non sospetti, Giscard d’Estaing, allora Ministro delle Finanze della Francia, disse che Washington godeva di questo “privilegio esorbitante”, che le consentiva di fare debiti, sapendo che qualcuno avrebbe comunque comprato il dollaro, indipendentemente dalle sue oscillazioni. Oggi, Trump non fa altro che approfittare, furbescamente, di un potere finanziario senza limiti, che il suprematismo americano ha saputo costruire nell’ultimo secolo. Ci sono molti modi di fare le guerre, anche senza dover sparare un colpo.

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19/01/2025

Da Biden a Trump, la menzogna del primato economico Usa

«Molti credevano che l’economia cinese avrebbe superato quella americana alla fine del decennio. Secondo le attuali predizioni non ci sorpasseranno mai». Joe Biden si congeda dalla presidenza degli Stati Uniti con una dichiarazione altamente patriottica e spudoratamente falsa.

Come mostrano le statistiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, calcolato in termini di parità dei poteri d’acquisto il Pil cinese è al di sopra del Pil statunitense già da quasi un decennio, e il divario continua ad aumentare. Senza nemmeno bisogno di contare le regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao, nel 2024 la Cina ha oltrepassato i 37 mila miliardi di dollari, mentre gli Stati Uniti non hanno ancora raggiunto i 30 mila miliardi.

A ripetere la menzogna dell’inarrivabile primato economico americano Biden non è certo lasciato solo. Da questo punto di vista, democratici e trumpiani cantano la stessa messa, ben coordinata. È un po’ come se avessero in mente la vecchia massima nazista, secondo cui ribadire di continuo una colossale bugia finisce per renderla credibile.

In effetti è esattamente questo lo scopo obbligato dei vertici statunitensi. Bisogna diffondere il convincimento che l’economia americana non soltanto sia primatista oggi, ma soprattutto sia destinata a crescere più di tutte le altre in futuro.

Il motivo di questa ossessione verso la crescita attesa è in fondo semplice. Gli Stati Uniti continuano ad accumulare un pesante debito verso l’estero. Il passivo netto americano ha superato i 23 mila miliardi di dollari e corre impetuoso verso la soglia dell’ottanta percento del Pil.

In una situazione del genere, l’unico modo che un debitore ha per rassicurare i creditori è diffondere fiducia nella mirabile crescita del suo reddito futuro e delle sue connesse capacità di rimborso dei prestiti. Finché i creditori si lasciano ammaliare dall’ottimismo del debitore, le erogazioni continuano e la crescita prosegue. E se qualche avveduto fa notare che il debito sta pericolosamente aumentando più del reddito, gli altri prontamente lo zittiscono.

Così funziona la propaganda economica di questi anni. Più di qualsiasi altro regime di accumulazione capitalistica, quello del debito statunitense è fondato su una granitica fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’America.

Ecco perché Trump non ha alcuna intenzione di correggere le bugie del suo predecessore. Anzi, il suo aperto proposito è di alimentare uno sconfinato entusiasmo sulla pioggia di ricchezza futura attesa dal paese.

A tale scopo il nuovo presidente insiste su una doppia strategia: rimuovere tutti i lacci e i lacciuoli residui che frenano il libero sprigionarsi delle forze del capitale dentro i confini nazionali, e al contrario porre ostacoli e veti sempre più stringenti alle transazioni d’oltreconfine. Un ossimoro “liber-protezionista” che per adesso si vende bene.

Il trumpismo di ritorno pompa i mercati, accende gli animal spirits dei padroni americani e rilancia nuovamente le aspettative di crescita. Il tutto aiutato dalla Federal Reserve: l’annunciato aumento dei tassi d’interesse statunitensi attira nuovi capitali di prestito da ogni angolo del pianeta. Certo, così il debito continua a crescere sempre più del reddito, ma chi se ne accorge: la gran festa è ripartita, sono già tutti ubriachi e nessuno ha voglia di attardarsi con le vecchie cassandre.

Eppure, quando l’impero edifica la sua potenza su una bolla speculativa sempre più grande e minacciosa, i rischi globali aumentano vertiginosamente. Pur di tenere a bada il divario crescente tra debito e reddito, i vertici dell’amministrazione americana non esitano a rendere il loro protezionismo sempre più militaresco e conquistatore.

Dalle mire sulla Groenlandia e su Panama, alla ritornante visione del Sud America come “giardino di casa”, all’obbligo per l’Europa di comprare beni e fonti di energia solo dagli Stati Uniti e a costi elevatissimi, fino alle pressioni sui capitalisti cinesi a cedere TikTok e le altre aziende che abbiano osato penetrare in terra occidentale, non si tratta di mere provocazioni estemporanee, come ancora si attardano a credere le nostrane veline atlantiste.

Piuttosto, è l’ennesima pioggia di messaggi cifrati: l’America vuol farci capire che il suo enorme debito è un problema non suo, ma del mondo.

Il guaio è che una parte del mondo la prende male e reagisce peggio, come ormai sappiamo. Non l’Italia di Giorgia Meloni, però. La premier è stata pure invitata alla cena di gala per l’insediamento di Trump. Un tempo si sarebbe detto che raccoglierà briciole. Oggi è fortunata se non le tocca pagare il conto.

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06/11/2024

“Harris e Trump non sono uguali, ma sul modo di gestire la crisi egemonica americana si somigliano”

Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica all’Università Federico II di Napoli e promotore dell’appello su “Le condizioni economiche per la pace”, pubblicato dal “Financial Times” e “Le Monde” (autore dell’omonimo libro uscito quest’anno per i tipi di Mimesis), conduce da tempo una battaglia per aggiornare le analisi politiche internazionali utilizzando strumenti teorici critici all’altezza delle grandi trasformazioni in corso. Lo abbiamo intervistato per approfondire il tema centrale delle ragioni dei conflitti armati.

Professor Brancaccio, le guerre non si fermano. Anzi sembrano preludere a una escalation dalle conseguenze imprevedibili. Uno scenario inevitabile?

Uno scenario forgiato da forze profonde, che le analisi alla moda colpevolmente trascurano. Mi riferisco alle determinanti “economiche”, o più precisamente “materiali”, dei conflitti militari. Se ne parla poco, ma gli interessi “materiali” rappresentano un fattore chiave di attivazione dei conflitti militari.

Vale anche per il conflitto israelo-palestinese?

L’attacco di Hamas in territorio d’Israele e i massacri di palestinesi a opera dell’esercito israeliano, sia prima sia dopo il 7 ottobre, vengono solitamente considerati un tipo di guerra completamente estranea alle controversie economiche. I commentatori mainstream ritengono che lì la controversia sia semplicemente di natura etnica, religiosa, culturale o, al limite, territoriale. Si sbagliano.

In effetti, nel conflitto Israele-Palestina l’elemento terra è stato da sempre storicamente centrale...

Il fattore territoriale è certamente rilevante, anche per ragioni di pressione demografica. Diversamente da quel che avviene in Italia o in buona parte dell’Occidente, Israele e la Palestina hanno entrambi tassi di crescita della popolazione tuttora importanti. Questo elemento esercita una pressione fortissima su un territorio molto limitato. Tuttavia, la spiegazione “territoriale” da sola non basta per comprendere il quadro attuale. Esistono anche altri fattori di conflitto, ancora più rilevanti.

Quali altre ragioni della guerra sarebbero in campo?

Per capire di che parliamo dobbiamo partire da lontano e inquadrare tutte le guerre, incluso il conflitto israelo-palestinese, nell’attuale scenario di divergenza economica tra le grandi potenze. L’elemento chiave, in questo scenario, è la grande svolta di politica economica degli Stati Uniti verso il protezionismo. Dopo essere stati gli apologeti della globalizzazione capitalistica e dell’apertura dei mercati al libero commercio e alla libera finanza mondiale, a un certo punto gli Usa si sono resi conto che il processo di globalizzazione non stava facendo bene al capitalismo americano. Anzi, stava aprendo la via a una possibile crisi egemonica dell’economia americana.

Un’America che si pente della globalizzazione?

Lo possiamo notare guardando vari indicatori che evidenziano alcune difficoltà crescenti per l’economia americana. Uno di questi indicatori è l’indebitamento degli Stati Uniti verso l’estero. La cosiddetta “posizione netta verso l’estero” degli Stati Uniti (in economia è la differenza tra le attività e le passività finanziarie esterne di un Paese, ndr) va verso un passivo di ventimila miliardi di dollari. È un record negativo senza precedenti, che mostra come gli Stati Uniti siano entrati in contraddizione con la loro vecchia apologia del libero scambio.

Da qui parte il protezionismo americano?

Sì. I primi segni della svolta protezionista americana si registrano già dalla grande crisi finanziaria del 2008, sotto l’amministrazione Obama. La politica protezionista prosegue quindi in maniera più plateale con Donald Trump, va avanti anche sotto l’amministrazione Biden, e sarà certamente confermata dal prossimo presidente, che si tratti di Trump o di Harris.

Quindi, da questo punto di vista, secondo lei non c’è differenza tra i programmi dei due candidati alla presidenza Usa?

Le differenze sono nella politica economica interna, con Harris e i democratici più orientati a concedere qualcosa al rinascente movimento sindacale, mentre Trump e i repubblicani hanno un’agenda tutta centrata sulla difesa dei proprietari. Ma sul terreno delle relazioni internazionali le posizioni dei due candidati sono simili: dire addio al vecchio globalismo per imporre al mondo un nuovo regime di protezionismo commerciale e finanziario. A questa svolta gli americani hanno anche dato un nome: friend shoring. Significa che vogliono dividere l’economia mondiale in due blocchi, gli “amici” con cui proseguire gli affari e i “nemici” da tenere alla larga.

Una novità assoluta nel mondo contemporaneo: un mercato selezionato?

Sì, un protezionismo discriminante, che distingue tra Paesi e Paesi. Gli Stati Uniti ci spiegano che, da ora in poi, intendono portare avanti relazioni economiche solo con gli “amici” occidentali della Nato e i suoi alleati. Invece, vogliono elevare barriere commerciali e finanziarie con quei Paesi che non sono allineati alla politica di Washington e della Nato e che risultano anche creditori verso il resto del mondo. Ovviamente, nella lista di questi “nemici” c’è in primo luogo la Cina, che vanta un credito verso l’estero ormai di quattromila miliardi di dollari. Ma ci sono anche la Russia, diversi Paesi mediorientali esportatori di energia e che non sono allineati a Washington, e altri creditori non inquadrabili nella politica estera occidentale.

Quali saranno gli effetti di questa svolta protezionista americana?

Uno degli effetti è che gli Stati Uniti stanno cercando di contrastare in tutti i modi i tentativi di espansione internazionale delle vie commerciali e finanziarie promosse dalla Cina. Pensiamo alla “nuova Via della Seta”, un sistema di infrastrutture materiali e immateriali con cui i cinesi stanno cercando di connettersi sempre di più verso l’Ovest del mondo. Gli Stati Uniti osteggiano in tutti i modi questo progetto e premono sugli altri Paesi occidentali per impedir loro di aderire. Questa pressione diplomatica americana, come sappiamo, ha funzionato molto bene con il governo italiano. Giorgia Meloni ha deciso di stracciare gli accordi infrastrutturali che il governo Conte aveva precedentemente stipulato con i cinesi. Così, l’Italia prima ha aderito alla “nuova Via della Seta” cinese, poi è stata costretta a rimangiarsi la parola.

Quindi l’obiettivo americano principale è di boicottare le vie commerciali e finanziarie cinesi verso l’Occidente?

Non solo. Gli Stati Uniti promuovono anche vie di interscambio alternative alla via della seta. Una di queste vie si chiama Imeec: il “corridoio India-Medio Oriente-Europa”. È un grande progetto che mira a costruire collegamenti commerciali, logistici e di telecomunicazioni che, partendo dall’India, dovrebbero attraversare le zone calde del Medio Oriente per giungere all’estremità occidentale dell’Europa. È un corridoio fortemente voluto dagli Stati Uniti proprio come grande alternativa strategica e protezionistica alla politica cinese della “nuova Via della Seta”. L’Imeec tuttavia ha un grosso problema...

Quale?

Gli americani sanno che per completare l’Imeec è necessario “stabilizzare” l’area mediorientale attraverso cui il corridoio deve passare. La stabilizzazione politica, infatti, è un requisito essenziale per favorire lo sviluppo dei commerci e delle relazioni economiche di un’area, tanto più se la si vuole trasformare in una zona di transito di enormi volumi di merci, informazioni e denaro. A questo scopo, il primo problema da risolvere è la cosiddetta “normalizzazione” dei rapporti diplomatici tra Israele e i principali Paesi dell’area mediorientale. Per perseguire questo obiettivo, gli Stati Uniti hanno promosso i cosiddetti “accordi di Abramo”. Questa iniziativa diplomatica comincia sotto l’amministrazione Trump, prosegue con Biden e dovrebbe andare avanti anche in futuro, che vinca Harris o Trump. Anche in questo caso abbiamo continuità di obiettivi tra i candidati.

Dopo il 7 ottobre 2023, però, gli accordi di Abramo sono saltati...

Poche settimane prima dell’attacco di Hamas in territorio israeliano, si stava quasi per giungere a una firma cruciale, per la “normalizzazione” dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita. Dopo il 7 ottobre il processo si è bloccato. Il problema degli accordi di Abramo è che sotto il tavolo delle trattative diplomatiche hanno sempre lasciato una grossa “bomba” innescata: è la questione palestinese, che non è stata mai seriamente affrontata nelle trattative. Quegli accordi hanno sciolto tutta una serie di nodi di ordine economico e diplomatico, ma hanno lasciato in sospeso il dramma palestinese. A un certo punto, com’era prevedibile, la “bomba” è esplosa. Così, anche gli accordi di Abramo e l’avanzamento del corridoio Imeec si sono interrotti.

Come si affronta dunque il nuovo scenario dopo il 7 ottobre?

Ci sono due strategie diplomatiche, una “morbida” e l’altra “dura”. La strategia “morbida” è quella ufficiale degli Stati Uniti, che almeno stando alle dichiarazioni vorrebbero seguire la via degli accordi di Abramo per continuare a normalizzare i rapporti con Israele e stabilizzare il Medio Oriente per via consensuale e diplomatica, nonostante tutto. La strategia “dura” è invece quella israeliana del governo Netanyahu, che considera apertamente falliti tutti i tentativi consensuali di stabilizzazione dell’area. Per il governo israeliano, la fase storica è ormai completamente cambiata. Per normalizzare i rapporti in Medio Oriente e sviluppare il corridoio Imeec alternativo alla via della seta cinese, la strategia “morbida” basata su meri avanzamenti diplomatici non è più perseguibile. L’unica opzione realistica rimasta in campo è quella “dura”: vale a dire, il tallone di ferro, la forza militare, inclusi i massacri di civili, per dimostrare che Israele è l’unico soggetto dotato della forza militare necessaria per proteggere lo sviluppo dei commerci della zona lungo direttrici filo-occidentali. Se ci pensiamo bene, questo è uno dei motivi per cui il governo israeliano ha alzato la tensione anche con il Libano e l’Iran, e ha di fatto aperto un conflitto diplomatico e militare con l’Onu e le sue forze di interposizione. Insomma, Israele sta usando dosi massicce di violenza in tutta l’area, allo scopo di proporsi come il dominatore indiscusso del Medio Oriente, e quindi anche come l’unico attore in grado di garantire il corridoio Imeec al quale gli americani tanto tengono. Alla fine, sembra proprio che la strategia israeliana stia prevalendo. Negli Usa siamo in una fase elettorale, c’è molta riluttanza ad affrontare apertamente il punto. Ma al di là dei comizi e delle parole di circostanza, sembra che a Washington ormai in tanti condividano la strategia israeliana della violenza per stabilizzare il Medio Oriente, e dare così via libera agli affari lungo il corridoio anti-cinese. Anche su questo punto, le differenze tra i due candidati alla presidenza Usa non sembrano sostanziali.

Possiamo considerare questo scivolamento verso la violenza militare in Medio Oriente come una conseguenza indiretta del friend shoring americano?

Il friend shoring ha avuto certamente un ruolo. In fin dei conti, la svolta Usa verso una linea protezionista che punta apertamente a dividere l’economia globale in due blocchi, di “amici” e “nemici”, porta come logica conseguenza che le vie di transito e le linee di interscambio commerciale e finanziario vengano scortate da ammassi sempre più imponenti di truppe e di cannoni. Vale per tutte le aree calde del mondo, e quindi anche per il Medio Oriente.

Però i conflitti nell’area mediorientale scoppiavano anche prima del 2008, anno della svolta americana verso il friend shoring. Pensiamo all’invasione dell’Iraq del 2003, per esempio.

Certo, ma anche in quella circostanza gli interessi materiali erano dominanti. Quella era la fase in cui gli Stati Uniti portavano avanti una linea di politica economica estera che si basava su quello che ho definito un “circuito militar-monetario”. In parole semplici, significa che all’epoca gli Usa impiegavano ingenti risorse finanziarie per sostenere i costi delle loro guerre nel mondo, dall’Afghanistan all’Iraq. Queste guerre avevano una natura tipicamente “imperialista”, nel senso che erano attivate da enormi interessi economico-finanziari. Tra questi, c’era il controllo dei grandi giacimenti di risorse naturali dei Paesi aggrediti al fine di migliorare la bilancia energetica americana, all’epoca in pesante passivo verso l’estero.

Dopodiché i soldati si sono ritirati e gli Usa pare abbiano scelto un’altra posizione nei confronti dei conflitti all’estero. Ci sono sempre spiegazioni economiche di questi cambi di rotta?

Le ragioni economiche essenzialmente sono due. In primo luogo, la nuova tecnologia per estrarre petrolio, detta fracking, ha indubbiamente consentito agli Stati Uniti di migliorare un po’ la bilancia energetica verso l’estero, riducendo così l’urgenza di andare a conquistare giacimenti nel mondo attraverso la forza. Ma soprattutto, a causa dell’indebitamento generale verso l’estero è entrato in crisi quel modello di “circuito militar-monetario” con cui gli Usa si indebitavano verso l’estero anche per sostenere le varie campagne militari nel mondo necessarie a preservare gli obiettivi “imperialistici” del capitalismo americano. In sostanza, le campagne militari a un certo punto sono entrate in contraddizione con i limiti dell’indebitamento americano verso l’estero. Il ritiro delle truppe dai luoghi di conflitto è il segno più plateale della crisi del vecchio “circuito militar-monetario” americano.

Le difficoltà degli Stati Uniti si registrano anche riguardo al ruolo del dollaro. La cosiddetta “de-dollarizzazione” è una possibilità concreta?

È certamente un obiettivo dichiarato dei cosiddetti Brics, il raggruppamento dei Paesi emergenti riuniti intorno alla Cina per cercare di creare un sistema di relazioni internazionali diverso da quello che ruota intorno agli Stati Uniti e al biglietto verde. Bisogna però dire che il processo di “de-dollarizzazione” sta avanzando anche per le scelte strategiche degli stessi americani. L’esempio più lampante è proprio il protezionismo del friend shoring. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali stanno comunicando alla Cina e agli altri grandi creditori d’Oriente che i capitali in dollari, che hanno accumulato nel corso degli anni attraverso l’esportazione e i liberi commerci, non possono più essere utilizzati in Occidente, perché adesso vigono le barriere commerciali e finanziarie. È chiaro che questa strategia ha uno spiacevole effetto collaterale: indebolisce il ruolo del dollaro come moneta di riserva e di scambio internazionale, perché ora i possessori orientali non sono più certi di poter usare i biglietti verdi per i loro affari. Insomma, avendo svoltato verso il protezionismo, gli Usa devono conseguentemente anche accettare un indebolimento del dollaro come moneta di riserva internazionale. Ciò significa che proprio il friend shoring americano contribuisce al processo di “de-dollarizzazione”. È uno dei grandi paradossi di questo tempo, che si manifesta sul grande nodo della moneta perno del sistema mondiale. La storia del capitalismo insegna che questa è una questione cruciale. Come avvenne con la crisi della sterlina e dell’impero britannico esplosa all’inizio del secolo scorso, gli scontri sulla moneta di riferimento del sistema possono rivelarsi un innesco chiave di conflitti militari di vasta portata.

Un’ultima domanda sulle elezioni Usa. Lei sostiene che sull’agenda di politica estera i due candidati si somigliano. Però Trump dichiara di avere una soluzione per chiudere la guerra in Ucraina, sembra più orientato a trovare un accordo con Putin. La convince l’agenda “pacifista” del candidato repubblicano?

No. Trump vorrebbe portare avanti una strategia simile a quella di Nixon: dividere Russia e Cina per preservare l’egemonia americana. La novità è che, mentre Nixon cercava accordi coi cinesi per isolare la Russia sovietica dell’epoca, Trump vuol fare accordi coi russi per isolare la Cina. L’idea è che i cinesi sono i veri nemici economici dell’America ed è quindi su di essi che gli Stati Uniti dovranno concentrare le barriere, le sanzioni e i cannoni. Più che un’agenda “pacifista”, mi sembra una linea retta verso l’escalation militare globale.

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11/07/2024

Qualche sciocchezza sulla Brexit

Gli opinionisti alla moda si dividono tra coloro che reputano la Brexit una catastrofe e coloro che la ritengono una panacea. La verità è che non è stata né l’una né l’altra. Sia prima che dopo il referendum del 2016 l’economia britannica è rimasta afflitta da un pesante passivo verso l’estero, un problema strutturale che persiste da lunghissimo tempo e che ha raggiunto un picco del 25% del Pil. Su Sky TG24 del 5 luglio 2024 un breve siparietto tra Veronica De Romanis ed Emiliano Brancaccio. E qualche semplice dato in coda per mostrare che il “break” negativo post-Brexit delle partite correnti su cui De Romanis ha cercato di insistere è un po’ difficile da rintracciare...



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02/07/2024

Il Kenya nella trappola del debito

Il Royal Institute of International Affaires, più diffusamente noto come Chatham House, è un think tank britannico, tra i più rinomati per le sue analisi geopolitiche ed economiche. Ed è assolutamente vicino ai centri di potere occidentali.

L’istituto opera sotto il patrocinio della corona del Regno Unito, e ai suoi vertici sono previsti tre presidenti, per rappresentare i principali orientamenti politici nel regno.

Oggi, ad esempio, vi sono un ex direttrice dell’MI5 (i servizi segreti interni), un ex governatore della Banca d’Inghilterra e l’ex primo ministro John Major ne è presidente emerito.

È difficile quindi immaginare simpatie per quello che l’imperialismo euroatlantico ha designato come l’avversario strategico per eccellenza, ovvero la Cina.

Eppure, in genere è proprio da questo tipo di gruppi che ci si può aspettare una riflessione ripulita da ogni propaganda, che invece devasta l’informazione occidentale.

Oltre un anno fa, il Chatham House metteva in guardia sul debito del Kenya, ma si prodigava anche nel ridimensionare il peso dei prestiti contratti con Pechino rispetto a quelli con creditori che rispondono alla filiera occidentale.

Il think tank evidenziava già allora come l’Eurobond che è stato poi indirettamente all’origine delle proteste abbia anche impedito di alleggerire i costi degli interessi sul debito. Portando infine alla sfiducia delle istituzioni finanziarie occidentali e ai programmi promossi dal FMI.

Certo, i finanziatori cinesi sono pur sempre finanziatori, e alla fine se prestano vogliono riavere indietro i soldi. Non mancano dunque le accuse al male incarnato, ovvero la pericolosa Cina comunista, ma è reso chiaro che il circolo vizioso del debito è stato alimentato dall’Occidente.

Ma del resto, è stato lo stesso FMI che, in un rapporto del novembre del 2023, metteva nero su bianco il fatto che il debito verso la Cina non sia stato il principale contributore all’aumento del debito pubblico nella regione subsahariana negli ultimi 15 anni, e che la Cina è stata invece un attore chiave nelle recenti ristrutturazioni del debito, fornendo il 63% delle sospensioni del debito nel 2020 e 2021.

Insomma, dal Chatham era arrivato largamente in anticipo l’annuncio di come le politiche imposte a Nairobi dalle nostre centrali imperialiste avrebbero scatenato la protesta di massa. Che il FMI aveva invitato a ignorare, a dimostrazione di quanto viene tenuto di conto il dissenso popolare alle nostre latitudini.

Riportiamo l’analisi di Fergus Kell, con traduzione nostra. Essa fornisce utili informazioni per comprendere come la trappola del debito sia uno strumento perfezionato negli anni dall’Occidente per strozzare il “Sud Globale”.

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A dispetto delle recenti affermazioni (maggio 2023, ndr) secondo cui un team di hacker legato allo stato cinese avrebbe eseguito attacchi informatici sistematici alle istituzioni governative keniote, denunciati dal ministero dell’Interno come “propaganda sponsorizzata”, il debito del Kenya nei confronti della Cina è nuovamente sotto esame, poiché i presunti attacchi sarebbero stati motivati dal desiderio di valutare lo stato dei rimborsi.

È vero che i prestiti da parte della Cina sono aumentati nei primi anni dell’amministrazione Uhuru Kenyatta, dal 2013 al 2022 – mentre l’attuale presidente William Ruto ricopriva la carica di vice –, dominati da 5,3 miliardi di dollari in tre prestiti della China EXIM Bank per la costruzione di un ponte ferroviario a scartamento normale (SGR) che collegherà il porto di Mombasa con la capitale Nairobi.

Il timore tra i media e l’opinione pubblica keniota è stato che il porto strategico di Mombasa fosse posto a garanzia per questi prestiti, alimentando le accuse secondo cui la Cina indulgesse nella “diplomazia della trappola del debito” sia in Kenya sia in tutto il continente – e i rapporti sulle operazioni di hacking rischiano di riaccendere questa controversia sui prestiti cinesi.

I rapporti sono emersi proprio mentre il governo keniota tenta di imporre misure di austerità impopolari per gestire una crescente crisi di rimborso del debito. Anche se i prestiti cinesi sono consistenti, questa è solo una parte della storia.

I prestiti cinesi sono solo uno dei problemi

Con un ammontare di 6,3 miliardi di dollari a marzo 2023 secondo i dati del Tesoro, i prestiti cinesi rappresentano circa il 64% dell’attuale stock di debito estero bilaterale del Kenya e solo il 17% del debito pubblico estero totale. Il prestito da istituti multilaterali è quasi il doppio del totale di quello bilaterale, con la Banca Mondiale che è il più grande creditore esterno del Kenya.

La ricerca di Chatham House sulla crisi del debito in Africa e sui prestiti cinesi mette in luce il caso di studio del Kenya, che dimostra come i reclami per la trappola del debito si basano in gran parte su un’interpretazione errata della struttura e dei termini dei prestiti, che non comportano il diritto di sequestrare il porto di Mombasa in caso di inadempienza.

Non bisogna inoltre sottovalutare il contributo dei prestiti commerciali esteri nei riguardi del problema del debito del Kenya, soprattutto perché l’attuale corsa alla liquidità dell’amministrazione Ruto è in gran parte concentrata su un Eurobond da 2 miliardi di dollari, in scadenza a giugno 2024.

Questo imminente rimborso è stato un fattore decisivo nel far sì che dal 2020 le previsioni economiche del FMI e della Banca Mondiale per il Kenya indicassero un superamento della soglia per essere classificato ad alto rischio di dissesto del debito, nonostante l’onere complessivo del debito del Kenya fosse giudicato sostenibile.

Il Kenya ha anche concordato una serie di costosi prestiti sindacati durante la frenesia dei prestiti dell’ultimo decennio, consegnandogli pesanti costi di servizio da pagare. Dal luglio 2022 al marzo 2023, il servizio del debito sui prestiti commerciali e i prestiti della SGR alla Cina è stato simile, rispettivamente a circa 850 milioni di dollari e 800 milioni di dollari.

Il Kenya esposto a pressioni che vanno oltre il suo controllo

Kristalina Georgieva, direttrice del FMI, ha descritto il Kenya come uno “spettatore innocente” di fronte agli shock esterni, alle notevoli pressioni che deve affrontare da parte di finanziatori esteri come la Cina, e alla sua posizione all’interno di un ambiente finanziario globale instabile.

I prestiti SGR cinesi sono denominati in dollari e due hanno tassi di interesse variabili, fissati al 3,6 o al 3% in più rispetto alla media del LIBOR (London Interbank Offered Rate). La stretta monetaria globale e l’indebolimento dello scellino keniota hanno aumentato l’onere del loro servizio dopo la scadenza dei periodi di grazia iniziali sui rimborsi del capitale.

Sia i finanziatori cinesi che quelli commerciali hanno esercitato un’influenza limitante sulla strategia complessiva di gestione del debito del Kenya. I timori che una clausola sugli Eurobond del Kenya potesse far risultare qualsiasi riduzione del debito come default – innescando potenzialmente un richiamo completo del prestito – hanno inizialmente impedito al Kenya di accedere all’Iniziativa del G20 per la sospensione del servizio del debito (DSSI) nel 2020.

Quando il Kenya alla fine ha aderito alla DSSI, il suo pieno impatto è stato limitato alla prima metà del 2021 poiché la Cina ha rifiutato unilateralmente qualsiasi proroga oltre tale data.

Con i paesi africani di fatto esclusi dai mercati internazionali nelle attuali condizioni globali, il Kenya sta tornando con riluttanza a costosi prestiti sindacati per integrare gli afflussi dal FMI e dalla Banca Mondiale nel colmare il divario degli Eurobond del 2024, mentre si destreggia con altri programmi per affrontare le pressioni sui cambi a breve termine, così come per un credito petrolifero.

Aggravando la mancanza di flessibilità della Cina, il tanto ambito accesso al mercato del Kenya è riuscito a rappresentare insieme un ostacolo agli aiuti e a renderlo allo stesso tempo spesso inaccessibile, quando necessario.

L’emergenza debitoria è causata da decisioni nazionali inadeguate

Sebbene il rimborso dei prestiti della SGR sia stato oneroso, ci sarebbe dovuta essere una preoccupazione molto maggiore per i costi di costruzione gonfiati della ferrovia e la sua sostanziale incapacità di generare entrate, nonostante l’intervento del governo per imporre il traffico delle merci.

Questa è un’eredità del pessimo processo decisionale keniota e di un processo di pianificazione guidato più da esigenze elettorali a breve termine che da esigenze strategiche. I prestiti cinesi sono stati una componente dell’impennata dei prestiti sotto l’amministrazione Kenyatta che ha visto il rapporto debito/PIL del Kenya salire dal 42 al 69% tra il 2013 e il 2020.

Il consolidamento fiscale volto ad affrontare la conseguente pressione del debito e a mantenere il sostegno del FMI è stato una caratteristica distintiva dei primi nove mesi in carica dell’amministrazione Ruto, con la rimozione dei sussidi governativi su cibo e carburante ora (maggio 2023, ndr) affiancata dalla proposta di aumenti fiscali.

Tali misure si stanno rivelando profondamente impopolari tra i cittadini del Kenya, già provati dalla pressione dell’elevata inflazione e dalla svalutazione della moneta, e molti hanno cercato di evidenziare una disparità con la riluttanza del governo a ridurre le proprie spese e gli sprechi, in particolare un sistema di gonfiamento delle spese attraverso delle nomine.

Limitare la dissolutezza del governo darebbe ulteriore credibilità alla condanna di Ruto di un sistema finanziario globale che dice “non è riuscito a rispondere alle esigenze delle economie emergenti“.

Sebbene le segnalazioni di hackeraggio rafforzino l’immagine della Cina come un creditore spietato e autoritario nei confronti dell’Africa (e con qualche giustificazione), i problemi di debito del Kenya non iniziano e finiscono con i finanziamenti cinesi.

Le controversie sulla Cina non dovrebbero oscurare il modo in cui le strutture del sistema finanziario globale e le dinamiche della governance nazionale interagiscono per determinare l’emergenza debitoria, sia in Kenya che altrove.

Con un importante vertice in arrivo sulle questioni finanziarie nel prossimo giugno (2023, ndr) a Parigi, Ruto deve cogliere ora l’opportunità per convincere i paesi africani e le altre economie emergenti a lavorare insieme per trovare risposte più sistemiche alle loro lotte per il debito.

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