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27/02/2026

Solo un “piano” ci può salvare. Su Libercomunismo di Emiliano Brancaccio

L’ultima fatica di Emiliano Brancaccio intitolata Libercomunismo. Scienza dell’utopia si pone come un intervento necessario nel dibattito contemporaneo, operando una sintesi rigorosa tra la critica dell’economia politica e la ricerca di una nuova razionalità. Il saggio mette a critica la dicotomia convenzionale tra pianificazione economica e libertà individuali, proponendo quella che l’autore definisce scienza dell’utopia.

Non si tratta di una speculazione astratta, ma di un’indagine fondata sulle tendenze oggettive del modo di produzione capitalistico, con particolare riguardo verso la tendenza storica alla centralizzazione dei capitali, per tentare di scardinare quel realismo capitalista divenuto tanto celebre dopo la formulazione di Mark Fisher.

Tuttavia, questa formula sebbene efficace nel descrivere il senso di paralisi contemporaneo finisce per restare intrappolata in una fenomenologia dello spirito del tempo che malgrado le intenzioni del compianto autore inglese non riesce a smarcarsi da una sensibilità squisitamente postmoderna. Limitandosi a mappare l’impotenza riflessiva e mancando di individuare nella centralizzazione dei capitali quella base oggettiva che è fondo materiale all’ideologia dell’eterno presente.

È fondamentale precisare che la necessità della pianificazione economica volta al superamento del mercato, centrale nel lavoro di Brancaccio, non coincide affatto con l’idea di una razionalità cosciente intrinseca al sistema capitalistico, smentendo la vecchia tesi operaista del cosiddetto “piano del capitale” che attribuiva al comando capitalistico una capacità di coordinamento intenzionale e tendenzialmente onnicomprensivo.

Al contrario, la realtà descritta da Brancaccio rivela un sistema dominato da un’anarchia di fondo dove la centralizzazione non è il frutto di un disegno preordinato ma l’esito cieco e violento della dinamica di accumulazione. Proprio in questa assenza di un piano razionale capitalista si inserisce l’ostacolo ideologico del postmoderno, che può essere interpretato come l’approdo contemporaneo di quella distruzione della ragione analizzata, a suo tempo, da Lukács.

L’irrazionalismo postmoderno, esaltando il frammento e il contingente, agisce come una barriera che impedisce di cogliere la totalità sociale, giustificando l’esistente attraverso la negazione di ogni grande narrazione e rendendo la realtà apparentemente incomprensibile. Ed è in questo senso perfettamente compatibile con la teoria della conoscenza di Hayek, fortemente intrisa di pensiero negativo e volta a negare ogni possibile controllo pubblico cosciente sulle dinamiche economico-sociali.

L’interesse analitico del testo risiede nella capacità di documentare empiricamente come la centralizzazione capitalistica globale abbia raggiunto livelli tali da svuotare il concetto di concorrenza, trasformando il mercato in un meccanismo che alimenta forme inedite di autoritarismo definite dall’autore oltrefascismo.

Questa deriva investe direttamente la tenuta delle democrazie liberali, che si ritrovano subordinate alle dinamiche di accumulazione di una frazione infinitesimale di “controllori” di capitale che non ne detengono più, marxianamente, la proprietà, distribuita tra una miriade di piccoli azionisti.

In questa prospettiva, la proposta del testo emerge come una necessità dialettica: l’integrazione di strumenti di pianificazione pubblica e controllo sociale diventa l’unica condizione possibile per salvaguardare le libertà civili che il mercato tende oggi a sopprimere.

Un altro passaggio fondamentale del testo riguarda il ruolo della conoscenza all’interno di questo sistema. Qui il ragionamento di Brancaccio trova un punto di contatto con l’ethos di Robert K. Merton e il suo principio del comunismo della scienza, inteso come condivisione collettiva dei risultati della ricerca.

Il capitalismo odierno agisce in direzione opposta, recintando il sapere attraverso brevetti e monopoli tecnologici che Brancaccio inquadra nell’ambito della scienza del capitale alla quale deve essere contrapposta (come volevano Levins e Lewontin) una scienza per il popolo, per contrastare la collusione tra monopoli e ricerca scientifica che ha minato le stesse basi della credibilità della scienza presso le classi popolari, aprendo alle tante forme d’irrazionalismo contemporaneo e al ritorno del pensiero magico come reazione idealistica alla scienza del capitale.

La mercificazione della scoperta scientifica ne limita il potenziale emancipativo, trasformandola in uno strumento di esclusione. Il richiamo a una dimensione libercomunista diventa quindi anche un appello alla liberazione della conoscenza dalle catene del profitto, restituendo alla ricerca la sua funzione di bene comune (o per meglio dire: comunista) universale.

Questo approccio si estende necessariamente alla questione ecologica, dove la pianificazione non deve essere intesa come mera gestione burocratica, ma come l’unico strumento capace di ricomporre, per dirla con Bellamy-Foster, la frattura metabolica tra produzione e natura.

L’integrazione di una prospettiva ecosocialista, evidente in tutto il testo, permette di focalizzare come la centralizzazione del capitale sia intrinsecamente legata alla devastazione ambientale: il mercato, guidato dalla necessità di accumulazione illimitata, ignora i limiti fisici del Pianeta e i tempi di rigenerazione degli ecosistemi.

Una programmazione ecologica consapevole, che metta al centro il valore d’uso e la riproduzione sociale e naturale, anziché il profitto, appare dunque come il pilastro fondamentale di una transizione al socialismo che sia al contempo sociale ed ecologica.

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