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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/02/2026

Siria - Miliardi sauditi fra settarismi ed instabilità

Con la revoca del Caesar Act e l’entrata definitiva del regime qaedista sotto la tutela dell’Amministrazione USA, anche a scapito delle Forze Democratiche Siriane (FDS), i funzionari statunitensi – fra cui soprattutto l’ineffabile Barrack – dipingono il nuovo stato siriano con tratti fantasiosi: stato-nazione stabile, terra di opportunità, garanzia di piena cittadinanza per tutti. Sembra una descrizione simile alla fantomatica riviera di Gaza. Nella realtà, il paese resta un pantano di instabilità, violenze settarie contro le minoranze ed intere aree che sono terra di nessuno.

Ma il circo trumpiano è ormai partito. E chi sta provando ad inserirsi per fare affari – anche a proprio rischio e pericolo, visto i problemi ancora presenti – è l’Arabia Saudita.

Il Middle East Observer segnala che il regno ha firmato accordi per oltre dieci miliardi di dollari con il governo di Damasco, articolati in vari settori.

Nel settore dell’aviazione, il fondo di investimento Elaf s’impegna a modernizzare e gestire i due aeroporti di Aleppo, quello civile e quello militare, mentre la compagnia area Flynas costituirà, in joint venture l’Autorità Generale per l’Aviazione Civile Siriana, una compagnia aerea low cost che dovrebbe coprire tutto il Medio-Oriente.

Vi sono, poi, il settore delle comunicazioni, in cui sono previsti oltre un miliardo di dollari di investimenti per costruire una dorsale di cavi in fibra ottica di 4500 km, e quello estrattivo, in cui la saudita ACWA Power s’impegna a rimettere in sesto l’infrastruttura petrolifera e quella del gas nell’area orientale del paese, con l’aiuto anche di Chevron.

Insomma, progetti faraonici, che vorrebbero segnalare ai paesi e ai popoli della regione quanto è conveniente abbandonare i vecchi legami politici e ideologici con l’Asse della Resistenza, che portano solo guerre e sanzioni, a favore dell’allineamento agli USA e dei paesi dell’area cui questi ultimi decidono di affidare i propri interessi, nella fattispecie Arabia Saudita e Turchia.

Quello saudita, d’altronde, è un ingresso a tutto campo sullo scenario siriano: la promessa d’investire nei campi petroliferi della provincia di Deir-ez-Zor, infatti, è stato il principale detonatore – assieme ai legami di sangue – della ribellione delle tribù sunnite locali nei confronti delle Forze Democratiche Siriane; tali tribù, prevedibilmente, ora saranno chiamate a garantire la sicurezza delle opere e cominceranno ad agire come proxy di Ryad, demarcandone un’aria d’influenza. Del resto, si tratta di un naturale rapporto fra formazioni sociali simili, in quanto anche quelle che reggono l’Arabia Saudita sono tribù sunnite, al di là degli intenti di modernizzazione del principe Mohammed bin-Salman.

L’area d’influenza saudita, dunque, si va ad aggiungere all’area d’influenza turca, che si estende lungo il confine fra i due paesi, e a quella israeliana, che si estende nelle zone meridionali occupate direttamente o controllate dalle milizie druse. Il tutto a dispetto della fiducia e del riconoscimento nei confronti del presidente Al-Jolani e dell’integrità territoriale del paese che molti proclamano a parole.

In tal senso, il Capo di Stato Maggiore della Turchia ha dichiarato: “Non abbiamo intenzione di ritirarci, per ora. La decisione di ritirarci da lì spetta alla Repubblica di Turchia. Non terrà conto di ciò che altri dicono. Al momento non esiste una decisione del genere”.

La Siria, dunque, si appresta ad essere il nuovo terreno di sperimentazione delle relazioni fra Turchia e Arabia Saudita, ovvero due componenti essenziali di quella che è stata già ribattezzata “nuova NATO sunnita” in formazione, nonché degli equilibri fra quest’ultima e l’altro braccio statunitense nell’area – il principale – ovvero quello sionista. Un conto è trovare una convergenza nell’affrontare il tema dell’area autonomia curda, un conto è trovarla rispetto a temi di portata strategica.

Per quanto riguarda, appunto, l’influenza residua del progetto autonomista curdo, al momento si stanno attuando i punti dell’accordo sfavorevole firmato il 30 gennaio scorso con Damasco.

Le milizie affiliate all’esercito del governo centrale si stanno allontanando dalle linee del fronte con le FDS per stemperare la tensione; a sostituirli sono mezzi blindati, ma privi di artiglieria pesante, delle forze affiliate al Ministero dell’Interno, le quali sono entrate anche nei due maggiori centri controllati dalle Ypg/Ypj, ovvero al-Hasaka e Qamishlo. Qui dovrebbero rilevare il controllo delle principali infrastrutture e procedere all’integrazione al proprio interno della polizia curda. Alle FDS, come previsto, è stato assegnato il posto di governatore di Al-Hasaka nella persona di Noureddin Issa Ahmed, stretto collaboratore di Mazloum Abdi.

Questi passaggi segnano la fine concreta dell’autonomia curda sull’area per far posto ad una difficile coesistenza.

Un altro punto doloroso che la parte curda sta rispettando in silenzio è relativo all’esfiltrazione dei miliziani non siriani presenti nelle proprie fila. Secondo Al Monitor, i primi cento curdi non siriani hanno varcato i confini con l’Iraq e hanno raggiunto gli altri militanti del PKK nei rifugi sui monti Qandil, dove, nei piani di Ankara, ora sono in attesa di completare le procedure di disarmo. I registi dell’operazione sono gli esponenti del clan Barzani, ai quali ora tutti guardano come mediatori visti i buoni rapporti pregressi con tutte le potenze in gioco.

Su Kobane/Ain al Arab, invece, la situazione rimane critica: non vi è alcun accordo che decreti l’entrata della polizia di Damasco, per cui, per rivalsa e ricatto, la città viene tenuta a corto di corrente elettrica, risorse idriche, aiuti umanitari, provocando una crisi umanitaria.

In ogni caso, non basta mettere su carta accordi economici miliardari, decreti governativi (come quello che concede ai Curdi i diritti di nazionalità pieni) o dichiarazioni di principio di rispetto dell’integrità territoriale affinché si passi dalle parole ai fatti. La Siria attuale è ben lontana dal quadro di stabilità che Trump ed i suoi accoliti vogliono dipingere.

Fonte

07/02/2026

Accordo sulle basi russe in Siria

Amici di tutti, nemici di nessuno

Certo, il salto da capo-tribù a uomo di Stato può sembrare ardito, ma con i giusti incastri del destino a volte diventa fattibile. È il ruolo che si è ritagliato il nuovo uomo forte siriano, Ahmed al-Sharaa, letteralmente catapultato al potere dalle ultime convulsioni della rivolta anti-Assad. Leader di uno dei tanti gruppi ribelli in lotta, Al-Sharaa ha approfittato di una sorta di congiunzione astrale, che ha visto schierati dal suo lato turchi, israeliani e americani. In tal modo è riuscito a liquidare in una settimana Bashar al-Assad, ‘mollato’ anche dai suoi alleati russi. Questo, però, non gli ha fatto prendere delle decisioni di appiattimento diplomatico sulle posizioni occidentali. Anzi. Nonostante la Siria abbia disperato bisogno dei capitali americani e di quelli del Fondo monetario internazionale, ha cercato di tenersi le mani libere per non irritare l’orso russo. In fondo, una presenza bilanciata e non ostile delle due superpotenze può fare il gioco di in Paese come la Siria abituato già da secoli a fare da ‘campo neutro’ della storia.

A Mosca da Putin

Detto fatto. Ahmed al-Sharaa proprio in questi giorni si è recato a Mosca per incontrarsi con Vladimir Putin. Un vero tour de force diplomatico quello del Presidente siriano, che arriva dopo la buona intesa raggiunta con la Casa Bianca e con le milizie curde, per la progressiva integrazione di queste ultime nel nuovo esercito nazionale di Damasco. Naturalmente, l’area interessata dall’accordo, quella del nord-est controllata dalle SDF (Syrian Democratic Forces), è una regione particolare, sia per la presenza dell’Isis e anche per l’esistenza di una base elicotteristica di Mosca. Bene, proprio Amberin Zaman, del think tank al-Monitor, ha rivelato per prima che i russi hanno finito di smantellare, in questi giorni, tutte le infrastrutture e le facilities relative all’impianto militare di Qamishli, nella provincia di Hasakah.

Tartous non si tocca

Nel presentare il vertice ai giornalisti, dando un tocco di solennità inusuale per eventi di questa portata, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha anticipato che i colloqui avrebbero riguardato, tra le altre cose, il destino delle basi militari russe in Siria. Proprio per dare maggiore autorevolezza alla sua visita, Sharaa era accompagnato da una folta delegazione di alto livello, tra cui il Ministro degli Esteri Asaad al-Shibani e il Ministro della Difesa Marhaf Abu Qasra. Da quello che trapela sul campo, sembra che un accordo sia stato raggiunto sulla base del trasferimento (e della chiusura) dell’impianto di Qamishli. Infatti, sostiene al-Monitor, «fonti siriane hanno riferito che le forze russe avevano iniziato un graduale ritiro dalla base all’interno dell’aeroporto internazionale di Qamishli, a fronte del deterioramento della situazione della sicurezza, con veicoli militari e armamenti pesanti russi trasferiti alla base aerea russa di Hmeimim, sulla costa mediterranea». Durante l’incontro, Putin ha affermato: «Spero che l’integrazione della regione dell’Eufrate rappresenti senza dubbio un passo importante e contribuisca al ripristino complessivo dell’integrità territoriale della Siria». Il Presidente russo ha così voluto sottolineare l’importanza del ritorno dell’esercito di Damasco nelle regioni curde.

La Russia sul Mediterraneo

«La Russia – ricorda al-Monitor – ha istituito la sua base militare all’interno dell’aeroporto di Qamishli nel novembre 2019, costruendo un impianto per elicotteri e installando armi avanzate e dispositivi di tracciamento radar. La base ospitava ufficiali della polizia militare, personale medico ed elicotteri. Con circa 200 militari russi a Qamishli prima del ritiro, la base era più piccola delle altre due principali basi russe in Siria, che ospitarono decine di migliaia di militari russi durante la guerra civile siriana. Secondo il servizio russo della BBC, si ritiene che circa 7.500 militari russi siano rimasti in Siria dopo la caduta di Assad. Queste basi costituiscono gli unici avamposti militari ufficiali della Russia in Medio Oriente». Ovviamente, la decisione di convivere con i russi forse andrà di traverso a Trump, ma come ha ribadito lo stesso al-Sharaa, «la Siria non si può certo permettere di andare allo scontro con Mosca». D’altro canto, per Putin, la Siria (dopo che Obama lo ha fatto rientrare in gioco in Medio Oriente), ha un’importanza strategica di primo piano.

Da Assad a Sharaa

“La base navale di Tartous – sostengono gli analisti di al-Monitor – fornisce l’unico accesso russo allo strategico Mar Mediterraneo, consentendo alla sua marina di rifornire e manutenere le navi. Nel 2017, la Russia e l’ex governo di Assad hanno firmato un accordo che consente alla Russia di espandere e utilizzare la base navale di Tartous per un periodo di 49 anni. La base aerea russa di Hmeimim è stata istituita nel 2015 nell’ambito del suo intervento militare nel Paese. Queste basi facilitano il movimento di forze e attrezzature russe attraverso il Medio Oriente e in Africa, compresi la Libia e il Mar Rosso”.

Fonte

31/01/2026

Siria - I dirigenti curdi firmano un accordo-capestro con Damasco. Reggerà?

Le autorità qaediste ed i dirigenti di quel che resta delle Forze Democratiche Siriane (FDS) hanno firmato un accordo d’integrazione. L’ennesimo. Stavolta qualificato come “permanente” in quanto scioglie diversi nodi lasciati irrisolti precedentemente. La formulazione apparsa sul profilo X delle FDS, confermata dal “ministero dell’informazione” di Damasco, è la seguente:
È stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco tra il governo siriano e le Forze Democratiche Siriane nell’ambito di un accordo globale, con un’intesa su un processo di integrazione graduale per le forze militari e amministrative tra le due parti.
L’accordo prevede il ritiro delle forze militari dai punti di contatto, l’ingresso delle forze di sicurezza affiliate al Ministero dell’Interno nei centri delle città di Al-Hasakah e Qamishli e l’avvio del processo di integrazione delle forze di sicurezza nella regione, nonché la formazione di una divisione militare composta da tre brigate delle Forze Democratiche Siriane, oltre alla formazione di una brigata per le forze di Kobane all’interno della divisione affiliata al Governatorato di Aleppo.
L’accordo prevede inoltre l’integrazione delle istituzioni di autogoverno all’interno delle istituzioni statali siriane con la conferma del personale civile. È stato, inoltre, raggiunto un accordo sulla definizione dei diritti civili ed educativi per il popolo curdo e sulla garanzia del ritorno degli sfollati nelle loro aree.
L’accordo mira a unificare i territori siriani e a realizzare il pieno processo di integrazione nella regione, rafforzando la cooperazione tra le parti interessate e unificando gli sforzi per ricostruire il Paese.

Centro media delle Forze democratiche siriane – 30 gennaio 2026
Si tratta, dunque, della fine dell’Amministrazione Autonoma del nord-est, senza nessun margine di decentramento amministrativo. Nemmeno la polizia nelle città di Qamishli ed Al-Hasaka rimane di pertinenza curda, mentre non è specificato cosa succederà alla polizia di Kobane/Ain-al-Arab.

Rispetto alla formulazione del 18 gennaio, vi è un punto migliorativo: non si parla più di adesione individuale dei miliziani delle FDS all’esercito centrale – difficile da attuare nella pratica – bensì della formazione di una divisione intera e di una brigata all’interno di un’altra divisione totalmente composte dalle FDS. Non si è entrati nel merito del destino delle Ypj femminili, argomento sensibilissimo vista l’impostazione culturale del governo di Damasco.

Altro punto positivo, ma non semplice da implementare, è il ritorno a casa degli sfollati curdi di Afrin e Ras-al-Ayn, stipati in campi profughi da una decina d’anni.

Ovviamente resta in vigore il decreto governativo che riconosce la lingua e la cultura curde e si stabilisce che i dipendenti delle strutture civili e governative rimangano al loro posto, ma totalmente integrati nelle strutture centrali. Alle FDS dovrebbero toccare il governatore di Al-Hasaka e qualche posto nel “ministero della difesa”.

Si tratta di un accordo molto sfavorevole, firmato con una pistola puntata alla tempia dei dirigenti curdi, poiché è chiaro che gli USA non si sarebbero opposti ad una nuova offensiva militare qaedista alla scadenza del cessate il fuoco attualmente in vigore per il trasferimento dei prigionieri dell’Isis in Iraq.

In vista, dunque, c’erano nuovi spargimenti di sangue, anche perché nei giorni scorsi è emerso che le defezioni nel campo a guida curda sono state più profonde rispetto alle sole tribù sunnite, al soldo degli USA, che consentivano il controllo dei governatorati di Raqqa e Deir-ez-Zor: hanno riguardato anche alcune tribù che dall’inizio si erano alleate alle milizie curde e che quindi, apparentemente, aderivano anche al loro progetto politico.

Senza queste ultime, diventa molto difficile organizzare una resistenza nelle due enclave fino ad oggi ancora controllate dalle Ypg, poiché anche all’interno di esse la presenza della popolazione curda è a macchia di leopardo. L’unico territorio più omogeneamente a maggioranza curda era la provincia di Afrin, fino agli sfollamenti forzati a seguito dall’operazione militare turca nel 2018. In quel caso, fatalmente, la scelta fu opposta a quella attuale: non stipulare nessun accordo sostanziale con il regime baathista, nonostante i tentativi russi di mediazione, che avrebbero evitato l’invasione e gli sfollamenti.

L’Amministrazione Autonoma termina, dunque, perché crolla una delle fondamenta politiche del progetto confederale elaborato e messo in pratica dal movimento di liberazione curdo, ovvero la sua generalizzazione anche ad altre etnie del medio-oriente.

Tornando all’accordo del 30 gennaio, vale la stessa cosa valida per le precedenti versioni: una cosa è mettere su carta determinate condizioni, un’altra è darne concreta attuazione, tanto più che si tratta di integrare due soggetti politici profondamente differenti. Del resto, il testo è talmente penalizzante per il progetto curdo, che potrebbe aprirsi una dialettica seria al suo interno.

Già nei giorni scorsi, vi sono stati ritardi, da parte di comandanti locali, nell’implementare le ritirate da Aleppo, Raqqa e Deir-ez-Zor; inoltre, all’interno dei territori controllati dalle Ypg si è assistito a scene di ammainamento delle bandiere delle FDS a favore della bandiera nazionale dell’indipendentismo curdo e a rimostranze da parte dei miliziani curdi nei confronti degli “arabi traditori”. Su X sono comparsi dei post di dissenso nei confronti dell’accordo, anche da parte di fonti filocurde ben informate, che lo giudicano indigeribile per i quadri di base.

Vi è, insomma, una riemersione delle istanze nazionali curde e del richiamo alla fratellanza curda causate dal fallimento della generalizzazione del progetto confederale.

La contraddizione ora si riversa anche, dal lato turco, sul partito della sinistra filocurda DEM e su Ocalan stesso, che stanno gestendo la trattativa per il disarmo del PKK: i portavoce del DEM hanno rilasciato una dichiarazione che saluta positivamente l’accordo, ma non è scontato che se la sua base lo percepirà come tale.

Per quanto riguarda l’alleanza governativa turca, invece, tutto sembra andare per il verso desiderato nel momento in cui ha avviato il processo di pace interno: l’area autonoma curda si avvia allo scioglimento senza necessità di un intervento militare diretto visibile, il movimento di liberazione curdo rischia di spaccarsi al suo interno, mentre l’altra opposizione, quella repubblicana, è bersagliata dai processi politici.

Il sistema di potere di Erdogan lavora, in tal modo, a rimanere in sella nonostante, secondo molti analisti, sia diventato minoranza sociale nel paese. Il tutto ad un costo politico che sarà molto relativo: ulteriore sdoganamento legislativo della lingua e della cultura curde e parziale amnistia nei confronti di alcuni militanti del PKK, che difficilmente, al loro ritorno in Turchia, potranno poi avere un consenso politico rilevante.

Tutti gli attori operano, comunque, su un filo sottolissimo, che potrebbe rompersi da un momento all’altro e dare luogo a cambiamenti repentini, come quelli cui è andata incontro nel breve volgere di una ventina di giorni la compagine curda. Soprattutto perché molto dipende dalla volubilità degli umori in casa statunitense, dove il dissenso per l’abbandono delle FDS è ancora forte e, soprattutto, è aperta la partita relativa ad un possibile attacco all’Iran, all’interno della quale le fazioni curde potrebbero essere arruolate – si spera di no – allo scopo di sottrarre territori alla Repubblica Islamica ed indebolirla.

Fonte

26/01/2026

Siria - Regge il cessate il fuoco, ma le aree curde sono allo stremo

Continua l’evoluzione preoccupante degli eventi del nord-est della Siria. Al culmine dell’offensiva qaedista di metà mese e della defezione di massa delle tribù sunnite affiliate alle Forze Democratiche Siriane (FDS), queste ultime hanno perso quasi tutto il territorio che controllavano: permangono solo due enclavi, una nell’area di Qamishlo ed Al-Hasaka ed una nei dontorni di Kobane/Ain al Arab.

L’unico freno momentaneo nei confronti delle bande jihadiste viene posto, per il momento, dagli USA, che il 24 gennaio hanno imposto un prolungamento del cessate il fuoco di altri 15 giorni per effettuare il trasporto dei prigionieri dell’Isis in Iraq.

Durante la ritirata precipitosa delle milizie curde, infatti, si sono verificate fughe di prigionieri dell’ex stato islamico dalle prigioni di Al-Shaddadi eAl-Aqtan, la cui entità reale è impossibile da stabilire; inoltre, vi sono stati tentativi di fuga anche dal famigerato campo profughi di Al-Howl, un vero e proprio campo di concentramento in cui sono stipati in uno stato di prigionia di fatto migliaia di famiglie di diversa nazionalità – compresi bambini nati lì dentro – ritenute legate in qualche modo all’Isis, ma mai condannate da nessun tribunale.

I paesi di origine di questi prigionieri rifiutano i rimpatri e alle milizie curde era affidato il compito di controllarli e tenerli nel limbo legale in cui si trovano oramai da più di 10 anni.

Il controllo di questo campo, per altro, era uno dei motivi con cui il Pentagono giustificava il prolungarsi dell’“alleanza” con i Curdi e della presenza militare nel nord-est della Siria; infatti Washington ora sta valutando il ritiro completo dal paese.

Il fatto che ora si stia provvedendo a trasferire i prigionieri in Iraq la dice lunga, inoltre, sul reale livello di fiducia delle gerarchie militari statunitensi nei confronti del regime di Al-Jolani come partner della “coalizione anti-Isis”.

Cionondimeno, l’abbandono nei confronti delle Ypg/Ypj, seppur fra qualche mal di pancia, specie in ambienti neoconservatori e filo-israeliani, è ormai consolidato. Lo ha decretato l’inviato USA Tom Barrack, come al solito, con un lungo post su X
“Storicamente, la presenza militare statunitense nella Siria nord-orientale è stata giustificata principalmente come una partnership anti-ISIS. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dai curdi, si sono dimostrate il partner di terra più efficace nella sconfitta del califfato territoriale dell’ISIS entro il 2019, detenendo migliaia di combattenti e familiari dell’ISIS in prigioni e campi come al-Hol e al-Shaddadi. All’epoca, non esisteva uno stato siriano centrale funzionante con cui collaborare. 
Oggi la situazione è radicalmente cambiata. La Siria ha ora un governo centrale riconosciuto che ha aderito alla Coalizione Globale per Sconfiggere l’ISIS (divenendone il 90° membro alla fine del 2025), segnando una svolta verso ovest e una cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo.
Questo cambia la logica del partenariato USA-SDF: lo scopo originario delle SDF come principale forza anti-ISIS sul terreno è in gran parte venuto meno.
Abbiamo collaborato attivamente con il governo siriano e la leadership delle SDF per garantire un accordo di integrazione, firmato il 18 gennaio, e per definire un percorso chiaro per un’attuazione tempestiva e pacifica. L’accordo integra i combattenti delle SDF nell’esercito nazionale (come individui, il che rimane una delle questioni più controverse), cede infrastrutture chiave (giacimenti petroliferi, dighe, valichi di frontiera) e cede il controllo delle prigioni e dei campi dell’ISIS a Damasco. 
Questa integrazione, sostenuta dalla diplomazia statunitense, rappresenta la più grande opportunità finora per i curdi di garantire diritti e sicurezza duraturi all’interno di uno Stato-nazione siriano riconosciuto”.
Secondo diversi analisti, il cambio di linea statunitense sarebbe maturato il 6 gennaio a Parigi, quando il regime sionista e quello qaedista di Al-Jolani hanno stipulato un accordo di de-escalation ed hanno messo in piedi un meccanismo di comunicazione – quindi ancora un accordo completo di reciproco riconoscimento – grazie proprio alla mediazione USA. A quel punto anche Israele avrebbe abbandonato i curdi per “accontentarsi” del controllo dell’area drusa.

Su questo tema, l’avvocato di Ocalan – Faik Özgür Erol – ha riportato una dichiarazione del leader curdo durante un colloquio in carcere, che concorda con quest’analisi: “Il processo iniziato con l’Accordo di Parigi mira a trasformare la Siria settentrionale in Siria meridionale. È chiaro che mentre Israele ha preso le alture del Golan e Suwayda, ad al-Sharaa è stata promessa l’area tra i fiumi Eufrate e Tigri. Sarebbe un errore storico per la Turchia considerare questo processo a suo favore”.

La nuova linea degli USA, dunque, è l’integrazione delle milizie curde e delle sue strutture amministrative all’interno dello stato siriano. Facile da mettere su carta, ma non così facile da applicare: non si vede come si possano convincere migliaia di combattenti legati alla storia e identità del movimento di liberazione curdo a subordinarsi alle gerarchie militari dei loro carnefici salafiti.

Sia gli USA che la Turchia preferirebbero tale scenario a quello dello scontro finale, con la caduta delle due enclavi ancora in mano alle Ypg/Ypj dopo un assedio militare.

In particolare, Ankara non vuole tirare troppo la corda nei confronti della propria minoranza curda per non mettere a rischio il processo di disarmo del PKK, il cui scopo finale è attirare verso l’area governativa il consenso dei curdi, non alienarselo.

Tuttavia, nei giorni scorsi si sono riviste le scene di più di 10 anni fa, alla vigilia della rottura del precedente processo di pace: decine di migliaia di abitanti del sud-est del paese si sono riversati sul confine siriano per tentare di correre in aiuto dei curdi siriani, bloccati dalla polizia.

Del resto, la situazione di assedio in cui si trova Kobane/Ain-al-Arab non è così diversa rispetto al 2014: acqua ed elettricità sono state staccate e solo la mobilitazione internazionale, probabilmente, ha convinto le autorità qaediste ad aprire corridoi umanitari verso la città. Si segnalano casi di morti per fame e per freddo, proprio come avviene a Gaza.

I margini di manovra per Mazloum Abdi e le dirigenze curde sono però molto stretti: i rapporti di forza militari sono ampiamente sfavorevoli, dopo lo sfarinamento delle Forze Democratiche Siriane, in quanto sono rimasti legati al progetto confederale solo i nuclei originari delle Ypg/Ypj; un numero insufficiente per reggere lo scontro essendo anche venuto meno il supporto militare statunitense.

Al momento, stanno provando a guadagnare tempo e salvare qualche margine di autonomia sui territori ancora controllati, cercando sponde in quei settori degli apparati militari di Stati Uniti ed Israele che non hanno condiviso la linea dell’abbandono della causa curda. Al-Jolani, però, sembra disposto a concedere solo posizioni nei ministeri e nei governatorati, nell’ambito di una struttura statale molto centralizzata, senza concedere autonomie speciali al nord-est.

È fondamentale, ora, per la compagine curda, cercare di resistere, per poi rilanciarsi sul medio periodo, contando sull’incapacità, già ampiamente dimostrata, del governo centrale di controllare tutto il territorio, magari effettuando anche una ricalibratura delle alleanze regionali: gli USA hanno più volte dimostrato la loro totale inaffidabilità. Le forze che combattono davvero l’integralismo salafita sono altre.

In tal senso, un altro aspetto che va tenuto in considerazione è la possibile estensione del conflitto all’Iraq, dove le minacce di bloccare le entrate petrolifere e le pressioni statunitensi nell’ambito della partita che si sta giocando per la formazione del nuovo governo, potrebbero aver bisogno di un braccio armato jihadista.

Nello scontro in corso, le forze politiche filo-iraniane sono determinate a non cedere di un centimetro: continuano a proporre Maliki – l’esponente dei partiti sciiti più legato all’Iran – come Primo Ministro, in luogo del moderato Suidani, ed hanno dispiegato le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) al confine con la Siria per rispondere ad una serie di minacce diffuse via internet da milizie qaediste inquadrate nell’esercito siriano.

“Questa è propaganda debole e codarda. Ora siamo al confine. Lasciateli venire e tentare di nuovo la fortuna; si troveranno di fronte al ruolo eroico delle forze di sicurezza irachene e di Hashd al-Shaabi [PMF]” ha dichiarato all’agenzia curda Rudaw Abu al-Hassanein, comandante della Brigata al-Tufuf delle PMF.

In generale, gli sviluppi siriani vengono osservati con molta apprensione in Iraq, anche in riferimento alle minacce USA nei confronti dell’Iran: eventuali incursioni dal lato siriano potrebbero essere usate come un diversivo per tenere occupate le PMF, impedendo loro di concentrarsi sulle istallazioni militari americane, in caso di conflitto con l’Iran.

Ancora una volta, dunque, l’estremismo salafita si dimostra braccio armato degli interessi dell’imperialismo.

Fonte

22/01/2026

Il sole tramonta sulla ribellione curda siriana

L’accordo che ha messo fine all’enclave curda siriana è stato presentato dai firmatari come un accordo pragmatico. Ma, in realtà, l’accordo rappresenta una grande sconfitta politica per le formazioni politiche curde siriane. Certamente, l’avanzata rapida dei gruppi armati siriani fedeli al presidente Ahmad al-Sharaa ha spezzato la resistenza delle Forze Democratiche Siriane (SDF), il gruppo in gran parte curdo, ma questo progresso può essere compreso solo con il totale sostegno degli Stati Uniti al governo siriano contro le SDF.

Le SDF erano in inferiorità numerica e non avevano supporto aereo, che era ciò di cui avevano beneficiato nella loro guerra contro lo Stato Islamico.

Mazlum Abdi delle SDF ha firmato la resa effettiva a nome del suo partito e del loro esercito. Il tweet dell’ambasciatore statunitense Tom Barrack (nonostante l’iperbole) suggeriva la fine dell’esperimento curdo siriano chiamato Rojava (la parola curda per dove tramonta il sole, ovvero la parte occidentale delle terre curde).

L’accordo ha formalizzato ciò che mesi di pressioni militari avevano già chiarito. Le istituzioni statali siriane sono tornate nel nord-est non come partner ma come autorità desiderose di un Stato centrale forte e leale ad al-Sharaa.

Nel corso dell’ultimo anno, i valichi di frontiera che erano stati nelle mani di vari gruppi sono tornati sotto il controllo del governo centrale e hanno iniziato a riscuotere i ricavi petroliferi per Damasco.

Le Forze Democratiche Siriane, una delle ultime sfide militari indipendenti rimaste ad al-Sharaa dopo la disfatta dell’Esercito Arabo Siriano, accettarono di essere subordinate al comando centrale militare ma non volevano che le loro unità venissero smantellate; in altre parole, le SDF volevano mantenere le proprie strutture all’interno delle forze armate siriane.

Questo era l’accordo favorevole ad Abdi e altri membri della leadership curda, come Ilham Ahmed (ex co-presidente delle SDF), ma erano aggirati da sezioni della leadership curda siriana che non volevano perdere l’autonomia dell’enclave curda. Ma ora gli uffici politici curdi hanno iniziato a chiudere, le bandiere vengono rimosse e il linguaggio dell’autonomia è stato cancellato dai documenti ufficiali.

Al-Sharaa è arrivato alla presidenza della Siria grazie alla sua politicizzazione nei fronti siriani di al-Qaeda.

Sebbene abbia lasciato il turbante per un completo, ci sono indizi che i suoi stessi seguaci si sentano a proprio agio con l’ideologia e i legami con al-Qaeda e lo Stato Islamico e che accolgano con favore un’alleanza sia con gli Stati Uniti che con Israele.

Nei giorni precedenti a questo cessate il fuoco e a questo accordo, i funzionari delle SDF hanno riferito che le forze armate siriane hanno concentrato la loro attenzione sulle prigioni che ospitavano combattenti dello Stato Islamico catturati dalle SDF. Sono stati infatti segnalati pesanti combattimenti vicino alla prigione di Shaddadi (Hasaka) e alla prigione di al-Aqtan (Raqqa).

Questi attacchi, hanno denunciato le SDF, sono stati uno “sviluppo altamente pericoloso” poiché suggerivano che le forze governative volessero liberare i combattenti dello Stato Islamico dalle prigioni e rimetterli sul campo di battaglia contro gruppi come le SDF. Ora lo Stato ha il controllo su queste prigioni e può fare ciò che vuole con questi detenuti. 

L’alba di Rojava

Nel 2012, il governo di Bashar al-Assad ha ritirato le sue forze armate dal nord-est per poter difendere il sud-ovest da un ciclo di ribellioni. Questo ritiro offrì un’opportunità ai curdi siriani, che da decenni lottavano per un Kurdistan indipendente o per l’autonomia all’interno della Siria.

Il leader del Partito dell’Unione Democratica (PYD) Salih Muslim mi ha detto nel 2013 che le forze politiche e militari curde colmavano un vuoto. “Abbiamo organizzato la nostra società affinché il caos non prevalesse”

Il musulmano del PYD ha fatto tre osservazioni: la Siria deve rimanere unita, la Siria deve appartenere a tutti coloro che vi vivono e la Siria deve essere decentralizzata. Il governo di Damasco ha accettato questi tre punti e si era raggiunta una tacita intesa tra le forze politiche curde siriane, altre minoranze in Siria e il governo di al-Assad. Questa fu l’opportunità che permise la nascita del Rojava.

Nel decennio successivo al 2012, l’enclave del Rojava è stata sottoposta a gravi attacchi dallo Stato Islamico (nel 2014-15) e dalle forze armate turche (2018), oltre ad attacchi sostenuti da parte di vari gruppi minori.

In questo decennio, l’esercito delle SDF, le Unità di Difesa del Popolo (YPG), i Peshmerga curdi (dall’Iraq) e le forze armate del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK dalla Turchia) hanno difeso questa enclave, in modo più drammatico, dall’avanzata dello Stato Islamico.

Quando lo Stato Islamico prese Sinjar e iniziò a pulire etnicamente l’area dagli yazidi nell’agosto 2014, furono le YPG e i suoi alleati a iniziare un lungo assedio dell’area, conquistato solo nel novembre 2015 a caro prezzo. Il supporto aereo statunitense iniziò ad assistere le YPG e le SDF nella loro missione di sconfiggere lo Stato Islamico e di esistere come enclave indipendente da Damasco. Né Salih Muslim né altri leader dei gruppi curdi siriani hanno riposto pienamente la propria fede sugli Stati Uniti, anche se l’equilibrio delle forze ha messo in moto un’alleanza che avrebbe sempre portato al tradimento.

Le dichiarazioni di Salih Muslim e Mazlum Abdi secondo cui il silenzio sull’invasione turca di Afrin nel 2018 avrebbe “fatto perdere alla Siria la sua unità” o che le YPG erano l’unica “barriera contro l’occupazione turca” non contavano molto.

Assad non avrebbe fatto infuriare il governo turco in quel momento (in effetti, fu in questo periodo che il presidente russo Vladimir Putin e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan firmarono un accordo per smilitarizzare Idlib e permettere agli eredi di al-Qaeda, inclusa la Hay’at Tahrir al’Sham di al-Sharaa o HTS, di rafforzare la loro forza in pace e aspettare la fortuna).

Forse se Assad fosse stato un giocatore di scacchi migliore, avrebbe provocato la Turchia difendendo i curdi siriani, impedendo così un accordo e costringendo i suoi alleati russi a fornire supporto aereo mentre l’Esercito Arabo Siriano entrava a Idlib per combattere il resto dell’HTS e i suoi alleati. Ma Assad iniziò a permettere ai russi di pensare strategicamente e quindi concesse un punto di forza nella speranza che il governo turco cessasse di tentare di rovesciare il suo governo.

Erdoğan in Turchia si rifiuta di vedere la ribellione curda siriana come altro che un’estensione della lotta del PKK turco. Nel 2020, ha detto ai suoi quadri di partito durante una riunione: “La Turchia non permetterà mai l’istituzione di uno stato terroristico proprio accanto ai suoi confini. Faremo tutto il necessario e prosciugheremo questa palude di terrorismo”. Questo avrebbe dovuto essere chiaro sia ad Assad che ai curdi siriani che non ci sarebbe stato alcun sostegno dalla Turchia e nessuna fine al tentativo di destabilizzazione da parte del partner turco nella NATO, gli Stati Uniti.

Negli ultimi cinque anni, Erdoğan ha fatto pressione sulla leadership politica del PKK affinché cessasse la sua ribellione e capitolasse di fatto. Nel 2025, dalla sua cella turca, il leader del PKK Abdullah Öcalan ha annunciato “la fine del metodo della lotta armata”.

Il progetto curdo siriano, legato al PKK, ha perso la sua più ampia profondità strategica. Da qui la pressione della Turchia affinché i curdi siriani ponessero fine al loro progetto di “autonomia armata”, come l’hanno definita i funzionari turchi. La pressione militare turca è continuata con una condanna internazionale ridotta o addirittura una considerazione ridotta e una legittimità curda diminuita.

Il misterioso ruolo di Israele in tutto questo fiasco deve ancora essere scritto adeguatamente.
 
La caduta di Assad

Sotto il sostegno degli attacchi aerei israeliani e statunitensi, le forze di Hay’at Tahrir al’Sham guidate da Ahmad al-Sharaa si riversarono su Damasco. Questa vittoria segnò una rottura decisiva per i curdi siriani. Al-Sharaa, il nuovo presidente, ha detto che il suo governo avrebbe riconquistato le terre settentrionali (ma non ha detto nulla sull’occupazione israeliana delle Alture del Golan né sulle centinaia di chilometri quadrati della zona cuscinetto ONU occupata da Israele dopo la presa di Damasco da al-Sharaa).

Dichiarazioni provenienti da Damasco hanno inviato un avvertimento ai curdi, anche se la leadership curda sperava, contro qualsiasi logica, che gli Stati Uniti li avrebbero protetti (nel dicembre 2024, Abdi ha detto che i curdi siriani erano in ‘comunicazione continua con i nostri amici americani, che sostengono i nostri sforzi per fermare l’escalation e garantire i diritti di tutte le componenti siriane, inclusi i diritti dei curdi nell’ambito di uno stato unificato’).

Gli Stati Uniti iniziarono un ritiro e i curdi siriani cominciarono a esprimere la loro disperazione. Un funzionario delle SDF mi ha detto che le loro forze avevano combattuto l’ISIS e subito enormi perdite, ma ora, secondo le sue parole, erano “niente” al confronto.

Le forze siriane invasero il nord. “La Siria non ha bisogno di esperimenti imposti con la forza”, ha detto al-Sharaa ma Rojava era nel suo mirino. Non ci volle molto per finire il lavoro. “Siamo determinati a proteggere i successi della rivoluzione”ha detto Abdi, ma questo sembra più un desiderio illusorio.

L’esempio della Siria ha mandato una brezza fredda oltre confine nella regione autonoma curda nel nord dell’Iraq.

Il leader iracheno Muqtada al-Sadr ha pubblicato un messaggio su X con un avvertimento che quanto accaduto in Siria “non dovrebbe essere preso ingenuamente”. “Il pericolo è imminente”, scrisse, “e il terrorismo è sostenuto dall’arroganza globale”. Con il cambiamento di strategia del PKK turco e la sconfitta dei curdi siriani, qualsiasi fiducia in Irbil (Iraq) che la regione autonoma curda sia eterna ora svanirà. Al-Sadr ha suggerito unità di fronte all’aggressione esterna. È un suggerimento difficile da rifiutare in questi tempi.

Il crollo del Rojava non è stato semplicemente il fallimento di una rivolta locale nel sostenersi, è stato la sconfitta di una scommessa politica ossia che la decentralizzazione e l’autodifesa armata potessero contare sul sostegno degli Stati Uniti. Il linguaggio della democrazia e della dignità poteva piacere a qualche diplomatico americano occasionale, ma a Washington non significava nulla. “Abbiamo costruito Rojava su una palude”, mi ha detto un funzionario curdo siriano poche ore dopo l’accordo.

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19/01/2026

Siria - Gli USA forzano l’accordo: le FDS arretrano, ma i Drusi si separano

La scadenza di fine anno per l’implementazione dell’accordo del 10 marzo 2025 fra autorità di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e Forze Democratiche Siriane (FDS) non era, evidentemente, solo formale.

Da allora, infatti, gli USA hanno incrementato le proprie pressioni affinché si giunga ad un accordo e lo stanno facendo esaudendo parte delle richieste delle autorità qaediste. Dopo aver, infatti, dato il via libera ad HTS all’occupazione definitiva dei quartieri a maggioranza curda della città di Aleppo, con tutto il corredo di atrocità settarie messe in atto dalle truppe di Damasco, gli USA stanno costringendo le FDS a fare ulteriori concessioni. 

“Sulla base degli inviti da parte di paesi amici e mediatori, e a dimostrazione della nostra buona fede nel completare il processo di fusione e del nostro impegno nell’attuazione delle disposizioni dell’accordo del 10 marzo, abbiamo deciso di ritirare le nostre forze domani mattina alle 7:00 dalle attuali linee contese a est di Aleppo, aree che sono state sotto attacco negli ultimi due giorni, e di ridistribuirle nelle aree a est dell’Eufrate”, ha annunciato il capo militare delle FDS Mazloum Abdi il 16 gennaio.

In cambio, Al-Jolani ha emesso un decreto in cui si stabilisce che il curdo è riconosciuto come lingua nazionale, da inserire nei curricula scolastici, ed il newroz è considerato festa nazionale in tutta la Siria; inoltre viene riconosciuta piena cittadinanza ad alcune popolazioni curde che in precedenza avevano lo status di immigrati da decenni.

Anche questi provvedimenti non sono certo farina del sacco di Al-Jolani, ma sono verosimilmente risultato delle pressioni statunitensi.

Ovviamente queste mosse non precorrono ad una pacificazione; anzi, l’autoproclamanto presidente siriano sta cercando di sfruttare queste aperture per dividere la popolazione curda dalle FDS, ponendosi come baluardo della loro integrazione nello stato.

Le FDS vengono descritte come espressione di un’agenda separatista esterna, espressione di un’organizzazione terroristica, il PKK. Questo slittamento linguistico è anch’esso indice di aumento delle tensioni: le due parti hanno ricominciato a definirisi reciprocamente “terroristi”, come non accadeva da prima della caduta del regime baathista.

I richiami all’integrazione, inoltre, ribadiscono il no di Damasco alla concessione di una regione autonoma curda, a favore di un modello di stato centralizzato, riecheggiando i termini del processo di pace in corso in Turchia fra stato e PKK.

Le concessioni fatte in Siria sulla lingua curda potrebbero, quindi, essere un anticipo di quello che è disposto a concedere il governo turco, il quale vorrebbe che i due processi procedessero in parallelo. Pertanto spinge per chiudere la partita nel giro di pochi mesi, quando è prevista la fine del processo di disarmo del PKK.

Ovviamente le FDS, dopo essere state costrette a perdere terreno, prevedibilmente non molleranno e si metteranno di traverso rispetto ai disegni tesi ad eliminare l’amministrazione autonoma del nord-est. Infatti sono in corso dei combattimenti la cui evoluzione è cruciale per il futuro del paese.

HTS, infatti, vuole espandere il proprio controllo anche sulle città a maggioranza sunnita poste a est dell’Eufrate, quali Raqqa, e sulle aree dove insistono i maggiori giacimenti petrolifero del paese.

Per farlo, avrebbe bisogno dell’aiuto diretto della Turchia; tuttavia Ankara, per il momento, sta riuscendo ad avere un ruolo invisibile nei combattimenti, se non nell’apparecchiatura militare utilizzata da FDS, in maniera tale da non provocare rivolte fra le proprie popolazioni curde.

Quindi è possibile che la tattica adottata sia far leva sul malcontento diffuso fra le tribù locali sunnite attualmente affiliate alla FDS per tentare di fare breccia.

Il Governo Regionale Curdo dell’Iraq è impegnato a mediare fra le parti, ospitando i principali incontri ad alto livello.

Si tratta, indubbiamente, del momento più delicato per le FDS dalla caduta del regime baathista, anche perché è quasi tutto nelle mani dell’“alleato” statunitense e dei suoi apparati, dalle cui decisioni passa molto della sopravvivenza dell’amministrazione del nord-est, nonché della sua estensione territoriale.

Mentre l’Amministrazione Trump ed il suo inviato Barrack spingono per chiudere la partita su una mediazione più favorevole alle esigenze turche – come contropartita per l’impegno di Ankara sul disarmo di Hamas nell’ambito della fase due a Gaza – il Pentagono, Israele e alcuni membri del Congresso continuano a ribadire che le FDS sono i partner più affidabili e hanno diritto a conservare l’autonomia amministrativa; ad esempio, il senatore neoconservatore Lindsey Graham ha affermato che dovrà essere ristabilito il Caesar Act se HTS continua ad attaccare.

Sul fronte sud, invece, le cose non vanno bene per HTS. Le atrocità settarie perpetrate nei mesi scorsi nei confronti della minoranza drusa, stanno spingendo i maggiori referenti di quest’ultima definitivamente nelle braccia di Israele.

Intervistato a Ynet, lo sceicco Hikmat al-Hijri ha affermato: “Non è un segreto che Israele sia stato l’unico Paese al mondo ad intervenire militarmente e a salvarci dal genocidio in corso. Ciò è stato fatto attraverso attacchi aerei che hanno davvero fermato il massacro... Ci consideriamo parte integrante del quadro strategico di Israele, un braccio armato alleato con Israele. Il rapporto è internazionale e significativo. Israele è l’unico attore responsabile e competente per gli accordi futuri”.

La milizia locale drusa fondata da Hikmat al-Hijri, denominata “guardia nazionale”, dunque, non ha in progetto di integrarsi con Damasco. Anzi, nella stesso intervista egli rivendica addirittura l’indipendenza: “Chiediamo non solo l’autogoverno, ma anche una regione drusa indipendente”.

Al momento, l’Amministrazione USA non è ancora intervenuta in maniera incisiva sul capitolo druso, come sta facendo su quello curdo. In ogni caso le regioni meridionali sono designate per essere aree d’influenza sionista, il cui controllo è necessario a Tel Aviv per evitare la ripresa di rifornimenti di armi verso Hezbollah.

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13/01/2026

Siria - Le SDF costrette a lasciare Aleppo

Nella giornata di domenica, tutti i combattenti curdi delle Forze democratiche siriane (SDF) hanno abbandonato Aleppo, dopo aver raggiunto un accordo di cessate il fuoco con l’attuale regime siriano guidato dal jihadista Al Sharaa.

L’intesa è arrivata dopo giorni di violenti scontri con tra SDF ed esercito governativo costati la vita ad alcune decine di civili.

I combattenti delle SDF avevano cominciato a ritirarsi già da venerdì, e gli ultimi hanno lasciato la città domenica, tramite autobus messi a disposizione dal governo.

I combattimenti sono stati particolarmente sanguinosi: l’esercito ha bombardato varie zone di Aleppo. Mazloum Abdi, il comandante delle SDF, ha scritto sui social media che l’accordo prevede “un cessate il fuoco e garantisce l’evacuazione verso la Siria settentrionale e orientale dei martiri, dei feriti, dei civili intrappolati e dei combattenti dai quartieri di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud”.

I curdi rappresentano all’incirca il 10% della popolazione siriana ma durante la guerra civile, iniziata nel 2011 e finita nel 2024, avevano preso il controllo di del 30% dello Stato. Nella zona a nord-est, che prende il nome di Rojava Kurdistan (Kurdistan occidentale), hanno istituito un proprio governo indipendente. Nel corso del conflitto, avevano inoltre conquistato anche altre aree limitate della parte settentrionale della Siria, tra cui alcuni quartieri di Aleppo, come quelli di Ashrafieh e di Sheikh Maqsoud.

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11/01/2026

Siria - Al Sharaa approva la cooperazione di intelligence con Israele

Si tratta di una intesa senza precedenti nelle relazioni tra Damasco e Tel Aviv, raggiunta due giorni fa a Parigi grazie alla mediazione decisiva degli Stati Uniti. Prevede l’istituzione di un «meccanismo congiunto di comunicazione», supervisionato da Washington, pensato per favorire lo scambio di informazioni di intelligence, e contatti in tempo reale a livello militare. È un primo passo deciso verso un rapporto che in futuro potrebbe aprire la strada alla normalizzazione tra Siria e Israele e, si sussurra, all’ingresso del paese arabo nell’Accordo di Abramo.

Questo almeno è ciò che si augura l’Amministrazione Trump che dopo la caduta di Bashar Assad nel dicembre 2024 ha allacciato relazioni strette con il presidente autoproclamato siriano, l’ex qaedista Ahmed al Sharaa, e che di recente ha revocato le sanzioni economiche (Caesar Act) alla Siria.

Il paese arabo però reclama la garanzia della sua sovranità e la restituzione del territorio siriano occupato da Israele dopo la fine di Assad e del Golan che lo Stato ebraico ha catturato nel 1967 e colonizzato nei decenni successivi. Il governo Netanyahu invece quei territori non sembra intenzionato a lasciarli e forte della sua superiorità militare e consapevole della debolezza siriana vuole imporre la creazione di una ampia zona cuscinetto smilitarizzata nel sud della Siria, di fatto fino alle porte di Damasco, a protezione del confine e della locale comunità drusa di cui si è autoproclamato stumentalmente difensore.

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10/01/2026

Siria - Gli USA mediano tra HTS e SDF, ma si combatte

Nuova battaglia fra le forze delle autorità qaediste e le Forze Democratiche Siriane (FDS) nelle enclave controllate da queste ultime ad Aleppo.

Questa volta si è trattata di una drammatica resa dei conti, con un l’utilizzo di tecniche sioniste da parte dei tagliagole installati a Damasco: Sheikh Maqsoud e Ashrafieh sono state dichiarate “zone militari chiuse”, ed è stato fissato un termine perentorio (le 15:00 di mercoledì 7 gennaio 2026) entro cui i civili avrebbero dovuto lasciare l’area attraverso due corridoi umanitari (Al Awared e Al Zuhour).

Successivamente sono cominciati gli scontri, con un bilancio di più di 40 morti civili e decine di migliaia di sfollati, prevalentemente verso i campi dove sono collocati gli sfollati di Afrin del 2016, già sovraffollati.

Il 9 gennaio, il cosiddetto Ministero dell’Interno di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha dichiarato che si è raggiunto un cessate il fuoco che prevede l’evacuazione di tutti i miliziani delle FDS dai quartieri interessati verso il nord-est del paese ed il subentro della propria polizia. Vediamo se verrà implementato senza resistenza. L’inviato dell’Amministrazione USA Tom Barrack, intanto, si è felicitato per la tregua, ma appare in grossa difficoltà.

Il cambio di regime siriano, infatti, viene reclamizzato come modello di regime change che dimostra la giustezza della nuova strategia di sicurezza nazionale: il regime subentrante non ha richiesto nessun intervento diretto in proprio aiuto e si è spontaneamente chinato ai diktat di Washington.

Pertanto, Barrack sta esercitando una pressione forte sia su HTS che sulle FDS per ottenere l’integrazione fra le due entità, attraverso l’implementazione del famoso accordo del 10 marzo, e presentare al tycoon un quadro unitario del paese: scaduta la deadline di fine anno, ha avallato un prolungamento della scadenza, ponendosi come garante del fatto che alla fine l’accordo arriverà.

Tuttavia, come si vede, la situazione sta prendendo una piega tale per cui anche la firma “forzata” di un ulteriore documento di accordo difficilmente porterà alla pacificazione. I punti divergenza sono sempre gli stessi: i margini di autonomia amministrativa del nord-est, il controllo dei territori a maggioranza sunnita attualmente controllati dalle FDS e l’integrità delle catene di comando delle divisioni FDS da inserire nel “Ministero della Difesa” di Damasco.

Nel negoziato su questi punti, le autorità centrali paiono non avere molte carte da giocare visto il loro scarso controllo del territorio e la condotta simil-genocida nei confronti delle minoranze; colpire le FDS nel loro punto più debole, ovvero le enclave completamente circondate ad Aleppo, non pare altro che una reazione rabbiosa a questo stato di cose; dietro c’è la spinta dalla Turchia, altro soggetto per ora perdente della partita.

Ankara, infatti, confidava che il processo di pace interno con il PKK avrebbe avuto influenza anche sulle FDS, convincendole a capitolare nei confronti di Damasco grazie alla sola chiamata al disarmo di Ocalan.

Tuttavia, fino ad ora, né è arrivata una chiamata chiara al disarmo delle SDF da parte di Ocalan – che non potrà mai arrivare finché la condotta di HTS rimarrà quella attuale – né il processo interno fa sostanziali passi avanti. Anzi, viene utilizzato in maniera strumentale per dividere l’opposizione repubblicana da quella curda e lo stesso movimento curdo al proprio interno.

Ad esempio, nei giorni scorsi il leader curdo Selhattin Demirtas, uno dei pochi che, prima di finire in carcere, aveva un certo successo anche fra i Turchi, è stato condannato ad altri 17 mesi di carcere per un reato generico definito “insulto al Presidente della Repubblica”. Lo scopo è farlo rimanere in carcere anche qualora il Tribunale di Ankara dovesse rendere esecutiva la scarcerazione ordinata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per la condanna che sta scontando ora.

Tenere fuori gioco i dirigenti più credibili e “trasversali” ed assorbire il voto curdo grazie a delle concessioni minime – il ritorno a casa di qualche migliaio di militanti del PKK ed uno sdoganamento della lingua curda non hanno grossi costi politici. Questo sembra essere il progetto dell’alleanza di governo.

Tuttavia, i segnali provenienti del popolo curdo non vanno in questa direzione: si sono, infatti, tenute grandi manifestazioni a Dyarbiakir/Amed ed altre città del sud-est per protestare contro l’offensiva di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, con striscioni e cori a favore dell’autonomia del Rojava; è la prima volta, dall’inizio del processo di pace, che le popolazioni curde scendono in piazza, segnalando che l’identità curda e la solidarietà con le altre aree curde prevalgono ancora, in larga parte, sull’attitudine a cercare la via dell’integrazione nello stato turco. Questo anche grazie, ovviamente, alla scelta scellerata, da parte della Turchia, di “investire” sui tagliagole siriani.

Nonostante ciò, la possibilità che Erdogan rovesci di nuovo il tavolo come dieci anni fa e butti all’aria il processo di pace sembrano abbastanza remote. La guerra totale lanciata dal regime sionista nella regione sconsiglia, infatti, di tenere vivo un separatismo interno armato che potrebbe fare da potenziale quinta colonna del nemico (il completamente del disarmo del PKK è previsto per la prossima primavera).

In più, come detto, gli USA premono per trovare un accordo completo e, al momento, costituiscono il principale riferimento di Ankara. Secondo alcuni analisti della sinistra turca, infatti, la nuova strategia governativa consiste nell’implementare il disegno espansionista neo-ottomano in allineamento con la strategia di sicurezza nazionale di Trump, che prevede un ritiro sostanziale dal vicino oriente e l’assegnazione del ruolo di custodi degli interessi di Washington ad attori locali, fra i quali la Turchia aspira ad essere capofila.

In questa chiave vanno visti anche il tentativo di rivendere i sistemi di difesa aerea S-400 alla Russia, per poter rientrare nei programmi di acquisto degli F-35 americani, l’impegno nell’implementazione del piano di colonizzazione di Gaza, nonché la reazione flebile e vigliacca dopo il sequestro di Maduro, che negli anni scorsi aveva tributato le massime onorificenze ad Erdogan.

Il più grande ostacolo rispetto a questi piani è costituito, ovviamente, dal regime sionista, che rimane incrollabilmente il maggior alleato dell’imperialismo statunitense.

Il governo di Tel Aviv sta ponendo il veto sia alla vendita degli F-35, sia allo schieramento di truppe turche per la fase due a Gaza. Inoltre, sostiene i curdi e potrebbe spingerli ad aumentare la conflittualità con Ankara, anziché trovare accordi.

Il 2026, dunque, si annuncia come piuttosto difficile anche per un campione della diplomazia e del trasformismo come Erdogan.

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08/01/2026

Siria - Scontri tra l’esercito e i curdi delle SDF

Ad Aleppo sono ripresi gli scontri tra l’esercito siriano del nuovo regime e le milizie delle Forze Democratiche Siriane (SDF) in cui sono inquadrate le Ypg curde. L‘esercito siriano ha iniziato a trasformare i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh in una zona militare chiusa.

Ore fa, il Dipartimento Operazioni dell’esercito siriano ha detto ad Al Jazeera che tutti i siti militari delle SDF nei quartieri di Aleppo “sono un obiettivo legittimo per l’esercito”, dopo i nuovi bombardamenti delle SDF nei quartieri residenziali e gli scontri tra le due parti.

Il corrispondente di Al-Jazeera ha dichiarato che il ritmo degli scontri e dei bombardamenti si è intensificato nei dintorni dei quartieri di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud nella città di Aleppo, con l’entrata in vigore del coprifuoco. Almeno 10 proiettili sono caduti vicino al quartiere Ashrafieh, nel mezzo dell’escalation degli scontri e dei bombardamenti nel nord della città.

Da parte sua, le SDF hanno dichiarato di aver monitorato il dispiegamento di circa 80 veicoli militari appartenenti al governo siriano nei pressi dei quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafiyya della città di Aleppo, e considerano questo dispiegamento un indicatore pericoloso, sintomo di un’escalation e della possibilità dello scoppio di una guerra su larga scala.

Hanno aggiunto che le forze governative siriane continuano a bombardare i quartieri con carri armati e droni.

Martedì, le SDF hanno bombardato una postazione militare ad Aleppo e alcuni edifici con proiettili d’artiglieria e mitragliatrici pesanti, uccidendo 5 persone, tra cui due donne, oltre a 21 feriti.

Gli scontri tra le SDF e l’Esercito Siriano sono ripresi dopo il fallimento dei colloqui tenutisi domenica scorsa sull’attuazione dell’accordo di alcuni mesi fa e l’andamento di negoziati che hanno evidenziato le differenze che ostacolano il raggiungimento di intese sulla sua attuazione, con un reciproco scambio di accuse tra le due parti su chi si è assunto la responsabilità per la mancata attuazione dell’accordo.

Il nuovo rais siriano Ahmed al-Sharaa e il comandante in capo delle SDF Mazloum Abdi, avevano firmato un accordo il 10 marzo, che includeva diverse clausole, tra cui l’integrazione delle istituzioni civili e militari dell’Amministrazione Autonoma Curda nelle istituzioni nazionali siriane entro la fine dell’anno, ma le divergenze tra le due parti hanno impedito i progressi nella sua attuazione.

La proposta del regime di Damasco, prevedeva l’integrazione delle SDF nelle fila dell’esercito siriano, a condizione che fossero divise in 3 divisioni e numerose brigate, inclusa una brigata speciale di donne, da schierare nelle aree sotto controllo curdo nel nord-est della Siria e gestite dai suoi comandanti.

Lo scorso 22 dicembre, il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani aveva annunciato che Damasco aveva ricevuto una risposta dalle forze curde alla proposta redatta dal Ministero della Difesa.

Lo stesso giorno in cui i negoziati si erano bloccati, gli scontri sono ripresi nella città di Aleppo, con morti e feriti.

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01/01/2026

Siria - Come è nata e cresciuta l'economia sommersa

Dalla caduta del governo dell’ex Presidente siriano Bashar al-Assad, Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha consolidato il controllo sui settori militare, della sicurezza, dell’istruzione e dell’economia siriani. Una facciata formale di civili, consigli, comitati e ministeri, maschera una cerchia molto più ristretta che dirige le leve del governo. In nessun luogo questo divario tra apparenza e realtà è più evidente che nella sfera economica.

L’autoproclamato Presidente siriano Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Muhammad al-Julani quando era un capo di Al-Qaeda) ha emanato decreti che istituiscono un nuovo reticolo di organismi economici sotto la sua diretta autorità o sotto la “Segreteria Generale della Presidenza”, guidata da suo fratello Maher al-Sharaa.

Tra questi figurano il Comitato Nazionale per l’Importazione e l’Esportazione, l’Autorità Generale per i Valichi di Frontiera e le Dogane, un fondo sovrano, il Fondo di Sviluppo e l’Autorità Generale per l’Aviazione Civile. Alcuni sono entità ricostituite, un tempo appartenenti ai Ministeri dei Trasporti, dell’Economia o delle Finanze; altri sono invenzioni del nuovo regime. Tutti ora trasferiscono potere verso l’alto nella struttura di comando della famiglia Sharaa.

Sulla carta, l’economia è supervisionata dal Ministro dell’Economia e dell’Industria Mohamed Nidal al-Shaar, dal Ministro delle Finanze Mohamed Yasar Barniyya e dal Governatore della Banca Centrale Abdel Qader al-Hasriyya.

Eppure, uomini d’affari, tecnocrati e addetti ai lavori descrivono un sistema in cui questi funzionari fungono in gran parte da facciata. Il processo decisionale si basa su un “deep state economico” gestito dai fratelli del Presidente e imposto da una figura inaspettata: Ibrahim Sukkarieh, noto all’interno del sistema come Abu Maryam al-Australi.

Il tutore

L’ascesa di Sukkarieh, o “Abu Maryam l’Australiano”, nato in Australia da padre libanese di Akkar e madre australiana, e cresciuto a Brisbane, è diventata una delle storie più rivelatrici della trasformazione della Siria post-Assad.

Arrivò in Siria nel 2013, in un momento di profonda agitazione e in circostanze che sarebbero diventate chiare solo in seguito. Lasciò l’Australia il giorno prima che suo fratello Ahmed compisse un attentato suicida con un’autobomba nella campagna di Damasco, un attentato che rese Ahmed il primo attentatore suicida australiano di cui si abbia notizia.

Un altro fratello, Omar, è stato condannato a quattro anni e mezzo in Australia nel 2016 per aver finanziato il precursore di HTS, il Fronte al-Nusra, ponendo la famiglia sotto il controllo dei servizi segreti in entrambe le parti del mondo.

A Idlib, Ibrahim si è inizialmente creato un profilo come commentatore di lingua inglese, apparendo su programmi Web e social media per discutere del governo della Regione. Usando nomi come “Ibrahim Massoud” e “Ibrahim bin Massoud”, si è presentato come ricercatore e analista, arrivando persino a definirsi scherzosamente su alcune piattaforme come “uomo d’affari, amante del cricket, amante dello shawarma” (una pietanza di carne mediorientale). Eppure, dietro questa immagine costruita ad arte, si nascondeva una storia diversa.

Secondo fonti siriane e molteplici rapporti interni, Sukkarieh ha ricoperto incarichi militari e organizzativi all’interno di HTS, ricoprendo il ruolo di emiro di settore prima del 2020. Nell’ottobre 2022, è entrato a far parte del “comitato di monitoraggio generale” del gruppo, guidato da Abd al-Rahim Attoun, l’ex mufti di HTS che ora dirige l'“ufficio di consultazione religiosa” della presidenza.

Accanto a questi ruoli, Sukkarieh ha gestito E-Clean, un’azienda di igiene strettamente legata al Governo di Salvezza di Idlib, posizionandosi all’intersezione tra l’amministrazione economica e il braccio operativo di HTS. In seguito, nell’ottobre 2023, ha assunto la responsabilità del dossier tecnologico e delle comunicazioni dell’autorità, succedendo ad Abu Talha al-Halabi ed espandendo la sua influenza all’interno delle reti burocratiche di HTS.

Nel corso di tutti questi anni, le autorità australiane lo hanno tenuto nella lista delle persone sanzionate per finanziamento del terrorismo, una designazione che Canberra continua a sostenere, anche se Sukkarieh è passato dai circuiti degli insorti a una sfera decisamente più importante: il palazzo.

Il comitato ombra e la nascita di un’economia parallela

Informazioni internazionali e informazioni trapelate hanno poi rivelato che, dopo il crollo del governo di Assad, Sukkarieh ha assunto un ruolo centrale all’interno del palazzo presidenziale, collaborando direttamente con il fratello maggiore del Presidente siriano, Hazem al-Sharaa, per ristrutturare l’economia siriana.

Indagini giornalistiche lo descrivono come il capo di un “Comitato Ombra” responsabile di orchestrare il sequestro di beni un tempo detenuti da imprenditori dell’era Assad. Secondo fonti a conoscenza delle sue attività, il Comitato ha preso il controllo di circa 1,6 miliardi di dollari (1.363 milioni di euro) in proprietà, portafogli di investimento e partecipazioni nel settore delle telecomunicazioni, inclusi circa 1,5 miliardi di dollari (1,278 miliardi di euro) legati a tre potenti imprenditori affiliati al precedente governo.

Secondo la pubblicazione francese Intelligence Online, Abu Maryam attualmente presiede il comitato presidenziale, in una politica descritta da alcune fonti come “perdono in cambio di denaro”.

Invece di procedure giudiziarie, il Comitato si affida a “accordi”, negoziati che lasciano all’imprenditore preso di mira una frazione dei suoi averi in cambio di pagamenti in denaro, lealtà politica o entrambi. Gran parte della ricchezza recuperata è stata trasferita a un fondo sovrano di recente istituzione, sotto la supervisione presidenziale.

Lo stesso rapporto francese rileva che in precedenza l’uomo ha ricoperto ruoli di supervisione economica all’interno di strutture HTS e che attualmente è coinvolto nella gestione di sistemi finanziari digitali come Sham Cash.

Accordi, sequestri e minacce

Secondo due uomini d’affari, ognuno dei quali ha comunicato personalmente con Abu Maryam al-Australi, la prima fonte, un noto uomo d’affari che ha lasciato Damasco dopo la caduta del governo, afferma: “Abu Maryam al-Australi mi ha chiamato e mi ha proposto un accordo in base al quale avrei rinunciato all’80% dei miei beni. Dopo il mio rifiuto, sono stato minacciato di sequestro di tutti i miei beni mobili e immobili. In seguito abbiamo raggiunto un accordo che mi imponeva di pagare per impedire il sequestro. Dopo aver pagato, mi hanno contattato di nuovo mesi dopo e mi hanno nuovamente estorto denaro. Quando mi sono rifiutato di pagare, i miei beni sono stati sequestrati”.

Conferma di aver contattato il Ministro delle Finanze Barniyya, un vecchio amico, ma il ministro gli ha detto: “Quello che sta accadendo non è legale” e che nessuna legge consente un simile sequestro, eppure non ha l’autorità di fermarlo. Spiega di aver parlato con Abu Maryam solo una volta. In seguito, qualcuno dell’ufficio di Abu Maryam si è occupato del resto. Il primo pagamento, afferma, è stato effettuato in contanti perché si sono rifiutati di accettare qualsiasi bonifico bancario che potesse in seguito fungere da prova.

Il secondo uomo d’affari conferma che, sotto incessanti pressioni e continue estorsioni, è stato costretto a cedere l’80% dei suoi beni, sottolineando che le pressioni provenivano direttamente da Abu Maryam in coordinamento con Hazem al-Sharaa.

Un’altra fonte riferisce che l’uomo d’affari siriano Samir Hassan è stato arrestato a settembre dai servizi di sicurezza del governo di transizione nonostante le promesse del governo di non arrestarlo in seguito al suo accordo con Abu Maryam e Hazem al-Sharaa e al pagamento della somma richiesta.

L’economista siriano Mohammed Olabi afferma che oggi l’economia siriana “è divisa in tre sistemi paralleli: l’economia statale, l’economia del Nord-ovest con sede a Idlib e l’economia dell’Eufrate Orientale”, spiegando che ognuna ha “le proprie strutture finanziarie, doganali e operative”, rendendo l’economia, come ha affermato, “priva di un centro unificato” e rendendo “qualsiasi politica nazionale ostaggio di zone di influenza parallele al di fuori dell’autorità di un singolo Stato”.

Per quanto riguarda i poteri ministeriali ed economici, Olabi ha affermato che l’attuale panorama “rende difficile affermare che i ministri possiedano una reale autorità decisionale”, osservando che “la maggior parte delle decisioni economiche vengono prese al di fuori del quadro ministeriale”, redatte “nella cerchia ristretta della presidenza o attraverso comitati economici non ufficiali che controllano i fascicoli di investimento, le banche, gli accordi e persino le decisioni in materia di import/export”.

Tre economie parallele

Olabi osserva che un ministro “non definisce le politiche quanto piuttosto le esegue” e che il suo ruolo è spesso “tecnico o mediatico piuttosto che decisionale”. Persino la Banca Centrale Siriana, che dovrebbe essere la più indipendente, “opera entro limiti stabiliti da centri di potere paralleli che supervisionano la politica monetaria e la gestione della liquidità”.

L’economista Younes Karim descrive una gerarchia a tre livelli: la Segreteria Presidenziale sotto la guida di Maher al-Sharaa; il Consiglio Economico Supremo sotto la guida di Hazem al-Sharaa; e le reti clerico-di sicurezza di figure di HTS la cui influenza è tollerata perché garantisce la lealtà.

Spiega che Maher al-Sharaa “è diventato un centro decisionale chiave e l’architetto della politica economica”, perché “ogni decisione amministrativa o economica rientra nelle sue competenze”. Il secondo centro di potere è il “Consiglio Supremo Economico” guidato da Hazem al-Sharaa, il cui ruolo è diventato “il sostituto della Camera di Commercio”, precedentemente gestita di fatto dalla moglie dell’ex Presidente Assad.

Karim afferma che il Segretariato è diventato “un gabinetto parallelo”, che emette decisioni con l’immediatezza un tempo associata a un primo ministro o persino a un vicepresidente. Descrive una dualità emergente: uno “Stato dei poveri”, rappresentato dai ministeri, e uno “Stato sovracostituzionale”, composto da organismi d’élite legati alla famiglia Sharaa.

All’interno di questo ordinamento, Sukkarieh dirige l’ala di attuazione economica, mentre Mustafa Kadeed, noto come Abu Abdel Rahman, gestisce i flussi finanziari. Descrive Hazem come l’incarnazione dell'“economia sommersa”, mentre Maher rappresenta l'“economia ufficiale”.

Karim mette in guardia dal “crollo del concetto di Stato”, dalla “cancellazione dell’identità istituzionale della Siria” e dall'“imminente scontro” tra centri di potere concorrenti. “La lotta è iniziata”, dice. “Ogni fazione sta definendo il proprio spazio. Lo scontro è alle porte”.

All’interno della nuova rete di potere

L’architettura dell’autorità in Siria oggi è costruita attorno a un’unica famiglia allargata e agli agenti che la servono.

A capo di essa siede Ahmad al-Sharaa, Presidente della repubblica, mentre suo fratello Maher, segretario generale della presidenza, funge da vero e proprio comando esecutivo. L’altro fratello, Hazem, presiede il Consiglio Economico Supremo e plasma l’economia sommersa che ora eclissa quella formale. Al loro fianco lavora Ibrahim Sukkarieh, o Abu Maryam al-Australi, l’agente nato all’estero che fa rispettare gli accordi, negozia i trasferimenti di beni e supervisiona il meccanismo della ristrutturazione economica coercitiva.

Altri parenti occupano posizioni strategiche: il nipote del Presidente, Owais al-Sharaa, il cui mandato preciso rimane oscuro; Ahmad al-Droubi, suo cognato che controlla la tesoreria della Banca Centrale Siriana; e Maher Marwan, un altro cognato nominato Governatore di Damasco. Persino il fratello del Presidente, Jamal al-Sharaa, un tempo parte di questa costellazione, è stato messo da parte dopo che il Presidente ha sigillato il suo ufficio a Damasco con ceralacca rossa e gli ha vietato i rapporti ufficiali.

Nel complesso, queste posizioni equivalgono a un consolidamento del potere senza precedenti persino sotto il governo di Assad: autorità economica, supervisione amministrativa, influenza sulla sicurezza e liquidità finanziaria concentrate in una sola famiglia e in un unico estraneo di fiducia che è diventato indispensabile per il suo governo.

Uno stato che esiste sulla carta e una rete che governa nella pratica

Invece di procedere verso una ricostruzione istituzionale dopo la guerra, la Siria è sprofondata sempre più in un sistema di governo interconnesso in cui gli organi ufficiali fungono principalmente da facciata. I ministeri emanano ancora decreti, ma l’autorità che li sostiene è scarsa; i comitati timbrano i documenti, ma le vere decisioni vengono prese altrove. Il potere ora si muove attraverso canali privati ​​e reti familiari, ancorate al Comitato Ombra guidato da Hazem al-Sharaa e Abu Maryam al-Australi.

Governi stranieri, investitori e gli stessi siriani si trovano di fronte a uno Stato i cui contorni rimangono intatti, ma il cui nucleo operativo è stato sostituito da una piccola rete interconnessa di familiari, lealisti e un agente di origine straniera, la cui traiettoria da commentatore legato ai militanti a personaggio interno al palazzo ora definisce la transizione.

La domanda irrisolta, sia per i siriani che per gli stranieri, è semplice: come può un Paese ricostruirsi quando le sue istituzioni sono vuote, la sua economia è gestita da reti private e il suo futuro dipende dalle decisioni di individui che operano al di sopra dello Stato piuttosto che al suo interno?

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25/12/2025

Siria - Stallo nelle trattative e combattimenti tra FDS e qaedisti

Si avvicina la scadenza di fine anno, fissata per l’implementazione del cosiddetto “accordo del 10 marzo”, che prevede l’integrazione delle Forze Democratiche Siriane (FDS) nelle strutture centrali delle autoproclamate autorità qaediste, eppure non sembra si vada verso passi risolutivi.

Anzi, nei giorni scorsi vi sono stati pesanti scontri fra le parti nelle due enclavi controllate dalla FDS ad Aleppo, ovvero i quartieri a maggioranza curda Ashrafieh e Sheikh Maqsoud, con un bilancio arrivato a 5 morti e 23 feriti.

Questi scontri hanno coinciso con la visita nel paese del Ministro degli Esteri Turco Fidan, il quale ha affermato che le FDS “non mostrano nessuna intenzione di voler fare sostanziali progressi” nel processo di integrazione in quanto starebbero “agendo in coordinamento con Israele”.

Secondo Reuters, recentemente, la autorità di Damasco hanno inviato alle FDS una proposta scritta di implementazione dell’accordo del 10 marzo, al fine di giungere ad una forma di accordo, anche parziale, per la scadenza di fine anno; ciò consentirebbe di prendere ulteriore tempo nell’attesa di sciogliere tutti gli altri nodi, fissando una nuova scadenza.

Tale proposta consiste nel riorganizzare i circa 50.000 miliziani delle FDS in 3 divisioni più grandi e alcune brigate più piccole all’interno delle forze armate di Damasco, concedendo loro di rimanere nel nord-est; in cambio, queste divisioni dovrebbero aprire in parte le loro catene di comando ad ufficiali di altre divisioni e, in generale, anche all’esercito centrale dovrebbe essere garantita la possibilità di dispiegarsi nel nord-est: in ballo ci sono i territori agricoli più fertili del paese, nonché lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

Il Ministro degli Esteri delle autorità di Damasco ha dichiarato, durante la conferenza stampa con Fidan, che le FDS hanno risposto alla proposta scritta e che tale risposta è attualmente al vaglio.

Finora, effettivamente le FDS non si sono dimostrate disposte ad effettuare alcun compromesso né sulla loro strutturazione interna – pretendendo che le catene di comando rimangano intatte – né a livello territoriale – rifiutandosi di cedere il controllo anche delle aree a maggioranza sunnita.

Ciò è dovuto in parte agli appoggi delle potenze straniere (Pentagono in primis, naturalmente, ma anche da Israele arrivano segnali continui), ma soprattutto alla debolezza del Governo centrale, il quale si è ripetutamente dimostrato incapace di controllare realmente il territorio e, soprattutto, inviso alle minoranze, fatte oggetto di persecuzioni e crimini vari da parte di membri di esercito e polizia. Pertanto, le FDS hanno guadagnato prestigio e sostegno anche presso drusi, alawiti e sunniti non legati ad ideologie salafite.

Dalla Turchia, intanto, organi di stampa filogovernativi fanno sapere che Ocalan avrebbe chiesto al capo militare delle FDS Mazloum Abdi di rimuovere dai propri ranghi tutti i combattenti non siriani, che sarebbero circa 8000, molti dei quali di nazionalità turca. Con la promessa che questi ultimi avrebbero, poi, modo di godere dei benefici derivati dalle leggi speciali da emanare nell’ambito del processo di pace con il PKK, ovvero possibilità di ritorno a casa e pene lievi.

Su questa richiesta, definita irrinunciabile dalla Turchia per evitare una nuova operazione militare, già in passato Abdi si era dimostrato aperto.

Sempre le stesse fonti giornalistiche vicine ad Ankara hanno anche dato delle scadenze su quando tali leggi speciali potrebbero essere emanate ed applicate, ovvero fra la fine di febbraio 2026 e la primavera.

Per fine febbraio, infatti, si dovrebbe compiere lo smantellamento delle basi operative del PKK poste a Zap e Metina, comprendente la distruzione di armamenti e munizioni presenti in grotte e tunnel. Durante la primavera, poi, toccherà alle basi operative di Hakurk e Gara.

A quel punto, fra i miliziani, presumibilmente tutti raggruppati presso i rifugi del quartier generale dei monti Qandil, dovrebbe cominciare una traumatica selezione individuale fra chi potrà tornare a casa e accedere ai benefici legislativi e chi dovrà ottenere asilo da paesi terzi. Questi ultimi sarebbero circa 300, fra dirigenti dell’organizzazione e persone con gravi condanne a carico, secondo alcune analisi.

È, dunque, per quel periodo che presumibilmente si giungerà ad una svolta degli eventi anche in Siria, o nel senso di un nuovo conflitto militare o nel senso del raggiungimento di una mediazione generale.

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15/12/2025

Siria - Attentato contro soldati USA. Al Jolani rimane inaffidabile

Brutto colpo per la credibilità di Al-Jolani e del suo governo qaedista. Il 13 dicembre, nei pressi di Palmira un attentatore ha aperto il fuoco contro una pattuglia americana che, in compagnia di personale siriano, stava effettuando attività di “key leader engagement”, ovvero incontri con capi tribali locali per ottenere appoggio nell’ambito della lotta contro le cellule dormienti dell’Isis, che operano in quelle aree.

Parliamo di una zona desertica situata al centro della Siria, nel governatorato di Homs, in cui è schierata la settantesima divisione dell’esercito siriano, ex Esercito Siriano Libero, formata e addestrata proprio dagli USA nella base di Al-Tanf dal 2016.

Il bilancio finale è di tre statunitensi morti, due militari ed un civile (che faceva l’interprete) e cinque feriti, due soldati siriani e tre statunitensi. Anche l’attentatore è stato ucciso sul posto.

Si tratta delle prime perdite per gli USA, dalla caduta del regime baathista.

Immediatamente Trump ha scritto un post su Truth in cui ha incolpato l’Isis e si è mostrato benevolo verso Al-Jolani, descrivendolo come “estremamente arrabbiato e turbato da questo attacco”; il tycoon ha però, dovuto ammettere che le forze siriane “non controllano pienamente” l’area dove è avvenuto il fatto. Ovviamente, ha concluso che “ci saranno gravi ritorsioni”.

Ma contro chi? Dopo qualche tira e molla informativo, le autorità qaediste hanno dovuto ammettere che l’attentatore fosse un membro delle proprie forze di sicurezza interne. Che, però, stava per essere licenziato a causa delle sue visioni estremiste”. Così ha provato a cavarsela il Ministero dell’Interno di Damasco.

Anche a Washington l’imbarazzo è evidente. Mentre si cerca di dipingere il governo siriano come affidabile e come risultato di un modello di cambio di regime che collima con le priorità strategiche attuali, non avendo implicato un intervento diretto, ecco che emergono gli “scheletri nell’armadio”: buona parte delle milizie che formano le forze armate delle nuove autorità di Damasco agiscono ancora secondo i dettami della loro ideologia estremista salafita, forse conservando anche legami organizzativi con l’Isis.

In tal senso, si ricorda che uno dei “risultati” della visita effettuata da Al-Jolani alla Casa Bianca non più tardi di un mese fa è stato l’ingresso formale della Siria nella rediviva “coalizione internazionale anti-Isis a guida USA”.

Il colpo per la credibilità di Damasco è forte e potenzialmente disastroso specialmente alla luce del fatto che nei giorni precedenti era arrivata la prima, vera vittoria al Congresso: la Camera dei Rappresentanti, infatti, aveva votato per la rimozione del Caesar Act, senza inserire alcuna condizione di reintroduzione automatica, come, invece, chiedono Israele e le Forze Democratiche Siriane (FDS), secondo i quali, appunto, la revoca delle sanzioni dovrebbe essere subordinata all’adesione reale di Damasco alla lotta ai residui dello stato islamico e al rispetto delle minoranze (anche se fa un pò ridere che quest’ultima richiesta provenga da uno stato di apartheid come Israele).

Ora è prevedibile che la lobby sionista torni alla carica al Senato per apportare delle modifiche al provvedimento.

In tal senso, il solito Jerusalem Post, in un articolo di analisi quasi gongolante per quanto accaduto a Palmira, si sofferma sulla presenza, nell’esercito siriano, di ufficiali già in passato sanzionati dagli USA per la loro condotta estremistica, provenienti specialmente dalle milizie filoturche, ed invita ad “imparare la lezione”, privilegiando la collaborazione con le FDS.

L’attentato di Palmira e, in generale, la continua dimostrazione di inaffidabilità da parte di Damasco potrebbero avere conseguenze proprio sulla questione dell’integrazione delle FDS nelle strutture centrali siriane.

Si rafforza, infatti, la posizione di quanti, specialmente all’interno del Pentagono, premono affinché la presenza militare nel nord-est continui ad essere finanziata anziché venire diminuita drasticamente – come chiedono gli esponenti più vicini a Trump, quali Tom Barrack – in quanto le FDS continuano a dimostrarsi le milizie più affidabili.

Di riflesso, si rafforzano anche le rivendicazioni di decentramento molto spinto da parte delle FDS stesse, in contrapposizione alle spinte centraliste provenienti specialmente da Ankara, che teme l’emersione di analoghe rivendicazioni autonomiste nelle aree curde all’interno dei propri confini.

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16/11/2025

Libano - HTS ed Israele minacciano. Hezbollah pronto a rispondere?

Il ricevimento-show alla Casa Bianca messo in piedi da Trump per Al-Jolani nei giorni scorsi ha prodotto, per quest’ultimo, oltre a poco edificanti scene di sottomissione e battute sulla sua possibile poligamia, poca sostanza: l’ennesimo annuncio di sospensione delle sanzioni e qualche promessa vaga di contenimento dell’espansionismo sionista. Tutt’altro clima – per inciso – rispetto all’incontro con Putin, in cui è stato trattato quasi alla pari.

Ciononostante, anche se Israele sta ancora facendo lobbying presso il Congresso per evitare la revoca del Caesar Act – sistema sanzionatorio durissimo che aveva controbuito a sfaldare il regime baathista – l’autoproclamato presidente della Siria sembra essere uscito dalla Casa Bianca con una missione chiara: unirsi alle manovre dell’esercito israeliano contro Hezbollah. Tale missione è mascherata da adesione di Damasco alla coalizione internazionale anti-Isis a guida USA (esiste ancora, anche se fa ridere, visto il passato di Al Jolani).

Vari media mediorientali, infatti, segnalano addensamenti di truppe siriane al confine con il Libano, con annessi tentativi di istallarsi oltre confine, “in particolare nella zona di Wadi al-Thalajat di Ras al-Maara, nella campagna di Damasco”.

Del resto, l’inviato USA per Libano e Siria, l’ineffabile Tom Barrack, aveva chiarito il significato pratico dell’adesione siriana alla coalizione anti-Isis: “Damasco ora ci assisterà attivamente nell’affrontare e smantellare i resti dell’ISIS, dell’IRGC, di Hamas, di Hezbollah e di altre reti terroristiche e si schiererà come partner impegnato nello sforzo globale per garantire la pace”.

La realtà sul terreno, però, è impietosa per le autoproclamate autorità qaediste, in riferimento alla loro capacità di controllo effettivo del territorio. Oltre alla nota questione dell’integrazione dell’area a guida curda del nord-est e ai problemi nel tenere a bada le violenze settarie delle proprie milizie, report d’intelligence, pubblicati da importanti think tank statunitensi, segnalano che Hezbollah sia riuscito a riaprire un canale di rifornimento di armi dall’Iran attraverso la Siria, grazie alla collaborazione di gruppi ex-baathisti e a proprie cellule ancora presenti nelle regioni meridionali del paese, precipitate nel caos.

Di qui i molteplici allarmi da parte dei media mainstream internazionali sulle capacità di ripresa militare del movimento sciita, fino a qualche mese fa dato per spacciato.

Sarebbe questo uno dei motivi che spingono Israele a continuare i propri raid fino a poche decine di chilometri da Damasco, a tenere un atteggiamento ostile verso Al-Jolani e a negargli l’accordo di de-escalation per ottenere il quale l’autoproclamato presidente siriano continua a prostrarsi invano.

Con questi movimenti di truppe, dunque, Jolani prova ancora una volta a mostrarsi ligio nell'eseguire “i compiti a casa” assegnatigli da USA e Israele contro Hezbollah.

Da parte sua, il governo genocida di Tel Aviv sta tentando di convincere i propri alleati euro-atlantici che nessuna delle misure misure “blande” messe in atto contro Hezbollah – l’occupazione di territorio siriano per controllarne le vie di rifornimento, i controlli sulle fonti di finanziamento, i continui raid spacciati come mirati, le pressioni sull’inutile governo libanese, messo ancora più in imbarazzo dai movimenti di truppe siriane fin dentro i propri confini – ne stiano fermando il riarmo.

Pertanto starebbe diventando “necessaria” una ripresa dell’aggressione al Libano. La finestra temporale è abbastanza stretta, poiché nel 2026 sono previste le elezioni di medio termine negli USA, nonché elezioni politiche in Israele stesso ed anche in Libano. Il quadro politico potrebbe insomma cambiare presto, e in senso non positivo per il “piano” statunitense-israeliano.

Intanto anche Hezbollah si prepara. Non è dato sapere quanto queste notizie sul suo riarmo siano vere e quanto costituiscano solo un pretesto. Sicuramente non ci sarebbe da stupirsi se fossero veritiere.

Effettivamente, le ultime prese di posizione da parte dei suoi dirigenti sono più assertive rispetto ai mesi precedenti. Recentemente, infatti, il movimento sciita ha chiamato il governo di Beirut ad assumersi le proprie responsabilità nella difesa del paese dalla continue violazioni israeliane e, nel ribadire la propria adesione ai termini del cessate il fuoco, ne ha perimetrato la validità: “Il cessate il fuoco si applica solo alle aree a sud del fiume Litani”, ha affermato il Segretario Generale Naim Qassem.

Quindi, per parafrasare, al sud deve pensare il governo, se ne è capace. Se non ne è capace (e non lo è) e se le milizie qaediste o lo stesso esercito sionista dovessero compire da altre direzioni, la risposta di Hezbollah sarebbe da considerarsi legittima.

Proponiamo un articolo di Al-Akhbar che delinea questo cambio di passo di Hezbollah.

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L’aggressione israeliana mette a dura prova la moderazione di Hezbollah

Per la prima volta dal cessate il fuoco del 27 novembre, fonti dell’intelligence israeliana hanno dichiarato di aspettarsi una risposta di Hezbollah ai recenti raid aerei israeliani. Sebbene questa formulazione sia apparsa solo brevemente nelle fughe di notizie dei media israeliani la scorsa settimana, fonti a conoscenza di queste valutazioni affermano che Tel Aviv ha informato Washington e altri alleati attivi in ​​Libano che le informazioni in possesso dipingono una situazione che va oltre gli sforzi intensificati da parte di Hezbollah per ricostruire le sue infrastrutture militari e la costruzione di siti fortificati.

Secondo le stesse fonti, l’intelligence israeliana ritiene, inoltre, che il partito stia studiando la possibilità di una risposta militare, senza fornire ulteriori dettagli.

In Libano, l’intensificazione dell’attività da parte di diplomatici, funzionari della sicurezza e giornalisti stranieri segnala solitamente che si stanno verificando sviluppi significativi. Gli osservatori hanno notato una linea di indagine comune sollevata da questi visitatori: tutte ruotano attorno alla valutazione delle capacità e delle intenzioni di Hezbollah.

Coloro che hanno stretti legami con le missioni straniere notano che l’obiettivo primario di queste indagini è ottenere informazioni dirette sulla Resistenza. Sorprendentemente, molti di questi interlocutori stranieri ora ammettono che le questioni non sono più così chiare o accessibili come un tempo. È diventato difficile sapere chi possiede effettivamente informazioni affidabili sulla situazione interna di Hezbollah.

I recenti sviluppi indicano una crescente pressione internazionale e un coordinamento intensificato tra gli alleati di Washington. Gli Stati Uniti continuano a parlare di una scadenza di fine anno per il Libano, e la definiscono “nuova fase” nella missione di disarmo di Hezbollah. I membri di una recente delegazione del Tesoro statunitense a Beirut avrebbero fatto pressioni affinché venissero prese misure concrete per “esaurire” le risorse finanziarie del partito prima della fine dell’anno.

Anche l’Egitto, che si è coordinato con gli Stati Uniti, ha indicato la possibilità di progressi prima della fine dell’anno, ma ha collegato ciò all’attuale pressione statunitense affinché si dia seguito all’accordo di Gaza e all’intenzione di Washington di iniziare a ritirarsi da diversi dossier regionali all’inizio del prossimo anno, quando l’amministrazione statunitense sposterà l’attenzione sulle elezioni di medio termine.

Gli analisti militari e della sicurezza israeliani hanno parlato di una “ristretta finestra di opportunità” per un’azione contro il Libano, influenzata da due scadenze politiche sovrapposte: le elezioni statunitensi e quelle israeliane. Essi suggeriscono che Israele potrebbe sfruttare l’attuale stato di allerta militare per portare a termine un’operazione su vasta scala, sostenendo che qualsiasi ritardo potrebbe complicare il contesto regionale e nazionale in modi che renderebbero più difficile giustificare o eseguire tale operazione.

Nelle ultime due settimane, diverse delegazioni di media stranieri hanno visitato il Libano per “prepararsi a scenari diversi”, come hanno affermato alcuni giornalisti. Un corrispondente europeo ha suggerito che è improbabile che Israele intraprenda un’operazione su larga scala prima della visita del Papa in Libano il mese prossimo, ma potrebbe agire con maggiore libertà una volta finita l’anno.

Questi indicatori, tuttavia, non costituiscono una lettura solida o scientifica delle intenzioni di Israele. Israele è inquieto sia internamente che esternamente; l’amministrazione Trump continua a fare pressione a Gaza per proteggere l’accordo, cercando al contempo un parallelo accordo di sicurezza siriano-israeliano – pur sapendo che non tutti gli sviluppi servono gli interessi israeliani.

Ma questo non significa che gli Stati Uniti controllino le decisioni di guerra e di pace di Israele. L’esperienza ha dimostrato che i leader israeliani, in particolare la cerchia di Benjamin Netanyahu, non esitano ad adottare misure unilaterali anche quando si discostano dai calcoli di Washington. Il tempismo, da solo, raramente è decisivo nelle decisioni di Tel Aviv di dichiarare guerra.

Il vero cambiamento nell’attuale dossier è avvenuto con il discorso del Segretario Generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassem, di due giorni fa, in cui ha affermato esplicitamente: “Il cessate il fuoco si applica solo alle aree a sud del fiume Litani (…) Non vi è alcuna minaccia per gli insediamenti [del nord di Israele]. Il Sud è responsabilità del governo, del popolo e della Resistenza. Qualsiasi spargimento di sangue lì colpirà tutto il Libano a causa degli Stati Uniti e di Israele. Non c’è alcun sostituto per l’accordo [del cessate il fuoco di novembre 2024], né alcuna assoluzione per il nemico israeliano attraverso un altro accordo”.

Ha aggiunto: “La continuazione dell’aggressione, delle uccisioni e della distruzione non può continuare all’infinito. Tutto ha un limite. Non dirò altro. Chi di dovere prenda in considerazione queste problematiche che non possono essere più sopportate. Siamo un popolo vivo; la guerra ci ha ferito profondamente, ma restiamo vivi, coraggiosi e resistiamo”.

La scelta delle parole da parte di Qassem, “Non parlerò ulteriormente della questione”, rappresenta un’estensione della consolidata “politica di ambiguità” di Hezbollah riguardo alle azioni e alle intenzioni della Resistenza. Questo approccio deliberato è in linea con una strategia che il partito ha affinato nel corso degli anni: entrare nell’ignoto come forma di deterrenza. È anche una risposta pragmatica alle falle nell’intelligence scoperte durante l’ultima guerra e una precauzione nel contesto dell’estesa attività di spionaggio diretta contro Hezbollah da più fronti.

Tale attività non è più limitata all’apparato di intelligence israeliano. Gli Stati Uniti conducono una campagna più ampia, supervisionando istituzioni vitali in Libano, mentre attori europei e arabi conducono anch’essi attività di spionaggio parallele. Gli agenti dell’intelligence occidentale sono ora profondamente radicati in luoghi sensibili e Israele stesso ha acquisito maggiore audacia nelle sue operazioni di intelligence umana e, a quanto si dice, ha ampliato la sua capacità di raggiungere siti infrastrutturali chiave.

Le indagini su una rete di spionaggio recentemente scoperta, presumibilmente gestita da un agente siro-ucraino, hanno rivelato che a un agente è stato ordinato di piazzare un veicolo nel parcheggio scoperto del terminal VIP dell’aeroporto di Beirut. Il suo responsabile israeliano gli ha promesso una tessera speciale per accedere all’area riservata.

Ciò suggerisce o che Israele esercita un’influenza diretta sufficiente ad ottenere simili autorizzazioni, oppure che gode della facilitazione occidentale attraverso alleati muniti della possibilità di accedere alle zone più sicure dell’aeroporto.

In questo contesto complesso, le parole di Qassem sono un segnale chiaro. La sua dichiarazione secondo cui “la continuazione dell’aggressione non può continuare all’infinito” equivale al primo avvertimento di Hezbollah, rivolto non solo al nemico, ma a tutti gli attori nazionali e stranieri coinvolti: la Resistenza ha raggiunto, o è prossima a raggiungere, un livello di prontezza che le consente di avviare un’azione militare in risposta all’aggressione quotidiana di Israele.

D’ora in poi, l’attenzione deve spostarsi dalle fughe di notizie a Tel Aviv alle dichiarazioni e alle azioni degli inviati regionali e internazionali. La Resistenza ha chiarito di non volere la guerra. Qassem ha sottolineato che il cessate il fuoco stesso garantisce, implicitamente, la sicurezza degli insediamenti nel nord di Israele, a dimostrazione della volontà di Hezbollah di rispettare l’accordo, a condizione che il mondo obblighi Israele a fare lo stesso.

Ma se Israele dovesse persistere nell’agire come se non esistesse alcun accordo, si aprirebbe la strada a sviluppi la cui natura, portata, tempi e obiettivi nessuno può prevedere.

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