di Alessandro Volpi
Il debito pubblico italiano ha superato i 3.095 miliardi di euro e, soprattutto, ha registrato un incremento record di 128 miliardi nell’ultimo anno. La domanda che sorge spontanea è relativa alle cause di un simile incremento, davvero significativo. Le risposte potrebbero essere molteplici ma una, almeno sul piano numerico, è assolutamente chiara. Per oltre l’80% questo aumento è dipeso dalla crescita del costo degli interessi. Il tema diventa allora, in primo luogo, comprendere perché si è verificata tale lievitazione. Qui il campo di riflessione si allarga e include due aspetti centrali.
Il primo è costituito dalla nuova strategia della Banca centrale europea (Bce) che non solo ha deciso di abbandonare gli acquisti di nuovo debito dei singoli Stati ma ha stabilito di procedere, celermente, alla dismissione degli asset di debito nazionale ancora detenuto. Così, per l’Italia, tale scelta significa l’esigenza di ricomprare, in un solo anno, quasi 180 miliardi di euro di debito che la Bce aveva acquistato in passato.
Questo aspetto si lega direttamente al secondo perché il riacquisto deve essere operato dal Tesoro italiano in una fase in cui i tassi di interesse sono particolarmente alti e dunque l’operazione imposta dalla “austerità” creditizia voluta dalla presidente Christine Lagarde è ancora più onerosa.
A rendere i tassi costosi contribuisce ormai da qualche anno la politica della Federal reserve di Jerome Powell che, di fronte, alla clamorosa impennata del debito federale Usa, arrivato a sforare la cifra monstre di 40mila miliardi, deve remunerare i sempre più esigenti compratori con rendimenti non distanti dal 4%. In altre parole, la crisi del debito statunitense non può più essere gestita con la monetizzazione in dollari ma ha bisogno di interessi alti che, peraltro, non stanno impedendo la fuga dei compratori cinesi, indiani, arabi e di buona parte del Pianeta con l’effetto di un vero e proprio crollo della quota di debito Usa in mani estere precipitata al minimo storico del 25% del totale.
Agli alti tassi degli Stati Uniti si aggiungono poi quelli praticati da Regno Unito, Francia e persino Germania alle prese con massicci piani di spesa pubblica e quindi alla ricerca di compratori del debito a cui offrire rendimenti molto allettanti: i titoli decennali inglesi sfiorano il 5%, quelli francesi il 3,5% e quelli tedeschi si avvicinano al 3%. Si tratta di dati che rendono lo spread uno strumento del tutto inefficace proprio perché se è vero che si riduce il differenziale, è altrettanto chiaro che gli interessi aumentano per tutti e cresce la concorrenza al rialzo dei tassi.
Alla luce di questi numeri, pertanto, si comprende meglio perché il debito italiano cresca per l’80% a causa dell’aumento degli interessi: è in pieno corso la crisi del debito Usa e dei debiti europei che scatena una corsa al rialzo, alimentata dalla Bce, soprattutto nel caso dell’Italia, per effetto del ripristino della “strategia del rigore”. In merito a ciò può essere utile un’ulteriore considerazione legata al rapporto tra risparmio gestito e debito pubblico italiano. Negli ultimi anni, il peso preponderante acquisito dai grandi gestori del risparmio, a cominciare da quelli americani come BlackRock, ha drenato porzioni crescenti del risparmio italiano in direzione di titoli di debiti esteri, a cominciare da quello degli Stati Uniti, determinando una situazione per cui i risparmiatori del nostro Paese hanno titoli del debito nazionale per circa 350 miliardi di euro contro gli oltre 500 miliardi di debito di titoli di altri Paesi, di cui quelli statunitensi rappresentano quasi 400 miliardi di euro.
È naturale che questo fatto incida sulla difficoltà a collocare il debito italiano e dunque lo renda più costoso in termini di interessi. Una preoccupazione potrebbe provenire anche dagli Eurobond, sdoganati persino dalla Bundesbank come “safety asset” per creare un paracadute contro il tracollo del dollaro. La questione vera in merito è rintracciabile nella quantità di Eurobond che saranno realmente emessi: è probabile che a fine 2026 si arriverà a mille miliardi di euro, a fronte di un debito complessivo dei singoli Stati dell’Eurozona di oltre 14mila miliardi.
In un quadro del genere l’effetto dell’emissione degli Eurobond, data la loro maggiore solidità, sarà quello di rendere assai più difficile il collocamento dei titoli dei debiti nazionali, in particolare di quelli dei paesi più indebitati come nel caso dell’Italia. In tal modo il debito dei singoli Paesi crescerà ancora e per trovare un collocamento i singoli governi dovranno rivolgersi in misura maggiore agli stessi grandi fondi statunitensi. Pare evidente, allora, che il tema dell’aumento del debito non sia riducibile a singole voci del bilancio dello Stato senza considerare il macigno degli interessi e il loro legame con la crisi americana.
C’è poi una narrazione, spesso costruita sulla vicenda del debito, che dovrebbe essere contrastata: la costante litania dell’austerità che ha perseguito con una cura maniacale l’avanzo primario non è servita a ridurre in alcun modo il debito e, probabilmente, non lo ha neppure contenuto nonostante i tagli durissimi ai servizi. Perché è evidente che una simile linea politica, trasversale, ha generato, nel tempo un Prodotto interno lordo (Pil) sempre più vicino allo zero e sempre più distante dal tasso di interesse pagato sul debito ora superiore al 3%.
È chiaro che quei tre punti di differenza vanno colmati e in un Paese refrattario a ogni riforma fiscale nei confronti dei patrimoni e dei redditi alti ciò significa nuovo debito a tassi ancora maggiori. La questione del debito è, inevitabilmente, riconducibile al modello economico e sociale che la politica vuole perseguire.
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