Con la revoca del Caesar Act e l’entrata definitiva del regime qaedista sotto la tutela dell’Amministrazione USA, anche a scapito delle Forze Democratiche Siriane (FDS), i funzionari statunitensi – fra cui soprattutto l’ineffabile Barrack – dipingono il nuovo stato siriano con tratti fantasiosi: stato-nazione stabile, terra di opportunità, garanzia di piena cittadinanza per tutti. Sembra una descrizione simile alla fantomatica riviera di Gaza. Nella realtà, il paese resta un pantano di instabilità, violenze settarie contro le minoranze ed intere aree che sono terra di nessuno.
Ma il circo trumpiano è ormai partito. E chi sta provando ad inserirsi per fare affari – anche a proprio rischio e pericolo, visto i problemi ancora presenti – è l’Arabia Saudita.
Il Middle East Observer segnala che il regno ha firmato accordi per oltre dieci miliardi di dollari con il governo di Damasco, articolati in vari settori.
Nel settore dell’aviazione, il fondo di investimento Elaf s’impegna a modernizzare e gestire i due aeroporti di Aleppo, quello civile e quello militare, mentre la compagnia area Flynas costituirà, in joint venture l’Autorità Generale per l’Aviazione Civile Siriana, una compagnia aerea low cost che dovrebbe coprire tutto il Medio-Oriente.
Vi sono, poi, il settore delle comunicazioni, in cui sono previsti oltre un miliardo di dollari di investimenti per costruire una dorsale di cavi in fibra ottica di 4500 km, e quello estrattivo, in cui la saudita ACWA Power s’impegna a rimettere in sesto l’infrastruttura petrolifera e quella del gas nell’area orientale del paese, con l’aiuto anche di Chevron.
Insomma, progetti faraonici, che vorrebbero segnalare ai paesi e ai popoli della regione quanto è conveniente abbandonare i vecchi legami politici e ideologici con l’Asse della Resistenza, che portano solo guerre e sanzioni, a favore dell’allineamento agli USA e dei paesi dell’area cui questi ultimi decidono di affidare i propri interessi, nella fattispecie Arabia Saudita e Turchia.
Quello saudita, d’altronde, è un ingresso a tutto campo sullo scenario siriano: la promessa d’investire nei campi petroliferi della provincia di Deir-ez-Zor, infatti, è stato il principale detonatore – assieme ai legami di sangue – della ribellione delle tribù sunnite locali nei confronti delle Forze Democratiche Siriane; tali tribù, prevedibilmente, ora saranno chiamate a garantire la sicurezza delle opere e cominceranno ad agire come proxy di Ryad, demarcandone un’aria d’influenza. Del resto, si tratta di un naturale rapporto fra formazioni sociali simili, in quanto anche quelle che reggono l’Arabia Saudita sono tribù sunnite, al di là degli intenti di modernizzazione del principe Mohammed bin-Salman.
L’area d’influenza saudita, dunque, si va ad aggiungere all’area d’influenza turca, che si estende lungo il confine fra i due paesi, e a quella israeliana, che si estende nelle zone meridionali occupate direttamente o controllate dalle milizie druse. Il tutto a dispetto della fiducia e del riconoscimento nei confronti del presidente Al-Jolani e dell’integrità territoriale del paese che molti proclamano a parole.
In tal senso, il Capo di Stato Maggiore della Turchia ha dichiarato: “Non abbiamo intenzione di ritirarci, per ora. La decisione di ritirarci da lì spetta alla Repubblica di Turchia. Non terrà conto di ciò che altri dicono. Al momento non esiste una decisione del genere”.
La Siria, dunque, si appresta ad essere il nuovo terreno di sperimentazione delle relazioni fra Turchia e Arabia Saudita, ovvero due componenti essenziali di quella che è stata già ribattezzata “nuova NATO sunnita” in formazione, nonché degli equilibri fra quest’ultima e l’altro braccio statunitense nell’area – il principale – ovvero quello sionista. Un conto è trovare una convergenza nell’affrontare il tema dell’area autonomia curda, un conto è trovarla rispetto a temi di portata strategica.
Per quanto riguarda, appunto, l’influenza residua del progetto autonomista curdo, al momento si stanno attuando i punti dell’accordo sfavorevole firmato il 30 gennaio scorso con Damasco.
Le milizie affiliate all’esercito del governo centrale si stanno allontanando dalle linee del fronte con le FDS per stemperare la tensione; a sostituirli sono mezzi blindati, ma privi di artiglieria pesante, delle forze affiliate al Ministero dell’Interno, le quali sono entrate anche nei due maggiori centri controllati dalle Ypg/Ypj, ovvero al-Hasaka e Qamishlo. Qui dovrebbero rilevare il controllo delle principali infrastrutture e procedere all’integrazione al proprio interno della polizia curda. Alle FDS, come previsto, è stato assegnato il posto di governatore di Al-Hasaka nella persona di Noureddin Issa Ahmed, stretto collaboratore di Mazloum Abdi.
Questi passaggi segnano la fine concreta dell’autonomia curda sull’area per far posto ad una difficile coesistenza.
Un altro punto doloroso che la parte curda sta rispettando in silenzio è relativo all’esfiltrazione dei miliziani non siriani presenti nelle proprie fila. Secondo Al Monitor, i primi cento curdi non siriani hanno varcato i confini con l’Iraq e hanno raggiunto gli altri militanti del PKK nei rifugi sui monti Qandil, dove, nei piani di Ankara, ora sono in attesa di completare le procedure di disarmo. I registi dell’operazione sono gli esponenti del clan Barzani, ai quali ora tutti guardano come mediatori visti i buoni rapporti pregressi con tutte le potenze in gioco.
Su Kobane/Ain al Arab, invece, la situazione rimane critica: non vi è alcun accordo che decreti l’entrata della polizia di Damasco, per cui, per rivalsa e ricatto, la città viene tenuta a corto di corrente elettrica, risorse idriche, aiuti umanitari, provocando una crisi umanitaria.
In ogni caso, non basta mettere su carta accordi economici miliardari, decreti governativi (come quello che concede ai Curdi i diritti di nazionalità pieni) o dichiarazioni di principio di rispetto dell’integrità territoriale affinché si passi dalle parole ai fatti. La Siria attuale è ben lontana dal quadro di stabilità che Trump ed i suoi accoliti vogliono dipingere.
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