Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

18/02/2026

In memoria di Federico Frusciante

di Valerio D'Onofrio

L'addio a Federico Frusciante, un persona che ha amato il cinema più di ogni altra cosa e che lascerà un vuoto incolmabile

Federico Frusciante (1973–2026)

C’è una grande differenza tra chi ama il cinema e chi vive per il cinema. Federico Frusciante apparteneva senza esitazione alla seconda categoria. Per lui la Settima arte non era un interesse, non era un mestiere, non era nemmeno soltanto una passione: era una forma di esistenza (e resistenza). Federico ci ha lasciati pochi giorni fa, all’improvviso, senza darci il tempo di elaborare un lutto terribile, come in uno di quei finali di film che non ti aspetti e che ti lasciano senza parole.

Chi lo ha seguito sin dagli inizi della sua attività di divulgazione – cinematografica e musicale – sa cosa significhi una perdita così grande. Il vuoto che lascia non potrà essere colmato. Non perché fosse un esperto nel senso tecnico del termine – aspetto secondario quando si comunica a un pubblico ampio – ma perché la sua passione, la sua schiettezza e la sua purezza erano qualità irripetibili. Il cinema, per Federico, non era una delle tante cose della vita: era la vita stessa.

Nel cinema cercava risposte che altrove non poteva trovare; vi scopriva una verità più autentica di quella che i suoi sensi potevano percepire. Per lui il cinema non era semplicemente un luogo dove vedere film, era un tempio. Amava i registi che condividevano questa visione totalizzante dell’arte, quelli che non la consideravano un mestiere, ma una necessità esistenziale, e detestava il cinema omologato, pensato solo per riempire le sale.

Quando anni fa un pessimo ministro dichiarò che “con l’arte non si mangia”, ne rimase profondamente colpito. Ripeteva spesso quell’episodio per sottolineare la distanza tra la sua idea di vita e quella dominante. Sono celebri i suoi video: dichiarazioni d’amore travolgenti per alcuni film e stroncature dure di altri, ma sempre attraversate dalla sua innata simpatia e dal suo inconfondibile accento livornese.

In quelle recensioni non parlava soltanto di cinema: raccontava il suo modo di vedere il mondo. Si definiva ancora comunista, intendendo con questa parola l’opposto di una società fondata su ricchezza, edonismo e apparenza. La sua era una vita guidata da passione, verità e sincerità. Odiava il mondo artificiale della tv, del cinema e della musica mainstream; cercava nell’arte l’autenticità e rifiutava l’idea che un film potesse essere valutato in base agli incassi. Per anni ha cercato di trasmettere questo messaggio a un pubblico sempre più vasto.

Federico era, in fondo, un sognatore. Chi, se non un sognatore, avrebbe aperto un negozio di noleggio DVD come lo storico Videodrome di Livorno? E, dopo la chiusura del locale, ha continuato a dedicarsi anima e corpo alla produzione e al montaggio di video, alle presentazioni e ai festival in tutta Italia, affrontando fatiche che solo una passione senza confini può sostenere. Ora Federico non c’è più, ma resterà nella nostra memoria. Rivederlo nei suoi video non potrà placare il dolore per una vita spezzata troppo presto, ma ci darà almeno l’illusione che sia ancora qui con noi.

Federico adesso è dietro lo schermo, come i film che ha sempre amato. E forse, per chi ha amato il cinema così profondamente, non esiste modo più coerente di restare.

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